La vicenda della LIP del 1973 fa ancora discutere

Il 14 agosto del 1973 la polizia francese interviene per sgomberare la fabbrica di orologi Lip di Besançon. Scontri, denunce e condanne per 32 lavoratori/trici. Il Tribunale dichiara illegittima la produzione autogestita e chiunque detenga o venda orologi autoprodotti verrà accusato di ricettazione. Il 15, ferragosto, gli operai vengono estromessi dalla fabbrica e si trasferiscono in una scuola per continuare la produzione degli orologi. Attorno alla scuola vengono organizzati comizi, manifestazioni, dibattiti. Ogni sera ci sono scontri tra dimostranti e polizia. Dopo qualche tempo la lotta della Lip si esaurisce lasciando aperto un dibattito forte e con punte polemiche all’interno della sinistra rivoluzionaria, non solo francese, se sia possibile o pura illusione realizzare momenti di produzione autogestita di merci in una realtà capitalistica e in regime di proprietà privata.
Una brevissima e schematica ricostruzione della lotta [in rete si trova molto materiale di questa lotta e delle polemiche che ne sono seguite, dai diversi punti di vista].

LIP1 La L.I.P. di Besançon una fabbrica specializzata nella fabbricazione di orologi (oltre cento anni di vita); con un settore che si occupa di meccanismi di precisione per le armi. Negli anni Sessanta la fabbrica impiegava circa 1300 persone: 1100 lavorano nella stessa Besançon (70 “cadres”, 180 tecnici e più di 800 operai, di cui 150 qualificati; l’età media è di 31 anni). Circa la metà era personale femminile.
Il tasso di sindacalizzazione era molto forte; la CFDT leggermente maggioritaria (16 delegati); la CGT presente con 13 delegati. I rapporti fra le due sezioni sindacali erano buoni, raramente divergenze.
A causa di errori di gestione del proprietario della L.I.P. la situazione finanziaria precipita e costringe a cercare dei prestiti presso le banche svizzere – che hanno dei forti interessi nell’industria orologiaia svizzera –; queste assumono il controllo prima del 16%, poi del 23% e infine del 43% del capitale sociale. Nel 1970 per due volte Fred Lip tenta di eliminare una filiale e di licenziare centinaia di operai e di bloccare i salari; i lavoratori rispondono con un blocco delle merci. Il clima sociale diviene teso a causa del rifiuto di accettare le rivendicazioni degli operai.
Al ritorno dalle vacanze del 1972 il nuovo Consiglio di Amministrazione rende noto al Consiglio di Fabbrica che la situazione è peggiorata; è necessario ricorrere ad aiuti da l’Istituto per lo Sviluppo Industriale Ma al principio del 1973 l’Istituto per lo Sviluppo Industriale non ha più fondi. È il 18 aprile quando la situazione precipita bruscamente: il Consiglio di Amministrazione si dimette, la Camera di Commercio nomina due amministratori provvisori, si blocca la situazione finanziaria con l’apertura di un nuovo conto.
Nel frattempo i due amministratori convocano le maestranze e dicono: “Siamo sulla stessa barca che fa acqua; mentre voi remerete vigorosamente, noi cercheremo di appoggiarvi!“. Le maestranze non credono alle favole e denunciano un piano di smantellamento. In seguito a questa notizia l’assemblea dei delegati decide di ritirarsi dalla produzione e di formare una delegazione permanente per mobilitare i lavoratori e organizzare la resistenza. Alcuni lavoratori particolarmente consapevoli delle prospettive aziendali convincono i delegati di dar vita a un organismo più vasto: nasce così il Comitato d’Azione che si ingrossa per tutto il periodo in cui si svolge la lotta raccogliendo un centinaio di lavoratori. È composto sia da iscritti ai sindacati sia da non iscritti, si riunisce ogni mattina con i delegati sindacali; il Comitato di Azione (C.A.) diviene rapidamente un collettivo di lavoro molto efficace. Non vi sono stati conflitti tra l’assemblea dei delegati sindacali e il C.A., anzi i LIP3delegati apprezzano particolarmente l’aiuto del secondo. Sarà questo organismo, dove iniziative e proposte venivano discusse, il vero motore della lotta.

Si decide di continuare il lavoro mantenendo viva la mobilitazione sulle parole d’ordine: “Niente licenziamenti e niente smantellamento della fabbrica“. Si decide anche di non timbrare più il cartellino. Scioperare o rallentare la produzione? In assemblea generale, dopo ampia discussione, si decise il rallentamento della produzione. Delegati sindacali e membri del C.A. si dividono in piccoli gruppi e vanno nei laboratori per convincere a rallentare la produzione e in seguito a lasciare i loro posti. A poco a poco molti lavoratori lasciano il loro posto sotto gli occhi dei capi reparto che continuano a segnare questi allontanamenti. Nella prima settimana di giugno, dopo una discussione in una cantina presso la mensa, tutti gli operai si allontanano dal proprio posto di lavoro.
Si porta la lotta all’esterno:occupazione delle strade, volantinaggi esplicativi e cortei silenziosi. Il 24 maggio 5000 persone manifestano a Besançon. La direzione tenta di reagire ma non ottiene alcun risultato. Il giorno prima, il 23 maggio, la direzione aveva inviato a ciascun dipendente una lettera personale nella quale gli si comunica che la direzione non garantiva né il lavoro né il salario; le lettere non erano uguali nel tentativo di dividere i lavoratori. Le lettere vengono ammucchiate e bruciate nella fabbrica. Il 28 maggio la direzione fa affiggere una comunicazione di servizio annunciando che, “a partire da oggi le ore pagate non saranno che quelle effettivamente lavorate“. Per essere pagati bisogna dunque restare al proprio posto di lavoro e timbrare il proprio cartellino. In risposta i lavoratori occupano i locali della direzione che in seguito a questo garantisce che i salari saranno pagati fino al 10 giugno.                                                                                                                                                Il Il 12 giugno si riunisce il Consiglio di Fabbrica con gli amministratori e tutto è ancora da decidere. La rappresentanza operaia ha preso le sue precauzioni: grazie ad un altoparlante l’assemblea generale dei lavoratori ascolta in diretta la trattativa. Gli amministratori provvisori annunciano poco dopo che non possono assicurare la paga. Il presidente della Camera di Commercio promette entro otto giorni una risposta precisa su delle proposte di acquisto. Ma i lavoratori, non credendo a queste promesse, invadono la sala di riunione e decidono di sequestrare la delegazione padronale.

LIP2Un documento scoperto rivela le vere intenzioni del Consiglio di Amministrazione: 200 licenziamenti immediati, 50 licenziamenti entro l’anno, 100 licenziamenti in seguito; da 200 a 500 persone saranno sistemate presso altre fabbriche; inoltre blocco dei salari per un anno, abbandono della scala mobile e delle altre conquiste. I primi licenziamenti sarebbero dovuti avvenire entro il 30 giugno. Gli amministratori smentiscono questo documento. Verso le 21.30 un commissario di polizia, con la sua sciarpa tricolore, si presenta e constata il sequestro; il prefetto minaccia i lavoratori di far intervenire la polizia. La porta è bloccata; si costruisce qualche barricata; la polizia arriva verso le 23.45, la porta è sfondata ma i poliziotti non possono attraversare i corridoi bloccati da più di 200 lavoratori e quindi si ritira. Con un grande spiegamento di forze arrivano i C.R.S.(polizia speciale = celerini francesi), la cui brutalità è nota.  Alcuni delegati per evitare lo scontro con i C.R.S. convincono di rilasciare gli amministratori provvisori, ma alcuni parabrezza delle camionette vanno in frantumi.

Nella notte fra il 12 e il 13 giugno si discute come continuare: alcuni, membri del C.A. e delegati, prendono l’iniziativa di “sequestrare” degli orologi come cauzione per i salari; nella stessa notte molti orologi per parecchie centinaia di milioni di vecchi franchi vengono nascosti nei dintorni. Il mattino del 13 giugno l’assemblea generale approva questo nuovo metodo di lotta. Tutti comprendono che si tratta di un passo decisivo.
Due giorni più tardi, il 15 giugno, tutta Besançon – compreso l’arcivescovo – sfila per la città; più di 15.000 persone manifestano, con tutte le saracinesche dei negozi abbassate, al suono delle campane delle chiese. Non si è mai vista una cosa simile nella regione!
Arrivano davanti alla prefettura, il corteo è caricato selvaggiamente dalla polizia che imperversa tutta la notte: lancio di lacrimogeni, invasioni di appartamenti, 180 le persone arrestate, ma solo tre sono operai della L.I.P.: è la prova della grande solidarietà territoriale. Il giornale “le Telegramme de Franche-Compté” esce col titolo: “Andatevene, signor prefetto!“.

Dopo questa manifestazione i lavoratori della L.I.P. decidono di vendere – e dunque fabbricare – orologi. Autogestione oppure, autodifesa? (Il dibattito e la polemica su questa scelta dei lavoratori Lip non si è mai placata). Il progetto viene discusso in assemblea generale ed adottato. Vengono nominate delle commissioni di lavoro: produzione, vendita, gestione, pubblicità e manutenzione della fabbrica.
Infine martedì 19 giugno alle ore 10 comincia la vendita. È un successo insperato: il primo giorno per 8 milioni di vecchi franchi, il secondo giorno per 14 milioni, il terzo giorno ancora per 14 milioni, ecc. Nel corso di una decina di giorni i salari sono assicurati: si cerca, con mille contraddizioni di applicare il principio comunista di pagare il salario sulla base dei bisogni e non per il lavoro prestato. Un tentativo che rinfocolerà ancor di più il dibattito e la polemica tra la sinistra rivoluzionaria in tutto il mondo: se sia possibile realizzare angoli di comunismo in una realtà, sempre più totalizzante, del capitalismo globale.

Forse sarebbe utile riprendere quel dibattito scaturito dalla vicenda Lip e da tante altre. Riprenderlo cercando di metter via le tante chiacchiere che girano oggi, basate sul nulla che non siano fogli di carta stampata. Esperienze concrete, come la Lip, sono state fatte da donne e uomini in carne e ossa e coscienza di classe e anche organizzati/e. E hanno lottato duramente -pagando di persona – e non organizzato convegni. Quelle esperienze non hanno avuto spazio, non hanno avuto seguito eppure vi era una forza notevole del movimento operaio dell’epoca, vi era consenso e la massiccia solidarietà di gran parte della popolazione circostante. C’è di che riflettere!

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5 risposte a La vicenda della LIP del 1973 fa ancora discutere

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  2. vittoria oliva ha detto:

    me lo sono copiato, un caro saluto Aalvo

  3. vittoria oliva ha detto:

    Salvo, fa troppo caldo 😉 e sbaglio

  4. gianni landi ha detto:

    Importante ed emblematica vicenda della lotta di classe che andrebbe attualizzata con la svolta che si è determinata nell’ambito di tutte, o quasi, le produzioni autoctone quando i vari amministratori delegati hanno iniziato a spostare la produzioni verso Sud America, Est Europa, Cina, Medio Oriente ed India, dove la manodopera ha costi stralciati ed usufruiscono di investimenti statali, sconti sulle tasse ed assenza di diritti sindacali. Sarebbe anche interessante sapere ed approfondire che cosa ne pensano, anche oggi,le maestranze operaie ed impiegatizie riguardo alla autogestione ed auto organizzazione dei posti di lavoro perchè dopo il fallimento del “comunismo di Stato”, in senso lato, mi pare che dovremmo dare una risposta concreta su come procedere in futuro. Non è per niente semplice, ma se non troviamo una soluzione a questi due aspetti del problema si gira a vuoto. Ci sono state esperienze di autogestione proprio in Francia in una fabbrica di occhiali (???), ma non ricordo come finirono. Gianni Landi

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