Enrico se ne è andato via!

Enrico Villimburgo, un compagno e amico carissimo, si è suicidato buttandosi dalla finestra. Era a Parigi, da oltre trent’anni esule, rifugiato, perseguitato da quella “giustizia italiana” che non dispensa tregue, ma solo persecuzioni infinite a chi non si assoggetta passivamente al suo ordine feroce, ma si ribella.

Enrico si è ribellato, è stato uno di quella consistente parte della generazione che è insorta contro le infamie di questa classe dirigente e di questo sistema capitalista che ha fatto dello sfruttamento e dell’oppressione i suoi dogmi.

Enrico era un compagno di Roma, quartiere Centocelle, ha fatto parte della Colonna romana delle Brigate Rosse. Arrestato e condannato all’ergastolo, insieme a molti e molte altre, è riuscito ad allontanarsi dalla “caccia” spietata dei gendarmi italiani e rifugiarsi in Francia.

Enrico, negli ultimi anni, ha dovuto combattere anche contro un cancro che lo andava devastando.

Due nemici, il cancro e la persecuzione che non danno pace, Enrico l’ha trovata chiudendo i conti con questo mondo.

Enrico, non ti dimenticheremo, resterai nei nostri pensieri, per continuare…

Vedi anche: qui e qui

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1969 – Esplode l’autunno, scioperi a singhiozzo

Fiat 1969 – un altro passo avanti: lo sciopero a singhiozzo o a scacchiera

Il mese di settembre stava per finire e le trattative per il rinnovo del contratto dei metalmeccanici languivano. Gli scioperi esterni avevano bloccato nei giorni prestabiliti la produzione alla Fiat, le adesioni dei lavoratori erano state elevate ma la direzione dell’azienda pareva aver sopportato benissimo quei colpi e prospettive immediate di chiusura del contratto non se ne vedevano.

Occorreva cercare altre forme di lotta, più incisive, capaci di “colpire di più il padrone” danneggiando meno gli operai, questa l’idea che cominciava a trovare sempre più consenso tra i lavoratori del gruppo torinese.

Voleva dire, in pratica, riportare lo sciopero dentro le officine mediante fermate improvvise, di poche ore, articolate per reparti. Non scioperare tutti assieme, ma scioperare a scacchiera, bloccando la produzione ora in questa ora in quell’officina. In questo modo si creavano ingorghi produttivi. I sindacati torinesi guardavano con diffidenza perché era ancora vivo il il timore che si ripetesse l’esperienza delle lotte di primavera, quando quei tipi di scioperi per officina, improvvisi e articolati, erano risultati incontrollabili per loro.

I sindacati sapevano che lo scontro sarebbe diventato più duro, la lotta dei lavoratori avrebbe conosciuto momenti di maggiore tensione che poteva sfociare in denunce, sospensioni, richiesta di cassa integrazione; un po’ come era avvenuto in occasione della lotta all’Officina 32.

Sul finire di settembre nelle Officine 26, 27, 52, 53, 54, 55 di Mirafiori presero il via una serie di scioperi spontanei, autonomi, proclamati dai lavoratori sul luogo di lavoro. Il 1° ottobre si verificarono altre fermate spontanee contro gli straordinari all’Officina 54. Il 2 ottobre si fermarono altri reparti di Mirafiori, mentre lo sciopero a scacchiera si estendeva anche allo stabilimento Lancia, per protestare contro la richiesta di straordinari e all’Officina 73 di Rivalta.

Stavolta i sindacati torinesi non corsero ai cancelli a condannare quelle forme di lotta non indette da loro, anzi li legittimarono coinvolgendo nell’organizzazione di essi anche i delegati, eletti un mese prima.

Il 3 ottobre, 300 delegati di reparto si riunirono in assemblea alla Camera del lavoro e, assieme ai rappresentanti dei sindacati, decidevano, nel corso di una vivacissima discussione, di passare a forme di lotta articolata. Il 5 ottobre questa decisione veniva avallata dalle segreterie nazionali dei sindacati metalmeccanici, con forti divergenze interne, che decidevano di estendere a tutte le fabbriche italiane forme articolate di astensione dal lavoro.

L’8 ottobre i quattro sindacati, Fiom, Fim, Uilm, Sida proclamarono il primo sciopero articolato di 4 ore per ogni turno. Il volantino distribuito giorni prima, oltre le ragioni dello sciopero, invitava a utilizzare le 4 ore per “assemblee nei refettori” dentro i vari reparti, per decidere forme di lotta sempre “più incisive”, per approfondire le rivendicazioni della piattaforma contrattuale ed eleggere in ogni reparto di tutte le officine i delegati come era avvenuto nello sciopero dell’8 ottobre.

Il primo turno a Mirafiori iniziava alle 6 di mattina; immediatamente si formavano cortei interni da un’Officina all’altra, con assemblee volanti. Sono circa 10.000 a sfilare, alla testa bandiere rosse, cartelli e fischietti insieme a tute blu e marroni degli operai, ai grembiuli neri e alle tute candide dei magazzinieri e dei collaudatori, ma anche colletti bianchi di tecnici e impiegati e tailleur delle impiegate. Il corteo si dirige verso la Palazzina degli uffici di fronte alla quale è schierata una doppia fila di guardie Fiat. Urla “fuori, fuori!”, sassate alla vetrate che vanno in frantumi. Fuori dai cancelli vicequestore e l’ufficio politico alla testa di un folto schieramento di polizia, osservavano impotenti, dalla palazzina escono impiegati e funzionari costretti a passare in mezzo al corridoio ricavato nel corteo, ricevendo monetine, sputi, urla di “crumiri”.

Questo subbuglio continua fino alle 15,00 ora di inizio del secondo turno, ma molti del primo non se ne sono andati a casa, sono rimasti. Riprendono i cortei interni e alle 16 la Palazzina è circondata. Stavolta entrano forze di polizia per far sgombrare il piazzale. Lo scontro è all’interno e all’esterno, un giovane operaio viene arrestato e rinchiuso in un cellulare, che viene assaltato da gruppi di operai e studenti fino a liberarlo e portarlo dentro la fabbrica protetto da migliaia di operai.

Alle 18,30 gli operai rientravano in fabbrica e si dirigevano verso il refettorio al grido di “Assemblea, Assemblea” e “Fiat occupata”, si decideva di continuare lo sciopero e l’occupazione fino alle 23,00.

I quattro sindacati, per non perdere i contatti operai denunciavano la polizia di essersi mossa su indicazione della Fiat sconfitta dagli scioperi, ma allo stesso tempo attaccano i gruppi di estrema sinistra, in particolare “Lotta Continua” (si riferiva alla sigla con cui venivano intestati i volantini dell’Assemblea operai studenti, il giornale si formerà a novembre 1969) per i loro atteggiamenti che “collimano con gli intendimenti provocatori della Fiat, devono essere isolati e respinti con la massima decisione”.

Lo stesso giorno alla Pininfarina gli operai avevano imposto l’uscita dei crumiri e degli impiegati, ma anche alla Fausto Corello; alle Fonderie Westinghouse gli operai avevano invaso il cortile interno; stessa cosa a Settimo Torinese alla Fram; alla Easton Livia di Rivarolo la direzione faceva uscire i lavoratori per impedire che invadessero la fabbrica; alla Olivetti di Ivrea il palazzo degli uffici veniva circondato e impedito l’ingresso; stessi episodi alla Spa Stura, a Rivalta e alla Lancia.

Il quotidiano La Stampa Sera del 10 ottobre 1969 portava un comunicato dell’Unione Industriale nel quale denunciava i gravi incidenti avvenuti nelle fabbriche e le pesanti violenze, accusava la polizia di passività e minacciava la serrata nel caso simili episodi si fossero nuovamente verificati.

GasparazzoIl frutto di queste giornate fu la produzione, a livello operaio, di un grande entusiasmo e partecipazione, ma anche una polemica dentro l’Assemblea Operai Studenti proprio sul fatto che una parte si era appropriata della testata dei volantini dell’Assemblea: “Lotta Continua”, per fare un giornale di una parte dell’Assemblea, non di tutta.

Si riparte con uno sciopero nazionale il 17 ottobre …..

Quelli che arrivavano dal meridione, portavano una freschezza di autonomia che si era andata affievolendo nel vecchio tradizionale corpo operaio torinese in parte deluso, sconfitto e perseguitato nel corso dei decenni precedenti. [Gianni Alasia, un esercito di “terun” invase Torino]

vedi “inizio autunno caldo
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Presentazione del libro: Esclusi dal Consorzio Sociale”

Ecco la prima presentazione del libro finito di scrivere qualche giorno fa, scaricabile e leggibile gratuitamente qui

Fate girare!

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Allegoria di un gradasso

Moltissime l’hanno riconosciuto subito, molti se ne sono convinti di lì a poco, l’appellativo di gradasso era il più adeguato.

Gradasso nelle parole e nelle movenze, con quel tot di spavalderia che curva verso l’insolenza nei confronti di ogni diversità da se. Insomma un coatto, per dirla alla romanesca.

Va pur detto che non è stata una sua creazione, questo atteggiamento, divenuto poi un modello. è stato molto presente nella politica italiana, e non solo, si è però affermato o, se volete, riaffermato, nei tempi recenti.

Esempi se ne possono fare tanti, basta scorrere le cronache della politica di palazzo. Il modello si è costruito nella scia dei più famosi decisionisti, quelli che privilegiano le proprie decisioni in opposizione alla riflessione e al confronto con gli altri, quelli che fanno prevalere la propria volontà su ogni altro criterio.

Messa ai margini la conoscenza, il decisionista, il gradasso tende a trascurare ogni valutazione più ampia e ogni analisi attenta dei fatti, non presta attenzione alle condizioni e alle circostanze che le proprie scelte possono scompaginare.

Fino a qui ci siamo! Ben si identifica il personaggio; è però assente quel “passare rapidamente all’azione” che ne completa la definizione nei dizionari della lingua italiana che chiariscono il significato di decisionista.

Azioni ne abbiamo viste poche, oltre quella di chiudere i porti in faccia alle persone devastate da giorni di navigazione difficoltosa e ad alto pericolo, provenienti da guerre, eccidi, carestie. Non l’abbiamo visto affrontare vis a vis quei vertici europei ritenuti responsabili, per cambiare le quote di accoglienza per la politica dell’immigrazione.

Alcuni speravano di vederlo litigare con loro, anche sbattendo le porte e i tavoli; pensavano: se vuoi fare il coatto, fallo bene! Fallo in ambienti dove è costumanza la cortesia e le buone maniere, per costringerli a cambiamenti positivi. Macché, speranza disattesa, nessuna frequentazione di questi luoghi. Il gradasso è fuggito di fronte alle responsabilità, mai una volta ha insultato in faccia quei leader europei, li ha ingiuriato solo quando si era sistemato a ragguardevole distanza. Quando, raramente, si è avvicinato ai potenti lo si è visto inchinarsi.

Il gradasso si è accanito soltanto contro gli ultimi, i disperati, gli sfortunati, quelli che non possono reagire, perché proprio non possono farlo. Oggi no, ma domani può darsi!

Un po’ come fa un vero pusillanime che si impegna nel calpestare l’aiuola di un giardino per protestare contro chi, proprietario di quell’aiuola, non ha accettato le sue proposte o l’ha insultato, non avendo il coraggio di affrontarlo a viso aperto.

Gradasso nelle parole e pusillanime negli atti che da quelle parole dovevano scaturire. In sintesi: volgare nell’esprimersi e codardo nell’agire, ma con molti seguaci, che forse si sono riconosciuti proprio in queste caratteristiche di persone angosciate dal non poter fare alcunché se non obbedire, ma rosi dal malessere della prolungata inettitudine di fronte a problemi che necessitano l’agire. E sono tanti, forse più di quanto immaginavamo.

Ma può succedere, e anche stavolta è successo, che il coatto si infetti del morbo dell’eccesso, dell’abuso di quella sfrontatezza che gli ha regalato consensi, persuaso che i limiti non lo riguardino e che ha il potere di costringere con la forza, con minacce oppure con l’imposizione obbligatoria, ogni scelta. L’eccesso lo ha illuso che potesse imporre coattivamente, perché coatto, le sue decisioni a chi non le condivideva.

Succede spesso perché il gradasso, a un certo punto della sua carriera, si convince di essere imbattibile, infallibile e va oltre, tropo oltre la miseria di cui si è circondato … e fa cilecca!

È la fine del percorso dello sbruffone, fine inevitabile di chi è stato allevato e cresciuto nell’ambiente del celodurismo della Lega Nord.

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NO Elettroshock

 SABATO 19 Ottobre a MONTICHIARI (BS) – alle ore 15 c/o ingresso reparto Via G. Ciotti 154, PRESIDIO INFORMATIVO CONTRO L’USO DELL’ELETTROSHOCK E CONTRO GLI ABUSI NEI REPARTI PSICHIATRICI STOP ELETTROSHOCK, STOP ABUSI E MORTI NEI REPARTI !

Vorremmo chiamare a sostegno dell’iniziativa tutte le realtà che h
Il 13 agosto, nell’ ospedale papa Giovanni XXIII di Bergamo, divampa un incendio. A seguito di ciò muore una ragazza di diciannove anni, legata ad un letto di contenzione. Il suo nome è Elena. La direzione sanitaria si affretta, attraverso gli organi di stampa, a giustificare la contenzione come forma di tutela esercitata proprio “a beneficio” della paziente, rea di aver precedentemente tentato il suicidio.
La morte di Elena, è sicuramente un dramma personale che esige cautela nell’ affrontarlo. Rispettando soprattutto il dolore di chi l’ha amata. Tuttavia non si può neppure considerare un episodio isolato.
Vorremmo ricordarli tutti e tutte. Nome per nome. Ma la lista di quanti e quante hanno perso la vita in reparto in circostanze, per certi versi analoghe, è interminabile. Le morti in spdc (Servizi psichiatrici diagnosi e cura) esprimono realisticamente lo stato dell’ arte della democratica psichiatria post manicomiale a più di 40 anni dall’ entrata in vigore della legge 180. La mesta continuità con cui si verificano evidenzia la contraddizione di una presa in carico giustificata dalla cura del paziente, che passa attraverso la coercizione, la disumanizzazione, il panottismo.
Come mai una pratica, che la legge contempla come eccezione e rispetto alla quale ha elaborato protocolli d’ applicazione, viene esercitata con sistematicità e in modo assolutamente “discrezionale” ? I reparti ospedalieri restano non luoghi di rimozione della coscienza collettiva. Universi concentrazionari dove si consuma ferocemente la separazione fisica e concettuale tra sani e malati. La segregazione a cui i/le pazienti sono sottoposti/e registra quanto ancora sia in voga il paradigma manicomiale. Quanto la psichiatria declini il proprio intervento in chiave custodialistica. Quasi a voler ancora salvaguardare le relazioni sociali dalla contaminazione con lo stato morboso.
Inoltre, in nome della tanto sbandierata sicurezza, ogni stanza è dotata di telecamera, collegata ad un pannello situato in un luogo centrale del reparto. Dietro al monitor si presume esserci un infermiere/sorvegliante. Viene da chiedersi: come mai la tecnologia a disposizione del personale si è rivelata inefficace circa lo scopo per la quale è stata impiegata? Perché non ha messo in sicurezza i pazienti? In verità dietro alle lenti si rifrange l’occhio clinico, programmato per registrare quei comportamenti “utili” all’economia delle diagnosi. Proprio le pratiche che sussistono nei reparti rivelano i motivi economico politici a suffragio dei neo manicomi. Non luoghi deputati a dar visibilità alla malattia mentale. A dargli un nome che rientri nella tassonomia diagnostica. Il tema della sicurezza è una scusa per aggirare la normativa sulla privacy. Un alibi utile ad accreditare l’ associazione tra comportamento deviante e valutazione clinica.
Ciò che viene comunemente percepito come una misura di tutela, si rivela così un buon strumento per definire con più enfasi, il profilo patologico del paziente. D’altronde, quest’ ultimo potrà impugnare le riprese video a crimine già avvenuto, quando è ormai vittima conclamata di un abuso. La storia di Mastrogiovanni dice forse qualcosa?
La 180 è una rivoluzione tradita. Oggi dei suoi principi ispiratori non resta che la retorica. Eppure, dalla lettura del presente, emergono le stesse contraddizioni di sempre!
La triste vicenda di Elena non può esser archiviata come un incidente o un episodio di malasanità. Fermare le morti in spdc vuol fare i conti con i diritti negati, con lo stato d’ abbandono che vivono i/le pazienti. Una deprivazione che si esprime ad un livello fisico, affettivo, quanto giuridico.
“…E dunque, non chiedere mai per chi suona la campana: suona per te” .
La morte di Elena è un fatto che riguarda tutti. Per questo viene spontaneo scandire, anche con rabbia, due parole: verità e giustizia.
La morte di Elena è un ulteriore crepa, nel muro di menzogne e complicità, che la psichiatria clinica erige intorno alle proprie pratiche e alla propria cultura.
BASTA MORTI NEI REPARTI PSICHIATRICI!!
Alcune persone di Bergamo – il Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud di Pisa
anno a cuore la libertà della persona nel poter disporre della propria vita, dei propri ricordi e dei propri pregi e difetti. Per dare continuità al presidio di Giugno scorso a Pisa riproponiamo il testo informativo sulla TEC/ELETTROSHOCK dove si spiega bene in cosa consiste questa pratica: ”L’elettroshock oggi viene chiamato TEC (terapia elettroconvulsiva) ma rimane la stessa tecnica inventata nel 1938 da Cerletti e Bini. Si tratta di corrente elettrica che passando dalla testa e attraversando il cervello produce una convulsione generalizzata.          
Migliorandone le garanzie burocratiche, così come introducendo alcune modifiche nel trattamento, vedi anestesia totale e farmaci miorilassanti, non si cambia la sostanza della TEC. A più di ottanta anni dalla sua invenzione, possiamo affermare che l’elettroshock è l’unico trattamento, che prevede come cura una grave crisi organica dei soggetti indotta a tale scopo, mai dichiarato obsoleto.
Perché questo trattamento medico – che per stessa ammissione di molti psichiatri che lo hanno applicato e che continuano ad applicarlo – è stato utilizzato in passato come metodo di annichilimento dell’umano, come strumento di tortura, come mezzo repressivo contro la disobbedienza, non viene dichiarato superato dalla storia e dalla scienza?
È sufficiente praticare un’anestesia totale per rendere più umana e dignitosa la sua applicazione? Basta chiamarla terapia per renderla legittima?
Possono dei benefici temporanei, che per avere effetto devono comunque essere accompagnati dall’assunzione di psicofarmaci, essere un valido motivo per usare questo trattamento? Si possono ignorare gli effetti negativi dell’elettroshock?
In Italia, sul finire degli anni novanta, i presidi sanitari dove era possibile praticare l’elettroshock erano nove – sei pubblici e tre privati. Venne presentata una campagna, “Sdoganare l’elettroshock”, dai più illustri psichiatri organicisti aderenti all’AITEC (Associazione Italiana Terapie Elettroconvulsive), che principalmente chiedeva due cose: un aumento dei presidi autorizzati tale che si potesse coprire la richiesta di una struttura ogni milione di abitanti e la promozione di iniziative culturali tese ad una rivalutazione di quella che era la percezione pubblica dell’elettroshock. Fu così che gli apparati politici italiani intervennero in materia predisponendo, per la prima volta, un percorso teorico e normativo che identificasse delle linee guida condivise tra apparati istituzionali pubblici e privati e le richieste della psichiatria.
In Italia negli ultimi anni si tende a incentivare l’utilizzo delle terapie elettroconvulsive, non solo come estrema ratio ma anche come prima scelta. Per esempio nel trattamento delle depressioni femminili entro i primi tre mesi di gravidanza, poiché ritenuto meno pericoloso degli psicofarmaci nei primi periodi di gestazione umana. Anche per quanto riguarda ipotetici problemi di depressione post partum la TEC viene addirittura pro-posta quale terapia adeguata e meno invasiva per le neo mamme rispetto agli psicofarmaci o ad un Trattamento Sanitario Obbligatorio.
Nel 2011 le strutture ospedaliere coinvolte, cioè quelle che hanno eseguito almeno una TEC in un anno, erano 91. Nel triennio che va dal 2008 al 2010, 1.406 persone sono state sottoposte a elettroshock. La maggioranza dei trattamenti riguarda le donne, 821 contro 585 uomini, e la fascia d’età va in media dai 40 ai 47 anni. Nel 2008 i pazienti over 75 che hanno subito la TEC erano 21, l’anno dopo 39.
Oggi i centri clinici dove si fa l’elettroshock sono 16 e i pazienti all’incirca 300 l’anno.
I meccanismi di azione della TEC non sono noti. Per la psichiatria «rimane irrisolto il problema di come la convulsione cerebrale provochi le modificazioni psichiche» e «non è chiaro quali e in che modo queste modificazioni (dei neurotrasmettitori e dei meccanismi recettoriali) siano correlate all’effetto terapeutico» (G. B. Cassano, Manuale di Psichiatria). Ma per chi subisce tale trattamento la perdita di memoria e i danni cerebrali sono ben evidenti e possono essere rilevati attraverso autopsie e variazioni elettroencefalografiche anche dopo dieci o venti anni dallo shock.
Ciò che resta di certo, quindi, è la brutalità, la totale mancanza di validità scientifica e l’assenza di un valore terapeutico comprovato.
Ci teniamo, quindi, a ribadire che nonostante le vesti moderne l’elettroshock rimane una terapia invasiva, una violenza, un attacco all’integrità psicologica e culturale di chi lo subisce. Insieme ad altre pratiche psichiatriche come il TSO, l’elettroshock è un esempio, se non l’icona, della coercizione e dell’arbitrio esercitato dalla psichiatria. Il percorso di superamento dell’elettroshock e di tutte le pratiche non terapeutiche deve essere portato avanti e difeso in tutti i servizi psichiatrici, in tutti i luoghi e gli spazi di cultura e formazione dove il soggetto principale è una persona, che insieme ai suoi cari, soffre una fragilità.”

COLLETTIVO ANTIPSICHIATRICO CAMUNO – CAMAP camap@autistici.org                             COLLETTIVO ANTIPSICHIATRICO ANTONIN ARTAUD PISA – antipsichiatriapisa@inventati.org COLLETTIVO SENZANUMERO – ROMA – senzanumero@autistici.org

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CRIMINI di PACE: ELENA 19 ANNI ARSA VIVA IN UN REPARTO PSICHIATRICO

Il 13 agosto, nell’ ospedale papa Giovanni XXIII di Bergamo, divampa un incendio. A seguito di ciò muore una ragazza di diciannove anni, legata ad un letto di contenzione. Il suo nome è Elena. La direzione sanitaria si affretta, attraverso gli organi di stampa, a giustificare la contenzione come forma di tutela esercitata proprio “a beneficio” della paziente, rea di aver precedentemente tentato il suicidio.
La morte di Elena, è sicuramente un dramma personale che esige cautela nell’ affrontarlo. Rispettando soprattutto il dolore di chi l’ha amata. Tuttavia non si può neppure considerare un episodio isolato.
Vorremmo ricordarli tutti e tutte. Nome per nome. Ma la lista di quanti e quante hanno perso la vita in reparto in circostanze, per certi versi analoghe, è interminabile. Le morti in spdc (Servizi psichiatrici diagnosi e cura) esprimono realisticamente lo stato dell’ arte della democratica psichiatria post manicomiale a più di 40 anni dall’ entrata in vigore della legge 180. La mesta continuità con cui si verificano evidenzia la contraddizione di una presa in carico giustificata dalla cura del paziente, che passa attraverso la coercizione, la disumanizzazione, il panottismo.
Come mai una pratica, che la legge contempla come eccezione e rispetto alla quale ha elaborato protocolli d’ applicazione, viene esercitata con sistematicità e in modo assolutamente “discrezionale” ? I reparti ospedalieri restano non luoghi di rimozione della coscienza collettiva. Universi concentrazionari dove si consuma ferocemente la separazione fisica e concettuale tra sani e malati. La segregazione a cui i/le pazienti sono sottoposti/e registra quanto ancora sia in voga il paradigma manicomiale. Quanto la psichiatria declini il proprio intervento in chiave custodialistica. Quasi a voler ancora salvaguardare le relazioni sociali dalla contaminazione con lo stato morboso.
Inoltre, in nome della tanto sbandierata sicurezza, ogni stanza è dotata di telecamera, collegata ad un pannello situato in un luogo centrale del reparto. Dietro al monitor si presume esserci un infermiere/sorvegliante. Viene da chiedersi: come mai la tecnologia a disposizione del personale si è rivelata inefficace circa lo scopo per la quale è stata impiegata? Perché non ha messo in sicurezza i pazienti? In verità dietro alle lenti si rifrange l’occhio clinico, programmato per registrare quei comportamenti “utili” all’economia delle diagnosi. Proprio le pratiche che sussistono nei reparti rivelano i motivi economico politici a suffragio dei neo manicomi. Non luoghi deputati a dar visibilità alla malattia mentale. A dargli un nome che rientri nella tassonomia diagnostica. Il tema della sicurezza è una scusa per aggirare la normativa sulla privacy. Un alibi utile ad accreditare l’ associazione tra comportamento deviante e valutazione clinica.
Ciò che viene comunemente percepito come una misura di tutela, si rivela così un buon strumento per definire con più enfasi, il profilo patologico del paziente. D’altronde, quest’ ultimo potrà impugnare le riprese video a crimine già avvenuto, quando è ormai vittima conclamata di un abuso. La storia di Mastrogiovanni dice forse qualcosa?
La 180 è una rivoluzione tradita. Oggi dei suoi principi ispiratori non resta che la retorica. Eppure, dalla lettura del presente, emergono le stesse contraddizioni di sempre!
La triste vicenda di Elena non può esser archiviata come un incidente o un episodio di malasanità. Fermare le morti in spdc vuol fare i conti con i diritti negati, con lo stato d’ abbandono che vivono i/le pazienti. Una deprivazione che si esprime ad un livello fisico, affettivo, quanto giuridico.
“…E dunque, non chiedere mai per chi suona la campana: suona per te” .
La morte di Elena è un fatto che riguarda tutti. Per questo viene spontaneo scandire, anche con rabbia, due parole: verità e giustizia.
La morte di Elena è un ulteriore crepa, nel muro di menzogne e complicità, che la psichiatria clinica erige intorno alle proprie pratiche e alla propria cultura.
BASTA MORTI NEI REPARTI PSICHIATRICI!!
Alcune persone di Bergamo – il Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud di Pisa
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Un libro è qui, potete scaricarlo e leggerlo!

Ho finito di scrivere un libro e lo regalo a chi vuole leggerlo.

Il libro lo pubblico su questo Blog,  di seguito a questa premessa e alla copertina, se lo volete in pdf cliccateci sopra,  se lo volete in word, cliccateci sopra e buona lettura.
È  una mia scelta in sintonia con l’idea che ho de libro e che condivido con tante e tanti altri, come opera umana libera e da condividere agevolmente, che non è né può essere una merce da scambiarsi sul mercato in cambio di denaro.
Questo libro parla di carcere. Tanto altro potete trovare di carcere su questo Blog, ci sono notizie storiche e attuali sulla detenzione, però in questo libro la parola va alle persone detenute. Immaginate di aver messo in una cella, nei corridoi e nei passeggi di un carcere dei microfoni, per ascoltare in diretta le parole che tra loro si scambiano le persone prigioniere. Sono parole sconosciute da chi sta dall’altra parte del muro; sono parole che rispecchiano e comunicano idee, tensioni, emozioni, insomma quello che provano le persone recluse.
Pubblicare il libro sul Blog perché?
Non voglio certo criticare né demonizzare gli editori, soprattutto le piccole case editrici. A loro un plauso e il mio affetto perché, tra mille difficoltà, aumentate dalle restrizioni dei governi, propongono tantissime opere che altrimenti non sarebbero conosciute.
Penso però che, ogni tanto, un passo avanti si possa fare. D’altronde con le tecnologie digitali quanti scritti vengono diffusi attraverso blog, social network e siti vari, ci sono interessanti raccolte di racconti, di poesie e di analisi politiche e sistemiche; è tanto il materiale da leggere su internet che, a volte, non abbiamo tempo per farlo. Ci sono anche molti libri pubblicati oltre che in versione cartacea, anche in quella digitale.
A me piace immaginare che, in questo modo, ciò che scrivo venga letto da più persone. Forse mi sbaglio, ma lasciatemi provare. Dunque, dopo i libri pubblicati in cartaceo (Maelstrom e Cos’è il carcere, entrambi editi da DeriveApprodi, e il libro di Ottone Ovidi, Salvatore Ricciardi edito da Bordeaux) questo lo pubblico sul Blog.
Il libro si intitola esclusi dal consorzio sociale”; è questo il termine con cui il regolamento fascista del 1931 definiva le persone incarcerate, e non mi pare, purtroppo, che il sentire comune sulle persone incarcerate si sia allontanato molto da questa definizione, nonostante la Costituzione dica il contrario. Dunque leggetelo, se vi va, non è lungo, 62 schermate in word o in pdf.
Scaricatelo, stampatelo, prendetene parti e utilizzatele come volete. Potete farci ciò che desiderate, spero soltanto che ne vorrete indicare la provenienza.
Se vi piace e vi interessa, ma anche se lo ritenete un obbrobrio o per qualsiasi altra ragione, sono contento se lo divulgate.

Le critiche e le opinioni, se volete, potete scriverle direttamente sul Blog.   Buona lettura!

Anche in versione epub

Copertina finale

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Leonard Peltier

Domani, 12 settembre, Leonard Peltier compirà 75 anni.

Chi è Leonard Peltier? E’ un nativo americano, un pellerossa, da ben 43 anni  in carcere negli Stati Uniti.
E’ in carcere perché ha lottato nell’American Indian Movement, il  movimento che negli anni ’70 i nativi avevano organizzato negli Usa per resistere ancora una volta ai soprusi del colonialismo americano.
E’ in carcere perché faceva e fa parte di quel popolo che sapeva certo convivere con la natura meglio di come abbia fatto l’uomo bianco-occidentale nella storia.

Leonard Peltier è l’unico rimasto in carcere per la rivolta dei pellerossa a Wounded-Knee nella riserva indiana di Pine Ridge nel Sud Dakota nel 1973 [ vedi  qui ]. Leggi una sua lettera qui .

Facciamo girare queste informazioni e il grido della LIBERTA‘ per Leonard Peltier, in un paese che non conosce vergogna per quello che ha fatto. Ricordiamo per tutte e tutti, poiché né i media, né la scuola, in pratica nessuno parla del più grande sterminio fatto nella storia dell’umanità: si tratta della strage compiuta dai colonizzatori europei  nei confronti delle popolazioni amerinde. Una strage che supera i 50 milioni di persone appartenenti alle popolazioni amerinde  (che vivevano da millenni nelle americhe). Sono state massacrate dagli eserciti di questi paesi: Spagna, Portogallo, Inghilterra, Olanda, Francia. La più grande strage dell’umanità!

Non dimentichiamo
LIBERTA’ PER LEONARD PELTIER.
Grazie Leonard di resistere.

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11 settembre 1973- golpe fascista in Cile

Gli Usa: la tomba della democrazia!

Il violento scontro di classe interno al Cile che si scatenò quando il governo di Unidad Popular iniziò il programma di riforme che aveva promesso in campagna elettorale: la nazionalizzazione delle banche, la riforma agraria con espropri dei latifondi incolti, l’esproprio del capitale straniero nell’industria mineraria al grido di “riprendiamoci le nostre miniere”, il rame in particolare, largamente presente nel sottosuolo cileno, ma sempre rapinato da imprese nordamericane, Anaconda e Kennecott.

Più l’intervento statunitense… provocò il golpe.

Salvador Allende fu tra i fondatori del Partito Socialista Cileno nel 1933. Nel 1970 alle elezioni presidenziali risultò primo col 36,3% dei voti, alla testa di Unidad Popular una coalizione di socialisti, comunisti, radicali, e cattolici di sinistra.  Il  ballottaggio col candidato di destra Jorge Alessandri si svolse al Congresso cileno, come prevede la Costituzione cilena, che confermò Allende Presidente.

[…]

Famosa la frase di Henry Kissinger; il quale sostenne senza vergogna: “Non vedo perché dobbiamo stare a guardare mentre un paese va verso il comunismo a causa dell’irresponsabilità del suo popolo. La questione è troppo importante perché gli elettori cileni possano essere lasciati a decidere da soli“.

[…]

a britannica Tatcher salutò Pinochet come “eroe della libertà”, dopo le oltre 130.000 persone incarcerate e torturate, in prevalenza ragazze e ragazzi, gran parte dei quali assassinati sotto tortura, non meno di 50mila militanti del movimento operaio massacrati e centinaia di migliaia di esuli. 130.000 individui vennero arrestati nei successivi tre anni.

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10 settembre, giornata mondiale per la prevenzione del suicidio

Oggi 10 settembre 2019 è la giornata mondiale per la prevenzione del suicidio.

Le cifre sono raccapriccianti: ogni anno 800.000 persone si suicidano e circa 20 milioni tentano il suicidio.

I suicidi in carcere sono più numerosi di quelli della popolazione esterna; tra 6 e 8 volte superiori.

In carcere, dal 2000 al 31 agosto di quest’anno sono stati 1.085, con una media di oltre 54 suicidi l’anno; l’anno scorso, il 2018, sono state 67 le persone detenute che si sono tolte la vita; su una popolazione che oscilla intorno alle 60.000 unità. Negli ultimi 3 mesi giugno, luglio e agosto del 2019 si sono avuti 16 suicidi.

C’è chi attribuisce l’alto numero dei suicidi in carcere al sovraffollamento, chi alla mancanza di lavoro, chi alle condizioni pessime delle carceri italiane, chi alla scarsa attenzione ai rapporti con la famiglia, chi ad altre complesse motivazioni.

In questo periodo storico, ha preso piede la tesi secondo cui chi pensa al suicidio e lo mette in pratica, sia persona affetta da disturbi mentali. Questa tesi è ormai diventata inoppugnabile ed è andata a sostituire quella basata sulle ipotesi eziologiche genetiste/lombrosiane. Così alcune associazioni di psichiatria dichiarano che le persone che si suicidano in carcere sono affette da infermi mentale, maturata durante la detenzione e di conseguenza propongono di imbottire i detenuti di psicofarmaci, con grande profitti di chi questi farmaci produce e vende. Difatti nelle carceri c’è stata grande diffusione di infermerie psichiatriche che propinano psicofarmaci a oltre il 60% della popolazione detenuta. Se la tesi degli psichiatri fosse corretta vorrebbe dire che lo stato italiano, per mezzo del carcere, produce infermi di mente: e c’è ancora qualcuno che dice che il carcere è necessario?

Purtroppo per gli psichiatri, non è così. Chi conosce il carcere per esserci stato, ha imparato che il suicidio, al contrario, è un atto consapevole, lungamente ragionato dalla persona detenuta che esamina l’emarginazione e la solitudine imposta, valuta l’abbandono in cui è stato gettato e verifica l’impossibilità di spezzare questa catena. Se si convince che non potrà riconquistare una vita autonoma, dopo lungo riflettere, conclude che la soluzione è il suicidio, unica fuga che può permettersi con le proprie forze. Ne sono prova le lettere scritte dalle persone che si suicidano. Ma anche le lunghe chiacchierate di notte con quei detenuti che hanno tentato il suicidio.

Tante iniziative hanno preso piede intorno alla data del 10 settembre: seminari, dibattiti, congressi, convegni cui prendono parte psichiatri, psicologi, professori di psicofarmacologia e di neuroscienze. In tutti questi appuntamenti si dice con sussiego che bisogna prevenire. Giusto!

Prevenzione, parola quanto mai adeguata, ma in questi simposi viene esaltato l’uso del litio o dei farmaci antipsicotici, della stimolazione magnetica transcranica, e ancora l’uso di nuovi farmaci: è il trionfo degli oppiacei legali.

Non è difficile intravedere la lunga mano delle multinazionali farmaceutiche.

Come in carcere, anche fuori non ha senso cercare la prevenzione in vecchi o nuovi farmaci, che possono solo peggiorare le cose, si può fare qualcosa operando sulla trasformazione delle condizioni materiali e sulla qualità delle relazioni umane. È questo un ragionamento che vale ovunque, visto che i regimi sociali, in questo periodo, costruiscono gabbie sociali molto simili al carcere, ovunque.

Per quanto riguarda strettamente il carcere, il modo di prevenire i suicidi è abolire il carcere.

 

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Colombia: una parte delle Farc riprende le armi

da  www.peacelink.it

Lo ha annunciato Iván Márquez in un video del 29 agosto

Colombia: una parte delle Farc riprende le armi

Il duqueuribismo prosegue con gli omicidi mirati contro i leader dei movimenti sociali

5 settembre 2019    di    David Lifodi

Un  video di 32 minuti, lo scorso 29 agosto, ha ufficializzato il ritorno delle Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia (Farc) alla lotta armata. “Annunciamo al mondo che è iniziata la seconda Marquetalia”, ha dichiarato Luciano Marín (più noto con il nome di battaglia di Iván Márquez), uno dei comandanti storici della guerriglia, richiamando il luogo dove le stesse Farc erano nate più di mezzo secolo fa. “Mai siamo stati vinti, né sconfitti ideologicamente. Siamo stati obbligati a riprendere le armi”, ha proseguito Márquez, denunciando, una volta di più, il tradimento degli accordi pace del novembre 2016, ai quali non ha mai realmente creduto nemmeno l’ex presidente Juan Manuel Santos (interessato soltanto a conseguire un affrettato e immeritato Nobel) e che poi sono stati definitivamente seppelliti dal cosiddetto duqueuribismo.

Il ritorno delle Farc, o di una parte di esse, alla guerra, come sottolineano in molti, non poteva che essere la logica conseguenza del terrorismo di stato condotto in maniera mirata contro i leader dei movimenti sociali, gli stessi guerriglieri che avevano partecipato alla smobilitazione a seguito del trattato de L’Avana, gli attivisti per i diritti umani, le comunità indigene, studenti, sindacalisti ecc… . Il paramilitarismo non è mai stato completamente debellato e da alcuni anni è tornato a fare la voce grossa, lo Stato ha negato qualsiasi minima protezione sia ai guerriglieri che avevano deposto le armi sia ai familiari delle vittime dei paras, fino al totale naufragio di un debole processo di pace al quale, comunque, Farc e istituzioni politiche avevano lavorato per almeno 5 anni.

Duque, con il beneplacito dell’ex presidente Uribe, ha volutamente boicottato gli accordi di pace, rifiutando di rafforzare la protezione per quei circa 12.000 ex combattenti delle Farc e accentuando una crisi umanitaria causata dallo sfollamento di numerose comunità. In un solo anno di presidenza, Duque, come promesso, ha fatto a pezzi gli accordi di pace, fingendo di applicarli, ma promuovendo in realtà il dialogo con il paramilitarismo, militarizzando il territorio e cercando di subordinare autorità civili e organizzazioni sociali al potere militare, a partire dall’attivazione delle Fuerzas de Tarea Conjunta e dall’istituzione delle Fuerzas Unificadas de Despliegue Rápido.

Paradossalmente, le zone maggiormente militarizzate sono quelle dove prosperano economie illegali e gli stessi paras, ma agli occhi dell’opinione pubblica viene fatto credere che si tratta dell’applicazione della cosiddetta “politica di sicurezza democratica”, imponendo inoltre una sola versione del conflitto armato colombiano, secondo la quale sono state esclusivamente le Farc a violare i diritti umani. In realtà, sotto la presidenza Duque sono stati uccisi 226 leader sociali e 55 ex guerriglieri delle Farc che avevano accettato di partecipare al progetto di smobilitazione, per non parlare dei familiari degli oppositori politici uccisi. L’attuale contesto politico-sociale colombiano sembra ricordare i primi anni Ottanta: anche allora la pace sembrava ad un passo, ma poi furono sterminate migliaia di militanti di Unión Patriótica, il partito che avrebbe dovuto fare politica in maniera legale nato per rappresentare le istanze della guerriglia in Parlamento. Per non parlare, tornando all’oggi, degli omicidi mirati contro i leader delle comunità indigene.

Per questi motivi, dalla zona del fiume Inírida, al confine con le frontiere di Brasile e Venezuela, una parte delle Farc è tornata a dichiarare guerra allo stato colombiano, promettendo inoltre di stringere un’alleanza con l’Ejército de Liberación Nacional, l’altra guerriglia del paese che aveva provato anch’essa a dare avvio a dei negoziati di pace. Nel video Mientras haya voluta de lucha habrá esperanza de vencer, Iván Márquez attacca pesantemente anche Santos, accusandolo di essersi adoperato per far deporre le armi alle Farc senza però possedere alcuna garanzia di pace, come dimostra il dilagare del neoparamilitarismo delle Águilas Negras, legate a Uribe. Insieme a  Márquez compaiono nel video altri comandanti delle Farc che da tempo avevano capito come ormai il processo di pace fosse stato tradito, poiché ravvisavano la mancanza di garanzie fisiche e giuridiche.

Eppure, dalla Colombia all’Europa, sono molte le organizzazioni della società civile che insistono affinché si riaprano i negoziati di pace, nonostante la scarsa affidabilità dell’attuale presidente Duque, anche se la guerra e la violenza politica rischiano di avere una volta di più conseguenze tragiche per il paese.

Questo articolo è realizzato da David Lifodi per www.peacelink.it

Vedi anche:

Politici, leader sociali, ex combattenti delle FARC. Nell’indifferenza generale continua la mattanza in Colombia

[leggi tutto]

e:

Colombia. FARC, la rosa e il fucile  di  Geraldina Colotti

Con un lungo documento di analisi, le Farc – Ep tornano a essere Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia – Ejercito del Pueblo, e lasciano ai compagni e alle compagne che non condividono la loro scelta l’acronimo Farc (Fuerza Alternativa Revolucionaria del Comun) con il quale si erano trasformate in partito politico scegliendo il simbolo della rosa con la stella al centro, nell’agosto del 2017. Si consuma così una lunga e travagliata scissione che, a partire dal gruppo dirigente, ha progressivamente reso esplicite differenze di merito e di metodo che non hanno trovato composizione. [leggi tutto]

e anche:

COLOMBIA  IL MASSACRO DEGLI OPPOSITORI

di Aldo Zanchetta       [qui]

 

 

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