14 febbraio 1950: la polizia spara sui braccianti in Puglia

1949, 1950: anni di dura restaurazione capitalista guidata dalla democrazia cristiana con l’utilizzo dell’apparato di stato delle forze di polizia traghettate dal regime fascista

14 febbraio 1950 Seclì in provincia di Lecce circa 2000 abitanti, situato nel versante occidentale del Salento, tra la Serra di Cutrofiano e la Serra dei Campi Latini
Tra la fine il 1949 e il 1951 i braccianti pugliesi, mobilitati dalla Federbraccianti, portano avanti una dura lotta per la concessione delle terre incolte, con scioperi, cortei e occupazioni di terreni. Nel dicembre 1949 iniziano le manifestazioni e le lotte nella zona dell’Arneo nel Salento e di altre zone della provincia: oltre 40.000 ettari di terre NON coltivate di proprietà di latifondisti; 23.000 ettari di proprietà di sole 81 famiglie; 20.000 braccianti e contadini nella zona dell’Arneo disoccupati vivono in assoluta povertà. In Puglia la disoccupazione supera il 50%.

I contadini senza terra e i braccianti decidono di occupare il latifondo del marchese Tamborrino di Maglie. Sono le terre dell’Arneo tra Nardò, Copertino e Veglie. Le occupazioni delle terre e le manifestazioni guidate dalla Federbraccianti e dalle Leghe e hanno carattere “rivendicativo”, ossia puntano a far inserire le terre dell’Arneo nella Legge di Riforma Agraria in discussione in Parlamento. Dunque sono simboliche, si occupa, si sta lì qualche giorno, si aspettano assicurazioni da parte dei politici, poi si disoccupa.

La repressione poliziesca colpisce duramente, usando anche le armi da fuoco. In una manifestazione a Seclì, cittadina di 2000 abitanti in provincia di Lecce, un bracciante di 31 anni Antonio Micali viene colpito da raffiche di mitra all’addome e morirà dopo alcuni giorni (sulla morte del Micali vi sono versioni contrastanti, alcuni dicono che non sia poi morto). Comunque questa la pagina dell’Unità del 14 gennaio: unit_14_febbraio_1950_edizione_nazionale

La lotta si inasprisce e le occupazioni successive assumono un carattere diverso. Ora i braccianti e i contadini occupano per starci: spietrano le terre, le dividono tra loro e le mettono a coltivazione. Il governo coglie la “novità” di un “contropotere” in atto, di una riappropriazione effettiva, si preoccupa e decide di rispondere col massimo della ferocia repressiva. Scelba, ministro dell’interno, dispiega migliaia di armati. L’ordine è preciso: stroncare l’occupazione con manganelli, bombe fumogene e, se serve, con armi da fuoco. Per terrorizzare la popolazione, grazie alla collaborazione del ministro della difesa, utilizza perfino un aeroplano da guerra, contro braccianti armati di sole zappe e roncole. Fra il 28 dicembre 1950 e il tre gennaio 1951 si ebbero gli scontri più accesi: tre giorni ci vollero alle forze armate di polizia per sgombrare, con decine di feriti showimg2e oltre cento arrestati. Poi vennero i processi e la galera, ma le terre dell’Arneo furono inserite, in parte, nella riforma agraria. Una riforma che non raccoglieva nemmeno un po’ le richieste dei braccianti.

Fu necessario dunque riprendere la lotta.

Pubblicato in Movimenti, Repressione | Contrassegnato , , , , , , , , , , , | 2 commenti

Giornata del ricordo. Foibe: festival del revisionismo dello stato e dei partiti

Giornata del ricordo. Foibe: festival del revisionismo di stato e dei partiti

lager3Con la Legge 30 marzo 2004 n.92 il Parlamento ha dichiarato il 10 febbraio “Giornata del Ricordo”. In realtà un tentativo di squallido revisionismo sulla storia dell’occupazione dell’esercito italiano della Jugoslavia e delle attività militari nei territori dei confini orientali; una riscrittura falsificata utile agli inciuci nazionalisti unitari della politica dell’oggi .

Col passare degli anni la storiografia “progressista”, invece di fare chiarezza sulle menzogne di marca fascista e neoirredentista, si è invece appiattita su di esse, e troviamo oggidì sindaci “progressisti”, storici “democratici” ed esponenti del centrosinistra sostenere le stesse tesi che fino a dieci – quindici anni fa erano patrimonio esclusivo degli ambienti della destra più retriva, con l’unica differenza che dalla “causa etnica” (“infoibati sol perché italiani”) si è passati a quella “politica” (“infoibati perché contrari al comunismo titoista”). Tutto ciò ovviamente è strumentale alla demonizzazione del comunismo.

lager2«La storia viene usata per l’oggi, per le esigenze politiche attuali. Si tratta di una campagna di intossicazione delle coscienze con ri-scritture, reinterpretazioni e falsità belle e buone, funzionali, da una parte, alla mobilitazione nazionalista, alla diffusione di stereotipi sciovinisti e razzisti, assunti ormai anche da buona parte del ceto politico di sinistra;dall’altra, alla criminalizzazione di chi oggi non si piega alle compatibilità del sistema capitalista. Tale campagna si concretizza anche nella legittimazione dei fascisti odierni, che diventano portatori di una ideologia come le altre. Una ideologia dell’ordine, della sicurezza, autoritaria, fatta propria da buona parte del ceto politico autodefinitosi democratico. In questi anni molti si sono resi conto del significato della giornata del Ricordo e molte sono state le iniziative per combattere questa campagna di intossicazione. È, però, necessario combattere con maggior efficacia, unendo le forze e le conoscenze». [Dalla quarta di copertina del libro: Foibe, revisionismo di stato e amnesie della repubblica. Ed Kappa Vu 2008]

«Per troppi decenni, sulle foibe, si sono scritte le menzogne più infami, dimenticando che nei Balcani il lavoro sporco lo hanno compiuto interamente gli italiani, seguendo precise direttive dei più bei nomi del gotha dell’esercito di Mussolini». [ Angelo Del Boca pag 21 Foibe, revisionismo di stato e amnesie della repubblica. Ed Kappa Vu 2008]

rab1«Durante l’occupazione dall’11 aprile 1941 all’8 settembre 1943 gli invasori italiani, nella sola provincia di Lubiana hanno fucilato 1.000 ostaggio, ammazzato proditoriamente oltre 8.000 persone, fra le quali alcune erano state prosciolte dal famigerato tribunale militare di guerra di Lubiana; incendiarono 3.000 case, deportarono nei vari campi di concentramento in Italia oltre 35.000 persone, uomini, donne e bambini, e devastarono completamente 800. Attraverso la questura di Lubiana passarono decine di migliaia di sloveni. Là furono sottoposti alle più orrendi torture, donne vennero violentate e maltrattate a morte. Il tribunale militare di Lubiana pronunciò molte condanne all’ergastolo e alla reclusione, cosicché nel solo campo di Arbe perirono di fame più di 4.500 persone. [Di Sante, Italiani senza onore, citato in Angelo del Boca, Italiani brava gente?]

Intervista con lo storico Sandi Volk sul Revisionismo di stato, sulle falsificazione delle Foibe e sulla giornata del ricordo. [Storico si occupa di storia contemporanea del confine orientale italiano con particolare riguardo alla questione dei profughi istriani e dalmati. Ha pubblicato numerosi saggi tra lager1cui: Esuli a Trieste. Bonifica nazionale e rafforzamento dell’italianità sul confine orientale- Ed. Kappa Vu, 2004]

ascolta qui

KersevIntervento di Alessandra Kersevan. [Ricercatrice di storia dello studio della storia del Novecento delle terre del confine orientale. Nel 2003 ha pubblicato una dettagliata ricerca su: Uncampo di concentramento fascista. Gonars 1942-1943. Nel 2008 ha pubblicato: Lager italiani. Pulizia etnica e campi di concentramento fascisti per civili jugoslavi, 1941-1943. Nel 1995 ha pubblicato il dettagliato studio su una delle più controverse vicende della Resistenza italiana: Porzus. Dialoghi sopra un processo da rifare].

ascolta qui

Sulla giornata del ricordo e sui lager italiani in Jugoslavia vedi anche quiqui  qui,   qui,

Pubblicato in colonialismo/imperialismo italiano, Repressione dello Stato | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , | 6 commenti

Perché bisogna chiudere i C.I.E.?

Considerazioni sui CIE

bocche cuciteLe proteste che da qualche anno, e con sempre maggiore intensità, scuotono i Centri di Identificazione e di Espulsione (CIE), atti di autolesionismo come le bocche cucite, fino a vere rivolte con distruzione delle suppellettili, ci pongono degli impegni che non possiamo eludere.

Il primo impegno è quello di moltiplicare gli sforzi di organizzazione e di lotta in ogni territorio dove c’è un Cie per chiudere definitivamente questi obbrobri.

Il secondo impegno è capire il ruolo effettivo che i Cie svolgono oggi nella gestione dei flussi migratori. O per dir meglio nella gestione della forza lavoro immigrata. Un’attenta analisi ci permetterà di migliorare l’apporto del movimento alla lotta che questa popolazione reclusa sta praticando.

Per capire la funzione dei Cie dobbiamo riprendere in considerazione quella del carcere, ripercorrere i motivi che del carcere hanno determinato la nascita, la sua storia e a cosa è servito. Il carcere è ormai da troppo tempo esclusivo terreno di lamentele, e solo quelle: si recrimina per il sovraffollamento e l’abbandono del ruolo di “educatore dei devianti” (sic!), ruolo assegnatole e previsto dalla Costituzione, dicono e sembrano convinti/e.

Parlare di Cie oggi significa parlare del rapporto tra Cie e Carcere. Tralasciamo, oltre le lamentele sopra citate, anche quelle dei “buonisti” sulla critica al Cie perché lì dentro vi sono sbattute persone “innocenti”, come a dire che è bene che in carcere ci stiano quelle e quelli che hanno violato la legge.

Il carcere, è bene ricordarlo, è nato col preciso ruolo di regolare e disciplinare la forza lavoro. È perfino banale ricordarlo, poiché la gran parte dei testi fondamentali sul carcere di questo aspetto trattano (tra i tanti uno per tutti, il classico Pena e struttura sociale di Georg Rusche, Otto Kirchheimer), senza dimenticare le ulteriori funzioni che la galera ha svolto, oltre quello di regolatore della forza lavoro (anche qui, su un altro versante, un altro classico, Il Carcere immateriale, la detenzione come fabbrica di handicap, di Ermanno Gallo e Vincenzo Ruggiero, che ha esplorato altri campi sui quali il sistema detentivo ha operato a favore dei sistemi di potere, senza però svilirne il ruolo legato allo sfruttamento capitalista). Non possiamo ignorare il ruolo che il carcere ha avuto e ha nel governo della paura, né quello di farmaco placebo contro la difficoltà di vita via via crescenti, e tante altre funzioni. Ma la prima, la regolazione e disciplinamento della forza lavoro è rimasta centrale.

Poi qualcosa si è modificata nella realtà dei paesi industrializzati, quelli che avevano visto nascere il carcere Cie2come regolatore della erogazione della forza lavoro. La crescita dell’immigrazione proveniente dai paesi devastati dalle guerre o dall’impoverimento procurato dalla rapine delle multinazionali, ha visto picchi altissimi che hanno interessato anche paesi del sud Europa, Italia, Grecia, Spagna, relativamente nuove a questi fenomeni e ha messo in moto la necessità di regolare, non tanto questi flussi, ma questa forza lavoro.

È del 1990 la legge Martelli che mette mano alle espulsioni come strumento ordinario di contrasto dell’immigrazione cosiddetta clandestina e affida ai Prefetti il compito di firmare le espulsioni. Prima esisteva il “foglio di via obbligatorio”, con il quale il Prefetto ordinava allo straniero di allontanarsi dal territorio nazionale, ordine che per lo più veniva ignorato. Esisteva anche l’espulsione ma solo con la firma de Ministro degli Interni.

Nel 1995, il “decreto Dini” (D.L. 18 novembre 1995, n. 489 – modifica alla legge Martelli) prevede l’obbligo di dimora per gli stranieri in attesa di espulsione. È una prima violazione della libertà personale per chi ha in corso procedure di allontanamento.

Nel 1997, il Governo Prodi presenta alla Camera il disegno di legge n. 3240, noto come “legge Turco-Napolitano” (legge n. 40 del 6 Marzo 1998, poi nel Testo Unico sull’Immigrazione di cui al decreto legislativo 286 del 25 Luglio 1998). È la Turco-Napolitano che inventa l’istituto dei CPT: «Quando non e’ possibile eseguire con immediatezza l’espulsione», si legge al comma 1 dell’art. 12, «perché occorre procedere […] ad accertamenti supplementari in ordine all’identità o nazionalità [dello straniero], […] il questore dispone che lo straniero sia trattenuto per il tempo strettamente necessario presso il centro di permanenza temporanea e assistenza più vicino»

Al carcere è rimasto il compito di raccoglie gli scarti, quelli che non servono, quelli inutilizzabili -per ora – dalla produzione capitalista. Così il carcere ha partorito il suo prolungamento: il Centro di Identificazione e di Espulsione). Spetta al Cie oggi il compito di regolare il rapporto offerta-domanda della forza lavoro. Dunque il ruolo che i Cie hanno assunto negli ultimi due decenni è quello di regolare l’afflusso di forza lavoro a buon mercato. Non però di “regolatore dei flussi”, come cianciano qua e là sui media i cosiddetti esperti, ma come “regolatore del prezzo” della forza lavoro (FL), regolandone l’afflusso” nel mercato della FL, nel rapporto domanda-offerta mantenendo quest’ultima un po’ sopra le esigenze di inserimento lavorativo, con una “quota di irregolari” ricattati, inclusi nel processo produttivo ma esclusi da ogni diritto sia come lavoratori sia come cittadini (derubandoli oltre che del salario diretto sulla busta paga, anche del salario differito, del salario indiretto, della malattia, dell’assicurazione antinfortunistica, ecc.).

É proprio di questi giorni la proposta dell’Udc (Unione democratico di centro) di reintrodurre lo statuto di stagionale (un ritorno alla barbarie di qualche decennio fa), una sorta di immigrazione di massa flessibile per permettere a certi rami economici di disporre della manodopera necessaria, senza che vi sia nessuna garanzia di insediamento, di ricongiungimento familiare o per una presa a carico da parte dell’assicurazione disoccupazione. Una situazione molto simile, per non dire identica, al sistema cinese dei “dormitori” nelle zone di insediamento delle fabbriche multinazionali, ma anche nei “compounds” adiacenti alle miniere dove i minatori del Sudafrica dopo essersi liberati dell’Apartheid sono ancora schiavizzati dal profitto capitalistico.

Proprio come era il carcere ai suoi albori. Il carcere rinchiudeva i vagabondi, gli inadatti, gli asociali e li conteneva, evitando che crescessero troppo abbattendo eccessivamente il costo della forza lavoro; li disciplinava adeguandoli al regime di fabbrica e della città per poi rimetterli sul mercato quando un incremento dell’offerta di fronte a una crescita della domanda industriale o bracciantile di braccia serviva a tenere basso il costo della FL.

Cie1Che la crescita frequente, o la diminuzione, più rara, della popolazione prigioniera c’entrasse assai poco con la crescita o la diminuzioni dei reati, ne è consapevole perfino chi siede nei banchi della scuola dell’obbligo; evidentemente la crescita o la diminuzione delle presenza in carcere c’entra assai più con le necessità del mercato della forza lavoro. È sufficiente dare uno sguardo ai dati: nei primi anni Settanta la popolazione carceraria oscillava tra 31.000 e 36.000 presenze e non si può dire che non ci fosse un bel po’ di turbolenza in giro per il paese, oggi nelle carceri ce ne sono oltre 64.000 in un paese sostanzialmente tranquillo che, nell’anno appena trascorso, il 2013, segna il numero più basso di “reati contro la persona” fin da quel famigerato 1861, nascita dell’unità d’Italia.

Nel 2002, con la legge “Bossi-Fini” (legge 189/2002 – entrata in vigore il 10 Settembre 2002) i CPT diventano ancora più indispensabili per eseguire i provvedimenti di allontanamento. Il tempo massimo di permanenza in un CPT viene aumentato da trenta a sessanta giorni. Successivamente la permanenza viene aumentata a sei mesi e, con il decreto legge varato dal Consiglio dei ministri n. 143 del 16 giugno 2011, si allunga ulteriormente la permanenza fino a 18 mesi, un anno e mezzo. Nel contempo il termine cambia da Cpt in Cie (Centri di Identificazione ed Espulsione).

Col decreto-sicurezza approvato il 1 Novembre 2007 si estende la misura del trattenimento persino ad alcune categorie di cittadini comunitari.

Dal 1998 al 2012, “su 169.126 persone internate nei centri sono state soltanto 78.081 (il 46,2 per cento del totale) quelle effettivamente rimpatriate”. Per chi vuole fare i conti è bene sapere che la gestione dei centri costa allo Stato non meno di 55 milioni di euro l’anno.

Adesso proviamo a metterci nei panni, difficoltosi, di chi sta dentro i Cie e analizziamo la condizione dei reclusi e delle recluse. A differenza del carcere, nei Cie non c’è una tradizione di lotte e di proteste in grado di trasmettersi da recluso a recluso. Questo accumulo di conoscenze si sta formando solo in questi anni. Ma c’è una particolarità nei Cie. Per quanto siano stati prolungati vigliaccamente i tempi di permanenza fino a 18 mesi, non potrà realizzarsi, come in carcere, la trasmissione di memoria della protesta e dell’organizzazione che nelle galere veniva veicolata prevalentemente dai detenuti di lungo corso, quelli che stando in carcere molti anni accumulavano una quantità di conoscenza enorme, accoglievano e istruivano i nuovi arrivati (una buona pratica che purtroppo sta scomparendo). Nonostante ciò avevano bisogno di rapporti con l’esterno per la comunicazione, l’organizzazione e la lotta. Rapporto con l’esterno che si è dimostrato decisivo nel far crescere la lotta quando questo è stato forte e solidale, altrettanto decisivo è stato quando è venuto meno. Nei Cie questo rapporto con l’esterno è ancor più necessario, è indispensabile sia perché i Cie sono di recente formazione (1998), sia per l’elevato tasso di turn-over. Ciò riguarda anche l’accumulo e la trasmissione delle tecniche di conoscenza della struttura e della sorveglianza, così come delle questioni normative, insomma di tutto quel bagaglio che serve a rafforzare la volontà di resistenza e di ribellione.

Lottare contro i Cie e per la loro chiusura, non è solo un atto di solidarietà, è anche quello ma non solo! È anche una difesa delle nostre condizioni di vita. Se è vero che i Cie servono a regolare il mercato della forza lavoro, facendone scendere sempre di più il prezzo che i padroni pagano, questo abbassamento si ripercuote su l’insieme dei salari e stipendi, anche sui nostri, abbassandoli ulteriormente e rendendoli sempre più precari. È una legge ferrea del capitalismo: o si lotta o si soccombe!

Intensifichiamo la lotta contro i Cie, per la loro chiusura!

Aboliamo tutte le galere!

Pubblicato in Carcere, Repressione dello Stato | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

SOCCORSO ROSSO – Storie Contro le Galere

Ven 07/02/14: SOCCORSO ROSSO || Storie Contro le Galere

soccorsorosso_web_wp-212x300SOCCORSO ROSSO

Storie Contro le Galere

Una serata benefit a sostegno delle spese mediche del compagno Enrico Villinburgo, ex militante delle BR esule in Francia.

“….i treni che hanno portato in  salvo in terra di Francia gli sbaragliati delle lotte armate italiane, sono ancora fermi al binario con il loro carico di salvi a metà, liberi a metà; da questi treni vorrebbero finalmente  scendere.” 

Venerdi 7 febbraio 2014

@CSOA eXSnia / via Prenestina, 173
Programma

ore 20:00 Cena a menu di pesce e vegan

ore 21:00 Parole intorno al fuoco con

  • Reading della Rivista LASPRO – Letteratura, Arti&Mestieri
  • IL LATO OSCURO DI ERNESTO GUEVARA di Alessandro Pera
  • ESTEMPORANEE di Antonio Sinisi

TRENI SORVEGLIATI

Molti militanti delle formazioni armate, più di un trentennio fa, hanno preso un treno e sono partiti. Alla fine del 1980, una massiccia ondata, la prima di quelle che avrebbero caratterizzato il decennio successivo, sbarcava in Francia, con l’urgenza di mettere il più di chilometri possibile di distanza con una Italia che si stava avvitando in una spirale di violenta repressione. Al primo respiro di sollievo in suolo di Francia, ne sono seguiti molti altri, a ogni libertà provvisoria concessa, a ogni avviso sfavorevole emesso dalle Chambres, a ogni decreto d’estradizione non firmato. Di fatto, tra un sospiro e l’altro, si è arrivati a credere che la promessa di François Mitterrand fosse una di quelle serie. Il gruppo degli italiani, difficile definirli comunità, si andava ingrossando ed inventava le più diverse forme di sopravvivenza, insomma investiva il proprio futuro su una dichiarazione ufficiosa. Intorno, si creava la solidarietà della terra d’accoglienza, che seguiva con estrema attenzione le vicissitudini del paese Italia e le sue derive autoritarie. A lustri di calma piatta si alternavano arresti adrenalinici, e gli italiani zampettavano verso i tribunali, valutando il passare del tempo dalle borse stile mercato rionale sotto gli occhi, le tempie ingrigite, uno spessore allarmante del giro vita. Nel 1998, lo spettro Europa cominciò a battere i suoi colpi dal tavolino di Shengen; partirono tre ordini di arresto e gli italiani si svegliano, o meglio vengono svegliati da un tam-tam ben allarmato. E la storia si ripete: prigioni, solidarietà, tribunali ed alla fine l’ulteriore respiro di sollievo, questa volta più udibile: con la messa in libertà dei tre arrestati, arrivarono decine di permessi di soggiorno, che avevano trovato sino ad allora la negativa più ferma, quanto incomprensibile della prefettura. Si poteva andare avanti, restando aggrappati a un puro istinto di sopravvivenza. Dall’altra parte della frontiera, si aggiustava il tiro, nel senso del tiro al piccione. Il concorso del giornalismo ha regalato un’apparenza di legittimità ad una montagna di luoghi comuni a proposito degli italiani in Francia (e di un numero più ristretto altrove), trasformando una storia collettiva in un romanzo d’appendice. L’esilio dorato, per citarne uno, quando lo si incontra scritto e sempre maiuscolo, riesce sempre a stupire: dorato? Basterebbe pensare a Dante, che pur non essendo obbligato a scavalcare le Alpi, trovava alquanto salato “lo pane altrui”. In verità gli italiani diventano oggetto di interesse solo nell’emergenza. O meglio così è stato sino all’estradizione di Paolo Persichetti, quando alla spontanea solidarietà dei suoi colleghi universitari si sono aggiunte le iniziative più diverse.

Ma la reazione più diffusa è stata di stupore e incredulità: dopo vent’anni ritornava il problema degli italiani rifugiati, peggio di guerre stellari! Poi in ordine di tempo è toccato a Cesare Battisti, poi a Marina Petrella. E non dimentichiamo la vergognosa estradizione di Rita Algranati dall’Algeria. La possibilità che in Francia era stata offerta, vivere liberi e preservare la propria memoria, al riparo per quanto possibile da pressioni e ricatti, è stata di nuovo messa in discussione. Oltre frontiera, opinionisti e politici puntarono di nuovo l’indice accusatorio verso la Francia e spesso più si collocano a sinistra e più sono incarogniti. Alla faccia della laicità della critica, qui siamo al peggio del dogmatismo religioso; di fronte a tanta pervicace ostinazione, una sola spiegazione è possibile: non vogliono capire, vogliono punire, schiacciare, umiliare. Eppure continua a restare incomprensibile cosa ci sia di gratificante nell’aver salvato l’Italia dal pericolo “terrorista” per consegnarla a Berlusconi, Fini, Bossi…

Intanto per gli scampati si vive solo il presente, che sia presente del passato, presente del presente, presente del futuro; ma in questa vicenda degli italiani esiliati, è come se tutto restasse sospeso in un tempo senza distinguo fra passato e presente e futuro. Per ritornare all’inizio, i treni che hanno portato in salvo in terra di Francia gli sbaragliati delle lotte armate italiane, sono ancora fermi al binario con il loro carico di salvi a metà, liberi a metà; da questi treni vorrebbero finalmente scendere.

Uno di loro è Enrico Villimburgo. Enrico è stato un militante della colonna romana delle BR. Uno di quelli che si è sottratto alla mannaia delle condanne infinite. Uno di quelli la cui condanna non scade. Adesso Enrico è malato e ha bisogno del sostegno che il piccolo gruppo di compagni che si stanno prendendo cura di lui non sono più in grado di garantire per intero.

I compagni e le compagne di Enrico

vedi post precedente qui

 

Pubblicato in Carcere, Repressione dello Stato | Contrassegnato , , , , | 2 commenti

Memoria: ricordiamo i crimini del colonialismo italiano

Crimini del colonialismo italiano

rab7Il 2 dicembre 1941 sessanta imputati, cittadini italiani residenti nella Venezia Giulia e – salvo due – tutti di nazionalità slovena, furono condotti nel Palazzo di giustizia di Trieste dinnanzi al Tribunale speciale per la difesa dello Stato. Il dispiegamento delle forze di polizia , la mobilitazione delle camicie nere locali, l’arrivo in città di 400 carabinieri…

Dalla requisitoria del Pubblico ministero Avv. Fallace:

«Omuncoli impastati d’odio, di rancore, di livore settario, omuncoli fortemente stretti da vincoli solidi, da invisibili, ma potenti ed oserei dire strapotenti vincoli di un’associazione a carattere eminentemente cospirativo, associazione ibrida, manovrata da Potenze straniere. E sono proprio queste associazioni che raccolgono nelle contorte, velenose ma ampie e generose braccia gli elementi più eterogenei che formano oggetto del processo… un groviglio immondo di rettili umani striscianti nell’ombra e nel fango al di qua e al di là del confine, sempre pronti a mordere e avvelenare, sempre pronti a concepire, a preparare, ad attuare i più terribili misfatti...»

[da Marta Verginella, Il confine degli altri, Donzelli 2008, pag. 7, 22, 23]

Inmate_children_at_the_Rab_concenctration_campAlcune testimonianze di persone slovene internate nei campi di concentramento predisposti dall’esercito italiano, si possono ascoltare: qui

Sui campi di concentramento italiani per jugoslavi vedi il post  qui

vedi anche qui   e   qui

PAOLO RUMIZ

da: la Repubblica, Domenica, 13 aprile 2008

I volenterosi carnefici del Duce

Non c´erano camere a gas e nemmeno lavori forzati, ma si moriva lo stesso. Semplicemente di fame e di malattie Toccò a decine di migliaia di internati sloveni e croati Perché i campi fascisti ubbidivano agli stessi imperativi di quelli hitleriani: terra bruciata, pulizia etnica, spazio vitale alla razza vincitrice Nuovi documenti e un libro abbattono per sempre il mito della “brava gente”
Un generale annota a mano: “Individuo malato = individuo che sta tranquillo”
Stessi corpi nudi, stessi occhi vuoti, scheletri senza natiche e pance gonfie come tamburi. Certo, non era Auschwitz, non c´erano camere a gas, e nemmeno lavori forzati. Ma si crepava egualmente, come mosche. A fare il lavoro bastava la fame, il freddo, la malaria, le cimici, la scabbia, la dissenteria, il tifo petecchiale. Bastavano le punizioni, le adunate, la paura di essere prelevati come ostaggi per le fucilazioni di rappresaglia. Dentro il filo spinato non c´erano ebrei, polacchi, ucraini. C´erano sloveni e croati, ma la sporcizia e il tanfo erano gli stessi. Sulle torrette di guardia stavamo noi, «italiani-brava-gente», non i tedeschi, ma l´imperativo categorico era identico. Fare terra bruciata, annientare quegli uomini-pidocchi, bonificare le terre del nemico, pulirle etnicamente, offrire spazio vitale alla razza egemone.
Non ci furono solo i campi di Hitler. Anche l´Italia ha avuto i suoi. Nel territorio nazionale, incluse le aree jugoslave annesse nella primavera del 1941, i lager furono ben centosedici, e i più malfamati vennero destinati alla «razza slava». Fino all´8 settembre del ‘43 inghiottirono decine di migliaia di persone, in gran parte vecchi, donne e bambini, talvolta neonati, dei quali morirono di stenti quasi uno su tre. Dei croati – i più numerosi – abbiamo dati approssimativi, ma sappiamo che i soli sloveni furono ventiquattromila, dei quali settemila non tornarono. Tanti, per una popolo di un milione e mezzo di abitanti. Centosedici furono i campi del Duce, ma solo quattro monumenti fuori-circuito ricordano la sofferenza dei deportati: a Roma, San Sepolcro, Barletta e Gonars in Friuli. Per loro, nessun giorno della memoria. Nessun accenno sui libri di scuola.
jasenovac2(2)Un tema tabù, dove s´è cercato per anni, con pochi mezzi e scarsa pubblicità. Le testimonianze, terribili, ci sono: le hanno raccolte studiosi come Costantino Di Sante, Spartaco Capogreco, Tone Ferenc, Eric Gobetti, ma sono sempre rimaste una cosa di nicchia, non sono mai entrate nella coscienza nazionale. Ora altre voci bucano la cortina del silenzio. Lettere di donne recluse, ritrovate negli archivi della prefettura di Udine, dove ha funzionato l´ufficio-censura dell´esercito di Mussolini. Lettere mai inoltrate al destinatario; invocazioni disperate di nonne, ragazze, madri, che spesso non hanno commesso nulla e non sanno perché sono state internate. E poi i racconti delle ultime sopravvissute, che a distanza di sessantacinque anni hanno scelto di rompere la diga del dolore. Un materiale terribile, raccolto da Alessandra Kersevan nel libro Lager Italiani, ora in pubblicazione per conto della casa editrice Nutrimenti. Un testo da leggere, se vogliamo fare i conti con noi stessi.
Marija Poje è di Stari Kot, paese completamente distrutto dai nostri dopo la deportazione degli abitanti. Nel febbraio del ‘42 viene internata sull´isola di Arbe (Rab) dove funziona il campo più grande della Dalmazia. Il motivo ufficiale è: protezione dalle incursioni partigiane. In realtà è una forma di brutale occupazione. Marija ha un bimbo di tredici mesi ed è anche incinta. Al campo, racconta, «non avevamo niente da mangiare e i bambini piangevano terribilmente… ci hanno messo sotto tende militari… e anche lì era solo pianto e gemito di bambini». Poi il trasferimento a Gonars, dove la fame comincia a uccidere. Inedia, freddo, assenza di medicine. Come cibo solo brodaglia e un pezzo di pane grande «come un´ostia».
Racconta Marija, oggi ottantenne: «A me poi è morto questo bambino appena nato, mi è morto questo figlio della fame e del freddo… Era magro, solo ossicini, era come un coniglietto. Due giorni di agonia prima di chiudere gli occhi. E proprio quel giorno per la prima volta gli avevano dato… un po´ di latte freddo. Ha avuto il latte la prima volta quando è morto. Poi l´hanno portato via ed ero così malridotta che non ho potuto accompagnarlo nemmeno sulla porta della baracca. Sono rimasta là. E ancora adesso ho questo desiderio spaventoso, il desiderio di quella volta. Il ricordo dei giorni terribili in cui ho desiderato che morisse prima di me… io non ho potuto andare là, non sapevo neanche dove fosse sepolto».
Stanka è una slovena di origine rom che oggi vive in Friuli. I suoi genitori con otto figli vennero internati ad Arbe e poi a Gonars. La testimonianza è raccolta da Andrea Giuseppini, autore di un documentario sulla deportazione degli zingari nei campi fascisti. «Ci hanno portato in carcere a Lubiana, poi ci hanno portato in questa isola… Rab, in Dalmazia sarebbe… Tanta di quella fame… Non ierano baracche, nelle tende e dentro buttata paglia e lì si dormiva come le bestie. Ieramo in tanti, cinquemila, forse anche di più. I bambini morivano di fame. I piccoli neonati li nascondevamo sotto la paglia perché prendevamo il rancio su di loro… Nascondevano i bambini morti per prendere il mangiare che dopo mangiavano quegli altri».
gonars-6Bambini nudi e scalzi anche d´inverno che rovistano tra i rifiuti di cucina, mortalità spaventosa, tisici, gente senza mani, senza gambe, quasi ciechi. I medici del campo protestano, chiedono più cibo e medicine, ma l´ordine dall´alto è «affamare». Il 17 dicembre 1942, il generale Gastone Gambara, comandante del XI Corpo d´armata, annota a mano su un foglio che ci è giunto intatto: «Logico ed opportuno che campo di concentramento non significhi campo di ingrassamento. Individuo malato = individuo che sta tranquillo». Anche le medicine non servono, fa notare il capo del campo di Gonars, colonnello Vicedomini. Bastano «fasce addominali di flanella», consiglia agli infermieri, che vengono accusati di favoreggiamento al nemico. Crudeltà gratuite, per le quali nessuno ha pagato, alla fine della guerra.
Francesca Turk, un´altra detenuta la cui lettera è stata bloccata dalla censura: «Caro fratello, non so se ci rivedremo oppure se moriremo prima… periremo di freddo e di fame… viviamo nei patimenti e nella paura. Ti scongiuro di mandarmi un po´ di pane secco, perché temo per la mia vita e quella dei miei bambini… Ogni giorno muoiono da cinque a sei persone; periscono anche i giovani, come le pannocchie. Fa freddo intenso, non abbiamo la stufa, non spero più di rivedere il mio paese». Paola Rausel: «Se avessi saputo ciò che mi attendeva, avrei ucciso prima i bambini e poi me stessa, perché non è possibile sopportare ciò che sopportiamo ora. Muoiono specialmente gli uomini e i bambini… gli uomini cominciano a gonfiarsi e a perdere la vista, poi muoiono. Per fortuna che la mamma è morta».
Prima delle deportazioni c´erano i rastrellamenti, i villaggi distrutti. Racconta Slavko Malnar, deportato nel 1942 all´età di cinque anni dal suo villaggio del Gorski Kotar, massiccio montuoso sopra Fiume: «Il 27 luglio l´esercito fascista incendiò tutto il nostro paese… Ci dissero che ci avrebbero protetti dai banditi comunisti partigiani. Figuratevi quale protezione… hanno rubato il bestiame e tutti i beni mobili, e ci hanno cacciati in un campo dove in pochi mesi sono morte trentacinque persone solo del mio paese. Lo stesso è successo per gli altri villaggi». Nel gennaio del ‘43 la Croce Rossa segnala al ministero degli Esteri che nel campo di Renicci (Arezzo) i reclusi ex jugoslavi versano «in condizioni miserevoli» e molti di loro «si sono ridotti a nutrirsi di ghiande». Talvolta – i partigiani italiani lo sanno – i fascisti erano peggio dei tedeschi.
Non era programmata solo la fame, ma anche le umiliazioni. Battista Benedetti, radiotelegrafista nel campo nell´isola di Zlarin in Dalmazia, racconta che per aspettare il rancio queste larve umane erano obbligate a stare in piedi in fila per delle ore e, quando arrivava «la brodaglia», la colonna «cominciava ad agitarsi» e allora piovevano bastonate dei sorveglianti. «Ma la cosa più terrificante era quando alcuni di questi malcapitati, accecati dalla paura di restare senza rancio… uscivano dalla fila e correvano verso il cibo, e allora le bastonate non si contavano più e i poveretti, non riuscendo più ad alzarsi, venivano portati via».
I malati di dissenteria portavano addosso gli stessi vestiti del momento della cattura, intrisi di feci, fino alla fine. Giacevano in un tanfo orrendo in barelle fuori dalle infermerie, all´aperto in pieno inverno, e – racconta un testimone – i loro «occhi vitrei… sporgevano dalle orbite». Per seppellire i corpi, in alcuni campi in Dalmazia, noi italiani usavamo le grotte. Sì, proprio le foibe, dove a fine guerra sarebbero stati uccisi per rappresaglia migliaia dei nostri, ma anche tanti croati, bosniaci e sloveni. «La foiba – racconta Battista Benedetti nel suo libro di memorie – ingoiava i miseri resti di questi malcapitati che, fatti scivolare, di solito dalla parte dei piedi, nel baratro, scomparivano; la cassa vuota veniva riportata dal gruppo degli accompagnatori, per essere utilizzata con altre vittime».
La gente che arrivava nei campi erano già «relitti umani», denuncia il console italiano a Mostar Renato Giardini nell´aprile del ‘42. Sono i mesi in cui i tedeschi pare sfondino in Russia e raggiungano i giacimenti del Caspio, e questa speranza moltiplica lo sforzo bellico nei Balcani, si trasforma in bestiali rastrellamenti. Giardini vede «mandrie di vecchi, donne e bambini, laceri, scalzi e affamati… erranti da una contrada all´altra…». Vede «bambini morti lungo la strada… e i loro corpi gettati dai genitori stessi nei burroni. I poveri contadini da una parte sono vessati dai partigiani… dall´altra gli italiani gli incendiano i villaggi, distruggono le case, gli razziano il bestiame, credendoli partigiani». E poi «intere zone distrutte… la gente anche non combattente ammazzata senza pietà… a volte anche le donne seguono la stessa sorte… i campi resi deserti e squallidi… e tutto ciò serve solo a ingrossare le file del nemico».
«Furia sanguinaria», «disumana ferocia», «barbarie»: così – ricorda lo studioso Livio Sirovich – il capo dello Stato [Giorgio Napolitano-nota mia] ha definito il 10 febbraio il comportamento dei nostri vicini a proposito delle foibe. Nello stesso discorso, i comportamenti anti-slavi degli italiani, messi in atto fin dal 1920, sono descritti come «guerra fascista». Perché? Per l´enormità imparagonabile di Auschwitz? Per la nostra mancata Norimberga? Per il mito del «bono italiano» che non muore? Per i depistaggi dei servizi segreti dopo il ‘45? Per Spartaco Capogreco la colpa principale è della politica della memoria iniziata dieci anni fa: «Una politica del ricordo per decreto, dove non c´è mai la parola fascismo». Una strategia che alimenta certe memorie con leggi, fondi, ricerche, e ne dimentica altre. «E questo è solo l´inizio. Nelle scuole nessuno più sa cos´è il 25 aprile. Ora aspettiamo solo un decreto ministeriale che lo abolisca».
Pubblicato in colonialismo/imperialismo italiano | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , | 4 commenti

Le parole di Rosa

rosa4Stralci di lettere dal carcere di Rosa Luxemburg

Assassinata il 15 gennaio 1919

 

 Dal carcere di Varsavia, 18 luglio 1906 (a Matilde)

[…] Questo è il tempo nel quale viviamo, meraviglioso, cioè io chiamo un tempo meraviglioso quello che produce una massa di problemi enormi che stimolano i pensieri, che fanno emergere passioni, soprattutto un tempo fertile, un tempo gravido che partorisce ogni ora e da ogni nascita emerge di nuovo una gravidanza […] Caro E., sono molto contenta che Lei stia meglio. Non si stressi e sopratutto non cada in depressione. La RIVOLUZIONE è GRANDIOSA, tutto il resto sono stupidaggini.


Dal carcere di Wronke, 28 dicembre 1916 (a Matilde)

[…] Piangere è una questione di debolezza, essere uomo significa buttare con gioia tutta la propria vita su questa grande bilancia del destino, se è necessario, ma allo stesso tempo rallegrarsi di ogni giorno di sole e di ogni nuvola bella, io non ho ricette per scrivere come deve essere un uomo, so soltanto come uno lo è. […] Il mondo è così bello malgrado tutti gli orrori e lo sarebbe ancora di più se non esistessero deboli e codardi. La psiche delle masse come il mare eterno nasconde in sé tutte le possibilità latenti: silenzio mortale e tempesta violenta, codardia più bassa e eroismo più selvaggio. La massa è sempre ciò che deve essere secondo le condizioni del periodo storico e sta sempre per diventare qualcosa di totalmente diverso da quello che sembra […] Essere deluso dalle masse è sempre la cosa più vergognosa per un uomo politico. […] Questo silenzio sublime dell’infinito nel quale si perdono così tante grida inascoltate risuona in me così forte che non ho più spazio nel mio cuore per il ghetto: mi sento a casa in tutto il mondo, dove esistono nuvole e uccelli e lacrime umane.

Dal carcere di Wronke, 15 aprile 1917 (a Louise)

rosa3« […] puoi immaginare quale formicolio avverta in tutte le membra e come ogni novità della Russia mi si propaghi fino alla punta delle dita come una scarica elettrica. Ma nondimeno il non partecipare a quei moti non mi rende affatto triste e non mi viene in mente, lamentandomi per ciò che non posso cambiare, di sciupare la gioia che provo nel vedere quanto accade. […] non predico  un qualsiasi ottimismo fatalista e comodo, destinato a mascherare la propria impotenza […] Ad ogni istante sto al mio posto, e, se me ne sarà offerta la possibilità, mi affretterò a strimpellare con dieci dita sulla tastiera del piano del mondo, cosa che farà un bel baccano! Ma siccome non per colpa mia, ma a causa della costrizione esterna sono stata ‘messa in congedo’ dalla storia mondiale, mi faccio una bella risata, sono felice quando le cose funzionano, anche senza di me.

[…] Quando si ha la cattiva abitudine di cercare una gocciolina di veleno in ogni fiore schiuso, si trova, fino alla morte, qualche motivo per lamentarsi. Guarda quindi le cose da un angolo diverso e cerca il miele in ogni fiore: troverai sempre qualche motivo di sereno buonumore. Inoltre, credimi, il tempo che – così come altri – attualmente passo sotto chiave, neanche questo tempo è perduto. […] Sono del parere che si deve semplicemente, senza voler essere troppo cattivi né scervellarsi, condurre la vita che si reputa giusta, senza esigere d’essere pagate subito in moneta sonante per tutto ciò che si fa. Alla fine, tutto sarà ben ricapitolato; e se così non sarà io ‘proprio me ne infischio’, anche senza la vita è per me una tale fonte di gioia: tutte le mattine ispeziono scrupolosamente le gemme di ogni mio arbusto e verifico dove ce ne sono; ogni giorno faccio visita a una coccinella rossa con due puntini neri sul dorso che da una settimana mantengo in vita su un ramo, in un batuffolo di calda ovatta nonostante il vento e il freddo; osservo le nuvole, sempre più belle e senza sosta diverse, e in fondo io non mi considero più importante di quella piccola coccinella e, piena del senso della mia infima piccolezza, mi sento ineffabilmente felice».


dal carcere di Wronke, 2 maggio 1917 (a Sophie)

[…] Io ho delle volte la sensazione di non essere una vera donna ma qualche uccello o un altro animale in forma di uomo non riuscito. Internamente mi sento qui, in un campo fra i bombi, molto più a casa che all’assemblea del partito. A Lei questo lo posso dire con tranquillità, Lei non annusa subito il tradimento del socialismo, Lei sa che io malgrado questo spero di morire in campo: in una battaglia di strada oppure nel carcere di massima sicurezza. Ma il mio io più interiore appartiene di più alle cinciallegre che ai compagni […] Il mio crescere interiore inscindibilmente legato alla natura organica prende quasi forme patologiche che hanno a che fare probabilmente con la mia condizione nervosa […]

Beisetzung von Rosa Luxemburg

Su Rosa Luxemburg vedi i post  quiquiqui,  e  qui

Pubblicato in Carcere, Repressione dello Stato | Contrassegnato , , , , , , , | 4 commenti

Il carcere produce malattie!

Il carcere produce malattie

malat 1Il carcere è un ambiente patogeno. L’abbiamo sempre detto, l’abbiamo provato sulla nostra pelle! Una persona entra in carcere sana e ne esce malata. Non solo!, il carcere produce sofferenze e malattie, ma è anche una fabbrica di handicap psicofisici. Il potere penale si esercita sul corpo e sulla sua immagine sociale, la persona imprigionata ne esce amputata, handicappata. Alcune funzioni sono state intorpidite e depresse dal carcere, né si può sapere se, una volta fuori di prigione, riprendano a funzionare.

L’80% della popolazione detenuta è ammalata!

Per la maggior parte, il 48%, si tratta di malattie infettive.

Il 27% della popolazione prigioniera soffre di disturbi psichiatrici.

Il 17% soffre di malattie osteorticolari, il 16% presenta patologie cardiovascolari, l’11% ha problemi metabolici e il 10% malattie dermatologiche, la cui trasmissione è favorita dall’alto tasso di sovraffollamento.

Soffre di tubercolosi il 22% dei detenuti, il virus Hiv colpisce il 4%; l’epatite B colpisce il 5%, l’epatite C colpisce il 33%, la sifilide il 2,3%.

I tumori rappresentano l’1% circa di tutte le patologie e riguardano soprattutto linfomi, leucemia, neoplasie del polmone e neoplasie epatiche.

malat-4Se confrontiamo queste percentuali con quelle che si riscontrano tra la popolazione “libera”, la differenza salta agli occhi e dimostra, inequivocabilmente, che è il carcere che produce malattie.

L’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) afferma:

«Il concetto di salute subisce un forte ridimensionamento quando si inserisce nel contesto carcerario. Carcere e salute sono antitetici perché il carcere è la negazione della salute intesa come stato di benessere psicofisico».

Il carcere in definitiva è malattia, ma soprattutto il carcere è di per sé stesso patogeno e rappresenta la causa prima delle malattie della popolazione prigioniera.

Oggi va di moda definire molti malesseri con l’attributo di “stress”. Stress da lavoro, stress da studio, ecc., ma chi ha mai studiato lo “stress da reclusione”, cioè da mancanza di libertà? E soprattutto vi siete mai chiesti cosa può comportare la “sindrome da primo impatto col carcere”?

I sintomi più ricorrenti segnalati dai medici penitenziari sono:

*tachicardia, *sudorazione, *fame d’aria, *insonnia, *cefalea di tipo gravativo, *anoressia transitoria, *nausea, *sensazione persistente di freddo, *malessere generale, *leggero tremore incontrollabile degli arti, *pollachiuria (elevata frequenza di piccole quantità di urina), *diarrea, *stato d’allarme psichico alternato a profondi momenti di prostrazione.

malat-2Cosa dice la legge di riforma della medicina penitenziaria:

Il 22 giugno 1999 viene approvato il D. Lgs (decreto legislativo) n. 230: “Riordino della medicina penitenziaria, in applicazione dell’art. 5 della Legge 30 novembre 1998 n. 419”.

Viene sancito il diritto dei detenuti e degli internati, al pari dei cittadini in stato di libertà, all’erogazione, da parte del Servizio Sanitario Nazionale (SSN), delle prestazioni di prevenzione, diagnosi, cura e riabilitazione previste nei livelli essenziali di assistenza.

In particolare il decreto prevede che:

*il SSN assicura livelli di prestazioni analoghi a quelli garantiti ai cittadini liberi

*i detenuti e gli internati conservano l’iscrizione nel SSN per tutte le forme di assistenza

*i detenuti e gli internati sono esclusi dal sistema di compartecipazione alla spesa delle prestazioni sanitarie erogate dal SSN (ticket)

l 30 maggio 2008 viene pubblicato sulla G.U. n. 126 il D.P.C.M.(Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri) 1° aprile 2008 avente per oggetto:

Modalità e criteri per il trasferimento al SSN delle funzioni sanitarie, dei rapporti di lavoro, delle risorse finanziarie e delle attrezzature e beni strumentali in materia di sanità penitenziaria”

Il DPCM 1° aprile 2008 entra in vigore il 14 giugno 2008. Prevede:

*trasferimento di funzioni sanitarie

*trasferimento dei rapporti di lavoro

*trasferimento delle attrezzature e dei beni strumentali sanitari

*trasferimento dei locali

*trasferimento delle risorse

malat 3IL DPCM 1 aprile 2008 nell’“Allegato A” indica i principali obiettivi di salute che devono essere perseguiti tenendo conto della specificità della condizione di privazione della libertà. Essi sono:

*promozione della salute;

*promozione della salubrità degli ambienti;

*prevenzione primaria;

*promozione dello sviluppo psico-fisico;

*riduzione dei suicidi

NESSUNO DI QUESTI OBIETTIVI È STATO RAGGIUNTO!

Alcuni sintomi si riscontrano fin dai primi giorni:

circa un quarto soffre di vertigini dopo pochi giorni; l’olfatto è inizialmente ottenebrato, poi annullato nel 31 % dei casi; entro i primi quattro mesi un terzo soffre di peggioramento della vista; il 60% soffre entro i primi mesi di disturbi all’udito, per stati morbosi di iperacutezza; fin dai primi giorni il 60% lamenta “perdita d’energia“; il 28% patisce sensazioni di freddo, anche nei mesi estivi.

Usciti dal carcere i sintomi più ricorrenti sono:

Incapacità di adeguarsi ai mutamenti della vita sociale; disturbi della personalità, con danno delle capacità individuali di pensiero e di azione autonoma; disculturazione: perdita dei valori e degli stili di vita che il soggetto possedeva prima dell’ingresso in carcere.

Insomma totale de-socializzazione! Altro che risocializzazione!

ABOLIAMO IL CARCERE!!!

Pubblicato in Carcere | Contrassegnato , , , , , , , , , | Lascia un commento

Ultime notizie dalla Granarolo – fatele girare-

Ultime notizie dalla Granarolo: ore 14,00 del 
23 gennaio. Come si vede da questa foto 
che arriva  direttamente dai cancelli Granarolo,
riporta un cellulare dei carabinieri che sta 
caricando il latte! Quando si sono visti ripresi 
dalle macchine fotografiche, per rappresaglia 
hanno aggredito il picchetto e ora stanno caricando 
sui cellulari alcuni operai e solidali.
(In tarda serata 4 persone sono state rilasciate e 2 operai, 
uno di DHL e uno della Susa sono stati mantenuti in arresto) 
0115742dba4f4c73b5f5b4ac2201dd6d

«La polizia prima di fronte al presidio fatto dai lavoratori della Granarolo mostra la sua funzione di organismo a servizio dei padroni. Nella fotografia si vede che dopo aver scaricato la truppa atta ad una funzione direttamente repressiva, carica nei propri furgoni il latte della Granarolo in funzione di servizio per Calzolari, il padrone della Lega delle cooperative. In questo momento la truppa ha attaccato il presidio lanciando dei lacrimogeni con gas orticanti e carica sui furgoni dei compagni che operavano il picchetto davanti ai cancelli della Granarolo».

Per il S.I. COBAS, Aldo Milani
Pubblicato in Movimenti odierni | Contrassegnato , , , , , | 1 commento

Che “gennaio” quello di cent’anni fa negli Usa!

Che “gennaio” quello di cent’anni fa negli Usa!

 

JoeProprio cento anni fa, di questi giorni, il 13 gennaio 1914 Joe Hill militante degli IWW e autore di canzoni di lotta, veniva arrestato mentre era di passaggio da Salt Lake City con l’accusa falsa di omicidio. Proveniva dal Canada dove aveva partecipato insieme a tanti altri wobbly alle manifestazioni alle foci del fiume Fraser (Vancouver).

 

La polizia di Salt Lake City si mise in contatto con il capo della polizia di San Pedro, in California dove Joe Hill precedentemente risiedeva. Era quello che aspettavano da tempo i segugi della California inferociti per l’attività di Joe nell’organizzare i lavoratori portuali negli IWW, i guardioni e i questurini volevano toglierselo di mezzo. E così il capo della polizia rispose: “vedo che avete arrestato un certo Joseph Hillstrom con l’accusa di omicidio. Avete preso l’uomo giusto. È un indesiderabile. È in un certo senso un musicista e scrittore di canzoni per il canzoniere dell’IWW”.

 

Joe fu assassinato presso la Prigione di Stato dello Utah a Sugar House, il 19 novembre 1915, ma i nemici di classe non riuscirono a spegnere la sua voce! Al suo funerale a Chicago parteciparono decine di migliaia di persone; fu il funerale più grande che avesse avuto luogo da quello dei martiri di Haymarket nel 1887.

 

(il governo degli Stati Uniti e la classe padronale furono talmente spaventati dall’esperienza degli IWW al punto che nel 1917 vennero sequestrati e distrutti tutti i documenti inerenti quella magnifica esperienza di organizzazione e lotta)

***

 

 

Sempre a Gennaio, 9 anni prima, erano state fondate le IWW: il 2, 3 e 4 gennaio 1905 a Chicago

 

dal preambolo allo statuto degli IWW del 1905:

 

“…Queste tristi condizioni possono essere cambiate, e gli interessi della classe operaia sostenuti, soltanto da una organizzazione formata in modo tale che tutti i suoi membri in un’industria, o in tutte le industrie, se necessario, smettano di lavorare ogni qualvolta sia in corso uno sciopero o una serrata in un qualunque suo reparto, rendendo così l’offesa a uno un’offesa per tutti”.

 

 

Sempre nel 1914 si svolse una delle più dure e più significative battaglie della classe operaia.

 

Nel Colorado, a Ludlow, nelle miniere del miliardario Rockefeller vi lavoravano 11.000 -12.000 operai, molti dei quali immigrati italiani, spagnoli e greci. I minatori e le loro famiglie vivevano in un “camp” di baracche di legno e tende, in una zona dove d’inverno la temperatura scendeva anche di 20 gradi sotto zero; non esistevano edifici in muratura.

I minatori del CF&I (Colorado Fuel and Iron Company) erano pagati 1,68 dollari al giorno e costretti a lavorare in condizioni estremamente dure; i tassi di mortalità erano spesso il doppio della media nazionale americana. I tentativi di sindacalizzazione dei minatori del Colorado risalivano al primo sciopero del 1883 in cui cercarono di unirsi alla Western Federation of Miners e nel 1913 alla United Mine Workers of America (Umwa). Negli ultimi mesi la tensione era salita per l’arroganza dei guardioni. La rabbia esplose quando un sindacalista fu ucciso alla fine del 1913. Lo sciopero era ormai inevitabile.

La compagnia dei Rockefeller chiese l’aiuto della Guardia Nazionale. E questa è la cronaca:miners7

 

«...una compagnia di uomini armati delle Baldwin Felts Detective Agency, chiamò anche la Guardia Nazionale. Il 20 aprile 1914, sotto gli occhi delle guardie del Colorado e del loro comandante Karl Lindenfelter, i detective dell’agenzia lanciarono bottiglie incendiarie su tende e baracche, poi indiscriminatamente aprirono il fuoco con la mitragliatrice “Death Special”. Decine di feriti, e soprattutto 20 morti, di cui 13 tra donne e bambini. Joe Petrucci, 4 anni e mezzo. Lucy Petrucci, 2 e mezzo. Elvira Valdez, 3 mesi. Gloria Pedregone, 4 anni. Frank Petrucci, 6 mesi…

La Guardia Nazionale assistette al massacro senza intervenire. Nelle altre città minerarie i lavoratori si armarono immediatamente: Denver, Trinidad, Colorado Springs furono occupate da minatori in armi. Il New York Times, ineffabilmente, criticò non l’atrocità del massacro ma gli errori tattici di Rockefeller Jr. che, uscendo dalla chiesa nella quale era solito pronunciare i suoi sermoni, a New York, disse che era colpa dei minatori: i suoi detective avevano sparato per difendersi da una aggressione, e non c’erano morti tra donne e bambini. La commissione d’inchiesta del Congresso Usa neppure rimproverò Rockefeller. Nessuno fu condannato. I minatori si erano massacrati da soli».

 

Su questa battaglia e sul contesto statunitense c’è un bellissimo romanzo denuncia (documentatissimo) di Upton Sinclair, King Coal – Re Carbone, del 1917, (altri libri-denunce di grande valore sociale e letterario di Upton Sinclair: La giungla (The jungle, 1906) implacabile denuncia delle dure condizioni di vita e di lavoro del proletariato nei macelli di Chicago, Petrolio! (Oil!, 1927), Boston (1928) sul caso di Sacco e Vanzetti).

 

Sugli IWW vedi il precedente post qui qui

 

 

 

 

Pubblicato in Repressione dei padroni | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , | 3 commenti

Matteo Renzi è soltanto “giovane” o anche “Acerbo”?

Matteo Renzi è soltanto giovane o anche Acerbo?

ChaplinChi era Giacomo Acerbo? È stato sottosegretario alla presidenza del consiglio di Mussolini dal primo governo nel 1922; è quello che accompagnò Mussolini a ricevere dal re l’incarico ministeriale e lo assistette nella formazione del governo.

Redasse il disegno di legge della legge elettorale (che porta il suo nome: Legge Acerbo) che modificò il sistema proporzionale in vigore da 4 anni, inserendo un forte premio di maggioranza in favore del partito più votato che avesse superato il quorum del 25%, aggiudicandosi in tal modo i 2/3 dei seggi, le altre liste si sarebbero divise il restante terzo dei seggi; era ammesso il voto di preferenza. Nel caso in cui nessuna delle liste concorrenti avesse superato il 25% dei voti, non sarebbe scattato alcun premio di maggioranza e la totalità dei seggi sarebbe stata ripartita tra le liste concorrenti in base ai voti ricevuti, secondo i principi della legge elettorale del 1919.

Il ddl fu approvato il 4 giugno 1923 dal Consiglio dei ministri presieduto da Mussolini. Il 9 giugno venne presentato alla Camera dei Deputati e sottoposto all’esame di una commissione [la Commissione era composta da Giovanni Giolitti (con funzioni di presidente), Vittorio Emanuele Orlando per il gruppo della “Democrazia” e Antonio Salandra per i liberali di destra (entrambi con funzioni di vicepresidente), Ivanoe Bonomi per il gruppo riformista, Giuseppe Grassi per i demoliberali, Luigi Fera e Antonio Casertano per i demosociali, Alfredo Falcioni per la “Democrazia Italiana” (nittiani e amendoliani), Pietro Lanza di Scalea per gli agrari, Alcide De Gasperi e Giuseppe Micheli per i popolari, Giuseppe Chiesa per i repubblicani, Costantino Lazzari per i socialisti, Filippo Turati per i socialisti unitari, Antonio Graziadei per i comunisti, Raffaele Paolucci e Michele Terzaghi per i fascisti e Paolo Orano per il gruppo misto (in realtà era anche lui fascista)].

Il 21 luglio del 1923 il ddl Acerbo venne infine approvato con 223 sì e 123 no. A favore si schierarono il Partito Nazionale Fascista, buona parte del Partito Popolare Italiano, la stragrande maggioranza dei componenti dei gruppi parlamentari di tendenze liberali e la quasi totalità degli esponenti della destra, fra i quali Antonio Salandra. Votarono contro i deputati dei gruppi socialisti, i comunisti, la sinistra liberale e quei popolari che facevano riferimento a don Sturzo. La riforma entrò in vigore con l’approvazione del Senato del Regno con 165 sì e 41 no.

La legge elettorale Acerbo fu messa in pratica nelle elezioni del 6 renziaprile 1924, dove il Listone Mussolini prese il 60,09% dei voti e prese il premio di maggioranza; i fascisti poi trovarono il modo di rubicchiare anche il numero di seggi garantiti alle minoranze, partecipando alla spartizione mediante una lista civetta (la lista bis) presentata in varie regioni, che prese altri 19 seggi, mentre le opposizioni di centro e sinistra ottennero solo 161 seggi, nonostante al Nord fossero in maggioranza con 1.317.117 voti contro i 1.194.829 del Listone. Complessivamente, le opposizioni raccolsero 2.511.974 voti, pari al 35,1%.

poi….

Pubblicato in Repressione dei partiti | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento