Da Lama a Landini… novità o continuità?

42 anni fa la direzione della Cgil con la “politica dei sacrifici” e la “svolta dell’Eur” del 1977-78, impresse una svolta storica al suo operare. L’intervista su La Repubblica fatta da Eugenio Scalfari a Luciano Lama (segretario generale), chiarisce i contenuti di questa svolta. Se volete riesaminarli o se non li conoscete, per motivi di età, vedete il mio post precedente  [Tutta l’intervista è qui]

Poi confrontateli con l’intervista odierna di Maurizio Landini, attuale segretario generale (sotto riportata).

Il giornale è lo stesso, La Repubblica, l’intervistatore no. Il 24 gennaio 1978, fu Eugenio Scalfari a intervistare Lama, cui diede un titolo esplicito e sconvolgente: “Lavoratori stringete la cinghia”. Oggi, 11 dicembre 2019, Landini, è intervistato da Roberto Mania, si richiama all’altra sua intervista del 1° maggio scorso, quando Landini si attribuì la ricomposizione dell’unità sindacale frantumata da tempo, al grido: “Un sindacato unitario per tutti i lavoratori”, aggiungendo che “non ci sono più le ragioni per dividerci da Cisl e Uil”. Trascorsi 8 mesi del Conte bis, e trovandosi come sindacato sempre più con le pive nel sacco, Landini cerca di riprendere, ringiovanire e rilanciare quella proposta di Lama del ‘78 proponendo una “nuova concertazione”, senza tempo e senza spazio politico, in una fase di pesante arretramento della classe lavoratrice, che non sembra fermarsi né cambiare il senso di marcia.

L’intervista di Lama del ‘78 segnò uno spartiacque nella storia del sindacato in Italia, in cui Lama prese spunto da un grosso problema: l’enorme disoccupazione, argomentando: “Ebbene, se vogliamo esser coerenti con l’obiettivo di far diminuire la disoccupazione, è chiaro che il miglioramento delle condizioni degli operai occupati deve passare in seconda linea.” L’intervistatore, il direttore de la Repubblica, Eugenio Scalfari, gli chiese di spiegare “in concreto” cosa intendesse dire, Lama rispose: “Che la politica salariale nei prossimi anni dovrà essere molto contenuta, i miglioramenti che si potranno chiedere dovranno essere scaglionati nell’arco dei tre anni di durata dei contratti collettivi, l’intero meccanismo della Cassa integrazione dovrà essere rivisto da cima a fondo. Noi non possiamo più obbligare le aziende a trattenere alle loro dipendenze un numero di lavoratori che esorbita le loro possibilità produttive, né possiamo continuare a pretendere che la Cassa integrazione assista in via permanente i lavoratori eccedenti. Nel nostro documento si stabilisce che la Cassa assista i lavoratori per un anno e non oltre, salvo casi eccezionalissimi che debbono essere decisi di volta in volta dalle commissioni regionali di collocamento (delle quali fanno parte, oltre al sindacato, anche i datori di lavoro, le regioni, i comuni capoluogo). Insomma: mobilità effettiva della manodopera e fine del sistema del lavoro assistito in permanenza.”

Per maggior chiarezza aggiunse: “Noi siamo tuttavia convinti che imporre alle aziende quote di manodopera eccedenti sia una politica suicida. L’economia italiana sta piegandosi sulle ginocchia anche a causa di questa politica. Perciò, sebbene nessuno quanto noi si renda conto della difficoltà del problema, riteniamo che le aziende, quando sia accertato il loro stato di crisi, abbiano il diritto di licenziare.

Lama rafforzò il concetto: “Sì, si tratta proprio di questo: il sindacato propone ai lavoratori una politica di sacrifici. Sacrifici non marginali, ma sostanziali. Poche settimane dopo, a metà febbraio ci fu la famosa svolta dell’Eur. Una conferenza sindacale al palazzo dei congressi dell’Eur. La linea che ne scaturì s’imperniava su due elementi, la moderazione salariale e come contropartita un programma di investimenti per garantire l’occupazione. L’idea era che i maggiori sacrifici dei lavoratori avrebbero permesso ai padroni di accumulare il capitale necessario per gli investimenti. Invece non andò così! Inoltre nella tornata dei rinnovi contrattuali dell’inverno ’78-79, nonostante la “linea di moderazione dell’Eur”, ciascun sindacato di categoria, pressato dalla base, cercò un recupero salariale. Così i padroni si resero conto che il Pci e i vertici sindacali non avevano la capacità di contenere le spinte dei lavoratori e decretarono defunta la linea dell’Eur. La conseguenza parlamentare fu l’uscita del Pci dal governo all’inizio del 1979. Nelle elezioni anticipate che seguirono, il Pci subì un arretramento non indifferente, di ben 4 punti, scendendo intorno al 30% del voto nelle elezioni di giugno ‘79. In un articolo apparso su la Repubblica del 7 giugno del 1979, Eugenio Scalfari cercò di spiegare cosa fosse successo al voto comunista: “Il Pci ha registrato perdite sensibili, mediamente quattro punti in percentuale, il che significa il 12 per cento del suo elettorato”.

E oggi Landini vuol rilanciare qualcosa di simile “Alleanza con governo e imprese per impedire che il paese si sbricioli

La CGIL ha ormai smarrito le ragioni di fondo della sua parte sociale, e contribuisce in prima persona allo sfaldamento progressivo che sta attraversando la coscienza e la capacità organizzativa della classe e quindi paradossalmente sta favorendo, in questo modo, il consolidamento di quell’egemonia reazionaria che sta scavando proprio nelle classi subalterne.

Alla domanda di Roberto Mania Propone un nuovo patto sociale?”, Landini risponde: “Propongo di ricercare un progetto comune, un progetto condiviso per il paese in cui ciascuno faccia la sua parte e nel quale sia riconosciuta pari dignità tra lavoro e impresa”. Leggete la risposta di Landini all’ultima domanda: “Pensa alla cogestione?”, vedrete che non c’è differenza con il pensiero di Lama: sempre subordinazione al capitale!

Tante cose sono cambiate da quel ‘78 ad oggi, ma il nodo centrale del costo della forza lavoro in ambito capitalista, è rimasto lo stesso; così sembra sia rimasta inalterata la subalternità della visione sindacale alle regole capitaliste: moderazione salariale, riduzione diritti, arretramenti dei processi organizzativi e della coscienza di classe in cambio di un illusorio rilancio degli investimenti. Chimera beffarda, anche perché gli investimenti del capitale sono connessi all’andamento mondiale della finanza e all’orientamento dei mercati.

Da 42 anni… niente di nuovo!!!!

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50 anni fa, la strage di Piazza Fontana non fu inaspettata

Conoscere il passato per capire l’oggi

La strage di Piazza Fontana NON arrivò come un fulmine a ciel sereno.

PRIMA DELLA STRAGE

Avvenimenti e attentati

A partire dal 3 gennaio ‘69 e sino al 12 dicembre ci sono stati 145 attentati, di cui 96 di chiara marca fascista (colpite sedi Pci e Psiup, monumenti partigiani e gruppi di sinistra, movimento studentesco e sinagoghe, ecc.).

Due settimane prima della strage, il 28 novembre ’69, con cinque treni speciali e centinaia di pullman arrivarono a Roma 150.000 metalmeccanici. Le tute blu riempirono tutta piazza del Popolo con la volontà di inasprire la lotta per contrastare l’arroganza confindustriale. La tensione si tagliava col coltello, Roma era sotto assedio. Provocazioni delle forze dell’ordine non mancarono. La segreteria nazionale della Cgil diramò un comunicato nel quale affermava: “…il tentativo di creare un clima di timore, specie nella città di Roma, per infliggere un duro colpo alla lotta in corso, per aprire la strada a una svolta politica reazionaria”.

Nei mesi dell’autunno ci furono 13.903 denunce contro lavoratori/trici, di cui 2.158 metalmeccanici, 3.992 lavoratori agricoli, 1.996 ospedalieri e perfino 1.103 vigili urbani. Le incriminazioni dovevano servire come deterrente alla crescita della mobilitazione. Cosi ripartite: nei conflitti del lavoro: 8.396 denunce, di cui 3.325 per occupazione illegale di azienda, terreni o edifici pubblici; 1.712 per violenza privata; 1.610 per occupazione di binari ferroviari;1.376 per interruzione servizio pubblico,…

Il 19 novembre durante una carica della polizia muore il poliziotto che era alla guida di un gippone, Antonio Annarumma. La morte è dovuta a uno scontro con una jeep che fa sbattere la fronte di Annarumma a un ferro che delimita il parabrezza. La scena è stata ripresa da un filmato, visto da alcuni dirigenti della Rai-Tv e alcuni giornalisti. Poi il filmato scompare, ma la testimonianza dei giornalisti è unanime. Si alza un clima che vuole addossare la colpa ai movimenti di sinistra, la destra batte la grancassa coinvolgendo perfino il presidente Saragat. Al funerale dell’agente un corteo vede in testa fascisti con un tricolore e il gagliardetto della Repubblica di Salò, che nel percorso aggrediscono chiunque si segnali come di sinistra.

Il 2 dicembre ’68, ad Avola, la polizia aprì il fuoco contro una manifestazione di braccianti, sotto i colpi della forza pubblica rimasero uccisi Giuseppe Scibilia e Angelo Sigona, centocinquanta le denunce.

Il 9 aprile ’69, a Battipaglia, in provincia di Salerno, la polizia caricò una manifestazione di operai e braccianti e poi iniziò a sparare uccidendo Teresa Ricciardi e Carmine Citro di 19 anni, rimasero feriti molti altri manifestanti. Su richiesta del prefetto erano stati inviati a Battipaglia 120 carabinieri e 160 agenti di Ps; alla fine della giornata i carabinieri erano 300 e gli agenti 700.

L’11 aprile ’69 scoppiò una rivolta all’interno del carcere Le Nuove di Torino. I detenuti chiedevano l’abolizione del regolamento penitenziario del periodo fascista, Ps e carabinieri stroncarono violentemente la protesta, utilizzando anche armi da fuoco e massacrarono i detenuti.

Il 25 aprile ’69 due bombe esplosero a Milano, una alla stazione centrale e l’altra alla Fiera, allo stand della Fiat.

Il 12 maggio ’69 tre ordigni esplosivi, due a Roma e uno a Torino. La polizia aggredisce una manifestazione a Torino contro il caro affitti e arresta una trentina di persone e ne ferisce una settantina.

Il 25 luglio ’69 a Milano scoppia bomba al Palazzo di giustizia.

Nella notte tra l’8 e il 9 agosto vengono effettuati otto attentati ferroviari.

Il 25 ottobre ’69 «l’Unità» riferisce di proteste degli agenti di Ps, con il titolo: «Hanno scioperato a Torino gli operai del reparto manganelli», pubblicando fra l’altro la testimonianza di un agente: … «per gli scioperi alla Fiat ci hanno tenuti 13 ore in servizio e, dopo tre ore di sonno, eravamo di nuovo sui «tigrotti» ai cancelli di Mirafiori. Quando si è stanchi, coi nervi a pezzi, si carica e si picchia con più rabbia».

Promesse e minacce

«Basterebbe che in questi giorni in qualche manifestazione di piazza si ammazzasse qualche poliziotto e comparisse tra i dimostranti qualche arma da fuoco. La situazione potrebbe precipitare in poche ore. Toccherebbe al governo e al Capo dello Stato dichiarare lo stato d’emergenza. In alcuni Stati federali americani non si è fatto del resto lo stesso proprio in questi ultimi mesi»?

[Dichiarazione rilasciata da un alto funzionario del Ministero dell’Interno apparsa sul settimanale «Panorama» nel mese di luglio 1969, in: La strage di Stato, 1970 ]

Dalla prefazione al libro-inchiesta, “la strage di stato” gli autori Marco Ligini, Edoardo Di Giovanni, Edgardo Pellegrini affermavano: «Per questo non ci stupisce né ci indigna il ricorso dei padroni alla strage e la trasformazione di 16 cadaveri in formula di governo; né che l’apparato ne copra le responsabilità con l’assassinio e con l’incarcerazione di innocenti. Lasciamo ai democratici il compito di scandalizzarsi».

«Se la confusione diventasse drammatica. E se – nell’ipotesi di nuove elezioni – la sinistra non accettasse il risultato delle urne, le forze armate potrebbero essere chiamate a ristabilire immediatamente la legalità repubblicana. Questo non sarebbe un colpo di Stato ma un atto di volontà politica a tutela della libertà e della democrazia […] Tuttavia il ristabilimento manu militari della legalità repubblicana, possibile in mezza giornata, potrebbe non essere sufficiente...» [editoriale del settimanale “Epoca” con il tricolore in prima pagina qualche giorno prima del 12 dicembre]

Nel settimanale neofascista “Il Borghese” del 30 novembre 69 «La polizia oggi ha -se vuole – la possibilità di risolvere la crisi nella quale si dibatte l’Italia. Se il 19 novembre scorso, gli ufficiali delle caserme di Milano avessero deciso di occupare la città anziché schierarsi a difendere illoro generale contro i loro uomini, non avrebbero incontrato resistenza e sarebbero stati applauditi dalla maggioranza della popolazione. Non l’hanno fatto e, noi crediamo, se ne pentiranno».

CRONACA DELLA STRAGE

Venerdi 12 dicembre

Erano le 16,30 circa di venerdì 12 dicembre 1969. Nel salone centrale della Banca Nazionale dell’Agricoltura di Milano si stavano svolgendo le contrattazioni dei fittavoli e dei coltivatori diretti, allorché echeggiò il fragore dell’esplosione di un ordigno di elevata potenza. L’attentatore aveva deposto la borsa in similpelle nera che conteneva la cassetta metallica con dentro l’esplosivo sotto il tavolo al centro dell’atrio dove si svolgevano le contrattazioni. I morti furono sedici, molti dei novanta feriti avranno gli arti amputati dalle schegge. L’esplosione fermò gli orologi di Piazza Fontana sulle 16, 37.

Poco dopo in un’altra banca distante poche centinaia di metri, in Piazza della Scala, un impiegato trovò una seconda borsa nera, e la consegnò alla direzione. E’ la seconda bomba milanese quella della Banca Commerciale italiana. Non esplose, forse perché il “timer” d’innesco non funzionò. Viene fatta esplodere in tutta fretta alle ore 21,30 di quella stessa sera dagli artificieri della polizia che l’hanno prima sotterrata nel cortile interno della banca. E’ una decisione inspiegabile: distruggendo quella bomba così precipitosamente si sono distrutti preziosissimi indizi, forse addirittura la firma degli attentatori. In mano alla polizia rimangono solo la borsa di similpelle nera uguale a quella di Piazza Fontana, il “timer” di fabbricazione tedesca Diehl Junghans, e la certezza che la cassetta metallica contenente l’esplosivo è anch’essa simile a quella usata per la prima bomba. Il perito balistico e onesto Cerri e’ sicuro che ci si trova davanti all’operazione di un dinamitardo esperto.

Poi la scena si spostò a Roma: la prima esplode alle 16,45 in un corridoio del sotterraneo della Banca Nazionale del Lavoro tra Via Veneto e via San Basilio. Tredici feriti tra gli impiegati, uno gravemente. Ma anche questa poteva essere una strage. Alle 17,16 scoppia una bomba sulla seconda terrazza dell’Altare della Patria, dalla parte di Via dei Fori Imperiali. Otto minuti dopo la terza esplosione, ancora sulla seconda terrazza, ma dalla parte della scalinata dell’Ara Coeli. Frammenti di cornicione cadendo ferirono due passanti. Ma questi due ultimi ordigni sono molto più rudimentali e meno potenti degli altri.

La reazione del paese fu di sdegno per gli attentati, di dolore per le vittime. Ma non si assistette a nessun fenomeno di isteria collettiva, … anche se immediatamente dopo la bomba di Piazza Fontana le indagini e relative dichiarazioni ufficiali puntarono solo in questa direzione nella ricerca dei colpevoli. Qui trovate il libro “La strage di Stato” http://www.uonna.it/libro.htm

Il Corriere della Sera del 15 dicembre commenta: “Che tutti questi atti terroristici siano opera di un’unica organizzazione sembra fuori di dubbio”. E più avanti riferendosi agli attentati di Roma: “A meno che gli attentatori l’abbiano attuato proprio per sviare e complicare le indagini”. Un ragionamento sensato che dura soltanto lo spazio di un mattino. Subito dopo arrivano le indicazioni dall’alto, molto in alto, deve partire la campagna stampa della “caccia all’anarchico” con l’assassinio la notte stessa di Giuseppe Pinelli. È partita l’opera di criminalizzazione a tutto campo del movimento e di vasti settori, non irregimentati, del movimento operaio.

DOPO LA STRAGE DI PIAZZA FONTANA

Commenti e valutazioni dopo la strage

La bomba di Milano è esplosa contro il proletariato. “Compagni, il movimento reale del proletariato rivoluzionario italiano lo sta conducendo verso il punto da cui sarà impossibile – per lui e per i suoi nemici – ogni ritorno al passato. Mentre si dissolvono una dopo l’altra tutte le illusioni sulla possibilità di ristabilire la «normalità» della situazione precedente, matura per entrambe le parti la necessità di rischiare il proprio presente per guadagnarsi il proprio futuro. Di fronte al montare del movimento rivoluzionario, malgrado la metodica azione di recupero dei sindacati e dei burocrati della vecchia e nuova «sinistra», diviene fatale per il Potere rispolverare ancora una volta la vecchia commedia dell’ordine, giocando questa volta la falsa carta del terrorismo, nel tentativo di scongiurare la situazione che lo costringerà a scoprire tutto il suo gioco di fronte alla chiarezza della rivoluzione. [Da un volantino dell’Internazionale situazionista, in Nanni Balestrini, Primo Moroni, in L’ Orda d’oro, cit.]

Tre giorni dopo, la notte del 15 dicembre – si erano appena svolti funerali delle vittime di piazza Fontana – il militante anarchico Giuseppe Pinelli, ferroviere, venne «suicidato» negli uffici della Questura di Milano. Appena qualche ora dopo, il questore, quel Marcello Guida gerarca fascista e carceriere degli antifascisti a Ventotene, tenne una conferenza stampa nella quale affermò che il suicidio di Pinelli equivaleva a una confessione che confermava la «pista anarchica».

[Da un volantino del 14 dicembre ’69] “Dietro gli assassini di Milano non ci sono solo i fascisti veri e propri, ma ci sono, da un lato le forze borghesi più arretrate e parassite […] dall’altro l’ala avanzata e riformista della borghesia che vuole rinsaldare attorno alle istituzioni «repubblicane e democratiche» del patto costituzionale la propria unità di potere nell’oppressione e nello sfruttamento.

[altro volantino]Sappiamo bene che cosa sia questa democrazia, sappiamo bene che cosa abbia dato questa Repubblica democratica fondata sul sangue dei lavoratori: 91 proletari uccisi (dal ’47 a  oggi), 674 proletari feriti, 44.325 operai uccisi in fabbrica dal ’51 al ’66, uno ogni mezz’ora di lavoro. 15.677.070 operai infortunati sul lavoro”.

[volantino del Collettivo operai-studenti del 16 dicembre 1969 dal titolo: I soli assassini sono i padroni] “I neofascisti non sono il nemico principale e la loro presenza viene gonfiata artificiosamente per dividere e reprimere l’azione delle masse e incanalarle su obiettivi di semplice difesa della democrazia, agitando lo spauracchio del colpo di Stato reazionario.

[volantino del Movimento studentesco a commento degli scontri dell’8 marzo1969 a Torino]

Piazza Fontana ci sembrò un fatto grave e tragico, ma un fatto di cronaca nera. Noi non avevamo mai creduto, a differenza di altre formazioni e dello stesso Feltrinelli, alla teoria del complotto e del colpo di Stato. Pensavamo che la guerra di classe era così, dove si spara senza lacrime per le rose.” [Oreste Scalzone]

Attentati, bombe, azioni squadristiche, sparatorie contro i compagni. L’aggressione fascista sta diventando guerra civile. […] sono i padroni che l’hanno promossa, sono gli imperialisti che l’hanno voluta, è lo Stato con la sua polizia e con la sua magistratura a sostenerla. [Brigate rosse, Comunicato n. 2. Processo popolare contro i fascisti, 25 aprile 1971] “…questo disegno repressivo per ora si estende e mira non tanto alla liquidazione istituzionale dello Stato «democratico» come ha fatto il fascismo, quanto alla repressione più feroce del movimento rivoluzionario. “[Auto-intervista Br, sett 1971]

Il patto corporativo. Il tentativo di costruire legami corporativi tra la classe imprenditoriale del regime e le organizzazioni sindacali dei lavoratori è funzionale più di quanto si creda alla formazione dello Stato Imperialista.  […] La funzione che il Pci si assegna dunque è quella di recuperare all’interno del «sistema democratico» tutte le spinte antagoniste del proletariato stravolgendole in termini riformisti.[Brigate rosse, Risoluzione della direzione strategica, aprile 1975]

“…una cosa è stata chiara: che la parte egemone della borghesia […] ha avuto sempre in mano l’iniziativa […]. La nuova maggioranza, l’accordo di potere tra il movimento operaio e i rappresentanti avanzati della borghesia viene preparato proprio da queste contraddizioni.[«Lotta Continua» del 31 gennaio 1970]

“…a poche settimane di distanza l’atmosfera si è decisamente distesa […] le minacce di rotture clamorose tra i rappresentanti della borghesia sono sfumate o si sono ridotte a piccole beghe di potere […]. La campagna repressiva lanciata dalle destre ha ceduto il posto alla campagna antirepressiva amministrata dalle sinistre, Pci e sindacati in testa […]. Ai fascisti si sta rimettendo la museruola, alle masse si promettono amnistie e indulti.[Da «Lotta Continua» del 14 febbraio 1970]

Noi dobbiamo stare attenti a non assumere un atteggiamento difensivo (noi non c’entriamo, se c’è violenza operaia è risposta alla violenza borghese ecc.). In realtà questo è controrivoluzionario perché: a) esiste la violenza proletaria; b) è un atteggiamento tattico […]. Va ribadita la legittimità della violenza proletaria […] porre il problema dell’autodifesa delle masse proletarie (dentro le fabbriche e fuori) […]. Gli operai a livello di massa si rendono conto dell’urgenza di risolvere certi problemi. Armare il proletariato. Parlare di queste cose non deve voler dire dedicare il dibattito politico esclusivamente su queste cose, considerate come a sé. Cioè, occorre discutere di queste cose, in relazione alle lotte contrattuali.[Volantino di Lotta Continua]

“…gli atti terroristi servono a convincere gli sfruttati che questo ordine democratico è il migliore che si possa avere e che vada preservato, facendo loro dimenticare che è proprio questo ordine democratico a esercitare la sua violenza su di loro giorno per giorno nelle fabbriche, nella scuola, nei quartieri e nelle baracche in cui vivono.[Volantino distribuito da Lotta Continua il 17 dicembre 1969 dal titolo: No alle bombe dei padroni.]

Per qualche ora, per qualche giorno dopo gli attentati, Feltrinelli è certamente l’obiettivo, mai ufficialmente esplicitato, della «caccia rossa». Poi la caccia a Feltrinelli rientra nell’ombra. A essere chiamati in scena per le bombe sono ora Valpreda e gli sbrindellati anarchici del circolo 22 marzo.[Giorgio Boatti, Piazza Fontana, 1999]

Su un’altra posizione era Feltrinelli, che si aspettava le bombe come premessa di un golpe alla greca. E non era il solo. Perfino il giudice Guido Viola nella requisitoria nei processi Gap-Feltrinelli-Br, così afferma: “…la possibilità di un colpo di Stato di destra non era, tuttavia, peregrina e fantapolitica […] La dura repressione della contestazione, gli avvenimenti internazionali, ma soprattutto le stragi e gli attentati attribuiti con colpevole leggerezza, per non dire di più, a gruppi della sinistra parlamentare, non facevano che alimentare e dare corpo alle idee di Feltrinelli. Alla luce dei fatti successivi […] inchieste giudiziarie […] che vedono coinvolti gli ex vertici dei servizi di sicurezza, e che hanno portato a conoscenza dell’opinione pubblica l’esistenza di una trama eversiva di destra , potente e non ancora stroncata, l’ossessione di Feltrinelli sulla possibilità di un colpo di Stato non era priva di un certo contenuto di serietà e di fondatezza.” [Giorgio Boatti, Piazza Fontana, cit.]

VALUTAZIONI E ANALISI POLITICHE

Le bombe del 12 dicembre non furono una sorpresa per nessuno.

Dopo le bombe di Stato, quel tormentato e straordinario 1969 si chiuse con la firma dei contratti di lavoro. Il 23 dicembre ’69 venne firmato il contratto dei metalmeccanici. L’8 dicembre era stato siglato quello delle aziende a partecipazione statale. Il 24 dicembre toccò a quello dei braccianti, il 31 dicembre a quello degli edili. Conclusi i contratti, e con la conflittualità in discesa, si pensava vi sarebbe stato un allentamento della repressione. Successe il contrario. Una «revanche» padronale ben coadiuvata dalle forze dell’ordine e dalla magistratura. Una vera e propria vendetta postuma o probabilmente per cercare di mettere la parola fine alla crescita delle lotte.

Picchetti ai cancelli, cortei interni, assemblee improvvisate nei reparti, qualche azione di sabotaggio, tutto questo diventava crimine. Il crimine era aver infranto l’ordine della produzione capitalistica, aver trasgredito la disciplina di fabbrica, aver contrastato i soprusi dei guardioni. E dire che le manifestazioni dell’autunno caldo nel ’69 erano state abbastanza tranquille.

«Lelio Basso del Psiup spiegò l’autunno caldo senza incidenti con il fatto che la polizia non si era fatta vedere e le organizzazioni sindacali hanno potuto assicurare esse l’ordine pubblico. Luigi Anderlini della Sinistra indipendente ricordò in Parlamento che durante una manifestazione di 60.000 a S. Giovanni non il più piccolo incidente […]. E quale è stata una delle ragioni del senso di responsabilità dei giovani? L’assenza della polizia […]. Così vanno le cose in Italia quando non c’è la polizia». [Donatella Della Porta, Herbert Reiter, Polizia e protesta. L’ordine pubblico dalla Liberazione ai «no global», 2004]

Il controllo della conflittualità aveva due strategie. Quella del Pci, Psi e sinistra Dc voleva concedere ai dirigenti delle confederazioni il tempo e la tranquillità necessarie per riportare la base tumultuosa e i settori operai ribelli all’interno del quadro di compatibilità capitalistiche, con qualche concessione normativa ed economica, sospendendo i provvedimenti repressivi da attuare semmai in un secondo tempo.

L’altra strategia faceva perno su Psdi, Pri, destra Dc e Confindustria e puntava a colpire subito le avanguardie operaie, la parte ribelle della classe e ridurre lo spazio delle confederazioni sindacali.

Ciò che preoccupava i padroni era la crescita in fabbrica di una forza organizzata operaia che contrastava punto per punto l’ordine produttivo. La denuncia e il controllo della nocività di alcune lavorazioni era la nuova frontiera della lotta, a partire dai poli chimici come Porto Marghera, gli operai scoprivano la nocività nascosta di gran parte della produzione, fino ad affermare che «nocivo è il lavoro salariato», il lavoro in regime capitalistico. Era uno slogan oppure coscienza di classe? Sta di fatto che la lotta contro la nocività costringeva per la prima volta i padroni a non cavarsela con quattro soldi per pagare la nocività o mettere l’aspiratore, ma imponeva riduzioni di orario, la quinta squadra per le lavorazioni a ciclo continuo, l’ingresso in fabbrica di tecnici non di nomina padronale ecc. E questa era coscienza di classe.

«Con piazza Fontana abbiamo perso l’innocenza».

Questa la frase di alcuni sociologi e politologi che hanno interpretato quella strage come l’inizio di una nuova fase (ripresa anche da qualche compagno/a per pigrizia mentale). Ma non è stato così!

Innanzitutto il problema dell’innocenza: non ne avevamo vista nelle nostre strade di innocenza. Avevamo visto le costanti repressioni delle lotte operaie e proletarie, le stragi che hanno segnato la nascita della Repubblica “democratica” e il suo percorso, l’apparato statale fascista traghettato indenne nella «Repubblica democratica »: all’inizio degli anni Sessanta 62 prefetti su 64 di prima classe, 64 su 64 di seconda, 241 viceprefetti su 241, sette ispettori generali su 10, 135 questori su 135,   139 vicequestori su 139, avevano iniziato la loro carriera sotto il regime fascista. Di tutti questi quadri superiori, soltanto un questore e cinque vicequestori, durante gli eventi 1943 – 45 sono stati dalla parte della Resistenza. [A. D’Orsi, La polizia e le forza dell’Ordine italiano, Feltrinelli 1972]. Avevamo visto il connubio Stato-mafia che aveva stroncato nel sangue il movimento dei braccianti e dei contadini (la ferocia con cui è stata fatta fallire la “riforma agraria” del comunista Fausto Gullo ministro dell’agricoltura dal 1944 che puntava su: permesso di occupazione dei terreni incolti o mal coltivati rilasciato alle cooperative agricole, proibizione di ogni intermediario tra contadini e proprietari, proroga di tutti i patti agrari per impedire ai proprietari di sbarazzarsi nell’anno successivo dei loro fittavoli, ecc. il ricco proprietario terriero sardo Antonio Segni che sostituì Gullo all’Agricoltura e ribaltò completamente la riforma dando maggior potere ai proprietari e fece precipitare l’impoverimento del sud: il 90% dei comuni calabresi non aveva edifici scolastici, l’85% di questi comuni non aveva canali di scolo e gli acquedotti insufficienti, gli ospedali avevano un posto letto ogni 1.500 abitanti e il 49% della popolazione adulta era analfabeta).

Erano innocenti le fucilate sulle manifestazioni? Erano innocenti le galere tenute in condizioni identiche al fascismo? Era innocente aver mantenuto un codice penale che portava e porta ancora la firma di Benito Mussolini? In questo paese e in tutta Europa non c’era traccia di innocenza.

Dopo il massacro della guerra il capitalismo occidentale ci presentò l’altro scenario, quella della ricostruzione: un mix di arrivismo egoistico, accaparramento senza timore, profitto sui morti, borsa nera, affamamento e supersfruttamento, arricchimento sulla pelle altrui, la religione asservita ai ricchi e ai massacri, il moralismo bigotto.

È bastato qualche anno di lotta per riconoscere nell’uso della forza l’unico strumento valido per avere voce. L’insubordinazione operaia questo insegnava. Cominciava a cambiare i rapporti di forza tra le classi e prospettava un cambiamento dei rapporti di produzione e dei rapporti sociali. È comprensibile che le classi dirigenti e il ceto politico, che si nutrivano di quello sfruttamento, non volevano accettare il cambiamento, e provarono a schiacciare il movimento che lo praticava. Hanno usato tutti i mezzi a disposizione: bombe, stragi, arresti, fucilazioni per strada e dentro le case; processi speciali, carceri speciali e tribunali speciali, condanne altrettanto speciali e torture quelle consuete e quelle straordinarie per ottenere la delazione, il pentimento, pestaggi e lusinghe per ottenere la dissociazione, e pene infinite.

È quello che è successo a partire dalle bombe di piazza Fontana.  È la conclusione: la strage di Piazza Fontana non arrivò come un fulmine a ciel sereno.

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BASTA SEGREGAZIONE, CONFINI E SFRUTTAMENTO!

Di seguito il comunicato sullo sciopero dei lavoratori e delle lavoratrici delle campagne dello scorso venerdì 6 dicembre, a Foggia e a Gioia Tauro.

LA PAURA NON CI APPARTIENE: CHE LA LOTTA DELLE CAMPAGNE  TROVI ECO IN TUTTA ITALIA.

BLOCCHIAMO IL PAESE!

Bloccare in contemporanea, per ore, i varchi di uno dei porti commerciali più importanti d’Italia e una zona industriale strategica, in un Paese come quello in cui viviamo, è una scelta ben precisa e ponderata. In un contesto in cui le leggi razziste e fasciste reprimono con sempre maggior forza le forme di conflittualità tipiche di quelle lotte che negli ultimi anni hanno fatto tremare il paese; in un tempo in cui ci si indigna, ci si dichiara antirazzisti e si parla, dai palchi e sugli schermi, di opposizione al DL Salvini, per chi è costretto a vivere segregato in ghetti e campi l’unica arma efficace per farsi ascoltare è bloccare i flussi di merci che alimentano il sistema che ci strozza.

Lo sanno bene le centinaia di lavoratori e lavoratrici dell’agroindustria che nella grande giornata di lotta del 6 dicembre, a Foggia ed in Calabria, hanno scelto di mettere in gioco i propri corpi, il proprio cuore, il proprio coraggio perché consapevoli che il tempo delle chiacchiere è finito: non si può attendere oltre. Lo hanno fatto nonostante la giornata sia stata segnata da molti momenti estremamente gravi. Sono riusciti a trasformare la rabbia, per i compagni investiti a Gioia Tauro – un gesto razzista di estrema arroganza, intrapreso per forzare il blocco – e per un altro picchiato e portato via dalla polizia a Foggia, in forza per continuare. Hanno tramutato in determinazione le aggressioni subite nelle cariche, con le annesse manganellate e lacrimogeni.

Lo hanno fatto nel periodo prenatalizio, in cui la macchina capitalista che gestisce la circolazione di merci, denaro e persone secondo i suoi interessi e per il profitto si mostra in tutta la sua imponenza e ferocia. Hanno scelto di bloccare dei colossi dal valore non solo materiale, ma altamente simbolico. Un importante porto di transhipment nel Mediterraneo, un luogo che è anche una frontiera e che come tale è un emblema di ciò che ci opprime e ci divide, e che il giorno prima aveva ricevuto la visita del patron di MSC (multinazionale con sede in Svizzera…alla faccia del prima gli italiani) Aponte a sottolineare quanto cruciale sia il progetto della ZES e l’investimento sull’aumento dei volumi di scalo – mentre molti lavoratori portuali, a cui va la nostra solidarietà, sono ancora in attesa di essere riassunti. Dall’altro uno snodo stradale che dal casello della A14 porta alla zona industriale di Foggia, in cui sono presenti, oltre alle fabbriche di trasformazione del pomodoro, anche la divisione aerostrutture di Leonardo SPA, gigante della produzione ed esportazione di quelle armi che giocano un importante ruolo nel determinare flussi migratori, povertà e distruzione, e uno dei centri commerciali più grandi del sud Italia, il GrandApulia, tempio dello shopping consumistico soprattutto in questo periodo dell’anno.

Come sempre, alla determinazione, al coraggio, alla fermezza delle rivendicazioni dei lavoratori le istituzioni hanno risposto da un lato con indifferenza e vaghezza, continuando a ignorare la necessità urgente di regolarizzazione per tutti e la cancellazione degli ultimi due decreti, dall’altro mostrando la forza e utilizzando tutta la violenza dell’apparato repressivo. Di sicuro le istituzioni non hanno gradito l’ingente perdita economica che il blocco di questi due punti cruciali ha provocato: 4 km di camion in fila davanti al Porto, fino allo svincolo autostradale, e la mancata distribuzione di merci per lo shopping natalizio al GrandApulia.

Il bilancio finale è di quattro denunce, tra cui quella al lavoratore che è stato investito davanti al Porto di Gioia Tauro, il quale ha ricevuto cure sommarie e un trattamento decisamente ostile, a differenza dell’investitore che si è tranquillamente allontanato dal blocco, e quella al lavoratore picchiato dalla polizia, trattenuto per ore in Questura a Foggia e poi rilasciato grazie alla determinazione del presidio creatosi in solidarietà davanti ai cancelli della stessa questura. Nonostante una costola rotta, è stato costretto dal personale del Pronto Soccorso di Foggia ad attendere ore per farsi visitare. In entrambi i casi, il personale ospedaliero si è dimostrato complice della repressione, cercando in tutti i modi di ostacolare non solo le cure ma l’attestazione della verità di quanto accaduto.

Non diversamente, d’altronde, hanno fatto i pennivendoli delle varie testate giornalistiche al servizio del potere. L’immagine della giornata che emerge dai resoconti mediatici e dalle bocche di chi rappresenta il potere è ancora una volta distorta ad arte per far passare chi scioperava come un violento manipolato da forze oscure. Non si parla di lotte autorganizzate, perché, si sa, gli africani non sono capaci di ribellione autonoma, e c’è sempre qualche bianco ‘figlio di papà’ che li pilota; ancora una volta si mente sulla violenza della polizia, non scrivendo dell’attacco deliberato e immotivato alle persone che stavano manifestando ma inventando inesistenti lanci di pietre da parte dei lavoratori, associando in ogni articolo la questione immigrazione a quella della sicurezza e dell’ordine pubblico come d’altronde ci hanno abituato a sentire e leggere da decenni a questa parte. Abbiamo imparato a non stupirci della vigliaccheria e del razzismo di molti giornalisti, non ci impauriscono le loro bugie e diffamazioni: arriverà il tempo in cui vi faremo pagare tutto.

Dulcis in fundo, le dichiarazioni di CGIL e PD hanno superato a destra anche i partiti fascisti e razzisti, gettando fango sulla lotta dei lavoratori, delegittimandone l’enorme importanza, affermando accuse gravissime che vanno a braccetto con quelle di Fratelli d’Italia e Lega. A quanto pare le leggi ingiuste si possono violare solo in alcuni casi, quando a farlo sono i rappresentanti italianissimi dell’accoglienza degna su cui si pensa di poter capitalizzare alle urne, e l’antifascismo va bene solo nella versione edulcorata e di facciata di piazze mute e disciplinate, mentre si attaccano lavoratori che resistono perché non accettano di essere presi in giro. Si cantano canzoni partigiane, si fa un gran parlare di quanto ingiusto sia il DL Salvini, ma quando i diretti interessati decidono di protestare contro la legge razzista e fascista, ecco che li si colpisce con la violenza e la vigliaccheria tipiche di chi è abituato a giocare con la vita degli altri per ottenere un tornaconto di visibilità e carriera. Gli avvoltoi, da sempre, sono quelli che approfittano e lucrano sulle lotte per i loro sporchi interessi: non certo i lavoratori che si organizzano da soli per cambiare l’esistente, per fare in modo che tutti, non solo gli immigrati, possano avere una vita migliore. Non paghi delle becere accuse lanciate, CGIL e USB, quegli stessi sindacati che con tanta energia amano definirsi in prima linea a fianco dei lavoratori migranti, non hanno esitato nei giorni successivi alla manifestazione a minacciare e intimidire biecamente coloro che hanno partecipato alla giornata di lotta, dimostrando, una volta in più, la loro complicità con il razzismo istituzionale e il suo apparato repressivo.

Ciò che giornali e politici hanno evitato di riportare sono le concrete rivendicazioni che gli scioperanti hanno portato ai due blocchi: l’abrogazione delle ultime leggi immigrazione e sicurezza e la reintroduzione del permesso umanitario; i permessi di soggiorno per chi non ce li ha; l’apertura di canali di ingresso e transito per lavoro e ricerca lavoro oltre che per motivi di carattere umanitario; l’abolizione della residenza come requisito per il rinnovo e per l’accesso ai servizi essenziali; la creazione di un permesso di soggiorno unico europeo che permetta alle persone di muoversi liberamente in Europa; lo smantellamento dell’attuale sistema di accoglienza, detenzione e rimpatri, e il superamento del sistema dei centri d’accoglienza, delle tendopoli e dei campi di qualsivoglia natura in favore dell’accesso alle case. Tutte proposte con le quali chi pretende di essere un difensore dei diritti dovrebbe concordare.

Siamo disgustate da tanta ipocrisia, falsità, violenza. Ancor di più questo ci convince che quella che stiamo percorrendo è la strada giusta e la solidarietà che ci arriva da chi in altri luoghi d’Italia e d’Europa lotta per i documenti e sul lavoro ci scalda il cuore e ci fa sentire meno sole, più forti.

Ne siamo sempre più convinte, se ci impediscono di vivere liberi da sfruttamento e repressione, dove e con chi vogliamo, bloccare il serpente che ci stritola è l’unica cosa da fare. Sempre di più, in maniera sempre più diffusa e pervasiva, alla vostra violenza risponderemo  con unione, coraggio e determinazione.

BASTA SEGREGAZIONE, CONFINI E SFRUTTAMENTO! DOCUMENTI  PER TUTTI E TUTTE!

VIVA LE LOTTE AUTORGANIZZATE!

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Dozza residence? Contro il “nuovo” padiglione carcerario

Non si affronta il sovraffollamento patologico costruendo nuovi “contenitori”

CON UN APPELLO PER UNA POLITICA DI DE-CARCERIZZAZIONE

di Vito Totire (*)

Si progetta di aprire a breve a Bologna una nuova struttura ricettiva. Boom turistico? No, nuovo padiglione carcerario voluto dai governi e dalle amministrazioni locali, soggetti privi di progettualità adeguata alla portata delle contraddizioni sociali e incapaci di pensare a una società con il più basso tasso di carcerazione possibile. Gli epidemiologi (Michael Marmot in primis) hanno dimostrato come i tassi di carcerazione non siano indipendenti dalle scelte socio-economiche e politiche dei singoli Paesi. Il potere politico ed economico decide i tassi di carcerazione: lo possiamo asserire senza ombra di dubbio, ormai sepolti Cesare Lombroso e lo scientismo positivista (a parte qualche rigurgito).

La situazione delle carceri è “strana”: di solito i governi lanciano appelli (quanto siano sinceri è argomento da non affrontare adesso) alla “partecipazione” dei cittadini e nel caso delle carceri – nessuna sorpresa trattandosi di una “istituzione totale”- è come se dicessero: le prigioni sono cosa nostra, non vogliamo interferenze.

Noi abbiamo chiesto a un primo referente pubblico di accedere al progetto edilizio di Bologna. La risposta: «non dovete chiedere a me, ma alla direzione del carcere», la quale ha risposto «non dovere chiedere a me ma al …» e il terzo soggetto – indicatoci dalla direzione carceraria – per la precisione il Provveditorato regionale della amministrazione penitenziaria, interrogato non risponde…

Il primo novembre 2019 sono trascorsi 30 giorni dall’invio della istanza (via pec) per conoscenza recapitata anche alla Prefettura di Bologna.

La “partecipazione” dei cittadini dunque non è gradita; in materia di istituzioni totali (in modo particolare) lo Stato preferisce fare da sé. Il che era prevedibile ma ugualmente disdicevole, visti gli antefatti specifici e peculiari del carcere di Bologna;

dal 2003, ogni sei mesi, in occasione del commento al rapporto semestrale della Ausl di Bologna, gridiamo la realtà ai 4 venti e anche alle istituzioni che sono passate dalla ipoacusia alla completa sordità (non si tratta di handicap fisico ma di disturbo psicosomatico-politico) cioè gridiamo che il carcere della Dozza è illegale e che deve essere dichiarato inagibile dal punto di vista delle elementari norme di igiene edilizia in vigore nel nostro Paese (**).

leggi ancora
(*) Vito Totire è portavoce del coordinamento Chico Mendes e Centro Francesco Lorusso
(**) Da anni le osservazioni di Totire sono tutte in “bottega”. Se volete leggerle digitate “rapporti semestrali” (in “cerca” sul colonnino di sinistra)
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La strage di Avola inaugura il 1968 !!!

I braccianti scrollatisi di dosso il controllo della mafia e dei caporali intensificano la lotta per affermare i propri interessi. Lo stato risponde con la strage.

Il 2 dicembre 1968, ad Avola, la polizia aprì il fuoco contro una manifestazione di braccianti, sotto i colpi della forza pubblica rimasero uccisi Giuseppe Scibilia e Angelo Sigona, circa 50 i feriti da arma da fuoco e centocinquanta le denunce.
Avola una cittadina, a pochi chilometri da Siracusa, è una zona ricca di orti e di agrumi. Conosciuta per la qualità delle mandorle, le migliori.
Da tempo era iniziata la protesta dei braccianti, rivendicavano l’aumento della paga giornaliera dalle 3.110 alle 3.480 lire come percepivano i braccianti della zona A. In quell’Italia latifondista, democristiana e mafiosa le aree erano divise in “gabbie salariali” con paghe diverse. La provincia di Siracusa era divisa in due zone: la zona A, che comprendeva i comuni di Lentini, Carlentini e Francoforte e la zona B, con Siracusa e i restanti comuni della provincia, in cui la paga era inferiore e l’orario di lavori più lungo di mezzora. La logica delle “gabbie salariali” riguardavano tutto il territorio nazionale, serviva a favorire gli investimenti di capitale e i profitti conseguenti e indeboliva la compattezza della forza lavoro, frantumata dalle differenze salariali. Ci sono voluti i possenti scioperi del 1968-69 per spazzare via le “gabbie”, oggi rinate sotto altre forme.
I braccianti agricoli aderenti alle organizzazioni sindacali (Cgil, Cisl e Uil) da due anni avevano intrapreso una grande lotta, con numerose proteste e scontri come quelli verificatisi a Lentini con feriti e arresti, per ottenere un aumento del 10 per cento sulle paghe per equipararle a quelle della zona A.

Gli agrari si arroccarono sul NO ….   leggi ancora

Nei posti d lavoro ci furono fermate, scioperi improvvisi. La pressioni dal basso costrinsero sindacati e partiti a chiedere “IL DISARMO DELLA POLIZIA nei conflitti del lavoro” e ci si arrivò vicini.
Inizia con questa strage il 68 proletario, quattro mesi (9 aprile 69)  scoppiò la rivolta di Battipaglia (vedi qui) 2 morti , 200 feriti e i primi Comitati di base nelle fabbriche del nord. Nell’estate del 69 esplode in anticipo e incontrollato, l’autunno caldo.
L’ordine capitalistico-mafioso non poteva tollerare una ribellione di questo tipo che pretendeva un cambiamento rivoluzionario del sistema! così si preparò la risposta dello stato e dei padroni con la manovalanza fascista: la strage di Piazza Fontana e le altre stragi.
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Zehra Dogan: «Avremo anche giorni migliori»

Zehra Dogan: «Avremo anche giorni migliori»

Opere dalle carceri turche, una mostra a Brescia fino al 6 gennaio
di Benigno Moi

 

 

 

 

Il 16 novembre scorso è stata inaugurata a Brescia la prima mostra italiana delle opere di Zehra Dogan, l’artista e giornalista curda che ha passato oltre 31 mesi nelle carceri turche con l’accusa di essere una sostenitrice del PKK, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan fondato da Ocalan (a sua volta in carcere dal 1999). Il fatto scatenante che portò all’arresto fu la realizzazione di un dipinto che denunciava il massacro delle popolazioni curde nella Turchia sudorientale.

(in bottega se n’è parlato quiquiqui e qui ecc.)

La mostra – curata da Elettra Stamboulis per il Comune di Brescia e la Fondazione Brescia Musei, con la collaborazione del Web magazine Kedistan, che ha curato il salvataggio e il trasporto delle opere – sarà visibile al Museo di Santa Giulia sino al 6 gennaio 2020. (https://www.bresciamusei.com/nsantagiulia.asp?nm=176&t=Informazioni).

Zehra Dogan, nata a Diyarbakyr (Amed in curdo), nel1989, oltre che essere un’artista brillante e originale, è anche una giornalista e attivista della causa curda, fondatrice e direttrice di Jinha, un’agenzia di stampa femminista, composta da sole donne.

Nel 2016, dopo il feroce bombardamento e l’invasione della città curda Nusaybin da parte dell’esercito turco, Zehran Dogan realizza ad acquerello un dipinto che, rielaborando una foto dell’invasione, denuncia la mostruosità dell’intervento repressivo di Ankara. L’opera, diffusa via web (da questo fatto deriva l’accusa di propaganda pro PKK) mostra la città distrutta e fumante su cui incombono le bandiere turche, con i tank in primo piano che diventano allegoricamente mostri famelici che divorano la popolazione.

la mostra “Avremo anche giorni migliori – Zehra Do?an. Opere dalle carceri turche

 

 

 

 

 

 

 

Nel febbraio del 2017, pur decadendo le accuse più gravi, Dogan viene condannata a 2 anni, 9 mesi e 12 giorni di carcere.

Carcere che non la doma e dove continua a dipingere nonostante le gravi restrizioni cui è costretta, utilizzando ciò che può procurarsi nella sua cella e nelle sue condizioni – dal sangue mestruale agli avanzi di cibo – usando dita e capelli, e riuscendo a far uscire all’esterno le foto dei lavori tramite il compagno Onur Erdem.

la mostra “Avremo anche giorni migliori – Zehra Do?an. Opere dalle carceri turche

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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GIA’ FANTASMI PRIMA DI MORIRE

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80 persone più ricche detengono la stessa ricchezza di 3,5 miliardi degli ultimi!

Tumultuose manifestazioni scuotono diverse regioni del mondo. Regimi di tutti i tipi vengono scossi da rivolte e proteste. Non c’è angolo di questo pianeta che non sia investito da quest’onda di scontri impetuosi, violenti, intensi. A un osservatore superficiale potrebbe sembrare una campagna di sollevazione sociale preparata e diretta da qualche centrale politica.
Invece no! La caratteristica dei conflitti oggi è la marcata diversità che li contraddistingue: per provenienza da settori di classe diversi, per diversa composizione, diversi per età, diversi per obiettivi immediati.
I contenuti di queste proteste esprimono una forte critica contro regimi sociali che fanno riferimento a diverse ideologie, a volte opposte. Le proteste si scatenano contro l’ordine esistente in quel momento e in quell’area, quale esso sia; puntano a cambiamenti sostanziali; anche questi molto diversi tra loro, con una prospettiva spesso opposta di cambiamento ancorata a un diverso progetto che a volte è assente.
Dovrà pur esserci un filo rosso che tiene insieme tutti questi tumulti? Oppure no?
Riflettere sugli obiettivi immediati, quelli esplicitati e quelli taciuti, per poi soffermarsi sugli aspetti di più lungo termine, non è facile. Come non lo è trovare punti in comune, se non elementi di una profonda insofferenza e di un malessere esplicitato nel linguaggio di cui ciascun conflitto si dota, spesso non in maniera pacifica, né ordinata, né prevista. Un malessere addebitato alle scelte che quel regime ha fatto e a ciò che non ha fatto.
Un dato però salta agli occhi: le forme di questi conflitti sono, più o meno, le stesse. Quasi tutti veri e propri tumulti o rivolte e ci costringono a riflettere. Allo stesso modo fa riflettere il tentativo delle polizie di fermarli o almeno arginarli con metodi e tattiche molto simili. Qualcosa vorranno dire questi elementi comuni? Se non altro cancellano la sensazione diffusa che l’ordine esistente non sia scalfibile, e cacciano via il senso di impotenza prodotto dalla sfiducia instillata nell’azione collettiva.
Pur nella marcata diversità, sono convinto che cercar di capire le cause di questi conflitti, le loro origini e il percorso che stanno facendo è compito non rinviabile. Il conflitto è un’azione di massa che toglie i veli che coprono le contraddizioni e le mettono a nudo, cancellando le certezze sull’ordine ormai consolidato.
I media a nulla ci aiutano a capire. Spesso aumentano la confusione con racconti ideologizzati, squallidi e infelici come e più di prima. Quelli succubi dell’ideologia anticomunista, ad esempio, attribuiscono alle sommosse di Hong Kong un significato di “movimento per la democrazia” così alle sommosse in Iran, al contrario si definiscono come sfasciacarrozze o Black Block quei movimenti dentro l’area europea come i Gilet Gialli e i No Tav . Anche se poi fanno le stesse cose. Come si fa ad attribuire ad alcune bottiglie molotov, o bombe incendiarie o sampietrini la qualifica di “democratici” e ad altri no? Imponendo loro una definizione contraria? E ancora, come si fa a stupirsi per la polizia che rudemente sgombera una università occupata, quando di questi sgomberi, nei nostri lidi, ne abbiamo visti a dozzine; oppure stupirsi del divieto a manifestare col volto coperto quando in questo felice paese esiste fin dal 1975?: [“Chi, nel corso di un corteo, indossa sciarpe, cappucci o caschi in modo da coprire in tutto o in parte il volto commette reato” (Art. 5 L. n. 152/1975.)]. Ma anche da parte nostra non dobbiamo giudicare né definire rigidamente i movimenti, poiché sono spesso aggregati eterogenei. Né ignorare quei movimenti che riteniamo contrari ai nostri progetti, ricordiamo quanto è costato all’Unidad Popular di Allende nel Cile del 1973 aver sottovalutato gli scioperi dei camionisti e i cazerolados delle signore della borghesia cilena che chiedevano a piena voce un golpe, che poi c’è stato.
I media condannano il contegno riservato dalla polizia ai manifestanti, in un certo paese ed esaltano lo stesso contegno nei paesi le cui classi dirigenti sono in sintonia con le classi dirigenti di qua. Eppure, lo ripetiamo, questi comportamenti sono molto simili. Noi da queste parti ne abbiamo fatti e visti di scontri con la polizia, utilizzando tutto quello che si poteva utilizzare; ne abbiamo occupate di università, ne abbiamo visti di drappelli di poliziotti circondarci per stanarci da quegli edifici, abbiamo visto anche la polizia sparare e torturare come a Genova nel 2001.
Lasciamo da parte, dunque, le stupidità dei media e scrutiamo attentamente queste tumultuose manifestazioni per capire a cosa potranno portare, pur avendo progetti opposti. È questo un compito imprescindibile di oggi per le compagne e i compagni.
Una cosa la possiamo dire: ecco, di nuovo, esplodere la lotta tra le classi in maniera ben visibile, nel suo ambiente di elezione: la piazza! In maniera violenta perché tali sono i rapporti tra le classi. La ripresa del conflitto di classe e le forme accese del conflitto oggi lo rendono osservabile, nonostante lo sforzo dei media di nasconderlo o snaturarlo.
Vediamole in modo sintetico:
Bolivia – In Bolivia proseguono le proteste della popolazione che si oppone al golpe della destra appoggiata dagli Usa. Il bilancio provvisorio di arresti e feriti è in continua crescita, così anche le morti. La Commissione interamericana dei diritti umani (Cidh) ha affermato che l’alto numero di vittime, in prevalenza indigeni, è frutto della “repressione combinata di forze di polizia e dell’esercito”.
Cile – L’emblematica Plaza Italia, nel cuore della capitale, è stata nuovamente teatro di violenti scontri tra manifestanti e forze di sicurezza. La contestazione sociale è entrata nel secondo mese e non accenna a diminuire.
Libano – Morti e feriti, ponti e strade bloccate, cassonetti di immondizia e copertoni di auto incendiati, sotto attacco è il governo ma si notano volontà di un cambiamento radicale.
Francia – Il 17 novembre, a un anno dal loro inizio, sono ripresi gli scontri a Parigi fra gilet gialli e polizia, qualche barricata e transenne in fiamme a place d’Italie Assaltata a Parigi una sede della banca Hsbc, in avenue d’Italie, da un gruppo di manifestanti. Le forze dell’ordine hanno lanciato gas lacrimogeni per disperdere i violenti.
Iran – Le proteste scaturite dal caro benzina, si sono estese in molte città. La polizia ha sparato, ucciso e arrestato.
Iraq Dallo scoppio delle proteste contro il governo, al quale vengono rinfacciati corruzione, carenza di lavoro, servizi disastrati e politiche repressive, sono oltre 320 i morti.
Cina – Da mesi la protesta non cessa a Hong Kong e i manifestanti “pro-democrazia” si sono scontrati molto violentemente intorno al Politecnico di Hong Kong (comunemente chiamato PolyU); la polizia ha fatto irruzione: scontri nel campus e nei dintorni.
Myanmar – Scontri violentissimi tra ribelli della minoranza musulmana Rohingya e forze di sicurezza birmane.
Pakistan – Violenti scontri in Pakistan, dopo l’intervento della Polizia per mettere fine alle manifestazioni tra Islamabad e Rawalpindi per chiedere le dimissioni del Ministro della Giustizia, Zahid Hamid. La violenza, diffusasi anche in altre città, ha costretto il Governo a ricorrere all’intervento dell’Esercito. Si è riaccesa la rivolta del Kashmir, ancora in pieno svolgimento nonostante le incoraggianti iniziative di pace, è iniziata nel 1989 ed ha sempre rappresentato una guerra per procura tra i due colossi asiatici Pakistan e India (che dispongono anche di testate atomiche).
Burkina Faso –Da una parte nel paese africano ci sono le proteste sociali contro il governo, ultime quelle contro l’aumento del prezzo del carburante (+12%), con i protestanti ribattezzati “camicie rosse” sulla scia dei gilet gialli francesi.
Curdi – Dopo la dura battaglia per sconfiggere l’Isis, i curdi del Rojava si sono visti aggredire dall’esercito turco, che vuole ricacciarli indietro di molti chilometri. Il ritiro dell’aviazione Usa ha consentito alla Turchia di avere mano libera.
Sud Sudan – Il cessate il fuoco non tiene e la situazione è ormai fuori controllo nella capitale Giuba e nelle altre zone del Sud Sudan che sono in guerra da dicembre 2013.
E altri come: Ecuador, Haiti, Honduras, Argentina, Perù, Puerto Rico, ecc. ecc.
Movimento Femminista – La ripresa dcl movimento femminista, ancorato alla battaglia contro la violenza che le donne subiscono dagli uomini, si propone di abbattere la cultura patriarcale, di cui si ciba il capitalismo. È quindi un movimento esplicito contro il capitalismo e l’attuale ordine; un movimento che è sempre più presente in ogni angolo della società e in ogni parte del mondo.
Conflitti mai cessati
Aceh è una provincia autonoma dell’Indonesia, situata nell’estremità settentrionale dell’isola di Sumatra. Dal 1976 è teatro di una guerra tra i ribelli del Movimento Aceh Libero (GAM) e l’esercito indonesiano. I morti, secondo le fonti più accreditate, sono almeno 12mila, ma altre fonti parlano di 50mila, o addirittura 90mila.
Afghanistan Dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 contro le Twin Towers ed il Pentagono. La reazione degli USA i dei loro alleati è stata di abbattere il regime del Mullah Omar e dei Talebani, accusati di nascondere Bin Laden. Nonostante la morte del leader talebano, il conflitto procede da 17 anni, e i morti sono più di 110.000, la maggior parte dei quali civili.
Burundi – Non è cessata la guerra tra le due maggiori componenti etniche del Burundi, i Tutsi e gli Hutu, iniziato nel 1993, ha provocato almeno 300.000 morti ed un milione di sfollati. Dopo un’interruzione nel 2004, sono ricominciate le guerre civili etniche.
Colombia – Da quasi quarant’anni la Colombia è sconvolta da una sanguinosa guerra civile tra governo, paramilitari e gruppi ribelli di estrema sinistra. All’origine di questo conflitto (300.000 morti) vi è una enorme disparità sociale tra classi dirigenti e popolazione che ha riproposto lo scontro nonostante la tregua recente.
Congo R.D. – Una “Guerra Mondiale Africana”, come è stata definita, che vede combattere sul territorio congolese gli eserciti regolari di ben sei Paesi per una ragione molto semplice: il controllo dei ricchi giacimenti di diamanti, oro e coltan del Congo orientale. Almeno 350mila le vittime dirette di questo conflitto, 2 milioni e mezzo contando anche i morti per carestie e malattie causate dal conflitto.
Filippine – Dal 1971 i musulmani di Mindanao hanno iniziato una lotta armata per l’indipendenza dell’isola. La guerra tra l’esercito di Manila e i militanti del Fronte di Liberazione Islamico dei Moro (MILF) ha causato fino ad oggi 150mila morti.
Yemen – La situazione politica dello Yemen, attualmente il Paese più povero del mondo, è molto complessa. Da una parte, vi è un conflitto  tra i ribelli sciiti Houthi e il governo di Abed Rabbo Mansour Hadi, appoggiato dall’Occidente e dell’Arabia Saudita (sunnita) per evitare che una vittoria dei ribelli possa portare a un rafforzamento della minoranza sciita nel territorio saudita.
Israele-Palestina – Un lungo conflitto, che affonda le sue radici nel dopoguerra, il 14 maggio del 1948, quando Ben Gurion dichiarò l’indipendenza di Israele, dopo la decisione delle Nazioni Unite di dividere la Palestina in uno Stato arabo e in uno Stato ebraico. Dopo oltre mezzo secolo di guerre e di patti storici falliti, di atti terroristici e di speranze di pace andate in fumo, la colonizzazione dei coloni israeliani di territori palestinesi continua senza sosta.
Libia – Nel 2014 è scoppiata una seconda guerra civile tra due coalizioni. I morti sono più di tremila, e la guerra civile non sembra fermarsi.
Nepal – I guerriglieri del Nepal sono in lotta contro la monarchia costituzionale del re Gyanendra (creduto l’incarnazione del dio Visnhu) dal 1996. Sono 8.000 le vittime in tutto l’arco del conflitto. Scontri a fuoco, rapimenti, attentati e estorsioni avvengono quotidianamente.
Siria – Dal 2011 la Siria è dilaniata da una guerra civile con diverse forze in campo, tra cui l’Isis e la Turchia.  Secondo alcune stime, i morti finora sarebbero molti più di 300.000.
Somalia – Dopo l’uscita di scena del presidente Siad Barre nel 1991, è iniziata una violentissima guerra di potere tra i vari clan del Paese, guidati dai cosiddetti “signori della guerra”. Una spirale di violenze che, fino ad oggi, ha provocato quasi mezzo milione di morti
Considerazioni:
Molti si erano illusi che, dopo il grande massacro della 2° guerra mondiale, le società avrebbero potuto vivere in pace. Credevano che la coesione sociale prodotta dalla democrazia potesse produrre una convivenza pacifica per far morire la dinamica sociale. Invece il conflitto si sta riprendendo il suo ruolo centrale sia nelle democrazie così come nei regimi autoritari. Il conflitto è il motore di ogni società e della storia nel suo complesso; ha in se l’energia vitale che tiene viva una nazione. Una società a lungo senza conflitto, muore!
Il Novecento ci ha presentato il conflitto in uno scenario privilegiato nel mondo del lavoro; come teatro la fabbrica, in particolare la grande fabbrica in cui si è consumata l’era della produzione di massa e si è affermato il mito del fordismo. Le condizioni di lavoro, la remunerazione del lavoro, le gerarchie e i rapporti di potere, erano la posta in gioco. La sospensione del lavoro e l’interruzione della produzione era lo strumento con cui questi conflitti venivano combattuti. Il conflitto in fabbrica era nel contempo causa ed effetto di un processo di socializzazione che aveva al centro il processo lavorativo e le esperienze di condivisione e di riconoscimento che in esso si generavano. Poi, a seguito dell’offensiva del capitale, appoggiata dalle burocrazie statali e istituzionali, il conflitto è stato gradualmente espulso dalla scena fino a non essere più l’evento campione della dinamica sociale. Venuta meno la dimensione collettiva, gli individui si sono ritrovati soli con le loro scelte di vita, spenta la fiducia nella possibilità di poter modificare collettivamente la realtà sociale secondo un disegno condiviso. il battage mediatico ha fatto sembrare irraggiungibili gli obiettivi di cambiamento sociale che la mobilitazione collettiva di ingenti masse di lavoratori si era proposta.
Dal secondo dopoguerra le centrali capitalistiche e finanziarie hanno posto le basi di un’egemonia culturale che avrebbe dovuto estirpare dal corpo delle società occidentali l’obiettivo dell’abbattimento dello sfruttamento e della disuguaglianza sociale. Hanno imposto il neoliberalismo come risultato della distruzione sistematica di tutti gli spazi e gli organismi collettivi che si erano formati nella società. Ma il conflitto, condotto anche con forme estreme, fa parte del normale metabolismo sociale, attraverso cui la società divisa in classi, trova, di volta in volta, i propri equilibri anche se parziali e transitori. Si è cercato di programmare un conflitto “regolato”. Ha funzionato finché le istanze rivendicate sono state in parte soddisfatte. Quando questo non è avvenuto il conflitto è fuoriuscito dalle “regole”, conquistando il ruolo di indicatore di problemi e contraddizioni sociali che la politica non è in grado di interpretare e dare risposta. Da tempo il sistema della rappresentanza ha perso la capacità di leggere le dinamiche sociali prodotte dai nuovi soggetti che si presentano sulla scena sociale con richieste e bisogni non previsti.
L’esplosione di conflitti forti come quelli attuali dimostra che questa ripresa è possibile in qualsiasi società, purché la condizione di vita siano vissute come insopportabili insieme alla convinzione che l’azione collettiva può cambiarle, scontrandosi con quelli che sono i difensori dell’ordine presente. Non lo impedisce il cambiamento delle basi economiche e della riproduzione sociale, più che altro sono di intralcio le basi culturali costruite sotto l’influenza dei media liberisti nelle quali gli individui costruiscono il loro progetto di vita, il loro modo di stare nella società. Questa cultura e marchingegni giuridici hanno prodotto una grande frammentazione, oggettiva e soggettiva, della società, gli individui si sono ritrovati confinati nel loro microcosmo e, poco a poco, sono stati relegati nell’egoismo individuale diventando ostili a progetti collettivi. Una cultura che ha saputo e sa nascondere la disuguaglianza dei redditi, in crescita esponenziale, dietro l’inganno che il possesso di massa di quelle merci che un tempo erano prerogativa dei possidenti, abbia avvicinato le classi. Al contrario!, il divario di classe è invece aumentato, sia durante le fasi di crescita economica, sia durante le fasi di crisi. Nella maggior parte dei paesi, tra cui l’Italia, la forbice tra ricchi e poveri è la più alta da 30 anni a questa parte. Tanto che oggi siamo arrivati che l’1% della popolazione mondiale (circa 70 milioni di individui) è più ricca di tutto il resto dell’umanità messa insieme.  80 persone si accaparrano l’equivalente di ciò che hanno i 3,5 miliardi più poveri (la metà della popolazione del globo). Per il 99% della popolazione Usa, ad esempio, la diminuzione è di 15 punti rispetto al 1980. Un trasferimento dal lavoro al capitale pari a 1.800 miliardi dollari che riporta la fetta di valore che spetta ai salariati al livello del 1920 (dati Ocse). E qualche imbecille parla di “progresso”!

Non c’è altra strada che sviluppare anche qui conflitti forti e decisi!

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Bologna: suicidio al carcere Dozza

L’ennesima vittima… non fa quasi notizia. Politiche di prevenzione all’anno zero

di Vito Totire (*)

Un giovane di 27 anni, Costantin Fiti, è l’ennesima vittima della assenza totale di una politica di prevenzione.

Un quotidiano di Bologna informa, il 23 novembre, del suicidio. Stando al monitoraggio di Radiocarcere sarebbe il 43° suicidio nelle carceri italiane del 2019 a fronte di un numero totale di 114 persone decedute.

I commenti registrati dalla stampa sono nel segno della rassegnazione e dell’impotenza. Parrebbe, da alcuni commenti, che la prevenzione fondi soprattutto – o eslusivamente – sulla vigilanza fisica che ovviamente è molto difficile con gli indici di affollamento delle carceri italiane; oppure che la prevenzione si basi solo sulla capacità di capire se e quando privare la persona di lacci e lenzuola. Nel caso dell’ultimo suicidio (prima di questo) abbiamo inviato un esposto alla Procura della Repubblica di Bologna che non ha ritenuto di sentirci sulla vicenda né ha probabilmente aperto alcun fascicolo sul filone di indagine che abbiamo proposto.

^leggi ancora

(*) Vito Totire è portavoce del coordinamento Chico Mendes e del Centro Francesco Lorusso

Per seguire i morti per suicido e per altri fattorinelle carceri italiane puoi andare  qui,   pagina sempre aggiornata.

NOTA: chi segue questo blog avrà notato che l’analisi che faccio sulla terribile esperienza delle morti in carcere per suicidio (senza sottovalutare le altre morti in condizione detentiva), è un po’ diversa da questa che pure con passione e sincerità viene posta da Vito Totire che ringrazio.

A causa della lunga frequentazione delle prigioni, da carcerato, ritengo che il suicidio sia l’estremo tentativo umano di sottrarsi alla galera, quando si verifica che altre fughe non sono possibili. Non ritengo, quindi, che una tecnica preventiva possa funzionare, giacché è proprio il sistema carcere non accettabile dalle dimensioni umane. In particolare la propensione al suicidio viene accentuata quando nei discorsi o programmi dei “politici” di governo si lanciano “speranze” poi frustrate, oppure si prospetta una linea di chiusura totale a ogni “speranza” per qualche piccola variante, ad esempio le misure alternative. Il responsabile delle morti è il carcere e chi lo esalta nella sua criminale funzione. La soluzione è costruire un Movimento per ABOLIRE IL CARCERE.

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“On est là”- Siamo qua – Note d’oltralpe sui Gilet gialli –

In Francia un anno fa, il 17 novembre 2018 prima giornata di mobilitazione con centinaia di blocchi su rotatorie e strade. si parla di 282mila manifestanti e 788 iniziative, contro l’aumento del prezzo della benzina e la politica sociale e fiscale del governo.
Alcuni compagni in Francia hanno scritto queste riflessioni.

^*^*^*^*^

“On est là”- Siamo qua
Gilets jaunes: il movimento tenace della Francia invisibile
Note d’oltralpe sui Gilet gialli

Note d'oltralpe sui Gilet gialli_
17 novembre. Ad un anno esatto dall'inizio delle mobilitazioni dei gilet
gialli francesi, vi inviamo la presentazione di un libretto che vuole
raccontare questo lungo movimento di lotta. Sono note per cercare di
capire meglio la composizione sociale e la determinazione di chi da 12
mesi rende la Francia un paese dove la conflittualità si diffonde.

I Gilets Jaunes (GJ) hanno aperto uno squarcio nella sensazione di
immobilità, di depressione e di impossibilità che spesso ci portiamo
dentro nel guardare le situazioni attuali. Uno squarcio che ci ha
permesso di intravedere alternative possibili.

Quello che è successo negli ultimi mesi in Francia ha fatto tremare
almeno un po' il governo e il suo sistema di governance, l'ha costretto
a riorganizzarsi e rendere ancora più esplicito il suo apparato
repressivo.

Molti tra coloro che sono coinvolti da tempo nelle lotte sociali hanno
incrociato e attraversato l'esperienza dei GJ rimanendovi impressionati
e respirandone fino in fondo la novità e creatività, ricevendo una
boccata d'aria fresca in un contesto altrimenti marcato da repressione.

Anche noi, che abbiamo avuto questa opportunità, abbiamo sentito il
bisogno di condividere esperienze, riflessioni e discussioni per
chiederci come l'esperienza dei GJ potesse contribuire attivamente anche
alle lotte fuori dal perimetro esagonale dove sono nati.

Per questo abbiamo deciso di raccontare pezzetti di quanto abbiamo
vissuto e visto. Proponiamo un'analisi "di pancia", che non ha la
pretesa né di essere esaustiva né di essere una teoria politica della
ricomposizione antagonista. Il nostro è uno sguardo soggettivo che prova
rispondere a delle semplici domande sul movimento: chi sono? Come
organizzano le loro lotte? Cosa vogliono?

Si tratta di note, che a qualche mese di distanza dalle incendiarie
giornate d'inverno, vogliono alimentare la riflessione sui gilet gialli,
non per proporre modelli da seguire, ma per diffondere degli spunti per
un confronto con chi vive nell'urgenza delle lotte sociali.

Perché i Gilets Jaunes sono appunto uno spazio di incontro, convergenza,
condivisione e conflitto, che ci dà da riflettere sulle prospettive
comuni.

Il testo in licenza Creative Commons, è disponibile in .pdf e .epub per
leggerlo, scaricarlo, stamparlo e diffonderlo liberamente.

                     Lo trovate qui: onestlagiletgiallihome.wordpress.com
                               Aiutaci a farlo circolare e a discuterne!
Per contatti:
Social: On est là - note d'oltralpe sui gilet gialli
Mail: on-est-la_gilet-gialli@riseup.net
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