La strage dei consiliaristi comunisti tedeschi 101 anni fa

101 anni sono passati da quella notte tra il 15 e il 16 gennaio 1919 in cui la compagna Rosa Luxemburg e il compagno Karl Liebknecht, e un numero enorme di attivisti/e comunisti del KPD (Partito Comunista di Germania) furono uccisi dalle formazioni Freikorps, Queste bande di criminali fascisti vennero utilizzati non da figuri dell’estrema destra, ma da Gustav Noske, il ministro della Difesa tedesco, e dirigente del SPD il partito socialdemocratico, spaventati dalla espansione del “movimento dei consigli” che si diffondeva in tutta la Germania, nelle fabbriche, tra l’esercito e nella marina tedesca.

Il 6 dicembre 1918 si esplicitò il piano del governo del socialdemocratico Friedrich Ebert di schiacciare e distruggere gli operai insorti e le forze che li appoggiavano. Il governo ordinò che la Volksmarinedivision si trasferisse da Kiel a Berlino e si stabilisse nel castello della città. Intanto il 9 novembre al primo ministro e capo della socialdemocrazia, Friedrich Ebert, il Reichskanzler, principe Maximilian von Baden, aveva trasferito i propri poteri per tacitare le masse. Ebert pretese lo scioglimento della la Volksmarinedivision e il suo ritiro dal Castello, e Otto Wells, comandante della città di Berlino, rifiutò di pagare ai marinai lo stipendio arretrato. Ebert chiese la convocazione affrettata di un Congresso Nazionale dei Consigli, quando ancora la SPD aveva la maggioranza, ebbe luogo dal 16 al 20 dicembre 1918. Ebert riuscì a imporre rapide elezioni per un’Assemblea Nazionale che doveva dar vita a una costituzione per un sistema parlamentare, marginalizzando così il movimento dei consigli che richiedeva una Repubblica Socialista. Il 23 dicembre i marinai occuparono la cancelleria del Reich, tagliarono le linee del telefono, misero il Consiglio dei Commissari del Popolo agli arresti domiciliari e presero prigioniero Otto Wells. Ma diversamente da quanto si erano aspettati gli Spartachisti, non utilizzarono la situazione per eliminare il governo Ebert, bensì insistettero soltanto per avere ancora il loro salario. Ebert, con truppe fedeli al governo, la mattina del 24 dicembre diede l’ordine di attaccare il Castello. Per assicurarsi l’appoggio dell’esercito al suo governo, Ebert aveva fatto un patto col generale Wilhelm Groener (successore di Ludendorff il lurido complice di Hitler nell’organizzazione del Putsch della Birreriail 9 novembre 1923 a Monaco), garantendo le gerarchie militari che non avrebbe riformato l’esercito e avrebbe mantenuto gli alti gradi al loro posto. Nonostante ciò i marinai resistettero con successo a questo attacco, sotto la guida del loro comandante Heinrich Dorrenbach. Nello scontro persero la vita circa 30 persone tra soldati e civili: fu il “Natale di sangue di Ebert.

Per riprendere l’offensiva di classe, Rosa, Karl e altri/e decisero di dar vita al KPD  e il 1° Congresso di Fondazione si tenne dal 30 dicembre 1918 al 1° gennaio 1919, per dar seguito alla Lega Spartachista (Spartakusbund ) dell’11 novembre 1918. Il nucleo dirigente del movimento spartachista erano: Rosa Luxemburg, Hermann Duncker, Hugo Eberlein, Julian Marchlewski, Franz Mehring, Karl Liebknecht, Ernst Meyer, Wilhelm Pieck e altri/e. Il nome intendeva esprimere un maggior livello di organizzazione e una presa di distanza dall’USPD (Unabhängige Sozialdemokratische Partei Deutschlands), Partito Socialdemocratico Indipendente Tedesco, nelle cui fila erano entrati 45 deputati dell’SPD nel marzo 1917 dopo essere stati espulsi dal partito perché contrari alla continuazione della guerra.

Il 15 Gennaio 1919 Rosa Luxemburg, Liebknecht e Wilhelm Pieck vennero catturati e condotti presso l’hotel Adlon di Berlino. Dopo essere stati massacrati, i corpi inermi della Luxemburg e di Liebknecht vennero trasportati lontano su una jeep militare, fucilati e gettati in un canale, Pieck riuscì a trovare la via della fuga. Era il 15 gennaio 1919. Il corpo di Rosa fu trovato solo alcuni mesi dopo; le autorità impedirono che fosse sepolto a Berlino, per timore di manifestazioni e incidenti.

Ecco alcuni scritti di Rosa dal carcere. A queste righe ho aggiunto alcune parole di Hannah Arendt che anni dopo ha ben colto gli elementi di fondo del pensiero della Luxemburg, entusiasmandosene.

[Rosa Luxemburg, “Juniusbroschüre” Scritto nell’aprile 1915, Pubblicato a Zurigo nel febbraio 1916]:

«[…] Le rivoluzioni non vengono “fatte”, e grandi movimenti popolari non vengono inscenati con ricette tecniche tratte pronte dalle istanze di partito. Piccoli circoli di congiurati possono “preparare” per un determinato giorno e ora un putsch, possono dare al momento buono alle loro due dozzine di aderenti il segnale della “zuffa”. Movimenti di massa attivi in grandi momenti storici non possono essere guidati con questi stessi metodi primitivi. Lo sciopero di massa “meglio preparato” in certe circostanze può miserevolmente fallire proprio nel momento in cui una direzione di partito gli da “il segnale di via”, o afflosciarsi dopo un primo slancio. L’effettivo svolgimento di grandi manifestazioni popolari e azioni di massa in questa o in quella forma, è deciso da tutta una serie di fattori economici, politici e psicologici, dal livello di tensione del contrasto di classe, dal grado di educazione, dal punto di maturazione raggiunto dalla combattività delle masse, elementi tutti imponderabili e che nessun partito può artificialmente manipolare. Ecco la differenza tra le grandi crisi storiche e le piccole azioni di parata che un partito ben disciplinato può in tempi di pace pulitamente eseguire con un colpo di bacchetta delle “istanze”. Ogni ora storica esige forme adeguate di movimento popolare: essa stessa se ne crea delle nuove, improvvisa mezzi di lotta in precedenza sconosciuti, vaglia e arricchisce l’arsenale popolare, incurante di qualsivoglia prescrizione di partito».

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[Hannah Arendt, Sulla Rivoluzione (1963), Edizioni di Comunità, Milano 1983, pp. 305-306]:

«[…] L’aspetto più sconcertante dei consigli era che essi attraversavano non solo tutte le linee dei partiti, e riunivano membri di diversi partiti, ma che questa appartenenza partitica non aveva alcuna importanza. Erano insomma gli unici organi politici aperti ai cittadini che non appartenevano a nessun partito. Perciò entravano inevitabilmente in conflitto con tutte le assemblee, coi vecchi parlamenti non meno che con le “nuove assemblee costituenti”, per la semplice ragione che queste ultime, anche nei loro settori più estremisti, erano pur sempre figlie del sistema partitico. In questa fase, ossia nel bel mezzo della rivoluzione, erano i programmi di partito che più di qualsiasi altra cosa dividevano i consigli dai partiti; perché questi programmi, per rivoluzionari che fossero, erano tutti “formule preconfezionate” che non richiedevano azione, ma esecuzione – “di essere messe energicamente in pratica”, come puntualizzava Rosa Luxemburg, con la sua straordinaria chiarezza di idee sulla posta in gioco».

Queste sono alcune parole che Karl Liebknecht ripeteva spesso:   “il nemico principale è in casa nostra!

per approfondire su Rosa, Karl e le vicende di quel periodo vedi qui, qui, qui, qui, e qui,
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Settantanni fa, 1950, l’atteggiamento arrogante di padroni e prefetti si scatena: 6 lavoratori uccisi a Modena

Settanta anni fa … era il 9 Gennaio 1950. Anni duri: la confindustria imprenditoriale, le forze politiche che l’affiancavano e le istituzioni statali, erano impegnate a far arretrare il movimento operaio. Gli strumenti furono usati tutti, dalla repressione al licnziamento, all’arresto. Nel 1951 oltre 2 milioni di disoccupati e altri 4 milioni “occupati marginali”. Repressione. “Tra il 1949 e il 1951 Pci, Psi e Cgil corsero un serio rischio di vedere legalmente limitata la prpria libertà di organizzazione e di riunione. La repressione poliziesca e i conseguenti procedimenti legali contro le organizzazioni di sinistra raggiunsero un livello che non venne mai più superato” [Ginsborg, Storia d’Italia ’43- ’88].

Tra il 1946 e il 1952 circa 75.000 operai, occupati nelle aziende dell’Iri, persero il posto di lavoro. furono licenziati o emarginati gli attivisti più conosciuti e vennero assunti operai giovani, spesso provenienti dalle campagne. l’orario di lavoro andava aumentando, raggiungendo le 12 – 15 ore; era aumentato anche l’impiego di ragazzi sotto i 14 anni. Le denunce fioccavano non solo per scioperi e cortei e picchetti, ma anche per aver diffuso l’Unità, per aver affisso manifesti e perfino per aver partecipato a riunioni o assemblee.

In questo clima avviene il massacro di 6 operai.

“La Prefettura in merito ai gravi incidenti di stamane ha diramato questo comunicato:          […] “All’improvviso, alcune migliaia di operai, fatti affluire anche dalla provincia e dalle zone limitrofe, il che dimostra la preordinazione del piano, assaltavano le forse di polizia presidianti gli stabilimenti in agitazione e precisamente: “Fonderie Riunite”, “Maserati”, “Zanasi”, “Vignone” e alcuni stabilimenti della provincia, usando armi da fuoco, bombe a mano, martelli, sassi e bastoni. Le forse di polizia, per evitare di essere sopraffatte, rispondevano al fuoco, dopo numerosi tentativi di persuasione riusciti vani. Negli incidenti si sono avute le seguenti perdite: sei operai dimostranti rimanevano uccisi e numerosi feriti. Tra le forze dell’ordine risulta ferito gravemente un sottoufficiale da arma da fuoco; un carabiniere e numerosi agenti contusi”.

Nel processo si accertò l’assenza di scontri fra polizia e manifestanti; la premeditazione delle forze dell’ordine di agire con la forza; l’assenza di atti di resistenza alle forze dell’ordine da parte dei manifetanti. Fu stabilito il risarcimento da parte dello Stato ai famigliari delle vittime.

Vedi  quiqui qui

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I cultori del dio profitto … si ritrovano!

La socialdemocratica Sanna Marin, 34 anni, la più giovane premier al mondo, guida una coalizione di cinque partiti al governo della Finlandia. La coalizione comprende altri quattro partiti di centrosinistra, tutti guidati da donne: l’Alleanza di sinistra da Li Anderson, 32 anni; la Lega Verde da Maria Ohisalo, 34 anni; il Partito di Centro da Katri Kulmuni, 32 anni; il Partito Popolare Svedese di Finlandia, che rappresenta la minoranza linguistica svedese del paese, di Anna-Maja Henriksson, 55 anni.

Sanna Marin ha proposto di ridurre l’orario di lavoro a quattro giorni settimanali, ciascuno di 6 ore. Così ha motivato: «Una settimana lavorativa di quattro giorni, di sei ore ciascuno, con lo stesso stipendio. Le persone meritano di trascorrere più tempo con le loro famiglie, con i propri cari, dedicandosi agli hobby e altri aspetti della vita, come la cultura».

Si è subito scatenata la caccia alle streghe tra i seguaci dell’ideologia aziendalista e del dogma del profitto: “Che follia ridurre l’orario di lavoro!” “ Ridurlo proprio ora che, grazie all’ideologia vincente di destra e di estrema destra, lo stiamo allungando!

Chi si lancia all’attacco, lancia in resta, sulle pagine odierne de il Giornale, è il giornalista Nicola Porro che, dopo aver ripreso la battuta di Fantozzi, «una boiata pazzesca» e aver disegnato la «premier finlandese, che giovanissima, ha 34 anni, ed è figlia di due mamme e siccome l’hanno descritta i media internazionali, come il simbolo della modernità » è stato costretto, udite udite, a cercare alleanza, non ve l’immaginata, in … Luciano Lama: «Lama, sì Luciano Lama, riconobbe a metà degli anni ’70 che quell’idea di pagare gli operai indipendentemente dalla produttività era sbagliata».

Nient’altro da aggiungere, le miserie di certo giornalismo si commentano da sole, può servire però a ricordare che 42 anni fa… non abbiamo avuto tutti i torti a cacciare il sig. Luciano Lama e la sua numerosa scorta dall’università, dove era venuto per indottrinarci al culto del profitto.

Forse c’avevamo visto lungo…

Su Lama nel 1977 leggi  qui  e  qui
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Si chiude un anno disastroso nelle carceri. Il prossimo sarà peggiore se non ci attiviamo

Carcere Bologna: osservazioni sul

… primo rapporto della Ausl per il 2019

Rischi abnormi per la speranza di vita e di salute delle persone detenute e degli stessi lavoratori del carcere.

Basta con l’opportunismo della Ausl: la Dozza va dichiarata inagibile e va demolita; il carcere deve essere gestito come un luogo normale dove valgono regole e diritti per i ristretti e per i lavoratori che siano uguali a quelli di “fuori”

Occorre avviare una seria politica di decarcerizzazione, rigettare l’incubo che assilla il ceto politico (più carcere, più consensi elettorali…)

Come di consueto facciamo le nostre osservazioni al rapporto semestrale, attività prevista dalla legge di riforma carceraria del 1975 cui la Ausl adempie regolarmente ma senza mostrare attenzione alle nostre critiche e soprattutto, alle nostre proposte di cambiamento nella redazione del rapporto stesso. La visita “ispettiva” della Ausl è del 24 giugno 2019; la relazione della Ausl è invece del 9 agosto; la abbiamo acquisita il 26 agosto mentre quella relativa al carcere minorile ci è giunta a settembre.       Leggi ancora

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A Roma nelle carceri di Rebibbia e di Regina Coeli, il sovraffollamento è sconvolgente:

Rebibbia presenze 1.646 su un totale di posti disponibili 1.072 con un sovraffollamento pari al 53%;

ancor pegio a Regina Coeli con presenze 1.005 su un totale di posti disponibili 972 con un sovraffollamento pari al 71%.

Le morti nelle carceri italiane nell’anno 2019 sono 131 di cui 52 suicidi (3 morti a Roma di cui 2 suicidi: 1 a Rebibbia e 1 a regina Coeli)

Domani 31 dicembre tutte e tutti sotto Rebibbia a esprimere solidarietà e vicinanza a chi è rinchiusa e rinchiuso nelle carceri. Dalle 10 di mattina

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28 dicembre 1980 – rivolta nel carcere speciale di Trani

         Il 28 dicembre 1980, alle ore 15,20 inizia la rivolta nel carcere speciale di Trani

«12 dicembre 1980, è sera, ora di cena. Si cena presto in carcere, televisioni accese a tutto volume, a quell’ora quasi tutte sintonizzate sul telegiornale del terzo canale, quello delle 19.00. Improvvisamente un vociare sempre più intenso, un boato. Ci affacciamo al cancello e contemporaneamente accendiamo la Tv che quella sera, stranamente, tenevamo ancora spenta. Da qualche cella urlano un nome, qualcuno ne declina le funzioni e il ruolo. È un alto funzionario del Ministero della Giustizia con incarichi particolari sulle carceri speciali.
La notizia piove su tutti noi rinfrescandoci, dopo quelle faticose discussioni che avevano arroventato gli animi. Adesso la discussione doveva prendere un altro indirizzo. Ora c’era poco da tergiversare, bisognava confrontarci con la proposta che veniva dall’organizzazione.   … …
Proprio la chiusura dell’Asinara tocca una corda sensibile. La solidarietà in carcere non si discute, senza solidarietà in carcere non si vive. L’Asinara, il carcere-lager, la sezione speciale ricavata nella diramazione Fornelli è lo spauracchio di ogni detenuto.
Anche i più duri storcono la bocca quando si minaccia di mandarli all’Asinara. Chiuderla è importante, significa non abbandonare chi vi è finito e versa in una difficile situazione. Lottare contro le carceri speciali e la differenziazione è l’argomento ricorrente nelle discussioni quotidiane.

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Il racconto della rivolta nel carcere speciale di Trani iniziata il 28 dicembre 1980.

Cronaca della rivolta da: Maelstrom- scene di rivolta e autorganizzazione di classe in Italia (1960-1980)

[dal Capitolo 17- pag. 259]

Ci mettiamo all’opera – Disponiamo le indagini in tre direzioni:

a) lo studio dei movimenti delle guardie per individuare i punti deboli in cui inserire la nostra azione;

b) l’inventario degli strumenti necessari a una rivolta: seghetti, esplosivo, detonatori ecc. in possesso dei prigionieri di quel carcere e l’individuazione dei sistemi per far entrare in carcere ciò di cui siamo sprovvisti;

c) la propaganda nei confronti di tutti i carcerati che faccia emergere la necessità di fare qualcosa di importante per cercare di smantellare le carceri speciali. Nell’opera di propaganda propongo di uscire dalla logica degli aggregati esistenti e di rivolgerci a tutti, in modo da rompere le rigidità precostituite. Operazione di propaganda da fare con intelligenza senza far capire le nostre intenzioni alle guardie ma coinvolgendo tutti i prigionieri.

Per la prima indagine – trovare il punto debole tra i movimenti delle guardie – ci torna utile la grande mole di osservazioni fatte dai detenuti precedentemente. Ci sono dei prigionieri che quando entrano in galera portano con se una sola idea, cercare di fuggire; l’osservazione della struttura carceraria e dei movimenti delle guardie è, per essi, il pane quotidiano. Sono attenti osservatori della struttura muraria e metallica e di tutti i movimenti che si svolgono in carcere. Ogni piccolo particolare viene da loro osservato ripetutamente e memorizzato. Quelle informazioni vengono condivise tra una cerchia di detenuti legati da un rapporto di fiducia saldo, in tal modo si accumula una quantità enorme di sapere carcerario che si può utilizzare per tutte le iniziative contro il carcere. Te ne accorgi quando arrivi in un carcere, se sei una persona fidata, un «bravo ragazzo», ti arrivano immediatamente una massa di informazioni sui cosiddetti punti deboli del sistema di controllo in quell’istituto.

Qualche centinaia di occhi avevano fatto un buon lavoro. La ripetitività pedissequa di ogni struttura militare aveva fatto il resto. Districarsi tra una massa di informazioni e consigli è il lavoro da fare. Si tratta dunque di analizzare queste informazioni per trovare la falla nel sistema di sicurezza e in quel punto costruire l’azione.

L’osservazione su cui lavoriamo si basa sui numeri. Eccola: il rientro dai passeggi dopo l’ora d’aria pomeridiana veniva organizzato in questo modo: tre guardie prelevano due detenuti dal passeggio e li scortano fino alla rotonda della sezione, i due detenuti vengono fatti entrare in sezione e le tre guardie di scorta scendono ai passeggi per scortarne altri due, e così via fino a esaurimento dei detenuti nel passeggio. Ma quando il numero dei detenuti è dispari?

Rimangono gli ultime tre prigionieri nel cortile e le guardie si pongono il dilemma: facciamo ancora due viaggi per scortarli nelle celle, prima due e poi uno, oppure facciamo uno strappo alla regola e li portiamo su tutti e tre? La domanda trova risposta nel bisogno delle guardie di risparmiare una camminata per le scale e guadagnare qualche minuto, poiché dopo aver sbattuto tutti i detenuti nelle celle, chiusi ben bene e fatta «la conta» delle 15.00, le guardie del turno della mattina smontano e se ne vanno a casa.

Questa sì che è una buona falla ed è un buon punto di partenza. Possiamo dunque arrivare alla situazione che tre compagni si trovino in rotonda con tre guardie che possono sequestrare senza tanta difficoltà. Ma poi?

Il progetto della costruenda rivolta si propone di occupare i due piani: il secondo, dove sono i prigionieri politici delle diverse organizzazioni e il primo dove sono i proletari prigionieri. In totale quattro sezioni, due per ogni piano. Altra intenzione è quella di cercare di sequestrare il maggior numero di guardie dato l’impatto che la rivolta avrà sui media e sul governo, poiché fatta in concomitanza con un sequestro di un alto funzionario del Ministero di Giustizia realizzato dalle Br.

Nelle rivolte fatte dai carcerati, che ormai contano oltre dieci anni di pratica, è buona norma sequestrare un certo numero di guardie per tutelare l’incolumità dei rivoltosi. Senza ostaggi i rivoltosi diventano facile bersaglio per il «tiro al piccione». Siamo arrivati al punto che i tre compagni giunti in rotonda possono sequestrare le tre guardie che li scortano, e poi? Poi è necessario che altri vengano a dar loro manforte. Quindi da un camerone, ossia da una cella a cinque posti, dovrà uscire un gruppo di prigionieri molto numeroso per bloccare le altre guardie che sono in sezione, togliere loro le chiavi, aprire i cancelli delle sezioni, aprire le celle e occupare tutto il secondo piano. Poi, rapidamente, un gruppo di compagni dovrà scendere al primo piano, sequestrare le guardie e aprire le celle di queste due sezioni dove sono rinchiusi i proletari prigionieri. A quel punto sarebbe fatta.

Facile a dirsi. Ora dobbiamo capire se si può anche fare. Si tratta di segare le sbarre del cancello del camerone dove «abito» insieme ad altri quattro compagni. Se scegliamo una domenica, all’ora di pranzo possiamo essere anche più di cinque. Da poco abbiamo ottenuto la socialità a pranzo nei giorni festivi. Ciò vuol dire che altri due detenuti possono venire a pranzare nel camerone da cinque. E siamo a sette, più i tre in rotonda siamo dieci.

Si può fare. Dobbiamo segare le sbarre del cancello. Operazione lunga e rischiosa perché può essere facilmente scoperta. Segare fa rumore e, negli speciali, il regolamento impone alle guardie di camminare su e giù per il corridoio per controllare costantemente i detenuti in cella. Camminare su e giù continuamente, lo dice il regolamento, è però faticoso; si sta più comodi nello stanzino a leggere qualche giornaletto piccante offerto da un detenuto.

Si tratta di fare quattro tagli, due per ogni sbarra da rimuovere, per ottenere lo spazio sufficiente perché i prigionieri, uno dopo l’altro, possano uscire rapidamente dal camerone per sequestrare le cinque guardie della sezione. Dobbiamo cominciare subito a segare mentre ancora non abbiamo definito i particolari dell’azione, né abbiamo ancora raccolto il consenso di tutti intorno al progetto di rivolta. Ma da fuori i seghetti non ci sono ancora arrivati. Il loro invio è complicato e non possiamo accelerarlo per il rischio di far fallire tutto, dato che dobbiamo fare ancora delle verifiche sul modo per farli entrare. Cerchiamo allora di capire se qualcuno ha già un seghetto e scopriamo che tra i «bravi ragazzi» ne hanno uno di sicuro. Ce l’ha un proletario prigioniero, un ribelle sociale, un extralegale. Si tratta di far avvicinare questo detenuto da un altro a cui non può dire di no, perché i due sono legati da un rapporto di solidarietà e amicizia molto forte, e il primo dona con piacere il suo seghetto perché sa che il dono gli tornerà utile in seguito. Il seghetto è uno strumento di cui un detenuto non si priva facilmente. Per lui può voler dire la libertà. È una privazione sofferta. Ma è pur vero che in galera se non condividi la solidarietà con gli altri prigionieri vivi male. Il seghetto arriva da una «batteria» di rapinatori provenienti dalle regioni del nord-est del paese.

Segare le sbarre – Il seghetto che si usa in carcere – contro il carcere – è un piccolo attrezzo in uso nel bricolage famigliare lungo una ventina di centimetri e alto 4-5 millimetri, ce l’hanno tutti nelle case. Essendo di acciaio è molto fragile e se viene piegato si spezza. Se lo si acquista dal ferramenta viene fornito con un archetto di ferro che lo tiene ben teso e impedisce appunto che si pieghi e si spezzi. Un seghetto si può nascondere e portarlo con sé nei vari trasferimenti per le carceri. Viene nascosto, ovviamente senza archetto, nei vari e ingegnosi sistemi di «imbosco» che i detenuti hanno escogitato nella loro storia conflittuale. Dato che l’archetto non c’è bisogna costruirlo con la plastica. Di questo materiale in carcere ce n’è in abbondanza. Si tratta di scaldare sul fornelletto pezzi di plastica e poi saldarli insieme per realizzare una sorta di archetto che tenga il seghetto ben teso. Quando la plastica brucia emette un odore nauseabondo, provoca tosse, vomito e bruciature alle dita delle mani, più qualche schizzo di plastica bollente sul viso cui si accompagna l’appello dei santi che scendono in assemblea sulla pianura pugliese. È questo il contorno necessario per produrre il sospirato archetto in grado di assolvere alla sua funzione.

Come si sega? Operazione complessa e cooperante. Uno, ginocchia a terra, impugna lo strumento per segare, ha vicino un bicchiere con l’olio d’oliva per ungere continuamente la lama del seghetto e per raffreddarla affinché possa scorrere meglio. Se disgraziatamente si incastra e si spezza siamo fritti. Per ora ne abbiamo uno solo. Accanto chi sega c’è un altro prigioniero in piedi con uno spazzolino da denti impugnato per le setole che ha attaccato all’estremità del manico una scheggia di specchio. A mo’ di periscopio il marchingegno consente di seguire i movimenti delle guardie nel corridoio e interrompere l’operazione del segare non appena si avvicinano. Il tutto viene facilitato dalle televisioni di alcune celle tenute a volume molto alto e da volenterosi chiacchieroni che impegnano le guardie con richieste impossibili per tenerle ferme di fronte a una cella molto distante dalla nostra.

Terminata l’operazione quotidiana del segare, prima di andare a dormire si deve stuccare meticolosamente il taglio fatto. Lo stucco viene prodotto in proprio utilizzando farina, bianco d’uovo, colla, e poi colorando il tutto del color dei cancelli. Intanto prosegue la preparazione dell’azione nei suoi particolari più minuti.

C’è una caratteristica che i vecchi carcerati conoscono bene: quando succede qualcosa di strano in sezione le guardie hanno l’ordine di chiudere immediatamente le porte blindate. Questione di sicurezza, ordini tassativi. Dunque le guardie nelle quattro sezioni appena sentiranno le voci concitate o vedranno la colluttazione proveranno a chiudere le porte blindate. Porte blindate che da poco avevamo ottenuto di far rimanere aperte durante il giorno, altrimenti questo tipo di azione non sarebbe stata possibile. È necessario dunque che, al momento dell’azione, in ogni cella i prigionieri inseriscano il bastone della scopa tra lo stipite e la blindata per impedirne la chiusura. Se l’azione riesce, una volta sequestrate le guardie con le chiavi in loro possesso si possono aprire tutti i cancelli delle celle. Ma le blindate no, perché le loro chiavi le guardie in servizio a quell’ora del giorno non le hanno, e quindi se qualche blindata viene chiusa è poi un problema sfondarla.

Mentre prosegue l’operazione di segare verifichiamo quanto e che tipo di materiale esplosivo abbiamo in carcere e che quantità farne arrivare da fuori e in che modo. L’esplosivo che avevamo allora nelle carceri era di un solo tipo, il plastico, il più facile da tenere addosso e portarsi negli spostamenti da un carcere all’altro. Il plastico ha la consistenza della plastilina, quella che si usa da ragazzini per sagomare i pupazzetti. È molto potente e anche abbastanza sicuro, non esplode se non con il detonatore. Puoi sbatterlo e calpestarlo, non succede nulla, persino a contatto col fuoco brucia senza esplodere. E soprattutto si può sagomare, come la plastilina, e farne delle forme che puoi mettere ovunque, proprio ovunque, anche e prevalentemente nella «cassaforte del carcerato». E ciascun detenuto rispettabile, a quel tempo, girovagava per le carceri portandone con sé dei quantitativi. Diventava quasi una parte del proprio corpo. Un etto o due di esplosivo plastico ben avvolto nella pellicola domopak non è individuabile ai più attenti controlli, anche perché non è rilevabile dal metal-detector.

Negli anni Settanta gli extralegali esperti nelle «dure» (rapine), mettendo in conto la possibilità di essere arrestati, predisponevano il proprio corpo a funzionare da contenitore di tutto ciò che avrebbe potuto essere utile in galera. Un vero e proprio kit di emergenza- arresto-evasione. Il limite di questo tipo di esplosivo è il detonatore che è di metallo (allora era di metallo), un piccolo tubo di di cinque o sei millimetri di diametro, lungo circa quattro centimetri. Questo, per detonare ha bisogno della miccia, un cordoncino di cotone trattato con polvere pirica che brucia più o meno velocemente. Il cordoncino si inserisce nel tubicino, il tubicino-detonatore si inserisce in una palla di plastico ed è fatta una bomba, molto rumorosa ma non micidiale. Basta accendere la miccia con un fiammifero o con la brace di una sigaretta, la miccia si consuma, arriva a contatto col detonatore, questo detona e fa esplodere il plastico. Non provoca danni alle persone se il plastico è lasciato libero, poiché l’esplosione non produce schegge, provoca soltanto un grosso botto con relativo spostamento d’aria. Se invece questo fagottino si inserisce in un contenitore metallico, che so, una macchinetta del caffè moka, questa si spezza in più parti che vengono scagliate violentemente a raggiera, schegge che possono ferire.

Ce n’era dunque di plastico in giro tra i detenuti, ma non in misura sufficiente a garantire una difesa delle sezioni occupate di fronte al prevedibile assalto di guardie e carabinieri.

Farne arrivare ancora non era un gran problema, per le sue caratteristiche si nasconde ovunque. Dopo diverse verifiche constatiamo che i contenitori termici riescono a passare. Questi hanno una intercapedine di materiale coibente per impedire la dispersione della temperatura, calda o fredda, del suo contenuto. Il materiale coibente si può sostituire con del plastico. Così chiediamo un contenitore con dentro del cibo e, nell’intercapedine, del plastico.

Il problema sono i detonatori, che sono di metallo come i seghetti. Non c’era altro modo se non… la piccola e famosa «lettera 22» che ci consentivano di far entrare per farci scrivere, scrivere, così i loro esperti potevano leggere, leggere quello che scrivevamo. Una macchina da scrivere serve per scrivere, certo, ma può essere utile per tante altre cose. Facciamo delle verifiche su che tipo di controlli operano prima di consegnarcela. Ce ne facciamo inviare una «pulita» e constatiamo che il rullo, sul quale poggia e scorre la carta, non viene smontato, anche perché è operazione non agevole.

Il rullo è un tubo di ferro ricoperto da un tubo di gomma. Chiediamo ai compagni esterni di inserire nel rullo un certo quantitativo di seghetti e di detonatori. Le operazioni di verifica vanno per le lunghe e anche quelle di spedizione, la macchina con la fornitura arriva solo un paio di giorni prima della data fissata per l’azione.

Questo ritardo ci preoccupa al punto che pensiamo di spostare la data dell’azione, ma le festività natalizie sono le più propizie per la rivolta come l’abbiamo congegnata.

L’operazione di segare le sbarre del cancello è andata bene, siamo quasi al termine. È stato sufficiente un solo seghetto, ma non possiamo tenere una cella con il cancello segato troppo a lungo. Benché stuccate a dovere le due sbarre sono comunque segate e, a ogni sbattuta di cancello, il cuore ci sobbalza. Se si staccano e cascano? Probabile, dato che le guardie hanno l’abitudine di sbattere i cancelli con violenza per chiuderli. A volte, nel rientrare, l’ultimo di noi accompagna il suo rientro chiudendosi appresso il cancello, come si fa nella vita civile, accompagnandolo dolcemente.

Ma in carcere questa cosa non si fa mai, per principio, infatti ti dicono: «E che fai, ti chiudi da solo?». Chiudere il cancello da sé è un modo di fare dei carcerati che hanno rotto qualsiasi rapporto con la comunità prigioniera, è un voler sottolineare il proprio isolamento. Questo comportamento è un segno premonitore «scoppiatura» imminente. Ma di noi chi sospettava che stessimo per «scoppiare»? Le guardie restano esterrefatte per questi nostri comportamenti incomprensibili. Siamo tutti teatranti.

Oltre a chiuderci il cancello da soli mettiamo in atto una serie di comportamenti tali da sembrare, di fronte alle guardie, totalmente rimbecilliti. Sotto le feste di natale prepariamo pranzi sontuosi, inviti a pranzo, torte comprate alla spesa o realizzate da noi. Vedendoci così le guardie pensano che il carcere sia diventato il nostro ambiente di piacevole convivenza. Fissiamo la data della rivolta per l’ultima domenica dell’anno, il 28 dicembre, inventandoci che è un qualche anniversario da festeggiare nel nostro camerone con ospiti e tavola imbandita.

Operazione tatzebao – Qualche passo indietro. Appena decisa la rivolta inizia l’«operazione tatzebao». Chi non conosce questa parola? Tra le più usate negli anni che vanno dalla seconda metà del decennio Sessanta a tutto il decennio Settanta nelle città cinesi, europee, nord americane e asiatiche. Il tatzebao non è altro che un manifesto con scritte a grandi caratteri. Il nome, in lingua cinese, pare voglia dire appunto: manifesto a grandi caratteri.

Questi manifesti sono stati usati tantissimo nelle università, nelle scuole, nelle fabbriche, nei quartieri, negli anni della grande comunicazione orizzontale di massa. Con i tatzebao si annunciano riunioni o assemblee, si denunciano soprusi, si segnalano lamentele, oppure si fa propaganda, cioè si dà la versione di un avvenimento secondo un particolare punto di vista politico, sociale oppure ideologico.

Ma nelle carceri non si erano mai visti. Potenza dell’auto-convincimento. Quando ti convinci che non è vero che ti hanno beccato e che resterai in quella gabbia per lunghissimo tempo, forse tutta la vita, ma che il carcere è un luogo come un altro, come il quartiere, come la fabbrica, solo con qualche sbarra in più, e che l’attività politica che facevi fuori la puoi fare anche qui dentro, ebbene, quando sei tanto folle da convincerti di questa cosa ti metti a usare con stravaganza gli stessi strumenti di propaganda che usavi fuori.

E così nasce il tatzebao in carcere. Il motivo è più umano che politico, lì dentro vuoi essere vivo, pensarti vivo, comunque vuoi un buon antidoto alla morte lenta somministrata dalla galera. Così, passata la conta delle 11.00 di sera, ci mettiamo sul tavolo, pennarelli, lametta e colla, come una scolaresca elementare. Non ci sono i fogli grandi, niente paura. Si prendono i fogli del consueto formato A4, quelli che si usano per la macchina da scrivere, e si attaccano con la colla fatta con la farina. Con otto fogli si fa un manifesto di circa 60 centimetri per 80. Per scriverci sopra ci sono i pennarelli che molti usano per disegnare o dipingere.

La composizione di questi tatzebao viene fatta ritagliando i titoli dei giornali e commentandoli con grandi scritte usando i pennarelli di vario colore. Il contenuto è la condizione nelle carceri speciali in rapporto al sequestro del dirigente dell’amministrazione penitenziaria compiuto dall’organizzazione. I ragionamenti vengono fatti come se un detenuto non politicizzato stesse osservando quello che avviene: finalmente i giornali parlano di carcere. I responsabili del governo costretti a parlare delle carceri speciali e della loro invivibilità. Ciascun esponente di partito dice la sua e questo ci permette di mettere in luce i contrasti tra loro, le ragioni di questi contrasti e le incongruenze del loro parlare. Intervengono magistrati e avvocati.

Nei giorni del sequestro tutti parlano di carcere, bene, parliamone pure noi, facciamo sentire la nostra voce. Dati fino ad allora taciuti vengono resi noti e mettono in luce le condizioni disumane cui vengono costretti i detenuti in alcuni «speciali», si parla dell’Asinara, si parla di Faina che sta morendo in carcere. Con i pennarelli colorati mettiamo in risalto la brutalità del regime che a parole si dice democratico ma agisce al pari di quello fascista. E così via via, fino a rendere partecipi e attivi alla vicenda del sequestro quei prigionieri che, anche se tombati in quel buco di merda, divengono consapevoli di poter determinare alcune scelte dei potenti.

Giorno dopo giorno la gran parte dei prigionieri si identifica, o comunque si trova d’accordo, con gli obiettivi del sequestro: liberazione e guerra alla differenziazione, chiusura delle carceri speciali.

La lunga pratica con questo tipo di propaganda, il tatzebao, ci permette una certa destrezza nel produrre questi fogli di comunicazione. Ne facciamo quattro copie perché quattro sono i cortili dei passeggi e, con alcuni accorgimenti, vengono scambiati tra cortili. Non sono copie perché ognuno è diverso dall’altro. Si finisce il lavoro a notte fonda. La mattina, quattro della nostra cella scendono all’aria ciascuno con il suo foglio ben ripiegato e infilato tra la schiena e la maglietta. Nel corridoio dei passeggi se ne lascia uno per ogni cortile, e mani di volta in volta diverse lo raccolgono e velocemente lo attaccano bene in vista sul muro con il nastro adesivo o con la gomma da masticare. Passata una mezz’ora i detenuti, dopo averlo letto e commentato, staccano il manifesto, lo piegano, lo mettono in una busta di plastica insieme a una ciabatta per dar peso all’involucro e lo lanciano al di là del muro divisorio con l’altro cortile. In questo modo ciascun cortile legge i quattro tatzebao.

Inizialmente le guardie, vedendo questi fogli di carta attaccati ai cortili e il traffico per scambiarseli, restano esterrefatti. Chiedono ai detenuti di consegnarglieli, cosa che i detenuti si guardano bene dal fare. Le guardie non possono entrare a prenderli perché dovrebbero chiamare rinforzi: tre guardie non entrano in un cortile dove ci sono una ventina di detenuti «speciali», cioè pericolosi. Finita l’ora d’aria, i manifesti scompaiono tra i vestiti dei detenuti e ricompaiono all’aria del pomeriggio, per la lettura di chi aveva saltato l’aria della mattina. Poi di nuovo scompaiono per andare in qualche cella di chi forse se li vuole studiare attentamente. Non ho mai saputo chi li collezionasse. C’era un ragazzo di Catania che «lavorava» a Milano. Non era mafioso ed era dovuto fuggire da Catania perché la mafia lo cercava per furti nei negozi «protetti».

Ogni mattina quando arrivava al cortile chiedeva insistentemente: «Arrivò ’o zibao?». Era molto interessato a leggerlo. Un fatto nuovo, in un ambiente come il carcere fatto apposta per uccidere ogni creatività e novità, produce grande discussione.

Questo vogliamo ottenere. Bene, la propaganda sortisce i suoi effetti. Ormai tutti sono molto attenti all’andamento del sequestro del funzionario del Ministero e a quello che dice l’organizzazione nei suoi comunicati, ma soprattutto si comincia a parlare di come fare la nostra parte perché la lotta alla differenziazione, ossia la fine degli «speciali», si avvicini.

Per i «banditi» il rientro nel circuito normale è una necessità impellente. Loro, a contatto con la gran massa dei detenuti, intessono relazioni, prendono contatti, costruiscono aggregati, insomma portano avanti la loro «professione», e poi, dalle carceri «normali» è più facile evadere.

I cacadubbi – Nel gergo carcerario questa parola identifica chi non essendo d’accordo con quanto si sta preparando, invece di dire no, non sono d’accordo, oppure, non me la sento di fare questa cosa, solleva un’infinità di dubbi, per lo più campati in aria, secondo i quali la cosa progettata non potrebbe riuscire. I cacadubbi non danno una mano a correggere eventuali difetti e far sì che l’iniziativa riesca al meglio, ma intralciano soltanto il lavoro mettendo i bastoni tra le ruote a ogni iniziativa.

Quando in carcere ho sentito questa parola l’ho subito usata per definire quelli che nel movimento alcuni anni prima sollevavano gli stessi dubbi sconclusionati nei confronti di qualsiasi iniziativa si volesse fare. L’anno di maggior diffusione di questa «specie umana» è stato il ’77. Me li ricordo benissimo, uno per uno, perché non erano tanti, uno in più della decina34, ma rompevano, eccome rompevano. Non c’era iniziativa appena energica che non trovasse i suoi detrattori. Dicevano: e se facciamo così offriamo il fianco all’accusa di essere provocatori, e così ci perdiamo il consenso, e così non ci capiscono, e se facciamo questo aumenta la repressione.

Sia che si volessero prendere delle automobili e metterle in mezzo alla strada per fare barricate e fermare le cariche dei pulotti, sia che si volesse ragionare di azioni di attacco, apriti cielo, grandinavano i dubbi. Affermavano, i cacadubbi con serietà, di non essere contro l’uso della forza e la violenza, però che questa si può usare solo e quando le masse sono totalmente d’accordo, solo quando le masse possono totalmente comprenderlo. Insomma, era una giaculatoria di dubbi, recitati in maniera scaramantica, sperando che non si facesse nulla.

Qui in carcere, quando si comincia a diffondere la voce che probabilmente si farà qualcosa per manifestare la volontà di abolire le carceri speciali, chiudere l’Asinara e farla finita con la differenziazione i più accorti si rendono conto che una cosa del genere assomiglierà molto a una rivolta. La voce gira, e noi la lasciamo girare. È una specie di sondaggio.

Ed ecco i cacadubbi manifestarsi. Non provengono solo da quelli che hanno poca galera da fare, oppure quelli che devono ancora subire il processo e sperano di essere assolti. Questa ritrosia, da parte di chi ha tale situazione giuridica, è del tutto legittima e comprensibile, infatti la partecipazione a una rivolta nel curriculum di chi va davanti al giudice non depone a favore dell’innocenza. Però i cacadubbi non usano queste argomentazioni, che sarebbero di tutto rispetto. Ci sono anche degli accorgimenti per andare incontro a esigenze di questo tipo, come chiedere un avvicinamento alla famiglia di un mese per un parente malato. Se te lo concedono te ne stai un mese lontano dai tumulti. Al Ministero interessa, per tenere il prigioniero isolato e studiarlo meglio. Poi ci sono tante altre scappatoie. Ad esempio, tra gli assidui frequentatori di galere, quelli con condanne lunghe, c’era l’abitudine che quando capitavi in un carcere non speciale per un processo o un appoggio nel corso di un trasferimento, ti prendevi una denuncia, che so insultando una guardia e rompendo qualcosa dell’arredo. Queste denunce prima o poi arrivano in Tribunale e tu hai (avevi) il diritto di presenziare al processo, se vuoi puoi quindi spostarti dallo «speciale» dove sei rinchiuso per andare in quel Tribunale, e la data la conosci qualche mese prima. Se non ti serve quel trasferimento rifiuti di presenziare, se ti torna utile ci vai. Infine c’è la soluzione infermeria. Se accusi un malore importante vieni trasferito in infermeria per alcuni giorni, e l’infermeria è lontana dalle sezioni speciali. A far salire la febbre «a quaranta» sono capaci le reclute dell’esercito per schivare servizi pericolosi, figuratevi se il sapere carcerario non sa farlo.

Ma alcuni, per non sembrare egoisti o fifoni, la buttano in politica. Non è il momento, dicono, il governo non aspetta altro per aumentare la repressione ecc. Altri usano argomenti più interessanti, dicono che è meglio aspettare e preparare un’evasione. Fosse facile. Oppure, dicono, è meglio aspettare per preparare tutti insieme con gli altri detenuti di tutte le carceri speciali una serie di rivolte.

Che timori ci siano, lo si sente filtrare qua e là, ma c’è anche la voglia di farsi sentire, di esistere, di non volerci stare nel ruolo dei sepolti vivi nelle versione soft o in quella dura. Il discorso che convince e scaccia ogni dubbio è che la differenziazione anche all’interno delle carceri speciali è un pericolo incombente per tutti. Oggi siamo qui a Trani, dove qualche spazio c’è, ma basta che fai una cazzata e, da un momento all’altro, ti «fai la roba» (metti in un sacco i tuoi indumenti e le tue cose per un trasferimento) e ti «sballano» all’Asinara o a Nuoro, e lì sono dolori veri. Quasi tutti i prigionieri hanno un amico o un conoscente dentro quell’inferno e non ce lo vogliono lasciare. È proprio questa la parola chiave usata nei tatzebao che apre i cuori alla disponibilità alla rivolta: chiediamo la chiusura dell’Asinara. Nuoro era chiuso per lavori di ristrutturazione dopo una rivolta di qualche mese prima.

A questo punto i cacadubbi sono diventati oggetto di dileggio: «Buttati alle celle!» (vai volontario alle celle di isolamento per non essere coinvolto dalla rivolta), veniva loro detto nelle interminabili discussioni all’aria.

[dal Capitolo 19]

Si va! – Domani è la giornata tanto attesa… Difficile dormire questa notte. I pensieri si rincorrono, non ce la fai a scacciarli. Nostalgia per gli anni trascorsi? No, non è nostalgia quando hai cercato di fare quello che pensavi giusto fare. Casomai affiora rammarico per non aver capito in tempo questa o quella cosa. Inadeguatezza, forse, ma non nostalgia. Questa disegna lo stato d’animo di chi vive col rimpianto di non aver fatto quello che voleva o poteva. Noi l’opportunità l’abbiamo colta. Abbiamo fatto quello che ritenevamo di dover fare. Avremo potuto far meglio e di più, certamente. C’è comunque l’interesse a tornare criticamente a ciò che in quel tempo e in quello spazio si è fatto nei tanti e diversi modi dell’agire rivoluzionario. La volontà c’è ma non ci sono le condizioni, si dice. O forse la volontà non è così forte da creare le condizioni.

Le 8.00 del mattino – È domenica 28 dicembre dell’80, sono le 8.00 del mattino. I dubbi e le domande occupano il tavolo dove zampilla il caffè. Siamo tesi come corde di chitarra. Ci accingiamo a far colazione, sentiamo il giornale radio. Sembra tutto a posto. Il giorno prima, sabato, c’era stata la perquisizione generale. È quel tipo di «perquisa» dove ti svegliano alle 5.00 della mattina. Ti piombano in cella dieci guardie, due a fianco di ogni branda e ti devi alzare, insonnolito, davanti a loro. Perquisizione integrale, ossia nudo, poi tutti in corridoio e, dopo un’altra perquisizione, nella sala della socialità. Un camerone grande circa il doppio della cella da cinque posti. Ce l’aspettavamo e quindi tutto era stato predisposto. La «perquisa» era andata a pennello. Durante la sera del sabato avevamo tirato fuori dai nascondigli il materiale necessario per la rivolta, serviva il giorno dopo e ormai eravamo tranquilli poiché la «perquisa» c’era già stata in mattinata.

Il materiale, l’esplosivo e i detonatori, li avevamo a portata di mano, ossia nelle mutande.

Dopo la conta del mattino, col caffè in una mano e la sigaretta nell’altra, qualcuno al cesso, aspettiamo l’ora dell’aria. Improvvisamente sentiamo uno scalpiccio di passi, troppi passi. Che succede?

L’istinto carcerario reagisce, il materiale sparisce nelle pieghe del corpo… è una «perquisa». Strana per l’orario, sono le 8.00 passate, strana perché l’avevano fatta il giorno prima. Quando le guardie entrano P. ha una grande intuizione, prende a protestare per il fatto che la «perquisa» generale era stata fatta il giorno prima, non si fidavano dei loro colleghi? Che pensavano di trovare? Ci rovinavano anche la festa che stavamo preparando… le torte sul tavolo in bella vista stavano lì a testimoniarlo. Le guardie rimangono anche loro interdette, il fatto non ha spiegazione nemmeno per loro, non sanno il motivo di quella reiterata «perquisa », a loro non viene detto nulla, obbedire e zitti. Questa è una loro debolezza, ma l’apparato militare dello Stato ha queste regole. Incalzati dalle argomentazioni di P. cui C. dà man forte, fanno la perquisizione personale in fretta e senza convinzione. E noi usciamo dalla cella ingrugnati, come se ci avessero fatto un torto. Usciamo con tanta di quella roba addosso… e ci infiliamo rapidamente nel camerone della socialità.

Qualcosa di strano – Sudore freddo. Il materiale è salvo, ma ci sono le sbarre del cancello. E sentiamo battere pesantemente proprio le sbarre. Addio, è fatta. Ci sarà stata una «soffiata» (spiata) o una «smarronata» (lasciarsi sfuggire, per disattenzione, qualche informazione che le guardie non dovrebbero sapere). Se scoprono il cancello con le sbarre segate gli occupanti di quel camerone vengono portati alle celle di isolamento per punizione. È questa la prassi. Allora bisogna immediatamente scambiarci il materiale. Noi della cella «segata » non dobbiamo avere nulla addosso perché verremo rivoltati come un calzino. Detto fatto. Poi ci sarà da gestire la mancata rivolta.

Si butta giù a mente la bozza di un volantino nel quale si dice tutto, come se la rivolta fosse stata fatta, si rivendica la volontà e il diritto dei detenuti di ribellarsi di fronte alla strategia dell’annientamento, della differenziazione, l’isolamento e bla bla bla. Qualcuno dovrà occuparsi anche di avvertire i familiari di quelli «puniti» ai quali verrà vietato per lungo tempo il colloquio. E si sente battere… Abbiamo pensato a tutto? Qualcuno abbozza un abbraccio a noi che siamo destinati alle celle di isolamento. Poi, gradualmente, i rumori diminuiscono di intensità, si sono fatte le 9.00.

Aprono il camerone e cominciano a chiamare per numero di cella. Gli occupanti della cella nominata debbono recarsi sul cancello, essere di nuovo perquisiti e rientrare nella loro cella. Noi abbiamo le facce tirate, invece le guardie sembrano calme. Strano, se avessero trovato un cancello segato sarebbero agitati. Arriva il numero della nostra cella. Esco per primo con le gambe che sembrano quelle di un ubriaco, per nascondere la tensione sbadiglio in faccia a una guardia. Nel corridoio camminando cerco di sbirciare il cancello, non vedo bene, ho gli occhi appannati. Cosa non ti fa la tensione. O santa citrulla, il cancello è intatto. È aperto e si vede bene, tenuto con una mano da una guardia che lo apre al tuo passaggio e poi lo accosta. Le sbarre segate stanno lì al loro posto. Mi esce tutta l’aria che avevo compressa nel ventre in un respiro liberatorio e passo sorridendo in faccia alla guardia, l’avrei abbracciata. In cella c’è stato un terremoto. Tutto sfasciato. Buchi nei muri, lavandino quasi divelto, brande ribaltate, zucchero sparso ovunque, il sale insieme al caffè. Le torte affettate rozzamente ma ancora mangiabili. Hanno trovato soltanto un vecchio e arrugginito punteruolo, inservibile, che stava imboscato lì da anni. Ma nient’altro. Abbiamo tutto addosso.

Le guardie escono dalla sezione e noi ci abbracciamo dalla contentezza. Ma che avranno battuto? Le sbarre della finestra, naturalmente. Dalla cella si esce dalla finestra, non certo dalla porta per ritrovarsi nel corridoio, in un posto ancora più chiuso. Al cancello non ci avevano proprio pensato. Il limite delle guardie è di essere guardie. Meglio così. Riprende con ritardo il normale svolgimento della vita carceraria. Arriva l’ora d’aria e ci si va tutti per raccontarci dello scampato pericolo e per riordinare le cose da fare. Ormai mancano poche ore…

Ci siamo – Rientrati dall’aria della mattina ci prepariamo per il pranzo. Ma prima di rientrare facciamo anche noi una specie di conta, domandiamo a ciascuno se vuole scendere all’aria il pomeriggio. È indispensabile che al passeggio pomeridiano il numero sia dispari, in modo che alla fine del rientro ne rimangano tre. Ripetiamo più volte la domanda pregando ciascuno di essere sicuro di quello che intende fare e alla fine riusciamo ad avere il numero dispari. In cella cominciamo a imbandire la tavola con pietanze elaborate, torte e tutto quello che faccia pensare a una festa. L’altra tavola, nel cesso, la imbandiamo invece con gli attrezzi necessari alla rivolta. Mettiamo il tavolo dove si pranza ben in vista davanti al cancello, in modo che le guardie vedano gente intenta a rimpinzarsi e non altro. Arrivano i due ospiti. Diossina e Massimino. Sono loro che dovranno mettersi nel cesso a preparare il plastico con il detonatore e la miccia, sia in carica libera, sia dentro la moka. Noi cinque restiamo ben in vista intorno al tavolo intenti a banchettare, per tranquillizzare le guardie. All’aria del pomeriggio, con la scusa del pranzo festaiolo del nostro camerone non scende nessuno. In realtà ci prepariamo all’uscita dalla cella appena scatterà l’azione in rotonda. Sta andando tutto bene. A un certo punto Massimino esce dal cesso con i capelli dritti: «Qui saltiamo tutti per aria» dice con voce soffocata, «c’è Diossina che sta maneggiando i detonatori in maniera poco ortodossa ». Vado a vedere e in effetti Massimino ha ragione: «Attento Diossina, qui saltiamo noi, altro che rivolta». «Non ti preoccupare» mi dice col suo accento veneto contaminato da altre inflessioni. La buona stella ci assiste, il lavoro è finito. Siamo tutti intorno alla tavola. Una tavola ben strana. Verso il cancello, quindi ben visibile alle guardie, cibo torte, insalatiere di plastica. Dalla nostra parte, a fianco delle posate di plastica, non visibili dall’esterno, ci sono i punteruoli e le cariche esplosive che ciascuno prenderà prima di precipitarsi fuori dal cancello. Siamo prossimi alle 15.00 del pomeriggio, l’ora del rientro dall’aria. P. si mette vicino al cancello con espressione sorridente. Cominciano a salire i primi. Passando davanti alla nostra cella qualcuno ci saluta con allegria per tranquillizzare le guardie, altri passano con una faccia scura su cui sembrano calate improvvisamente tutte le preoccupazioni del mondo.

Occupiamo la sezione – Le 15.15. Sono passati quasi tutti, siamo in attesa. Con una mano D. prende la barra segata per strapparla appena sente il segnale, l’altra la farà saltare con un calcio. Un urlo, partiamo. Un attimo e siamo nel corridoio. Le guardie sono girate verso la rotonda a guardare la breve colluttazione in corso tra i compagni e loro colleghi. Gli intimiamo di arrendersi. Forse la confusione, più che la volontà di opporsi al sequestro, genera una breve zuffa nella quale una agente rimane lievemente ferito. Niente di grave, un graffio. Adesso dobbiamo agire con rapidità, come avevamo predisposto. Alcuni di noi tengono ferme le guardie e gli tolgono le chiavi, chiavi che avrebbero potuto gettare solo nella rotonda già da noi occupata. Per questo motivo avevamo deciso di far partire l’azione proprio dalla rotonda, altrimenti avremmo avuto un punto debole. Un compagno prende le chiavi delle celle di tutta la sezione e le apre. Con quelli che escono si formano due gruppi. Un gruppo si reca alla sezione di fronte e l’altro scende al primo piano. La tecnica è la stessa. Ciascun gruppo si reca davanti al cancello delle sezioni del primo piano e a quella del secondo facendo vedere la carica esplosiva, chiede di aprire il cancello altrimenti verrà gettata all’interno del corridoio la macchinetta del caffè esplodente, spiegando bene il danno che potrà fare loro. Urla, parole concitate e alla fine ci aprono. Di guardie ne abbiamo «arrestate» 13 al secondo piano e 5 al primo. In totale 18 agenti, un record.

Altra azione urgente: un gruppo si deve portare verso il piano terra dove le scale sbucano nella rotonda, da lì potrebbero arrivare i rinforzi delle guardie per riprendere in mano le sezioni. Sono muniti di cariche esplosive e alcune bottiglie riempite con il gas delle bombolette del fornelletto. Le bottiglie sono chiuse ermeticamente con il tappo e la cera, e intorno alla bottiglia è annodato uno straccio. Si dà fuoco allo straccio e si lancia la bottiglia, questa si rompe, il gas liquido esce e a contatto con la fiamma dello straccio produce una fiammata di brevissima durata ma molto intensa.

Una sorta di bottiglia molotov, ma molto meno efficace. Appena in tempo, non sono passati che venti minuti ed eccoli. Sono i rinforzi delle guardie e sono in tanti. Corrono verso le scale, attraversano la rotonda del piano terra, stanno per imboccare i gradini, quand’ecco che, sulla prima rampa di scale arriva una carica di esplosivo e… boom! È una «carica libera» per non ferire nessuno, accompagnata da una «molotov al gas». Gli spazi delle scale sono stretti, l’esplosione è forte e anche il rumore. Nessuno si fa male ma si spaventano, girano velocemente sui tacchi e tornano indietro. Ora possiamo barricare il cancello del piano terra da cui si accede all’androne delle scale dove siamo noi.

Per ora è andato tutto bene. Un miracolo che abbia funzionato tutto, fin qui. Per gli umani l’organizzazione è l’eccezione, la regola è il caos, ed è quanto succede nelle ore successive.

Ancora una cosa da fare, andare a parlare con i detenuti comuni del primo piano. Non vorremmo che durante la rivolta avvengano regolamenti di conti tra di loro. Ne verrebbe inquinato il significato della rivolta. Poche frasi, strette di mano, la parola è data, sono ragazzi perlopiù del nord italia, genovesi, bergamaschi, milanesi, veneti, e alcuni rapinatori catanesi non mafiosi. I mafiosi allora non stavano nelle carceri speciali, i governi di quegli anni e gli organi dello Stato chiudevano un occhio, anche due, verso la mafia, sia per intrallazzi economici e sia per riceverne un aiuto per stabilizzare il paese «in mano ai sovversivi». Infatti la mafia, si sa, odia i sovversivi e ama la stabilità sociale.

Nulla di spiacevole avviene dalla parte dei proletari prigionieri, la loro parola vale. Invece un guaio succede al secondo piano nella sezione di fronte a quella dove ci troviamo. La poca attenzione dei compagni di un camerone aveva permesso alle guardie di chiudere la porta blindata della loro cella. Ci sono volute tre ore di lavoro faticosissimo per sfondare quella porta blindata usando come ariete un’altra divelta dai cardini.

Venticinque ore di libertà – Nelle prime due ore tutto funziona bene, oltre ogni più rosea previsione. Quasi tutto. Alcuni compagni erano stati incaricati di ungere ben bene le scale di grasso e olio lasciando solo una ventina di centimetri non unti per passarci noi. Nell’eventualità di un attacco avrebbe rallentato la carica dei militi provocando scivoloni. Dimenticato. Si svolgono i compiti predisposti. Portiamo tutte le 18 guardie sequestrate al secondo piano, in alcune celle. I ruoli si ribaltano e alcuni detenuti fanno la guardia alle guardie. Le guardie ora vestono tute ginniche come noi, vanno controllate a vista per diversi motivi. Per evitare che qualche testa calda, tra i prigionieri, colga l’occasione per vendicarsi di qualche torto subito e per evitare che facciano dalle finestre segnali ai loro colleghi sul muro di cinta. Intanto le finestre vengono chiuse con dei materassi per evitare che dall’esterno possano sparare dei candelotti lacrimogeni dentro le sezioni.

Nel piccolo ufficio della custodia al secondo piano, dove è istallato il telefono, insediamo un gruppo di compagni e detenuti con in testa Giuliano, che sarà il «telefonista» per i contatti esterni. Per tutto il tempo della rivolta quel telefono rimarrà l’unico contatto con la direzione e l’esterno. Quella piccola stanza funziona come una sorta di «ufficio relazioni esterne». Dall’altra parte del telefono infatti c’è la direzione del carcere ma, data la situazione, anche funzionari del Ministero, del governo e dei comandi dei carabinieri.

Tutti questi personaggi, il giorno dopo, li vedremo aggirarsi sul muro di cinta per predisporre quello che poteva diventare una grande mattanza.

In quella stanza doveva avvenire una sorta di consultazione permanente tra i diversi gruppi addetti ai vari compiti per coordinarsi e decidere il da farsi di fronte a fatti nuovi. Una volta riuscita la rivolta, la sua gestione era in mano al Comitato di lotta, un organismo formato da compagni e proletari prigionieri che si erano assunti la responsabilità della preparazione e gestione della rivolta.

Quella piccola stanza diventò invece il punto più affollato e rumoroso di tutto il carcere. Erano sempre tutti lì per conoscere le informazioni che venivano da fuori. Sembrava un bar dello sport durante una partita di pallone.

Dopo l’occupazione delle sezioni la direzione aveva staccato la luce e l’acqua. Nel primo contatto telefonico chiediamo il ripristino dell’erogazione dell’una e dell’altra. In cambio la direzione vuole parlare con le guardie sequestrate per accertarsi delle loro condizioni di salute. Accordato. Le guardie dicono con enfasi che stanno tutte bene, che vengono trattate bene, ma che ce n’è una ferita leggermente. Noi chiediamo al direttore di prendersi la guardia ferita per portarla in ospedale. Qui succede il primo fatto strano.

La direzione prima dice di sì, poi, una mezzora dopo, su evidenti pressioni esterne, dice di no. Uno strano comportamento.

Secondo il buon senso, se obiettivo della direzione era quello di far andare tutto liscio, la prima cosa da fare era riprendersi la guardia leggermente ferita. Ma la direzione non contava più nulla. Noi parlavamo col direttore ma le parole non erano le sue, lo si capiva anche dal tono della voce. La strategia del Ministero, o di chi aveva preso in mano le redini decisionali della gestione della rivolta sull’altro versante, era di predisporre il terreno a una soluzione militare durissima.

Se ne rendono conto per primi gli agenti sequestrati guardando la televisione in cella: le notizie che danno i tg sono tutte false e tendono a diffondere il sospetto che vi siano feriti gravi tra le guardie, che vengano tenute in condizioni disumane e che le stiamo per ammazzarle tutte.

Ci chiamano e ci dicono preoccupati che quelle falsità le stanno dicendo tutti i tg, sia quelli nazionali che quelli locali. Si tratta evidentemente di una velina del governo. Ci chiedono di poter telefonare alle proprie famiglie per rassicurarle sul loro buon stato. Giuliano ci mette tutta la sua capacità di persuasione per convincere il direttore che non c’è niente contro la sicurezza nel far parlare alcune guardie con le loro famiglie, per rassicurarle. Il direttore dice di portare le guardie al telefono, lui farà venire i famigliari.

I primi due agenti arrivano davanti al telefono. Uno parla col direttore, è speranzoso di sentire dall’altro capo la voce della moglie. Ma si gira verso di noi e, buio in faccia, ci restituisce la cornetta farfugliando che il direttore non può. Cerchiamo di farci Dare spiegazione ma il direttore ci dice che quelli sono gli ordini.

La cosa è strana. Chi si incazza di più sono gli agenti: da noi hanno il permesso, il direttore o chi per lui glielo nega.

Cerchiamo di capire: probabilmente il governo, i carabinieri, stanno cercando di gestire la rivolta come se dei mostri disumani, noi, stessero sbranando dei poveri agenti, questo per preparare l’opinione pubblica a un attacco militare duro che può lasciare sul terreno anche qualche morto, anche un massacro. Ci ricordiamo di Attica, negli Stati Uniti: una trentina di morti durante una rivolta per schiacciare il movimento delle pantere nere molto radicate nei penitenziari statunitensi. Quella scelta probabilmente è stata imposta dalle alte sfere del potere, si vuole un massacro per stroncare sul nascere la ripresa di un ciclo di rivolte. In campana ragazzi. Che altro possiamo fare se non gestire nel modo più tranquillo e ordinato la faccenda? Cerchiamo di tenere attivo il contatto telefonico con la direzione. Arrivano anche dei parlamentari, sottosegretari, consiglieri regionali, avvocati, ma si capisce che tutti questi vengono a dire parole inutili, vuote. In fondo le nostre richieste sono semplici e possibili. Non chiediamo certo di andare a casa. Sappiamo che non sarebbe possibile.

Obiettivi possibili – Questo non è un film americano dove dei galeotti sequestrano delle guardie e chiedono un elicottero o una macchina per andarsene dall’altra parte del mondo. Noi puntiamo a richieste molto semplici, quasi banali, perché il punto è costringere il potere a cedere.

Anche di un’unghia, ma cedere. Infatti, nel comunicato che consegniamo alle 17.00 del pomeriggio, dopo una sequela di frasi politiche contro il carcere e la differenziazione, chiediamo semplicemente la chiusura dell’Asinara, carcere diventato ormai inaccettabile anche per il «mondo democratico». Pronunciamenti e polemiche si sono susseguite all’interno dei partiti e della magistratura per chiudere la sezione speciale di quell’assurda galera. Inoltre, chiediamo la liberazione di Gianfranco Faina, gravemente malato. In quegli anni la protervia del potere era giunta a livelli parossistici. Come l’accanirsi contro Faina, la cui sorte era segnata, costringendolo a morire in carcere, come l’aver costretto alla morte Alberto Buonoconto.

Eppure in quegli anni era la norma. Grazie alla rivolta Gianfranco passò gli ultimi mesi di vita nel suo letto tra le persone che aveva piacere che lo accudissero. L’8 gennaio, una settimana dopo aver massacrato i rivoltosi, la procura di Firenze gli concesse la libertà provvisoria. Due mesi dopo morì nella sua casa di Pontremoli, in provincia di Massa Carrara. Che la terra ti sia lieve, Gianfranco.

L’ultima richiesta era semplicemente far pubblicare da giornali e tv il nostro comunicato. Si trattava di richieste possibili e legittime, in fondo chiedevamo al governo di rispettare le sue stesse leggi nei nostri confronti. Era una sfida e, posta in questi termini, ai governi e alle istituzioni dava fastidio. Nessun governo o parlamento riconoscerà mai di non aver applicato la sua legge. Anche se molto spesso non l’applica per motivi di ordine e sicurezza.

In Italia, in quegli anni, i motivi avevano preso il nome di emergenza. E da quegli anni diventò un sistema di governo. Tutto si poteva fare in nome dell’emergenza. Il testimonial di quella «nouvelle vague» fu Francesco Cossiga, ben appoggiato, oltre che dal suo partito democristiano, anche dal Pci, dai repubblicani e dal giornale «la Repubblica». Quei governi dalla metà degli anni Settanta in poi – alcuni di «unità nazionale», altri non più – vararono tali e tante di quelle norme eccezionali, appunto emergenziali, da far invidia al pacchetto antiterrorismo di un quarto di secolo più tardi di Bush, il Patriot Act del 2001, varato dopo l’attentato alle Torri Gemelle. Le leggi italiane emergenziali erano in contraddizione con alcuni dettami della Costituzione, ma ciò non produsse, tranne rare eccezioni, grandi turbamenti nel corpo della magistratura e dei tutori del diritto.

Il caos – Gli effetti sui detenuti prodotti da quella specie di libertà sono strabilianti. Quel piccolo spazio liberato diventa il luogo dove si scatena la fantasia e la creatività di chi non ha più catene. Dopo le prime ore in cui il muoversi dei detenuti appare relativamente ordinato la situazione diventa caotica. Come se a certo punto tutti ci fossimo messi d’accordo nell’impegnarci in attività completamente senza senso. Ciascuno si veste, o meglio, si maschera a modo suo, chi mette un fazzoletto sulla la faccia, chi rompe un tavolino per ricavarne una gamba da impugnare a mo’ di bastone. Alcuni addirittura costruiscono dei rudimentali scudi.

Un atteggiamento consueto nelle manifestazioni di piazza di quegli anni ma insensato perché inutile in carcere. Non certo uno scontro di piazza avremmo avuto di lì a poco. E questo lo sapevamo tutti. Se attacco ci sarebbe stato non si sarebbero di certo usati i manganelli, ma fucili, lanciagranate ed esplosivo. Altri portano gli arredamenti della cella nel corridoio, perfino le brande. Altri ancora si mettono a divellere le porte blindate. In realtà un senso c’è, forse è il vero senso della rivolta, oltre tutte le nostre parole. È il senso della libertà riconquistata, anche se in un micro spazio, ma nel quale non ci sono più le regole vessatorie e puoi fare ciò che vuoi. Puoi modificarlo quello spazio, trasformarlo, plasmarlo a tuo piacere. Sono questi i termini della libertà negata che fa implodere le persone. Trasformare, modificare, riplasmare gli ambienti e le relazioni secondo i propri desideri. Sono atti liberatori, e più sono insensati più rispondono alla necessità di sentirsi, per qualche ora, liberi. Una libertà che avremmo pagato a caro prezzo.

«La conta» alle guardie – Da qualche ora alcuni simpaticissimi proletari prigionieri si aggirano al secondo piano. Chi ci fa caso, in quella baraonda? Tutti andiamo ovunque. Però si aggirano dalle parti delle tre celle dove abbiamo rinchiuso le guardie, ben controllate da C. che ha il pregio di non consentire deroghe a quanto stabilito in precedenza. Nessuno doveva avvicinarsi alle guardie, e così era. Dopo tanto tergiversare, alcuni ci vengono a proporre uno scherzo. Ma come? In quella situazione di tensione? Appunto, proprio in quel momento liberatorio, insomma, ci propongono che vorrebbero fare «la conta» alle guardie. Ossia riprodurre, a ruoli ribaltati, il rituale opprimente che i detenuti subiscono tutti i giorni per quattro volte al giorno: «la conta».

Normalmente si effettua la mattina dalle 6.00 alle 7.00, il pomeriggio dopo l’aria dalle 15.00 alle 16.00, la sera alle 23.00 e durante la notte. Quella della mattina e del pomeriggio viene effettuata, soprattutto negli «speciali», con le guardie che entrano in cella, battono le sbarre delle finestre, entrano nel bagno anche se stai facendo i tuoi bisogni, spesso ti perquisiscono e battono le sbarre anche durante la conta serale alle 23.00.

I buontemponi vogliono far provare alle guardie il piacere di questo rituale. Ne parliamo, se la cosa è una burla, si può fare. L’assicurazione è che sarà solo una carnevalata. I cinque detenuti indossano le divise delle guardie, già tolte agli agenti e sostituite con tute da ginnastica.

Anche il cappello si mettono, i burloni, ed entrano con fare serio nelle celle delle guardie. E chi se la perde ’sta scena? Tutti lì a sbirciare senza farsene accorgere, sennò la rappresentazione non funziona. Entrano col massimo della serietà e si schierano in posizione regolamentare, fanno le mosse regolamentari, perquisiscono gli agenti in tuta e battono le sbarre con una professionalità tale che pare abbiano fatto quel lavoro per tutta la vita, in realtà l’hanno subìto per gran parte della vita.

Il «pentimento» delle guardie – Dopo la vicenda della mancata telefonata alle famiglie, l’incazzatura delle guardie verso la direzione, e chi sta dall’altra parte, è massima. Ora chi si trova davanti la loro cella oppure, chi va a portar loro il piatto di pasta e le birre, deve sorbirsi le lamentele: «Ci usano per fare i loro comodi», dicono, «e poi, quando c’è da difenderci ci buttano via come uno straccio usato». È questo il senso dei loro discorsi. E giù a lamentarsi e a bestemmiare contro tutta la scala gerarchica del loro Corpo e il Ministero, fino al punto di dire: «Col cazzo che mi fregano più a fare ’sto mestiere di merda. Meglio il manovale, è più rispettato». Alt, ferma l’immagine. Idea grandiosa: e se queste loro parole le diffondiamo? Detto fatto. Carta e penna: «Scriveteli questi vostri pensieri che poi ci incarichiamo noi di farli arrivare a chi di dovere». Dopo qualche consulenza di lingua italiana, perché la scolarità delle guardie è scarsa, i pensieri vengono battuti a macchina. Diciotto firme in calce con nome, cognome, grado e numero di matricola, e alla fine la richiesta di dimissioni. Tutti firmano, e a qualcuno di loro i toni paiono perfino troppo morbidi.

L’incazzatura è dunque un grande strumento di conoscenza? Intanto al telefono l’attività del buon Giuliano, coadiuvato da affollati capannelli, produce il risultato di far venire alla rotonda del piano terra un avvocato per consegnargli il comunicato della rivolta con le nostre moderate richieste. Il problema principale è tenere la «folla» fuori dalla piccola stanza dove c’è il telefono. La «folla» è costituita da tutti quelli che passano di lì, il traffico è simile alla strada principale di un paese nell’ora dello «struscio».

Movimento nei corridoi – C’eravamo dati dei turni precisi nei luoghi dove era prevedibile arrivassero eventuali attacchi. Ed era la rotonda del piano terra, quella da cui era arrivate, dopo l’occupazione delle sezioni, le guardie in massa per cercare di riprendere il controllo del carcere. E le avevamo respinte. Dunque lì si fanno i turni di una decina di persone e con cambi molto frequenti, in media ogni ora. Ma lì non succede niente, è tutto silenzioso e la gran parte dei detenuti è invece attratta dall’attività brulicante nelle sezioni. Si gira, ci si incontra, si parla. E soprattutto si gravita intorno alla stanza del telefono per sapere le novità. Novità che non ci sono.

Altro punto di raduno sono le tv. Alcune di queste sono state portate nel corridoio e li intorno, con sgabelli e tavolini, si sono creati dei veri e propri ritrovi. Si prende il caffè, si chiacchiera commentando le notizie della tv, quelle regionali non parlano d’altro che della rivolta. Intervistano parenti e amici delle guardie sequestrate, guardie del carcere che in quel giorno non erano in servizio, altri operatori con varie funzioni. Ci si rende conto della miriade di interessi e relazioni che ruotano intorno a quel luogo. Si sente parlare tanta gente: dirigenti e dipendenti della ditta che fornisce gli alimenti; trasportatori che portano ogni mattina vari articoli nel carcere, dai giornali alle sigarette; fino ai lavoratori della nettezza urbana che prelevano l’immondizia. Poi ci sono familiari e amici dei detenuti comuni che stanno nel reparto «normale », distante dal luogo della rivolta. Ciascuno dice la sua. E sembra che tutti stanno dentro un film. Le loro parole non hanno nulla di reale. Quell’avvenimento ha rotto la monotonia della vita di una piccola città di provincia, e loro si sentono per la prima volta su un palcoscenico.

Capannelli, chiacchiere, tavolate di spaghetti. C’è allegria. Sembra strano, la tensione delle primissime ore ha lasciato il posto a una rilassatezza inaspettata. Perfino canzoni in coro, qualche slogan, quelli delle manifestazioni, oppure stornelli regionali nei diversi dialetti che attraversano un carcere speciale, dal bergamasco, al sardo, al genovese e al siciliano, e poi, veneto, milanese, alto atesino, e toscano, umbro, romanesco, calabrese, pugliese, napoletano, marchigiano, emiliano… sembra una festa, e forse lo è.

Ma una festa di inizio o una festa di fine?

Sia quel che sia, inizio o fine, in quel momento tutti lo viviamo come una festa con grande eccitazione. Al termine della giornata, a notte inoltrata, la tensione, il tanto muoversi, lo stress delle ore precedenti si fanno sentire. Verso l’una di notte qualcuno comincia a crollare, poi, man mano uno dopo l’altro cadono nel sonno quasi tutti. Sembra assurdo, stiamo facendo una rivolta, e la notte, si sa, è il momento più infido. Nelle prime ore dell’alba può venire un attacco. Hai voglia a richiamarli alla realtà, non ci si riesce, e come dopo una grande baldoria tutti cadono in un sonno pesante.

Restiamo si e no una decina e ci concentriamo in fondo alle scale a sorvegliare che non arrivino sgradite sorprese, tre vigilano davanti alle celle delle guardie. Andando avanti a caffè, sigarette, racconti e ricordi.

Sconfitti – Sconfitti? Forse sì, ma sarebbe stato indegno non ribellarci. Non solo in carcere, anche fuori. Sarebbe stato un crimine contro l’umanità accettare i silenzi conniventi, le ambiguità ammiccanti, i compromessi egoistici, l’accondiscendenza. Siamo stati ribelli, rivoltosi, sovversivi, rivoluzionari, terroristi, chiamateci come vi pare, ma siamo stati contro il vostro squallore. Quelli che sono rimasti immobili e passivi, quelli sono criminali.

Non tutta, ma una parte consistente della nostra generazione si è ribellata in ogni regione di questo mondo, quasi che ci si fosse dato un appuntamento. Bisognava dire stop agli equilibri politici, economici e militari che continuavano a produrre stragi, massacri, povertà, fame, sfruttamento e devastazione in molte aree del mondo, come se sessanta o settanta milioni di morti di qualche decennio prima non dovessero porre interrogativi importanti.

La rivolta, la nostra rivoluzione, non è bastata a fermare la macchina devastatrice imperialista, d’accordo, ma perlomeno ha stimolato genti a sollevarsi, a non più tacere. E poi, se non ci fosse stata quell’insorgenza, la dominazione brutale ve l’immaginate dove sarebbe arrivata? [pag.309]

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Potete trovare parti consistenti del “Diario politico-militare della battaglia di Trani, scritto e divulgato  dal Comitato di Lottaqui
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Presidio al carcere di Udine

 

 

 

 

 

 

 

vedi qui il post precedente, lettere 92 detenuti

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Carcere di Brindisi: non va bene …

di Vito Totire

Qualche anno fa sollevammo il problema del carcere di Brindisi, specchio alquanto fedele della criticità del sistema carcerario a livello nazionale. Alcune reazioni istituzionali all’epoca cercarono di negare la evidenza con toni da “tutto va bene madama la marchesa”. Ma da quel momento non abbiamo assistito a provvedimenti che consentissero di coltivare la speranza del cambiamento. Anzi gli ultimi tre governi in carica hanno fatto di tutto per affossare le proposte emerse dai tavoli degli “Stati generali per l’esecuzione penale”.

Dunque gli ultimi tre governi hanno tollerato anzi consentito il peggioramento delle condizioni di vita nelle carceri sia per le persone detenute che per i lavoratori penitenziari; hanno consentito la ricrescita degli indici di affollamento (la Puglia è al top del degrado) e la negazione diffusa dei diritti e delle prerogative costituzionali. In questo quadro giunge la denuncia – giovedì 19 dicembre – tramite Radio carcere di un Comitato costituito dalle persone detenute a Brindisi che lamenta:

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La giustizia è di classe! E sempre più!

Gli adempimenti della giustizia di classe

Francia, un giovane di origini senegalesi è accusato di oltraggio a pubblico ufficiale. È un reato che riguarda più di 15.000 condanne all’anno, circa un terzo delle quali dà luogo a pene d’incarcerazione. In questo caso il giovane è recidivo, il fatto non ha testimoni, si tratta della parola degli agenti contro la parola di un giovane di periferia. In una simile situazione, l’indiziato è ritenuto colpevole prima di essere giudicato, sulla base dei suoi precedenti, della sua attitudine e dell’ambiente di provenienza. Nella zona dove risiede i fermi e le perquisizioni personali sono frequenti, senza che ci sia alcun motivo; anche il suo fermo è avvenuto senza motivo. Il comportamento del giovane alle interrogazioni del giudice non è remissivo, risponde bruscamente facendosi riprendere dalla corte, così accentua la cattiva impressione che il suo fascicolo penale ha prodotto sui giudici. Il giudizio riguarda più quello che il ragazzo è che quello che ha fatto. Si giudica ciò che si pensa abbia fatto alla luce di ciò che si pensa che egli sia.

La presenza delle forze di polizia nelle varie zone delle città e il loro modo di comportarsi non sono distribuite in maniera casuale. Le forze dell’ordine vengono concentrate, secondo logiche di controllo, su determinati territori e nei confronti di precise fasce di popolazione, per “ricordar loro il posto” che debbono avere nella società. Verso queste minoranze si tende a ribadire che sono “categorie di persone sulle quali la polizia esercita un potere superiore” su delega della società, sono quindi “proprietà della polizia”. I giudici dovrebbero dotarsi di strumenti per capire cos’è successo e perché. Invece, il mondo sociale al quale appartiene il giovane, o più esattamente l’idea che ne hanno i magistrati, aumenta il sospetto nei suoi confronti: l’immagine dei quartieri in difficoltà, con i suoi fattori criminogeni, finisce per aggravare il dossier dei reati passati e dell’infrazione giudicata, invece che renderli più comprensibili. In secondo luogo, le attitudini relazionali a cui il ragazzo può fare ricorso e il modo di esprimersi, non corrispondono alla norme e alle attese dei giudici. Il ragazzo parla male di fronte alla corte, indispone i magistrati, lascia supporre che abbia parlato male anche con i poliziotti. Diversi studi sociologici hanno dimostrato che queste due cause innalzano le disparità sociali osservate nelle decisioni di giustizia. L’udienza viene rinviata per l’assenza di uno dei tre poliziotti e il giudice dispone la detenzione provvisoria in carcere per il giovane.

Le disparità e le logiche su cui si basano queste osservazioni sono tanto più evidenti quando mettiamo a confronto questo caso con un altro giudicato nello stesso giorno.

Il tribunale, subito dopo l’oltraggio e la resistenza a pubblico ufficiale, ha dovuto esaminare il caso di uno studente denunciato per aver malmenato e violentato la compagna. I fatti sono chiari e accertati: i medici riscontrano lo stupro oltre a sei giorni di ospedale per le percosse che la ragazza ha subito, era già finita in ospedale, giorni prima, per una frattura a un dito. L’aggressore è di origine francese, di classe media, è assistito da un avvocato pagato dai suoi genitori, questi sono presenti all’udienza. Questo ragazzo parla bene, ha un atteggiamento umile, nega i fatti più gravi ma si dice dispiaciuto per gli altri e promette di non commetterli più. Il presidente si mostra meno impaziente che riguardo al caso precedente. All’accusato viene concesso il tempo di esprimersi e l’arringa della difesa è insolitamente prolissa. Il verdetto è una condanna a sei mesi di prigione con la condizionale; la vittima dello stupro resta sola al banco e a testa bassa, appare ancora più succube.

Il ragazzo di origini senegalesi accusato di aver risposto male e aver opposto resistenza a dei poliziotti che lo perquisivano senza una ragione, se ne va in prigione, mentre lo studente di buona famiglia, accusato di aggressione fisica e sessuale reiterata, se ne va a casa.

La distanza dei due mondi degli accusati hanno spinto il giudice a provare animosità per il primo e mansuetudine per il secondo. Non ha considerato che come giudice deve non solo decidere se la persona accusata ha commesso il fatto, ma anche se può essere ritenuta legalmente responsabile. Ossia se abbia agito in maniera intenzionale, e non invece senza averne la capacità di discernimento.    [tratto da: Didier Fassin, Punire- una passione contemporanea, Feltrinelli, pag. 127-136]

Nota: il codice penale francese prevede una condanna da 6 a 12 mesi di prigione per oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale, mentre le violenze sessuali sono passibili da 5 anni, aumentati a 15 in caso di stupro e aumentati ulteriormente se l’atto ha provocato ferite, come in questo caso.
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Un altro caso nel 2016. Stati Uniti: uno studente bianco dell’università di Stanford, campione di nuoto, riconosciuto colpevole di stupro di una giovane ragazza incosciente è stato condannato a 6 mesi di jail (piccola struttura di detenzione temporanea, gestita da governi locali e supervisionata dai dipartimenti di sceriffi della contea, progettata per detenere persone arrestate di recente che hanno commesso un reato minore, mentre la prison è di solito una grande struttura statale o federale destinata a ospitare persone condannate per un crimine grave e le cui condanne superano i 365 giorni. La prison può essere tradotta con “penitenziario”) e a tre anni di probation (è una esecuzione penale esterna, una misura alternativa o sanzione sostitutiva del carcere, in Italia qualcosa di simile è chiamata “messa alla prova”) dopo aver negoziato. Qualche settimana dopo per un altro stupro commesso da un immigrato proveniente da San Salvador che parlava male inglese, lo stesso giudice ha emesso condanna a 3 anni di detenzione in una prison. Entrambi erano senza precedenti.

                       Qualcuno/a ha ancora dubbi che la giustizia sia di classe e come tale opera?

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31 dicembre, al fianco delle persone imprigionate per augurare “libertà”

Tutte e tutti sotto il carcere di Rebibbia il 31 dicembre. Sotto le carceri delle altre città chi vive altrove.

Il 31 dicembre si concludono due decenni nel nuovo secolo e il sistema punitivo sta diventando sempre più feroce invece di attenuare la propria brutalità: quasi 61.000 persone imprigionate in istituti con una capienza non superiore ai 50.000 posti.

Sono morte 123 persone imprigionate di cui 46 per suicidio (dati al 7 dicembre).

Sono imprigionate 49 madri con i  54 figli minori di 3 anni.

In carcere si entra sani e si esce malati o dipendenti dagli psicofarmaci che vengono propinati in dosi massicce.

Il carcere è un’istituzione fallimentare e spietata. Il carcere va abolito al più presto, insieme alla società che lo produce e lo utilizza per mantenere il regime della proprietà privata, dello sfruttamento, dell’esclusione, del profitto e dei massacri chiamati guerre umanitarie!

ABOLIZIONISMO!

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Lettera di protesta dei detenuti del carcere di Udine

Buongiorno, come “Assemblea permanente contro il carcere e la repressione” abbiamo ricevuto alla nostra casella postale (Associazione “Senza Sbarre” c.p. 129 – 34121 Trieste Centro) la lettera firmata da novantadue detenuti del carcere di Udine che segue, nella quale vengono denunciate le gravissime carenze dal punto di vista sanitario, educativo e di assistenza psicologica. Vi preghiamo di diffonderla via web e/o via carta stampata.

Assemblea permanente contro il carcere e la repressione – dicembre 2019

liberetutti@autistiche.org

RECLAMO AVVERSO LA DIREZIONE

L’AREA EDUCATIVA E SANITARIA

Noi detenuti dell’istituto penitenziario di Udine, mettiamo in evidenza con questa nostra fatti molto gravi, che ha la stessa struttura ne è afflitta.

Parliamo anche riguardo la direzione che non è presente, nella stessa struttura. Poi di psicologi dott. Emanuela Rota.

Nello specifico: le difficoltà che noi tutti detenuti abbiamo, nell’avere incontri privati all’interno della struttura.

In quanto gli stessi operatori la quale ne facciamo riferimento in nostre numerose richieste fatte in normale domandina 353, e con ulteriori solleciti anche fatti dagli stessi assistenti dei piani, ma senza mai avere nessun riscontro e risposta, ai nostri continui reclami,

Lo stesso con la direttrice dott.ssa Iannucci, che noi detenuti vediamo solo al momento di richiami disciplinari. In quanto la direzione dovrebbe essere presente almeno una volta ogni mese e fare visita ad ogni piano e vedere e chiedere se ci sono dei problemi e anche doversi chiedere essendo la responsabile dell’istituto di pena quali sono i problemi che nella stessa struttura detiene e di problemi seri, in questa struttura ce ne sono molti. “E anche gravi” sopratutto partiamo dall’area sanitaria qua parliamo della dirigente sanitaria e gli stessi dottori che ne fanno parte. Che non corrispondono alle adeguate norme.

Vengono sbagliate le terapie, non veniamo soccorsi nei momenti di bisogno. Non rispettano le norme vigenti di pulizia. Non sono coerenti con i fatti. Il medico che ti visita attraverso internet guardando il problema che hai, consultando google per poi darti una tachipirina per ogni problema.

Detenuti che hanno gravi problemi di salute che non vengono chiamati in infermeria neanche al momento che ti segni. Persone affette da stomia e devono aspettare di ritirare le proprie sacche alle 21 di sera dalla mattina che li chiede.

Persone che gli vengono sbagliati i farmaci.

Dottori che istigano detenuti. Muri con muffa sporchi. Un area sanitaria non a norma di nulla infatti ci sono molte querele alla stessa. Ma nessuno prende dei veri provvedimenti in merito.

Gente che muore perché non soccorsa perché anche gli orari infermieristici non coprono le 24 h.

Da lunedì al sabato dalle 9 alle 12.30 poi dalle 15 alle 21.La domenica chissà…

Dottori che per un male di stomaco ti danno paracetamolo ecc. c’è anche altro..

Anche la direzione dovrebbe rendersi responsabile di tutto queste cose che accadono anche gravi, nell’istituto. Alla quale degenerano tutto il sistema e la stessa struttura.

Per poi parlare di una educatrice dott.ssa Emanuela Rota, che rallenta tutto il sistema dell’istituto carcerario ed anche rallenta i nostri legali, perché non rispetta i diritti e doveri di ogni detenuto anche dal fatto di permessi e sintesi. Perché quando poi dopo mesi e mesi abbiamo la fortuna di essere chiamati succede che al posto di trattare dei nostri argomenti, parla dei suoi problemi famigliari.

L’educatrice è in dovere di svolgere il suo lavoro perché è di tale fondamentale la sua partecipazione alla nostra vita nell’istituto.

E purtroppo noi tutti siamo stanchi, stufi, afflitti da sofferenza e indignazione per tutto queste cose, tutto perché abbiamo un area educativa assente e non, funzionante. E vorremmo che le nostre voci di aiuto si farebbero sentire, e non cestinate. Come sempre! Lo stesso è avverso anche la parte pscologa che è di maggior importanza e fondamentale nell’istituto.

E parliamo del dott. Oddo Aurelio che nella struttura è invisibile che anche lo stesso non risponde a nessuna, nostra domandina che ci vede qualche ora al primo ingresso se si ha la fortuna e poi basta.

Che anche riesce a fare delle sintesi con solo 1 ora che ti ha visto. Ma relazioni di argomenti mai discussi con lo stesso. Inoltre noi detenuti vorremmo capire con quale criterio lavori! “Non si capisce che ce lo spieghi” infatti molti detenuti lamentano la sua assenza persone che non vengono chiamati anche in un lungo periodo di mesi 6. Tutto questo risulta inconcepibile e non rispetta i diritti dei detenuti, e i giusti criteri vigenti. Di questi “pseudo educatori, psicologi”. Che con questo loro fare non fanno altro, che rallentare, ritardare il tutto. Le relazioni che sono, di vitale e fondamentale importanza per tutti noi reclusi.

Perché grazie a queste il tutto avrebbe un percorso, più veloce con i nostri legali e con gli enti esterni,

Assistenti sociali; u.e.p.e; s.e.r.t.; ecc ecc.

Noi chiediamo a voce alta aiuto a persone responsabili, che abbiano la piena consapevolezza di avere voglia di fare e rispettare la propria dignità di noi detenuti.

E non di schiacciarci sotto i piedi solo perché noi essendo in carcere siamo fuori dal mondo esterno.

Vi chiediamo di non cestinare la nostra sofferenza nel ribellarci per i nostri doveri. E dimostrare che questa nostra petizione sia dimostrabile a fatti non a parole.

Se voi associazione vi interessate da molti anni di tutte le problematiche dei detenuti allora fate si che questa nostra venga letta e messa in atto. Dimostrando che non venga cestinata. Perché ci sono le firme di tutti noi detenuti. Che urliamo aiuto!

Li il 11/11/2019

In fede tutti i detenuti del cc di via Spalato

Udine.

Aiutateci per favore

Seguono firme di 92 detenuti.

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