Documento CUB Pirelli 1968

Nel ’64, come si è detto, attraverso il congegno di rivalutazione dei cottimi, Pirelli aveva preso ai lavoratori qualcosa come 13-14.000 lire al mese. Ebbene, il contratto del ’68 recuperava solo 34.000 lire. Nessun effettivo miglioramento, dunque, e nemmeno il ritorno alla condizione precedente; sì rivedevano soltanto, e parzialmente, l’orario di lavoro e le qualifiche, mentre restavano fuori i problemi dei ritmi di produzione, del cottimo e della nocività. La contrattazione del premio di produzione veniva rimandata al giugno ’69. Dopo molti anni veniva ripresa la delega sindacale (l’iscrizione al sindacato attraverso trattenute sulla busta paga), che dava modo alla direzione di avere sott’occhio tutto il quadro della situazione sindacale in fabbrica, e le facilitava di conseguenza una eventuale volontà di repressione.

LA LOTTA IN UNA NUOVA DIREZIONE
Organizzarsi                

Il malcontento lasciato dalla firma unitaria del contratto fu subito molto forte. In un primo tempo era rabbia operaia contro il sindacato (non furono pochi gli operai che allora strapparono le tessere sindacali), anche perché gli attivisti sindacali facevano a gara nel decantare i contenuti del contratto. Successivamente una pioggia di autocritiche da parte dei sindacati finiva sostanzialmente in un invito a rinnovare la fiducia, magari attraverso una presenza più assidua, “di controllo”, nelle assemblee sindacali. Ma per alcuni operai la lezione era stata definitiva: il contratto bidone era il risultato di una mancanza di visione politica dei problemi operai, mancanza di una coscienza di lotta continua e frontale con il padrone; era il risultato della ricerca del compromesso, secondo la linea portata avanti dalle centrali sindacali (attente solo ai giochi di vertice e per nulla al clima “politico” creatosi nella base operaia) disposte, anzi, a sacrificare qualunque esigenza di base in nome dell’unità di vertice.

Si fanno strada le prime proposte operaie, per dare uno sbocco politico al malcontento, si ripensa ai problemi della lotta della classe operaia, si discute per rivedere le forme in cui viene impostata. Fuori della fabbrica, operai iscritti a diversi sindacati e decisi a cominciare un lavoro nuovo nella fabbrica, cominciano ad incontrarsi, a discutere sul che fare. Si costituisce, in questo clima, il Comitato Unitario di Base della Pirelli.
I primi mesi del CUB sono duri: le sezioni sindacali fanno infatti pressioni per richiamare gli attivisti ad un lavoro all’interno, e non all’esterno del sindacato . Ma dalla discussione coi dirigenti sindacali, che partecipano inizialmente alle riunioni del CUB, dal confronto diretto con la linea del sindacato, e anche del partito, si chiarificano i termini del lavoro da intraprendere, che sarà un’azione qualitativamente diversa da quella sindacale.

A Milano, intanto, s’erano sviluppate le lotte studentesche, le quali avevano portato avanti, sia pure confusamente, l’idea dell’unità tra studenti e operai. Alla Innocenti, in particolare, il Movimento Studentesco, inserendosi nel momento della lotta, aveva contribuito ad accrescere la tensione e la combattività, e quindi a portare alla conclusione di un accordo insperato. Gli operai del Comitato Pirelli intravvedono allora la possibilità d’un lavoro politico con gli studenti. Prendono contatti personali con alcuni che appaiono più disponibili per un impegno continuo. Il CUB prende così la figura d’un organismo costituito di operai e studenti.

Sul collegamento operai-studenti

Il CUB ha realizzato un tipo di collegamento nuovo rispetto a quello teorizzato o praticato dal Movimento Studentesco. Il superamento da parte del M.S. della logica corporativistica e settoriale, il significato decisamente anticapitalista delle sue lotte avevano logicamente portato molti studenti al lavoro politico di fabbrica, luogo in cui il capitale nasce e manifesta le sue contraddizioni più evidenti, per collegarsi con la classe operaia nella prospettiva del rovesciamento del sistema. Ma il ruolo puramente strumentale svolto dagli studenti nel corso delle lotte operaie milanesi del 1968 (es.: Innocenti e Marelli) era chiaramente privo di prospettive, perché ridotto ad una semplice funzione di servizio: lo studente distributore di volantini e componente di picchetti. Nel CUB gli studenti hanno una posizione non più subordinata, ma di partecipazione in prima persona al lavoro operaio, che è lavoro politico, e in quanto tale non ammette divisioni di categorie. Inoltre la presenza degli studenti è continua, come richiede l’obiettivo anticapitalistica delle lotte studentesche e il riconoscimento che la fabbrica è il luogo di nascita del capitale. Un corretto rapporto dentro il comitato di fabbrica esige quindi una responsabilità equiparata, che vuol dire elaborazione e scelta collettiva della tattica, degli strumenti e dei tempi di lotta. Per arrivarci, all’interno del CUB sono stati decisamente respinti: l’operaismo, che attraverso il mito dell'”operaio in quanto tale” condiziona lo studente in una prudente posizione di inferiorità e ne limita l’intervento e l’azione: l’autonomia tra M.S. e movimento operaio, formula portata avanti dal P.C.I. e dalla C.G.I.L. per conservare la “egemonia” sulla classe operaia ed evitare che l’unità studenti-operai all’interno d’un organismo possa scavalcarli.

Inoltre, per quanto riguarda il M.S. “ufficiale”, c’è da dire che la collaborazione con esso si è cercata, per lo più con scarsi risultati, solo in momenti particolari (cortei o picchetti), dato che la struttura del M.S. e la sua fluidità ideologica (per non dire dell’incomprensione e dello snobismo con cui i “leaders” studenteschi milanesi hanno considerato l’esperienza Pirelli; salvo poi riempirsi la bocca dello slogan “unità operai-studenti”), non avrebbero potuto permettere ciò che al CUB si è invece voluto: che studenti e operai, cioè, abbiano la stessa funzione politica di analisi e decisione, e solo secondariamente si spartiscano i compiti, per ragioni di opportunità; i primi, infatti, hanno una maggiore disponibilità di tempo e una maggiore mobilità d’azione, e quindi assicurano meglio l’efficienza organizzativa; i secondi sono più informati della situazione della fabbrica e di conseguenza meglio collocati per l’analisi dei fatti e per avanzare proposte concrete.

Il comitato, per altro, è rimasto sempre aperto agli studenti e, genericamente, alle “forze esterne” (operai di altre fabbriche e militanti di sinistra), disposte ad accettare i contenuti del CUB e disposti a lavorare per svilupparli e realizzarli.

Metodo di lavoro del CUB

Non avendo un’ideologia precostituita, il CUB è partito da un’analisi del piano del capitale, visto non nella sua dinamica generale, ma nella sua realizzazione nella fabbrica. L’analisi dello sfruttamento in fabbrica è la base del discorso politico del comitato. E’ attraverso la discussione sulla condizione operaia nella Pirelli che si cerca di cogliere il momento politico su cui far partire la mobilitazione. Si tratta di far vedere che gli elementi presentati come componenti essenziali e inevitabili del lavoro, i ritmi, il tempista, gli ambienti nocivi, ecc., non sono altro che elementi dello sfruttamento. Sfruttamento non è solo una parola, ma una realtà che l’operaio esperimenta in fabbrica in forme ben precise. Perciò il CUB parte sempre dall’analisi della concreta condizione operaia perché si vada oltre la semplice espressione di malcontento e si arrivi ad impegnare la lotta frontale contro lo sfruttamento e le sue cause. Da quando è iniziato il fenomeno della formazione di piccoli gruppi a sinistra del P.C.I., molti di questi hanno tentato un intervento in fabbrica (Quaderni Rossi, Avanguardia Operaia, Potere Operaio, Classe Operaia, Marxisti-Leninisti, P.C. ecc.).

La critica che il CUB muove al tipo d’intervento di questi gruppi, tra i quali non si è mai lasciato comprendere, consiste nel fatto che essi agiscono dall’esterno, malgrado le loro intenzioni, perché partono da analisi teoriche concluse o da esigenze ideologico-politiche irrinunciabili, che poi tentano di tradurre in linee di lotta e piattaforme rivendicative. Per lo più trovano scarso ascolto presso gli operai. A giudizio del CUB, il motivo della mancata risposta agli interventi esterni da parte della classe operaia, può essere questo, che il punto di partenza reale (e non di puro pretesto) deve essere la particolare e concreta condizione in cui gli operai conoscono lo sfruttamento capitalistico. Né l’azione né la teoria possono prescindere da ciò, per non essere irreali e dogmatiche.

Rivendicazioni economiche e obiettivo politico della lotta

Il CUB intende sviluppare la sua linea politica aderendo alla condizione operaia della fabbrica, verificando i contenuti e gli strumenti di lotta ai vari livelli della coscienza operaia. Questo non vuol dire che si “viva alla giornata” o che si sostenga un sindacalismo a tutti i costi vincente; rimane fermo che il discorso è politico. La lotta che il CUB intende sostenere è una lotta per il “potere operaio”. L’attacco al padrone se deve essere generale, deve anche e può passare per vari momenti: le contraddizioni del piano padronale scoppiano solo quando l’operaio comprende che ogni suo bisogno economico è soltanto un momento di una defraudazione più generale e che i suoi bisogni economici possono trovare soddisfazione attraverso una lotta generale per la presa del potere. La prospettiva è chiara ed elementare: si contesta al padrone il potere decisionale nei singoli punti in cui esso si attua. La lotta solo rivendicativa è fallimentare in partenza. Sono i contenuti politici i soli capaci di generare un rifiuto generale delle condizioni economiche. La prospettiva politica si riempie di contenuti rivendicativi, ma non s’identifica con essi. E’ fondamentale, invece, cercare di volta in volta i contenuti rivendicativi, i bisogni economici capaci di assumere concretamente significato politico.

Esempio: non ci si batte per una regolamentazione del cottimo o per un miglioramento dell’ambiente di lavoro ma attraverso la contestazione del cottimo o dell’ambiente nocivo, si contesta il potere decisionale al padrone (prima della lotta è Pirelli a decidere i ritmi o a stabilire i limiti della nocività nella lotta è l’operaio a decidere i ritmi, a rifiutare il lavoro se esso porta danno alla salute, ecc.). Il che vuol dire saper individuare i punti precisi in cui si attua la “politica” dello sfruttamento, conducendo assieme la lotta rivendicativa e la lotta politica. Ogni rivendicazione è integrabile, ma se la prospettiva di lotta è politica, è possibile rifiutare le lotte eversive e creare dei momenti e luoghi di lotta rivoluzionaria. Nella situazione attuale assistiamo come è noto, a una divisione tra il momento economico della lotta, gestito dai sindacati, e il momento politico, gestito dai partiti operai. Ma è invece proprio l’unione tra la lotta economica e quella politica che può mettere in crisi la società capitalistica. Infatti, la lotta economica è feconda soltanto se si combatte il piano generale della politica padronale, nella fabbrica e nella società (lotta politica), anzi, se scaturisce direttamente da quella politica: d’altra parte il momento politico non può separarsi, senza deperire, dalle lotte economiche. Inoltre è la coscienza operaia dei propri interessi e diritti sul luogo di lavoro che porta alla lotta generale nella società, e viceversa. Quando, come ora, il momento politico è affidato ai dirigenti di partito e il momento economico ai dirigenti sindacali, c’è il rischio che la classe operaia diventi estranea ad ambedue i processi. Senza contare che i dirigenti si trasformano in burocrazia di partito e burocrazia di sindacato.

Il CUB è un tentativo di ridare alla classe operaia il suo ruolo di soggetto sia della lotta economica, sia della lotta politica. Da quanto scritto fin qui risulta chiaro che il CUB non ha mai voluto proporre se stesso come struttura organizzativa alternativa al sindacato, non si è perciò neanche proposto di fare un’analisi o una critica puntuale dell’operato del sindacato, ha invece discusso del ruolo oggettivo del sindacato e nel suo documento programmatico si legge: “inserimento degli organismi sindacali all’interno di questo piano (del capitale – n.d.r.) e quindi ingabbiamento delle lotte anche attraverso lo strumento sindacale. I sindacati infatti devono sempre più funzionare oggettivamente da gestori dei contratti, devono essere sempre disponibili prima alla trattativa e soltanto dopo alla lotta (questo è il senso dell’accordo-quadro di cui tanto si parla e su cui torneremo in un documento successivo). La C.I. stessa deve essere subordinata al sindacato centrale e questi essere inserito attivamente nella programmazione. Le commissioni paritetiche, che peraltro per ora non funzionano, risultano armi di ricatto antioperaio in quanto possono intervenire solo nei casi di sopruso evidente e sono, per lo più, in mano padronale in quanto la metà è formata da dirigenti e la metà (ma sappiamo che è sempre possibile comprare qualche ruffiano) da rappresentanti operai”. Il sindacato gestisce il contratto e propone la lotta sempre per arrivare a delle contrattazioni e dopo che c’è stato un avvio di trattative. Il sindacato di fatto è nella logica del sistema capitalistico, perché tende a stringere ed esaurire la combattività operaia tra l’avvio e la conclusione delle trattative.

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