Nella notte dal 17 al 18 ottobre 1977 lo stato tedesco, la Cia e la Nato compiono una strage nel carcere di Stammheim

17 ottobre 1977, «verso la mezzanotte un commando delle truppe speciali tedesche, il GSG 9, assaltò l’ aereo uccidendo tre dei quattro dirottatori e ferendo la quarta.   (il dirottamento del Boeing 707 della Lufthansa della  linea Maiorca Francoforte, con 86 passeggeri a bordo era avvenuto il 13 ottobre da parte di un commando palestinese del PFLP/SC per chiedere la liberazione di una lista di prigionieri politici, la stessa che la Raf chiedeva in cambio della vita di Hans Martin Schleyer sequestrato dalla Raf il 5 settembre 1977 a Colonia. Dopo il sequestro Schleyer il governo attuò il blocco totale dei contatti di 41 prigionieri della RAF con esterni, familiari e perfino avvocati).

La mattina seguente nelle loro celle di massima sicurezza del carcere di Stammheim (Stoccarda) vennero trovati morti Andreas BaaderJan Karl Raspe e Gudrun Ensslin, I primi due a seguito di colpi di arma da fuoco, la terza impiccata. Irmgard Moeller fu ferita gravemente da quattro coltellate al petto.

Ecco la sua testimonianza di quanto avvenne in quella notte:

Negli anni , hai riflettuto di un possibile scenario , di cosa poté essere successo in quella notte?

Ero e sono convinta che fu un’azione dei servizi . Il BND poteva entrare ed uscire liberamente da Stammheim ed aveva (dimostrato) installato da noi le apparecchiature per le intercettazioni ambientali. Era anche risaputo che il personale del carcere non era ritenuto abbastanza degno di fiducia per un’azione del genere. Alcuni hanno sempre raccontato qualche nostra ridicola  storia al “Bunten”, “Quick” o allo “Stern” e se qualcosa doveva succedere doveva essere fatta senza coinvolgerli. In relazione a ciò è importante che il personale fu cambiato, anche se non tutto, durante il blocco dei contatti. Le telecamere del corridoio poi non funzionavano la notte

Pensi che il governo federale fosse coinvolto in quest’azione omicida o è solo opera autonoma dei servizi?

Penso che il governo fosse coinvolto e che anche all’interno della NATO se ne fosse discusso. Al tempo c’era l’unità di crisi anche negli USA , che si teneva in continuo contatto con Bonn. Loro avevano un grosso interesse che noi non ci fossimo più. Il metodo di far apparire un omicidio per un suicidio è proprio della CIA.

Nella discussione all’interno della sinistra su Stammheim, c’è per lo meno da parte della sinistra la tendenza a non considerare importante la risposta alla domanda se si tratti di omicidio o suicidio. In ogni caso la morte dei tre è da attribuirsi allo stato che o ha provveduto direttamente o ha portato i tre a suicidarsi.

Le condizioni carcerarie erano terribili e nello sciopero della fame vennero uccisi prigionieri con la sottoalimentazione.Holger Meins per esempio. Ma è comunque una grossa differenza se qualcuno si spara, si impicca si pianta un coltello nel petto o se lo fanno gli altri. Si tratta dei fatti. Non volevamo morire, volevamo vivere.

Come fu la situazione dopo quelle morti per te, cambiò rispetto a prima?

Ceramente sì. Ero improvvisamente sola. Ero ferita gravemente e sopravvissuta per un pelo. Erano di base altre condizioni rispetto a prima. D’altra parte Ulrike e Holger erano già morti e sapevamo da molti che l’apparato voleva vederci morti piuttosto che vivi. Le condizioni carcerarie erano orientate al fatto che noi fossimo spezzati, non pensassimo più ciò che volevamo, perdendo così la nostra identità, oppure morissimo.

Per te la notte tra il 17 e il 18 ottobre 1977 fu un taglio netto pur non portando cambiamenti decisivi?

Le condizioni, per com’erano, furono palesate quella notte.

Hai tenuto conto che le cose potessero andare avanti? O che avrebbero ritentato di ucciderti?

Non lo potevo escludere. Il modo in cui fui trattata mostrava la loro intenzione di liquidarmi, e che io perdessi la ragione con questa sorveglianza continua, col controllo totale. La cosa migliore per loro sarebbe stato ridurti pazza con quel trattamento. Così sarebbe dovuto provarsi che solo i pazzi entrano nella RAF e la intraprendono la  lotta armata. Oppure avrei dovuto sostenere che era stato un suicidio. Forse sarebbe stato più importante che trovarmi un cadavere. Per lo meno in quel periodo l’ho pensato. Per questo non trasalivo a ogni minimo rumore quando si apriva una porta o c’era rumore in corridoio. Ma che non mi si vuol lasciar vivere , lo sapevo già da tanto. Questo presunto pericolo che io tentassi il suicidio, è stato utilizzato come pieni poteri generali per proibirmi tutto. Non potevo aver nulla in cella, non potevo incontrare nessun prigioniero, non potevo spengere la luce, perché tutto ciò avrebbe aumentato il pericolo che mi uccidessi. Era inconcepibile e andò avanti per anni, fino a che nel 1980 sono arrivata a Lubecca.  …

… Tutta l’intervista della Moeller nella quale parla del ’68, del movimento in Germania e della nascita e degli obiettivi della Raf,  si può leggere qui

  • Nella pagina “Lotta armata – Germania” oltre questa intevista puoi leggere un’intervista sulla storia della RAF, sul Movimento 2 Giugno, sulle Cellule Rivoluzionarie (RZ) e sulla formazione armata  femminista Rote Zora, inoltre una documentazione sull’uccisione di Ulrike Meinhof e un suo scritto.
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Basta subire! 17 ottobre, tutte e tutti al tavolo per Roma tra governo e comune

Stanno Creando un DESERTO lo Chiameranno ROMA

Da molti anni stiamo assistendo a un costante degrado delle condizioni di lavoro e di vita nella nostra città. Questo processo ha subito, con la deflagrazione della “crisi” dal 2008, un’accelerazione che ha visto convergere sulle proletarie e i proletari di Roma diversi attacchi alla propria conservazione e riproduzione.
Sul lato delle politiche pubbliche Roma ha il poco invidiabile record della più alta addizionale irpef comunale e della più alta addizionale irpef regionale, fra le più alte tariffe per i rifiuti e per i “servizi indivisibili” e contemporaneamente assistiamo a un drammatico taglio ai servizi sanitari (per altro con ticket fra i più alti), agli asili nido, all’assistenza domiciliare, all’accoglienza e all’assistenza alla casa e potremmo continuare l’elenco fino a ricomprenderli tutti.
La nostra riflessione ci porta a ritenere che i numerosi trasferimenti di sede (Sky, Mediaset, Esso…), la chiusura di stabilimenti (Almaviva…) ecc. siano frutto di processo di ridefinizione del ruolo di Roma nell’ambito della divisione internazionale del lavoro. Ovviamente questi processi si intersecano ed alimentano con le politiche nazionali ed europee (Industria 4.0, le infrastrutture, la riorganizzazione della PA, la “buona-scuola”, il jobs act) ma hanno anche delle precise caratteristiche locali. E’ facile ipotizzare per Roma un ruolo di città amministrativo/turistica con le conseguenti politiche dell’abitare (per rilanciare la rendita fondiaria), l’espulsione degli insediamenti produttivi non conformi a tale “vocazione”, lo sviluppo di business che mettono a profitto rifiuti/acqua/territorio accaparrandosi enormi fette di soldi pubblici e tutto ciò mentre anche settori tradizionali dell’economia romana come l’edile e/o il trasporto aereo subiscono ridimensionamenti, ristrutturazioni con profonde trasformazioni.
E’ dunque ripensare interamente le linee di sviluppo della nostra città.
Il coordinamento lotte unite nasce proprio per costruire percorsi di lotta che impongano una svolta al modello di città che vogliamo vivere, dove centrale sia il benessere dei suoi abitanti e non il profitto, il parassitaggio e la speculazione di pochi.
Vertenze con caratteristiche diverse – dai 1.666 licenziamenti Almaviva all’attacco al lavoro e alle sue condizioni in Alitalia; dai licenziamenti SKY alle prospettive disastrose per i lavoratori e le lavoratrici di GSE; dalle astruse riforme della PA che anziché valorizzare le competenze e le eccellenze cerca di distruggerle per favorire interessi di micro corporazioni private come nel caso della riforma del PRA e dei possibili effetti drammatici per ACI Informatica e penalizzanti per gli automobilisti; dai rischi occupazionali al Teatro dell’Opera allo smantellamento della scuola pubblica e dei relativi servizi agli studenti e alle studentesse – ma che incontrandosi in una grande assemblea lo scorso 7 luglio hanno riconosciuto la necessità di non lasciarsi frazionare in tanti micro conflitti ma rafforzare le proprie specifiche lotte attraverso un mutuo sostegno e una visione diversa di città e sviluppo.
A Roma abbiamo migliaia di case sfitte e un enorme patrimonio pubblico di immobili che vengono lasciati marcire mentre a migliaia di famiglie è negato l’accesso a un tetto: potremmo interrompere i processi di speculazione e consumo del territorio e avviare processi di riqualificazione del patrimonio immobiliare pubblico così da soddisfare le necessità abitative della città e al contempo mettere al lavoro migliaia di disoccupati edili.
Abbiamo un tessuto sociale con innumerevoli “fragilità” a cominciare dai malati cronici (sempre più numerosi sia per l’alta età media della popolazione che per le condizioni malsane in cui siamo costretti a vivere), anziani soli, minori in difficoltà economiche e/o sociali e manca completamente una politica dell’assistenza o quando c’è serve unicamente a finanziare circuiti clientelar/mafiosi come evidenziato da “mafia capitale” ma come ognuno di noi verifica nell’esperienza di ogni giorno. Si potrebbe avviare un processo di sviluppo e internalizzazione di servizi pubblici così eliminando la piaga del sistema corruttivo degli appalti e delle cooperative, contemporaneamente offrendo migliaia di posti di lavoro.
Potremmo continuare a lungo l’elenco citando le necessità di aree verdi e lo sport pubblico, il trasporto pubblico locale, ATAC ha deciso di esternalizzare innumerevoli servizi (biglietti, manutenzione, soccorso, ecc.) fino alle linee degli autobus di periferia con un drastico aumento dei costi e degrado del servizio, la gestione dei rifiuti dove continuano a “navigare” imprenditori privati pluriinquisiti come Cerroni e sperperi di denari pubblici.
Per queste ragioni il coordinamento lotte unite invita tutte le lavoratrici e i lavoratori di Roma a un percorso di mobilitazione che imponga questi temi al centro di qualsiasi tavolo di lavoro per arrestare il deserto che sta sommergendo Roma. Non abbiamo fiducia nel tavolo MISE/Comune di Roma/rappresentanti istituzionali delle categorie sociali ma proprio per questo vogliamo far sentire la nostra voce e le nostre lotte per affermare, finalmente, le ragioni di chi lavora.
Vogliamo sommariamente ricordare alcune di queste ragioni:
– riteniamo la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario l’unica risposta seria alla crisi occupazionale in atto e ai processi di automazione che sempre più spesso trasformano il sistema produttivo creando disoccupazione;
– riteniamo l’aumento dei salari l’unica strada percorribile per la dignità delle lavoratrici e dei lavoratori e per uscire dalle condizioni di disagio che sempre più famiglie sono costrette a subire;
– vogliamo un fisco progressivo e i servizi – pubblici e gratuiti – alle persone come reali strumenti per la redistribuzione della ricchezza prodotta a favore delle lavoratrici e dei lavoratori; mentre oggi le risorse pubbliche sono unicamente indirizzate a vantaggio del sistema delle imprese attraverso un sistema fiscale e una politica di bilancio che grava per oltre l’80% sulle lavoratrici e i lavoratori dipendenti che pure si appropriano di meno del 40% del Pil nazionale.
In primo luogo ovviamente vogliamo il blocco dei licenziamenti in atto e l’integrazione al reddito delle lavoratrici e dei lavoratori già licenziati, visto anche l’inconcludenza delle ipotetiche politiche di ricollocazione come si rileva nella vicenda dei licenziati Almaviva.
Questa nostra battaglia è dunque un segnale di vita contro la morte (sociale e reale) che il capitale diffonde nella nostra città.

Ottobre 2017
Coordinamento Lotte Unite

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“CHE”, hasta siempre comandante!

Cinquant’anni fa, l’8 ottobre 1967, veniva ucciso il compagno Ernesto Che Guevara

Un ricordo di parte

Secondo me l’innovazione portata dal Che alla teoria e pratica del percorso rivoluzionario è ben sintetizzata in queste righe scritte dal Che sulla rivista Tricontinental che iniziò la pubblicazione nel gennaio 1966:

La solidarietà del mondo progressista con il popolo del Vietnam ha lo stesso sapore di amara ironia che aveva per i gladiatori del circo l’incitamento della plebe, non si tratta di augurare la vittoria all’aggredito, ma condividere la sua sorte: andare con lui alla morte o alla vittoria. […] E le lotte non saranno semplici combattimenti di strada, di pietre contro lacrimogeni, né di scioperi generali pacifici; e non sarà nemmeno la lotta di un popolo infuriato che in due o tre giorni distrugge l’apparato repressivo; sarà una lotta lunga, cruenta […] E a noi sfruttati del mondo, che parte ci tocca? Attaccare duramente, incessantemente in ogni punto del confronto, deve essere la tattica generale dei popoli. […] D’altronde le borghesie autoctone hanno perso ogni capacità d’opposizione all’imperialismo – se mai l’hanno avuta – […] Non ci sono più altri cambiamenti da fare: o rivoluzione socialista o una caricatura di rivoluzione.

Qui una breve biografia tratta dal giornale “El Moncada” periodico dell’Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba

Qui  alcune analisi sul Che del compagno Giuliano Naria

Qui alcune mie valutazioni sul contributo del Che al pensiero politico rivoluzionario

 

 

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Nuove regole per il 41 bis, non cambiano in nulla le condizioni invivibili di quel regime carcerario

Con una circolare il Dipartimento Amministrazione Penitenziaria impone nuove regole alle persone detenute in regime di 41 bis.

In realtà il regime 41 bis non è altro che un aggiornamento del regime che qualche anno prima era definito “Art. 90”, ossia l’azzeramento dei diritti per la persona detenuta e delle possibilità di relazioni interne al carcere e con l’esterno.

Quando il regime 41 bis venne introdotto venticinque anni fa, raccogliendo la forte tensione prodotta dalla strage di Capaci del 23 maggio 1992 (furono uccisi Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta), i responsabili della giustizia dissero che questo regime, chiamato “carcere duro”, era riservato ai boss mafiosi per impedire loro la possibilità di continuare a intessere relazioni di comando con gli accoliti all’esterno, a quel tempo il 41 bis era a tempo limitato, tre mesi rinnovabile. Dopo è diventato permanente.

La realtà ha dimostrato che non solo i boss mafiosi vi sono stati costretti, ma altre persone detenute per motivi ben diversi. Attualmente 740. La realtà ha dimostrato altresì che il “carcere duro” più che altro ha avuto lo scopo di indurre le persone sottoposte  a quel regime alla delazione, ossia a fare i nomi di altre persone da mandare in galera.

Il ministro Andrea Orlando ha affermato che il provvedimento è stato prodotto dall’interlocuzione con la procura Antimafia, col Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria e col Garante per i detenuti e vorrebbe dare omogeneità all’applicazione del 41 bis, evitandone ogni forma di arbitrio e di misure impropriamente afflittive. La realtà ci insegna che in una istituzione chiusa verso l’esterno, isolata e opaca come il carcere, l’applicazione delle leggi e delle regole e la loro validità non può essere rigorosa né omogenea, ma viene reinterpretata secondo una logica di contrattazione continua. Ogni regola si adegua ai rapporti di forza in quel momento esistenti in quella situazione interna e nell’ambiente in cui è inserita. Questo è riconosciuto dalla gran parte degli studi esistenti sul carcere.

Si è voluto con questa circolare dare una parvenza di omogeneità per tamponare le molte critiche provenienti dagli organismi internazionali, come la Corte europea dei diritti e anche l’Onu, all’uso che in Italia si fa di misure eccessivamente gravose e intollerabili per la condizione umana reclusa.

La circolare del Dap ha scritto dieci norme per la quotidianità dei detenuti in 41 bis. Sono 52 pagine che riguardano la vita di chi è sottoposto al “carcere duro” e vanno dal primo ingresso «Il detenuto/internato all’atto del primo ingresso deve essere sottoposto a perquisizione personale e subito dopo ad una prima visita medica generale. Dopo l’espletamento delle formalità di cui sopra e, comunque, entro le 24 ore successive, il detenuto/internato effettua il colloquio di primo ingresso», alla limitazione degli incontri «tra i vertici delle medesime famiglie, di gruppi alleati e di gruppi o clan contrapposti».

Poi si regolamentano i colloqui dei detenuti con i minori, per loro senza vetri, aumentando la riservatezza per i carcerati, la possibilità di mantenere le relazioni con le famiglie, non più di un colloquio al mese e con i vetri divisori, e il diritto ad avere libri e altro materiale per motivi di formazione, così l’obbligo, per i direttori del carcere, di rispondere alle richieste dei condannati entro un tempo stabilito.

C’è il divieto di ascoltare le stazioni radio che trasmettono in Fm, cioè tutte, poiché in Am non trasmette quasi più nessuno. I canali televisivi sono quelli canonici. Soltanto due ore d’aria al giorno in compagnia delle persone stabilite dalla direzione.

Le descrizione della dotazione in cella fa sorridere. Si potranno tenere forbicine con punte rotonde e taglia unghie senza limetta (chiunque può verificare, comprandone uno in merceria, che il taglia unghie è di acciaio mentre la limetta di alluminio. Come dire “di che cosa parlate?). È consentita la pinzetta in plastica e il rasoio in plastica, (ma la lametta del rasoio deve essere di acciaio ed è quella i detenuti usano per ferirsi). Non sono consentiti generi di toeletta in confezione spray e sono ammessi prodotti contenuti esclusivamente in recipienti di plastica.

Insomma, non cambia nulla nella vita invivibile delle persone detenute in regime 41 bis. Solo un po’ di pubblicità per presentare il prodotto all’opinione pubblica interna e internazionale.

Sul 41 bis vedi anche   quiqui qui

L’intera circolare si può leggere  qui

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Non dimentichiamo Eneas “suicidato” dal carcere

Per maggior informazioni su Eneas suicidato dal carcere, leggi quiqui  qui

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35 anni fa il massacro di Sabra e Chatila. Non dimentichiamo!

Il 16 e il 18 settembre 1982, nel quartiere di Sabra e nel campo profughi di Chatila, alla periferia ovest di Beirut, 3.000 palestinesi furono uccisi dalle falangi cristiano maronite, dall’esercito del Libano del Sud e con il sostegno e la complicità di Israele, che aveva lanciato la sua operazione “Pace in Galilea”, invadendo il paese per la seconda volta.

Stefano Chiarini (1951 -2007) è stato un importante conoscitore delle aggressioni imperialiste verso il Medio Oriente, ed ha raccontato ciò che l’opinione pubblica dell’occidente non voleva ascoltare, come la tragedia palestinese. Nel gennaio 1991, durante la prima guerra del Golfo, è stato l’unico giornalista occidentale insieme con Peter Arnett della CNN a restare per un mese a Baghdad durante l’aggressione e i bombardamenti statunitensi. È stato corrispondente anche in Libano, Palestina, Iraq, e numerose altre aree di guerra.

All’inizio degli anni 2000 è stato fondatore e promotore dell’associazione Don’t forget Sabra e Chatila (Per non dimenticare Sabra e Chatila), dedicata al ricordo del massacro di Sabra e Chatila in Libano, che ne commemora annualmente l’anniversario a Beirut.

Quesllo che segue è un suo articolo su il Manifesto a 18 anni dal massacro

 

 

 

Attualità di un insulto alla vita e ai morti

Di Stefano Chiarini  su il Manifesto del 2 Settembre 2000

“L’assedio di Beirut, Sabra e Chatila: di là dalla nebbia del tempo resiste la memoria di quell’insulto alla vita. Un incubo, le fitte che dà una vecchia ferita quando si fa sera e di colpo piove e ti accorgi che è finita l’estate. E allora pensi ai vivi e ami i morti rimasti laggiù. A Beirut”. Così scriveva Igor Man a dieci anni dalla strage del 16 settembre 1982 nella quale, in una Beirut occupata dall’esercito israeliano, vennero uccisi oltre 2.000 palestinesi (e tra di loro anche non pochi libanesi) colpevoli  solo di essere stati cacciati dalla loro terra, la Palestina alcuni decenni prima.

Un massacro per il quale, in un mondo dove si parla sempre di crimini di guerra, nessuno ha pagato. Né degli esecutori, come l’allora capo dei servizi delle Falangi, Elie Hobeika che è stato fino a poco tempo fa ministro del governo libanese, diventato ora fedele servitore di Damasco come nell’82 lo era stato di Tel Aviv. Né dei mandanti come Ariel Sharon, l’allora ministro della difesa israeliano, che è di nuovo candidato alla leadership del Likud e a quella del suo paese. O come il generale Amos Yaron, che fece entrare i falangisti nei campi “per ripulirli dei terroristi” e che li sostenne logisticamente, illuminando con i bengala il campo per tutta la notte, bloccando vecchi, donne e bambini che tentavano la fuga e rimandandoli indietro verso morte sicura. E che è stato nominato da Ehud Barak direttore generale del ministero della difesa israeliano. Tutti sembrano voler cancellare non solo l’esistenza ma anche il ricordo dei profughi palestinesi uccisi in quel caldo giorno di settembre 1982.

Tutti transitano tranquillamente sull’autostrada che dall’aeroporto di Beirut (tra l’altro in quella zona dovrebbe esserci secondo il giornalista inglese Robert Fisk un’altra fossa comune) porta al centro della città senza neppure gettare uno sguardo verso Chatila. Un misero campo, nei pressi del nuovo gigantesco stadio, dove vivono ammassati in condizioni sub-umane 18.000 palestinesi.  E dove si trova la fossa comune con i corpi di centinaia di vittime del massacro. Uno sterrato pieno di immondizia.

Per i palestinesi non c’è rispetto da vivi. Ma neppure da morti. Del resto la Palestina non era forse una terra senza popolo per un popolo senza terra? E quindi quei tre milioni e mezzo di persone ufficialmente non esistono. Ed ancora meno esistono i 350.000 profughi in Libano provenienti dalle fertili terre della Galilea.

Non esistono al mondo e non esistono al tavolo delle trattative nonostante la risoluzione 194 stabilisca il loro diritto a tornare nel proprio paese.

In un momento storico come quello attuale nel quale una guerra devastante contro la Serbia è stata giustificata proprio –nelle parole di Massimo D’Alema- “per riportare i profughi alla loro case in condizioni di sicurezza”.

E i palestinesi? Il mondo pensa veramente che si possa arrivare alla pace ignorando la loro esistenza? Il mondo pensa veramente che si possa continuare a negare loro una casa, un lavoro e, nel caso di Chatila, anche una sepoltura?

Noi del manifesto non lo pensiamo. E abbiamo deciso di batterci perché il ricordo di quei morti non vada perduto. Che venga data loro una degna sepoltura. E siamo stati sommersi di lettere di sostegno. Una risposta che è ancora una speranza di giustizia. Se ognuno portasse a Chatila un fiore nessuno potrebbe più ignorare quella fossa.  Per quanto ci riguarda il sedici settembre noi saremo lì con il “nostro fiore dall’odore del sangue ma anche del gelsomini”.

 

 

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Aumentano le morti sul lavoro, 591 nei primi 7 mesi di quest’anno, 5,2% in aumento

da: la Repubblica di oggi

Incidenti sul lavoro, sale il numero degli infortuni e dei morti: quasi tre al giorno

I dati Inail nei primi sette mesi di quest’anno: i decessi sono aumentati del 5,2%, raggiungendo quota 591, 29 in più rispetto ai 562 dell’analogo periodo del 2016. E +1,3% gli incidenti con feriti. …..  Gli aumenti maggiori, in valore assoluto, si sono registrati in Lombardia (+2.821 denunce) ed Emilia Romagna (+1.560), mentre le riduzioni più sensibili sono quelle rilevate in Puglia (-672) e Sicilia (-658). …  Le denunce d’infortunio pervenute all’istituto sono state 380.236, 4.750 in più rispetto allo stesso periodo del 2016 

(leggi tutto l’articolo  qui)

Domande che non avranno risposte. Spero però che aprano al conflitto sociale:

*quante risorse vengono dirottate nella prevenzione di questo massacro?  Non è che sono state diminuite?  *C’è un abisso tra le spese contro il “terrorismo” e per la “sicurezza” e quelle per la sicurezza sul lavoro, eppure si muore di  lavoro, 591 nei primi 7 mesi di quest’anno), mentre di “terrorismo” norti zero.

Cosa aspettiamo per svegliarci!!!!

    

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Generazioni da sedare – Stupefacenti per curare l’ADHD

dal giornale del Cobas scuola

GENERAZIONI DA SEDARE

Stupefacenti per curare l’ADHD  –  Sebastiano Ortu

Nell’ignoranza, nell’indifferenza o con l’attiva collaborazione degli istituti scolastici dove quotidianamente svolgiamo il nostro lavoro, una parte cospicua dei nostri allievi alla quale è stato diagnosticato un disturbo dell’attenzione e iperattività (ADHD secondo l’acronimo statunitense) viene trattata con psicofarmaci a base di principi attivi anfetamino-simili. L’atomoxetina (ATX), ma soprattutto il metilfenidato (MPH), contenute rispettivamente nei medicinali Strattera e Ritalin, sono sostanze riconosciute e classificate come stupefacenti per le loro pesanti conseguenze in termini di assuefazione e dannosità, da decenni nel mirino di medici, scienziati e organismi internazionali come l’Organizzazione mondiale della sanità e la statunitense Food and Drug Administration, solo per citarne alcuni. I quali insistono, attraverso studi, reports e prese di posizione, su un dato che dovrebbe essere chiaro anche ai non addetti ai lavori: la pericolosità a breve e a lungo termine degli effetti della somministrazione di stupefacenti a bambini e giovani in età evolutiva a partire dai 6 anni.

Sull’argomento esiste ormai una vasta letteratura, scientifica e non, accompagnata da un accesissimo dibattito pluridecennale: il sito giulemanidaibambini.org rappresenta in questo campo una delle fonti più aggiornate, e chi non conosce appieno i termini della questione può farsene un’idea dopo una rapida consultazione. L’elenco degli “effetti secondari” è lunghissimo: morte, disfunzioni cardiovascolari, “disturbi psichiatrici”, impulso al suicidio, solo per citarne alcuni. Reazioni avverse ormai provate perché sperimentate direttamente sulla pelle dei bambini in decenni di somministrazioni più o meno consensuali, più o meno controllate, più o meno imposte.

Non a caso in Italia l’uso del Ritalin era stato sospeso nel 1989 per scelta della stessa casa produttrice. Risale al 2007 lo sdoganamento e la nuova autorizzazione all’immissione in commercio del Ritalin e dello Strattera, in seguito a un gioco di sponda tra la Novartis (distributrice del Ritalin), il Ministero della Sanità e l’Agenzia italiana del farmaco. Nel 2003 il metilfenidato veniva declassato dalla Tabella I delle sostanze stupefacenti e psicotrope elaborata dal Ministero della salute (dove si trovava in compagnia di cocaina, LSD, eroina e oppiacei vari…) alla tabella IV, tra le sostanze sì stupefacenti e psicotrope ma “suscettibili di impiego” sotto stretto controllo.

Dal 2007 Ritalin e Strattera sono dunque disponibili e somministrati agli alunni delle scuole italiane. Tuttavia, anche come conseguenza dell’aspro dibattito che si era innescato, nel nostro paese sono stati stabiliti alcuni limiti rispetto alla liberalizzazione selvaggia di altri paesi occidentali, USA in testa: sono autorizzati alla prescrizione del farmaco unicamente i centri accreditati presso le Regioni; è stato inoltre istituito un “Registro nazionale dell’ADHD” per raccogliere i dati elaborati dai centri autorizzati e monitorare la sicurezza della terapia.

Il Registro è consultabile online [1], e passa in rassegna gli anni dal 2007 al 2016. Si tratta di un lavoro, per ammissione degli stessi compilatori, lacunoso e anche (si può capire) osteggiato. Non comprende gli adulti, anche essi trattabili con MPH o ATX. Comprende solamente i pazienti con quadro clinico di gravità tale da richiedere il trattamento combinato, farmacologico e psico-sociale: il Registro esclude quindi tutti i pazienti che, a causa di mancanza di fondi, di personale e di strutture hanno potuto far ricorso al solo rimedio farmacologico, anche se nelle sue pagine si afferma che «oltre alla terapia farmacologica sarebbe indicato effettuare anche interventi comportamentali». Allo stesso modo sono stati esclusi i pazienti di gravità medio-lieve anche se trattati con la molecola stupefacente.

Pur all’interno di questi limiti i dati che il Registro prospetta presentano un quadro allarmante.

  • Si stima che la diffusione del disturbo, nella popolazione italiana di età compresa tra 6 e 18 anni, sia di poco superiore all’1%: riguarderebbe dunque più di 75.000 ragazzi in età scolare.
  • La scuola, al pari di servizi territoriali di neuropsichiatria, centri accreditati e altri centri specialistici, è considerata una delle prime strutture coinvolte per l’intervento sull’ADHD; allo stesso modo lo sono, tra le figure professionali, i singoli insegnanti, insieme a pediatri, neuropsichiatri e psicologi.
  • Il quadro statistico è vasto e allo stesso tempo lacunoso per necessità: i centri autorizzati sono 110 e alcuni sono enormemente più attivi di altri, tanto che ci sono famiglie che emigrano da una regione all’altra per ottenere i farmaci. In 10 anni su 3696 pazienti trattati con MPH e ATX sono stati registrati 140 eventi avversi severi su 118 pazienti! Ciò significa che ogni 100 bambini e adolescenti, 3 di loro hanno subito “effetti collaterali” gravi, tra cui, secondo una tabella che ne elenca ben 20, disturbi cardiovascolari, allucinazioni, convulsioni, ideazione suicidaria, disturbi dell’umore, neurologici e psichiatrici, questi ultimi in netta prevalenza statistica.

Il Registro dunque non fa altro che ufficializzare, nel piccolo e nei limiti della situazione italiana, un quadro che anni di sperimentazioni più o meno ufficiali e uso diffuso a livello mondiale (un giro di affari spaventoso gestito dalle solite multinazionali farmaceutiche) aveva già abbondantemente chiarito.

Un tassello di non poca importanza negli anni della campagna pre-sdoganamento è stato a questo proposito il cosiddetto Progetto Prisma (Progetto Italiano Salute Mentale Adolescenti) che vale la pena citare perché riferito in gran parte a un ambito scolastico. Prisma è nato grazie alla collaborazione tra istituzioni private e statali, tra cui l’Istituto superiore della sanità. A partire dal 2002 ai circa 5600 studenti di 40 scuole italiane scelte tra 7 città campione è stato somministrato un paradossale questionario destinato alla raccolta di dati conoscitivi sul “disagio psichico” nella preadolescenza, in singolare concomitanza con la campagna di rilancio del Ritalin. Dietro autorizzazione del dirigente e firma di un “consenso informato” insegnanti e genitori collaboravano all’individuazione statistica del futuro mercato del Ritalin, chiamati a dare un giudizio oscillante da “per nulla” a “moltissimo” ad affermazioni del tipo: «spesso interrompe o si comporta in modo invadente; spesso litiga con gli adulti; spesso parla eccessivamente; spesso si agita con le mani o i piedi o si dimena sulla sedia; è spesso dispettoso e vendicativo; spesso sfida attivamente o si rifiuta di rispettare le richieste o regole degli adulti; è in continuo movimento o spesso agisce come se avesse l’argento vivo addosso; ruba delle cose», e a numerose altre dello stesso livello. Colpisce innanzitutto l’approssimazione di uno studio che basa la propria scientificità su un questionario così vago. Colpisce ancora di più la trasformazione in sintomi di una malattia da curare di quelle che come insegnanti eravamo abituati a considerare normali (anche se a volte difficili da gestire nel contesto-classe) tendenze caratteriali di studenti turbolenti, con cui interagire per mezzo delle nostre armi professionali – la pedagogia e la didattica, lo scambio e l’empatia, l’intervento autorevole e la sanzione educativa. Impressiona lo stigma dell’eccezionalità che andava a colpire bambini considerati al di fuori della norma accettata dalle convenzioni sociali. Il Progetto Prisma probabilmente rappresenta, e forse per la prima volta, la volontà di sovrapporre e imporre al sistema di istruzione italiano la funesta pratica dell’intervento medicalizzante esterno come panacea sostitutiva dell’attività educante della scuola.

Nel momento in cui è chiaro il quadro di fondo medico-sanitario e legislativo è possibile avviare un ulteriore ragionamento che riguardi più da vicino le conseguenze che ricadono sul nostro lavoro quotidiano, sulla nostra professionalità, sulla deontologia che la sostanzia. Come insegnanti non possiamo più permetterci di non sapere, far finta di non vedere o renderci complici, sopraffatti dall’oggettiva difficoltà a rapportarci con studenti particolarmente vivaci. Cedere alla sirena della pillola-che-risolve-i-contrasti ha per noi un significato in più: abdicare dalla nostra missione educativa, scendere in consapevole contraddizione con la nostra deontologia professionale. Come insegnanti siamo forniti di un bagaglio enorme di esperienze teoriche e pratiche da mettere in gioco. La pillola può risolvere momentaneamente un sintomo: è questo un dato ormai appurato e argomento principe di chi propugna l’uso degli stupefacenti per i bambini prescindendo dai comprovati danni fisico-psichici. Ma un’ulteriore problematicità, alla quale siamo chiamati direttamente a rispondere come insegnanti, sorge nel lungo termine nel momento in cui non si tiene conto che proprio quell’ampia fascia di età che il farmaco vorrebbe coprire è quella in cui il bambino e l’adolescente ha l’opportunità di fare le giuste e a volte amare esperienze per imparare a controllare l’attenzione, l’impulsività, le tendenze oppositorio-provocatorie. La pillola blocca il sintomo e con esso, negli anni più cruciali, la individuale motivazione a intraprendere il percorso di questa crescita, di questa maturazione. Surroga, attutisce e elimina lo sviluppo di una personalità autonoma in formazione, e con essa l’azione mediatrice del contesto: genitori, gruppo dei pari, scuola. È nel lungo periodo e spesso con sofferenza, dall’imperscrutabile sinergia di fattori diversi e non riducibili, che può avvenire la maturazione profonda della persona. Noi insegnanti abbiamo un ruolo importantissimo in questo processo. Da cui non dobbiamo abdicare. In cui dobbiamo sapere come inserirci senza ricorrere a facili scorciatoie medicalizzanti.

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[1] http://www.iss.it/binary/adhd/cont/Registro_nazionale_dell_ADHD_2007_2016.pdf

 

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Campi di Concentramento: una costante europea!

TRE DATE  storiche della nascita di importanti campi di concentramento

La nascita dei Campi di concentramento, in epoca moderna, inizia con la seconda guerra anglo boera 1899-1902. Fu il generale britannico Horatio Kitchener che progettò e fece costruire nel                 Marzo 1901 dei campi di concentramento (concentration camp) in cui fame e malattie la facevano da padroni. Dei centomila deportati, 26.000 tra donne e bambini boeri ed altrettanti e forse più indigeni morirono. Strategia criminale, consueta per l’impero britannico,  cui si affiancò la strategia della terra bruciata (scorched earth): circa 30 mila fattorie furono incendiate, le coltivazioni distrutte ed i capi di bestiame sottratti o uccisi, rastrellamenti, deportazione dei civili, distruzioni del territorio e dei campi di concentramento per vincere la resistenza boera.

Marzo 1933 nasce il primo campo di concentramento nazista a Dachau, su iniziativa di Heinrich Himmler. Ne seguirono 15.000 secondo alcune stime, ma forse anche di più, accompagnati da fosse comuni, forni, e tutte le nefandezze che conosciamo.

Agosto 2017 con finanziamenti e armamenti europei, con il governo italiano in testa e l’accordo della grandissima parte del parlamento, si ripristinano in Libia i Campi di concentramento per le popolazioni africane che fuggono da guerre, fame e carestie. Precedentemente il governo Berlusconi aveva ottenuto campi simili negli accordi con Gheddafi.

Questi sono i più conosciuti, ma ricordiamo anche quelli in Algeria prodotti dall’occupazione francese, quelli in Libia realizzati dall’occupazione fascista italiana progettati da Rodolfo Graziani, e tantissimi altri, frutto della civiltà capitalistica imperialista di questa bella Europa!

Grandi prove di civiltà. Non c’è che dire

 

 

 

 

Member of Libya’s Navy stands near illegal immigrants who tried to flee the coast to Europe after they were detained at Libyan’s navy base in the the coastal city of Tripoli, September 3, 2015. A boat carrying migrants sank off Libya’s Mediterranean coast, killing at least 37 people, a local official said on Sunday, the second such fatal accident within days. REUTERS/Ismail Zitouny

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Un agosto di suicidi nelle carceri. Fermiamo la strage!

Altri due suicidi negli ultimi giorni di agosto nelle carceri italiane! 

La risposta dei detenuti: proteste e rivolte contro le condizioni di vita sempre più schifose.

Nella trasmissione a RadiOndaRossa di mercoledì 30 agosto ho già denunciato questo assurdo crimine di stato ed ho denunciato le inammissibili pretese di chi vuole contrastarlo usando la psichiatria.

La trasmissione si può ascoltare qui.

Ancora ieri, il 31 agosto, altri due suicidi:

– un 21enne tunisino si è ucciso in cella, impiccandosi nel carcere Don Bosco di Pisa

– Un uomo di 37 anni, croato, si è tolto la vita nel carcere di Torino.

Nel carcere di Pisa, dopo questo ennesimo suicidio, i detenuti hanno protestato duramente. È intervenuta la polizia in tenuta antisommossa all’interno del carcere per imporre, con la forza, il rientro dei detenuti nelle celle. La rivolta è iniziata all’1,45 di notte ed è durata diverse ore.  «I detenuti si sono asserragliati a uno dei piani dell’istituto occupandolo fino a che a metà mattina sul posto è arrivato il capo del Dap, (Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria), Santi Consolo». Il capo del Dap «ha parlamentato con i detenuti per riportare la calma e ha invitato una loro rappresentanza di cinque persone all’esterno della zona occupata» e «al termine del colloquio, durante il quale hanno manifestato il dolore per la morte del loro compagno, tutti i detenuti coinvolti nei disordini hanno fatto rientro nelle sezioni detentive».

Solidarizziamo concretamente con la popolazione detenuta che si ribella a questo massacro nelle carceri.

Dal 2000 ad oggi, 31 agosto 2017, nelle  carceri italiane sono morte 2.690 persone detenute di cui 973 suicidi.

Fermiamo la strage, sosteniamo le proteste della popolazione detenuta!

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