Eroi popolari o pericolosi criminali?

Le polizie degli stati li hanno cercati e braccati come fossero i peggiori serial-,killer;

-le cronache ce li hanno raccontati come persone che avevano messo in crisi la “sicurezza” mondiale;

chi sono?:

Snowden-1-uno è Edward Joseph Snowden, trent’anni appena compiuti (nato a Elizabeth City il 21 giugno 1983) è un informatico statunitense. Ex tecnico della CIA, collaboratore della Booz Allen Hamilton, azienda informatica consulente della NSA, ha rivelato pubblicamente diversi programmi di sorveglianza di massa del governo statunitense e britannico, programmi totalmente illegali e illegittimi, tenuti segreti dagli stati controllori. Snowden ha collaborato con il giornalista del The Guardian, Glenn Greenwald, che ha pubblicato queste rivelazioni Le più clamorose di queste informazioni sono state quelle riguardanti i programmi di intercettazione telefonica tra Stati Uniti e stati dell’Unione Europea. Scandalo? Rottura dei rapporti diplomatici tra stati europei e Usa? Apertura di un contensioso diplomatico?…Macché… tutti uniti nella criminalizzazione di chi aveva fatto “opera di verità”!

Manning-l’altro è Bradley Manning, venticinque anni, condannato ieri dalla Corte a 35 anni di galera e congedato con disonore dall’esercito statunitense, per aver fornito a WikiLeaks (Julian Assange, altro personaggio braccato e perseguitato) centinaia di migliaia di documenti e materiali riservati, che sono stati diffusi pubblicamente per una conoscenza di tutti. È in carcere dal maggio 2010 per un anno e mezzo in isolamento in un carcere militare di massima sicurezza in Virginia. Manning dopo la sentenza ha commentato: che sconterà, «la condanna sapendo che talvolta si deve pagare un prezzo alto per vivere in una società libera».

Solo due esempi che hanno avuto l’«onore» della prima pagina di giornali. Ma sono migliaia e migliaia le vittime della verità. Le galere di questo mondo rigurgitano di chi paga un prezzo altissimo per non venir meno al principale dovere umano, quello della verità e della libertà!

Costa cara la verità! Ma questa non è una novità.

Soltanto i cretini pensano che gli stati democratici non applichino la feroce repressione nei confronti di chi mette in discussione il loro potere.

Anche nel passato i propagatori di verità venivano repressi e schiacciati anche più ferocemente. La differenza con oggi è che in altre società meno totali di queste si trovavano cantastorie, teatranti, giullari, menestrelli, narratori, musicisti e guitti che esaltavano queste persone facendole diventare eroi popolari. 

Nelle società odierne più articolate di quelle del passato, non si trova chi si spenda decisamente ed esalti queste gesta fuori dell’ordine statale. Oggi i media li insultano oppure restano indifferenti.

C’è un’omertà succube al potere vergognosa!!!. 

SVEGLIAMOCI!!!

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22 agosto 1973, in Cile le forze reazionarie preparano il terreno al golpe fascista

Cile-1i giorni precedenti: il 9 agosto, il generale Prats viene nominato Ministro della Difesa, ma questa decisione scatena la rabbia dei vertici militari; cedendo alle pressioni degli ambienti golpisti il 22 agosto Prats è costretto a dimettersi, non solo da quell’incarico, ma anche da quello di comandante in capo dell’esercito; Allende lo sostituisce in questo ruolo con Pinochet, sperando nella sua fedeltà.

Il 22 agosto 1973 i membri Cristiano-Democratici e del Partito Nazionale, della Camera dei deputati lanciano un appello ai militari per “porre fine immediata” a quello che descrivono come “infrangimento della Costituzione… con lo scopo di reindirizzare l’attività del governo sul percorso della Legge ed assicurare l’ordine costituzionale della nostra Nazione e le basi essenziali della coesistenza democratica tra i cileni.”

È la legittimazione che i militari golpisti attendevano per giustificare il golpe che poi sarebbe andato oltre le indicazioni dei democristiani e dei nazionalisti.

Il documento del 22 agosto lancia accuse deliranti al governo Allende, come cercare “...di conquistare il potere con l’ovvio scopo di assoggettare tutti i cittadini al più stretto controllo politicoCile-2 ed economico da parte dello Stato… [con] lo scopo di stabilire un sistema totalitario,” di aver compiuto “violazioni della Costituzione” come “sistema permanente di condotta“.

Tra gli altri particolari il governo venne accusato di:

-“…aver appoggiato più di 1.500 ‘espropri’ illegali di fattorie…”

-governare per decreto, impedendo così il funzionamento del normale sistema legislativo.

-rifiutarsi di attuare le decisioni giudiziarie contro i suoi sostenitori e “non eseguire le sentenze e le risoluzioni giudiziarie che contravvengono ai suoi obbiettivi.”

-ignorare i decreti dell’Ufficio del Controllore Generale.

Infine il governo venne accusato della creazione e dello sviluppo di gruppi armati protetti dal governo i quali… “sono guidati verso il confronto con le forze armate“. Gli sforzi di Allende di riorganizzare l’esercito e la polizia (dei quali aveva chiaramente ragione di temere la loro propensione al golpe) vennero denunciati come “espliciti tentativi di usare le forze armate e di polizia per fini di parte, distruggendo la loro gerarchia istituzionale, e infiltrando politicamente le loro file.”

Cile-3Patricio Aylwin, massimo dirigente democristiano cileno eletto l’11 marzo 1990 primo presidente del Cile cosiddetto “democratico”, dopo il passaggio “dolce” dalla dittatura, ha sempre sostenuto la tesi che Allende era ostaggio delle forze della guerriglia comunista. Le Forze Armate,  non fecero altro che anticipare quel rischio imminente”. Aylwin non smentisce le sue origini: prima di approdare alla democrazia cristiana era stato membro della Falange Nacional.

Due giorni dopo, il 24 agosto 1973, Allende rispose accusando i democristiani di “danneggiare il prestigio della nazione all’estero e a creare confusione interna“, e preannunciando che “Faciliterà le intenzioni sediziose di certi settori“. Ma Allende non fu conseguente e non accolse l’invito dei vasti settori dei lavoratori e dei proletari autorganizzati che chiedeva “armi al popolo”.

Egli denunciò il Congresso come promotore di un colpo di Stato e di una guerra civile, affermò solennemente la decisione di sviluppare la democrazia e lo Stato di diritto fino alle conseguenze ultime. Si appellò “ai lavoratori, a tutti i democratici e i patrioti” perché si unissero a lui nella difesa della costituzione e del “processo rivoluzionario“.ma, senza armi né organizzazione, l’appello si ridusse a un bagno di sangue da una sola parte. L’esercito praticò le più efferate violenze soprattutto contro ragazze e ragazzi di tale ferocia da stupire perfino i gerarchi nazisti, di cui era pieno zeppo l’esercito cileno come gli altri eserciti latino-americani.

vedi anche il post qui.
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25 agosto 1975: dalle carceri un NO di rivolta alla “riforma” che non accoglie gli obiettivi del movimento dei detenuti!


LA RISPOSTA DEI DETENUTI ALLA “RIFORMA TRUFFA”

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DSCN2118Nel 1975 con la legge n.354 del 26 luglio viene varata la “riforma penitenziaria” della quale si discuteva dal dopoguerra e che non avrebbe visto la luce senza le lotte e le rivolte dei prigionieri. Il testo non attua una rottura profonda con la logica fascista del regolamento penitenziario del 1931 che, al contrario, viene richiamato esplicitamente molto spesso; la gestione del carcere si muove nel senso trasgressione –uguale-punizione, senza prendere in considerazione le relazioni tra reato e la struttura politica ed economica del contesto. 

Questa “riforma” non riesce a realizzare il coinvolgimento del tessuto sociale attraverso la sensibilizzazione e l’apertura dell’istituzione carceraria al territorio e alla società esterna. Il carcere continua ad essere una “cosa” separata e ignorata: una sorta di contenitore dove si cerca di cacciare a forza -e tenere in silenzio- tutti i problemi e le contraddizioni di una società che non è in grado di interrogare se stessa. Nel momento che la legge viene varata è già vecchia e obsoleta sia negli strumenti eccessivamente discriminatori e punitivi cui si ispira, sia negli inadeguati e reazionari personaggi che sono chiamati ad applicarla: direttori di carcere, funzionari del Ministero di Grazia e Giustizia, magistrati, che la gestiscono in maniera restrittiva.

Una riforma di tal genere non soddisfa le esigenze dei detenuti che sono costretti a riprendere le lotte. Lo squallore intellettuale della classe dirigente, in questa come in altre occasione, è la più efficace propaganda a favore di chi da tempo sosteneva la tesi che era inutile attendere una riforma che desse un po’ di respiro ai problemi dei carcerati e che era invece necessario organizzarsi autonomamente e lottare per costruire un rapporto di forza per conquistarsi la libertà e condizioni di vita dignitose.
Che questa legge di riforma sia ben misera cosa e sopratutto inadeguata, oltre che parzialmente in contrasto con la Costituzione, è un giudizio che al tempo espressero anche numerosi giuristi: quelli italiani lo dissero talmente sottovoce che non si riuscì ad ascoltarli e non se ne accorse nessuno; in altri paesi il giudizio fu molto duro al punto che in numerosi ambienti giuridici europei si disse che l’Italia si era definitivamente conquistata un posto nel “terzo mondo giuridico” (in seguito con l’uso della tortura, con i “processi di regime”, con l’istituzione delle carceri speciali e con l’uso spregiudicato della carcerazione preventiva, dei mandati di cattura a “grappolo” l’Italia si collocò tranquillamente nel 4° o 5° mondo sul terreno della giustizia). 

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Alcuni giuristi cominciarono a pensare da allora ad alcune correzioni della “riforma”; correzioni che non vedranno la luce prima del 1986 sempre a causa di quella timidezza civile, più esplicitamente ideologia fascista, che caratterizza il ceto politico italiano. La “riforma della riforma” varata il 10 ottobre 1986 n. 663 che va sotto il nome di “Legge Gozzini”, modifica qualche aspetto assurdo e reazionario della riforma del 75, ma non raggiunge gli obiettivi che si era proposta: ignora ancora una volta il contesto sociale e soprattutto si basa su uno scambio mercantile, sconti di pena in cambio di accettazione del carcere. Il carcere divenne un mercato, le lotte man mano si diradarono, la solidarietà dei movimenti esterni sempre più rara e debole…

 Si è lasciata mano libera ai repressori di stato e il carcere è diventato di nuovo “silenzioso”, sovraffollato e terrorizzante. Il movimento antagonista è completamente assente, manca si analisi e consapevolezza dei problemi del carcere e del ruolo che il carcere riveste nel “nuovo ordine capitalistico”, tranne a occuparsene quando componenti del movimento ci finiscono. Ma non si interessa affatto dei problemi e della vita e della resistenza della popolazione detenuta, e dei percorsi di organizzazione interno-esterno necessari a dare di nuovo vita a un movimento dei  “dannati della terra“.

 vedi anche il post qui:

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Ferragosto in carcere: si suicida un ragazzo dopo un feroce pestaggio delle guardie

due palazImprovvisa e forte protesta dei detenuti della Casa circondariale Due Palazzi di Padova per denunciare il pestaggio di un ragazzo detenuto che poi si è suicidato.

La protesta, attuata con una “fermata all’aria“, è stata compiuta Venerdi 16 dopo che nelle sezioni era giunta la notizia della morte di Aziz Bouadili impiccatosi con i lacci delle scarpe il giorno prima, il giorno di ferragosto verso le 20.
Aziz marocchino di 21 anni, in carcere dal gennaio 2012, si è impiccato nella sua cella verso le 20 del 15 agosto. È stato soccorso, trasportato d’urgenza in ospedale e successivamente trasferito nella terapia intensiva del Sant’Antonio. Tre ore dopo, verso le 23, è stato dichiarato morto. Appena la notizia della morte di Aziz è arrivata alle orecchie dei detenuti, questi hanno deciso di mettere in atto, per il giorno dopo, una protesta per denunciare il durissimo pestaggio subito da Aziz da parte degli agenti della polizia penitenziaria (secondini) e che questo pestaggio sia stato il motivo del suicidio del ragazzo. La protesta si è conclusa con il rientro dei 200 detenuti nelle celle in tarda sera intorno alle 22 e soltanto dopo aver avuto assicurazioni dal pubblico ministero Federica Baccaglini di realizzare l’autopsia sul corpo del detenuto e di aprire un’inchiesta sulle cause del suicidio
sovraffLe condizioni del carcere Due Palazzi è oltre il limite dell’indecenza: 82 posti letto e una presenza di 240 detenuti, la gran parte non italiani stipati in nove all’interno di celle di 24 metri quadrati.

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…dove sono i compagni che ridevano?

Vanno ancora le ragazze e i ragazzi a bere il sidro

da Siever, dopo la scuola, alla fine di settembre?

O nel boschetto a raccogliere nocciole

nella fattoria di Aaron Hatfield quando

comincia a gelare?

Quante volte ho giocato per strada e sulle colline

con le ragazze e i ragazzi che ridevano

qSpoonuando il sole era basso e l’aria frizzante,

e mi fermavo a scuotere il noce

alto senza foglie contro l’ovest in fiamme.

Ora, l’odore del fumo autunnale

e le ghiande che cadono

e l’eco nelle valli

portano sogni di vita. Si librano sopra di me.

Mi domandano:

dove sono i compagni che ridevano?

Quanti sono qui con me, e quanti

negli antichi frutteti lungo la strada di Siever,

e nei boschi che sovrastano

le acque tranquille?

 [da: Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters- Hare Drummer]
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Buon ferragosto!

BUON FERRAGOSTO! Rilassatevi, riposatevi ma poi…

scimmie dormono

… svegliamoci e diamoci una mossa… e daje!!!

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La vicenda della LIP del 1973 fa ancora discutere

Il 14 agosto del 1973 la polizia francese interviene per sgomberare la fabbrica di orologi Lip di Besançon. Scontri, denunce e condanne per 32 lavoratori/trici. Il Tribunale dichiara illegittima la produzione autogestita e chiunque detenga o venda orologi autoprodotti verrà accusato di ricettazione. Il 15, ferragosto, gli operai vengono estromessi dalla fabbrica e si trasferiscono in una scuola per continuare la produzione degli orologi. Attorno alla scuola vengono organizzati comizi, manifestazioni, dibattiti. Ogni sera ci sono scontri tra dimostranti e polizia. Dopo qualche tempo la lotta della Lip si esaurisce lasciando aperto un dibattito forte e con punte polemiche all’interno della sinistra rivoluzionaria, non solo francese, se sia possibile o pura illusione realizzare momenti di produzione autogestita di merci in una realtà capitalistica e in regime di proprietà privata.
Una brevissima e schematica ricostruzione della lotta [in rete si trova molto materiale di questa lotta e delle polemiche che ne sono seguite, dai diversi punti di vista].

LIP1 La L.I.P. di Besançon una fabbrica specializzata nella fabbricazione di orologi (oltre cento anni di vita); con un settore che si occupa di meccanismi di precisione per le armi. Negli anni Sessanta la fabbrica impiegava circa 1300 persone: 1100 lavorano nella stessa Besançon (70 “cadres”, 180 tecnici e più di 800 operai, di cui 150 qualificati; l’età media è di 31 anni). Circa la metà era personale femminile.
Il tasso di sindacalizzazione era molto forte; la CFDT leggermente maggioritaria (16 delegati); la CGT presente con 13 delegati. I rapporti fra le due sezioni sindacali erano buoni, raramente divergenze.
A causa di errori di gestione del proprietario della L.I.P. la situazione finanziaria precipita e costringe a cercare dei prestiti presso le banche svizzere – che hanno dei forti interessi nell’industria orologiaia svizzera –; queste assumono il controllo prima del 16%, poi del 23% e infine del 43% del capitale sociale. Nel 1970 per due volte Fred Lip tenta di eliminare una filiale e di licenziare centinaia di operai e di bloccare i salari; i lavoratori rispondono con un blocco delle merci. Il clima sociale diviene teso a causa del rifiuto di accettare le rivendicazioni degli operai.
Al ritorno dalle vacanze del 1972 il nuovo Consiglio di Amministrazione rende noto al Consiglio di Fabbrica che la situazione è peggiorata; è necessario ricorrere ad aiuti da l’Istituto per lo Sviluppo Industriale Ma al principio del 1973 l’Istituto per lo Sviluppo Industriale non ha più fondi. È il 18 aprile quando la situazione precipita bruscamente: il Consiglio di Amministrazione si dimette, la Camera di Commercio nomina due amministratori provvisori, si blocca la situazione finanziaria con l’apertura di un nuovo conto.
Nel frattempo i due amministratori convocano le maestranze e dicono: “Siamo sulla stessa barca che fa acqua; mentre voi remerete vigorosamente, noi cercheremo di appoggiarvi!“. Le maestranze non credono alle favole e denunciano un piano di smantellamento. In seguito a questa notizia l’assemblea dei delegati decide di ritirarsi dalla produzione e di formare una delegazione permanente per mobilitare i lavoratori e organizzare la resistenza. Alcuni lavoratori particolarmente consapevoli delle prospettive aziendali convincono i delegati di dar vita a un organismo più vasto: nasce così il Comitato d’Azione che si ingrossa per tutto il periodo in cui si svolge la lotta raccogliendo un centinaio di lavoratori. È composto sia da iscritti ai sindacati sia da non iscritti, si riunisce ogni mattina con i delegati sindacali; il Comitato di Azione (C.A.) diviene rapidamente un collettivo di lavoro molto efficace. Non vi sono stati conflitti tra l’assemblea dei delegati sindacali e il C.A., anzi i LIP3delegati apprezzano particolarmente l’aiuto del secondo. Sarà questo organismo, dove iniziative e proposte venivano discusse, il vero motore della lotta.

Si decide di continuare il lavoro mantenendo viva la mobilitazione sulle parole d’ordine: “Niente licenziamenti e niente smantellamento della fabbrica“. Si decide anche di non timbrare più il cartellino. Scioperare o rallentare la produzione? In assemblea generale, dopo ampia discussione, si decise il rallentamento della produzione. Delegati sindacali e membri del C.A. si dividono in piccoli gruppi e vanno nei laboratori per convincere a rallentare la produzione e in seguito a lasciare i loro posti. A poco a poco molti lavoratori lasciano il loro posto sotto gli occhi dei capi reparto che continuano a segnare questi allontanamenti. Nella prima settimana di giugno, dopo una discussione in una cantina presso la mensa, tutti gli operai si allontanano dal proprio posto di lavoro.
Si porta la lotta all’esterno:occupazione delle strade, volantinaggi esplicativi e cortei silenziosi. Il 24 maggio 5000 persone manifestano a Besançon. La direzione tenta di reagire ma non ottiene alcun risultato. Il giorno prima, il 23 maggio, la direzione aveva inviato a ciascun dipendente una lettera personale nella quale gli si comunica che la direzione non garantiva né il lavoro né il salario; le lettere non erano uguali nel tentativo di dividere i lavoratori. Le lettere vengono ammucchiate e bruciate nella fabbrica. Il 28 maggio la direzione fa affiggere una comunicazione di servizio annunciando che, “a partire da oggi le ore pagate non saranno che quelle effettivamente lavorate“. Per essere pagati bisogna dunque restare al proprio posto di lavoro e timbrare il proprio cartellino. In risposta i lavoratori occupano i locali della direzione che in seguito a questo garantisce che i salari saranno pagati fino al 10 giugno.                                                                                                                                                Il Il 12 giugno si riunisce il Consiglio di Fabbrica con gli amministratori e tutto è ancora da decidere. La rappresentanza operaia ha preso le sue precauzioni: grazie ad un altoparlante l’assemblea generale dei lavoratori ascolta in diretta la trattativa. Gli amministratori provvisori annunciano poco dopo che non possono assicurare la paga. Il presidente della Camera di Commercio promette entro otto giorni una risposta precisa su delle proposte di acquisto. Ma i lavoratori, non credendo a queste promesse, invadono la sala di riunione e decidono di sequestrare la delegazione padronale.

LIP2Un documento scoperto rivela le vere intenzioni del Consiglio di Amministrazione: 200 licenziamenti immediati, 50 licenziamenti entro l’anno, 100 licenziamenti in seguito; da 200 a 500 persone saranno sistemate presso altre fabbriche; inoltre blocco dei salari per un anno, abbandono della scala mobile e delle altre conquiste. I primi licenziamenti sarebbero dovuti avvenire entro il 30 giugno. Gli amministratori smentiscono questo documento. Verso le 21.30 un commissario di polizia, con la sua sciarpa tricolore, si presenta e constata il sequestro; il prefetto minaccia i lavoratori di far intervenire la polizia. La porta è bloccata; si costruisce qualche barricata; la polizia arriva verso le 23.45, la porta è sfondata ma i poliziotti non possono attraversare i corridoi bloccati da più di 200 lavoratori e quindi si ritira. Con un grande spiegamento di forze arrivano i C.R.S.(polizia speciale = celerini francesi), la cui brutalità è nota.  Alcuni delegati per evitare lo scontro con i C.R.S. convincono di rilasciare gli amministratori provvisori, ma alcuni parabrezza delle camionette vanno in frantumi.

Nella notte fra il 12 e il 13 giugno si discute come continuare: alcuni, membri del C.A. e delegati, prendono l’iniziativa di “sequestrare” degli orologi come cauzione per i salari; nella stessa notte molti orologi per parecchie centinaia di milioni di vecchi franchi vengono nascosti nei dintorni. Il mattino del 13 giugno l’assemblea generale approva questo nuovo metodo di lotta. Tutti comprendono che si tratta di un passo decisivo.
Due giorni più tardi, il 15 giugno, tutta Besançon – compreso l’arcivescovo – sfila per la città; più di 15.000 persone manifestano, con tutte le saracinesche dei negozi abbassate, al suono delle campane delle chiese. Non si è mai vista una cosa simile nella regione!
Arrivano davanti alla prefettura, il corteo è caricato selvaggiamente dalla polizia che imperversa tutta la notte: lancio di lacrimogeni, invasioni di appartamenti, 180 le persone arrestate, ma solo tre sono operai della L.I.P.: è la prova della grande solidarietà territoriale. Il giornale “le Telegramme de Franche-Compté” esce col titolo: “Andatevene, signor prefetto!“.

Dopo questa manifestazione i lavoratori della L.I.P. decidono di vendere – e dunque fabbricare – orologi. Autogestione oppure, autodifesa? (Il dibattito e la polemica su questa scelta dei lavoratori Lip non si è mai placata). Il progetto viene discusso in assemblea generale ed adottato. Vengono nominate delle commissioni di lavoro: produzione, vendita, gestione, pubblicità e manutenzione della fabbrica.
Infine martedì 19 giugno alle ore 10 comincia la vendita. È un successo insperato: il primo giorno per 8 milioni di vecchi franchi, il secondo giorno per 14 milioni, il terzo giorno ancora per 14 milioni, ecc. Nel corso di una decina di giorni i salari sono assicurati: si cerca, con mille contraddizioni di applicare il principio comunista di pagare il salario sulla base dei bisogni e non per il lavoro prestato. Un tentativo che rinfocolerà ancor di più il dibattito e la polemica tra la sinistra rivoluzionaria in tutto il mondo: se sia possibile realizzare angoli di comunismo in una realtà, sempre più totalizzante, del capitalismo globale.

Forse sarebbe utile riprendere quel dibattito scaturito dalla vicenda Lip e da tante altre. Riprenderlo cercando di metter via le tante chiacchiere che girano oggi, basate sul nulla che non siano fogli di carta stampata. Esperienze concrete, come la Lip, sono state fatte da donne e uomini in carne e ossa e coscienza di classe e anche organizzati/e. E hanno lottato duramente -pagando di persona – e non organizzato convegni. Quelle esperienze non hanno avuto spazio, non hanno avuto seguito eppure vi era una forza notevole del movimento operaio dell’epoca, vi era consenso e la massiccia solidarietà di gran parte della popolazione circostante. C’è di che riflettere!

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Sull’introduzione del “reato di tortura” squallido compromesso al senato

Tortura2Il 3 settembre prossimo verrà esaminato dalla commissione Giustizia del Senato il testo unificato preparato dal relatore Enrico Buemi (Psi) per introdurre anche nel codice italiano il “reato di tortura”. Ma a differenza di quanto afferma la Convenzione dell’Onu contro la tortura del 1994: ” (…) qualsiasi atto mediante il quale sono intenzionalmente inflitti ad una persona dolore o sofferenze forti, fisiche o mentali al fine di segnatamente ottenere da essa o da una terza persona informazioni o confessioni, di punirla per un atto che essa o una terza persona ha commesso o è sospettata di aver commesso, di intimorirla o di far pressione su di lei o di intimidire od esercitare pressioni su una terza persona, o per qualunque altro motivo basato su una qualsiasi forma di discriminazione, qualora tale dolore o tali sofferenze siano inflitti da un funzionario pubblico o da qualsiasi altra persona che agisca a titolo ufficiale, o sotto sua istigazione, oppure con il suo consenso espresso o tacito.”, nelle trattative è prevalso uno squallido compromesso tra le forze politiche ed è venuta fuori la solita misera scappatoia. La norma ONU stabilisce esplicitamente che la tortura è quella effettuata soltanto da pubblici ufficiali, che agiscono in nome e per conto dello Stato, invece nel testo Buemi la tortura è riferita a persone generiche (si mette di mezzo la Mafia per tacitare ogni pensiero critico) e per i pubblici ufficiali è prevista solo un’aggravante. E’ un cambiamento decisivo, fondamentale, è tutta un’altra cosa! Critici il presidente dell’associazione Antigone Patrizio Gonnella: “Ne riduce l’impatto“, i senatori di Sel e il pd Luigi Manconi che avevano presentato dei ddl che recepivano in toto la Convenzione Onu.

Nel testo unificato si introducono così due nuovi articoli nel codice penale, il 613 bis e il 613 ter, secondo i quali commette reato di tortura chiunque con violenza, minacciando di adoperare o adoperando sevizie o infliggendo trattamenti disumani o degradanti la dignità umana, infligge acute sofferenze fisiche o psichiche ad una persona privata della libertà personale o non in grado di ricevere aiuto: la reclusione va dai 3 ai 10 anni.
Stessa pena a chi non fa nulla per impedirla. Se il fatto è commesso da un mafioso “la pena è aumentata”. Se invece è commesso da “un pubblico ufficiale o da un incaricato di pubblico servizio, nell’esercizio delle funzioni, la pena è aumentata della metà”.

Nel testo Buemi si prevede anche il reato di “Istigazione a commettere tortura“. E qui ad essere conseguenti si potrebbe  incriminare la gran parte dei parlamentari italiani perché più volte hanno esortato la forza pubblica ad usare le “maniere forti”.  Manon preoccupatevi, non succederà mai!

Anche in questa circostanza le istituzioni di questo paese continuano a precipitare nella più nera (nel senso di fascista) bassezza!

Sulla tortura vedi anche qui,   qui,   qui,   qui,   qui,  e altri post
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Sotto lo “svuota carceri” troviamo un nuovo “Pacchetto Sicurezza”

Nel post precedente, descrivendo l’approvazione del mal nominato decreto “svuota carceri”, ricordavamo che permetterà l’uscita di non più di 2.000, forse 3.000 detenuti/e dal carcere. Altrettanti non entreranno in carcere, ogni anno, grazie alla possibilità di accedere alle misure alternative direttamente all’atto della condanna (se inferiore a 3 anni oppure a 4; ma anche per la limitazione della detenzione preventiva che sarà riservata solo per i condannati per reati con un massimo non inferiore a 5 anni).

Un provvedimento davvero risibile e di scarsi risultati, eppure il governo e il parlamento spaventati da tanta magnanimità e per ristabilire l’equilibrio forcaiolo, hanno varato contemporaneamente un altro decreto, che non è altro che un ennesimo “pacchetto sicurezza”. Quest’ultimo porterà in galera più persone di quante ne “libererà” lo “svuota carceri”, così il buon sovraffollamento delle carceri italiane sarà ristabilito e forse aumenterà (i costruttori di galere dagli alti profitti si fregano le mani soddisfatti!).

manettevedete un po’ voi:

a=viene sbloccato il finanziamento per il pagamento degli straordinari a poliziotti e carabinieri: 231 milioni di euro al ministero dell’Interno;

b=per tre anni sarà consentito l’arresto differito di tifosi in occasione di manifestazioni calcistiche e sportive;

c=vengono inasprite le pene per la rapina se commessa a danno di persone over 65, o in presenza di minori e, oltre che in casa, anche in altri luoghi di cosiddetta “minorata difesa”. Più severe anche le pene per la ricettazione se la refurtiva proviene da rapina aggravata o estorsione;

d=il furto di rame, di componenti metalliche e di altri materiali pregiati, viene punito con condanne pesantissime;

e=come se non bastasse, verranno utilizzati per il controllo del territorio, anche le forze armate (1.250 unità) anche per compiti diversi dai servizi di perlustrazione e pattugliamento (quali saranno questi nuovi servizi???).

Diciamoci la verità: questo è veramente un “bel paese”, se solo lo si cambiasse totalmente facendolo… nuovo e diverso, molto diverso!!! 

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Non si svuotano così le carceri…nemmeno un po’

Se non avete nulla di meglio da fare in queste giornate di caldissimo agosto, e volete misurare il degrado della cultura delle classi dirigenti, potete seguire il dibattito svolto al senato e alla camera sul cosiddetto provvedimento “svuota carceri” giunto alla sua definitiva approvazione poche ore fa:

così l’Ansa, di un’ora fa (8 agosto 2013)
Il Senato ha approvato il cosiddetto decreto “svuota carceri” con 195 sì e 57 no. Il disegno di legge di conversione è ora definitivo. La seduta – dove il decreto è stato votato in seconda lettura dopo essere stato approvato e modificato alla Camera lunedì scorso – è stata caratterizzata dalla bagarre dei senatori della Lega.
Armati di fischietto, i parlamentari del Carroccio hanno sventolato verso i banchi del governo il cartellino rosso e uno striscione: “Basta inganni e illusioni, governo Letta a casa subito!”.
Alla protesta si ricollegano le parole pronunciate dal segretario leghista e presidente della Regione Lombardia Roberto Maroni: “Il problema del sovraffollamento delle carceri non si risolve con il decreto svuota carceri né con l’amnistia: se si pensa di proporre l’amnistia si sappia che ci sarà altro che Vietnam o Afghanistan da parte della Lega Nord” ha affermato Maroni in conferenza stampa a Montecitorio. “Il modo molto più efficiente per svuotare le carceri, l’unica vera soluzione è quella che i cittadini extracomunitari scontino la pena nelle carceri di casa loro, nel paese di origine”.

Che volete commentare? Eccola la devastazione, stavolta delle istituzioni!

Intanto il nome: chi ha dato il nome di “decreto svuota carceri” a un provvedimento che, stravolto dallo squallore parlamentare, in conclusione anticiperà di qualche mese l’uscita dal carcere per non più di mille o duemila persone, meriterebbe l’Oscar per l’imbecillità! Per non parlare dei discorsi, sopra riportati dei tromboni forcaioli sfiatati leghisti insieme ai fascisti di “fratelli d’Italia” cui si sono uniti con discorsi di una stupidità disarmante i “nuovi” del M5S che hanno dimostrato di non capire nulla di carcere, di diritti delle persone recluse, di giustizia.

Comunque si tratta dell’ennesima scrittura di norme già esistenti (vedi post precedente) e che da tempo dovrebbero guidare la “normale procedura improntata al buon senso” per chi decide sulla libertà di altri. Ossia: perché far entrare in carcere chi -secondo le leggi esistenti- potrebbe scontare la condanna in misura alternativa? Intanto le carceri resteranno sovraffollate, le detenute e i detenuti non condannati, cioè innocenti, continueranno ad essere gettati in carcere in percentuali del 40%. E la miseria forcaiola continuerà.

Il punto è sempre quello: così come l’economia NON è uguale per tutti, non lo è nemmeno la giustizia, né il benessere, né la sicurezza, né il progresso, ecc., ecc.

Non abbiamo bisogno di altre testimonianze di desolazione dopo le parole di Maroni e accoliti per indignarci. Abbiamo bisogno di metterci sul serio al lavoro, mobilitandoci nelle piazze e nelle carceri per imporre una critica radicale al sistema della pena, dell’espiazione e del carcere (parole che nascondono una realtà indegna e disumana).

FUORI TUTTE E TUTTI  e di corsaEVASIONE!!!

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