Dal 1914 al 1918 ogni 25 dicembre è un “Natale di sangue” offerto dai capitalisti e dai generali

Il patriottismo, l’ultimo rifugio per i farabutti e i codardi

(Samuel Johnson, noto anche come Dottor Johnson (1709 – 1784), poeta e scrittore britannico)

Dal Natale del 1914 inizia il “massacro patriottico”. Si tratta delle durissime condanne propinate dagli stati maggiori di tutti gi eserciti contro i propri soldati. I Tribunali militari lavoravano a pieno ritmo perché dalle melmose trincee, dove i generali, per conto di stati e capitalisti, rinchiudevano i proletari mascherati con divise diverse perché si ammazzassero tra di loro, per far aumentare profitti e carriere, da quelle tricee si levavano reciprocamente saluti di pace e auguri. Si manifestava tra quei proletari e contadini una comunanza che superava le ridicole e inutili bandiere messe lì per contrapporli.

trincea-0Inverno 1916. Da due lunghissimi anni gli eserciti europei, agli ordini di generali vigliacchi, si massacravano reciprocamente. Il grande macello era stato voluto dalle borghesie nazionali e dai loro servitori governativi e parlamentari, compresi i socialdemocratici, per risollevare l’economia capitalista  in “crisi” a seguito dei repentini processi di “globalizzazione” e “finanziarizzazione” dell’economia dell’inizio del secolo (1911-1913).

Ad ogni Natale, i fanti di ogni divisa immersi nel fango delle trincee, affamati, esausti e malandati, coglievano l’occasione per sospendere autonomamente il combattimento e scambiarsi oltre le trincee e i fili spinati, gli auguri per una fine di quell’indegno massacro.

Dal primo inverno del 1914 i giorni a ridosso di Natale cessavano gli spari, si alzavano trincea-2cartelli con “auguri”, si scambiavano grida di pace e sigarette e cioccolata. In qualche caso anche strette di mano nella “terra di nessuno” diventata a furore popolare “terra di tutti”.

Le gerarchie militari e gli alti comandi degli eserciti, quei vigliacchi che cercano la gloria per se per mezzo del sangue dei soldati, ne erano innervositi, al punto che, pieni di livore impotente, emisero numerose circolari che vietavano questo “rapporto col nemico”.

Il Natale successivo, quello del 1915, in barba agli ordini degli stati maggiori dei codardi, gli scambi di saluti, strette di mano, doni, ecc., si moltiplicarono.

Non potendo frenare questi gesti di fratellanza, i vili generali decisero di usare la frusta della repressione. Questi saluti oltre le trincee, questa grande espressione di umanità venne dichiarata “un reato” di tradimento. Così generali, magistrati, pubblici ministeri e gendarmi si attivarono per riportare le truppe alla “legalità” di merda!

E’ questa la legalità dei potenti

 Ecco alcune sentenze di condanna emesse l’anno successivo: il 1916 sul fronte italo-austriaco:

trincea-3 Dicembre 1916– A.S. di Roma anni 20, macchinista, caporale del 130° fanteria, condannato a 1 anno di reclusione militare   per “conversazione col nemico”. «Avendo tre o quattro austriaci gridato dalla loro trincea: “pace” egli pure rispose: “la vogliamo anche noi la pace”»

 [Tribunale militare di guerra del XX corpo d’armata. Enego, 5 maggio 1917. sent. 454]

 La notte dal 19 al 20 dicembre 1916 un plotone della 6° compagnia del 129° fanteria, durante i lavori per spalare la neve, il caporalmaggiore R.D. e il caporale C.M. vedevano gli austriaci intenti a spalare anche loro la neve; questi rivolsero parole di saluto, non comprese perché in tedesco, finché arrivò M.E. che fu in Germania a lavorare e lì si era fidanzato con una ragazza tedesca. Questi iniziò una conversazione che portò a una specie di intesa reciproca di non spararsi mentre si spalava la neve. Ne seguì uno scambio di cortesie e saluti e venne alzato un cartello con su scritto: “Buon Natale”, poi si scambiarono sigarette, pane e cioccolata.

R.D., della provincia di Salerno di anni 33, condannato a 1 anno di reclusione militare per conversazione col nemico e rifiuto d’obbedienza; C.M., della provincia di Avellino di anni 24, condannato a 1 anno e 1 mese di Guerr-1reclusione militare per lo stesso reato; M.E. della provincia di Arezzo di anni 23, condannato a 8 anni per gli stessi reati con in più “tradimento indiretto” in quanto il M.E., durante la conversazione tra una trincea e l’altra, aveva chiesto a un soldato austriaco di scrivere una lettera alla sua fidanzata tedesca a Dresda.

[Tribunale militare di guerra del XX corpo d’armata. Enego, 5 maggio 1917. sent. 453]
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