…cercando di prevenire gli attentati per mezzo del carcere…

Dopo la strage di Parigi del 7 gennaio alla redazione di Charlie Hebdo, da più parti è stato chiesto al ministro della giustizia francese qual’è nelle carceri la situazione dei prigionieri sospettati di “islamismo radicale” e come è stata la carcerazione precedente dei due presunti autori della strage, poi uccisi.

In una conferenza stampa, Pierre Rancé portavoce del ministero della giustizia, così ha risposto: [da La Presse del 13 genn 2015] Sono 152 gli islamisti radicali in stato di detenzione in Francia, 22 dei quali sono isolati nel carcere di Fresnes, a sud di Parigi, separati dagli altri detenuti per evitare che abbiano contatti e facciano proseliti. In totale il numero di detenuti e reclusi in Francia per “associazione a delinquere con fini terroristici” è di 283 persone. Dai dati che ha il ministero, Amedy Coulibaly e Cherif Kouachi, (due dei presunti autori della strage) durante la loro detenzione avevano dimostrato una buona condotta. Amedy Coulibaly, autore dell’assalto al supermercato kosher venerdì 9 e dell’omicidio di una poliziotta il giorno prima, dimostrò addirittura un comportamento “esemplare” in prigione. A dicembre 2013, l’uomo era stato condannato per aver partecipato a un piano di evasione nel 2010 di Smaïn Ait Ali Belkacem, sospetto jihadista, in cui era coinvolto anche Kouachi, ma la sua posizione era stata archiviata. Coulibaly, ha spiegato il portavoce del ministro in conferenza stampa, rispettava il regolamento interno, partecipava alle attività sportive e culturali, partecipava ai corsi di formazione e veniva considerato un detenuto “particolarmente motivato”, a suo carico solo un piccolo incidente disciplinare, quando venne sorpreso con un telefono cellulare. Le relazioni del carcere parlano di segnali di “reintegrazione”, di aver scontato la condanna nelle “condizioni normali” e così nel maggio 2014, secondo quanto previsto, venne liberato. A metà degli anni 2000, fu detenuto in contemporanea con Cherif Kouachi per un breve periodo nel carcere di Fleury-Mérogis, a sud di Parigi. Rispetto a Coulibaly, Kouachi dimostrò un comportamento un “po’ più agitato”, ma non ebbe particolari problemi, né sembrava legato all’islamismo radicale. Cherif Kouachi venne incarcerato per la prima volta nel 2005 e condannato nel 2008 a tre anni per aver preso parte alla cosiddetta “Rete de Buttes Chaumont”, che reclutava giovani per la causa fondamentalista.

Il portavoce ha aggiunto che il ministero della giustizia francese intende lanciare, già questa settimana, in due strutture carcerarie dell’area parigina un programma pilota per migliorare il rilevamento della radicalizzazione tra i detenuti in carcere. Il portavoce ha spiegato che le autorità giudiziarie stanno lavorando da mesi per ampliare questo programma. Le autorità carcerarie francesi hanno a disposizione dal 2003 un ufficio di intelligence composto da 30 persone per rilevare ogni movimento sospetto in questo ambito e gestire gli arresti delle persone coinvolte.

Dunque il ministero della giustizia francese si affida all’intelligence nelle carceri per cercare di spiare e capire ciò che il carcere non ha permesso di capire, né lo potrà mai.

Qualcosa rimbalza anche in Italia: La Stampa del 12 gennaio intervista il ministro della giustizia Andrea Orlando che afferma: Spesso il carcere diventa un luogo di reclutamento e proselitismo. Bisogna armonizzare le legislazioni Ue per un’azione più efficace“. Si prevede, da una parte, una nuova superprocura antiterrorismo (autonoma o come prolungamento dell’antimafia), dall’altra un potenziamento dell’attività di intelligence nelle carceri. La difficoltà, dice Orlando, è riuscire a omogenizzare tutta l’Europa su questo terreno.

Incalza il prode ministro degli interni Alfano affermando che «se l’Italia non è esposta a forme di rischio terroristico di matrice islamica è anche perché mai come nel 2014 sono state dispiegate attività di vigilanza e intelligence». [Il sole 24 ore 12 Gennaio 2015]

Tutto ciò in pratica vorrà dire che nelle carceri e nei dintorni del carcere il controllo diventerà sempre più asfissiante: occhi e orecchie spioni scruteranno e ascolteranno le chiacchierate, le lettere, i libri, le frequentazioni, le idee… Cosa verrà fuori? Nulla! Se non un triste incremento della concezione poliziesca e complottista degli eventi storici.

La realtà del carcere, anche in questo caso, ha dimostrato che la galera non serve a niente: non serve a rieducare, non serve a reinserire, men che meno a capire le intenzioni di chi viene rinchiuso; serve solo a far soffrire e deteriorare il carattere di chi rinchiude.

È il carcere che va chiuso! Definitivamente!

Le guerre, gli attentati, i tumulti, gli scontri, i conflitti … vanno affrontati su altri terreni, mettendo al primo posto la comprensione della condizione sociale delle persone, la loro classe di appartenenza, la loro povertà, il loro sfruttamento, la loro disperazione, la ghettizzazione e l’emarginazione feroce, l’impossibilità di dare uno sbocco al proprio malessere, ecc.

Non ha senso affrontare tutto ciò col carcere, né col profluvio di chiacchiere inutili e pompose, né con l’union sacrée.

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