C’è o non c’è la paura? E se c’è da dove viene?

PAURA

La campagna elettorale è stata giocata all’insegna della “sicurezza” e per combattere la paura che ghermisce i cittadini e le cittadine

C’è o non c’è la paura? E se c’è da dove viene?  Forse molti italiani hanno paura di vedere in faccia la vera fisionomia della realtà.

Nel numero di oggi (12.01.2018), il Corriere della Sera porta un articolo di Milena Gabanelli dal   titolo:

Italia: calano i reati ma più armi in casa si può leggere tutto qui

…a essere meno sicure non sono le strade, ma le mura di casa: delle 355 vittime di omicidi commessi nel 2017, 140 sono donne. A ucciderle è sempre un familiare e, nel 75% dei casi, il partner o l’ex. Il dato purtroppo è stabile negli anni: 155 le vittime nel 2014, 143 nel 2015, 150 nel 2016. … nelle Regioni dove c’è stato un aumento di omicidi, la percentuale è quasi completamente assorbita proprio dai delitti commessi in famiglia.  … come si difendono? Armandosi? La fotografia del Viminale è chiara: un aumento del 41.63% delle richieste di licenze di porto d’armi a uso sportivo negli ultimi 4 anni. Solo nel 2017 le licenze in più, rispetto al 2016, sono state 80.416.

I numeri del 2017, che il Corriere presenta in anteprima, dimostrano esattamente il contrario: rispetto al 2016 gli omicidi sono diminuiti dell’11,2%, le rapine dell’8,7%, i furti del 7%.

dal 2014 al 2017 gli omicidi sono scesi del 25,3%, i furti del 20,4% e le rapine del 23,4%. Quindi negli ultimi anni l’Italia è diventata via via più sicura, nonostante l’aumento del numero di immigrati.

=*=*=*=

Le persone in questo paese hanno certamente paura di perdere il lavoro, perche precario. Di essere sfrattati o di subire l’aumento dell’affitto. O di non riuscire a pagare il mutuo se hanno acquistato una casa. Di ammalarsi e non avere la copertura necessaria della sanità pubblica, di vedere i figli disoccupati anche in età avanzata, ecc.

Queste insicurezze generano paure, dovute a politiche antipopolari dei governi, alla assottigliamento del welfare, all’azione indegna di grandi potentati come banche, palazzinari, ecc. Queste preoccupazioni che dovrebbero stimolare le persone, appartenenti alle classi disagiate, di attivarsi e autorganizzarsi per lottare, invece vengono deviate dai politici e dai media in paure confuse.

Al contrario i dati ci dicono che con l’aumento delle persone immigrate, i reati sono diminuiti (negli ultimi 4 anni dal 2014 al 2017 gli omicidi sono scesi del 25,3%, i furti del 20,4% e le rapine del 23,4%). Quindi negli ultimi anni l’Italia è diventata via via più sicura, grazie all’aumento del numero di persone immigrate.

È la dimostrazione più chiara che la falsità di media e politici non riguarda una o più  notizie, ma la percezione della realtà complessiva.

Va segnalata un’altra cosa:

*l’andamento di questa diminuzione di reati era già nota alla fine dell’anno 2017, quando il Viminale ha comunicato i dati finali relativi alla sicurezza in Italia nel 2017: *l’ultimo anno ha visto un calo del 9,2% dei delitti in Italia, passati dai 2.457.764 del 2016 a 2.232.552. Dai dati resi noti dal ministero dell’Interno, emerge che gli omicidi sono stati 343 (-11,8%), di cui 46 attribuibili alla criminalità organizzata e 128 in ambito familiare-affettivo. Calano anche le rapine (28.612, -11%) e i furti (1.198.892, -9,1%). Nell’ultimo anno è entrata a regime inoltre la novità del Daspo urbano, sanzione pecuniaria con ordine di allontanamento per chi esercita attività abusive o lede il decoro delle città, in totale 735.

ATTENZIONE ! Questi dati si potevano leggere il primo gennaio 2018 su agenzia italia: qui

E allora perché nella campagna elettorale iniziata dopo quel 1 gennaio 2018, tutti i maggiori partiti hanno messo  al primo posto la sicurezza? E nessun media ha espresso una riga di critica?

E perché elettori e elettrici hanno dato retta a queste bugie clamorose, pur avendo la possibilità di verificarle? Questo istupidimento generale da cosa dipende? Forse un ruolo lo giocano anche i cosiddetti “social network”? .

È opportuno, per tutte e tutti, che ci si soffermi un attimo a pensare!!!!!

 

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Per una Sanità pubblica gratuita universale e umanizzata

DAL SOVRAFFOLLAMENTO DEI PRONTO SOCCORSO AL DESERTO NEI SERVIZI TERRITORIALI
I Pronto Soccorso della città scoppiano, decine di malati giacciano accatastati su barelle per giorni prima di avere la possibilità di stare su un letto vero: questa è la naturale conseguenza di scelte politiche sanitarie e gestionali che danneggiano pazienti e lavoratori
Nel Lazio negli ultimi 15 anni sono stati tagliati circa 9000 posti letto , di cui ben 4000 negli ultimi 6, senza che a ciò corrispondesse nel territorio un incremento dell’assistenza domiciliare delle strutture sanitarie abitative e terapeutiche, ecc..
Oltre a questo, nella gestione dei posti letto, esiste una pesante ingerenza di interessi particolari. Troppo spesso per facilitare l’accesso ad un posto letto pubblico il paziente si deve sottoporre ad un circuito che comprende prima visite, esami, prestazioni di un sistema privato e costoso.
Le stesse aziende sanitarie pubbliche usano meccanismi come l’intramoenia che costituiscono una tangente che gli utenti sono costretti a pagare per avere prestazioni non in tempi biblici.
Il Pronto Soccorso dovrebbe essere destinato alle emergenze, ad eventi inaspettati di cui bisogna valutare le possibili conseguenze per attuare i dovuti trattamenti, invece rappresenta l’unico posto aperto 24 ore su 24 dove chiunque abbia un bisogno sanitario è costretto a rivolgersi.
E’ vergognoso che pazienti cronici o con patologie di lunga durata, perfino adolescenti, debbano necessariamente passare un calvario che dura giorni e giorni su una barella o una sedia di un Pronto Soccorso ogni volta che abbiano bisogno di un ricovero. La causa di questa situazione è la carenza di strutture che complessivamente siano in grado di dare loro la risposta più appropriata finalizzata alla cura.
Prendersi cura di un paziente vuol dire anche eliminare quel percorso ad ostacoli a cui si è costretti per ottenere qualsiasi prestazione, sostegno, assistenza domiciliare, aiuto senza i quali l’ospedalizzazione resta l’unica soluzione obbligata.
Fare questo vorrebbe dire riaffermare il principio di una sanità pubblica, universalista, solidale, egualitaria e soprattutto efficace e umanizzata. E invece l’intervento sanitario viene diviso in pacchetti da offrire al “libero mercato” di una sanità mercificata, con una logica economicista ed aziendale.
Gli spazi dei Pronto Soccorso si sovraffollano e si estendono a tutti i reparti di degenza, diventando posti indecenti e pericolosi. Manca un concreto percorso di assistenza sul territorio, che possa sostenere le situazioni che richiedono cure costanti e a lungo termine.
Vogliamo iniziare dai Pronto Soccorso, per garantire ai pazienti tempi di permanenza brevi e condizioni dignitose, per permettere agli operatori di lavorare bene, non in perenne sotto organico e con contratti precari (cooperative, agenzie interinali, partite iva, ecc,) o sotto la minaccia di provvedimenti disciplinari, per aver deciso di denunciare apertamente situazioni disastrose all’interno delle strutture sanitarie. Quello che serve sono cambiamenti radicali anche in tutti gli altri settori. Occorrono scelte politiche che puntano sul pubblico e non sul privato, sulle internalizzazioni e non sugli appalti e precariato. La sanità non può essere solo l’emergenza. Occorre rimettere al centro della politica sanitaria la persona nell’interezza e complessità dei suoi bisogni, tutto il contrario di quanto sta avvenendo.
Quello che proponiamo è un percorso fatto di informazione, confronto e mobilitazione a cui chiamiamo tutti, non solo i lavoratori, a prendervi parte. ASSEMBLEAPUBBLICA ROMA-9 MARZO2018-ORE 17:30 ANDRONE DELPOLICLINICO-Viale del Policlinico155 Coordinamento Lavoratrici e Lavoratori Policlinico [coordinamentolpp@gmail.com] Coordinamento Lavoratrici e Lavoratori Spallanzani [coord.spallanzani@autistici.org]

Fotocop in prop – Policlinico Umberto I – Viale del Policlinico 155 – 16/2/2018
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Governo: niente riforma del carcere!

Il consiglio dei ministri di ieri, 22 febbraio, ha di fatto detto NO alla riforma dell’Ordinamento Penitenziario (O.P.), rinviando a data da definirsi, ossia a dopo le elezioni, il decreto delegato più consistente, quello che affronta i meccanismi di esecuzione della pena. In particolare quel decreto dava maggiori possibilità e snelliva i meccanismi per il passaggio dalla carcerazione intramuraria, ossia in carcere, alle misure alternative, quelle che si svolgono fuori dal carcere. Questo decreto aveva già compiuto un passaggio nelle commissioni giustizia di Camera e Senato e avrebbe richiesto solo 10 giorni di tempo per la definitiva attuazione.

I tre decreti delegati che il governo ha licenziato preliminarmente, licenziati non approvati, sono decreti generici di cui si conosce ben poco (giustizia riparativa, carcere minorile, lavoro e volontariato dei condannati) e che devono ricevere ancora il parere delle Commissioni giustizia di Camera e Senato (che hanno 45 giorni per esprimere i pareri), per poi tornare al consiglio dei ministri, quindi avranno tempi lunghissimi e inoltre incontreranno commissioni parlamentari e governi di composizione diversa a seguito delle elezioni del 4 marzo.

C’è da dire che il decreto di riforma dell’O.P. riformava la legge 354 del 26 luglio 1975, quindi molto vecchia e che fu anche quella una “riforma mancata” in quanto nei ripetuti passaggi tra Camera e Senato fu molto peggiorata al punto che fu quella legge a prevedere i “regimi di reclusione speciali” , le “carceri speciali”, l’articolo 90 (diventato poi il 41bis), e le sorveglianze particolari, 4bis, ecc. Ossia sistemi di carcerazione nei quali vengono eliminati alcuni o tutti gli spazi e i diritti delle persone incarcerate.  Ricordiamo inoltre che da quella “riforma mancata” nelle carceri italiane si è impennata la quantità di persone che si tolgono la vita: i suicidi sono quintuplicati!

Il carcere continua a essere un luogo di sofferenza e devastazione per le persone rinchiuse, di distruzione dell’identità e personalità e dimostra di essere non riformabile. Questa la conclusione amara.

Ancora una prova che la strada per un cambiamento sostanziale del sistema carcerario non può avvenire per via parlamentare. C’è da riprendere con determinazioni le proteste e l’organizzazione interna per una battaglia seria, che impegni tutta la società, per l’abolizione del carcere.

Il carcere va abolito!

Per approfondire si può ascoltare la trasmissione “La Conta” su RadiOndaRossa di mercoledì 21  febbraio in cui si parla diffusamente di questa mancata riforma (prima ancora che il governo decidesse per il NO). Ascolta qui

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24 febbraio manifestazione a Roma

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Il 17 febbraio di 41 anni fa, all’università di Roma, il capo della cgil Lama …

Il 17 febbraio del 1977 era Giovedì. All’università di Roma Luciano Lama per ristabilire l’ordine …

Il 16 febbraio ’77, mercoledì, assemblea numerosissima del movimento all’università di Roma, si discusse come accogliere Lama: farlo parlare? Fischiarlo? Cacciarlo? L’assemblea alla fine decise di presenziare al comizio, subissarlo di fischi ma evitare lo scontro fisico. Una soluzione che andava bene a tutti e non creava problemi al movimento in una fase di crescita.

Gli «indiani metropolitani» prepararono un pupazzone di cartapesta molto alto pieno di tanti slogan ironici: «Più lavoro meno salario»; «Lama è mio e lo gestisco io»; «Vogliamo un affitto proletario il 100% del salario» (ironia superata dalla realtà)».

Il camion del comizio sindacale viene circondato da un servizio d’ordine di un centinaio di persone del pci. A qualche metro di distanza tutti gli altri: studenti, lavoratori, tra i due schieramenti  una «terra di nessuno» tenuta sgombra grazie a una fila di servizio d’ordine del movimento che cercava di evitare il contatto col servizio d’ordine di Lama, cinque-sei metri indietro c’era il pupazzone con intorno gli indiani metropolitani la cui consistenza numerica andava man mano aumentando.

«È ora, è ora: miseria a chi lavora»; «Potere padronale»; «Andreotti è rosso Fanfani lo sarà»; «Più baracche meno case». Poi arrivò il lancio di palloncini ripieni di colore verso il camion.

I militanti del servizio d’ordine di Lama impugnarono gli estintori e si lanciarono contro le prime fila del servizio d’ordine del movimento che a stento riuscivano a trattenere quanti premevano indignati. Il cordone del movimento cedette consentendo agli «indiani» di partire alla controffensiva e arrivare a contatto con gli aggressori. Dietro c’erano tutti gli altri. A quel punto il parapiglia fu inevitabile. Il movimento incalzò il servizio d’ordine sindacale che arretrò fino a uscire dall’università.

Leggi ancora sul 1977  qui

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Cosa è emerso dalle analisi ufficiali sulla “memoria” e sul “ricordo”?

Anche quest’anno le celebrazioni, le testimonianze e le analisi in occasione del giorno della memoria (27 gennaio) e del giorno del ricordo (10 febbraio), si sono svolte nel grigiore e nella trascuratezza volta a ignorare i crimini del governo e dell’esercito italiano nel costruire e gestire i campi di concentrmento duranta l’occupazione italiana della Jugoslavia. Negligenza ribadita il 10 febbraio avvalorando la falsificazione sulle Foibe. Una tendenza si nota, le falsificazioni storiche e lo squallore crescono e colonizzano tutte, ma proprio tutte, le aree politiche istituzionali.

Chi vuole leggere e ascoltare qualcosa di diverso e più pertinente, sul giorno della memoria può vedere  qui   e sul giorno del ricordo può vedere  qui

       

 

 

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Non è un bell’inizio nelle carceri italiane!

Comincia male il 2018 nelle carceri italiane:

il carcere uccide!

Siamo ai primi di Febbraio e già nelle carceri ci sono stati 10 morti, di cui 6 suicidi.

Il motivo di alcune morti sono ancora da accertare

L’età delle persone suicidate:  20, 40, 40, 42, 44, 59  anni

Se prosegue questo trend quest’anno si toccherà un tragico record di morti in carcere, superando la soglia delle 60 morti per suicidio.

Chi c’è in carcere?

Mentre le presenza in carcere sono in crescita, oltre 58.000, si segnala un’altissima presenza di persone anziane, molto anziane:

da 60 a 70 anni sono  3.700,  oltre i 70 anni  776.   In totale   4.476

Dieci anni fa, la presenza era molto minore:

da 60 a 70 anni erano 1.397,  oltre i 70 anni  291.    In totale   1.688

 

Aumentano anche le madri con figli e figlie in carcere

Nel 2016 erano 34 madri con i loro 37 bambini e bambine,

oggi sono  50 madri con i loro 58 bambini e bambine,

Anziani e creature appena nate in carcere, questa è il sistema sanzionatorio “democratico” di questo squallido paese?

In questo devastante quadro, piovono i decreti che “riformano” l’Ordinamento Penitenziario.

Il decreto deve essere approvato in via definitiva dal CdM entro il 2 marzo, attualmente è alla commissione giustizia del senato.

I punti cardine dell’insieme dei provvedimenti si basano su una maggiore flessibilità della pena e su minori automatismi. Ossia sul recupero di spazio discrezionale della magistratura di sorveglianza.

Vuol dire che la lunghezza e l’asprezza della pena dipenderanno sempre più dal comportamento della persona prigioniera, e non soltanto dalla condanna subita.

Voglio dire che sarà centrale il comportamento in carcere della persona detenuta;

*deve collaborare con la direzione e la custodia (le guardie);

*deve compiere tutti quelle attività previste dalla direzione per gratificare il carcere e la sanzione ricevuta;

*deve esprimere totale rispetto per lo stato e il sistema punitivo che l’ha massacrato/a;

insomma deve diventare uno zombie, un robot.

Solo in questo modo la pena potrà essere ridotta e resa meno afflittiva.

In termini tecnici tutto ciò è definito: l’individualizzazione del trattamento rieducativo e la differenziazione dei percorsi penitenziari in relazione alla tipologia dei reati commessi e alle caratteristiche personali del condannato.

Ne ho discusso nella trasmissione di ieri più ampliamente su RadiOndaRossa, si può riascoltare  qui

In questo quadro sarà difficile organizzare proteste e movimenti nelle carceri … a meno che … a meno che la solidarietà di donne e uomini che sono fuori, liberi/e, o meglio in libertà provvisoria, si moltiplichi, assumendo nuove e più incisive forme di sostegno.

Considerando che alcuni giorni fa la Cassazione ha ritenuto lo sciopero della fame di alcuni detenuti di un carcere come un “sommossa”, convalidando la punizione da loro subita (vedi  qui )

 

 

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mettiamo il naso nei decreti attuativi della “Riforma dell’Ordinamento Penitenziario”

Cosa c’è nei Decreti legislativi attuativi della riforma dell’Ordinamento Penitenziario?

 Vediamo la parte sulle: DISPOSIZIONI PER LA RIFORMA DELL’ASSISTENZA SANITARIA IN AMBITO PENITENZIARIO

Articolo 2

 (Modifiche alle norme sull’ordinamento penitenziario in tema di assistenza sanitaria)

c) l’articolo 65 è sostituito dal seguente articolo: «Art. 65. Sezioni per detenuti con infermità.-

1. Quando non sia applicabile una misura alternativa alla detenzione che consenta un adeguato trattamento terapeutico-riabilitativo, nei confronti dei condannati a pena diminuita ai sensi degli articoli 89 e 95 del codice penale e nei confronti dei soggetti affetti da infermità psichiche sopravvenute o per i quali non sia stato possibile disporre il rinvio dell’esecuzione ai sensi dell’articolo 147, [Art. 147 codice penale: Rinvio facoltativo della esecuzione della pena]  quarto comma, del codice penale, le pene detentive sono eseguite in sezioni speciali finalizzate a favorire i1 trattamento terapeutico e il superamento delle suddette condizioni.

2. Le sezioni speciali sono ad esclusiva gestione sanitaria.

Si riferisce a coloro cui si presenta una patologia psichiatrica dopo la condanna, nella loro detenzione in carcere. Per dirla brutalmente, quelle e quelli che diventano “matti” in carcere, grazie alle gradevoli condizioni che si vivono nelle carceri di questo delizioso paese.

Cosa saranno queste «sezioni speciali finalizzate a favorire i1 trattamento terapeutico e il superamento delle suddette condizioni»?

Non ci sarà la voglia di ripristinare sezioni manicomiali nelle carceri?  

Comunque non si può sfuggire a questa logica: se i “grandi” scienziati psichiatrici affermano che in carcere si diventa “matti”, e comunque già oggi circa il 60% delle persone detenute fa uso di psicofarmaci (affermazione di alcuni sindacati delle guardie) e il  75% ricorre a quella che viene definita “terapia serale”, sedativi per dormire, che vuol dire?

Vuol dire quello che ripetiamo da decenni, ossia che il carcere è un lager che:

* induce al suicidio (lo scorso anno 52 persone suicidate, e morte per altra causa, lo scorso anno, ben 123)

* produce nelle persone rinchiuse devastazione fisica e mentale, o come afferma il decreto: «infermità psichiche sopravvenute».

Quando si affermano delle cose, bisogna essere conseguenti. Oggi un decreto dello stato afferma che in carcere per alcuni/e detenuti/e  sono “sopravvenute infermità psichiche”. Cioè che il carcere li ha fatti diventare “matti

Quindi, tenere funzionanti e pieni di persone quegli strumenti di morte e pazzia, ossia le carceri, vuol dire essere corresponsabili di quel crimine!

Se non vogliamo essere anche noi complici di questa scelleratezza, c’è una sola battaglia da fare:

Chiudere tutte le Galere   –   Abolire il carcere

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Memoria o distrazione?

Fa difetto la memoria, e come!!! Qualcuno parla o ricorda i campi di internamento italiani in Jugoslavia attivi dal 1941 al 1943.  Gonars, Arbe (Rab), oppure di quelli di Monigo, Renicci e tanti altri. Le commemorazioni  dimenticano di ricordare i campi di concentramento che l’esercito italiano e il Ministero dell’Interno predisposero per gli oppositori politici, per i prigionieri e per i civili, ossia le popolazioni slave deportandole dai propri territori per popolarli con “italiani”. Una vera e propria “Pulizia Etnica“.

Oltre 50.000 uomini, donne, vecchi e bambini vennero deportati e internati in campi di concentramento, all’interno dei quali vigevano delle condizioni al limite della sopravvivenza. Difatti ne morirono migliaia di stenti. Leggi ancora

Guarda alcune immagini dei Campi di Concentramento per Jugoslavi,  qui

Leggi come è stato nascosto il crimine di internamento nei Campi praticato dal regime fascista italiano   qui

Bambini nel campo di Arbe (Rab)

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Nelle carceri si può votare … oppure …

Nelle carceri si può votare?  Certo, nelle carceri si può esercitare il voto.

Possono votare tutte le persone detenute non condannate definitivamente, ossia chi è in attesa del primo grado di giudizio, chi  è appellante e chi è ricorrente in Cassazione.

Coloro che sono condannati/e definitivamente, non possono votare se hanno in sentenza la pena accessoria della “interdizione perpetua o temporanea dai pubblici uffici” e se condannati/e all’ergastolo. Tutti gli/le altri/e condannati definitivamente possono votare.

A tal fine si predispongono negli istituti carcerari seggi elettorali.

Fin qui per ricordare le norme che regolano il voto per le persone in carcere.

Quello su cui ho qualcosa da dire riguarda gli appelli che giungono da ogni parte, anche dalle carceri, che esortano le persone in carcere a votare, per una lista o per l’altra, affermando che, per mezzo dell’espressione del voto, detenuti e detenute possono diventare protagonisti politici delegando qualche lista e chiedere di migliorare le carceri e poter scontare la pena nella legalità e umanità.

Non voglio consigliare nessuno/a a votare o non votare, né per chi votare. Voglio ricordare che la popolazione prigioniera ha nella sua recente storia una attività importante e di grande valore politico. Quando, organizzandosi in collettivi, sfidando la disciplina carceraria che fa divieto e impedisce a chi sta in prigione di organizzarsi e fare assemblee, nel mentre resistevano alla devastazione della galera, hanno analizzato approfonditamente il ruolo del carcere nella società attuale, capitalistica.

Hanno espresso riflessioni ancor oggi valide, come la critica all’istituzione carceraria che educa all’egoismo, all’individualismo, ad essere ruffiani, spie, lacchè, a tradire i propri compagni, a leccare i piedi alle autorità.

Hanno individuato il ruolo della giustizia e del diritto nella società divisa in classi che non sono né possono essere confusi con l’interesse generale o un bene comune, ma sono strumenti per il mantenimento dell’ordine sociale basato sulla perpetuazione dello sfruttamento di chi lavora da parte delle classi sfruttatrici. La galera non è che l’ultimo tassello di una catena formata dalla giustizia classista, dal diritto classista e dalla repressione altrettanto classista.

Per questo la parte più attiva della popolazione detenuta, qualche tempo fa, si è organizzata in collettivi e ha lottato per migliorare le condizioni di chi è recluso/a,  non attraverso leggi e regolamenti, ma aumentando il rapporto di forza tra carcerati e carcerieri a favore dei carcerati attraverso lotte, rivolte, evasioni. Con l’obiettivo chiaro di giungere all’abolizione del carcere!

Questa è la storia della popolazione carcerata da non dimenticare, ma da ravvivare. Non certo l’abitudine alla delega.

Qui appresso alcuni loro scritti di quando si lottava collettivamente:

     «…l’innocenza che rivendica il detenuto non è quella generica di chi trova sproporzionata la pena. È l’innocenza storica dello sfruttato, dell’isolato, dell’oppresso, dell’alienato. Il reato perde la sua dimensione assoluta, si relativizza e scompare come reato…»

     «…Non viene criticata l’ineguaglianza delle leggi: è una constatazione troppo facile. È l’istituto “giustizia” che si rivela tutto sbagliato».

    «…La risocializzazione non è un fatto esterno, imposto, insegnato meccanicamente. Deve essere conquistato dal carcerato, come soggetto e non oggetto, e come appartenente ad una collettività. Questo significa che solamente acquisendo coscienza sociale, di classe, il detenuto può rompere con la delinquenza, ma ciò porta a una sola via d’uscita: quella di diventare un rivoluzionario».

    «…I detenuti comuni, gli sbandati, i ribelli senza speranza, noi ve li ritorneremo con una coscienza rivoluzionaria. Questo è il mio impegno, questo è il vostro errore».

             Lo stato, le istituzioni e tutte le forze politiche e militari hanno schiacciato sotto i cingoli dei carri armati questa grande prova di autorganizzazione democratica sviluppata nelle fabbriche, nelle carceri e in ogni altro aggregato popolare. Hanno silenziato col rumore delle armi da fuoco e quello dei chiavistelli dei penitenziari l’antagonismo pratico che voleva cambiare l’esistente. Ne è seguito un silenzio mortifero, nel quale sono moltiplicati i grandi traffici e le mafie che proliferano perché non vogliono cambiare l’esistente, anzi ci convivono talmente bene che vogliono mantenerlo.

           E oggi da qualche parte si inciampa nell’affermare che “la giustizia è un bene comune”. NO! la giustizia è di classe, lo era ieri, lo è oggi e lo sarà domani, finché, abolendo le classi, la giustizia scomparirà, in quanto utile al mantenimento delle classi. La giustizia favorisce le classi sfruttatrici e colpisce le classi sfruttate. La giustizia è utile a mantenere il sistema politico-economico attuale basato sullo sfruttamento, sulla devastazione di masse umane, di ambienti e sulla produzione di guerre.

Aboliamo le galere

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