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Al Newroz di Pisa sabato 19 dicembre
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Tra il XVI e XVII secolo prende forma il sistema di carcerazione moderno
Elementi della nascita del carcere moderno – prima parte
… durante il sedicesimo secolo si applicarono comunemente ai piccoli trasgressori le pene normali (anche di morte) riservate in precedenza ai criminali più pericolosi, secondo una concezione per cui al pesce piccolo veniva riservata la medesima sorte di quello grosso a causa dell’«inclinazione pericolosa della sua mentalità», ora l’andamento venne rovesciato e i tentativi di punire i vagabondi con metodi più umani, come il blando, i lavori forzati e le galere, si orientarono verso l’uso delle prigioni, delle case di lavoro e correzione. I piccoli criminali vennero condotti all’interno di queste dimore particolari, destinate ad ospitare la feccia sociale, attirando gradualmente dietro di sé coloro che s’erano resi colpevoli di reati più gravi. [R. Schmidt – Strafrechtsreform]
…Di tutte le motivazioni che contribuirono a rafforzare l’idea del carcere come pena, la più importante fu senz’altro quella del profitto, sia nel senso più limitato di rendere produttiva la stessa istituzione, che in quello generale di trasformare l’intero sistema penale in una parte del programma mercantilistico dello Stato. [..] Lo scarso interesse che lo Stato aveva riposto sino allora nella giustizia penale, era dovuto in buona parte al fatto che esso non si aspettava alcun profitto all’esecuzione della pena e cercava di trattare i detenuti nel modo meno costoso possibile; si riteneva che lo Stato non dovesse compiere nessun esborso impegnativo, eccettuato che per gli stipendi, i quali spesso, d’altro canto, ammontavano agli interessi sul prezzo d’acquisto di una carica ufficiale , come in Francia. Il conto stipendi del “Parlement” parigino sotto Enrico III, ad esempio, ammontava a 100 mila livree mentre i pagamenti che coprivano voci generali, secondo l’ordinanza del marzo 1498, come il trasporto, il mantenimento dei detenuti e costi e stipendi di numerosi funzionari inferiori, non raggiungevano le 1.000 livree.
L’evoluzione di questa attività scarsamente redditizia in un sistema parzialmente autosufficiente dal punto di vista del Tesoro e che tendeva a divenire un settore vantaggioso dal punto di vista delle politiche mercantilistiche, spianò la strada all’introduzione del carcere come forma punitiva fondamentale.
…Mentre le radici del sistema carcerario affondano nell’epoca del mercantilismo, la promozione e l’elaborazione teorica di esso furono i compiti assolti dall’illuminismo. Abbiamo visto come, ancora a lungo nel corso del diciottesimo secolo, le case di correzione ospitassero, senza alcuna distinzione, condannati, vagabondi, orfani, anziani, pazzi; quasi nessuna discriminazione veniva posta in essere nel rinchiudere la gente e ogniqualvolta veniva introdotta la pena del carcere, chi deteneva il potere la usava allo scopo di allontanare gli “indesiderabili”…. Non v’era alcun criterio definito per fissare, perché non v’era un concetto adeguato del rapporto necessario tra il delitto e la pena, cosicché essa era talvolta assurdamente breve e molto più spesso assurdamente lunga, sempre che venisse in qualche modo indicata.
… Il concetto di proporzionalità venne concretizzato in una gamma di pene, giuridicamente definite in relazione alla gravità del reato, il che divenne, fra l’altro, uno
degli argomenti più efficaci nella lotta contro l’uso troppo frequente della pena di morte. Sia Beccaria che Voltaire ripresero la distinzione popolare tra il furto semplice e il furto unito a violenza come prova della necessità di variare le pene in accordo con i fatti in ogni singolo caso, problema che divenne la “raison d’être” delle definizioni formali così numerose della dottrina continentale. Muovendo dalle rozze definizioni già esistenti, la gran parte dello sforzo teorico venne ora concentrato nello sviluppo di un elaborato sistema normativo in grado di riconoscere ogni più sottile distinzione tra i vari motivi e le varie modalità di esecuzione; l’altro compito fondamentale che venne posto in luce fu quello di riconsiderare i metodi punitivi, a causa della allora prevalente severità delle pene in generale e dell’uso indiscriminato della pena capitale in particolare.
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La Turchia arresta 1.300 richiedenti asilo …
La Turchia arresta 1.300 richiedenti asilo …
La Turchia ha intensificato un giro di vite sulle persone immigrate, arrestando 1.300 richiedenti asilo in una sola operazione poche ore dopo che il paese ha promesso di frenare il flusso di rifugiati in Grecia in cambio di aiuti finanziari da parte dell’Unione europea.
theguardian
tutto l’articolo è qui
Turkey arrests 1,300 asylum seekers after £2bn EU border control deal
Three people smugglers held along with hundreds of Syrians, Afghans, Iranians and Iraqis after country vows to curb flow of refugees in return for aid
A woman wearing a thermal blanket holds her child on a beach in Lesbos. Hundreds of refugees were arrested in Turkey before making it to the Greek island on Monday.
Patrick Kingsley and agencies
Monday 30 November 2015 18.28 GMT Last modified on Monday 30 November 2015 22.31 GMT
Turkey has stepped up a crackdown on people smuggling, arresting 1,300 asylum seekers in a single operation just hours after the country promised to curb the flow of refugees to Greece in exchange for financial aid from the EU.
Hundreds of Syrians, Afghans, Iranians and Iraqis and three people smugglers were seized on Monday in the countryside near Ayvacık, a Turkish town north of the Greek island of Lesbos, Reuters and the Associated Press reported. According to the UN, about 425,000 people have arrived in Lesbos in smuggling boats this year, while a further 300,000 have reached other Greek islands from Turkey – leading the EU to criticise its eastern neighbour for not doing enough to police its own border.
…….
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Conflitto di classe e sovversione nel mondo arabo
Brevi cenni su alcune attività conflittuali e sovversive sanguinose del proletariato e delle masse povere arabe contro gli sfruttatori, mai ricordate.
L’INCENDIO DEL CAIRO
Sabato 26 gennaio 1952, poco prima di mezzogiorno partono i roghi. Obiettivi sono i luoghi del divertimento e dei ricchi del Cairo e Alessandria.
«A mezzogiorno il quartiere moderno, centro degli affari, è in fiamme. … le tragiche macerie fumanti di quella sera non erano soltanto quelle dei “quartieri alti” del Cairo: erano anche le macerie di un’epoca, di un sistema, di una società, dei rapporti fra un popolo e un potere, erano i frutti perversi di una lunga tensione rivoluzionaria che ne chiamava altre». (il 23 luglio dello stesso anno, gli “ufficiali liberi” guidati da Nasser prendono il potere) [Jean Lacouture – Nasser – Ed Riuniti 1972 pag. 79]
«In effetti, dopo la prima scintilla le larghe masse si precipitarono pr esprimere ciò che sentivano, intensificando gli incendi, rubando e saccheggiando. L’incendio del Cairo non è stato, come appare oggi, un semplice incidente di polizia, ma piuttosto l’esplosione di quelli che non possedevano nulla contro quelli che monopolizzavano il diritto alla vita. [Mohammed Hassenein Heikal – 1961- citato da A. Abdel Malek – La pensée politique arabe contemporaine]
«A mezzogiorno del 26 gennaio comincia l’incendio del Cairo. Sono le masse diseredate che costituiscono il grosso delle forze incendiarie – benché vi si uniscano gruppi d’operai e di piccoli borghesi. Furono incendiati … cabaret, cinema di lusso (Rivoli, Metro), caffè alla moda (Groppo) – cioè luoghi che sono il simbolo dei privilegi di classe a cui le masse diseredate non hanno diritto di accesso… furono incendiati grandi negozi (Cicurel, Chamla, Adès) – e infine il “Turf Club”, lo “Shepheard’s” (simboli del bel mondo coloniale), la Barclay’s Bank, ecc.-in altri termini le piazzaforti dell’imperialismo….sorgeva da un bisogno autentico delle masse diseredate ed era essenzialmente orientata, in varie forme, contro i nemici del popolo.» [Mahmoud Hussein – La lotta di classe in Egitto 1945-1970 -Einaudi 1973 pag.66, 67 – secondo lo storico del Medio Oriente GuidoValabrega dietro il nome di questo autore si celano i veri autori: Adel Rifaat e Baghat Elnadi, nasseriani]
«…prima di mezzogiorno entrano in azione gruppi di incendiari. … Chi sono? Militanti del vecchio partito di Ahmed Hussein , le camicie verdi del Giovane Egitto diventato partito socialista, fanatici di “Sciabab Mohammed” che predicano il “ritorno al deserto”, ma anche e soprattutto militanti dell’organizzazione segreta dei Fratelli musulmani». [Anouar Abdel-Malek – Esercito e società in Egitto 1952-1967 – Einaudi 1967 pag. 30]
I Precedenti: …nei villaggi, i contadini non ne potevano più di essere sfruttati, tanto più che il prezzo del cotone è caduto dopo il boom della guerra di Corea. Gli occupanti inglesi costretti a concedere l’indipendenza all’Egitto, a causa dello sviluppo del movimento nazionalista esaltato dalla rivoluzione del 1919, mantenevanoo forze armate nella zona del Canale di Suez per un controllo totale insieme alla Francia. Posero sul trono una monarchia incapace (il sultano Ahmed Faud e nel 1936 il figlio di questi Faruk), circondata da funzionari corrotti e servi della GB. Le aggressioni israeliane alla Palestina coinvolsero l’esercito egiziano che si sentiva tutore dei diritti palestinesi, ma che non fu all’altezza di esprimere il proprio appoggio alla causa palestinese a causa di tradimenti degli alti ufficiali legati alla corona. Dalla sconfitta del 1948 si sviluppa intorno al Canale, a Ismailiah, la guerriglia contro gli occupanti inglesi e assume un carattere permanente e crescente. Fino al punto in cui le truppe ausiliarie di polizia popolare egiziana, i “Boulouks Nizam” proprio a Ismailiah vengono massacrati dalle truppe inglesi. Il gen. Erskine comandante delle forze del Canale, alle 7 del mattino del 25 gennaio circonda la loro caserma perché i Boulouks solidarizzano con le manifestazioni popolari contro le guarnigioni inglesi. ATell El Kebir, un commando di guerriglieri egiziani si era infiltrato nella base inglese ed aveva fatto saltare le munizioni. Il comando inglese impone la consegna delle armi e la resa, al rifiuto dei “Boulouks Nizam” fa aprire il fuoco dall’artiglieria. Oltre 50 i morti. Quando la notizia giunge al Cairo, la città esplode. Tutti i locali dei ricchi, frequentati dagli europei vengono incendiati.
«…nessuno dei partiti politici esistenti, nemmeno comunisti ,era capace concretamente di prendere l’iniziativa, attesa da tutti, di lanciare le masse verso gli obiettivi a cui tutti tendevano: riarmo popolare e organizzazione nazionale della resistenza…» [M. Hussein – idem– pag 65, 66]
altre rivolte
TUNISIA – Gennaio 1984, sotto la presidenza di Habib Bourghiba, scoppiano moti di piazza causati dall’aumento di prezzo del pane. Durante la sommossa, che coinvolge tutto il Paese, muoiono almeno 80 persone, mentre i danni provocati da saccheggi, incendi, furti a edifici pubblici e privati superano i 400 miliardi delle vecchie lire. Vengono arrestate migliaia di persone.
ALGERIA – Dal 5 al 10 ottobre 1988 infuria la cosiddetta «guerra della semola» o «guerra del cous-cous», a causa della carenza di beni di prima necessità, tra cui il piatto tradizionale maghrebino. Il presidente Chadli Benjedid reprime la protesta con i carri armati: i morti sono 162 secondo le fonti ufficiali, migliaia i feriti.
La rivolta sfocia comunque in un referendum sulla riforma costituzionale e in elezioni presidenziali vinte da Bendjedid, nel 1984 e nel 1988, che aprì la strada al multipartitismo superando il regime di partito unico, l’FLN. Nel 1990 le elezioni amministrative vengono vinte dal Fronte Islamico di Salvezza (FIS) di Abassi Madani e Ali Belhadj, con il 54%. Dopo l’arresto di questi, il Fis con la direzione di Abdelkader Hachani si aggiudica anche il primo turno delle successive elezioni politiche (26 dicembre 1991) in tutto il paese fuorché Algeri. Queste le percentuali di voto: FIS 47,3% e 188 seggi, FLN 23,4%, FFS 7,4%, MSP 5,3%. Il secondo turno sarebbe stato un ballottaggio fra i due candidati più votati e avrebbe dato una maggioranza dei due terzi al FIS, che avrebbe permesso di modificare la costituzione laica.
L’11 gennaio 1992 l’esercito prende il potere con un colpo di Stato, il controllo del paese passa nelle mani di una giunta militare “Supremo Consiglio di Sicurezza” che affida la gestione politico amministrativa ad un “Supremo Comitato di Stato” di cinque membri (un militare, due del FLN e due indipendenti) guidato, su richiesta dei militari, dal vecchio resistente Muhammad Boudiaf, richiamato dall’esilio ma assassinato il 29 giugno 1992 e succeduto da Ali Kafi, fino a 30 gennaio 1994. Il Fis viene messo fuorilegge. Da allora per oltre dieci anni imperversa una guerra civile tra Fis passato in clandestinità e giunta militare con stragi, morti e devastazioni di territori.
*=*
Alla luce di questi precedenti possiamo con più elementi valutare le recenti “primavere arabe” e anche le derive terroriste di questi giorni
Pubblicato in Internazionalismo
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Dopo il 13 novembre. Riflettiamo!
Undici giorni sono passati da quel 13 novembre 2015 quando un piacevole sabato sera parigino è stato sconvolto da numerosi attentati con 130 morti e numerosissimi feriti.
Scemate le consuete giaculatorie dei media e dei politici, allarmi parossistici, chiacchiere inutili sempre più condite di razzismo e xenofobia squallida e ignorante, proviamo a riflettere su quello che questa tragedia può insegnarci.
Ma come! – diranno i più – c’è bisogno di una tragedia col suo portato di morte e sangue per imparare qualcosa? Evidentemente si! Questo ci insegna la storia dell’umanità; ne è prova la letteratura sviluppatasi intorno alle tragedie, e non solo, eccezionali quelle greche, che sono lì a ricordarcelo.
Oggi alcune cose sono chiare, senza far ricorso ad analisi elaborate e dotte, gli stessi protagonisti le hanno affermate:
-Chi finanza e arma Isis?
Inizialmente sono state le Fondazioni saudite e dei paesi del Golfo, poi la Turchia, la GB e gli Usa con armi inviate e commercio del petrolio dai pozzi occupati da Isis, in particolare acquistato dalla Turchia che ha offerto protezione e appoggio chiedendo in cambio lo sterminio delle popolazioni curde nelle regioni siriane e irachene.
Nella guerra civile in Siria ormai le forze in campo sono due: Assad col suo esercito e l’Isis o Daesh con le sue armate. Ai confini siriani con la Turchia ci sono regioni curde, come Rojava, che stanno costruendo progetti interessanti ma che non hanno la forza di orientare la guerra siriana.
Tra Assad e Daesh non ci sono altre forze intermedie consistenti che pure c’erano all’inizio, c’è però la popolazione civile che subisce massacri da entrambi gli eserciti. A questo punto le cosiddette forze della “grande coalizione” (in via di costruzione?) o si concentreranno per distruggere l’Isis, oppure propenderanno per una soluzione negoziale e quindi per portare al tavolo delle trattative Isis come Stato e quindi riconoscerlo. Ed è questo il vero obiettivo del comando militare di Isis: non interessa loro occupare l’Europa, né islamizzare l’occidente. Per ora vogliono insediarsi potentemente nel centro della “mezzaluna fertile” (nell’area Iraq-Siria), per poi espandersi. Gli ultimi attentati (Beirut, aereo russo, Parigi) hanno come obiettivo convincere gli stati che non sono d’accordo, a riconoscere lo stato islamico.
Dunque, o si attacca l’Isis per distruggerlo oppure ci si accorda e lo si riconosce.
Una terza via al momento non c’è.
Mia modesta opinione è quella di non parteggiare per nessuna delle due parti. Ma costruire una forza sociale rivoluzionaria internazionale in questa addormentata parte del mondo.
Come si collocano le “potenze”? La Russia di Putin sta con Assad ed è presente con consulenti, tecnici e investimenti in Siria; gli Usa, con il loro silenzioso accordo hanno permesso per anni l’espansione e le conquiste di Isis. Per loro stessa ammissione foraggiano e armano Isis attraverso i propri alleati: Arabia Saudita, Quatar, paesi del Golfo, Turchia (nel G.20 del 15 novembre scorso qualcuno ha diffuso foto satellitari in cui mezzi della Turchia prelevano il petrolio nei territori occupati da Isis) e tanti altri; l’Italia in questi giorni sta inviando in Arabia Saudita carichi di bombe, 4 Tir (Il Tirreno 22 Nov 2015), che verranno usati per bombardare la popolazione yemenita, probabilmente arriveranno anche al Daesh. Nessuno di questi vuole combattere realmente Daesh. Anche l’Europa, con esclusione della Francia, è propensa a una conclusione negoziale, di fatto a un riconoscimento dell’Isis. Obama, su indicazione del Pentagono, ha criticato la Russia perché bombardava gli oppositori di Assad, ossia Isis e loro alleati. Dunque gli Usa difendono Isis! È un fatto. Che pena, sul piano umano, immaginare cittadini statunitensi che hanno avuto una vittima nel massacro delle Torri del 2001 e oggi ingoiare il rospo del loro governo che appoggia gli assassini delle Torri nella nuova veste, Isis, Arabia Saudita, Petromonarchie, Turchia (che ha abbattuto un aereo russo stamattina 24 novembre, perché volava sui cieli della Siria, secondo Mosca)- e criminali vari, inviando loro armi a profusione.
Poiché Usa e Turchia sono paesi importanti nella Nato, va da se che la Nato è alleata di Isis. Dunque se c’è pericolo che il terrorismo attenti la nostra sicurezza, questo pericolo non può che provenire da nostri alleati. Sarebbe da ridere se non ci fossero di mezzo morti e distruzioni.
Questo quadro è valido sino ad oggi, ma è suscettibile di cambiamenti, le forze in gioco sono tante, e tante anche le contraddizioni; questo quadro può cambiare e cambierà, ma non sappiamo come.
I combattenti di Isis dove vengono arruolati? La religione, la teologia, i comandamenti e i testi sacri, non c’entrano nulla con questa esplosione di “terrorismo”. Chi pensa questo dimostra la stessa stupidità di quelli che volevano cercare nel Vangelo e nella teologia cristiana la spiegazione dei massacri, molto più sanguinosi, prodottosi in Europa nel XVI e XVII secolo e definite con faciloneria, “guerre di religioni”, il cui motivo reale affondava nello scontro per il predominio geopolitico, colonialista, commerciale e di sviluppo capitalistico.
I combattenti delle bande Isis vengono reclutati tra le fasce più povere e diseredate, quelle emarginate che vedono peggiorare continuamente le loro condizioni di vita nelle periferie delle metropoli occidentali o in quelle, ancor più degradate, dei paesi poveri. Causa del malessere crescente è l’abbattimento del welfare e delle spese sociali, l’aumento della disoccupazione e della vita, l’impossibilità di vivere.
Fiumi di inchiostro, una giostra di manipolazioni su religione, teologie, culture e civiltà in scontro tra loro … poi, le inchieste ci hanno dimostrato che gli “attentatori”, sospettati o reali, provengono dalle periferie, dalle carceri… insomma sono gli ultimi, i perdenti, i disperati, appartenenti a quelle classi sociali che hanno tentato molte strade di riscatto, ma sempre sul fondo sono restati e sempre peggio. Ripercorriamo le attività di queste persone nelle periferie devastate grazie alle aggressioni di privati e di multinazionali assetate di sfruttamento di territori realizzato con l’appoggio dei governi.
Le storie dei tanti proletari e sottoproletari, dei poveri, degli ultimi che popolano questa terra devono essere conosciute nel loro svolgersi, nella loro intrigata articolazione, nelle opportunità non colte, nelle scelte, nei fallimenti, nell’assenza di una prospettiva di lotta organizzata tesa al cambiamento del quadro economico e politico complessivo. Ciascuna biografia ha un valore immenso per capire ciò che succede e quello che può succedere in questo mondo. Non si può ignorare.
… hanno cercato un lavoro, si sono battuti contro la disoccupazione e contro l’aumento del costo della vita. Nelle periferie, nelle banlieue, vivere non è facile. Si vive male, le condizioni di vita sono sempre state dure e gravose. Tuttavia quei proletari, per combattere le avversità e lo sfruttamento crescente, hanno costruito, nel tempo, i propri strumenti di lotta: sindacati, comitati, assemblee, consigli, manifestazioni, ecc., e con questi si sono organizzati, hanno lottato e, con tutte le difficoltà, hanno fatto dei passi avanti, ma hanno ricevuto solo repressione, galera e pure insulti. E la loro condizione continua a peggiorare.
Ecco le loro parole. Dieci anni fa:
14 nov 2005 – Comunicato del MIB, Mouvement de l’Immigration et des Banlieues (organizzazione fondata nel 1995)
«Crepate in Pace fratelli miei, ma crepate in silenzio, che non si percepisca se non la lontana eco delle vostre sofferenze…»
Coloro che non comprendono oggi le cause delle sommosse sono amnesiaci, ciechi o entrambe le cose. Infatti sono 30 anni che le banlieues reclamano giustizia. 25 anni in cui rivolte, sommosse, manifestazioni, Marce, riunioni pubbliche, crisi di collera con rivendicazioni precise sono state formulate.
Già 15 anni che il Ministero della Città è stato creato per rispondere all’esclusione e alla miseria sociale dei quartieri detti sfavoriti. I Ministri passano con i loro pacchi di promesse: Piano Marshall, Zone franche, DSQ, ZEP, ZUP, Emploi-Jeunes, Cohésion Sociale, etc… La banlieue serve da passerella per ministri, eletti e media ammalati di piccole frasi assassine sulle «zone di non-diritto», «i parenti irresponsabili», la
mafizzazione e altre «derive islamiste».
Le/Gli abitanti dei quartieri e in particolare i giovani vengono stigmatizzati e designati come responsabili di tutte le derive della nostra società. Non costa poi caro dare lezioni di civismo e mostrare a dito le «canaglie» o i «selvaggi» dandoli in pasto alla vendetta popolare. E può fruttare molto. Le banlieues diventano una problematica a parte, di cui si affida la gestione alla polizia e alla giustizia. Oggi, ci vengono presentati questi «giovani di banlieue» (sottinteso questi neri e questi arabi) che bruciano come stranieri venuti a fare bordello in Francia.
Perciò dalle Minguettes (1981) a Vaulx-en-Velin (1990), da Mantes-la-Jolie (1991) a Sartrouville (1991), da Dammarie-les-Lys (1997) a Toulouse (1998), da Lille (2000) a Clichy, il messaggio è chiaro: basta coi crimini polizieschi impuniti, basta coi controlli sommari, basta con le scuole fogna, basta con la disoccupazione programmata, basta con gli alloggi insalubri, basta con le prigioni, basta con l’arroganza e le umiliazioni! Basta anche con le giustizie parallele che proteggono gli uomini politici corrotti e che condannano sistematicamente i più deboli.
Queste crisi sono state ignorate o nascoste.
Come sono sempre nascoste le sofferenze silenziose di milioni di famiglie, di uomini e di donne, che subiscono quotidianamente violenze sociali ben più devastatrici d’una vettura che brucia. Attraverso il coprifuoco, il governo vi risponde con la punizione collettive e una legge d’eccezione che dà i pieni poteri alla polizia. Si mette il coperchio sulla pentola e questo segnerà per molto tempo le memorie dei nostri quartieri.
Non ci sarà mai pace nei nostri quartieri finché non ci sarà giustizia e reale uguaglianza.
Nessuna pacificazione né alcun coprifuoco ci impediranno di continuare a batterci per questo, anche dopo che le telecamere si saranno spente…
NESSUNA GIUSTIZIA, NESSUNA PACE!»
Poco prima dei disordini, Sarkozy aveva promesso ai residenti di “sbarazzarsi della feccia”, “debarrasser de la racaille”. Era il 26 ottobre 2005
Così la “feccia” senza nessuno strumento per vertenze rivendicative, distrutti dalla repressione, di fronte all’imperversare della crisi che massacrava ulteriormente le condizioni di vita e di lavoro, questi settori proletari non hanno avuto alternative se non riprendere spontaneamente le proteste. I tumulti e le rivolte sono dilagate nelle periferie di tutte le città europee e non-europee. La risposta degli stati, la solita: manganellate, arresti, teste spaccate, regole sempre più repressive prodotte sotto l’allarme dell’emergenza.
È questo l’ambiente dove, facendo appello a questa disperazione, ha fatto adepti anche Isis.
Da dove vengono dunque? Lo dicevamo già dopo la strage a Charlie Hebdo, (vedi qui ). Poi le indagini l‘hanno detto esplicitamente “Oltre al proselitismo via internet, il principale canale di reclutamento dei terroristi fai da te, i nuovi centri di indottrinamento e reclutamento dei candidati jihadisti sono le carceri. Non più, dunque, le moschee o i centri islamici più radicali, perché troppo sorvegliati”… “ed è la Francia …, il Paese che ospita la più grande comunità musulmana d’Europa si conferma come un terreno particolarmente fertile per gli aspiranti jihadisti”.
“Mese dopo mese le autorità correggono al rialzo il numero degli uomini partiti dalla Francia per la Siria e per l’Iraq al fine di unirsi nelle file dei gruppi estremisti islamici, soprattutto nell’Isis. L’ultimo aggiornamento, annunciato di recente dal premier Manuel Valss, indicava 1.300 persone circa partite, rientrate o in partenza per Siria e Iraq”.
“Più della metà dei detenuti francesi sono musulmani. Nel carcere di Fleury-Merogis, costruito per ospitare 2.855 detenuti, in realtà ve ne sono più di 4mila”.
“Le autorità carcerarie francesi hanno a disposizione dal 2003 un ufficio di intelligence composto da 30 persone per rilevare ogni movimento sospetto in questo ambito e gestire gli arresti delle persone coinvolte … e inoltre… Il Governo francese ha comunque deciso di nominare 60 nuovi imam nelle carceri, che si aggiungeranno così ai 180 già esistenti”
*=*
Un problema enorme questi fatti ce lo pongono. E lo pongono proprio a noi:
questo terribile malessere, questa assenza di futuro, questa voglia di ribaltare una condizione insopportabile, ma senza alcuna chiarezza sul “cosa fare”, non è stato intercettato da chi ha questo come compito storico: le compagne e i compagni, organizzando nei territori il contropotere attivo. È questo il compito che abbiamo!
Se si azzera la lotta di classe; se la violenza proletaria non percorre le strade della liberazione dallo sfruttamento capitalistico, individuando i veri nemici per toglierli da quel ruolo odioso e disumano… allora quella violenza può comparire e spesso compare nella forma del terrorismo cieco.
= il seguito al prossimo post=
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Eneas, volato via combattendo contro il carcere
Il Pullman da Roma per Pesaro Villa Fastiggi partirà Domenica 22 Nov. alle ore 7,30 da Largo Preneste.
Il ritorno è previsto con partenza alle 19,00 dello stesso giorno da Villa Fastiggi per Roma.
PER INFO E PRENOTAZIONI CHIAMA O MANDA SMS a 3341066448 (MARINA)
Sulla morte di Eneas nel carcere di Pesaro vedi anche qui, qui e qui
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4 Novembre: giornata di lutto
Oggi, 4 novembre 2015 è stato ricordato il Giorno dell’Unità nazionale e la Giornata delle Forze Armate” Con i soliti discorsi infarciti di patriottismo e nazionalismo becero, le autorità statali e militari hanno inneggiato al più grande massacro di uomini e donne compiuto su questa terra fino a quei giorni: 1918; superato solo dal grande macello del 2° conflitto mondiale. Quel grande primo macello provocò tra 15 milioni e 17 milioni di morti (le perdite causate dal conflitto si possono stimare a più di 37 milioni, contando più di 16 milioni di morti e più di 20 milioni di feriti e mutilati) e molti di più secondo altre stime e si arriva fino a 65 milioni di morti includendo nel computo anche le vittime mondiali della epidemia di influenza spagnola del 1918-1919.
Cosa c’è da festeggiare?: l’arroganza e l’incapacità criminale di generali e governanti e sullo sfondo banchieri e capitalisti, che mandavano al massacro uomini e donne per poi avere sul tavolo delle trattative maggiori richieste da rivendicare. Questi criminali hanno avuto medaglie e onorificenze per i loro crimini. E ancor oggi molte strade e viali delle città dove viviamo portano il loro nome. e non abbiamo la dignità almeno di cancellarle.
Cosa raccontano le e gli insegnanti ai loro allievi? Dicono la verità? Oppure li intontiscono di bugie? Insegnanti, se volete la nostra solidarietà per le vostre giuste rivendicazioni, ricordatevi di parlare di questi criminali e infami che vengono elogiati come eroi. Insegnate che : Il patriottismo è l’ultimo rifugio per i farabutti e codardi
Leggete, leggete i processi dei tribunali militari contro soldati: contadini, braccianti, operai
affondati nel fango e nel gelo che venivano condannati al carcere militare o a morte per aver scambiato saluti di buon natale e buon anno ad altri contadini, braccianti e operai uguali a loro che affondavano nel fango e nel gelo anche loro in trincee a pochi decine di metri di distanza, che avevano soltanto una divisa di diverso colore!
Se fossimo un popolo civile e consapevole il 4 novembre si dovrebbe uscire di casa col lutto al braccio!
97 anni fa la classe operaia in Germania poneva fine alla 1° guerra mondiale e si incamminava verso la rivoluzione
In questa fine di ottobre ricordiamo con interesse il percorso rivoluzionario del movimento dei Consigli nella Germania dopo la prima guerra mondiale che prese il via quel 28, 29 ottobre 1918 e proseguì nel 1919 e negli anni successivi.
97 anni sono passati, eppure quegli avvenimenti presentano una grande attualità e un portentoso insegnamento per l’oggi.
Certo, molte cose sono cambiate da allora, ma il senso profondo e i passaggi di quel movimento rivoluzionario possono ispirare percorsi dell’oggi, se vogliamo incidere e trasformare l’esistente.
Il movimento dei Consigli, strumento indispensabile per costruire una società a misura delle masse nullatenenti, per affermare una democrazia proletaria, ben chiarisce il significato di “dittatura proletaria” come percorso per evitare che gli interessi egoistici delle classi proprietarie e sfruttatrici inquinino, prevalgano e annullino la prospettiva rivoluzionaria.
Ecco cosa successe:
«Nella notte tra il 29 e il 30 ottobre 1918 iniziò la grandiosa rivolta dei marinai tedeschi, che mise fine al primo massacro mondiale.
… Dalle fila della classe operaia più cosciente, attiva e organizzata d’Europa, partì un secco rifiuto alla continuazione di quella porcheria omicida. Il massacro, di cui erano co-responsabili i dirigenti dello stesso movimento operaio (socialdemocratici) avendo votato i crediti di guerra e appoggiato la borghesia dei rispettivi stati nazione per rilanciare l’economia in crisi con un massacro di vite e di ambienti umani, doveva cessare. Così gridarono i marinai in quella notte della fine di ottobre del 1918.
… Con grande lucidità e coscienza di classe, sulle navi da battaglia del Primo Squadrone la “Thuringen” e la “Helgoland” si verificarono veri e propri atti di ammutinamento e sabotaggio.
… La rivolta, quando ha buoni obbiettivi si diffonde, così la mattina del 4 novembre gruppi di rivoltosi si mossero per la città coinvolgendo le numerose caserme del territorio. Karl Artelt organizzò il primo consiglio dei soldati, cui presto ne seguirono altri. I soldati e i lavoratori presero il controllo delle istituzioni civili e militari di Kiel. Il governatore della base della marina Wilhelm Souchon si vide costretto a negoziare e ritirare le accuse ai marinai imprigionati. Ma i potenti hanno la lingua biforcuta e, nel mentre si trattata e si raggiungeva l’accordo, truppe di terra avanzavano per stroncare la ribellione. Ma questa era ormai ben organizzata e le truppe furono intercettate dagli ammutinati, i soldati dell’esercito in parte si ritirarono, in gran parte si unirono al movimento dei rivoltosi. Così la sera del 4 novembre 1918 Kiel era saldamente nelle mani di circa 40.000 marinai, soldati e lavoratori ribelli e organizzati in Consigli.
… Il motivo di questa sconfitta dei rivoluzionari non fu dovuta solo alla capacità oratoria degli emissari della Spd di conquistare la maggioranza nei Consigli, ma alla concezione “democraticista” diffusa tra la classe operaia tedesca, grazie alla quale la dirigenza Spd pretese che nei Consigli ci fossero i rappresentanti dei 2 partiti socialisti, dei sindacati, delle cooperative, del commercio, ecc., svuotando così il consiglio, organismo della espressione autentica dell’autonomia della classe operaia, del suo potere decisionale!»
vedi alcuni post di approfondimento: qui, qui, qui, qui e qui

Zentralbild
Die Revolution in Deutschland 1918
Am 4. November 1918 kam es zu Befehlsverweigerungen innerhalb der deutschen Flotte. Kundgebungen zur Beseitigung des Krieges schlossen sich an. In dieser, für die Regierung kritischen Situation, waren der Rechtssozialist Noske nach Kiel geschickt um die Revolution im Keime zu ersticken. UBz.: Blick auf eine Friedenskundgebung der Matrosen in Kiel.
Oggi l’aggressione capitalista ha preso le sembianze liberiste della privatizzazione spinta, dell’abolizione del welfare, del tentativo di azzeramento delle conquiste operaie e proletarie dei decenni passati, del peggioramento e dell’impoverimento delle masse.
«…dal giugno 2014 al giugno 2015 altre 30mila persone sono entrate nel bacino dei deboli in Italia: complessivamente, adesso, si tratta di 9 milioni e 246 mila soggetti in difficoltà che non ce la fanno ad arrivare alla fine del mese. È questo uno dei dati più interessanti e nel contempo drammatici che emerge da un’interessante analisi di Unimpresa sulla povertà in Italia presentata domenica 11 ottobre».
Per far fronte a questo attacco le masse proletarie oggi, pur con difficoltà ma con grande determinazione e coscienza di classe, si stanno organizzando in alcuni territori, costruendo solidarietà e sostegno reciproco tra le lotte per la casa e di alcuni posti di lavoro, per ora con operai della logistica, intrecciando le lotte e cercando di costruire quell’unità di classe e quel contro-potere territoriale in grado di resistere agli attacchi di multinazionali, palazzinari, governo e altre istituzioni, e predisporsi ad una necessaria offensiva proletaria.

ADN-ZB/Archiv
Novemberrevolution 1918 in Deutschland.
In Berlin beginnt am Morgen des 9. November 1918 der Generalstreik und der bewaffnete Kampf. Die Soldaten verbüdern sich mit dem revolutionären Proletariat. Die Monarchie und die kaiserliche Regierung wird gestürzt.
Demonstrationen am 9.11. in Berlin, Unter den Linden, in Höhe der Universität, (Unter den begleitenden Kindern befindet sich Arno Munter, dritter Junge von links).
CONTINUIAMO CON MAGGIORE ENERGIA
Pubblicato in Internazionalismo, Movimenti odierni
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Ottobre in Palestina: rivolta e galera
Ottobre in Palestina: rivolta e galera
Il Comitato per i detenuti palestinesi ha dichiarato che più di 1.000 palestinesi e arabi
israeliani dal primo ottobre sono stati arrestati dalle autorità israeliane, metà dei quali bambini Nello stesso periodo sono rimasti uccisi 53 palestinesi e un arabo israeliano.
Il maggior numero di arresti, 221, si è registrato a Hebron, nel sud della Cisgiordania, altri 201 a Gerusalemme est e 138 a Ramallah.
Sono 160 gli arabi israeliani arrestati in relazione ai disordini. Dei palestinesi arrestati, 87 sono stati posti in detenzione amministrativa (che consente di incarcerare una persona senza processo per un periodo di sei mesi rinnovabile). In totale sono 6.000 i palestinesi attualmente agli arresti in Israele, 420 dei quali in detenzione amministrativa. Israele sta tenendo prigionieri 100 bambini nella prigione di Ofer, 40 dei quali hanno meno di 16 anni, tutti sequestrati a ottobre. Un aumento del 400% del numero di bambini detenuti.
Nel corso dell’arresto, 22 bambini sono stati picchiati e torturati (i segni di tortura si potevano vedere sui corpi di molti bambini); molti erano stati attaccati da cani dell’esercito e altri torturati con scariche elettriche, oltre a essere sottoposti e continui abusi verbali.
Circa il 60% dei bambini erano stati fatti prigionieri dopo che i soldati avevano invaso le loro case, e cinque di loro erano stati feriti da colpi d’arma da fuoco prima del loro arresto.
L’Autorità carceraria israeliana ha anche trasferito 70 bambini detenuti nella prigione di Majeddo e ha aperto una nuova sezione per la detenzione dei bambini nel carcere di Givon.
Questi arresti vanno ad incrementare l’altissimo e inaccettabile numero di bambini palestinesi arrestati dal 2000 che supera di molto le 10.000 unità.
Fonti: Agi 26 ottobre – Infopal – Comitato per i detenuti palestinesi]
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Per ricordare Eneas: domenica 25 ottobre al Centro sociale Ex Snia in Via Prenestina 173
IL CARCERE CONTINUA A UCCIDERE
Anas Zamzami per tutti Eneas, un ragazzo di 29 anni si è suicidato venerdì 25 settembre nel carcere di Pesaro.
Questa il comunicato laconico della Casa Circondariale di Pesaro -Villa Fastigi, parole con cui i responsabili del carcere pensano di liquidare una giovane vita.
Parole poche, troppo poche. Parole povere e opache che non restituiscono nemmeno un po’ la vita di un ragazzo, Eneas, né la sua voglia di vivere, né il suo desiderio di costruire sinceri rapporti con altre e altri per impegnarsi in attività efficaci e ricche di contenuti sociali.
Eneas voleva vivere, amava vivere, però è morto! La sua vita gli è stata strappata con violenza da un sistema carcerario che annulla e devasta ogni essere umano che rinchiude.
Le funzioni del carcere sono invasive e devastanti. Impongono al detenuto e alla detenuta una dura e inutile disciplina che tende a ripiegarlo/a su se stesso/a. Il carcere impone sofferenza, produce sradicamento e annientamento. Costringe alla solitudine la persona detenuta soprattutto in quei difficili momenti in cui si ha più bisogno di una mano, di una carezza, di una vicinanza, di comunicazione, di amore.
La funzione del carcere è stamparti in fronte un marchio. Uno stigma che ti accompagnerà tutta la vita e che tenterà di emarginarti, di separarti dal resto della società. Un marchio che Eneas percepiva come uno stigma indelebile, e lo era, che gli rendeva difficile pensare a un percorso di vita futuro da realizzare in libertà e con le persone da lui scelte. Eneas rifiutava questo stigma, come tutte e tutti noi. Ma non è facile strapparsi quel marchio e non sempre ci si riesce. A volte prevale lo stigma e ti schiaccia! Ne sono prova i 35 suicidi di quest’anno, finora, e i 590 dal 2005.
Perché Eneas era stato rinchiuso in un carcere? Condannato a 12 mesi di detenzione con l’accusa di falsa identità e resistenza a pubblico ufficiale, commessi nel 2011. Le leggi esistenti non prevedono il carcere per queste lievi infrazioni e per condanne inferiori a 18 mesi, ma prevedono misure alternative al carcere.
Eppure Eneas era ancora in carcere. Perché non era alle misure alternative? Perché gli era stato imposto il marchio di “tossicodipendente” ed era stato sottoposto al “controllo psichiatrico”?
Queste domande sono pesanti e agitano i nostri sonni.
Ci sarà un’inchiesta. Qualche responsabilità salterà fuori? Forse? O forse la nebbia burocratica avvolgerà tutto.
Forse non avremo risposte rapide, ma continueremo a cercarle, anche se fosse necessaria una vita intera. Questo te lo dobbiamo Eneas, con questo impegno ricambiamo il tuo amore.
Per ricordare Eneas, per abbracciarlo, per promettere a lui e a tutte le persone recluse che lotteremo senza soste contro il carcere che uccide, ci incontriamo:
domenica 25 ottobre al Centro sociale Ex Snia in Via Prenestina 173
dalle ore 12:00 per il pranzo;
a seguire, letture di testi dal carcere, spettacolo di teatro, giocoleria (a cura di Paolo Pesce Nanna, il Ponentino Trio, il coro multietnico Romolo Balzani, Laboratorio Permanente) e dibattito sulla situazione nella galere italiane.
Pensieri/ricordi di compagne e compagne, amici e amiche di Eneas
Eneas non è entrato in carcere, né si è chiuso in una cella, non ha mangiato il rancio contraffatto, non ha risposto che era d’accordo a che fosse straniero, a che fosse perdente, a che fosse un isolato tossico colpevole, no, Eneas non è mai entrato in carcere, non ha mai deciso di esserne parte, non ha detto sono un infelice che potete prendere e sbattere come vi pare, violentare, offendere, no, non ha mai detto che era d’accordo ad entrare in carcere, a che le sue economie gli togliessero la risata e che i respingimenti, le pattuglie, i documenti, gli affittuari, le cliniche, le galere i gestori delle cattedrali culturali e politiche potessero imprimergli il marchio della sconfitta, no, Eneas, ora, spavaldamente, guarda dritto e sorridente gli aguzzini, i mandanti, i colpevoli, i tenutari delle regole… e martoriato dai loro colpi, pronuncia inesorabile la sua sentenza per quelli, che fragili, si sentono stranieri, tossici, perdenti, marchiati, infelici:
Io No! Io non entro in questo vostro carcere! No! No! No!
*
Era solare, alle volte, come tutt*, agiva non pensando troppo alle conseguenze, ma senza malizia e con innocenza.
La profondità di Eneas contraddistingueva spesso i nostri discorsi, era un sognatore gli si leggeva nello sguardo che sognava ad occhi aperti.
Era un combattente, ribelle e testardo quanto basta per non farsi mettere sotto,diretto e schietto.
Una persona di cuore. Quel poco che aveva lo condivideva con le altre persone o lo regalava.
Estroverso ma al tempo stesso riflessivo e pieno d’introspezione..gli piaceva scrivere e annotava molti dei suoi pensieri in agende rimediate.
Spesso le sue considerazioni erano incasinate ma significative e racchiuse in queste fantastiche agendine apparivano d’una certa importanza.
Eneas vive e la sua rabbia ed il suo ricordo brucia e brucerà sempre nei nostri occhi nel nostro petto e nel nostro sangue.
Non è facile descrivere con parole,sarebbe più facile raccontare episodi…ma ci proverò…
*
Eneas era un gatto randagio, di un innocenza e una leggerezza d animo che ti spiazzava.
Capitava che iniziava a ridere in quella maniera tutta particolare, e non capivi bene il perché…ti contagiava e inspiegabilmente ridevi con lui.
Era sicuramente un folle, perché nonostante tutto lo schifo che ci contorna e le cose difficile che doveva affrontare era allegro e generoso.
Sapeva stare in mezzo agli altri e ti metteva a tuo agio, era socievole, ma gli piaceva starsene da solo, in giro, in camera, in viaggio lo aiutava a pensare e a ritrovare il suo equilibrio.
Era un Romantico nel senso dell’assoluto, (l’infinito immanente alla realtà che provoca nell’uomo una perenne e struggente tensione verso l’immenso, l’illimitato.)
nel senso del sublime, nel senso dell’ironico.
*
Ho conosciuto Eneas ormai quattro anni fa al laboratorio di teatro alla Snia condotto da Michelangelo Ricci e Vania Borsetti. Il particolare contesto, le attività che facevamo insieme e la capacità dei conduttori del laboratorio hanno contribuito a far diventare il nostro non solo uno spazio per l’espressione e la creatività ma anche un gruppo affiatato e coeso che si è impegnato tanto per conseguire un comune obiettivo ed Eneas come tutti noi ha dimostrato impegno e voglia di esserci.
Eneas era solare, sorridente e sempre pieno di “impicci”, viveva una vita intermittente e molto di questa vita a noi non era conosciuta.
*
Una sera di quasi tre anni fa, eravamo insieme con i ragazzi del teatro in giro a bere e mi raccontò nel dettaglio la sua situazione legale. Non ricordo i particolari ma la situazione era alquanto faticosa e l’impressione che mi ha dato fu quella di una persona veramente forte, capace di trovare la forza di sorridere e reagire anche quando per anni e anni non ti legittimano un diritto come quello di poter stare regolarmente nel paese che ti ha visto crescere.
Personalmente lo ricorderò sempre come un ragazzo giocoso e con voglia di divertirsi, un po’ un giullare, positivo e disponibile con tutti nonostante le difficoltà che era costretto ad affrontare.
*
Non lo conoscevo troppo bene ma l’esperienza di condivisione che abbiamo passato insieme mi ha mostrato di lui tanti lati positivi e soprattutto il suo sorridere alla vita anche quando è più difficile e la sua perdita mi ha reso davvero sbigottita e incredula perché da una persona come lui non mi sarei mai aspettata una fine come quella che ha avuto.
L’espressione che secondo me lo caratterizzava era il sorriso.
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