Le norme fasciste ancora in vigore

Quarant’anni fa, era il 27 dicembre 1974, la Corte costituzionale italiana «nel corso di un procedimento penale a carico di esponenti sindacali e politici, imputati del reato previsto e punito dagli artt. 503 e 511 del codice penale – articoli del codice penale Rocco che puniscono lo sciopero politico – il pretore di Monfalcone ha sollevato d’ufficio, con ordinanza del 31 marzo 1972, la questione di legittimità costituzionale del precitato art. 503 del codice penale, in riferimento agli artt. 3 e 40 della Costituzione»«gli esponenti politici e sindacali erano stati incriminati per avere indetto e organizzato uno sciopero di protesta per i fatti di Catanzaro del febbraio 1972 e in particolare contro “il revanscismo fascista diretto ad annullare le conquiste dei lavoratori e a bloccare le ulteriori avanzate popolari...»

Con sentenza n. 290, depositata in cancelleria il 27 dicembre 1974, la «Corte costituzionale dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 503 del codice penale nella parte in cui punisce anche lo sciopero politico..

Codice penale fascistaErano trascorsi 30 anni dalla “liberazione” dal fascismo e dalla instaurazione della “repubblica democratica”, eppure in questo triste paese vigevano ancora norme fasciste, anche le più infami come quelle che imponevano essere un reato lo sciopero politico dei lavoratori.

Il codice fascista entrato in vigore il 1° luglio 1931, a firma del ministro della giustizia di allora Alfredo Rocco e di Benito Mussolini, contiene norme fasciste, ancora in vigore, come quelle sui reati associativi, sulla “pericolositò sociale”, quelle su “devastazione e saccheggio”, e tante altre, alcune perfino peggiorate di molto dalle leggi Cossiga della fine degli anni Settanta. Ma non finisce qui: sono tuttora in vigore le leggi che offrono pieni poteri alle forze dell’ordine: il Testo Unico delle leggi di pubblica sicurezza (Tulps- Regio Decreto 18 giugno 1931, n. 773), norme in piena violazione dei principi costituzionali, ma che permettono alla repressione di agire con arroganza e prepotenza nei confronti di cittadini, soprattutto quando sono impegnati nel conflitto sociale e in azioni di protesta.

Tutto questo tempo trascorso, 70 anni dalla “liberazione”, i tantissimi governi e maggioranze parlamentari avvicendate alla direzione del paese, non ha mutato la tutela dell’ordine capitalistico ancora affidato a regole fasciste.

È dunque inutile perdere ancora tempo a richiedere al Parlamento l’abrogazione di tali norme; stante il fatto che oggi non c’è nemmeno un esiguo numero di parlamentari favorevole a ribaltare il codice Rocco-Mussolini

È più utile ed efficace affrontare la battaglia contro la Repressione nei termini possibili e vincenti, ossia sviluppando l’autorganizzazione dei proletari e dei lavoratori nei loro territori e nei loro posti di lavoro.

Soltanto con la forza espressa dall’autorganizzazione della classe proletaria è possibile urlare e praticare un serio e salutare STOP ALLA REPRESSIONE!

[leggi tutta la Sentenza qui]

Altri articoli sul codice Rocco si possono leggere: qui  e  qui

 

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