nuovo libro: “Cos’è il carcere”

Libro sul carcereHo cercato di mettere per scritto tutte le brutture e le assurdità che il carcere mi ha lasciato addosso nei lunghi decenni in cui mi ha trattenuto.

Il tentativo è di rilanciare una forte critica del carcere e un’adeguata resistenza; aprire le menti alla sua abolizione, con una pratica adeguata.

Ho provato a ripercorrere quegli spazi devastati e quel tempo stagnante del carcere per raccontarlo. Ma anche quella profonda umanità e combattività della popolazione rinchiusa che, non volendo soccombere, pur nelle obbligate ristrettezze, ha elaborato strumenti di comunicazione e linguaggi per resistere all’annientamento e che, in alcuni periodi, le hanno fatto assumere, insieme alla classe operaia e ad altri settori sociali, il ruolo di soggetto della trasformazione rivoluzionaria della società.

Se sono riuscito nell’intento lo direte voi; se questo libro potrà essere un altro strumento di tutte e tutti per riconquistare una critica abolizionista al carcere, lo diranno i dibattiti che questo libro, spero, potrà sollecitare.

Qui potete trovare la scheda del libro e alcuni brani sul sito dell’editore:

buona lettura!

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…cercando di prevenire gli attentati per mezzo del carcere…

Dopo la strage di Parigi del 7 gennaio alla redazione di Charlie Hebdo, da più parti è stato chiesto al ministro della giustizia francese qual’è nelle carceri la situazione dei prigionieri sospettati di “islamismo radicale” e come è stata la carcerazione precedente dei due presunti autori della strage, poi uccisi.

In una conferenza stampa, Pierre Rancé portavoce del ministero della giustizia, così ha risposto: [da La Presse del 13 genn 2015] Sono 152 gli islamisti radicali in stato di detenzione in Francia, 22 dei quali sono isolati nel carcere di Fresnes, a sud di Parigi, separati dagli altri detenuti per evitare che abbiano contatti e facciano proseliti. In totale il numero di detenuti e reclusi in Francia per “associazione a delinquere con fini terroristici” è di 283 persone. Dai dati che ha il ministero, Amedy Coulibaly e Cherif Kouachi, (due dei presunti autori della strage) durante la loro detenzione avevano dimostrato una buona condotta. Amedy Coulibaly, autore dell’assalto al supermercato kosher venerdì 9 e dell’omicidio di una poliziotta il giorno prima, dimostrò addirittura un comportamento “esemplare” in prigione. A dicembre 2013, l’uomo era stato condannato per aver partecipato a un piano di evasione nel 2010 di Smaïn Ait Ali Belkacem, sospetto jihadista, in cui era coinvolto anche Kouachi, ma la sua posizione era stata archiviata. Coulibaly, ha spiegato il portavoce del ministro in conferenza stampa, rispettava il regolamento interno, partecipava alle attività sportive e culturali, partecipava ai corsi di formazione e veniva considerato un detenuto “particolarmente motivato”, a suo carico solo un piccolo incidente disciplinare, quando venne sorpreso con un telefono cellulare. Le relazioni del carcere parlano di segnali di “reintegrazione”, di aver scontato la condanna nelle “condizioni normali” e così nel maggio 2014, secondo quanto previsto, venne liberato. A metà degli anni 2000, fu detenuto in contemporanea con Cherif Kouachi per un breve periodo nel carcere di Fleury-Mérogis, a sud di Parigi. Rispetto a Coulibaly, Kouachi dimostrò un comportamento un “po’ più agitato”, ma non ebbe particolari problemi, né sembrava legato all’islamismo radicale. Cherif Kouachi venne incarcerato per la prima volta nel 2005 e condannato nel 2008 a tre anni per aver preso parte alla cosiddetta “Rete de Buttes Chaumont”, che reclutava giovani per la causa fondamentalista.

Il portavoce ha aggiunto che il ministero della giustizia francese intende lanciare, già questa settimana, in due strutture carcerarie dell’area parigina un programma pilota per migliorare il rilevamento della radicalizzazione tra i detenuti in carcere. Il portavoce ha spiegato che le autorità giudiziarie stanno lavorando da mesi per ampliare questo programma. Le autorità carcerarie francesi hanno a disposizione dal 2003 un ufficio di intelligence composto da 30 persone per rilevare ogni movimento sospetto in questo ambito e gestire gli arresti delle persone coinvolte.

Dunque il ministero della giustizia francese si affida all’intelligence nelle carceri per cercare di spiare e capire ciò che il carcere non ha permesso di capire, né lo potrà mai.

Qualcosa rimbalza anche in Italia: La Stampa del 12 gennaio intervista il ministro della giustizia Andrea Orlando che afferma: Spesso il carcere diventa un luogo di reclutamento e proselitismo. Bisogna armonizzare le legislazioni Ue per un’azione più efficace“. Si prevede, da una parte, una nuova superprocura antiterrorismo (autonoma o come prolungamento dell’antimafia), dall’altra un potenziamento dell’attività di intelligence nelle carceri. La difficoltà, dice Orlando, è riuscire a omogenizzare tutta l’Europa su questo terreno.

Incalza il prode ministro degli interni Alfano affermando che «se l’Italia non è esposta a forme di rischio terroristico di matrice islamica è anche perché mai come nel 2014 sono state dispiegate attività di vigilanza e intelligence». [Il sole 24 ore 12 Gennaio 2015]

Tutto ciò in pratica vorrà dire che nelle carceri e nei dintorni del carcere il controllo diventerà sempre più asfissiante: occhi e orecchie spioni scruteranno e ascolteranno le chiacchierate, le lettere, i libri, le frequentazioni, le idee… Cosa verrà fuori? Nulla! Se non un triste incremento della concezione poliziesca e complottista degli eventi storici.

La realtà del carcere, anche in questo caso, ha dimostrato che la galera non serve a niente: non serve a rieducare, non serve a reinserire, men che meno a capire le intenzioni di chi viene rinchiuso; serve solo a far soffrire e deteriorare il carattere di chi rinchiude.

È il carcere che va chiuso! Definitivamente!

Le guerre, gli attentati, i tumulti, gli scontri, i conflitti … vanno affrontati su altri terreni, mettendo al primo posto la comprensione della condizione sociale delle persone, la loro classe di appartenenza, la loro povertà, il loro sfruttamento, la loro disperazione, la ghettizzazione e l’emarginazione feroce, l’impossibilità di dare uno sbocco al proprio malessere, ecc.

Non ha senso affrontare tutto ciò col carcere, né col profluvio di chiacchiere inutili e pompose, né con l’union sacrée.

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9 gennaio 1905, muore la compagna Louise Michel

LouiseIl 9 Gennaio 1905 moriva a Marsiglia Louise Michel, una rivoluzionaria attiva nelle giornate della Comune di Parigi, sia nella preparazione sia nel primo esempio di autogestione proletaria di una realtà industriale: dal 18 marzo al 28 maggio 1871, (vedi anche qui), collaborò ai giornali che sostenevano la rivoluzione: «Le Cri du peuple» e «La Marseillaise».

Legata sentimentalmente a Théophile Ferré (ucciso tramite fucilazione il 28 novembre 1970); vicina intellettualmente e, si dice, anche sentimentalmente a Victor Hugo.

Combattente ne La Comune, tra le tante azioni di attacco cui partecipà, viene ricordata la sua probabile partecipazione il 22 gennaio 1871 all’incendio dell’Hôtel de Ville. Nel marzo comunardo, con la divisa di guardia nazionale, combatté a Montmartre e, quando le truppe governative al servizio della grande borghesia attaccarono Parigi; vallescridupeuplecombatté a Clamart, a Issy-les-Moulineaux, dove fu ferita.

Il 28 marzo 1971 quando fu dichiarata la “Comune di Parigi”, Jules Vallès, direttore de “Le Cri du Peuple” scrisse: «Quel sole chiaro, tiepido che indora le bocche dei cannoni, il profumo dei fiori, lo sventolio delle bandiere, il mormorio della rivoluzione che procede […] Qualunque cosa possa capitare, se dovremo nuovamente esere sconfitti e morire domani, la nostra generazione è consolata! Siamo ripagati di vent’anni di angosce».

Oltre Parigi vennero dichiarate “Comuni” a Lione, Marsiglia, Tolosa, Le Creusot, Saint-Ètienne, Perpignan, Cette (Sète). 

Louise aderì all’Internazionale e, fino al suo esilio,  al movimento Blanquista, movimento repubblicano socialista fondato da Auguste Blanqui.

Dopo la feroce repressione dei versagliesi di Thiers, nell’agosto 1873 fu imbarcata sulla Virginie per essere deportata in Nuova Caledonia, dove arriva dopo quattro mesi di traversata, cantando con gli altri e le altre deportate una delle canzoni simbolo della Comune, Le temps des cerises (il tempo delle ciliege). Durante la traversata fece la conoscenza di Henri Rochefort, e di Nathalie Lemel anche lei grande animatrice de La Comune. Louise Michel dichiarerà più tardi: «Sono diventata anarchica quando sono stata deportata».

Nei sette anni passati nell’isola creò il giornale Petites Affiches de la Nouvelle-Calédonie, scrisse le Légendes et chansons de gestes canaques ed entrò in rapporto solidale con gli autoctoni kanaks e fu al loro fianco quando nel 1878 si ribellarono ai colonialisti francesi.

Dopo la grazia tornò a Parigi il 9 novembre 1880 e riprese la sua attività di militante politica: tenne riunioni e conferenze e pubblicò a puntate il romanzo La Misère. Si dedicò al movimento anarchico, partecipando nel luglio 1881 al Congresso londinese dell’Internazionale anarchica, presieduto da Pëtr Kropotkin.

michel_louise_la_commune_L40I funerali si svolsero a Parigi il 25 gennaio, senza cerimonie religiose, con la partecipazione di 120.000 persone.

160px-Girardet-L'arrestation_de_Louise_Michel.

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sabato 10 gennaio, pranzo di chi lotta: occupanti di case e operai della logistica

In questi anni di crisi è stato attaccato, peggiorandolo, il nostro livello di vita, rendendoci impossibile pagare un affitto, trovare un lavoro, andare a lavorare per vivere e non per nutrire l’ingordigia di chi diventa sempre più ricco sulla fame nostra e di quelli come noi.

In questi anni di crisi hanno attaccato la nostra possibilità di vivere!

Noi vogliamo unire chi ha dato l’esempio che conquistare qualcosa anche quando gli altri dicono che è impossibile si può. Facciamo parlare le lotte di chi si è ripreso la casa, di chi ha rotto il ricatto dello schiavismo nei magazzini delle grandi multinazionali di spedizione, di chi è avanzato mentre sembrava possibile solo arretrare.

Si riparte dal basso e dalle lotte, si riparte con il coraggio e l’allegria ecco perchè dopo gli scioperi del 16 Ottobre e del 12 Dicembre vogliamo celebrare il coordinamento territoriale delle esperienze di lotta con un pranzo sociale, per parlare, conoscerci ricordare quanto fatto e progettare molto altro ancora…

Pranzo Sociale ore 12.30  sabato 10 gennaio 2015

pranzo_sambuci

Un km circa dopo il raccordo anulare, zona “Settecamini”, traversa a sinistra (andando fuori Roma)

partecipate !!!!

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“…gli uomini sono oggettivamente gli agenti della società capitalista per la repressione delle donne, anche quando soggettivamente non vogliono esserlo”

Uno scritto di Ulrike Meinhof su Konkret del 1968

“Il conflitto reso pubblico a Francoforte [dove si era riunita la Weiberrat ossia la ‘Commissione femminile’ del Sds – Lega tedesca degli studenti- dove le compagne avevano lanciato pomodori e altri ortaggi contro i compagni per costringerli a discutere del ‘privato’] lo conoscono bene tutti quelli che hanno famiglia, soltanto che in quella sede per la prima volta si è messo in evidenza che questa faccenda privata non è una faccenda privata. […] Queste donne non vogliono più stare al gioco, perché su loro grava tutto il peso dell’educazione dei figli […] hanno chiarito che l’incompatibilità tra l’educazione dei figli e il lavoro fuori casa non è una loro carenza personale, ma è compito dell’intera società, che ha fatto sorgere questa incompatibilità […]. [Le donne] non si sono lamentate e non si sono presentate quali vittime chiedendo compassione, comprensione, una lavastoviglie, parità di diritti tra uomini e donne, e quant’altro. Hanno invece cominciato ad analizzare la sfera privata, l’ambiente maggiormente vissuto, i cui carichi sono i loro carichi; e sono arrivate alla conclusione che gli uomini sono oggettivamente gli agenti della società capitalista per la repressione delle donne, anche quando soggettivamente non vogliono esserlo […]. Il solo seguito dell’incontro di Francoforte può essere che un numero maggiore di donne rifletta sui propri problemi, che si organizzi e impari a esprimersi, in un primo memento non pretendendo dai loro uomini nient’altro che di essere lasciate in pace in queste cose, e che si lavino da sé le loro camicie macchiate di pomodoro”.

(Ulrike Meinhof su Konkret 12.1968)

 

Su Ulrike Meinhoff vedi anche  qui

qui,      qui,    e   qui

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Le norme fasciste ancora in vigore

Quarant’anni fa, era il 27 dicembre 1974, la Corte costituzionale italiana «nel corso di un procedimento penale a carico di esponenti sindacali e politici, imputati del reato previsto e punito dagli artt. 503 e 511 del codice penale – articoli del codice penale Rocco che puniscono lo sciopero politico – il pretore di Monfalcone ha sollevato d’ufficio, con ordinanza del 31 marzo 1972, la questione di legittimità costituzionale del precitato art. 503 del codice penale, in riferimento agli artt. 3 e 40 della Costituzione»«gli esponenti politici e sindacali erano stati incriminati per avere indetto e organizzato uno sciopero di protesta per i fatti di Catanzaro del febbraio 1972 e in particolare contro “il revanscismo fascista diretto ad annullare le conquiste dei lavoratori e a bloccare le ulteriori avanzate popolari...»

Con sentenza n. 290, depositata in cancelleria il 27 dicembre 1974, la «Corte costituzionale dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 503 del codice penale nella parte in cui punisce anche lo sciopero politico..

Codice penale fascistaErano trascorsi 30 anni dalla “liberazione” dal fascismo e dalla instaurazione della “repubblica democratica”, eppure in questo triste paese vigevano ancora norme fasciste, anche le più infami come quelle che imponevano essere un reato lo sciopero politico dei lavoratori.

Il codice fascista entrato in vigore il 1° luglio 1931, a firma del ministro della giustizia di allora Alfredo Rocco e di Benito Mussolini, contiene norme fasciste, ancora in vigore, come quelle sui reati associativi, sulla “pericolositò sociale”, quelle su “devastazione e saccheggio”, e tante altre, alcune perfino peggiorate di molto dalle leggi Cossiga della fine degli anni Settanta. Ma non finisce qui: sono tuttora in vigore le leggi che offrono pieni poteri alle forze dell’ordine: il Testo Unico delle leggi di pubblica sicurezza (Tulps- Regio Decreto 18 giugno 1931, n. 773), norme in piena violazione dei principi costituzionali, ma che permettono alla repressione di agire con arroganza e prepotenza nei confronti di cittadini, soprattutto quando sono impegnati nel conflitto sociale e in azioni di protesta.

Tutto questo tempo trascorso, 70 anni dalla “liberazione”, i tantissimi governi e maggioranze parlamentari avvicendate alla direzione del paese, non ha mutato la tutela dell’ordine capitalistico ancora affidato a regole fasciste.

È dunque inutile perdere ancora tempo a richiedere al Parlamento l’abrogazione di tali norme; stante il fatto che oggi non c’è nemmeno un esiguo numero di parlamentari favorevole a ribaltare il codice Rocco-Mussolini

È più utile ed efficace affrontare la battaglia contro la Repressione nei termini possibili e vincenti, ossia sviluppando l’autorganizzazione dei proletari e dei lavoratori nei loro territori e nei loro posti di lavoro.

Soltanto con la forza espressa dall’autorganizzazione della classe proletaria è possibile urlare e praticare un serio e salutare STOP ALLA REPRESSIONE!

[leggi tutta la Sentenza qui]

Altri articoli sul codice Rocco si possono leggere: qui  e  qui

 

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Dal 1914 al 1918 ogni 25 dicembre è un “Natale di sangue” offerto dai capitalisti e dai generali

Il patriottismo, l’ultimo rifugio per i farabutti e i codardi

(Samuel Johnson, noto anche come Dottor Johnson (1709 – 1784), poeta e scrittore britannico)

Dal Natale del 1914 inizia il “massacro patriottico”. Si tratta delle durissime condanne propinate dagli stati maggiori di tutti gi eserciti contro i propri soldati. I Tribunali militari lavoravano a pieno ritmo perché dalle melmose trincee, dove i generali, per conto di stati e capitalisti, rinchiudevano i proletari mascherati con divise diverse perché si ammazzassero tra di loro, per far aumentare profitti e carriere, da quelle tricee si levavano reciprocamente saluti di pace e auguri. Si manifestava tra quei proletari e contadini una comunanza che superava le ridicole e inutili bandiere messe lì per contrapporli.

trincea-0Inverno 1916. Da due lunghissimi anni gli eserciti europei, agli ordini di generali vigliacchi, si massacravano reciprocamente. Il grande macello era stato voluto dalle borghesie nazionali e dai loro servitori governativi e parlamentari, compresi i socialdemocratici, per risollevare l’economia capitalista  in “crisi” a seguito dei repentini processi di “globalizzazione” e “finanziarizzazione” dell’economia dell’inizio del secolo (1911-1913).

Ad ogni Natale, i fanti di ogni divisa immersi nel fango delle trincee, affamati, esausti e malandati, coglievano l’occasione per sospendere autonomamente il combattimento e scambiarsi oltre le trincee e i fili spinati, gli auguri per una fine di quell’indegno massacro.

Dal primo inverno del 1914 i giorni a ridosso di Natale cessavano gli spari, si alzavano trincea-2cartelli con “auguri”, si scambiavano grida di pace e sigarette e cioccolata. In qualche caso anche strette di mano nella “terra di nessuno” diventata a furore popolare “terra di tutti”.

Le gerarchie militari e gli alti comandi degli eserciti, quei vigliacchi che cercano la gloria per se per mezzo del sangue dei soldati, ne erano innervositi, al punto che, pieni di livore impotente, emisero numerose circolari che vietavano questo “rapporto col nemico”.

Il Natale successivo, quello del 1915, in barba agli ordini degli stati maggiori dei codardi, gli scambi di saluti, strette di mano, doni, ecc., si moltiplicarono.

Non potendo frenare questi gesti di fratellanza, i vili generali decisero di usare la frusta della repressione. Questi saluti oltre le trincee, questa grande espressione di umanità venne dichiarata “un reato” di tradimento. Così generali, magistrati, pubblici ministeri e gendarmi si attivarono per riportare le truppe alla “legalità” di merda!

E’ questa la legalità dei potenti

 Ecco alcune sentenze di condanna emesse l’anno successivo: il 1916 sul fronte italo-austriaco:

trincea-3 Dicembre 1916– A.S. di Roma anni 20, macchinista, caporale del 130° fanteria, condannato a 1 anno di reclusione militare   per “conversazione col nemico”. «Avendo tre o quattro austriaci gridato dalla loro trincea: “pace” egli pure rispose: “la vogliamo anche noi la pace”»

 [Tribunale militare di guerra del XX corpo d’armata. Enego, 5 maggio 1917. sent. 454]

 La notte dal 19 al 20 dicembre 1916 un plotone della 6° compagnia del 129° fanteria, durante i lavori per spalare la neve, il caporalmaggiore R.D. e il caporale C.M. vedevano gli austriaci intenti a spalare anche loro la neve; questi rivolsero parole di saluto, non comprese perché in tedesco, finché arrivò M.E. che fu in Germania a lavorare e lì si era fidanzato con una ragazza tedesca. Questi iniziò una conversazione che portò a una specie di intesa reciproca di non spararsi mentre si spalava la neve. Ne seguì uno scambio di cortesie e saluti e venne alzato un cartello con su scritto: “Buon Natale”, poi si scambiarono sigarette, pane e cioccolata.

R.D., della provincia di Salerno di anni 33, condannato a 1 anno di reclusione militare per conversazione col nemico e rifiuto d’obbedienza; C.M., della provincia di Avellino di anni 24, condannato a 1 anno e 1 mese di Guerr-1reclusione militare per lo stesso reato; M.E. della provincia di Arezzo di anni 23, condannato a 8 anni per gli stessi reati con in più “tradimento indiretto” in quanto il M.E., durante la conversazione tra una trincea e l’altra, aveva chiesto a un soldato austriaco di scrivere una lettera alla sua fidanzata tedesca a Dresda.

[Tribunale militare di guerra del XX corpo d’armata. Enego, 5 maggio 1917. sent. 453]
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Contro l’offensiva repressiva. Nessuno va lasciato indietro

General 22 dic 2014 02:54 am

Contro l’offensiva repressiva. Nessuno va lasciato indietro

Il 17 dicembre è stata emessa la sentenza di condanna contro Chiara, Claudio, Mattia e Niccolò, nell’ormai celebre processo avente ad oggetto un’azione di sabotaggio contro un cantiere Tav in Val Susa. In quanto progetto collettivo che si pone l’obiettivo di analizzare la dinamiche repressive (su questo tema lavoriamo ad un libretto autoprodotto previsto per l’inizio del 2015, mentre proprio al “processo compressore” abbiamo già dedicato un contributo solidale con gli accusati), come Prison Break Project ci sembrava utile formulare alcune riflessioni a partire da questa sentenza.

PBP nessuno indietro dicembre14

CONTRO L’OFFENSIVA REPRESSIVA NESSUNO VA LASCIATO INDIETRO
Il 17 dicembre è stata emessa la sentenza di condanna contro Chiara, Claudio, Mattia e Niccolò, nell’ormai celebre processo avente ad oggetto un’azione di sabotaggio contro un cantiere Tav in Val Susa. In quanto progetto collettivo che si pone l’obiettivo di analizzare la dinamiche repressive (su questo tema lavoriamo ad un libretto autoprodotto previsto per l’inizio del 2015, mentre proprio al “processo compressore” abbiamo già dedicato un contributo solidale con gli accusati), come Prison Break Project ci sembrava utile formulare alcune riflessioni a partire da questa sentenza.
Cominciamo subito col dire che non c’è sentenza di tribunale che potrà mai far esultare fino in fondo chi vuole delegittimare i dispositivi del potere costituito.
Come entusiasmarsi di fronte ad una decisione che condanna a 3 anni e 6 mesi di carcere chi ha rivendicato un sabotaggio in difesa del territorio e della salute, lottando contro uno dei tanti progetti utili solo al mortifero “progresso” capitalista?
Come poter riconoscersi in processi penali che vorrebbero trasformare l’opposizione popolare in terrorismo e che considerano le pratiche della resistenza e del sabotaggio secondo la lente che le qualifica come azioni di tipo militare dalle conseguenze micidiali, mentre si glorificano le operazioni di “polizia internazionale” e si santificano i due marò come nuovi eroi nazionalpopolari? Non possiamo aspettarci giustizia da un potere che è abituato a esprimersi capovolgendo la realtà, come fece ad esempio il “Grande Inquisitore” Caselli definendo l’azione contro il cantiere di Chiomonte un “atto di guerra”, per far dimenticare che era invece lo stato a schierare in Valsusa l’esercito e i blindati impiegati in Afghanistan.
Tuttavia la sentenza di Torino ha portato anche una buona notizia: il tentativo di estendere i confini del concetto di terrorismo anche ad atti di sabotaggio ha trovato una battuta di arresto. E’ una buona notizia per i movimenti e, in primis, per quei 4 compagni da oltre un anno in carcere preventivo in condizione di Alta Sorveglianza (regime di pesante isolamento carcerario).
La minaccia di decenni di prigione sventolata dal reato di terrorismo e ribadita dai “Pm con l’elmetto” della procura torinese è caduta e coloro che sono dietro le sbarre adesso possono sperare in una prospettiva (speriamo e vogliamo rapida) di limitazione della libertà meno gravosa.
Questa sentenza non deve però minimamente far abbassare la guardia, poiché la volontà di demonizzare il movimento No Tav e, più in generale, chi si oppone alle politiche capitalistiche rimane sempre ben viva. D’altronde il “terrorismo”, come tutti i dispositivi repressivi che si costituiscono in un processo di costruzione del nemico pubblico, ha una funzione performativa che non coincide esclusivamente con la decisione giudiziaria, perché la precede (ad esempio nella possibilità di ottenere facilmente carcerazioni preventive) e la supera (ad esempio costruendo e ricostruendo allarme sociale aldilà delle assoluzioni).
L’accusa di terrorismo, sostenuta anche dopo un divergente pronunciamento della cassazione in maggio e, con sospetto tempismo, reiterata nei confronti di altri tre compagni a una sola settimana dalla sentenza, può essere un segnale della volontà dello stato d’insistere nell’associare il movimento con tale qualifica criminalizzante, confidando nella sua capacità performativa e comunicativa nei confronti dell’opinione pubblica anche quando non si riesce a sancirla nelle aule di tribunale.
Non bisogna poi trascurare il dispositivo linguistico-giudiziario di connotazione militare dell’azione che viene avallato dalla decisione dei giudici di Torino, soprattutto attraverso la condanna per
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detenzione di armi da guerra. S’ingigantisce in tal modo la qualità offensiva di strumenti di lotta (molotov, petardoni e fuochi pirotecnici) che poco o nulla hanno a che fare con contesti bellici, al fine di massimizzare la pena (come è evidente dalla pesantezza della condanna rispetto ad un atto di semplice danneggiamento). La stessa tecnica, peraltro, era già stata recentemente utilizzata nella condanna dei due No Tav, Paolo e Forgi.
Rispetto a questa torsione linguistica possono essere rivolte anche alla sentenza le parole che Chiara ha pronunciato durante il processo:
“in quest’aula non troverete le parole per raccontare quella notte di maggio. Usate il linguaggio di una società abituata agli eserciti, alle conquiste, alla sopraffazione. Gli attacchi militari e paramilitari, la violenza indiscriminata, le armi da guerra appartengono agli stati e ai loro emulatori”.
La caduta dell’infamante accusa di terrorismo formulata dallo stato che ne è solitamente il principale utilizzatore (dal 12 dicembre ’69 alle operazioni di peacekeeping al pattugliamento dei mari trasformati in giganteschi cimiteri), è in ogni caso un’importante affermazione di tutto il movimento No Tav, il quale sin dall’inizio non si è lasciato intimidire dalla portata dell’accusa e ha sostenuto con una forza e una compattezza esemplare la legittimità del sabotaggio rivendicando, all’unisono con gli stessi accusati, che “quella notte c’eravamo tutti”.
Le pratiche di lotta, anche quelle radicali magari non direttamente messe in atto da tutt*, sono ugualmente patrimonio dei movimenti e vanno sostenute collettivamente senza cedere alle pressioni del paradigma democratico che vorrebbe imporre ogni decisione senza messe in discussioni. Il movimento No Tav ha saputo difendere il sabotaggio come strumento di lotta indispensabile per chi vuole interporsi, non solo allo scempio del territorio, ma alla politica del profitto prima di ogni altra cosa.
Colpire interessi, strumenti, simboli preoccupa la macchina statale, soprattutto se a considerarlo legittimo e giusto siamo in migliaia.
Ci viene consegnata così una lezione importante, di cui si era persa memoria nei miopi tatticismi di area del recente passato (pensiamo ad esempio alla risposta alla repressione post G8 di Genova): si vince solo se “si parte e si torna insieme”, ossia non ci si lascia dividere dalla repressione giudiziaria e mediatica in buoni e cattivi, ma anzi si rigettano le qualificazioni eteronome del potere sulle pratiche di lotta, anche quelle più dirette e illegali, che vengono invece assunte per la loro utilità e condivisibilità.
Il movimento No Tav anche su questo ha saputo fare tesoro della sua pluridecennale esperienza, guardandosi indietro per non dimenticare le proprie ferite e per imparare ad essere più forte, come ha ricordato Alberto Perino ai microfoni di Radio Black-out subito dopo la sentenza del tribunale torinese del 17 dicembre:
“Credo che oggi a fare la differenza sia stato che dietro le barricate, rivendicandole, siamo stati in migliaia. E voglio ricordare una cosa (…). Negli anni ’90 se noi avessimo avuto la maturità di oggi da ambo le parti (…), se qualcuno non si fosse isolato per conto suo e il movimento avesse maturato tutta una serie di cose oggi con noi a lottare avremmo ancora Sole e Baleno. Invece in quel momento loro si sono isolati, noi non siamo stati capaci di comprendere la situazione e li abbiamo lasciati soli e il sistema li ha stritolati. Oggi (i compagni arrestati) non li abbiamo mai lasciati soli, ci siamo sempre schierati al loro fianco, il teorema buoni/cattivi non ha funzionato. Siamo tutti colpevoli, siamo tutti No Tav”.
Questa lucidità di non dimenticare, di fare anche autocritica nel momento in cui si riesce a guadagnare qualche punto nell’estenuante lotta alla repressione mostra la maturità accumulata da un movimento che nonostante componga anime distinte, rivendica collettivamente le pratiche di lotta.
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Occorre però ricordare che il confronto con la repressione permane in tutta la sua crudezza. Sul fronte del movimento No Tav, restano ancora da affrontare diverse vicende processuali, i cui snodi più significativi sono il maxi-processo e le accuse di terrorismo ad altri tre compagni. La repressione contro il movimento è articolata e sistematica, segue in particolare la logica della punizione preventiva con la custodia cautelare, banalizzata e prolungata per coloro che vengono processati, oltre alle ingenti sanzioni pecuniarie e alle ormai centinaia di fogli di via dai paesi della valle per altrettanti attivisti.
Ma lo “spettro” del terrorismo, agitato come attributo accusatorio valido per ogni stagione, è minaccioso anche sul fronte complessivo della repressione dei movimenti. Non bisogna dimenticare ad esempio che il sabotaggio viene qualificato come terrorismo pure nel processo contro Gianluca e Adriano e più in generale l’art. 270 sexies continua ad esistere nel codice penale e ad ammonirci che lo stato ha tutta l’intenzione di far passare come terroristici i movimenti reali di lotta. Fuori dall’Italia, in questa stessa direzione va la maxi-operazione di “lotta al terrorismo” rivolta in questi giorni contro gli anarchici spagnoli, nei confronti dei quali sono piovuti arresti e perquisizioni per azioni di sabotaggio.
Tutto ciò non deve stupirci né scandalizzarci: il “diritto penale del nemico” è l’armamentario micidiale di cui ogni potere statale dispone per limitare l’agibilità dei suoi nemici veri o presunti. Che non riesca ad utilizzarlo effettivamente dipenderà dalla capacità collettiva di opporre ad esso adeguati rapporti di forza e l’intelligenza politica di difendere tanto i compagni quanto le pratiche che questi mettono in campo.
La vicende di Chiara, Claudio, Mattia e Nicolò, ma anche quella di Nikos Romanos in Grecia, ci dimostrano proprio che manifestare solidarietà concreta nei confronti di chi viene colpito dalla criminalizzazione spezza l’isolamento e può in parte riuscire a contrastare il disegno repressivo.
Nessuno quindi va lasciato indietro,
né i compagni che stanno già pagando le loro scelte di lotta, né chi si troverà a farlo in futuro. Nessuno va lasciato indietro, perché siamo tutti colpevoli di resistere.

PRISON BREAK PROJECT

– dicembre 2014 –
contatti: prisonbreakprojet.noblog.org

prisonbreakprojet@autoproduzioni.org

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CHIUDERE TUTTI I MANICOMI CRIMINALI

Tra realta’ psichiatrica e carceraria

CHIUDERE TUTTI I MANICOMI CRIMINALI

CAMPAGNA PER LA CHIUSURA DEGLI OPG

(gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari)

LIBERIAMOCI DEI MANICOMI

LIBERIAMOCI DELLA PSICHIATRIA

a cura di

RETE ANTIPSICHIATRICA

CENNI STORICI

Il Manicomio Criminale (MC) come principale istituzione per l’esecuzione delle misure di sicurezza è stato introdotto nel 1876 e regolamentato nel 1930 con il Codice Rocco.

Nel 1891, con il Regio Decreto 1 febbraio 1891, n. 260 “Regolamento generale degli stabilimenti carcerari e dei riformatori governativi”, il Manicomio Criminale viene ridenominato Manicomio Giudiziario (MG), pur rimanendo sostanzialmente invariato.1

Nel 1975, con la Legge n. 354 “Norme sull’ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della liberta” (legge Gozzini), il Manicomio Giudiziario (MG), viene ridenominato Ospedale Psichiatrico Giudiziario (OPG), pur rimanendo sostanzialmente invariato come principale istituzione per l’esecuzione delle misure di sicurezza.

Le riforme carcerarie del ’75-’86 e quelle psichiatriche del ’65-’78 hanno prodotto solo un cambiamento di definizione.

In tutti questi anni, mentre l’OPG è rimasto cristallizzato nella sua forma fascista, con la legge 180/1978 gli Ospedali Psichiatrici vengono lentamente smantellati e sostituiti da una serie di istituzioni (ospedali, case famiglia, comunità, ecc.) ed il ricovero coatto viene regolamentato e ridefinito come Trattamento Sanitario Obbligatorio in reparto psichiatrico.

Allo stesso modo le carceri vengono formalmente coinvolte in un processo di apertura, che paradossalmente conduce ad un allargamento della popolazione carceraria tramite un più ampio e capillare sistema di controllo esterno al carcere. Con la legge Gozzini le carceri si aprono alla società e si instaurano una serie di misure alternative all’internamento.

L’individualizzazione della pena, voluta dalla Gozzini, ha fatto sviluppare nell’ambito carcerario ipotesi sul soggetto criminale sempre più somiglianti alle pratiche psichiatriche sui “malati di mente”; infatti i percorsi rieducativi si confondono con quelli terapeutici e gli psicofarmaci si diffondono massicciamente anche in carcere2.

Negli anni ’70-’80 una rivoluzione culturale antisegregazionista si afferma sul piano legislativo, ma nella realtà rimangono inalterati il pregiudizio di pericolosità sociale del malato mentale e lo stigma del recluso.

Se nel tempo l’attenzione politica e legislativa si è spostata dalla malattia al malato, dalla pericolosità al disagio, e dalla punizione alla rieducazione, nella società i corpi degli psichiatrizzati e dei carcerati sono rimasti comunque esclusi e imprigionati.

Una nuova tecnologia del controllo sociale si diffonde: l’industria farmacologica sforna prodotti capaci, in alcuni casi, di sostituire le camicie di forza, i letti di contenzione e le sbarre.

Qual è e qual è stato il fondamento di tutte queste istituzioni deputate all’esecuzione delle misure di sicurezza?

E’ ed è sempre stato l’internamento di una persona giudicata socialmente pericolosa, cioè di una persona che potrebbe reiterare la stessa condotta in futuro.

In altre parole, si priva della libertà un individuo per quello che si suppone sia e non per quello che effettivamente fa.

Tale principio è un fondamento delle società autoritarie: non a caso è stato il fascismo a introdurre le misure di sicurezza, tra le quali rientra anche il confino.

LA SITUAZIONE OGGI

E’ del 30 maggio 2014 la Legge n°81 che converte il decreto legge del 31 marzo 2014 n°52 recante

disposizioni in materia di superamento degli Opg (Ospedali Psichiatrici Giudiziari).

Il decreto n° 52/2014 prevede la proroga dal 1° aprile 2014 al 31 marzo 2015 il termine per la chiusura degli OPG e la conseguente entrata in funzione delle REMS (Residenze per l’Esecuzione Misure Sicurezza).

Attualmente in Italia gli OPG presenti sono sei e si trovano ad Aversa, Napoli,
Barcellona Pozzo di Gotto, Montelupo Fiorentino, Reggio Emilia,
Castiglione delle Stiviere.
Ad oggi, in questi veri e propri manicomi criminali, ci sono rinchiuse
circa 850 persone.

I dati nel trimestre 1 giugno/1 settembre 2014 segnalano: n. 84 ingressi contro n. 67 persone dimesse; quindi continuano nuovi ingressi, nonostante si debbano privilegiare le misure alternative al ricovero in OPG.

Come si finisce in un OPG? In Italia, in caso di reato, se vi sia sospetto
di malattia mentale, il giudice ordina una perizia psichiatrica; se
questa si conclude con un giudizio di incapacità di intendere e di
volere dell'imputato, lo si proscioglie senza giudizio e se
riconosciuto pericoloso socialmente, lo si avvia a un Ospedale
Psichiatrico Giudiziario (articolo 88 c.p.) o in una struttura
residenziale psichiatrica per periodi di tempo definiti o meno, in
relazione alla pericolosità sociale.

Entrando nello specifico, il Decreto prevede l’eliminazione del cosiddetto ergastolo bianco, che consiste nell’indeterminatezza della durata dell’internamento.

Nelle future REMS la durata della misura di sicurezza non potrà essere superiore a quella della pena carceraria corrispondente al medesimo reato compiuto: ci preoccupiamo, pertanto, del fatto che le persone che hanno già scontato in OPG tale pena non finiscano nelle REMS, ma vengano liberati subito e senza condizioni.

Tuttavia la legge prevede, al momento della dimissione dagli OPG, percorsi e programmi terapeutico-riabilitativi individuali, predisposti dalle regioni attraverso i dipartimenti e i servizi di salute mentale delle proprie ASL.

Alla fine di tale percorso, qualora venga riscontrata una persistente pericolosità sociale, è comunque prevista la continuazione delle esecuzione della misura di sicurezza nelle REMS.

Tradotto significa l’inizio di un processo di reinserimento sociale infinito, promesso ma mai raggiunto, legato indissolubilmente a pratiche e sentieri coercitivi, obbligatori, contenitivi3.

Come ben ricorda Giorgio Antonucci, il manicomio non è una struttura, bensì un criterio; la continua ridenominazione di tali strutture sopra riportata, infatti, non può nascondere la medesima contraddizione di fondo: l’isolamento del soggetto dalla realtà sociale per la sua incapacità di adattamento nei confronti di un mondo su cui nessuno muove mai alcuna questione e che nessuno mette mai in discussione.

L’intervento diventa così a priori manipolativo.

Nella realtà, pertanto, è lo stesso obbligo a una perenne assistenza psichiatrica territoriale a configurarsi come un vero e proprio ergastolo bianco.

Noi crediamo, invece, nel bisogno e nella costituzione di reti sociali autogestite e di spazi sociali autonomi, in grado di garantire un sostegno materiale, una casa senza compromessi di invalidità, nonché un reddito e un lavoro non gestiti dai servizi socio-sanitari, bensì autonomamente dal soggetto.

Una rete in grado di riesumare e coltivare quel legame unico, antispecialistico e non orientato a una cura protocollare che, in nome della scienza, non lascia spazio all’uomo.

Quel legame sciolto dal discorso capitalistico, demiurgo di consumatori in solitario godimento.

IN ALTRE PAROLE…

Chiudere i manicomi criminali senza cambiare la legge che li sostiene vuol dire 
creare nuove strutture, forse più accoglienti, ma all’interno delle quali finirebbero
sempre rinchiuse persone giudicate incapaci d’ intendere e volere.

La questione, insomma, non può essere risolta con un tratto di penna, non è sufficiente stabilire che quello che è stato non deve più essere, e pensare che il problema si risolva da sé. È vero che per troppo tempo gli Opg sono stati un territorio dimenticato in cui ogni dignità e diritto sono annullatati ma ci sono da più di un secolo e mezzo e la legge che gli regola è del 1904.

Per abolire realmente gli OPG bisogna non riproporre i criteri e i
modelli di custodia ma occorre metter mano a una riforma degli
articoli del codice penale e di procedura penale che si riferiscono
ai concetti di pericolosità sociale del “folle reo, di incapacità
e di non imputabilità”, che determinano il percorso di invio agli
Opg.
Viene ribadito, oltretutto, il collegamento inaccettabile cura-custodia
riproponendo uno stigma manicomiale; dall’altro ci si collega a
sistemi di sorveglianza e gestione esclusiva da parte degli
psichiatri, ricostituendo in queste strutture tutte le
caratteristiche dei manicomi. La proliferazione di residenze ad alta
sorveglianza, dichiaratamente sanitarie, consegna agli psichiatri la
responsabilità della custodia, ricostruendo in concreto il
dispositivo cura-custodia, e quindi responsabilità penale del
curante-custode.
La questione non è solo la chiusura di questi posti: non si tratta solo
di chiudere una scatola, per aprirne tante altre più piccole. Il
problema è superare il modello di internamento, è non riproporre
gli stessi meccanismi e gli stessi dispositivi manicomiali. Il
problema non è se sono grossi o piccoli, il problema è che cosa
sono. Il manicomio non è solo una questione di dove lo fai, se c’è
l’idea della persona come soggetto pericoloso che va isolato,
dovunque lo sistemi sarà sempre un manicomio. Magari più bello, più
pulito, ma la logica dominante sarà sempre quella dell’esclusione
e non dell’inclusione.

La Legge 81/2014 con la misura di affidamento ai servizi sociali costituisce un passo in avanti nella riduzione delle misure reclusive totalizzanti, ma, mantenendo inalterato il concetto di pericolosità sociale, non cambia l’essenza della modalità di risoluzione della questione.

Nonostante sia previsto un maggiore contatto dell’individuo con la società, l’isolamento rimane all’interno dell’individuo attraverso trattamenti psicofarmacologici debilitanti che conducono a fenomeni di cronicizzazione.

Cambieranno i luoghi di reclusione, in strutture meno fatiscenti e più specializzate, ma allo stesso tempo ci sarà una gestione affidata al privato sociale, andando così incontro a fenomeni di allungamento della degenza per mantenere i finanziamenti, con una presa in carico vitalizia ad opera dei servizi psichiatrici.

Questa legge non soddisfa l’idea di un superamento di un sistema aberrante e coercitivo, infatti permangono misure di contenzione svilenti per l’individuo e trattamenti farmacologici troppo debilitanti e depersonalizzanti per poter essere definiti positivi per la persona.

Uno concreto percorso di superamento delle istituzioni totali passa necessariamente da uno sviluppo di una cultura non segregazionista, largamente diffusa, capace di praticare principi di libertà di solidarietà e di valorizzazione delle differenze umane contrapposti ai metodi repressivi e omologanti della psichiatria.

1La ridenominazione è un elemento centrale nella storia della psichiatria: da quella del Manicomio Criminale (MC-MG-OPG-REMS) a quella dell’Elettroshock (oggi definito Terapia ElettroConvulsiva –TEC-). Lo scopo è evidentemente quello di “cambiare nome” per “cambiare significato” e nascondere così gli orrori legati a certe pratiche e a certe strutture. (M. Foucaut, L’ordine del discorso,1971; J.Lacan, Seminario XVII, 2001).
2 Dal 1930 nel Manicomio Criminale sono stati internati i folli rei e i rei folli.

I folli rei sono coloro che hanno compiuto un reato in stato di incapacità di intendere e di volere per infermità mentale, sono stati prosciolti ma internati perché ritenuti socialmente pericolosi.

I rei folli, invece, sono coloro che hanno compiuto un reato, sono stati condannati ad una pena detentiva e, successivamente, in carcere sono stati riconosciuti socialmente pericolosi per infermità mentale.

Nella proposta di superamento degli OPG, le REMS accoglieranno i folli rei condannati alla misura di sicurezza; mentre i rei folli rimarranno all’interno delle carceri, trasformate in novelli OPG.

L’OPG viene quindi abolito, ma solo per creare all’interno del carcere strutture adeguate alla cura dei disturbi mentali, reparti psichiatrici interni all’istituto penitenziario, così da aumentare il ruolo della psichiatria in carcere senza modificare la situazione attuale.

3 F.Rahola, Zone definitivamente temporanee, 2003.
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…quella mattina del 15 dicembre 1976…

In ricordo di Walter Alasia a 38 anni dall’uccisione

quella mattina del 15 dicembre 1976…

«… si era trovato davanti quei “marziani”, quei poliziotti bardati con misure protettive, mio padre ha pensato per un attimo che venissero a prendere Walter perché non aveva risposto alla chiamata militare. Invece non c’era nessuna cartolina. Gli avevano chiesto della stanza di Walter e subito dopo aveva sentito sparare. Ha avuto un mancamento, ha cercato di sorreggersi appoggiandosi al tavolo, ma è caduto sulla schiena. Poi ha sentito i  colpi sparati in cortile e ha pensato subito che fossero contro Walter”. È arrivato il nostro medico, l’ha visitato, gli ha chiesto se voleva andare in ospedale , ma lui ha risposto che voleva restare lì, a casa sua, con sua mogliee i suoi figli. In questura gli hanno detto che Walter era un brigatista.”….

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