Pubblicate le motivazioni della sentenza di Mastrogiovanni

Da: rivista anarchica anno 47 n. 416 maggio 2017

Caso Mastrogiovanni/Pubblicate le motivazioni della sentenza

Dopo circa quattro mesi dall’emanazione della sentenza emessa dalla corte d’appello del Tribunale di Salerno per la morte di Francesco Mastrogiovanni, nella quale sono state confermate, seppur dimezzate, le pene per i sei medici del reparto di psichiatria dell’Ospedale San Luca di Vallo della Lucania (Sa) e sono stati condannati undici dei dodici infermieri loro collaboratori (assolti in prima istanza), sono state rese note le motivazioni della sentenza di secondo grado. Quali sono state le pene comminate e le relative motivazioni?

Le richieste
Nella requisitoria del 10 aprile 2015 il Procuratore Generale Elio Fioretti aveva chiesto pene variabili da cinque anni e quattro mesi a quattro anni sia per i sei medici che per gli undici infermieri. La dr.ssa Maddalena Russo, subentrata nel corso del processo al dr. Fioretti, nella sua brevissima replica ha confermato le richieste del collega, ribadendo la responsabilità anche degli infermieri.

Le condanne
La Corte d’Appello di Salerno, presieduta dal Dott. Michelangelo Russo, nonostante le richieste di inasprimento delle pene avanzate dai due Procuratori Generali ha condannato gli infermieri: Giuseppe Forino, Alfredo Gaudio, Antonio Luongo, Nicola Oricchio e Marco Scarano a un anno e tre mesi di reclusione; Maria D’Agostino Cirillo, Carmela Cortazzo, Antonio De Vita, Massimo Minghetti, Raffaele Russo e Antonio Tardio a pene lievissime di un anno e due mesi per aver dato “un contributo materiale consapevole alle condotte dei medici, contribuendo consapevolmente, con comportamento commissivo od omissivo, alla privazione della libertà personale dei pazienti e senza esercitare il potere/dovere di rifiutarsi o comunque di segnalare l’illeicità, connesso alla loro funzione e comunque loro conferito dall’art.51, comma 3 C.P.,”.
Per la prima volta i giudici hanno affermato che non basta ubbidire ad un ordine per non essere ritenuti responsabili di un reato.
Per quanto riguarda i medici Rocco Barone e Raffaele Basso la pena comminata è di due anni; Michele Di Genio, primario, è stato condannato a un anno e undici mesi; Amerigo Mazza e Anna Angela Ruberto ad un anno e dieci mesi; Michele Della Pepa a un anno e un mese per aver messo in atto: “una contenzione disumana”, che non può essere giustificata con finalità di protezione del paziente e appare come una prassi legata a carenze di personale e volontà organizzative. Il fatto che nessuno dei medici l’abbia annotata in cartella clinica dimostra per i giudici la consapevolezza di quanto non vi fosse alcun presupposto per legittimarla. Se le pene previste in primo grado sono state ridotte è solo nel rispetto di criteri di commisurazione della pena, “che non devono tenere conto di fattori emotivi” e in considerazione di un contesto temporale in cui la sensibilità a certi temi era meno avvertita.

Emanuela Bussolati – “Angelo costretto”. Illustrazione a sostegno della
campagna per l’abolizione della contenzione “…E tu slegalo subito”

Lo sconcerto dei familiari
L’esiguità delle pene e la sospensione per i medici dell’interdizione dai pubblici uffici hanno prodotto nei familiari dell’insegnante un grande sconcerto. Caterina Mastrogiovanni, sorella di Franco, intervistata dal TG3, visibilmente turbata ha dichiarato: “Resto molto delusa, molto delusa soprattutto per il reintegro (del personale sanitario, n.d.a.), mio fratello è stato ammazzato in quel reparto”. Anche Grazia Serra, figlia di Caterina e nipote dell’insegnante cilentano ha dichiarato con forza: “Sono molto preoccupata, è stata sospesa l’interdizione dal lavoro per i medici, noi quello che vogliamo è che non accada mai più e invece questi medici continueranno a lavorare”. Se necessario, continua Grazia, ci rivolgeremo alla Corte Europea per i diritti dell’uomo.

La “Legge Mastrogiovanni”
A seguito dei tanti morti e degli abusi consumati nell’esecuzione dei ricoveri coatti, i Radicali hanno preannunciato che presenteranno, in Parlamento, una proposta di “Legge Mastrogiovanni” che riveda il Trattamento sanitario obbligatorio. Altre battaglie che ci attendono sono quelle per l’introduzione nel codice penale dei reati di tortura e trattamenti degradanti. A chiederlo, tra gli altri, è il comitato dei ministri del Consiglio d’Europa che ha ritenuto insufficienti le misure sinora prese dall’Italia per dare esecuzione alla sentenza di condanna della Corte europea dei diritti umani sul caso Cestaro (irruzione nella scuola Diaz durante il G8 di Genova) emessa il 7 aprile 2015.

Angelo Pagliaro

 

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A proposito del panico di massa a Torino: i “rimedi” sono poliziesco-militari

Prima si infonde la paura per meglio governare un popolo e lo si porta in preda di angosce e inquietudini, …  poi si propongono “rimedi” poliziesco-militari

Il ministro Minniti: “protezione civile e vigili urbani per gestire la sicurezza in piazza”  –

leggo da: La Stampa dell’ 8 giugno 2017 (art, firmato da Lodovico Poletto)

      Il ministro degli Interni Minniti si è recato sulla scena di Piazza S. Carlo e dopo i preliminari di rito: «Sono qui a Torino perché l’Italia vuole essere vicina ai feriti e ai soccorritori. Ho incontrato sia gli uni che gli altri e mi sono reso conto del lavoro straordinario che il sistema sanitario di Torino ha svolto quella notte. Certo qualcosa non ha funzionato. Bisogna ricostruire nel dettaglio affinché non si ripeta più, né a Torino né in altre parti del Paese», ci ha spiegato il suo impegno per «Studiare nuovi metodi di prevenzione e gestione del panico per evitare il ripetersi di nuovi drammi collettivi come quello avvenuto sabato sera a Piazza San Carlo».

Il ministro ci ha assicurato che, «sta elaborando una nuova dottrina di sicurezza per proteggere i cittadini dalla paura. La formula con cui farlo è “far coincidere la safety e la security” », (sono due termini per dire la parola “sicurezza”, anche se al primo si attribuisce anche il senso di “scampo”, “salvezza”,).

Il lodevole intento di Minniti è «battere una “psicosi che genera ansie e che mette a rischio l’incolumità dei cittadini e crea un problema di sicurezza“. In quanto alla fine tutto ha una radice. “Perché – spiega ancora il ministro – c’è un collegamento emotivo diretto tra l’attentato di Manchester e il panico di Torino. Là c’è stato l’attacco, qui s’è innescata la paura: l’effetto che i terroristi volevano creare lo abbiamo avuto noi”».

Minniti afferma che la direttiva per evitare tutto questo, «richiede un cambio di visione complessiva del problema”. E che passa attraverso quella che lui chiama “gestione integrata della piazza” da parte di “forze dell’ordine assieme a Protezione civile, Vigili del fuoco e vigili urbani».

Infine ci delinea il suo modello: «Il modello di sicurezza che noi oggi applichiamo prevede l’integrazione fra le forze di sicurezza e l’esercito. Cosa che è stata fatta, e con successo, anche in occasione delle celebrazioni dei sessant’anni dei Trattati di Roma e per il G7 di Taormina. E questa è la security. Ma sul fronte della “safety” è fondamentale pensare, ed agire, in modo differente».

Ecco la sua soluzione per la safety, ovvero come scampare al panico senza esserne travolti. Dopo aver analizzato dettagliatamente quello che è successo a Torino, ha affermato che: «Per evitare che ciò avvenga servono tecniche innovative. Come “indicare le vie di fuga prima dell’evento, ad esempio utilizzando una star oppure un calciatore che sale sul palco e spiega al pubblico dove andare in caso di necessità è una ipotesi sulla quale lavorare”, spiega ancora Minniti: “Bisogna saper governare gli animi anche in caso di emergenza. E anche questo è uno dei compiti di uno Stato che intende garantire la sicurezza e l’incolumità ai suoi cittadini».

Non è venuto in mente al ministro di dire che il “panico” di Torino altro non è che il risultato del martellamento ossessivo sui temi della “in-sicurezza”, del “terrore”, degli “attentati”, insomma del “nemico che vuole distruggere il nostro meraviglioso stile di vita”. [vedi il “Diritto Penale del Nemico” qui]

Intanto le TV e i giornali, ma anche i film, le fiction, e tutta la produzione mediatica, continua a spargere paura e terrore tra la popolazione. Lo fanno anche gli stessi politici, soprattutto in periodi elettorali, non volendo parlare delle scelte economiche e politiche che non faranno oppure faranno contro di noi. Non è una novità, da secoli nella cultura dominante delle classi dirigenti (tutte) è radicata la tecnica del “governo della paura”, che mostra come sia agevole governare una popolazione impaurita, terrorizzata, intimorita che non governare settori popolari attenti ai propri interessi, pronti a organizzarsi e lottare, senza farsi gabellare da fandonie e panzane.

 

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Ciao Lorenzo!

 

 

 

 

 

 

CHI HA COMPAGNI NON MUORE MAI

Lorenzo ci ha lasciati. Perdiamo un compagno come pochi. Firenze perde un pezzo di storia. Una storia di parte che Lorenzo ha vissuto in tutti questi anni sulle barricate, sempre schierato dalla parte giusta, dalla parte degli ultimi. Dalla militanza rivoluzionaria negli ’70 alle tante lotte per il diritto alla casa… sono migliaia le persone che hanno avuto la fortuna di conoscere il suo coraggio, la sua testardaggine, la sua straordinaria umanità. Lorenzo non si è mai fermato, neanche nei momenti e negli anni più difficili. Una vita intera dedicata a tenere alta la bandiera di un riscatto possibile, da conquistare sul campo. E l’insegnamento più importante che ci lascia è proprio questo: contro l’ingiustizia di questo mondo non bastano le belle parole, e lui non si è mai accontentato di “chiacchierare”. Per lui non è mai stato il momento sbagliato per lottare. Il suo ricordo e il suo insegnamento sono beni preziosi di cui fare tutti tesoro. Fino all’ultimo respiro ha fatto di tutto perché il fuoco delle lotte non si spegnesse. E non si spegnerà.

In ogni picchetto,
in ogni occupazione
dietro ad ogni barricata,
resistendo alle cariche della polizia,
continuando a sfidare questo mondo,
Lorenzo continuerà ad essere con noi in prima fila.

Stai tranquillo, non è finita qui…
Hasta la victoria companero!

Aspettando chiarezza sul giorno dei funerali, ci prepariamo a dare a Lorenzo il saluto che si merita nelle strade e nelle piazze di Santa Croce, luoghi vissuti da Lorenzo tra mille scontri e battaglie…

I compagni e le compagne della lotta per la casa e dei collettivi autonomi

 

 

 

 

 

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Non farti la domanda: devo occuparmi della Repressione? è la Repressione che si occupa di te!

Puoi ascoltare la presentazione fatta dagli autori del libro Costruire Evasioni nella trasmissione “La Conta”  andata in onda mercoledì 31 maggio (dalle 15 alle 16) dalle frequenze di RadiOndaRossa:  qui

Si tratta del libro uscito in questi giorni in libreria: Prison Break Project – COSTRUIRE EVASIONI, sguardi e saperi contro il diritto penale del Copertina-CostruireEvasioninemico – Edizioni Bepress 2017-05-17

È un testo molto utile per conoscere come opera la Repressione! Per scoprire il ruolo sempre più importante della costruzione del nemico pubblico, del nemico dello stato contro cui indirizzare gli attacchi. E’ un testo utile per individuare i terreni su cui si attesta la repressione, per non farci trovare impreparati. Per contrastarla e combatterla! 

*La Repressione è sempre attiva e rinnova le sue pratiche per rendere il controllo sociale e politico sempre più totale:

-nei confronti di ogni espressione e manifestazione di dissenso;

-per moderare il conflitto sociale e renderlo compatibile con l’ordine esistente. Per svuotarlo dei contenuti di trasformazione sociale;

-per imporre ai movimenti rivendicazioni compatibili con l’ordine capitalistico esistente;

-per individuare le “classi pericolose” e i soggetti che operano per un cambiamento sociale.

Ragionare sulla lotta alla Repressione vuol dire affrontare un tema importante della lotta politica. La Repressione non è un fatto esclusivamente giudiziario, prima di tutto è un fatto politico. La sua azione si sposta verso l’individuazione delle “finalità” del tuo agire, non tanto del “fatto” che hai compiuto.

Discutere questi temi, queste analisi e metterle in pratica è il compito che abbiamo per costruire un terreno di resistenza alla repressione.

Il radicamento e la forza costruita nei territori è l’unico argine per contrastare la repressione!

 

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Contro il “diritto penale del nemico”. Un libro, discutiamone!

È appena uscito un libro molto utile ai movimenti di lotta. Analisi e riflessioni necessarie per conoscere e contrastare la repressione:

Prison Break Project – COSTRUIRE EVASIONI, sguardi e saperi contro il diritto penale del nemico – Edizioni Bepress 2017

Copertina-CostruireEvasioni

Parlare, riflettere e scrivere di lotte e repressione è un esercizio arduo e spesso ingrato. Bisogna entrare nel terreno avverso, in quel perimetro composto da dispositivi linguistici o operativi che disegnano i limiti, sanciscono decisioni, attivano punizioni dannatamente reali proiettate sulle vite altrui. Ciascuno di noi è un potenziale obiettivo della repressione

[dalla quarta di copertina]

In Italia, dal 2001 in poi, la repressione rivolta ai movimenti sociali ha visto una forte accelerazione. Il fenomeno non è solo materia di tribunali, ma anche di politici e media.

È tuttavia necessario considerare anche il piano giuridico, esaminando le evoluzioni dei dispositivi più usati contro le lotte sociali. Il testo si confronta con alcune inchieste giudiziarie e con le eterogenee pratiche di lotta e resistenza messe in atto dai movimenti.

Non ci troviamo in una situazione di emergenza democratica: la guerra senza quartiere al “nemico pubblico” è la regola di qualsiasi governo. Per questo preferiamo parlare di diritto penale del nemico.

Dal basso e dal ventre dei movimenti, non vogliamo dettare la linea ma contribuire a inceppare il meccanismo repressivo.

[dalla prefazione di Salvatore Ricciardi]

Seguendo il filo di queste indicazioni, con tutte le variazioni possibili, si potrà, in poco tempo, avere un quadro, via via, più preciso delle tendenze che sta assumendo la repressione e accumulare conoscenze per non farci trovare impreparati, né colti alla sprovvista.

Avere questo libro tra le mani è importante; ancora più importante è leggerlo e discuterlo collettivamente; ma la vera sfida è quella di continuare questa riflessione sul piano pratico, senza tralasciare quello analitico.

=*=*=*=

Prison Break Project è un progetto di analisi sulla repressione dei movimenti sociali . Anima un blog (prisonbreakproject.noblogs.org) e ha autoprodotto nel 2014 il libretto “Terrorizzare e reprimere”

Il libro verrà presentato e discusso a Roma:

*Giovedì 25 maggio, ore 19 presso il bar-libreria Zazie nel metrò, via Ettore Giovenale, 16, quartiere Pigneto. Zazie 25 mag

*Venerdì 26 maggio, alle ore 19 presso B(A)M Biblioteca Abusiva Metropolitana via dei Castani, 42                       quartiere Centocelle. Informazioni su: bambibliotecaabusivametropolitana.noblogs.org  Evento Facebook

BAM EVASIONI

*Sabato 27 maggio alle ore 18 presso il CCP (Centro Cultura Popolare) in Via Capraia 81, quartiere Tufello. Informazioni su: http://www.ccptufello.org/   rassegna_etnicaDesiree

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Come non odiare galere e manicomi?

Queste istituzioni totali (e chi le mantiene) producono violenza, odio e sopraffazione

 Alcuni e alcune ricorderanno questo esperimento scientifico fatto nel 1971negli Stati Uniti (ne ho parlato spesso dai microfoni di RadioOndaRossa). Proviamo a ricapitolarlo:

 Nel 1971 a Stanford  negli Usa fu condotto un esperimento per indagare il comportamento umano in particolari contesti. Si chiese ad alcuni studenti di aderire all’esperimento e dividersi in due gruppi, alcuni avrebbero rivestito il ruolo di guardie carcerarie e altri quello di prigionieri, all’interno di un carcere simulato, che non era altro che il seminterrato dell’Istituto di psicologia della stessa università dove gli studenti studiavano. L’esperimento fu ideato e condotto da un team di ricercatori diretto dal professor Philip Zimbardo della Stanford University.

Furono prescelti 24 partecipanti maschi tra 75 volontari, privilegiando i più equilibrati, quelli più maturi e quelli meno attratti da comportamenti devianti; furono poi assegnati casualmente al gruppo dei prigionieri o a quello delle guardie. I prigionieri indossarono ampie divise sulle quali era applicato un numero, sia davanti che dietro, un berretto di plastica, e fu loro posta una catena a una caviglia; dovevano inoltre attenersi a una rigida serie di regole, simili a quelle dei penitenziari. Le guardie indossavano uniformi color kaki, occhiali da sole riflettenti che impedivano ai prigionieri di guardarli negli occhi, erano dotate di manganello, fischietto e manette, e fu concessa loro ampia discrezionalità circa i metodi da adottare per mantenere l’ordine.

La tesi che il professor Zimbardo voleva verificare era quella del comportamento sociale cosiddetto della deindividuazione, secondo cui gruppi coesi di persone costituendo una folla, tendono a perdere l’identità personale, la consapevolezza e il senso di responsabilità a favore di impulsi antisociali.

Dopo alcuni giorni, i due gruppi svilupparono eventi drammatici e un livello di odio e di scontro talmente violento tra di loro che l’esperimento dovette essere interrotto onde evitare conseguenze assai gravi.

Quella prigione finta, in poche ore, era diventata una prigione vera. I risultati arrivarono immediatamente, furono drammatici e andarono ben oltre le verifica delle tesi della deindividuazione, proponendo un conflitto talmente violento da stupire gli stessi ricercatori. Dopo solo due giorni si verificarono i primi scontri: i prigionieri si strapparono le divise di dosso e si barricarono all’interno delle celle oltraggiando le guardie; queste iniziarono a intimidirli e umiliarli cercando in tutte le maniere di spezzare il legame di solidarietà che si era sviluppato fra essi. Le guardie costrinsero i prigionieri a cantare canzoni oscene, a defecare in secchi che non avevano il permesso di vuotare, a pulire le latrine a mani nude. A fatica le guardie e il direttore del carcere (lo stesso Zimbardo) riuscirono a contrastare un tentativo di evasione di massa da parte dei detenuti. Al quinto giorno i prigionieri mostrarono sintomi evidenti di disgregazione individuale e collettiva: il loro comportamento era docile e passivo, il loro rapporto con la realtà appariva compromesso da seri disturbi emotivi, per contro, le guardie continuavano a comportarsi in modo vessatorio e sadico.

A questo punto i ricercatori interruppero l’esperimento suscitando da un lato la soddisfazione dei carcerati e dall’altro un certo disappunto delle guardie.

Nelle valutazioni dei ricercatori guidati da Philip Zimbardo venne messo a fuoco il ruolo delle guardie, cioè di gruppi coesi di persone che assumendo una funzione di controllo su altri nell’ambito di una istituzione (in questo caso una delle più rigide e totali come il carcere), si decompone in un ruolo istituzionale, si piega ad assumere le norme e le regole dell’istituzione come unico valore a cui il comportamento deve adeguarsi.

Scompare l’autonomia comportamentale che caratterizza il funzionamento psicologico delle persone. Scompare la perdita di responsabilità personale sulle conseguenza delle proprie azioni (eteronomia), si indeboliscono gli autocontrolli basati sul senso di colpa, sulla vergogna, sulla paura, e così si inibiscono le espressioni di comportamenti distruttivi. Alla diminuita consapevolezza di sé, fa da contraltare l’aumento di identificazione e sensitività agli scopi e alle azioni intraprese dal gruppo: l’individuo pensa, in altri termini, che le proprie azioni facciano parte di quelle compiute dal gruppo.

Al di là delle intenzioni dei ricercatori, quell’esperimento fu un potente atto d’accusa verso una società in cui gli individui vengono definiti in base a criteri pregiudiziali: l’ossessione di definire, (la parola stessa “definire” contiene il termine “confine”, dal latino definire ossia limitare, deriva da finis = confine, e vuol dire rendere espliciti i limiti o i confini)

È quello che succede ogni giorno in ogni carcere del mondo, e marca come ridicoli e ingannevoli i progetti di recupero dei prigionieri a una vita rispettosa delle regole e dell’ordine societario, altrettanto insidioso il ruolo degli operatori penitenziari (non solo le guardie) a una funzione volta a rieducare e reinserire i detenuti. Una realtà che fa si che in ogni paese dove esiste il carcere si contino pestaggi, sopraffazioni, torture, uccisioni da una parte, rivolte e ribellioni, aggressioni e tentate evasioni dalla parte opposta.

Facciamola finita con il carcere!!!

Le tesi alla base di questo esperimento vengono analizzate da Zimbardo in un suo saggio del 2007 (in Italia, pubblicato nel 2008) intitolato Leffetto Lucifero.

[Questa vicenda ha ispirato anche alcuni film: La gabbia 1977 di Carlo Tuzii;  The Experiment – Cercasi cavie umane 2001 di Hirschbiegel;  The Experiment 2010 di Paul Scheuring, remake del precedente;  Effetto Lucifero, 2015 di Kyle Patrick Alvarez]

 

….. questo è uno ………….. vediamo ora un altro esperimento, del 1973:

 

L’esperimento di Rosenhan: quando i “sani di mente” vennero internati nei reparti di psichiatria

David Rosenhan, uno psicologo che insegna alla Stanford University, nel 1973 decide di intraprendere un esperimento. Voleva dimostrare non soltanto la fallacia delle diagnosi psichiatriche e l’inadeguatezza del metodo utilizzato per farle ma anche la pericolosità dell’etichettamento derivato dal ricevere una valutazione psichiatrica da parte delle istituzioni “competenti”.

Per questo selezionò otto volontari. Uno era uno studente di psicologia, già laureato, di circa venticinque anni. Gli altri sette erano più vecchi e “inseriti”. Fra di loro c’erano tre psicologi, un pediatra, uno psichiatra, un pittore e una massaia. Di questi otto pseudopazienti tre erano donne e cinque uomini.

Dopo aver fatto una telefonata all’ospedale per prendere un appuntamento, lo pseudopaziente arrivava all’ufficio ammissioni lamentandosi di aver sentito delle voci. Alla domanda di cosa dicessero le voci, rispondeva che erano per lo più poco chiare, ma per quel che poteva dire lui, gli dicevano “vuoto“, “cavo” e “inconsistente“. Le voci non gli erano familiari ed erano dello stesso sesso dello pseudopaziente. La scelta di questi sintomi fu compiuta a causa della loro apparente somiglianza con certi sintomi di tipo esistenziale.

Oltre ad inventare i sintomi e a falsificare il nome, la professione e l’impiego, non furono compiute altre alterazioni sulla storia personale o sulle circostanze specifiche. Gli eventi significativi della storia della vita dello pseudopaziente furono presentati nella forma in cui si erano in realtà verificati. I rapporti con i genitori e i fratelli, con il coniuge e i figli, con i compagni di lavoro e di scuola, purché non risultassero incoerenti con le eccezioni qui sopra menzionate, furono descritti così com’erano o com’erano stati. Furono descritti le frustrazioni e gli sconvolgimenti, così come lo furono le gioie e le soddisfazioni.

Dopo i colloqui tutti i pazienti furono ricoverati. Sette vennero bollati come schizofrenici, uno come maniaco-depressivo.

Immediatamente dopo l’ammissione nel reparto psichiatrico lo pseudopaziente cessava di simulare ogni sintomo di anormalità. In alcuni casi, si verificava un breve periodo di leggero nervosismo e ansia, dato che nessuno degli pseudopazienti davvero credeva che sarebbe stato ammesso in ospedale tanto facilmente.

Se si esclude questo breve periodo di nervosismo, lo pseudo paziente si comportò in reparto così come si comportava “normalmente”. Lo pseudopaziente parlava con i pazienti e con lo staff così come avrebbe potuto fare abitualmente. Siccome in un reparto psichiatrico ci sono poche cose da fare cercò di intrattenersi con gli altri conversando. Quando lo staff gli chiedeva come si sentisse, diceva che stava bene e che non aveva più sintomi. Rispondeva alle istruzioni che gli davano gli inservienti, alla somministrazione di farmaci (che però non venivano ingeriti) e alle istruzioni che gli erano state date quando si trovava in sala da pranzo. Oltre alle attività che gli era possibile svolgere nel reparto di accettazione, trascorreva il suo tempo a trascrivere le sue osservazioni sul reparto, i pazienti e lo staff. Inizialmente queste annotazioni venivano prese “in segreto”, ma, non appena apparve chiaro che nessuno ci faceva molta attenzione, gli pseudopazienti si misero a scriverle su normali blocchi di fogli, in luoghi pubblici come poteva essere il soggiorno. Di queste attività non si tenne alcun segreto.

Si dimostrarono educati/e e collaborativi/e e vennero trattenuti/e da 7 a 54 giorni. Nonostante fossero state scelte strutture diverse per posizione geografica, storia e orientamento del reparto psichiatrico.

Piuttosto, invece, sembra assai evidente che, una volta etichettato/a  come schizofrenico/a, sia rimasto/a intrappolato/a in questa etichetta. Per essere dimesso/a, la sua malattia doveva essere “in via di remissione” ma non era del tutto sano/a, né mai lo era stato/a dal punto di vista dell’Istituzione.

Era dunque importante vedere se la tendenza a diagnosticare malato di mente chi era invece sano potesse essere invertita. Il seguente esperimento fu messo in atto in un ospedale dove venivano svolte attività di ricerca e di insegnamento e il cui staff era venuto a conoscenza dei nostri risultati, ma non voleva credere che un errore così macroscopico potesse verificarsi nel suo ospedale.
Lo staff fu informato che, nel corso dei tre mesi successivi, uno o più pseudopazienti avrebbero cercato di essere ammessi in questo ospedale psichiatrico. Ad ogni membro dello staff fu richiesto di classificare ogni paziente che si presentava in accettazione o in un reparto a seconda delle probabilità che quest’ultimo aveva di essere uno pseudopaziente.

Si ottennero voti per 83 pazienti che erano stati ammessi per subire un trattamento psichiatrico. A tutti i membri dello staff che avevano avuto in prima persona responsabilità nei suoi confronti – inservienti, infermieri psichiatri, medici e psicologi – fu richiesto di dare il loro giudizio. Quarantun pazienti furono considerati con un alto grado di sicurezza come pseudopazienti da almeno un membro dello staff. Ventitré furono considerati sospetti da almeno uno psichiatra. Diciannove furono considerati sospetti da uno psichiatra e da un altro membro dello staff.

Per Rosenhan l’esperimento indica che la tendenza a designare malata di mente la gente sana può essere invertita quando la posta in gioco (in questo caso, il prestigio e l’acume diagnostico) è alta. Ma cosa si deve dire delle diciannove persone per le quali fu sollevato il sospetto che fossero “sane” da parte di uno psichiatra e di un altro membro dello staff? Erano davvero “sane” queste persone, o si trattava piuttosto del fatto che lo staff, per evitare di incorrere nell’errore del secondo tipo, tendeva a commettere più errori del primo tipo – definire “sano” il matto?

I due esperimenti dimostrarono l’insufficienza degli strumenti di valutazione psichiatrici, il fardello dello stigma istituzionale e sociale che ogni individuo bollato come malato deve subire per tutto il resto della propria esistenza, e il ruolo che i pregiudizi hanno nel determinare le diagnosi in questo ambito.

 L’articolo completo si trova su: http://www.ecn.org/filiarmonici/antonucci-38.html

Racconta questo esperimento e le valutazioni un buon libro:                                                  Wiley, New York 1958; trad. it. Classi sociali e malattie mentali, Einaudi, Torino 1965

Quando gli esperimenti scientifici mettono in discussione le certezze delle istituzioni non vengono considerati, come non fossero mai esistiti. È un’ennesima prova che la scienza e la tecnologia sono state piegate al servizio esclusivo del sistema capitalistico e delle istituzioni che ne consentono la riproduzione.

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Cinquecento anni fa, come oggi? La repressione del vagabondaggio

Ringrazio “zero pregi” per aver twittato questo pezzo di giornale locale:

L’invito che rivolgo a tutte e tutti è di cercare nei giornali locali dei vostri territori notizie simili, perché potranno darci un quadro preciso di ciò cui stiamo andando incontro.

Alcune riflessioni: sono passati “appena 500 anni e le leggi del capitalismo operano senza sostanziali modificazioni. Non voglio divagare e riporto alcune osservazioni storiche di chi ha analizzato il formarsi dell’ordine capitalistico, alle origini:

«… Non era possibile che gli uomini scacciati dalla terra per lo scioglimento dei seguiti feudali e per l’espropriazione violenta e a scatti, divenuti eslege, fossero assorbiti dalla manifattura al suo nascere con la stessa rapidità con la quale quel proletariato veniva messo al mondo. D’altra parte, neppure quegli uomini lanciati all’improvviso fuori dall’orbita abituale della loro vita potevano adattarsi con altrettanta rapidità alla disciplina della nuova situazione. Si trasformarono così, in massa, in mendicanti, briganti, vagabondi, in parte per inclinazione, ma nella maggior parte dei casi sotto la pressione delle circostanze. Alla fine del secolo XV e durante tutto il secolo XVI si ha perciò in tutta l’Europa occidentale una legislazione sanguinaria contro il vagabondaggio

…Enrico VIII 1530: i mendicanti vecchi e incapaci di lavorare ricevono una licenza di mendicità. Ma per i vagabondi sani e robusti frusta invece e prigione. Debbono esser legati dietro a un carro e frustati finché il sangue scorra dal loro corpo; poi giurare solennemente di tornare al loro luogo di nascita oppure là dove hanno abitato gli ultimi tre anni e « mettersi al lavoro » (to put himself to labour)…

…Elisabetta, 1572: i mendicanti senza licenza e di più di 14 anni di età debbono essere frustati duramente e bollati a fuoco al lobo dell’orecchio sinistro …

…Giacomo I. Una persona che va chiedendo in giro elemosina viene dichiarata briccone e vagabondo. I giudici di pace nelle Petty sessions (Tribunali locali.)  sono autorizzati a farla frustare in pubblico e a incarcerarla, la prima volta per sei mesi, la seconda per due anni. …

Leggi simili in Francia, dove alla metà del secolo XVII si era stabilito a Parigi un reame dei vagabondi (royaume des truands). Ancora nel primo periodo di Luigi XVI (ordinanza del 13 luglio 1777) ogni uomo di sana costituzione dai sedici ai sessant’anni, se era senza mezzi per vivere e senza esercizio di professione, doveva essere mandato in galera. Analogamente lo statuto di Carlo V dell’ottobre 1537 per i Paesi Bassi, il primo editto degli stati e delle città d’Olanda del 19 marzo 1614, il manifesto delle Province Unite del 25 giugno 1649, ecc….

Così la popolazione rurale espropriata con la forza, cacciata dalla sua terra, e resa vagabonda, veniva spinta con leggi fra il grottesco e il terroristico a sottomettersi, a forza di frusta, di marchio a fuoco, di torture, a quella disciplina che era necessaria al sistema del lavoro salariato….»

[K.Marx, Il Capitale, Libro I, Capitolo 24 – LA COSIDDETTA ACCUMULAZIONE ORIGINARIA- le evidenziature in grassetto sono mie]

Continuate la lettura, se volete, ve la consiglio perché è l’affresco veritiero (è anche in altre opere storiche valide) di un quadro storico molto semplice da capire e su cui riflettere. Soprattutto intorno alla categoria del “progresso”. È indubbio che “progresso” ci sia stato: le “frustate” non ci sono più, il “marchio a fuoco” nemmeno (c’è un marchio sociale, ma ancora non è a fuoco) e la “schiavitù“? Vorremmo dire che anch’essa non c’è più, tuttavia proposte di “lavoro gratuito” si sentono sempre più insistentemente. E che cos’è la schiavitù se non lavoro-non-retribuito?  Vediamo anche intorno a queste proposte la sinistra essere molto affascinata e chiederne la diffusione.

Insomma, per non farla lunga, possiamo affermare che, in ambiente capitalistico, il progresso esiste? Possiamo essere certi che un avanzamento inesorabile verso una civiltà luminosa sia in atto? Quanti e quante si riempiono la bocca di questa concetto?

Diteci voi, quanti passi avanti abbiamo fatto in “soli” 500 anni?

E se li lasciamo fare… ne vedremo ancora delle belle….

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24 Aprile, Foggia presidio solidarietà arrestati per Rivolta di Mezzanone

 

 

 

 

 

 

 

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50 anni fa il golpe fascista in Grecia

Nella notte fra il 20 e il 21 aprile 1967, alle 2.30, un reggimento di paracadutisti con a capo il maggiore Gheorghios Konstantopoulos occupò il ministero della Difesa. Quasi contemporaneamente, nell’oscurità della notte, una lunga colonna di mezzi corazzati, guidata dal generale Stylianos Pattakos, si assicurò il controllo della radio e dei centri di comunicazione, del Parlamento e del Palazzo reale.

Apofasisomen kai diatasomen”, ovvero “abbiamo deciso ed ordiniamo”:  queste le parole con cui iniziavano i comunicati della giunta dei colonnelli che venerdì 21 aprile 1967 prese il potere in Grecia con un colpo di Stato.

Le unità della polizia militare arrestarono nello notte più di diecimila persone, poi trasferite in “centri di raccolta”. Tra loro anche il primo ministro Panagiotis Kannellopoulos e Gheorghios Papandreu, l’anziano leader dell’Unione di centro, all’epoca il maggior partito greco. …

Il golpe venne attuato applicando il piano Prometeo, predisposto in tutti i paesi aderenti alla Nato, per fronteggiare l’eventualità di una “sollevazione comunista”……    per il resoconto leggi  qui

Nel 1973 grandi manifestazioni di piazza ad Atene al grido “Psomi, Paideia, Eleftheria” (pane, istruzione, libertà) contestarono e sfidarono apertamente il regime della giunta militare.  Le manifestazioni iniziarono il 14 novembre 1973 con la rivolta del Politecnico di Atene gli studenti proclamarono uno sciopero. Occuparono la facoltà e improvvisarono una stazione radiofonica, utilizzando l’attrezzatura dell’ateneo. Il messaggio diceva: “Qui il Politecnico! Popolo greco, il Politecnico è la bandiera della vostra sofferenza e della nostra sofferenza contro la dittatura e per la democrazia”. In breve migliaia di persone si radunarono attorno al Politecnico. Dopo tre giorni, il 17 novembre, la giunta inviò  carriarmati, che entrarono nel Politecnico alle tre di notte, uccisero 24 persone.

Carri armati dell’esercito in piazza della Costituzione, di fronte al parlamento greco, in vista del coprifuoco delle quattro del pomeriggio imposto in seguito alle proteste
(AP Photo)

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Ancora sul Decreto Minniti- Daspo urbano

Per approfondimento le origini del Decreto Minniti, incentrato nella diffusione del Controllo Territoriale, per mezzo del “Daspo urbano“, sul coinvolgimento dei Sindaci, sulle coinvolgimento delle diverse forze politiche e sui compiti del movimento di fronte a quest’attacco, puoi ascoltare la trasmissione La Conta su RadiOndaRossa qui

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