Domenica 9 Giugno contro i CPR

9 giugno 2019 Gradisca: CORTEO CONTRO I CPR, LE FRONTIERE E LA VIOLENZA LUNGO LA ROTTA BALCANICA!

Una terra segnata dal confine, ma da sempre meticcia e multiculturale, rischia nuovamente di ospitare una galera etnica.

La prefettura di Gorizia, in ottemperanza al decreto Minniti-Orlando varato dal Governo Renzi, ha pubblicato il bando per aggiudicare la gestione di un CPR (Centro di Permanenza per il Rimpatrio, ex CIE e ancora prima CPT) presso all’ex caserma Polonio di Gradisca d’Isonzo (GO). La prima data di apertura possibile è il 1° giugno 2019.

A partire dall’apertura del CPT nel 2006, l’ex caserma Polonio è stata al centro di polemiche, inchieste giudiziarie, presidi e manifestazioni organizzate dalle reti antirazziste e solidali. Le persone detenute hanno messo in atto negli anni  varie pratiche di resistenza, anche sottoforma di autolesionismo, e hanno dato vita a molte rivolte, determinando così la chiusura del centro nel 2013, dopo la morte di Majid El Kodra.

Al contrario del CARA (Centro di Accoglienza per Richiedenti Asilo), che già sorge nello stesso luogo, il CPR è di fatto una prigione dalla quale i ‘trattenuti’ (non detenuti, perché l’internamento nei CPR è determinato da un provvedimento amministrativo, non da una sentenza penale) non possono uscire. La struttura di Gradisca è nota in particolare per la sua somiglianza ai carceri di massima sicurezza, evidente nella parcellizzazione di tutti gli spazi, nella presenza di grate a coprire anche i cortili interni, nel fissaggio dei suppellettili alle pareti e ai pavimenti. Il Gip presso il Tribunale di Gorizia definì nel 2014 «alienanti» le condizioni di vita del CPR e «disumano» il contesto quotidiano al suo interno.Il CPR è un’istituzione totale e un dispositivo di controllo che instaura una gerarchia tra cittadine/i e non cittadine/i basata su razzializzazione, classe, passaporto. È un luogo di segregazione dove si può essere rinchiusi fino 180 giorni (secondo il nuovo limite fissato nel Decreto Sicurezza) anche semplicemente a causa del possesso di un permesso di soggiorno scaduto. Si tratta di un abominio giuridico che non garantisce alla persona trattenuta nemmeno le tutele che l’ordinamento italiano riconosce alle carcerate e ai carcerati.

Il CPR è solo l’ultimo anello di una catena che inizia con lo sfruttamento economico neocoloniale dei cosiddetti “Paesi in via di sviluppo”, anche attraverso gli interventi militari, diretti o per procura, che generano eterne zone ‘destabilizzate’, facili da saccheggiare. Questo sistema costringe milioni di persone a migrare, cercando di raggiungere l’Europa. Nell’impossibilità di ottenere i visti necessari per attraversare le frontiere legalmente, esse si vedono costrette a muoversi illegalmente, pagando i trafficanti di esseri umani e affrontando viaggi massacranti e pericolosissimi.

I Paesi europei delegano il contrasto alle migrazioni a diversi agenti senza scrupoli: ai signori della guerra libici (attraverso, ad esempio, gli accordi firmati dall’ex ministro Minniti e rinnovati dal governo Lega-M5S); a Erdoğan, cui l’UE ha per questo versato 3 miliardi di euro; alle polizie di Croazia, Serbia e Ungheria, che sono  da tempo sotto accusa per le violenze perpetrate contro i e le migranti lungo la rotta balcanica.

A dispetto della propaganda, questo contrasto non ha lo scopo di bloccare un fenomeno per sua natura inarrestabile, bensì di rendere quelle frontiere dei tritacarne, dei dispositivi idonei a trasformare chi riesce a superarli in soggetti deboli, disposti a ogni ricatto per conservare il premio di un viaggio difficile. Proprio per questa ragione la legge Bossi-Fini lega dal 2002 contratto di lavoro e rinnovo del permesso di soggiorno, costringendo chi arriva senza visto ad accettare condizioni lavorative spesso inimmaginabili per i cittadini comunitari, pur di non rischiare di essere rimpatriata/o.

I CPR sono l’ultimo deterrente da brandire contro chi pensa di ribellarsi a questo meccanismo infernale.

Si tratta di un sistema che cerca di rendere la manodopera straniera più sfruttabile dalle imprese italiane, che crea divisioni e concorrenza al ribasso tra gli stessi lavoratori, che permette alle forze reazionarie e razziste di costruire le proprie fortune politiche speculando sulla guerra tra poveri scatenata da questi stessi potenti. Rompere questa catena è di fondamentale importanza per iniziare a costruire una società inclusiva aperta, accogliente e solidale.

Iniziamo da una anello: iniziamo dal CPR di Gradisca!

DOMENICA 9 GIUGNO

h 15:00 Piazza di Gradisca d’Isonzo (GO)

Siamo un’assemblea larga e plurale che non si riunisce sotto nessuna bandiera.

Chiediamo perciò che nei primi spezzoni non ci siano simboli di nessuna organizzazione, per evitare che chiunque metta il proprio cappello sul corteo. Informiamo inoltre che non tollereremo simboli di forze politiche responsabili delle leggi razziste presenti in Italia.

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Non ci sono feste condivise! Né rituali!

NON  BASTANO  ALCUNE  SCIE  COLORATE  PER  UNIRE   GLI   ITALIANI!!!

L’UNITA’  SI  COSTRUISCE  NEL  DIBATTITO,  anche  acceso,   SU ALCUNI  TEMI  FONDAMENTALI:

Accoglienza; Minoranze; Immigrazione; Uguaglianza; Lotta allo Sfruttamento; Lotta alla Ghettizzazione; Lotta ai CPR (Centro di Permanenza per il Rimpatrio, ex CIE e ex CPT); Lotta al carcere, Apertura dei Porti; Lotta al Razzismo, al Classismo e al Sessismo.

Che vuol dire quel tricolore sullo sfondo del Colosseo?, se nelle stesse ore si fanno morire persone in mare per divieto di soccorso, si fanno morire persone sul lavoro per ingordigia di profitti, si fanno morire persone nelle carceri e nei CPR per smania di punizione e bramosia di castigo?

NO!!! Alle false liturgie! VOGLIAMO una Lotta Senza Sosta per trasformare dalle fondamenta questa società basata sull’Oppressione e l’Abuso verso i più deboli;

VOGLIAMO trasformare questa società basata sullo scambio di merci contro vite umane; sullo spreco ai danni delle fasce povere del pianeta e dello stesso pianeta!

Questo paese, come anche gli altri, è SPACCATO IN DUE

NON abbiamo nulla da festeggiare INSIEME ai sistemi di potere che puntano a mantenere, riprodurre e anche a peggiorare gli aspetti deteriori di questo sistema capitalista. Abbiamo solo da manifestare Odio Profondo e volontà di trasformazione!

Con la lotta!

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Dopo le elezioni europee

riflessioni sulle elezioni europee

Ora che un po’ tutti hanno terminato i calcoli delle percentuali di voto, eseguiti con tecniche diverse a seconda del teorema da dimostrare, si possono porre interrogativi se non eccelsi, almeno sensati.

Il primo interrogativo preme sulla punta della lingua, l’ho dovuto tenere a freno qualche giorno e si riferisce alla convinzione diffusa di considerare il voto per il parlamento europeo al pari del voto per il parlamento italiano.

La cosa non mi pare così scontata per una serie di motivi. Intanto per l’intensa mobilità del voto in questa fase storica, con un trasferimento di gran numero di votanti da una lista a un’altra in tempi brevi.

Ma anche perché le elezioni europee sono state segnate, secondo me, da preconcetti diversi da quelli che marchiano le elezioni interne. Il più diffuso preconcetto recita: “nel nostro paese potremo stare tutti meglio se non ci fossero i burocrati europei a imporre delle scelte antipopolari”. Viene propagato in tutti i paesi che fanno parte dell’UE, ne è prova la crescita, in ogni stato aderente alla UE, di movimenti e partiti anti-europei o sovranisti, come si dice oggi. Divulgato da politici e media, sia quelli di gran peso ma anche sui social, il preconcetto cerca di nascondere l’operare del sistema di sfruttamento capitalistico in ciascun paese, addossando le colpe della disoccupazione, dell’aumento del divario tra redditi alti e bassi, dell’impoverimento di molti gruppi sociali e di tutti i malesseri diffusi alla volontà dei vertici burocratici della UE e non ai padroni interni. Che poi rigidamente “interni” non sono, poiché l’internazionalizzazione economica capitalistica, ormai molto spinto, ha assoggettato i nostri destini proletari a capitalisti internazionali.

Sul fatto che i vertici e i burocrati dell’UE siano cialtroni, non c’è alcun dubbio, ma accollare tutti i problemi che gravano sugli strati bassi delle popolazioni europee ai burocrati dell’UE, significa fare un favore enorme al sistema capitalista e cancellare il più bel grido dei rivoluzionari consiliari tedeschi negli anni Venti (Karl Liebknecht, Rosa Luxemburg e tutto il movimento spartachista): “il nemico principale è in casa nostra!”.

È assurdo ma il preconcetto ha funzionato, almeno in parte. Così l’indottrinamento delle popolazioni europee volto ad addossare la responsabilità del malessere e di tutti i problemi verso un agente esterno, ha fatto velo alle gravi responsabilità dei capitalisti interni e internazionali e dei loro “comitati d’affari”, i governanti.

È l’ennesima riedizione del “rito del capro espiatorio” in voga da sempre negli aggregati verticistici umani, per dirottare le tensioni verso l’esterno e far passare i padroni locali come “liberatori” del popolo.

Questo preconcetto ha portato gran parte dell’elettorato a premiare chi è portatore di una “volontà di scontro” con i burocrati europei, sperando che “adesso quello gliene dice quattro”.

Diverso è il paniere di pregiudizi in voga per il voto interno; sono tristemente noti da tempo e non merita ripeterli.

Il secondo interrogativo riguarda l’ambiguo comportamento elettorale dei credenti cattolici e cristiani, che mi è parso un po’ schizoide. Il voto di beghini e beghine ha premiato personaggi politici che nei comizi sbandieravano “rosari” e “crocefissi”, ma attribuivano a quei simboli dei messaggi del tutto contrari a quanto professa la rispettiva fede.

I leader della destra e dell’estrema destra europea e italiana, hanno fatto la campagna elettorale lanciando una specie di crociata a difesa della cultura cristiana e cattolica onde impedire che venga inquinata dalle altre culture portate dall’immigrazione, dal contatto con la barbarie.

Nel fare queste affermazioni cretine, i suddetti leader sventolano simboli religiosi, ma si sono posti in totale contrasto con gli autentici interpreti del cristianesimo e del cattolicesimo. Difatti, sia Papa Francesco per la chiesa cattolica, sia i vescovi delle confessioni protestanti, dicono cose molto diverse, addirittura opposte alle affermazioni dei leader di queste squallide destre, almeno su alcuni punti nevralgici come l’immigrazione, la difesa delle aree più povere del pianeta e la salvaguardia del pianeta stesso.

Non è dato sapere quando tutti i baciapile usciranno da questo vortice di dabbenaggine. Né si capisce se è una finzione, la loro, che incontra la finzione dei leader dell’estrema destra, oppure la difesa degli interessi di settori di classe della borghesia riesce ad avere una forza tale da piegare perfino le religioni? Boh??? Tutto ciò è ridicolo!!!

Quando usciremo da questa sarabanda di totale insensatezza?

Ma forse l’insensatezza maggiore, che racchiude le altre, è proprio nel rituale primitivo del voto di delega, che porta a questa baraonda.

Da parte mia un plauso, ma moderato, a tutte e tutti quelli che, per sottrarsi a questo parapiglia, non sono andati a votare. Il plauso è moderato perché attendiamo il passo successivo: d’altronde se ci si rifiuta di prostrarsi al rito della delega è per prendere nelle nostre mani il percorso di liberazione!

Quindi il passo successivo sarà l’inizio di un percorso di autorganizzazione. Senno’ stiamo ancora all’età della pietra, eh!

Daje, così ci incontreremo presto!!

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Sciopero della fame carcere dell’Aquila

Oggi, 29 maggio 2019, nel carcere di massima sicurezza dell’Aquila, le compagne detenute Silvia e Anna, hanno iniziato uno sciopero della fame contro le condizioni di detenzione, chiedendo il trasferimento in altra struttura e la chiusura di quel reparto. È un reparto adibito per anni a rinchiudere detenuti/e in regime di 41bis ed ora “riciclato” a rinchiudere detenute in AS2 (Alta Sorveglianza di grado medio. I regimi carcerari “speciali” sono, in ordine di durezza crescente: la AS1, la AS2 e la AS3 e il 41bis).

In quel reparto le condizioni di durezza sono le stesse di quando il reparto rinchiudeva recluse in 41bis, anche se viene nominalmente definito AS2.

Questo il comunicato:

Silvia, arrestata il 7 febbraio per l’operazione Scintilla, è adesso detenuta nel carcere di massima sicurezza dell’Aquila, tristemente conosciuto per essere principalmente adibito a detenere persone in regime di 41 bis. Silvia e Anna, si trovano nella nuova sezione AS2. Ma l’ombra 41bis si ripercuote su di loro, quel carcere è una tomba, il 41bis è tortura: pochissime ore d’aria, censura e controlli della posta, possibilità di avere solo 4 libri e 6 capi di vestiario in cella, controllo capillare sui corpi con perquisizioni corporali continue… Tutto è studiato per annichilire le detenute e abbattere ogni forma di resistenza.

E ora, a Silvia, impongono la videoconferenza, negandole anche la possibilità di incontrare i suoi compagni alle udienze dei processi.

La videoconferenza è un ulteriore strumento di repressione e isolamento.

Ma i loro animi non sono fiaccati e sono determinate a resistere e a non farsi piegare.

Per questo mercoledì 29, durante l’udienza per l’occupazione di c.so Giulio Cesare 45 dove Silvia sarà in videoconferenza, il ritrovo è fuori dal tribunale alle 9.30. Per non lasciarle sole.

Tutte libere! Tutti liberi!

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E’ l’ora più odiata!

Ferro sbattuto, ferro percosso da altro ferro, ferro colpito e scagliato contro ferro. È la voce del carcere che rompe il silenzio notturno e ti aggredisce come un tormento. Lo conosci, ma ogni mattina ti fa sobbalzare, trasalire e scuotere; ma non riesce a svegliarti. Sei frastornato e resti intorpidito perché sai che il tempo del sogno è finito. Inizia la mattina, l’ora più odiata della giornata carcerata. Devi abbandonare il sogno che pure ti ha tenuto compagnia e ti ha fatto dimenticare la cella e il carcere.

Cerchi di rincorrere il sogno mettendo la testa sotto al cuscino, ma ti risuonano nelle orecchie le parole: «.. inutile mettere la testa sotto la coperta o sotto il cuscino, non puoi nasconderti dal carcere, il carcere ti viene a cercare, ti scova, tanto vale andargli incontro. Scontrarsi con le sue regole assurde, con i suoi ritmi incomprensibili è un modo per tenerlo a distanza, per evitare che ti entri dentro».

Ti assale la paura e lo spaesamento. Dove ti trovi? La dormita non ti ha riposato, ti ha disorientato. Ora lo sfinimento nasconde quella realtà che non vuoi accettare, la tua presenza in carcere. Ritardi il ritorno alle ordinarie cadenze dei rituali del carcere, il rientro in quella che viene definita “regolarità della vita carceraria”; la trovi insopportabile e disgustosa. È una regolarità prodotta dall’accanimento del battito dei ritmi carcerati come un rituale smarrito e fuori posto.

È un’incognita che disegna la separazione del sogno dalla consueta monotonia del tempo carcerato. Nel distacco il corpo tende a spezzarsi per adeguarsi a ciascuno di questi momenti del ritorno alla regolarità.

Umiliazione e annientamento modificano il modo con cui osservi la realtà in cui sei costretto e le persone che con te la condividono. Con stupore, inizialmente, incredulità e poi curiosità. Allo stesso modo osservi i luoghi, che luoghi non sono, ma ambienti apparenti di una regolamentazione totale.

A questo punto ti assale un sapore sgradevole, simile a quello che provavi quando affittavi parte consistente della tua giornata a un imprenditore in cambio di una manciata di denaro.

«Lo sfinimento finisce per farmi dimenticare le vere ragioni della mia permanenza in fabbrica, rendendomi quasi insuperabile la tentazione più forte che questa vita comporta: quella di non pensare più, solo e unico modo per non soffrirne». [Simone Weil- diario di fabbrica- in La condizione operaia, pag. 53]

«Per poco non mi sono spezzata. Per poco il mio coraggio, la coscienza della mia dignità sono stati quasi distrutti durante un periodo il cui ricordo mi umilierebbe»; [idem, p.114-]

Riuscirai a tornare al punto della realtà che hai lasciato? Tornerai a essere come prima? Domande che non avranno una risposta!

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Ma quale “mele marce”! E’ il fruttarolo!!!

Genova 24 maggio 2019 … tutte e tutti a gridare alle “mele marce”, agli eccessi dei pestaggi della polizia… ma solo perché sotto i colpi stavolta è finito un giornalista de La Repubblica.

Non sopporto più quelle e quelli che tirano in ballo le “mele marce” per rendere compatibile la brutale repressione delle forze dell’ordine  con uno “stato di diritto”.

Smettiamola e smettetela di dire cazzate!!! La repressione ha sempre operato così e continua a farlo, anche se cambiano i governi e le maggioranze della prima, seconda, terza repubblica e quante altre “repubbliche” ve vorrete inventare. Continuerà a farlo finché non saremo in grado di mettere in piedi un forte movimento antagonista in grado di essere “dissuasivo” ai pestatori di stato.

Processi per individuare le famose “mele marce” non servono a niente!

E’ il caso di cercare di individuare il fruttarolo (fruttivendolo), invece che le mele!

 

 

 

 

 

 

 

 

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Sabato 25: presidio al carcere di Viterbo

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Crimini antipopolari: la legge Reale

Il 22 maggio prossimo, dopodomani, saranno 44 anni dall’approvazione della famigerata “legge Reale”, Legge 152 del 22 maggio 1975, che ha come titolo “Disposizioni a tutela dell’ordine pubblico”.

Ordine pubblico, quanti crimini sono stati compiuti nel tuo nome! Non sarebbe meglio chiamarlo col suo vero nome: ordine capitalista?! Questa legge è ricordata col nome del suo principale promotore, Oronzo Reale ministro della giustizia del IV governo Moro, tra il novembre del 1974 e il febbraio del 1976.

Nato a Lecce nel 1902, Reale fece parte del Partito d’Azione durante la Seconda guerra mondiale e, a conflitto finito, aderì al Partito Repubblicano, diventandone segretario. Ricoprì diverse volte l’incarico di ministro negli anni Sessanta e Settanta.

La legge sanciva il diritto delle forze dell’ordine a utilizzare armi da fuoco, quando strettamente necessario, per mantenere l’ordine pubblico; il concetto “strettamente necessario” è sempre stato molto elastico e fu esteso a ogni situazione al punto che, nel periodo della vigenza della legge, fino al giugno 1989, si contarono 625 colpiti da arma da fuoco delle forze dell’ordine, di cui 254 furono uccisi e 371 gravemente feriti. Nel 90% dei casi le vittime non possedevano nemmeno un’arma da fuoco al momento del confronto con le forze dell’ordine. In aggiunta va considerato il rilevante “numero oscuro” dei manifestanti feriti dai colpi delle forze dell’ordine che non si sono recati negli ospedali, onde evitare possibili e quasi certe conseguenze penali. Solo la metà del restante 10% sono casi in cui la vittima possiede un’arma considerata come tale nel codice penale. Nei restanti casi le vittime possiedono o armi improprie o oggetti che non sono considerati armi.

L’altro punto della legge è il ricorso alla custodia preventiva – misura prevista in caso di pericolo di fuga, possibile reiterazione del reato o turbamento delle indagini – che veniva estesa anche in assenza di flagranza di reato (misura che ha portato l’Italia ad avere il primato in Europa di persone incarcerate senza una condanna definitiva, con picchi del 44% e oggi al 32,9%). Al 31 dicembre 2018 i detenuti in custodia cautelare in carcere erano 19.565, pari a una percentuale di detenuti in attesa di sentenza definitiva del 32,8%, quasi un terzo della popolazione carceraria complessiva. La custodia cautelare in carcere colpisce maggiormente i soggetti socialmente più deboli, perché la differenza la può fare un buon avvocato ben pagato. Difatti per i detenuti stranieri la percentuale di custodie cautelari si alza al 38%, tra le donne straniere addirittura al 40,3%. Per i soli detenuti italiani essa è pari al 30,2%. Si può dire che il razzismo lambisce le aule di giustizia.

La legge Reale dava la possibilità alle forze dell’ordine di effettuare un fermo preventivo di quattro giorni, entro i quali il giudice doveva poi decretare una convalida da parte dell’autorità giudiziaria. Più indietro della Magna Charta Libertatumdi che, secoli or sono,  imponeva tre giorni! Infine, veniva ribadito che non si potevano utilizzare caschi o altri elementi che rendessero non riconoscibili i cittadini, salvo specifiche eccezioni.

I provvedimenti previsti dalla legge Reale, modificati dalla L.533 – 8 agosto 1977, furono contestati da molti, che li ritenevano eccessivi, e sottoposti a referendum abrogativo: si votò nel giugno del 1978 e il 76,5 per cento dei votanti decise di non abrogare la legge, istupidire da un battage dei media che prospettavano l’apocalisse. Nel 1989 per effetto dell’entrata in vigore del nuovo Codice di procedura penale, alcune disposizioni di diritto processuale contenute nella legge n. 152/1975 furono soppresse. Col Decreto-legge 27 luglio 2005 n. 144, convertito in legge 31 luglio 2005 n. 155, la cosiddetta “legge Pisanu“, misure urgenti per il contrasto del terrorismo internazionale”, furono introdotte ulteriori modifiche alla Reale, peggiorative in tema di riconoscibilità nei luoghi pubblici delle persone ed espulsioni all’estero.

Un’altra annotazione riguarda i firmatari di quella legge: da una parte c’era la firma di Oronzo Reale, dall’altra parte la firma di Aldo Moro presidente del consiglio di quel governo! Tanto per non dimenticare.

*Le forze che annoverarono più esecuzioni.

Carabinieri: 123 uccisioni; 155 ferimenti gravi; totale = 278

Polizia: 103 uccisioni; 167 ferimenti gravi; totale = 270

Guardie private, metronotte, vigilantes: 13 uccisioni; 12 ferimenti gravi; totale = 25

Vigili: 6 uccisioni; 22 ferimenti gravi; totale = 28

*di questi agenti, quelli fuori servizio: 19 uccisioni; 29 ferimenti gravi; totale = 48

quelli in borghese: 38 uccisioni; 54 ferimenti; totale = 92

*le situazioni o i contesti in cui gli agenti hanno aperto il fuoco:

Posto di blocco o intimazione alt: 153

Inseguimento: 255

Colluttazione: 25

Fermo, arresto, controllo, perquisizione: 68

Manifestazione: 18

Altri: 106

*aree metropolitane (città + provincia)

Roma 49 uccisioni; 94 ferimenti gravi

Napoli 37 uccisioni; 53 ferimenti gravi

Milano 20 uccisioni; 47 ferimenti gravi

Torino 17 uccisioni; 23 ferimenti gravi

Palermo 9 uccisioni; 20 ferimenti gravi

*Infine, le armi in possesso delle persone uccise o ferite:

Pistola 26; fucile 2; bottiglia incendiaria 1; i rimanenti avevano armi improprie o proprio nulla.

Come vedete Salvini non ha inventato niente! E’ un banale esecutore, nella continuità, della repressione antipopolare. La differenza è che prima molte ragazze e ragazzi, uomini e donne lottavano contro queste infamie. Oggi, si lotta molto poco!

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Evasione nel carcere di Cosenza

Evaso detenuto dal carcere di Cosenza                                                                                     È un 20enne extracomunitario, posti di blocco in tutta la città

Dall’Agenzia ANSA di oggi 19 maggio 2019, ore 10,35:

(ANSA) – COSENZA, 19 MAG – Un detenuto è evaso dal carcere di Cosenza nella prima mattinata. Secondo le prime notizie si tratta di un ragazzo di 20 anni extracomunitario che sarebbe arrivato nell’istituto penitenziario di Cosenza proprio stamani, proveniente da Reggio Calabria. Dopo l’allarme è scattata una caccia all’uomo con posti di blocco in tutta la città da parte di carabinieri e polizia.
L’evaso sarebbe vestito con un paio di pantaloncini ed una maglietta. Ancora da chiarire le modalità dell’evasione. Il giovane sarebbe riuscito a infilarsi tra le sbarre del perimetro esterno del carcere ma non è chiaro se la fuga sia stata attuata durante le fasi dell’arrivo in carcere.
Carabinieri e polizia, oltre ai posti di blocco, stanno operando vaste battute in varie zone di Cosenza.

Casa Circondariale di Cosenza- Capienza: 218;  Presenze al 31.03.2019: 262;  di cui immigrati: 60

[fonte: DAP]
Nell’Istituto sono presenti due circuiti: media e alta sicurezza (AS3). Tre piani detentivi sono per quest’ultima; quattro piani sono invece per la media sicurezza. C’è poi il piano dell’isolamento e quello dei semiliberi. L’istituto è unicamente maschile.

[Fonte: Antigone]

 

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Un quesito inopportuno: chi ci sta in carcere?

È una domanda che non rivolgiamo né a noi stessi né ad altri perché siamo convinti che la risposta sia scontata: in carcere ci stanno i “delinquenti”. Ma chi sono?

Oggi 16 maggio, il ministro della giustizia Alfonso Bonafede del M5s ha esclamato: «Rilevo che in Italia c’è una emergenza corruzione … i cittadini italiani devono sapere che lo Stato è dalla loro parte». Anche al suo insediamento, un anno fa, si era indignato perché i detenuti per i «reati dei colletti bianchi» erano soltanto lo 0,6 per cento del totale delle persone recluse.

Che stranezza!, stupirsi per un dato che da sempre conosce chi vuol conoscerlo e che è nei tantissimi testi di analisi che spiegano la nascita del carcere e la sua funzione.

La popolazione reclusa si modifica, cresce o diminuisce, aumentano alcuni gruppi sociali reclusi, oggi sono gli immigrati, ieri erano i tossicodipendenti, ma permangono alcune costanti fondamentali. Una di queste risiede nell’immagine che la gente comune ha del carcere e di chi vi è rinchiuso. Un’immagine non basata sulla conoscenza reale, ma imposta da quanto viene quotidianamente propagandato dai media. Oggi, come ieri, la propaganda mediatica è insistente e chiassosa, quando tratta le numerose inchieste riguardanti il malaffare, il mondo della corruzione, gli appalti truccati, i fondi illeciti ai partiti, ecc. ecc. Tutto questo convince la popolazione che la macchina punitiva dello Stato operi in prevalenza nei confronti di chi è colpevole di questi importanti illeciti penali.

Menzogna più grande non è mai stata detta! È un’ennesima prova dell’ignoranza del ceto politico, di quello imprenditorale-finanziario, dei media, ecc. I numeri confermano un’altra “verità” che molti non vogliono accettare. Una “verità” che ci dice che in carcere ci stanno e ci vanno le persone appartenenti alle classi subalterne, nei momenti in cui le loro condizioni di esistenza si complicano, ci vanno per essere educati ad accettare la propria “sorte” di proletari operosi e rispettosi dell’ordine capitalista anche se affamati. Il carcere ha una funzione classista!

Le società esistenti in area capitalista hanno nel carcere, comunque la si pensi, un’ossatura e un dispositivo disciplinante, essenziale al mantenimento dell’ordine produttivo ed esistenziale della società stessa.

Siamo tutte e tutti plasmati dal carcere, non solo chi sta “dentro”. Anche noi che stiamo “fuori” ne siamo condizionati anche se non ce ne rendiamo conto!

Diciamocela tutta: ci dà “fastidio” chi non si conforma ai nostri “stili di vita”, chi è diverso da “noi”, noi produttori, noi consumatori, noi obbedienti. Ci danno “fastidio” i nomadi, i mendicanti, i rom e i sinti, i senza fissa dimora, quelli sporchi e fannulloni, quelli che vivono di piccoli furti e tanti, tanti che riteniamo “diversi”. Quel “fastidio” è forte e razzista per chi è dominato da un’ideologia reazionaria e nostalgica; è un fastidio leggero per chi è progressista, decisamente democratico e molto di sinistra, quel “fastidio” viene combattuto. respinto, rimosso, attenuato… ma c’è!

È vero che i reati commessi dai cosiddetti “colletti bianchi” non sono ben definiti. Sono dati che si deducono dalla quantità di persone detenute per tipologia dei reati commessi e la percentuale di individui nelle carceri di ciascun paese oscilla secondo la definizione di questi reati.

Il senso più diffuso definisce “reati dei colletti bianchi” quelli commessi da soggetti con incarichi pubblici o privati di vertice. I reati sono, ad esempio, la corruzione, la bancarotta, il falso in bilancio, la frode, l’appropriazione indebita, la truffa, ecc. La definizione che ne ha dato il criminologo e sociologo statunitense Edwin Sutherland è quella più condivisa. Li ha elencati in un trattato: Il “Crimine dei Colletti Bianchi, 1949 secondo cui, sono illeciti quelli che può compiere soltanto chi è posto a un elevato status sociale e chi esercita quelle professioni che garantiscono loro opportunità negate a tutti gli altri.

Sutherland, riferendosi alle grandi società commerciali statunitensi e ai reati da esse compiuti nel corso della Seconda Guerra Mondiale, scriveva: «[…] Nel corso di una guerra in cui era messa in pericolo la civiltà occidentale, le grandi società non hanno sacrificato i propri interessi né hanno partecipato di buon animo alla politica nazionale ma, al contrario, hanno cercato di sfruttare la situazione di emergenza come un’occasione per straordinari arricchimenti a spese altrui. Ma se queste imprese non ebbero riguardo per il benessere sociale in una situazione di particolare pericolo per l’intera civiltà, a maggior ragione esse saranno incapaci di dare un contributo alla politica nazionale in tempi normali. A muoverle è l’interesse egoistico e il desiderio di avvantaggiarsi sugli altri, il che le rende costituzionalmente inidonee a cooperare alla vita sociale del paese». [da Il Crimine dei Colletti Bianchi 1949]

I numeri sono questi:

Al giugno 2018, nelle carceri italiane sono state contate 370 persone che rispondono alla definizione sopra indicata. Ossia lo 0,6 per cento del totale delle persone detenute che a quella data ammontavano a circa 59.000.

Secondo i dati Istat, queste 370 persone erano detenuti per “peculato, malversazione e altri delitti dei pubblici ufficiali contro la pubblica amministrazione”. Questo in Italia.

Vediamo nel resto d’Europa:

*il rapporto “Statistiques Pénales Annuelles du Conseil de l’Europe”, pubblicato periodicamente dal Consiglio d’Europa ha elaborato una media tra i 27 paesi membri del Consiglio d’Europa, delle persone detenute per la stessa tipologia di reati che, nell’anno 2017 è del 6,3 %.

Bella differenza con lo 0,6%, no????

Eppure non in tutti i paesi si strilla lo slogan “mandiamo i corrotti in galera”. Evidentemente più si grida meno si opera nella realtà. Vale per tutti i problemi che attanagliano le società moderne. Altri paesi hanno una percentuale di “colletti bianchi” nelle carceri superiore alla media europea, la Germania il 13,2% e la Francia il 5,8%, ma non si parla di corruzione come qui da noi!

Tutti gli altri che affollano le carceri italiane, chi sono? qualcuna/o domanderà (lo spero vivamente, anche se oggi le domande scarseggiano)? Eccoli qua: il 30% dei detenuti è punito per violazione della legislazione sulle sostanze stupefacenti, consumatori e piccoli spacciatori anche di sostanze innocue come la marijuana, in Europa la media è il 15%. Al 30 aprile 2019 le persone nelle carceri italiane sono 60.439, di cui 20.324 straniere, il 33%. Una percentuale altrettanto grande per reati contro il patrimonio. In Germania il numero di detenuti per reati in materia di droghe è pari a quello dei detenuti per reati economico-finanziari, entrambi il 13,2%.

Vediamo le presenze in carcere da un altro punto di vista: tra le persone recluse, 505 hanno la laurea; 4.125 hanno diploma di scuola media superiore o professionale; 21.793 hanno la licenza di scuola media o la licenza elementare; il resto nessun livello di scolarità.

Un’ulteriore conferma ci viene dalla lunghezza della condanne da scontare. Sul totale delle persone detenute, circa diecimila hanno avuto una condanna inferiore a tre anni e addirittura ventimila hanno un residuo pena ancora da scontare inferiore a tre anni. Tutti quelli che invocano la “legalità” ci dovrebbero spiegare perché queste persone rimangono in carcere nonostante la legge 21 febbraio 2014, n. 10 (Conversione in legge del decreto 23.12.2013 n.146 “Riduzione controllata della popolazione carceraria”), renda possibile l’avvio alle “misure alternative”, quindi al di fuori del carcere, per chi ha una pena residua di 3 anni e anche 4 in alcuni casi particolari.

Nella loro freddezza, i numeri ci ricordano che, al di la di tante chiacchiere ideologiche, utili a dirottare le paure e il malessere della popolazione, il carcere continua a funzionare con lo stesso congegno che ha sempre avuto dalla sua origine: incarcerare la povertà, deportare il disagio sociale – rinchiudendolo – penalizzare l’emarginazione e la difficoltà di inserimento sociale. Tutto ciò in omaggio alla conservazione dell’attuale ordine produttivo e distributivo capitalista.

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