29 marzo 1973 – settori della classe operaia pongono il problema del potere – i “fazzoletti rossi”

In questa fine di marzo ’73, si era nelle fasi conclusive del contratto nazionale dei metalmeccanici. La Federmeccanica, spalleggiata dalla riedizione del centrismo, col governo Andreotti su posizioni molto conservatrici, punta a un CCNL basato sulla regolamentazione del diritto di sciopero, sulla piena utilizzazione degli impianti (che vuol dire aumento dei ritmi, dei turni e della produttività) e sul controllo fiscale dell’assenteismo. Un’offensiva padronale-governativa per azzerare il rapporto di forza che la classe operaia aveva costruito dal 1969 e che concretamente si manifestava in una maggior indipendenza dei lavoratori e delle lavoratrici nei confronti delle “necessità del capitale”.

A questa offensiva padronale i sindacati confederali  avevano offerto collaborazione nel nome del rilancio produttivo dell’azienda; aleggiava il timore, quasi la certezza di un contratto bidone.

Ma operai e operaie, spiazzando tutte le formazioni della sinistra extraparlamentare che proponevano di premere sui sindacati per farli tornare su posizioni conflittuali e non collaborative, manifestano di aver conquistato il senso completo dell’autonomia di classe. Dunque autonomia operaia, non come formazione politica organizzata, ma come coscienza di classe che si rende autonoma dalle logiche capitalistiche e dai legami sindacali e si pone sul terreno del potere. E decidono:

L’occupazione di Mirafiori del 29 marzo ’73: i «fazzoletti rossi»

Di fronte all’attacco padronale e governativo, ma anche repressivo, di fronte alla crisi che comincia a scomporre il tessuto proletario e rende più difficile la lotta, alcune componenti del movimento arretravano. Altre rilanciavano e il dibattito si riempiva di grandi interrogativi; a quel punto gli operai di Mirafiori sparigliarono i giochi.

In Fiat prese corpo una nuova «milizia operaia» con il fazzoletto rosso sul viso che affermò e consolidò una forma di lotta, il corteo interno, con «spazzolate» che arrivarono a trascinare via anche impiegati e dirigenti. Una ripresa operaia nel pieno della controffensiva padronale e statale nell’anno del golpe in Cile (vedi qui ), nell’anno in cui il Pci lanciava il compromesso storico, nell’anno il cui il governo preparava un duro attacco antioperaio e antiproletario. In quel contesto, i «fazzoletti rossi» lanciarono a tutto il movimento un appello: la battaglia rivendicativa, per quanto avanzata, trovava un limite davanti a sé. Questo limite era stato raggiunto. Gli operai non dovevano più vendersi meglio come forza lavoro ma aggredire l’ordine sociale complessivo. Era questo il senso delle bandiere rosse messe sui cancelli. Come a dire: qui abbiamo fatto tutto, ma oltre cosa c’è?, lo Stato.

In marzo […] quotidianamente i cortei interni spazzolavano le officine ma il 27 circolò la voce di un accordo inadeguato […]  la mattina del 29 i gruppi rivoluzionari, Lotta continua e Potere operaio e altri si presentano alle porte con dei volantini che rilanciavano lo sciopero a oltranza. Ma quando gli operai entrarono, quella mattina, il clima era più pesante del previsto. Poco dopo l’entrata del turno cominciarono ad arrivare fuori le notizie sul fatto che dentro si stava decidendo l’occupazione. Più tardi, mentre «La Stampa» annunciava che era stato fatto l’accordo, gli operai venivano fuori a piantare le bandiere rosse sui cancelli.

[Nanni Balestrini, Primo Moroni, L’orda d’oro….]

Facciamo un passo indietro: dal rinnovo contrattuale dell’autunno-inverno 1972-73.

Autunno 1972, contratti dei metalmeccanici. La Federmeccanica, con l’appoggio del governo Andreotti, punta sulla regolamentazione del diritto di sciopero, piena utilizzazione degli impianti e controllo fiscale dell’assenteismo. Alla Fiat, un corteo interno di impiegati si unisce a quello degli operai, scatta la rappresaglia: cinque lettere di licenziamento a operai e impiegati individuati grazie alla rete spionistica interna. Il 17 novembre 1973 il vicecomandante dei guardioni si scaglia con l’automobile contro un picchetto: la polizia arresta due operai colpevoli di aver accennato una reazione. Altri quattro compagni ricevono lettere di licenziamento. Il 25 novembre, la sinistra extraparlamentare organizza una manifestazione a Torino, «contro le 600 denunce, contro il governo Andreotti, contro il fascismo». Polizia e carabinieri la reprimono violentemente. 26 novembre, le Br incendiano quasi contemporaneamente nove automobili di altrettanti fascisti scelti tra quelli che operavano in fabbrica al servizio dei guardioni di Agnelli. Tre giorni dopo gli incendi, nel corso di uno sciopero, un corteo interno di 4.000 lavoratori percorre con le bandiere rosse tutti i reparti spazzando crumiri e fascisti. Il capofficina del montaggio, considerato responsabile di un licenziamento, viene scacciato dalla fabbrica, insieme a un altro capetto, con al collo una bandiera rossa. Col passare dei giorni i cortei interni, divenuti oramai una pratica usuale, cominciano a porsi come momento di potere proletario in fabbrica. Il 9 dicembre 1972 la questura di Torino presenta denunce contro 800 lavoratori: molti sono operai accusati di «sequestro di persona con l’aggravante di aver compiuto il reato in più di cinque». Agnelli licenzia cinque compagni. Fiat e Flm firmano un comunicato congiunto, il cosiddetto «verbale di intesa», presto ribattezzato dagli operai «verbale di resa»: «Le parti si sono date atto di reciproca volontà di evitare ogni forma di degenerazione della vertenza aperta per il rinnovo del contratto di lavoro dei metalmeccanici, e di non introdurre in un conflitto di questo rilievo elementi di drammatizzazione che farebbero sorgere nuovi ostacoli al raggiungimento d’una intesa […]. L’azione sindacale esclude ogni forma di violenza». Un delegato viene arrestato con l’accusa di aver favorito la fuga di un’operaia rincorsa dai celerini.

Il 22 gennaio la direzione invia cinque preavvisi di licenziamento. Lo stesso giorno, alla Lancia, i celerini sfondano i picchetti sparando sugli operai: quattro feriti. Come rappresaglia a uno sciopero di 185.000 lavoratori, la Fiat il 2 febbraio 1973 sospende 5.000 operai. La risposta è un corteo interno di 20.000 operai che a Mirafiori spazza crumiri e fascisti. Fioccano i licenziamenti con le motivazioni più banali e provocatorie del tipo, per esempio, per aver disturbato il lavoro. Il 9 febbraio a Roma la più grande manifestazione operaia dà la misura della contraddizione tra la combattività delle masse e l’incapacità della direzione sindacale. Non si è ancora spenta l’eco della manifestazione di Roma, che a Torino il 12 febbraio 1973 alle ore 9,30 un nucleo delle Br sequestra Bruno Labate, segretario provinciale della Cisnal.

Il fascista messo alle strette rivelò alcune connessioni politiche tra la Cisnal e la direzione Fiat e tra questa e diverse agenzie private di investigazione. Sulla scorta di tali indicazioni fu agevole, sia all’avanguardia di fabbrica, sia ai collegamenti territoriali, riattivare politicamente – in funzione della lotta – il discorso sullo spionaggio Fiat. A due anni di distanza lo spettro delle schedature, della sorveglianza, della selezione, si reincarnava ufficialmente nella ignobile proliferazione di centrali fasciste, di assunzione e di controllo, protette e nutrite da notabili Fiat, devoti agli Agnelli. Dunque molte anime, forse, ma un solo corpo sempre teso alla prevenzione terroristica e alla rappresaglia esemplare.

Da «Il Giornale dei capi» edito dalla Fiat, con diffusione interna per i soli capi, n. 2, febbraio 1973:

Si fornisce un bilancio globale delle gravi conseguenze che le violenze hanno avuto: – feriti e contusi un centinaio […] – le macchine dei dipendenti danneggiate in novembre, dicembre e gennaio sono state 800 – danni alle strutture delle officine e degli uffici (cancelli di separazione […], porte sfondate, arredi di ufficio danneggiati, incendio di un ufficio sindacale…) […]. Chi compie questi atti tenta di sfuggire all’individuazione, e il più delle volte ci riesce nascondendosi nella massa: i bulloni lanciati dai cortei, le aggressioni collettive a persone e a cose offrono possibilità di impunità quasi certa“.

Dai «fazzoletti rossi» la lezione venne lanciata a tutto il movimento. Quale insegnamento trarne? Gli operai Fiat occupavano la cattedrale del capitalismo, scavalcando persino le indicazioni dei gruppi rivoluzionari, ponevano con chiarezza il problema del potere. Ma il movimento nelle sue varie articolazioni non era pronto.

Potere Operaio decise di sciogliersi per passare a nuove e diverse forme organizzate. Anche all’interno di Lotta Continua iniziò una disgregazione che portò alla sua fine nel ’76. Si sciolse anche il Gruppo Gramsci, presente  soprattutto a Milano.

«In quei mesi (’72-73) eravamo su un crinale, a un passo dal finire di qua o di là, e ci siamo rimasti per un anno e mezzo. Poi abbiamo fatto la scelta giusta, ma potevamo anche fare l’altra, quella della lotta armata». 

[Lanfranco Bolis, dirigente di Lotta continua, in: Aldo Cazzullo, I ragazzi che volevano fare la rivoluzione. 1968-1978. Storia critica di Lotta continua, 2006].

Il giornale «Potere operaio» comunica lo scioglimento del gruppo:

«Il 29- marzo a Mirafiori, Rivalta, in tutte le sezioni Fiat lo sciopero a oltranza si trasforma in occupazione armata. È in questa forma che agli operai si rivela l’effettualità di un esercizio diretto del potere contro l’insieme delle condizioni repressive messe in atto da padroni e sindacati dal settembre ’69 a oggi. Il partito di Mirafiori si forma per mostrare l’impossibilità capitalistica di uso degli strumenti di repressione e di ristrutturazione».[Nanni Balestrini, Primo Moroni, L’orda d’oro…, cit.].

«Dopo cinque mesi di lotta per il rinnovo del contratto, e quasi duecento ore di sciopero, giovedì 29 marzo 1973 alla Fiat Mirafiori di Torino il primo turno aderiva alla nuova astensione dal lavoro proclamata dai sindacati. Circa 10.000 operai formavano un corteo interno, poi si dividevano in diversi gruppi che bloccavano i 12 cancelli d’ingresso nello stabilimento esponendo bandiere rosse, striscioni, cartelli. Aveva inizio l’occupazione di Mirafiori che, all’epoca, raccoglieva tutti i giorni circa 60.000 dipendenti, una vera e propria città nella città, con enormi officine e chilometri di recinzione. Il blocco della produzione e i picchetti ai cancelli continuavano venerdì 30 marzo e proseguiva lunedì primo aprile. La lotta si estendeva ad altri stabilimenti cittadini e nella provincia. Il protagonismo di massa e l’organizzazione basata sui delegati eletti dagli operai nei reparti erano il nerbo e la direzione del movimento. Diego Novelli su «L’Unità» del 3 aprile riferiva dell’alto grado di maturità e intelligenza raggiunto dal movimento, della forza dei nuovi strumenti rappresentativi di base (delegati e consigli) che consentiva una rapida crescita del livello politico. Nella tarda serata di lunedì la Flm e la Federmeccanica raggiungevano un accordo i cui punti salienti erano: abolizione delle categorie e delle qualifiche mediante l’inquadramento unico; aumento salariale di 16.000 lire al mese uguale per tutti; riduzione dell’orario di lavoro settimanale a 39 ore mediante la concessione di una giornata di riposo ogni otto settimane lavorative; una settimana in più di ferie; riconoscimento del diritto allo studio mediante l’ottenimento delle 150 ore retribuite».

[Diego Giachetti, L’occupazioni di Mirafiori, in: «Carta», 22 maggio 2003].

Era il 9 aprile e la Fiat era stata convinta ad abbandonare la propria arroganza, i sindacati la subalternità. La forza operaia si era imposta!

Dopo l’occupazione di Mirafiori la classe operaia italiana ottenne l’accordo più alto della sua storia. Per la prima volta, in ambito capitalistico, si abolivano le categorie a solo due e si scendeva sotto le 40 ore settimanali. Questo risultato trascinò l’accordo del ’75 sul «punto unico di contingenza» e l’ampliamento della gamma degli automatismi salariali (passaggi automatici di categoria ecc.). L’accordo sul punto unico di contingenza produsse effetti a cascata: da un lato fu un potente fattore di restringimento del ventaglio retributivo, dall’altro finì per assorbire quasi per intero la dinamica salariale.

I padroni avevano aperto la borsa oltre le previsioni. Quello era l’unico modo, per i padroni, di cercare di mantenere nell’ambito della dinamica sindacale uno scontro di classe che si andava caratterizzando come scontro complessivo di potere. Avevano visto giusto i «fazzoletti rossi» non accettando quell’accordo. Il problema non era più in fabbrica, non era più nel salario. Sganciare i soldi, per i padroni è possibile, possono recuperarli tempo dopo, ma perdere il potere è una strada senza ritorno.

Ma per quel livello alto di scontro di classe il movimento non era adeguato, non era pronto, eravamo tutti in ritardo. Lo scontro si frantumò. Ci voleva una idea-forza, una prospettiva concreta e unificante per ricomporre il tessuto di classe che si andava sgretolando, non produzioni organizzative.

Vedi anche qui

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Campagna Stop Bombe RWM

In prospettiva  del PRESIDIO e CORTEO contro la fabbrica
delle bombe previsto per Lunedì 3 Aprile 2017 , abbiamo organizzato queste iniziative a cui invitiamo tutte /i a partecipare .

Campagna Stop Bombe RWM
VIVERE LIBERI  DALLA NECESSITA’ DI FABBRICARE ARMI

INCONTRO – DIBATTITO

CAGLIARI GIOVEDI 23 MARZO 2017 –ORE 18.30

BIBLIOTECA BAZ VIA SAN GIACOMO 117

 

INCONTRO – DIBATTITO

IGLESIAS VENERDÌ 31 MARZO 2017 – ORE 17:30

SALA ROSSA – CENTRO CULTURALE – VIA CATTANEO .

➔ La Fabbrica RWM ITALIA S.P.A. di Domusnovas / Iglesias:
produzione ed esportazione di ordigni che devastano lo Yemen e tanti altri paesi;
➔ Le Bombe RWM nel mondo, il ruolo dell’Arabia Saudita nella
guerra in Yemen; Intervento a cura di Nicola Melis,
ricercatore dell’Università degli Studi di Cagliari ;
➔ Proiezione di documentari, video-report e contributi sulla
produzione, esportazione di bombe e sugli effetti di
queste bombe sui civili;
➔ Presentazione del PRESIDIO e CORTEO contro la fabbrica
delle bombe previsto per Lunedì 3 Aprile 2017 (ORE 11) a
Domusnovas.
L’incontro pubblico così come il presidio e il corteo del 3
Aprile fanno parte di un percorso di liberazione dalla
produzione di armi e dalla guerra a cui tutta la cittadinanza è
invitata a partecipare.

Non lasciamo in pace chi vive di guerra!

Stop Bombe RWM

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8 marzo 2017 – Sciopero globale delle donne

Appuntamento alle ore 17,00 al Colosseo

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15.000 giorni in carcere – basta!

15.000 giorni e 15.000 notti in carcere per  Leonard Peltier –  

40 anni e mezzo

adesso basta!!!

peltier

 

 

 

 

 

 

 

Foto pubblicata sul quotidiano catalano ARA.

Su Leonard Peltier vedi anche  quiqui  qui

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Ghetto di Rignano, parte II: dopo le morti, le menzogne

Lo sgombero del Ghetto di Rignano si è concluso. Ieri le ruspe hanno demolito le ultime baracche rimaste in piedi dopo gli incendi. Sono arrivati, immediati, i tweet di Michele Emiliano e di altri rappresentanti istituzionali: lo sgombero è un successo, tutto è andato secondo i piani. Evidentemente erano messi in conto anche i morti, e comunque se la sono cercata, avendo rifiutato di andarsene quando gli era stato ordinato…

Nel frattempo emergono le dichiarazioni ufficiali della Questura e della Regione rispetto a questioni che erano ancora poco chiare negli scorsi giorni. La stessa Regione infatti, sin dal 1 Marzo, sta dichiarando che le strutture individuate possono ospitare tutti gli abitanti del Ghetto, che giornali e cattivi informatori (tra cui noi) sovrastimavano le presenze. Ad oggi, i dati della Questura dichiarano ufficialmente che sono state spostate 340 persone nelle strutture dell’Agro di San Severo. A queste si aggiungono le 60 già spostate la scorsa settimana verso Casa Sankara e che ora si trovano all’Arena, e le circa 100/120 persone che ancora sostano nell’area del Ghetto. Chi è rimasto nelle campagne intorno al Ghetto, più di 100 persone, perché ha rifiutato il trasferimento nelle due strutture per le contraddizioni appena citate, dorme per ora o in furgone o in macchina, o ammassato nei casolari in pietra rimasti in piedi dopo lo sgombero. In totale, quindi, più di 500 persone. Come prevedibile, nulla è stato fatto per le donne, di cui nessuna è stata trasferita nelle strutture della Regione e che nessuna possibilità avranno di mantenere le loro forme di sostentamento al di fuori del ghetto.

E’ evidente, anche agli occhi della stessa Regione Puglia, che la capienza delle strutture individuate non è in alcun modo sufficiente. Infatti, nella struttura sita sulla S.S. 16, ridenominata spudoratamente “Casa Sankara”, al momento alloggiano 180 persone. Per poterle ospitare tutte è stata allestita una piccola tendopoli da 12 tende (nonostante la stessa Regione negli scorsi mesi avesse sempre assolutamente escluso di poter ricorrere a questa soluzione). Chi in questo momento sta vivendo lì lamenta in maniera decisa il fatto di essere lontano da tutto e da tutti (infatti la struttura dista circa 10 km da San Severo, il più vicino centro abitato). I gestori di Casa Sankara inoltre non fanno entrare giornalisti, visitatori, sindacalisti, dichiarando di aver paura che si possa fomentare il malessere dei lavoratori lì presenti. Dicono, infatti, che già ci sono state delle piccole rivolte, con piccoli sabotaggi alle tende. Più che fomentare il malessere, la paura è forse quella di documentare il dissenso.

All’Arena, l’altra struttura nell’agro di San Severo adibita ad alloggio per gli sfollati, sono presenti più di 100 persone (in un edificio per cui il precedente progetto che lo utilizzava denunciava, arrivati a 30 ospiti, il congestionamento della struttura). Al momento qui arrivano solo pasti freddi dalla protezione civile, manca l’acqua calda, e si dorme in più di 10 persone a stanza. Inoltre qui le persone non riescono ad andare a lavorare poiché prive di trasporto per le campagne. La loro volontà, ribadiscono, non è quella dell’ospitalità caritatevole: la loro presenza è dovuta a necessità economiche, e quindi all’esigenza di lavorare. A San Severo, inoltre, la preoccupazione forte è lo scoppio di conflitti sociali dovuti allo spostamento di centinaia di persone ‘immigrate’ nel centro del paese, dopo i molteplici rifiuti avanzati negli anni dalle istituzioni sanseveresi contro la costruzione di una tendopoli in città.

La fotografia che possiamo restituire della situazione, immediatamente dopo lo sgombero, ci dice intanto dell’attivazione di un vero e proprio business dell’accoglienza. L’esperimento è quindi chiaro, esportare il sistema dell’accoglienza (enorme coacervo di contraddizioni e fonte di lauti profitti) dai richiedenti asilo anche a chi oramai è da anni sul territorio o comunque da quel sistema è stato espulso. Con lo stesso investimento economico in atto per accogliere gli sfollati del Ghetto, si sarebbe potuto far fronte immediatamente ai temi della casa e del trasporto che i lavoratori rivendicano da anni. Il sistema del caporalato, inoltre, utilizzato come giustificazione principale nello sgombero coatto e immediato del Ghetto, rimane intatto come forma di intermediazione attraverso la quale le persone continuano a lavorare. Anche gli ospiti di Casa Sankara continuano a servirsi dei furgoni dei caporali che li passano a prendere all’esterno della struttura per poter andare a lavorare. Va detto inoltre che, a circa un anno dalla maxi-operazione della DDA di Bari, che portò al sequestro con facoltà d’uso dell’area su cui sorgeva il ghetto (facoltà d’uso poi revocata alla vigilia dello sgombero), nessun elemento è emerso che possa far pensare a risultati concreti in termini di indagini anti-mafia. A quanto ci risulta, a nessuno dei lavoratori o delle lavoratrici è stato chiesto di fornire elementi utili a far emergere i responsabili del meccanismo di sfruttamento del lavoro (agricolo e sessuale) – dove sono le prove che ‘al ghetto c’è la mafia’? Chi sono i responsabili? Ad oggi, gli unici risultati dell’operazione anti-mafia, oltre allo sgombero, sembrano essere stati le decine di decreti di espulsione emessi da Questura e Prefettura contro quei lavoratori che subiscono lo sfruttamento. Si tratta, come spesso accade, di un discorso, quello sulla ‘mafia’, utile ad attivare la macchina dell’emergenza, una macchina che non solo permette di generare profitti (chi è la mafia, qui?!) ma anche di distribuire premi e medagliette ai politicanti di turno, come nel caso di Michele Emiliano.

Evidentemente, queste menzogne e queste verità manipolate sono utili a coprire gli avvenimenti di questi giorni. Lo sgombero del Ghetto è stato condotto calpestando la dignità delle persone che ospitava, esclusivamente a fini mediatici e senza una reale volontà di risolvere complessivamente i problemi che attanagliano chi lavora in agricoltura e nella cura dei lavoratori agricoli. La soluzione abitativa per tutti non è stata trovata, motivo per il quale vengono allestite in fretta e furia tendopoli e soluzioni tampone. Si combatte il cosiddetto sistema del caporalato senza minimamente intervenire sull’intera organizzazione della filiera produttiva, unico strumento reale per poter garantire casa, contratti e trasporti, e superare realmente qualunque forma di intermediazione tra produttore e lavoratore.

Vogliamo soluzioni reali e immediate. Nessuna speculazione sulla pelle dei lavoratori!
Non tollereremo altri sgomberi! Lotteremo ancora per combattere questa situazione!

Vogliamo casa, trasporti, documenti e contratti!

da:  campagneinlotta

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Sgombero al Gran Ghetto di Rignano: Dopo il corteo, i morti di stato

Sgombero al Gran Ghetto di Rignano:

Dopo il corteo, i morti di stato

Questa notte un nuovo gravissimo episodio è accaduto al Ghetto di Rignano. Due persone sono morte in un incendio. Dalla notte del 28 Febbraio è in atto una maxioperazione di sgombero che sta coinvolgendo più di 700 persone. Dopo la prima giornata, in cui 100 persone sono state deportate in due strutture site nel territorio del comune di San Severo, la polizia ha avuto difficoltà a procedere con lo sgombero. Nonostante i tentativi di deportazione forzata, e le false promesse di documenti e lavoro a chi avesse lasciato volontariamente il Ghetto, i lavoratori e le lavoratrici lì presenti non hanno accettato di lasciare le loro case senza una reale alternativa immediata e praticabile. Intanto perché i posti disponibili nelle due strutture non sono sufficienti per tutte e tutti, e poi perché senza un sistema di trasporto da e per i luoghi di lavoro abbandonare il ghetto significa perdere qualsiasi possibilità di sostentamento, per quanto misera. Per non parlare della condizione delle donne, che hanno ancora meno opportunità di reddito al di fuori del sistema dei ghetti. Ma a tutti coloro che sono rimasti è stato impedito di accedere alle loro case, anche solo per recuperare gli effetti personali, ed hanno passato notti all’addiaccio. Per questo nella giornata di ieri, 2 marzo, si è mosso un corteo spontaneo che dal Ghetto ha raggiunto la Prefettura al centro di Foggia. I manifestanti hanno ottenuto che una delegazione fosse ricevuta dai rappresentanti del governo e della polizia, ma l’esito dell’incontro è stato negativo, e la Prefettura ha confermato la volontà di procedere allo sgombero. Stanotte ci sono state nuove tensioni, fino ad arrivare allo scoppio di alcuni incendi. In uno di questi sono morte carbonizzate due persone, ancora da identificare.

L’incendio, secondo i tanti lavoratori lì presenti che ce l’hanno testimoniato, è stato appiccato dalle forze dell’ordine, con la finalità di intimorire ulteriormente i presenti a lasciare quel posto. E’ praticamente impossibile in queste ore documentare quanto sta accadendo, perché è impossibile a chiunque superare i cordoni di sicurezza della polizia. Nemmeno la stampa ha facoltà di esercitare il diritto/dovere di cronaca. Ma gli abitanti del ghetto si rifiutano di consegnare i loro morti alle autorità fino a quando non emergerà la loro versione dei fatti.

Si continua poi a sostenere, in malafede, che ci sono sistemazioni alternative per tutti. E non riusciamo a toglierci dalla testa che dopo un inverno in cui le persone sono state abbandonate a loro stesse, in balia delle intemperie e degli incendi, a primavera e in concomitanza con la campagna elettorale di Michele Emiliano per la scalata a quel che resta del PD si proceda con un’operazione che ha sapore di propaganda, ma che evidentemente è sfuggita di mano. A pagarne le conseguenze, però, sono sempre coloro che il sistema vorrebbe deboli e muti.

Questi morti, gli ennesimi che siamo costrett* a piangere, sono sulle coscienze di chi sfrutta le persone a fini politici, di chi le sfrutta sul lavoro, di chi ne fa un fenomeno da baraccone, di chi con leggi criminali crea marginalità, segregazione, ricatto. Nessuno si azzardi a dire che è colpa loro, che l’incendio è stato appiccato da qualche abitante del ghetto, che le persone si sono rifiutate di andarsene nonostante gli sia stata offerta un’alternativa. Quell’alternativa è un’invenzione, qui si gioca con la vita delle persone, una vita che evidentemente non conta nulla. I responsabili hanno nomi e cognomi – e la lista è lunga. Siedono alla presidenza della Regione Puglia, al Ministero dell’Interno, nelle Questure e in tutti i palazzi del potere, ma anche nei posti di comando delle loro aziende, con sede in mezzo mondo.

Il vostro Made in Italy è sporco del nostro sangue!

Questi morti gridano giustizia. E finché giustizia non sarà, non potrà esserci pace.

Vedi il filmato e altre notizie qui

 

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Il 1° marzo 1896, alle 6 della mattina inizia la sconfitta del colonialismo italiano in Etiopia, nei pressi di Adua

Il 29 febbraio i896 partirono  le forze di occupazione italiane comandate dal tenente generale Oreste Baratieri . Il 1º marzo 1896 alle 6 di mattina, nei dintorni della città etiope di Adua subirono una durissima sconfitta  dall’esercito abissino diretto dal negus Menelik II. La pesante sconfitta si concluse in poche ore, alle 12 era tutto finito e si arrestarono per molti anni le ambizioni coloniali sul corno d’Africa, che si ripresenteranno nel 1935, messe in pratica dal regime fascista che stracciò il trattato di pace, firmato dopo quella sconfitta dallo stato italiano.

Ascolta la trasmissione su Radiondarossa, tenuta qualche tempo fa, sul tentativo coloniale dello stato italiano di conquistare l’Etiopia, cosa c’era dietro, la precedente occupazione dell’Eritrea, tutte le vicende e le cialtronerie dei comandanti italiani che si concluse con la sconfitta di Adua.

Ascolta  qui

la_domenica_del_corriere_1936_december_27

Questa la prima pagina della Domenica del Corriere del 27 Dicembre 1936, quando il fascismo, stracciando i trattati precedentemente firmati, attaccava di nuovo l’Etiopia.

 

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Vergogna!! Carceri dimmerda!!! Tre suicidi in pochi giorni

Nella settimana corrente, nelle carceri italiane tre detenuti si sono suicidati in cella

suicidi

*Napoli Poggioreale,  20 Feb  un detenuto di 38 anni di Torre del Greco si è  suicidato!

I sucessivi due detenuti si sono suicidati per la troppa cura e osservazione!

Bologna-carcere Dozza – 24 Feb nel carcere bolognese della Dozza un detenuto italiano cinquantenne che si trovava nel reparto infermeria “si è tolto la vita, impiccandosi all’interno della sua cella“, prosegue il linguaggio del carcere affermando che l’uomo “era tossicodipendente” e che, sembra, fosse  “in cura psichiatrica ed era già stato sottoposto ad attenta osservazione”.

È questa la vostra osservazione? È questa la vostra cura psichiatrica? Proprio grazie a queste vostre attenzioni l’uomo si è suicidato. Le conosciamo bene le vostre osservazioni e cure? Fatela finita e svuotate le carceri!

In quest’altro caso la troppa cura ha fatto impazzire Valerio un ragazzo di 22 anni. E poi diteci: da quando per “resistenza a pubblico ufficiale e danneggiamenti” si subisce la custodia cautelare?

Regina Coeli a Roma;  il 23 Feb. Questo il loro linguaggio “era evaso tre volte dalla Rems di Ceccano, una Residenza di riabilitazione per pazienti con problemi psichiatrici gestita con la collaborazione del ministero della Giustizia. E tutte le volte Valerio G., 22 anni, era stato ripreso dopo pochi giorni. Finché venerdì il giovane, arrestato di nuovo poco tempo fa per resistenza e lesioni a pubblico ufficiale e danneggiamento, è stato trovato morto nella sua cella nella seconda sezione del carcere di Regina Coeli”.                   Si è suicidato impiccandosi con un lenzuolo alla grata del cesso.

Stralci della lettera che Valerio ha scritto prima di morire: Io qui sto impazzendo, ma me la sono cercata. Fratellone mio, ora ti lascio con la penna ma non con il cuore. Ci rincontreremo, addio”  l’ha scritta il 16 febbraio, 6 giorni prima di suicidarsi, dal carcere di Regina Coeli

E sono già 10 nel 2017. I dati sulle morti in carcere, secondo lo speciale Dossier “Morire di carcere” di Ristretti Orizzonti, parlano già di 20 morti nell’anno in corso, di cui 10 suicidi.

Perché quest’incremento di suicidi? Di tentati suicidi e di atti di autolesionismo?

In carcere (e non solo in carcere purtroppo) le persone recluse hanno perso la speranza. Sembrava che le presenze in carcere stessero diminuendo, e fino al 2015 sono diminuite. Poi, hanno ripreso a crescere. Come mai? È l’anima perversa e forcaiola di questo triste paese che non vuole camminare con la schiena dritta e alzare la testa per guardare più lontano delle misere merci da possedere.

È urgente che quelle donne e quegli uomini che non vogliono essere complici dei torturatori e assassini che gestiscono il sistema repressivo-carcerario (interno al sistema economico-politico complessivo), esprimano con i fatti la solidarietà verso le persone recluse; facciano sentire la loro voce contro il carcere.

Uniamoci per abolire il carcere!

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Di nuovo in crescita le presenze in carcere: sovraffollamento perché?

Di nuovo in crescita le presenze in carcere:                                                sovraffollamento perché?

Da un paio di anni le presenze in carcere hanno ripreso a salire. Entro la fine del 2017 la popolazione detenuta arriverà a livelli preoccupanti. si parla di  59.000 presenze. Da quando nel gennaio 2013 la CEDU (Corte europea dei diritti dell’uomo) condannò lo stato italiano a una pesante multa per “trattamenti inumani e degradanti“nei confronti di detenuti e detenute costretti a essere rinchiusi in celle sovraffollate (oltre 68.000 a fronte di una capienza di 45.000 posti), e minacciò altre multe ancor più pesanti, il governo approvò una serie di decreti detti svuota-carceri (Decreto 146 del 2013 e altri) che portarono la presenza nelle carceri italiane nel 2015 a 52.164; livello più basso degli ultimi venti anni.

Si pensava che l’opera delle leggi, tuttora in vigore, continuassero la riduzione delle presenze, almeno per attestarsi sul numero di posti disponibili. Ma non è stato così. Già dall’anno successivo 2016 le presenze hanno ripreso a salire: 54.653 e al 31 gennaio di quest’anno (2017) sono 55.381, a fronte dei 50.000 posti disponibili. Un sovraffollamento inaccettabile.

C’è da ricordare che la “liberazione anticipata speciale” ovvero lo sconto di pena per “buona condotta” che portava da 45 giorni di sconto per ogni semestre di carcere effettivo (tre mesi l’anno) a 75 giorni di sconto per semestre (cinque mesi l’anno) è durata soltanto due anni, fino al dicembre 2015, poi ha cessato di operare e si è tornati ai 45 giorni per semestre.

Ma tutte le altre misure? La messa alla prova?, la detenzione domiciliare per condanne inferiori a 18 mesi? L’estensione dell’affidamento al servizio sociale? Il divieto di condurre in carcere i responsabili di reati di lieve entità (la tenuità del fatto)? ecc.

I motivi del perché queste leggi non operano più sono tanti. In particolare la non predisposizione delle strutture operative per far funzionare queste norme: lo scarso organico dell’UEPE (ufficio esecuzione penale esterno); ossia i servizi sociali che devono predisporre le pratiche perché il magistrato di sorveglianza o altro possa applicare la legge; l’organico troppo esiguo degli stessi magistrati di sorveglianza; ma secondo me è perché una legge o più decreti-legge non possono cambiare un andazzo ormai radicato nella cultura (sottocultura) forcaiola di questo paese, soprattutto delle sue istituzioni. Se manca un conflitto idoneo sul terreno della repressione, non ci sono leggi che possano far nulla. Se il movimento non si misura seriamente contro le strutture repressive, non solo vedremo crescere la popolazione incarcerata (si prevede che con questo andazzo, alla fine del 2018 sanno oltre 62.000 le presenze in carcere), ma vedremo -come stiamo già assistendo- all’incremento enorme delle sanzioni amministrative come la sorveglianza speciale, l’avviso orale, i fogli di via, gli obblighi di soggiorno, i divieti di dimora, ecc.

Per saperne di più puoi ascoltare la trasmissione La Conta su RadiOndaRossa di mercoledì 22 febbraio qui

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E’ in funzione la Banca-dati del Dna. Finora 30.000 schedati e ancora Daspo

Parte la banca-dati del Dna: 30.000 schedati, tra detenuti e chi ha commesso reati

di Antonietta Ferrante leggi intero articolo su  adnkronos.com del 20 febbraio 2017

… L’obiettivo del progetto, istituito con una legge nel giugno 2009 ma operativo solo da dnapoche settimane, è quello di raggiungere i risultati di chi da anni dispone di questo strumento: nel Regno Unito il 62% dei dati inseriti ha restituito un legame tra la traccia trovata sul luogo di un crimine e il possibile autore.

… in Italia sono oltre 2,4 milioni i reati registrati nelle ultime statistiche ufficiali del Ministero dell’Interno (dal 1 agosto 2015 al 31 luglio 2016), di cui circa 32mila rapine e oltre 1,3 milioni furti… I tamponi salivari da cui estrarre il Dna, raccolti dal 10 giugno 2016 sono circa 30.000 tra detenuti e chi ha commesso reati, ma presto anche il resto della popolazione carceraria sarà sottoposta a prelievo…

La polizia penitenziaria raccoglie i tamponi salivari dei detenuti, invece la polizia, i carabinieri e la guardia di finanza raccolgono quelli di chi è ai domiciliari, a esclusione dei reati meno gravi per i quali non è previsto il prelievo.

… il Regno Unito si è dotato nel 1995 di un banca dati, nel 2004 le corrispondenze tra profili erano pari al 45% e sono salite al 62% nel 2014 – “ci dice che la banca dati di per sé non diminuisce il tasso di criminalità, ma sicuramente incide sui reati seriali e sul numero di risoluzioni. Un deterrente forse meno efficace per i delitti d’impeto come molti omicidi, ma sapere che esiste potrà comunque avere un effetto preventivo”.… il valore della banca dati si misurerà principalmente negli anni futuri, quando si arricchirà di sempre più numerosi dati…

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Da oggi prende il via il Daspo per condotte di vita “irregolari”

È in vigore da oggi il Decreto legge 20 febbraio 2017 n. 14. Disposizioni urgenti sicurezza nelle città.

Negli articoli del decreto legge, si individuano stazioni ferroviarie o di autobus locali, porti, aeroporti, musei e località archeologiche, per sanzionare chi intende impedirne l’accesso (manifestazioni? Picchetti? Sit in?). Sanzione amministrativa va da 100 a 300 € e allontanamento dal luogo in cui è stato commesso il fatto. Competente a infliggere i provvedimenti è il sindaco. 

Una cintura di sicurezza che potrà riguardare anche bar, ristoranti birrerie, locali aperti al pubblico: rispetto a questi luoghi infatti può essere disposto dal questore un divieto di accesso che colpirà le persone condannate nel corso degli ultimi 3 anni per la vendita di sostanze stupefacenti per fatti commessi all’interno o nelle vicinanze di locali pubblici. La misura dovrà essere compresa tra 1 e 5 anni e comunque il questore potrà anche prevedere l’obbligo di presentarsi almeno 2 volte a settimana presso gli uffici di pubblica sicurezza oppure negli orari di apertura delle scuole.

Per la violazione dei divieti è stabilita una sanzione pecuniaria da 10.000 a 40.000 €. Foglio di via obbligatorio e avviso orale.

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Dunque le misure di controllo si propagano velocemente investendo tutto il territorio. Queste fanno seguito al Daspo urbano dell11 febbraio.

Ormai la tendenza alle nuove attitudini della Repressione sono in pieno svolgimento. E noi? Noi movimento, collettivi, sindacati di base, compagne e compagni cosa facciamo? Aspettiamo passivamente l’evolversi della situazione illudendosi che, prima o poi, potrà verificarsi la vagheggiata sollevazione popolare, oppure ci mettiamo con impegno quotidiano a costruire nei posti di lavoro e nei territori percorsi autorganizzati per un contropotere territoriale.

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