Perché bisogna chiudere i C.I.E.?

Considerazioni sui CIE

bocche cuciteLe proteste che da qualche anno, e con sempre maggiore intensità, scuotono i Centri di Identificazione e di Espulsione (CIE), atti di autolesionismo come le bocche cucite, fino a vere rivolte con distruzione delle suppellettili, ci pongono degli impegni che non possiamo eludere.

Il primo impegno è quello di moltiplicare gli sforzi di organizzazione e di lotta in ogni territorio dove c’è un Cie per chiudere definitivamente questi obbrobri.

Il secondo impegno è capire il ruolo effettivo che i Cie svolgono oggi nella gestione dei flussi migratori. O per dir meglio nella gestione della forza lavoro immigrata. Un’attenta analisi ci permetterà di migliorare l’apporto del movimento alla lotta che questa popolazione reclusa sta praticando.

Per capire la funzione dei Cie dobbiamo riprendere in considerazione quella del carcere, ripercorrere i motivi che del carcere hanno determinato la nascita, la sua storia e a cosa è servito. Il carcere è ormai da troppo tempo esclusivo terreno di lamentele, e solo quelle: si recrimina per il sovraffollamento e l’abbandono del ruolo di “educatore dei devianti” (sic!), ruolo assegnatole e previsto dalla Costituzione, dicono e sembrano convinti/e.

Parlare di Cie oggi significa parlare del rapporto tra Cie e Carcere. Tralasciamo, oltre le lamentele sopra citate, anche quelle dei “buonisti” sulla critica al Cie perché lì dentro vi sono sbattute persone “innocenti”, come a dire che è bene che in carcere ci stiano quelle e quelli che hanno violato la legge.

Il carcere, è bene ricordarlo, è nato col preciso ruolo di regolare e disciplinare la forza lavoro. È perfino banale ricordarlo, poiché la gran parte dei testi fondamentali sul carcere di questo aspetto trattano (tra i tanti uno per tutti, il classico Pena e struttura sociale di Georg Rusche, Otto Kirchheimer), senza dimenticare le ulteriori funzioni che la galera ha svolto, oltre quello di regolatore della forza lavoro (anche qui, su un altro versante, un altro classico, Il Carcere immateriale, la detenzione come fabbrica di handicap, di Ermanno Gallo e Vincenzo Ruggiero, che ha esplorato altri campi sui quali il sistema detentivo ha operato a favore dei sistemi di potere, senza però svilirne il ruolo legato allo sfruttamento capitalista). Non possiamo ignorare il ruolo che il carcere ha avuto e ha nel governo della paura, né quello di farmaco placebo contro la difficoltà di vita via via crescenti, e tante altre funzioni. Ma la prima, la regolazione e disciplinamento della forza lavoro è rimasta centrale.

Poi qualcosa si è modificata nella realtà dei paesi industrializzati, quelli che avevano visto nascere il carcere Cie2come regolatore della erogazione della forza lavoro. La crescita dell’immigrazione proveniente dai paesi devastati dalle guerre o dall’impoverimento procurato dalla rapine delle multinazionali, ha visto picchi altissimi che hanno interessato anche paesi del sud Europa, Italia, Grecia, Spagna, relativamente nuove a questi fenomeni e ha messo in moto la necessità di regolare, non tanto questi flussi, ma questa forza lavoro.

È del 1990 la legge Martelli che mette mano alle espulsioni come strumento ordinario di contrasto dell’immigrazione cosiddetta clandestina e affida ai Prefetti il compito di firmare le espulsioni. Prima esisteva il “foglio di via obbligatorio”, con il quale il Prefetto ordinava allo straniero di allontanarsi dal territorio nazionale, ordine che per lo più veniva ignorato. Esisteva anche l’espulsione ma solo con la firma de Ministro degli Interni.

Nel 1995, il “decreto Dini” (D.L. 18 novembre 1995, n. 489 – modifica alla legge Martelli) prevede l’obbligo di dimora per gli stranieri in attesa di espulsione. È una prima violazione della libertà personale per chi ha in corso procedure di allontanamento.

Nel 1997, il Governo Prodi presenta alla Camera il disegno di legge n. 3240, noto come “legge Turco-Napolitano” (legge n. 40 del 6 Marzo 1998, poi nel Testo Unico sull’Immigrazione di cui al decreto legislativo 286 del 25 Luglio 1998). È la Turco-Napolitano che inventa l’istituto dei CPT: «Quando non e’ possibile eseguire con immediatezza l’espulsione», si legge al comma 1 dell’art. 12, «perché occorre procedere […] ad accertamenti supplementari in ordine all’identità o nazionalità [dello straniero], […] il questore dispone che lo straniero sia trattenuto per il tempo strettamente necessario presso il centro di permanenza temporanea e assistenza più vicino»

Al carcere è rimasto il compito di raccoglie gli scarti, quelli che non servono, quelli inutilizzabili -per ora – dalla produzione capitalista. Così il carcere ha partorito il suo prolungamento: il Centro di Identificazione e di Espulsione). Spetta al Cie oggi il compito di regolare il rapporto offerta-domanda della forza lavoro. Dunque il ruolo che i Cie hanno assunto negli ultimi due decenni è quello di regolare l’afflusso di forza lavoro a buon mercato. Non però di “regolatore dei flussi”, come cianciano qua e là sui media i cosiddetti esperti, ma come “regolatore del prezzo” della forza lavoro (FL), regolandone l’afflusso” nel mercato della FL, nel rapporto domanda-offerta mantenendo quest’ultima un po’ sopra le esigenze di inserimento lavorativo, con una “quota di irregolari” ricattati, inclusi nel processo produttivo ma esclusi da ogni diritto sia come lavoratori sia come cittadini (derubandoli oltre che del salario diretto sulla busta paga, anche del salario differito, del salario indiretto, della malattia, dell’assicurazione antinfortunistica, ecc.).

É proprio di questi giorni la proposta dell’Udc (Unione democratico di centro) di reintrodurre lo statuto di stagionale (un ritorno alla barbarie di qualche decennio fa), una sorta di immigrazione di massa flessibile per permettere a certi rami economici di disporre della manodopera necessaria, senza che vi sia nessuna garanzia di insediamento, di ricongiungimento familiare o per una presa a carico da parte dell’assicurazione disoccupazione. Una situazione molto simile, per non dire identica, al sistema cinese dei “dormitori” nelle zone di insediamento delle fabbriche multinazionali, ma anche nei “compounds” adiacenti alle miniere dove i minatori del Sudafrica dopo essersi liberati dell’Apartheid sono ancora schiavizzati dal profitto capitalistico.

Proprio come era il carcere ai suoi albori. Il carcere rinchiudeva i vagabondi, gli inadatti, gli asociali e li conteneva, evitando che crescessero troppo abbattendo eccessivamente il costo della forza lavoro; li disciplinava adeguandoli al regime di fabbrica e della città per poi rimetterli sul mercato quando un incremento dell’offerta di fronte a una crescita della domanda industriale o bracciantile di braccia serviva a tenere basso il costo della FL.

Cie1Che la crescita frequente, o la diminuzione, più rara, della popolazione prigioniera c’entrasse assai poco con la crescita o la diminuzioni dei reati, ne è consapevole perfino chi siede nei banchi della scuola dell’obbligo; evidentemente la crescita o la diminuzione delle presenza in carcere c’entra assai più con le necessità del mercato della forza lavoro. È sufficiente dare uno sguardo ai dati: nei primi anni Settanta la popolazione carceraria oscillava tra 31.000 e 36.000 presenze e non si può dire che non ci fosse un bel po’ di turbolenza in giro per il paese, oggi nelle carceri ce ne sono oltre 64.000 in un paese sostanzialmente tranquillo che, nell’anno appena trascorso, il 2013, segna il numero più basso di “reati contro la persona” fin da quel famigerato 1861, nascita dell’unità d’Italia.

Nel 2002, con la legge “Bossi-Fini” (legge 189/2002 – entrata in vigore il 10 Settembre 2002) i CPT diventano ancora più indispensabili per eseguire i provvedimenti di allontanamento. Il tempo massimo di permanenza in un CPT viene aumentato da trenta a sessanta giorni. Successivamente la permanenza viene aumentata a sei mesi e, con il decreto legge varato dal Consiglio dei ministri n. 143 del 16 giugno 2011, si allunga ulteriormente la permanenza fino a 18 mesi, un anno e mezzo. Nel contempo il termine cambia da Cpt in Cie (Centri di Identificazione ed Espulsione).

Col decreto-sicurezza approvato il 1 Novembre 2007 si estende la misura del trattenimento persino ad alcune categorie di cittadini comunitari.

Dal 1998 al 2012, “su 169.126 persone internate nei centri sono state soltanto 78.081 (il 46,2 per cento del totale) quelle effettivamente rimpatriate”. Per chi vuole fare i conti è bene sapere che la gestione dei centri costa allo Stato non meno di 55 milioni di euro l’anno.

Adesso proviamo a metterci nei panni, difficoltosi, di chi sta dentro i Cie e analizziamo la condizione dei reclusi e delle recluse. A differenza del carcere, nei Cie non c’è una tradizione di lotte e di proteste in grado di trasmettersi da recluso a recluso. Questo accumulo di conoscenze si sta formando solo in questi anni. Ma c’è una particolarità nei Cie. Per quanto siano stati prolungati vigliaccamente i tempi di permanenza fino a 18 mesi, non potrà realizzarsi, come in carcere, la trasmissione di memoria della protesta e dell’organizzazione che nelle galere veniva veicolata prevalentemente dai detenuti di lungo corso, quelli che stando in carcere molti anni accumulavano una quantità di conoscenza enorme, accoglievano e istruivano i nuovi arrivati (una buona pratica che purtroppo sta scomparendo). Nonostante ciò avevano bisogno di rapporti con l’esterno per la comunicazione, l’organizzazione e la lotta. Rapporto con l’esterno che si è dimostrato decisivo nel far crescere la lotta quando questo è stato forte e solidale, altrettanto decisivo è stato quando è venuto meno. Nei Cie questo rapporto con l’esterno è ancor più necessario, è indispensabile sia perché i Cie sono di recente formazione (1998), sia per l’elevato tasso di turn-over. Ciò riguarda anche l’accumulo e la trasmissione delle tecniche di conoscenza della struttura e della sorveglianza, così come delle questioni normative, insomma di tutto quel bagaglio che serve a rafforzare la volontà di resistenza e di ribellione.

Lottare contro i Cie e per la loro chiusura, non è solo un atto di solidarietà, è anche quello ma non solo! È anche una difesa delle nostre condizioni di vita. Se è vero che i Cie servono a regolare il mercato della forza lavoro, facendone scendere sempre di più il prezzo che i padroni pagano, questo abbassamento si ripercuote su l’insieme dei salari e stipendi, anche sui nostri, abbassandoli ulteriormente e rendendoli sempre più precari. È una legge ferrea del capitalismo: o si lotta o si soccombe!

Intensifichiamo la lotta contro i Cie, per la loro chiusura!

Aboliamo tutte le galere!

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