Cinquant’anni fa la strage di Avola

I braccianti scrollatisi di dosso il controllo della mafia e dei caporali intensificano la lotta per affermare i propri interessi. Lo stato risponde con la strage.

Il 2 dicembre 1968, ad Avola, la polizia aprì il fuoco contro una manifestazione di braccianti, sotto i colpi della forza pubblica rimasero uccisi Giuseppe Scibilia e Angelo Sigona, circa 50 i feriti da arma da fuoco e centocinquanta le denunce.

Avola una cittadina, a pochi chilometri da Siracusa, è una zona ricca di orti e di agrumi. Conosciuta per la qualità delle mandorle, le migliori.

Da tempo era iniziata la protesta dei braccianti, rivendicavano l’aumento della paga giornaliera dalle 3.110 alle 3.480 lire come percepivano i braccianti della zona A. In quell’Italia latifondista, democristiana e mafiosa le aree erano divise in “gabbie salariali” con paghe diverse. La provincia di Siracusa era divisa in due zone: la zona A, che comprendeva i comuni di Lentini, Carlentini e Francoforte e la zona B, con Siracusa e i restanti comuni della provincia, in cui la paga era inferiore e l’orario di lavori più lungo di mezzora. La logica delle “gabbie salariali” riguardavano tutto il territorio nazionale, serviva a favorire gli investimenti di capitale e i profitti conseguenti e indeboliva la compattezza della forza lavoro, frantumata dalle differenze salariali. Ci sono voluti i possenti scioperi del 1968-69 per spazzare via le “gabbie”, oggi rinate sotto altre forme.

I braccianti agricoli aderenti alle organizzazioni sindacali (Cgil, Cisl e Uil) da due anni avevano intrapreso una grande lotta, con numerose proteste e scontri come quelli verificatisi a Lentini con feriti e arresti, per ottenere un aumento del 10 per cento sulle paghe per equipararle a quelle della zona A.

Gli agrari si arroccarono sul NO e rifiutarono perfino l’incontro con le rappresentanze sindacali. Gli scioperi si intensificavano, il 25 novembre veniva indetto uno sciopero generale per sbloccare la situazione, oltre 30.000 lavoratori agricoli entrarono in sciopero, proprio nelle giornate in cui maturavano le arance. La lotta si allargò e si inasprì, coinvolse anche i sindaci dei paesi che partecipavano ai cortei.

Il 2 dicembre venne indetto ancora uno sciopero generale per la vertenza dei braccianti. Loro avevano l’appoggio della popolazione e degli studenti e in massa dilagarono nelle strade provinciali, ostruendole con mucchi di pietra. A questo punto il governo, sollecitato dagli agrari, attivò i prefetti perché ordinassero ai sindaci di far rimuovere i blocchi, ma il sindaco di Avola, Giuseppe Danaro rispose «andrò a unirmi agli scioperanti per presentarmi alla polizia e intimarle di abbandonare il paese».

I braccianti si erano scrollatisi di dosso il controllo della mafia e dei caporali ed erano lì ad affermare i propri interessi, non restava allo stato che tirar fuori i militari: arrivarono nove camionette cariche di agenti, per complessivi novanta militari col mitra, il tascapane pieno di bombe lacrimogene e l’elmetto da guerra. Questi iniziarono lanciando quantità enormi di bombe lacrimogene cui risposero grandinate di pietre proletarie, anche il vento si ribellò e scelse da che parte stare rimandando il fumo in faccia ai militari. Altri braccianti accorsero a ingrossare il blocco. lo stato non volle cedere e ordinò la fucilazione di massa, che scompaginò il blocco di scioperanti.

Due ammazzati con i mitra, tanti i feriti da arma da fuoco, oltre 50 arrestati e 150 denunciati. I militari dopo il massacro se ne andarono velocemente, temevano che dai paesi la rivolta li sommergesse.

Restarono sulla strada oltre due chili di bossoli, carcasse di due automezzi della polizia dati alle fiamme., chiazze di sangue. Sulle motociclette e motorini dei braccianti i militari avevano sparato sui serbatoi per sfregio, per vendetta, per vigliaccheria, per impedire di spostarsi. Lo stile dei militari riproduce esattamente quello mafioso, se ti ribelli devi essere punito, non si trasgredisce l’ordine e, con le armi si ribadisce a tutti qual’è l’ordine del potere: l’alleanza capitalisti, stato, mafia non ammette ribellioni.

Saputo della strage di Avola, in ogni posto di lavoro si attuarono fermate dal lavoro e manifestazioni.

Sindacati e sinistra moderata chiesero il “disarmo della polizia”, per poi dimenticarsene e diventare, dopo qualche anno, questurini.

Le assemblee cittadine e di fabbrica analizzarono i motivi della strage. Era tutto terribile ma chiaro! L’apparato di potere aveva detto la sua con decisione: l’ordine capitalistico-mafioso è immodificabile; le briciole del “boom economico” verranno offerte alle masse solo in cambio della totale sottomissione.

La strage di Avola e quelle successive (il 9 aprile eccidio di stato a Battipaglia) ha dato uno scossone al movimento del ‘68,  per far capire che la polizia di stato può sparare. Difatti sparerà anche nelle manifestazioni studentesche, come la notte del Capodanno del ‘68 durante una contestazione a Viareggio degli studenti contro i frequentatori del lussuoso e squallido locale notturno “La Bussola”: Soriano Ceccanti rimarrà paralizzato dai colpi di arma da fuoco e continueranno

Avola, con la sua rivolta, contrastata dallo stato con la strage, ha segnato uno spartiacque per tutto il decennio successivo: non più subire, rilanciare l’offensiva di classe contro questo sistema marcio da rivoluzionare dalla fondamenta.

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Aumentano le morti in carcere e nei posti di lavoro!

I luoghi cardine di quest’ordine sociale: Carcere e fabbrica (posto di lavoro) producono sempre più MORTI.

Morti in carcere : al 25 Nov 2018,  60 suicidi e un totale di 134 di morti per cause da accertare

– lo scorso anno, alla stessa data: 47 suicidi e un totale di 115 per cause da accertare, il  27% in crescita i suicidi!

Perché si muore in carcere?

Morti sul lavoro: al 31 agosto 2018 sono 713  i morti sui luoghi di lavoro il 6,4% in più dello scorso anno

Perché si muore sul lavoro?

Dunque le morti crescono e le tensioni aumentano, aggiungendo alle morti gli atti di autolesionismo in carcere, intorno ai diecimila, e le 641.000 denunce di infortunio nei posti di lavoro nell’anno scorso, con 571 menomazioni fisiche.

Ancora e sempre Carcere e Fabbrica. Le due strutture intorno a cui ruota l’ordine produttivo del sistema capitalistico.

La fabbrica, o posto di lavoro, esprime la sudditanza ai dogmi del presente capitalista, il mercato, la crescita, il debito, lo spread, l’impresa, la produttività, ecc. Le persone che lavorano nelle fabbriche, chiamiamoli anche posti di lavoro, producono tutto quello che è intorno a noi e che utilizziamo per vivere e anche per morire. Ma sono anche quelle che pagano sulla loro pelle il mantenimento di questo schifoso ordine.

Il carcere, esprime la necessità del sistema capitalista di ammaestrare le persone e modellarle in sintonia con un ordine immutabile e una rigida disciplina. Queste le condizioni per essere riammesse nel consorzio sociale, con lo status di persona sfruttata, sottomessa e, come tale, accettata.

Alcuni/e obietteranno: ma il carcere e la fabbrica sono cambiati!

Sono cambiati i nomi, le definizioni, gli aggettivi: ad esempio: stanza di pernottamento invece di cella; collaborazione invece di subordinazione, ecc., ma è un cambiamento per farli restare tali e quali nelle loro funzioni essenziali.infortuni, atti di auto

Ciò che succede in questi due mondi così connessi, Carcere e Fabbrica, possono essere un indice della condizione dell’intero ordine sociale. E ne viene fuori una condizione disastrosa e insopportabile.

Perché ancora sopportare?

Perché non imprimere alle tensioni, che pure si esprimono, una direzione conflittuale in grado di imporre un cambiamento nel senso degli interessi strategici delle persone sfruttate e sottomesse.

Dobbiamo farlo! Non c’è più tempo per aspettare!

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Il carcere uccide – tutte/i a Velletri

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Morti per Suicidio in carcere dal 1 gennaio al 15 novembre 2018 sono  =58=

su un totale di =128= morti per carenza cure mediche o per cause da accertare.

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4 novembre, ma quale vittoria?

4 Novembre, ma quale vittoria?

Ne hanno fatte di commemorazioni, cerimonie, inni cantati, bandiere sventolate e discorsi ufficiali per ricordare con enfasi un orribile grande massacro: circa 37 milioni, tra cui più di 16 milioni di morti e più di 20 milioni di feriti e mutilati, sia militari che civili. Uno sterminio, superato soltanto dal successivo grande massacro della seconda guerra mondiale (le cui motivazioni furono le conseguenze di quel primo grande massacro). Una carneficina di persone innocenti causate dalla stupida grettezza dei generali e dalla avidità dei politici, convinti che sul tavolo della spartizione finale del bottino, un gran numero di vittime in combattimento consentiva di richiedere più territori.

Hanno detto tante cose inutili e dannose, ma hanno dimenticato di ricordare il vero motivo della fine della guerra. Non è stata “l’eroico sacrificio” dei ragazzi diciottenni mandati a morire inutilmente; né l’opera di diplomazie accorte e capaci, né la consapevolezza di leader politici cui piaceva continuare l’affare guerra.

La parola FINE all’infamia della “grande guerra” è stata messa dalla rivoluzione dei marinai, soldati e operai in Germania.

Nazionalismi, senso di appartenenza, patria, simboli e bandiere hanno solo contribuito a generare il massacro. La coscienza della classe proletaria l’ha fatto cessare. Questa è la verità. Il resto sono chiacchiere miserevoli!

Questi i fatti:

Nella notte tra il 29 e il 30 ottobre 1918 iniziò la grandiosa rivolta dei marinai tedeschi, che mise fine al primo massacro mondiale.

Nonostante i quattro anni di guerra già trascorsi che avevano massacrato e affamato gran parte del proletariato europeo, i vertici militari drogati di un nazionalismo fascistoide in combutta con la frenesia di imprenditori, banchieri e politici che volevano continuare a fare affari sulla sporca guerra.

Dalle fila della classe operaia più cosciente, attiva e organizzata d’Europa, dopo quella russa, partì un secco rifiuto alla continuazione di quella porcheria omicida. Il massacro, di cui erano corresponsabili i dirigenti dello stesso movimento operaio (socialdemocratici) avendo votato i crediti di guerra e appoggiato la borghesia dei rispettivi stati nazione per rilanciare l’economia in crisi con lo sterminio di vite e di ambienti umani, doveva cessare.

Così gridarono i marinai in quella notte della fine di ottobre del 1918.

Sulle navi da battaglia del Primo Squadrone la “Thuringen” e la “Helgolandsi verificarono veri e propri atti di ammutinamento e sabotaggio.

La mattina del 4 novembre gruppi di rivoltosi si mossero per la città coinvolgendo le numerose caserme del territorio. Karl Artelt organizzò il primo consiglio dei soldati, cui presto ne seguirono altri. I soldati e i lavoratori presero il controllo delle istituzioni civili e militari di Kiel. Il governatore della base della marina Wilhelm Souchon si vide costretto a negoziare e ritirare le accuse ai marinai imprigionati.

Le truppe mandate dai comandi militari per reprimere la rivolta, furono intercettate dagli ammutinati, i soldati dell’esercito in parte si ritirarono, in gran parte si unirono al movimento dei rivoltosi.

Così la sera del 4 novembre 1918 Kiel era saldamente nelle mani di circa 40.000 marinai, soldati e lavoratori ribelli e organizzati in Consigli.

Nelle stesse ore, a Berlino i Delegati Rivoluzionari delle grandi industrie avevano progettato un sovvertimento per l’11 novembre, ma erano stati colti di sorpresa dagli eventi rivoluzionari iniziati a Kiel. La sera del 9 novembre questi operai occuparono il Reichstag e formarono un parlamento rivoluzionario.

La rivolta operaia covava da tempo. Nelle fabbriche di armamenti la produzione si riduceva continuamente per la non-collaborazione della classe operaia che, da un po’ di tempo, era passata a veri e propri atti di sabotaggio. Crescevano consigli operai in tutte le fabbriche tedesche.

Delegazioni dei consigli dei marinai, dei soldati e degli operai si recavano in tutte le maggiori città tedesche. Il 6 novembre Wilhelmshaven era nelle loro mani; il 7 novembre la rivoluzione abbracciava città come Hannover, Braunschweig, Francoforte e Monaco di Baviera. A Monaco un consiglio dei soldati e dei lavoratori costrinse l’ultimo re di Baviera, Ludovico III, ad abdicare. La Baviera fu il primo stato dell’Impero ad essere proclamato repubblica da Kurt Eisner della USPD. Nei giorni seguenti anche negli altri stati tedeschi tutti i principi reggenti abdicarono, l’ultimo il 22 novembre fu Günther Victor dello Schwarzburg-Rudolstadt.

Intanto il 9 novembre 1918 Karl Liebknecht, da poco rilasciato dal carcere e tornato a Berlino per rifondare la Lega Spartachista, proclamava la Repubblica socialista, da un balcone del Castello di Berlino. Due ore prima Philipp Scheidemann, vice presidente della socialdemocrazia, non volendo lasciare l’iniziativa agli Spartachisti, si affacciò su un balcone del Reichstag e con mossa molto astuta e contro la volontà dichiarata dello stesso Ebert – davanti ad una folla di dimostranti proclamò la fine dell’impero e la nascita della Repubblica.

Intanto il 28 ottobre 1918 la costituzione del 1848 era stata emendata per rendere il Reich una democrazia parlamentare contrariamente a quanto previsto dalla costituzione del 1871. Nasceva il “Consiglio dei Commissari del Popolo” (Rat der Volksbeauftragten), composto da membri della MSPD e della USPD.

Poi la rivoluzione venne sabotata dalla leadership socialdemocratica; e le guerre, lo sfruttamento e l’oppressione continuarono.

Per leggere l’andamento di quei giorni vai qui  

quiquiquiqui  e  qui

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Concerto contro le pene capitali

2 Novembre 2018

P RIMO CONCERTO CONTRO LE PENE CAPITALI

Ergastolo e Pena di Morte

Roma, Auditorium Via di Santa Croce in Gerusalemme, 55. Ore 18

La cooperativa Sensibili alle foglie e Spin Time Labs si fanno promotori di questo evento contro le pene capitali nel mondo. Anche se in Italia la pena di morte è abolita, vige tuttavia la pena dell’ergastolo che non ne costituisce un’alternativa, in quanto essa stessa è “pena fino alla morte”.  Pena di morte ed ergastolo sono due istituti penali che inducono l’agonia in chi vi viene condannato, decretando la morte della persona ad ogni prospettiva sociale e il suo lento “vivere morendo”.

L’intento del concerto è quello di favorire uno spostamento narrativo, arricchito dal linguaggio musicale, che collochi con decisione l’ergastolo fra le pene capitali. E’ stato scelto simbolicamente come data il due novembre, giorno dei morti, per consentire a quelle parti di società, attente a questi temi, di raccogliersi per celebrare il proprio lutto in relazione all’esistenza di una morte sociale da pena capitale, esplicitando la propria umana sofferenza e la propria indisponibilità al fatto che delle istituzioni, che agiscono in nome del popolo italiano, possano condannare e condannino persone all’agonia fino al sopraggiungere della morte. Nello spirito di promuovere una cultura abolizionista delle pene capitali sono stati invitati alcuni musicisti a comporre uno o più brani intorno al tema dell’ergastolo e della pena di morte e le associazioni attive contro le pene capitali, a sostenere il concerto con la loro adesione. La risposta è stata positiva: 15 i musicisti che hanno accolto l’appello e che eseguiranno complessivamente 25 brani. Dieci le associazioni che sostengono il concerto e che saranno presenti con materiale informativo.

Con questa lettera si invitano le persone con una aspirazione abolizionista e i cittadini tutti a non mancare all’appuntamento testimoniando in tal modo la loro indisponibilità alle pene capitali e l’esistenza di una umanità in cammino e non in trincea.

L’ingresso al concerto prevede una offerta minima di 5 euro, che consentirà di far fronte alle spese di organizzazione.

Per ulteriori informazioni

Nicola Valentino, nicolavalentino1954@gmail.com

Giulia Spada, dr.ssagiuliaspada@gmail.com

Paolo Perrini, paoloperrini@hotmail.com

Sensibili alle foglie facebook

Spi Time Labs facebook

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Libertà di opinione contro i ricatti aziendali

Lettera aperta. Libertà di opinione contro i ricatti aziendali

Vi chiediamo di aderire (individualmente o collettivamente) e di diffondere questa lettera contro i licenziamenti politici e i ricatti delle aziende contro delegati sindacali, lavoratori e precari in lotta.

Per la libertà di opinione e organizzazione nei posti di lavoro e ovunque.

Per costruire una rete di solidarietà mutualistica a sostegno di delegati e precari che si mobilitano sotto il ricatto aziendale.

Augustin Breda, operaio Electrolux RSU; Riccardo De Angelis, RSU TIM spa; Dante De Angelis, Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza Ferrovie; Gian Paolo Adrian, Rsu operaio Fincantieri

Per adesioni via mail: lavoratoriautoconvocati@gmail.com

Sono sempre più frequenti i provvedimenti disciplinari da parte delle aziende contro lavoratori/trici e delegati sindacali che esprimono opinioni pubbliche dentro e fuori i luoghi di lavoro che concernono le condizioni lavorative, le vertenze le ristrutturazioni o sui problemi di sicurezza e appalti.

Diventano più frequenti anche le sentenze con cui la magistratura conferma la legittimità del cosiddetto “obbligo di fedeltà” nei confronti dell’azienda.

L’articolo del codice civile che ne parla è il 2105. Il titolo di questo articolo è infatti proprio “Obbligo di fedeltà”. Il testo dell’articolo però elenca precisamente i casi in cui varrebbe questo obbligo. Infatti, esso così recita: “Il prestatore di lavoro non deve trattare affari, per conto proprio o di terzi, in concorrenza con l’imprenditore, né divulgare notizie attinenti all’organizzazione e ai metodi di produzione dell’impresa, o farne uso in modo da poter recare ad essa pregiudizio”.

Questo articolo, tante volte richiamato per giustificare licenziamenti individuali di lavoratori, non impone un generico dovere di fedeltà verso il datore di lavoro, ma si limita a stabilire per i lavoratori e le lavoratrici il divieto di concorrenza ed il divieto di divulgazione delle notizie riguardo l’organizzazione dell’impresa. Ossia vieta comportamenti che possono pregiudicare la competitività dell’azienda sul mercato a vantaggio del lavoratore stesso o di una specifica impresa concorrente. Non c’è traccia di limitazione della libertà di opinione né tanto meno di quella sindacale (garantite tra l’altro dalla Costituzione). E’ evidente quindi come la stragrande maggioranza dei licenziamenti che si appellano al presunto “obbligo di fedeltà” siano licenziamenti politici e atti di intimidazione contro chi intendesse mobilitarsi attivamente contro lo strapotere aziendale.

DA PARTE DELLA CASSAZIONE VI E’ STATA QUINDI UNA INGIUSTA E IMMOTIVATA INTERPRETAZIONE ESTENSIVA DI QUESTA NORMA CHE AUSPICHIAMO SIA AL PIU’ PRESTO SOTTOPOSTA AL GIUDIZIO DI LEGITTIMITA’ COSTITUZIONALE.

Il metodo del defunto Marchionne, santificato solo poche settimane fa, non ha lasciato solo schemi organizzativi di produzione che “portano a valore” anche i tempi perduti per i bisogni fisiologici, ma la totale supremazia degli interessi del profitto, perfino sul pensiero di chi lavora.

L’OBBIETTIVO SEMBRA ESSERE QUELLO DI STERILIZZARE ANCHE LE CAPACITA’ DI RIFLESSIONE, DI ELABORAZIONE CRITICA DEI MODELLI PRODUTTIVI E FINANCHE LA POSSIBILITA’ DI DISCUSSIONE TRA I LAVORATORI.

L’idea che si esca dalla “crisi”, dando mano libera agli interessi di impresa, è il presupposto per cui tutto deve contribuire agli utili. Tutto, compreso il “welfare”, deve portare profitto alla stessa.

La motivazione che viene anche usata come giusta causa nei provvedimenti disciplinari, è che niente deve disturbare la creazione del profitto, nulla deve nuocere.

Denunciare l’organizzazione del lavoro di una azienda che si ingegna ogni giorno per strappare quote sempre più marginali di profitto tanto da compromettere la salute dei dipendenti è quindi …lesiva!

Criticare a torto o a ragione le condizioni in cui versano i lavoratori è “denigratorio e lesivo dell’immagine aziendale”, mentre risulta sempre più accettabile che si possa sottopagare un lavoro, non applicare i contratti, appaltare e sub appaltare, non rispettare le leggi su sicurezza igiene negli ambienti di lavoro ecc… Il fine ultimo non è il benessere dei cittadini (come hanno tentato di farci credere per anni con la formuletta profitto=sviluppo=benessere) bensì prima gli utili…altro che prima gli italiani!

Perciò, in questo schema autoritario, un dipendente, in quanto tale non può esprimere la sua opinione se non VUOLE incappare sempre più spesso nella repressione padronale, volta non solo a tacitare la voce stonata CON ATTI SANZIONATORI ma ‘PIEGARE’ E SOTTOMETTERE ANCHE SOTTO IL PROFILO PSICOLOGICO QUALSIASI ESPRESSIONE, PENSIERO O COMPORTAMENTO RITENUTO OSTILE ALLE ASPETTATIVE AZIENDALI.

E’ PARADOSSALE CHE IN TEMA DI LIBERTA’ FONDAMENTALI, QUALI QUELLO DI PENSIERO E DI PAROLA, IL CITTADINO ‘DIPENDENTE’ SIA SOTTOPOSTO A UN REGIME RIDOTTO – BEN OLTRE IL CONTENUTO DELL’ARTICOLO 2105 – RISPETTO AI DIRITTI RICONOSCIUTI ALLA GENERALITA’ DEI CITTADINI.

Viceversa anche quando il tema sono i morti sul lavoro: si può far esprimere liberamente nelle interviste dei TG nazionali un padrone, o un caporale, i quali ci spiegano perché “siano costretti” ad avvalersi di lavoro nero, sottopagato e senza alcuna tutela immediata e posticipata, in quanto altrimenti non avrebbero abbastanza margine per essi stessi, se a parlare e denunciare è il lavoratore allora è leso l’obbligo di fedeltà.

Questa è la sintesi di una dicotomia che si espande in ogni ambito nella società con il principio “prima di tutto i profitti”. Chi come noi invece denuncia da tempo la sottovalutazione delle conseguenze di tale principio, non si RASSEGNA ALLA strage perpetua DEI 13.000 morti sul lavoro in 10 anni, ai disastri ferroviari, ai ponti che cadono, ai tetti delle scuole o delle chiese che crollano MA VUOLE INCIDERE SULLA REALTA’ ANCHE CON LA VOCE CHE ARRIVA DIRETTAMENTE DAI LUOGHI DI LAVORO perché SIAMO PIENAMENTE CONSAPEVOLI E viviamo tutti i giorni questa politica in cui non si investe sulla sicurezza, sul benessere, sulla salute delle persone SE NON dove si possa attendere una remunerazione e UN PROFITTO.

Questa non è una qualsivoglia società civile, ma barbarie!

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Indagine su un’epidemia: ingente uso degli psicofarmaci

Presentazione di “INDAGINE SU UN’EPIDEMIA”, di e con R. Whitaker

Sala Ovale, Parco delle Energie –  Roma, Via Prenestina 175

Una recensione sul libro di Whitaker “Indagine su un’epidemia” QUI

Alcune segnalazioni su giornali e riviste: QUIQUIQUI  e  QUI

Per ascoltare la registrazione di un’intervista a Robert Whitaker sul suo libro, fatta a radio Wombat dal collettivo antipsichiatrico di Pisa, Artaud, clicca QUI

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Arrestato il sindaco di Riace

La comunità di Riace colpita slealmente

Un’altra ignominia compiuta dalla giustizia italiana grazie all’applicazione della legge che punisce il “favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”. Arresti domiciliari per il sindaco di Riace Domenico Lucano e il divieto di dimora per la sua compagna Tesfahun Lemlem.

Il piccolo comune di Riace, grazie all’opera del sindaco e all’attivazione della comunità, con le molteplici attività di accoglienza e integrazione, è diventato il comune più esaltato nel mondo e punto di riferimento per smentire tutte le sciocchezze che si urlano sul fenomeno migratorio.

Favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e fraudolento affidamento diretto del servizio di raccolta dei rifiuti, le accuse contestate, ma il Gip di Locri ha smussato molto le accuse della Procura della Repubblica di Locri, rigettando le più pesanti.

Ricordiamo tutte e tutti, lo spero, che la legge su cui si è basata la Procura della Repubblica per le accuse contro il sindaco di Riace è la famigerata Legge del 30 luglio 2002, n. 189, nota come la legge Bossi-Fini, del governo Berlusconi, che ha disciplinato l’immigrazione modificando in senso fortemente repressivo e punitivo la normativa  esistente in materia (Decreto legislativo 25 luglio 1998, del governo Prodi, anch’esso inadeguato a comprendere il fenomeno migratorio che già aveva avuto inizio e mettere in atto politiche dell’accoglienza e meccanismi e strutture adeguate). È inutile ricordare la personalità “integerrima” dei due firmatari, Bossi e Fini, ne sono piene le cronache.

Va ricordato invece che i primi tempi dell’operare di questa legge ha visto l’incriminazione di numerosi comandanti di navi per aver salvato e portato a bordo persone che stavano per affogare in mare. Una delle più indegne figuracce fatte dal ceto politico italiano che ha messo davanti all’incolumità delle persone la tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica, facendo diventare  “reato” penale una norma secolare, accettata da tutte le civiltà marinare che intimava di salvare in mare chiunque (anche nemici) a rischio di annegamento.

Svegliamoci!!!!!!!!!! 

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La “controriforma” del governo impone un sistema carcero-centrico!

 La controriforma carceraria del nuovo governo:

carcere, solo carcere, sempre più carcere!

   Il Consiglio dei ministri del 27 settembre scorso ha approvato 5 decreti legislativi in attuazione della legge delega per la riforma del Codice penale, del Codice di procedura penale e dell’ordinamento penitenziario (legge 23 giugno 2017, n. 103).

Il governo attuale, dopo aver bocciato la riforma del governo precedente, con questo nuovo O.P. (Ordinamento Penitenziario) decide di non voler favorire l’accesso alle misure alternative, ossia dare piena attuazione al decreto legge 23 dicembre 2013, n.146, che doveva ridurre le presenze in carcere in favore delle misure alternative, come richiesto dalla CEDU (Corte europea dei diritti dell’uomo). Una norma, quella del 2013 che aveva visto impantanarsi nelle pastoie burocratiche le richieste dei detenuti.

Il sistema sanzionatorio italiano è sempre più un sistema carcero-centrico.

Il governo attuale ha buttato nel cestino la gran parte del lavoro svolto dagli «Stati Generali dell’Esecuzione penale», dove oltre duecento esperti con competenze, studi e statistiche di settore, volevano contribuire ad avvicinare l’attuale sistema di carcerazione italiano al dettato costituzionale e ai trattati internazionali e ha varato una “controriforma” che punta a sempre più carcere e solo carcere.

Ciò è ancor più chiaro se colleghiamo questo decreto con l’impegno del governo a rilanciare il defunto “piano carceri” che prevedeva la costruzione di nuovi istituti penitenziari, con grande e inutile spreco di denaro pubblico ed enormi profitti per le società che costruiscono i moderni templi sacrificali.

Il testo del nuovo O.P. è ridondante di belle affermazioni astratte e generiche, come: il richiamo al dovere dell’amministrazione di garantire il “rispetto della dignità della persona nonché il rifiuto esplicito di ogni violenza fisica o morale”. Così come si afferma il “principio di non discriminazione nei confronti dei detenuti in ragione del loro sesso, del loro orientamento sessuale o della loro nazionalità”.

Nel testo si ribadisce che il lavoro per le persone detenute debba essere “aspetto centrale per il percorso di reinserimento, che deve essere remunerato e non afflittivo”  e, per chi partecipa gratuitamente a progetti di utilità sociale, viene diminuita la detenzione di un giorno ogni cinque di lavoro, senza stanziare fondi per le attività lavorative che negli ultimi anni hanno subito una netta restrizione.

Queste parole sono le stesse che troviamo scritte nell’ O.P. del 1975 (a seguito della legge 26 luglio 1975, n. 354):” Il trattamento penitenziario deve essere conforme ad umanità e deve assicurare il rispetto della dignità della persona” con il categorico rifiuto delle odiose discriminazioni relative a “nazionalità, razza e condizioni economiche e sociali, a opinioni politiche e a credenze religiose”. Ma poi la realtà carceraria, proprio a partire da quel 1975 ha portato alla realizzazione delle “Carceri speciali”, dell’Art. 90 (antesignano del 41bis), all’uso della repressione più brutale, compreso il letto di contenzione (il balilla) per i promotori delle proteste e delle rivolte, ai continui trasferimenti, all’uso massiccio dell’isolamento, ecc.

Stesse affermazioni si trovano nel regolamento 30 giugno 2000, n. 230 – Regolamento recante norme sull’ordinamento penitenziario e sulle misure privative e limitative della libertà. Che afferma: “Il trattamento degli imputati sottoposti a misure privative della libertà consiste nell’offerta di interventi diretti a sostenere i loro interessi umani, culturali e professionali”.  E ancora “condizioni igieniche e illuminazione dei locali in cui si svolge la vita dei detenuti e internati devono essere igienicamente adeguati.I vani in cui sono collocati i servizi igienici forniti di acqua corrente, calda e fredda, sono dotati di lavabo, di doccia e, in particolare negli istituti o sezioni femminili, anche di bidet. …. Le finestre delle camere devono consentire il passaggio diretto di luce e aria naturali.

Tutte belle parole e validi proponimenti che non hanno impedito alla realtà carceraria di raggiungere un sovraffollamento record nel 2010 -2011 che ha sfiorato le 70mila presenze, costringendo la CEDU a emettere una salata multa allo Stato italiano per aver costretto “le persone detenute a condizioni disumani e degradanti”. Una realtà carceraria infame che ha incrementato i suicidi in carcere (72 nel 2009; 66 nel 2010; 66 nel 2011; 60 nel 2012 e oltre 700 persone morte in carcere, in questi quattro anni, per mancata o insufficiente assistenza) e gli atti di autolesionismo giunti a oltre diecimila.

Il governo evita di confrontarsi sul tema della “giustizia riparativa” ritenendolo un terreno su cui non impegnarsi.

Un altro decreto tratta dell’esecuzione delle pene nei confronti dei condannati minorenni, e afferma: la “riforma l’ordinamento penitenziario per le parti relative all’esecuzione della pena nei confronti dei condannati minorenni e dei giovani adulti (al di sotto dei 25 anni), con particolare riferimento al peculiare percorso educativo e di reinserimento sociale“. Il testo della nota diffusa al termine del Cdm sostiene che il decretointroduce elementi innovativi in merito alle misure penali di comunità e un modello penitenziario che guardi all’individualizzazione del trattamento, con l’obiettivo di delineare un’esecuzione penale che ricorra alla detenzione nei casi in cui non è possibile contemperare le esistenze di sicurezza e sanzionatorie con le istanze pedagogiche“.

Anche qui parole usate e abusate, ma si ignora la disumana realtà nelle carceri minorili messa in luce dalle continue proteste dei minori.

   È questa la realtà normativa e l’obiettivo dei governanti per le carceri oggi. Ma noi sappiamo, per esperienza, che sarà lo svolgersi concreto della conflittualità della popolazione carceraria, sostenuta della popolazione che, da fuori, solidarizza fattivamente, a produrre la realtà del prossimo futuro nell’universo carcerario, non certo le norme!

  Un modo per battere questa “controriforma” c’è ed è quello di urlare da fuori le mura delle carceri “NON SIETE SOLI!” e dare concreta attuazione a queste grido. 

 

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È nata una bambina in carcere!

Ieri 18 settembre 2018 le agenzie hanno battuto la notizia di questa tragedia:

«Tragedia all’interno della sezione “nido” del carcere romano di Rebibbia, dove sono ospitati bimbi fino a tre anni con le proprie madri. Poco dopo le 12 di ieri, una detenuta di 30 anni, di nazionalità tedesca, ha gettato i due figli dalle scale del carcere di Rebibbia. La più piccola è morta, aveva sei mesi, il bambino di 20 mesi è gravissimo e ricoverato all’ospedale Bambino Gesù. La donna era in carcere dallo scorso agosto per detenzione e spaccio di stupefacenti».

Siamo stati tutti e tutte colpiti da questo dramma. È impossibile restare indifferenti.

Ma ci siamo posti  la domanda: cosa ci facevano due creature appena nate in un carcere? Ci siamo dati una risposta? E poi, abbiamo messo in moto una semplice riflessione critica sul perché esistono queste strutture feroci che ingoiano e detengono bambini e bambine, in un paese che si ritiene progredito?

Lascio a voi le risposte a queste domande. Su questo blog potete trovare alcuni spunti per capire cos’è il carcere e perché, dopo oltre 500 anni, ancora gestisce le questioni della cosiddetta “giustizia”.

Le istituzioni stanno già preparando la loro risposta: “la donna aveva problemi psichici, la soluzione è nella psichiatria”. Le istituzioni se la cavano sempre con questa formula; chi non gioisce per quest’ordine economico-sociale oppure si ribella, va preso in carico dalla psichiatria. È un pazzo o una pazza.

Vorrei vedere voi, saccenti moralisti, come reagireste stando in carcere con due creature, nel momento che provate a progettare o solo auspicare un futuro per loro.

Io vi propongo una lettera che mi è giunta da una di queste mamme dopo aver appena partorito una bellissima bambina in carcere. Sono le parole più emozionanti che ho ricevuto dal carcere (che pure conosco bene per averlo frequentato per decenni) l’ho già pubblicata sei anni fa su questo blog, ma è efficace leggerla ora con la tensione e la sensibilità al massimo.

*^*^*^*

La parola a chi sta in carcere: è nata una bambina!

Ciao…,  mi è arrivata oggi la tua lettera e mi ha fatto un immenso piacere anche perché vengo da giorni e giorni di silenzio.   La bambina è nata il …. e l’ho chiamata S…. Ed è bella davvero. Alla fine di una lunga e complicata storia, son riuscita a tenerla con me. Ma domani, proprio domani, lascio questo carcere per andare in una comunità per mamme con bambini. Agli arresti. Se fosse arrivata domani la tua, non l’avrei mai ricevuta.

Ho dovuto accettare questa comunità altrimenti non avrei avuto, probabilmente, la mia bambina. Questo ha deciso il Tribunale dei minori. Dico così perché non ci vado con molta “gioia” visto che mi è stata vietata la corrispondenza, le telefonate e che ho un colloquio ogni 2 mesi e solo con mia madre che, tra l’altro, non ha i mezzi per venire.

Questo è stato il prezzo (caro) per avere con me la bimba. Quindi da un carcere ad un lager. Il passo è breve. Queste misure son state messe perché io da qui potevo uscire con una pena sospesa, da lì con i bimbi, invece, ho un programma di almeno 3 anni. Non sai quanto avrei voluto continuare ad avere una corrispondenza con te/voi. Quanto ne avrei avuto conforto in questo momento. Ma in ‘sta vita troppe volte le cose son arrivate, se e quando, o troppo presto o troppo tardi.

Dopo tutta una gravidanza in infermeria mi son trovata in ospedale per 10 giorni (per via di un’emorragia alla milza sono restata così tanti giorni) sola, completamente sola in mezzo a donne che condividevano con compagni, amici e parenti il lieto evento. Avrei voluto un volto amico vicino a me in quei giorni, anche per 1 minuto mi sarebbe bastato. Mi son detta: “non piangere …”, non piangere, ed ho trattenuto il respiro come quando si va in apnea.

Ecco, ho riniziato a respirare di nuovo, anche se a fatica, una volta lontana da quell’ospedale che x me rappresenta  un surrogato del mondo fuori a cui io non appartenevo da troppo tempo.

Il nido. Mi son ritrovata qui. Il carcere con i bambini! Quanto male fa, credimi. Vedere così tante anime “pulite” in questo inferno.  Qui ho vissuto fino ad oggi, la bambina è la più piccola di tutti e già si è presa la bronchite (quindi tantissimi farmaci che sta prendendo x forza perché qui le madri non decidono niente per il bene dei loro figli) perché i bimbi stando chiusi se la passano a rotazione e stanno sempre male.

Inoltre mi sono ritrovata ad essere una minoranza (cosa che ho già sperimentato tante volte nella vita mia) perché son quasi tutte …. Ovvio che per me non è  assolutamente un problema, ma credo lo sia per qualcuna di loro. È notte, tutto tace ed io mi sono accorta solo ora che scrivo da 1 ora senza mai fermarmi neanche per pensare. La bambina dorme, ogni tanto sorride. Domani andremo via e spero solo che per lei sia un posto migliore di questo.

Mi chiedo come sia possibile che questi bimbi siano qui li vedi correre su e giù per questi corridoio prima della chiusura e credimi che sanno, forse più di noi adulti “inquinati”, dove sono e cos’è questo posto. Vedi madri, x dio, che, come me, stanno con i loro figli qui da appena arrivati in ‘sto mondo, e che a breve compiranno 3 anni e verranno allontanati. Le vedi dagli occhi ‘ste  madri. E non ho mai visto così tanto dolore come nei loro occhi.

Qui tutti decidono, non solo per te, ma anche per loro al posto tuo. Ed è atroce sentirti dire come tenerlo, educarlo, incoraggiarlo o sgridarlo. Perché non è vero, o non è detto che lo sia a priori che se una persona ha commesso dei reati sia quindi una cattiva madre.

Sognavo da sempre di dare vita alla mia vita, di sentirmi nascere dentro un’anima nuova. Di poter dare il meglio di me, di potermi riscaldare di questo calore nuovo, unico ma così naturale che è divenire madre che ora, seduta su questo letto che condivido con ‘sta piccola vita mia, mi guardo intorno e vedo solo sbarre, cemento. Sento il lezzo della prigionia. Mi chiedo se sia stato giusto. Se –perdio – mettere un’altra vita in ‘sto mondo che non mi piace e convince neanche un po’ sia stato uno sbaglio.

Ma poi, lo sai che c’è, la guardo, afferro una sua manina, ascolto il suo cuore e mi scendono le lacrime per l’emozione e mi dico, a bassa voce, piano per non farmi sentire, che per una volta, una sola volta, non sono io ad aver sbagliato, che valeva la pena (perché anche per una sola vita vale sempre la pena) anche se nasce in galera, anche se si è soli in mezzo a tanti, anche se il cuore ti scoppia per il dolore non ho sbagliato io stavolta. Questa volta no!

Mia figlia è in galera, è nata in galera. E questo mondo, ‘sta società permette questo. È umiliante, credimi, è atroce vederli qui ‘sti bimbi, che poi verranno portati via dalle loro madri con cui vivono un rapporto ancor più intenso ed unico vista la situazione.   S… si è svegliata che vuole mangiare, a lei non importa dove si trova in ‘sto momento, per lei esistiamo solo io e lei. Né sbarre, né galere. Lei mi guarda ed io sono lì – la sua mamma – a lei non importa dove ho sbagliato, che cazzo di reato ho commesso. A lei non importa chi sia la guardia di turno a controllarmi, lei afferra un solo dito della mia mano e mi tira, mi porta su, in un mondo nuovo, il suo, dove le persone sono tutte uguali, dove un sorriso genera allegria, dove esiste la libertà di essere ciò che si è, dove tutto è più semplice, davvero.

Spero un giorno di poterci scrivere di nuovo – quando riavrò la possibilità di avere la corrispondenza te lo farò sapere. Ti ringrazio tanto perché la tua lettera mi ha fatto aprire un po’ ed era troppo tempo che stavo in apnea, nei giorni sempre uguali, in un silenzio che mi gridava da troppo tempo.

Grazie, davvero, che ci siano persone come te …

Vedi qui la lettera con pezzi dell’originale

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