Un altro 25 aprile che prometteva Rivoluzione: 1974 in Portogallo

Due minuti passata la Mezzanotte. Sta sorgendo in Portogallo la giornata del 25 aprile 1974.

Radio Renascença trasmette Grândola vila morena di José Alfonso [ascoltala qui]. È questo il segnale di inizio delle operazioni militari rivoluzionarie, con l’arresto degli alti ufficiali fedeli al regime fascista e l’occupazione di luoghi strategici, come l’aeroporto di Lisbona e la prigione politica di Peniche.

È la rivoluzione dei garofani!

03:10 – I ribelli prendono il controllo della stazione televisiva Rádio Televisão Portuguesa, sede delle istituzioni governative, delle stazioni radio Rádio Clube Português ed Emissora Nacional. Movimenti di truppe verso il quartiere Terreiro do Paço di Lisbona.

04:20 – L’MFA (Movimento delle Forze Armate) annuncia attraverso un comunicato di Radio Clube Português la fine del regime fascista. La fanteria occupa l’aeroporto di Lisbona.

09:00 -La fregata Gago Coutinho, in esercitazione con altre imbarcazioni NATO, riceve l’ordine di posizionarsi davanti al Terreiro do Paço e di aprire il fuoco contro i ribelli, ma si rifiuta di obbedire.

11:45L’MFA annuncia di aver preso il controllo del paese.

15:15 – Artiglieri dell’MFA liberano le truppe arrestate dalla polizia politica nel precedente tentativo di insurrezione del 16 marzo.

16:15 – Elementi della polizia politica DGS (ex Pide) sparano sulla folla che circonda il loro quartier generale, provocando una vittima e alcuni feriti.

19:30Il dittatore Caetano si arrende all’MFA.

21:00 – La DGS, rimasta l’unica forza fedele al governo, apre il fuoco sulla folla attorno al proprio quartier generale, uccidendo quattro civili e ferendone quarantacinque, poi è costretta ad arrendersi all’intervento di forze della Marina in appoggio all’MFA.

22:00 – I paracadutisti dell’MFA costringono alla resa le ultime unità della Polizia Politica.

La prima giornata è terminata!

Concluse le operazioni militari e garantito l’ordine con i primi governi di salvezza nazionale, le forze armate abbandonavano ben presto la scena politica lasciando posto alla sarabanda dei partiti politici e dei governi con alleanze variabili.

Accorsero in Portogallo moltissimi giovani provenienti dai movimenti di tutta Europa, moltissimi dall’Italia. Volevano vedere in diretta la rivoluzione dei garofani. Presenti nelle assemblee in ogni luogo per organizzare la vita di una nuova società, erano ascoltate e ascoltati con attenzione. Le donne e gli uomini del Portogallo si aspettavano da loro dei contributi importanti da ragazze e ragazzi che provenivano da movimenti che da oltre cinque anni lottavano nei paesi europei.

La proclamazione del primo capo di governo comunista dell’Europa occidentale, Vasco Goncalves, destò stupore e preoccupazione nelle borse e nel mondo della finanza che strinsero i cordoni della borsa. Nei sei mesi di governo, Goncalves riuscì a restituire le terre ai contadini espropriandole ai ricchi latifondisti, finanziatori del regime fascista, a nazionalizzare i servizi e le risorse fondamentali del paese, sottraendole alle multinazionali. Ma la parabola fu breve.

Cominciò una dura lotta di classe. Le classi possidenti, la borghesia capitalista, dopo un periodo di sbandamento, svanito il sogno del ritorno del regime fascista decise di utilizzare la democrazia, cercando di mantenere inalterato il proprio potere, chiedendo aiuto alle potenze internazionali, alle banche, alla finanza, ai potenti che esercitarono tutte le pressioni interne e internazionali, Usa in testa. La borghesia minacciava di portare i capitali all’estero e di dissanguare il paese, molte fabbriche cominciavano a chiudere. Si agitava lo spauracchio della crisi economica se la popolazione già affamata, avesse scelto il socialismo. Anche la chiesa, dopo essere stata un sostegno fondamentale della dittatura fascista, ora si imbellettava di democrazia per mantenere il  potere. Cominciavano azioni dinamitarde dei gruppi controrivoluzionari.

DAL 25 APRILE AL 28 SETTEMBRE (sconfitta della manifestazione della “maggioranza silenziosa” e dimissioni di Spinola)

Si forma il primo governo provvisorio sotto la protezione del MFA. Tutte le forze politiche vi sono rappresentate, anche le tristi personalità legate al fascismo, fino al PCP (partito comunista di osservanza moscovita), che le altre forze, in quel momento, consideravano capace di frenare le rivendicazioni della classe operaia.

Gli scioperi della T.A.P. e della Lisnave (agosto-settembre 1974) sono i punti culminanti della lotta economica antifascista della classe operaia che dimostra di non accontentarsi dei soli cambiamenti istituzionali o di facciata e di non essere del tutto controllata dal PCP. Però la classe operaia si rinchiude nelle sole rivendicazioni economiche e punta all’epurazione dell’apparato borghese, non si pone problemi del potere sulla produzione e sul complesso della politica.

Durante tutto questo periodo, I’MFA appare come una forza monolitica, il cui progetto è di avviare la democrazia borghese, prima di ritirarsi nelle caserme.

Il primo tentativo fascista di golpe del 2 settembre 1974 mette in luce le contraddizioni in seno alla borghesia, ma è anche la verifica della forza del movimento operaio e popolare che dimostra di essere in grado di non permettere ritorni al passato.

DAL 28 SETTEMBRE 1974 AL 25 APRILE 1975 (elezioni all’Assemblea costituente)

I1 PCP e il PS, rappresentano prospettive diverse, i socialisti puntano sul loro progetto di “pluralismo” sindacale, per dividere la classe. Per il PCP, è preferibile inquadrare la classe operaia in un apparato sindacale unico che incontra i favori della classe divisa durante il fascismo in decine di corporazioni. Ascoltando queste intendimenti anche l’MFA propende per il sindacato unico.

L’11 marzo, si assiste al secondo tentativo di golpe dalla destra filofascista, anche questo fermato dalle mobilitazioni popolari che mettono in moto la formazione di organismi unitari di massa, commissioni di lavoratori, di quartiere (moradores). Il movimento s’impadronisce delle caserme (comitati di soldati e marinai) perché è ormai chiaro, se il Portogallo non vuol fare la fine del Cile, bisogna farla finita con l’esercito borghese. Le commissioni sono organismi “unitari, democratici e apartitici”, elette nelle assemblee di fabbrica, di fronte alle quali sono responsabili. I loro compiti consistono nello organizzare le lotte e l’autodifesa degli operai della fabbrica così come nei quartieri, inoltre il controllo operaio sulla produzione.

DAL 25 APRILE AL V° GOVERNO PROVVISORIO

Le elezioni del 25 aprile 1975 segnano l’esplosione della crisi tra i vari partiti. Il PCP, ha costruito la sua influenza sulla V° divisione dello stato maggiore (l’organo di propaganda del MFA). Dal canto suo, il PS (sostenuto dal PPD), forte di un buon risultato elettorale comincia ad attaccare apertamente il PC. Per ora il MFA appare ancora unito e cerca di porsi come arbitro della polemica. Per tutto questo periodo, gli organismi di massa aumentano la loro influenza. Possiedono già una parola d’ordine che dimostra un alto livello di coscienza politica: “Scioglimento dell’assemblea costituente”.

Intanto nel Nord del Portogallo si scatenano violenze fasciste. Questi cercano di cavalcare lo stato di crisi attribuendolo al PCP, diffondendo l’allarme che il Portogallo si sta sovietizzando, che fa presa su molta popolazione. Lo scontro tra PS e PC diventa più acceso. Il PS abbandona il governo e lancia una campagna “contro la dittatura del PC”. Dietro questa campagna, si schierano tutte le forze moderate e reazionarie, mentre il PCP, resta sempre più isolato, lanciando accuse di fascismo verso chiunque segua il PS.

I1 V° governo provvisorio doveva rappresentare l’unità del MFA di fronte allo smembramento reciproco dei partiti politici. Ma anche l’MFA è attraversato dalle stesse contraddizioni che dividono la società portoghese.

Il 7 agosto, il “gruppo dei 9”, pubblica il famoso documento di Melo Antunes. I “9” sono una parte di membri del MFA che si pronunciano a favore di una stabilizzazione della situazione secondo i desideri della CEE, che pretende “democrazia” e “pluralismo”, come condizioni imprescindibili per ogni aiuto economico. In pratica afferma: «E’ necessario respingere con energia l’anarchia e i1 populismo che conducono inevitabilmente alla dissoluzione catastrofica dello Stato in una fase di sviluppo in cui l’assenza dello Stato rende impraticabile qualunque progetto politico».

L’arcivescovo di Braga, Da Silva, organizza il 10 agosto, una manifestazione “religiosa”, al grido di “Alt al comunismo”, si raccolgono 25.000 fedeli, che il vescovo incoraggia a commettere attentati fascisti.

Il documento dei 9, appoggiato dal PS e dal PPD raccoglie adesioni tra gli ufficiali, mentre un gruppo di ufficiali del COPCON – la polizia militare – pubblica il 13 agosto un altro documento di posizioni contrarie a quello dei 9: «Non è respingendo contemporaneamente la socialdemocrazia, il capitalismo di stato, la democrazia popolare, e le conquiste delle classi lavoratrici che permetteremo a questo di assumere la direzione del processo, o anche soltanto di consolidare le posizioni già raggiunte. La proposta presentata, conduce al recupero da parte della destra, aprendo a questa un terreno di manovra per la distruzione della rivoluzione, malgrado le intenzioni democratiche e patriottiche presenti nella testa dei firmatari del documento». Gli ufficiali del COPCON propongono un’alleanza tra I’MFA e tutti i sostenitori del potere ai lavoratori come soluzione transitoria, fino alla convocazione di un’Assemblea Popolare Nazionale e affermano:

«I “9” hanno conseguito una posizione dominante, provocando la caduta del V° governo provvisorio. Quanto al PC, sempre più isolato, esso tenta una serie di manovre tanto a sinistra (l’effimero “Fronte Rivoluzionario”) che a destra (appelli all’unità con il PS)».

Il movimento di massa si sviluppa e raggiunge il suo apice il 20 agosto con l’immensa manifestazione delle commissioni di lavoratori e di quartiere della regione di Lisbona, in cui 100.000 persone appoggiano il documento del COPCON e scandiscono “Contro le superpotenze unità col terzo mondo”-

I “9” ormai maggioranza nel MFA emanano una legge che proibisce la pubblicazione di informazioni sulla vita politica nelle caserme. Il movimento popolare sfida questi divieti e il 10 settembre, a Porto, 1500 soldati, sostenuti da 10.000 lavoratori, sfilano in corteo contro il ripristino di questa disciplina.

IL VI  GOVERNO PROVVISORIO.

È questo il governo del compromesso tra le diverse tendenze interne al MFA e i partiti borghesi. L’obiettivo e ristabilire l’ordine e la disciplina. All’ombra del PS e del PPD, le forze moderate e fasciste continuano intanto a riorganizzarsi. Si susseguono manifestazioni reazionarie, assalti alle sedi dei partiti rivoluzionari, la liberazione degli agenti della P.I.D.E. ecc…

La mancata rivoluzione in Portogallo è un altro insegnamento, dopo quello del Cile. Cambiare regime politico è, a volte, possibile, ma cambiare l’ordine capitalistico è molto, molto più difficile. Per mantenere quell’ordine le classi possidenti usano la violenza militare, ma quando non possono usarla, come in Portogallo, fanno uso della violenza economica col massimo di ferocia. Non tentennano nel decidere di affamare milioni di persone per mantenere l’ordine proprietario. I capitalisti, si che sono umanitari, non sono violenti come quelli che avrebbero dovuto, e non l’hanno fatto, metterli in condizioni di non nuocere.

La sinistra rivoluzionaria portoghese, da parte sua, si dimostrò incapace di costruire un percorso di transizione in grado di preparare il terreno per un potere proletario. Il PC portoghese, di osservanza moscovita, voleva semplicemente andare al governo e fare le nazionalizzazioni di molte imprese private, a colpi di decreti governativi. La vecchia idea di instaurare il socialismo dall’alto per via governativa, ancora una volta si dimostrò fallimentare. Difatti non durò più di qualche mese, nonostante il grande consenso di massa di cui godeva, in quei giorni, tutta la sinistra dal PC alle formazioni rivoluzionarie.

Di quei giorni bellissimi e straordinari per il proletariato portoghese non rimaneva quasi nulla, se non il ricordo di un’occasione perduta per cambiare la propria vita.
Nella costituzione portoghese era stato inserito un articolo che affermava che l’obiettivo del popolo era quello di “
costituire una società socialista”. L’articolo è stato abrogato dal Parlamento nel 1995.

Traiamo insegnamento dal “nostro” 25 aprile 1945 e da quello portoghese!

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Sosteniamo il centro Antiviolenza Donna L.I.S.A.

Il Centro antiviolenza ‘Donna L.I.S.A.’ ha lanciato il Crowdfunding su Produzioni dal Basso per saldare il debito che l’associazione Donne in Genere Onlus ha con l’Ater.

Per contribuire clikkate qui

Centro Donna L.I.S.A., (Libertà, Internazionalismo, Soggettività, Autodeterminazione), è il centro antiviolenza creato nel 1997 e gestito dall’associazione Donne in Genere, nata come gruppo informale di donne che dal 1995 è divenuta associazione.

Le nostre attività sono state caratterizzate dalla scelta dell’autodeterminazione, del contrasto e della denuncia del potere patriarcale, che abbiamo poi praticato con una azione di “disobbedienza civile” occupando nel novembre del 1997 uno spazio abbandonato da tempo nel quartiere dove operiamo.

Occupazione pienamente riuscita grazie all’impegno e alla solidarietà di tantissime donne, sia singole che associazioni, disposte a sostenerci e a condividere con noi le notti in terra, la mancanza di acqua e di luce, le visite della polizia, l’entusiasmo e la voglia di farcela nel rispetto delle differenze reciproche, mantenendo e costruendo insieme al movimento femminista iniziative comuni.

Il Centro Donna L.I.S.A. e i servizi di formazione e d’informazione sulla violenza di genere e la salute femminile e la consulenza legale che sono offerti gratuitamente a tutte le donne, si basano interamente sul volontariato delle socie di Donne in Genere, su alcuni progetti finanziati e sul sostegno economico delle donazioni.

«Sono ben 13.510 euro che gravano sul centro in uno spazio di proprietà dell’Ater, ristrutturato a spese dell’associazione».

«Per 21 anni e’ stato applicato dall’Ater un canone commerciale, troppo alto per chi come noi da sempre si autofinanzia- spiegano su Produzioni dal Basso le donne del centro, tra le fondatrici della rete nazionale D.i.Re-Donne in Rete contro la violenza, nella rete del 1522 e attive nel movimento Non Una Di Meno- Abbiamo cosi’ deciso di attuare un’autoriduzione, che ci ha consentito di andare avanti in tutti questi anni, ma al tempo stesso ha determinato l’accumulo di una sostanziosa morosità nei confronti dell’Ater. Dopo molti anni e molte battaglie, finalmente al nostro centro e’ stato riconosciuto un ruolo sociale, importante sul nostro territorio e non solo. Abbiamo cosi’ ottenuto dall’Ater l’abbattimento di parte del debito e un canone di affitto agevolato”, che pero’ non incide completamente sul totale della morosità».

«Per questo il ‘Donna L.I.S.A.’ lancia ‘Io che Centro’, un s.o.s. per chiedere sostegno a chiunque creda: “Che il centro debba sopravvivere; che la violenza di genere non e’ un problema di ordine pubblico; che le donne vittime di violenza hanno bisogno di luoghi sicuri, accoglienti, gestiti da donne per trovare spazi dove essere credute; che gli spazi delle donne sono necessari per promuovere tutte le attività che modifichino nel profondo la cultura patriarcale e machista che ancora oggi governa relazioni individuali e collettive”. L’obiettivo di oltre 13mila euro dovrà essere realizzato entro 83 giorni».

La nostra ultima parola gridata nelle piazze di tutto il mondo è e resterà la stessa: se toccano una toccano tutte.

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Che c’entra: “prima gli italiani”?

Possibile che la popolazione italiana abbia così scarsa memoria? Possibile che tutti quelli e quelle che simpatizzano per la Lega ripetono la frase del leader leghista “prima gli italiani” non ricordano che, fin dal suo sorgere, il sostantivo “italiani” per la Lega è sempre stato usato come un dispregiativo.

Fin dal suo nascere la Lega costruì dal nulla la propria tradizione e inventò una propria appartenenza “padana”. Su questa appartenenza si ritagliava l’identità che diveniva forte in quanto individuava i propri nemici contro cui indirizzare delle rivendicazioni che preludessero all’obiettivo centrale della separazione. Il nemico strategico della Lega era la colonizzazione italiana della Lombardia e di tutto il Nord. Addirittura gli “italiani” furono considerati non un popolo ma un’invenzione burocratica-amministrativa. Così scriveva la Lega nei propri fogli di propaganda: «Nel 1861 lo Stato italiano era composto da più nazioni: piemontese, lombarda, sarda. Lo Stato italiano doveva avere una sola nazione e un solo popolo: quello italiano! Popolo che non era mai esistito, ma che doveva essere inventato di sana pianta».

Quindi l’identità padana, come quella piemontese e veneta, si definiva sulla base del nemico contro cui doveva combattere: prioritariamente Roma che teneva insieme questa invenzione degli “italiani”, ma anche contro i partiti nazionali, contro i meridionali, gli extracomunitari e contro gli omosessuali,

Ancora Bossi nel 1996: «Ora è iniziata la terza fase, che è la fase terminale, l’ultima grande battaglia che la Padania deve fare per riuscire a liberarsi dalla situazione difficile e coloniale in cui ci troviamo.

Resistenza e secessione sono quindi due diritti che stanno alla base di tutte costituzioni. Io ritengo che sia giunto il momento di rivendicare questi diritti e di rivendicarli, direi, senza poter sapere esattamente a cosa porterà la loro rivendicazione, al federalismo o alla secessione vera, ma innanzitutto per togliere dei tabù sacri del regime centralista. La rivendicazione del diritto di secessione potrebbe avere semplicemente un valore strategico, cioè di stimolo, nei confronti dell’evoluzione federalista».

13 Settembre 1998 a Venezia, la Lega festeggia il secondo anno dalla “Dichiarazione di Indipendenza della Padania” avvenuta nel 1996, proprio in Piazza dei Sette Martiri a Venezia. Sono presenti per l’occasione più di 50.000 leghisti.

e così via…. E allora che c’entra “prima gli italiani”, quali italiani?, se per i leghisti sono una invenzione burocratica-amministrativa. Quando la smettiamo di essere puerili e raddrizziamo la schiena! 

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Sciopero della fame dei prigionieri palestinesi


L’organizzazione del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina
(FPLP) nelle carceri sioniste annuncia che un primo gruppo di compagni
inizierà lo sciopero della fame, nel contesto dello sciopero per la dignitàal-Karameh II.

La decisione di portare avanti questo sciopero nasce dopo le violazioni da
parte delle autorità carcerarie sioniste agli accordi presi con il
movimento dei prigionieri; di conseguenza l’organizzazione del FPLP nelle
carceri annuncia la mobilitazione generale tra le fila di tutte le sue
dirigenze e quadri nelle carceri, e dichiara quanto segue:

   1. L’organizzazione del FPLP nelle carceri si atterrà alle decisioni del
   movimento dei prigionieri, specie per ciò che riguarda i comitati che
   porteranno avanti le negoziazioni finalizzate all’ottenimento delle giuste
   istanze dei prigionieri da parte delle autorità carcerarie. I prigionieri
   delle quattro fazioni politiche (Fronte Popolare per la Liberazione della
   Palestina, Hamas, Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina e
   Jihad Islamico) hanno deciso di unirsi allo sciopero in maniera graduale e
   crescente iniziando con centinaia di prigionieri in sciopero. Questa
   battaglia non si fermerà se non con l’accettazione delle istanze dei
   prigionieri.


   1. Sottolineiamo l’importanza che i nostri compagni prendano parte a
   questo sciopero in maniera graduale e crescente. Garantiamo alle nostre
   masse popolari che saremo sempre nel cuore della battaglia e tra le sue
   fila avanzate.


   1. In questo contesto dichiariamo che al momento hanno preso parte allo
   sciopero i militanti e dirigenti del FPLP nelle carceri Kamil Abu Hanish,
   Hikmat Abdul Jalil, Hisham al-Ka’abi, Nidal Dughlus e Marsel Shtiyyeh da
   Nablus, Khaled al-Halabi da Gerusalemme, Mahmoud Abu Usba’ da Ramallah,
   Samer El Qaisi dal campo profughi Beit Jibrin (Betlemme). Questi
   prigionieri fanno parte del gruppo represso nella Sezione 1 del carcere di
   Rimon a seguito dell’incendio della sezione. Inoltre, Wael Jaghoub,
   dirigente della struttura organizzativa del FPLP nelle carceri sioniste ha
   dichiarato la sua entrata in sciopero già da due giorni.


   1. Invitiamo le masse del nostro popolo, in patria e nella diaspora, al
   massimo appoggio al movimento dei prigionieri nella loro battaglia per la
   dignità – questa deve essere la battaglia di tutta la nazione. Invitiamo
   tutti a scendere per le piazze e nelle strade a fronteggiare l’occupazione
   sottolineando l’unità di scelta e di lotta, unendosi quindi alla battaglia
   per la dignità (al-Karameh).

Fino alla vittoria!

*Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina nelle carceri sioniste*
*8 aprile 2019*
palestinian-hunger-strike

*“La seconda battaglia per la dignità - Karama 2” è cominciata: i
prigionieri politici palestinesi rifiutano il cibo per protesta contro le
condizioni di detenzione nelle carceri israeliane. Prosegue, intanto, il
negoziato con le autorità carcerarie: qualche concessione, ma le richieste
principali sono disattese*

*8 aprile 2019, Nena News* – Sono già 400 i prigionieri politici
palestinesi in sciopero della fame.  Cibo rifiutato mentre continuano i
negoziati tra il movimento dei prigionieri e le autorità carcerarie delle
forze di occupazione israeliana e forse continueranno anche nei prossimi
giorni. Finora sono stati fatti alcuni passi in avanti e sono state
formulate alcune richieste di base.

*Le autorità carcerarie israeliane hanno accettato di installare dei
telefoni pubblici nelle varie prigioni. L’accordo ha confermato il ritorno
dei prigionieri che sono stati deportati dalle prigioni del Negev e Rimon.*
Le autorità carcerarie hanno inoltre accettato di eliminare tutte le
sanzioni e le sentenze imposte ai prigionieri dopo i recenti scontri nelle
prigioni.

I prigionieri hanno confermato che si stavano preparando da tempo per la
seconda battaglia per la dignità e che tutti i preparativi per questo
giorno sono stati completati insieme al popolo palestinese, Ma tante altre
richieste di carattere umanitario, presentate, sono ancora in attesa di
essere prese in discussione. I prigionieri stanno raggiungendo alcune
richieste fondamentali e di carattere umanitario mentre i negoziati
continuano ad andare avanti.

Si chiede che le visite familiari tornino alla normalità anche per quando
riguarda i prigionieri della striscia di Gaza. E *si chiede che vengano
abolite tutte le sanzioni contro i prigionieri e la repressione e la
privazione dei diritti umani istituiti dalla commissione per la Sicurezza
Interna del Ministro Israeliano Gilad Erdan*: miglioramento delle
condizioni di vita, cure mediche, diritti alle visite dei familiari in
particolare quelli di Gaza, rimozione dei disturbatori di segnale/frequenze
che causa rischio per la salute, istruzione all’ interno delle carceri,
libertà di leggere, visite familiari di diritto, processi che rispettino le
convezioni dei diritti umani, abolizione di dispositivi che diffondonosostanze cancerogene”.

Si chiede inoltre di fermare l’assalto delle forze speciali di repressione
contro i prigionieri con gas lacrimogeno, ci sono stati dozzine di feriti. *Per
questi motivi i prigionieri hanno scelto la via dello sciopero della fame
per difendere i loro diritti. “La battaglia è importante ma sopratutto
molto difficile. E’ una battaglia di vita o morte e richiede la
solidarietà, il sostegno popolare e un forte supporto mediatico.
* Dopo la recente repressione … Qual è il destino dei prigionieri palestinesi?”, 
si chiedono in una nota diffusa in questi giorni.

È interessante notare che tutti i recenti sviluppi nei campi di detenzione
sono avvenuti dopo l’istituzione della commissione per la Sicurezza Interna
del Ministro Israeliano Gilad Erdan, istituita per studiare le condizioni
di vita dei prigionieri; e un nuovo livello di repressione e privazione dei
diritti umani è stato istituito dopo aver visitato tutte le prigion
Dall’inizio del 2019, le carceri israeliane sono state oggetto di problemi
e le misure di repressione adottate dall’amministrazione carceraria contro
i prigionieri palestinesi sono aumentate negli ultimi giorni; in seguito ad
un assalto delle forze speciali e all’uso di gas lacrimogeni, ci sono stati
dozzine di feriti fra i prigionieri. Il Centro informazioni dei
prigionieri, la prigione del Negev, ci comunica che oggi “l’unità di
repressione israeliana di occupazione è entrata nella sezione 23 della
prigione “, aggiungendo che ha condotto “ricerche e trasferimenti di
prigionieri all’interno della sezione”.

* Il numero di prigionieri politici palestinesi nelle carceri israeliane di
occupazione ha raggiunto circa 5.700 persone, tra cui 48 donne, 230 bambini
e 500 detenuti amministrativi. *Israele, ad oggi, prende tempo.
Netanyahu, ha espresso le intenzioni di annettere la Cisgiordania occupata
con il supporto degli Stati Uniti, inciranti dal diritto internazionale. Ma
la volontà di Netanyahu sembra essere chiara: ritardare il più possibile le
trattative e la chiusura dei vari territori, per garantire un clima
favorevole alle elezioni di domani a cui è candidato! Visto che ha il
portafoglio dei prigionieri.

Ma la seconda battaglia per la dignità inizia, lo sciopero della fame dei
prigionieri palestinesi nelle carceri di occupazione israeliane. Si prevede
che lo sciopero dei prigionieri si intensifichi dopo una settimana quando i
prigionieri fermeranno anche l’assunzione di acqua, per raggiungere uno
sciopero più ampio e completo il 17 aprile, in occasione dalla giornata dei prigionieri palestinesi.

FPLP
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Mimmo Lucano ha vinto!

La Corte Di Cassazione con la motivazione: “Non favorì matrimoni di comodo, cercò solo di aiutare Lemlem (la sua compagna). Gli appalti assegnati con collegialità e con pareri di regolarità tecnica“, ha demolito l’impianto accusatorio che contro di lui era stato messo in piedi. La Cassazione afferma che mancano indizi di “comportamenti” fraudolenti che Domenico Lucano, il sindaco di Riace, avrebbe “materialmente posto in essere” per assegnare alcuni servizi, come quello della raccolta di rifiuti, a due cooperative dato che le delibere e gli atti di affidamento sono stati adottati con “collegialità” e con i “prescritti pareri di regolarità tecnica e contabile da parte dei rispettivi responsabili del servizio interessato“.

Il 16 ottobre scorso il Tribunale della libertà di Reggio Calabria aveva disposto la misura cautelare nei confronti di Lucano, nell’ambito dell’inchiesta della Procura di Locri, che aveva rinviato a giudizio Lucano.

La Cassazione ha rilevato che non sono provate le “opacità” rispetto all’iniziativa di Lucano per l’affidamento di questi servizi alle cooperative L’Aquilone ed Ecoriace.

Bene!, siamo tutte e tutti contenti e ringraziamo di cuore i giudici della Cassazione.

Detto questo dobbiamo guardarci allo specchio oppure uno di fronte all’altro o una di fronte all’altra e, guardandoci negli occhi, sussurrarci: ma noi cosa abbiamo fatto? Noi garantisti, noi entusiasti dell’accoglienza, noi per il meticciato, noi per l’integrazione, … noi cosa abbiamo fatto per riportare Mimmo Lucano al suo onorato posto di sindaco di Riace?

Si, certo, ci siamo indignati, abbiamo protestato, un pugno di giorni, non di più! Pensavamo che quell’indignazione fosse sufficiente? No! Non siamo così ingenui e non credevamo che quei pochi grammi di sdegno bastassero per restituire Mimmo al suo posto di lavoro e al suo paese. Dopo qualche giorno abbiamo lasciato che tutto procedesse secondo l’andazzo vigente,  desolato e banale che però ci sta portando indietro di secoli scaraventandoci nel buco nero della più vieta reazione.  Sappiamo quanto ci vuole  per vincere le battaglie, altre volte l’abbiamo fatto!

E’ il caso di rimetterci in movimento nella convinzione che se non interveniamo in prima persona e in tante e tanti, se non recuperiamo la massima determinazione e partecipazione sui tanti temi su cui è in atto la canea reazionaria, che non solo parla e blatera, ma opera concretamente, sarà poi inutile piangere sull’avverso destino!

…mettiamoci le scarpe! 

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Il governo continua l’infame caccia dei rifugiati politici

Dopo la gogna di Cesare Battisti, gogna mediatica esposta con dovizia di particolari, il programma politico del governo si propone di completare la perfida opera forcaiola cercando di portare in carcere altre e altri rifugiati politici. Si parla di una quindicina di persone, questo è il numero esposto dal governo, ultrasessantenni che da decenni sono rifugiate in Francia.

Ci auguriamo che la squallida operazione non abbia effetti, che fallisca! Sarebbe bello se una grossa mobilitazione del movimento e della parte progressista (se ci fosse) del paese impedisse siffatte scelleratezze, ma oggi non sembra ci siano le capacità e allora non ci rimane che sperare che l’operazione vada in malora.

Va però ricordato, per chi conserva ancora elementari capacità intellettive, che molte delle persone rifugiate in Francia per sfuggire a mandati di cattura che li rincorrevano in ogni dove, emessi precedentemente e successivamente ai processi e alle condanne subite, non hanno avuto la possibilità di difendersi, poiché in Italia era possibile essere processati e condannati in contumacia, senza il diritto alla difesa. Si è dovuto aspettare il 2014, a seguito di numerose e forti proteste e pressioni internazionali perché in Italia si attenuasse un po’ questa barbara usanza.

L’altro aspetto negativo della “giustizia” italiana, che in molti paesi non è gradito, è la frequenza con cui in Italia si condanna per reati associativi, che poco hanno a che vedere con lo stato di diritto che prevede che ciascuna persona risponda soltanto di ciò che volontariamente ha messo in atto. Con i reati associativi si viene condannati anche se non si è fatto nulla, soltanto per essersi associati a un collettivo o gruppo, e si viene ritenuti responsabili di tutto quello che l’associazione o il collettivo ha realizzato. Sono tantissimi i casi, forse la maggioranza delle persone condannate a molti anni di galera per “associazione” con questo o quel gruppo in assenza di prove della loro partecipazione ad azioni o fatti specifici.

Infine l’aspetto più inammissibile per alcuni ordinamenti giuridici è l’ accettazione totale, nei processi in Italia, delle accuse dei “pentiti” (delatori) in base alle quali sono state condannate delle persone senza che quelle accuse trovassero verifica nelle prove. Le delazioni del “pentito” erano premiate, allo stesso, con considerevoli sconti di pena.

Ora il problema urgente è cercare di sostenere le compagne e i compagni in Francia sottoposti al ricatto dell’estradizione. Anche se non siamo in grado di realizzare manifestazioni importanti, diffondiamo con cocciutaggine e denunciamo ovunque la meschinità dell’opera del governo contro le persone esuli in Francia.

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31 Marzo a Firenze per Orso Tekoser

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Cesare Battisti si autoaccusa?

Una domanda: come mai Cesare Battisti si autoaccusa di aver compiuto tutti i delitti iscritti nella sentenza di condanna emessa decenni fa senza che gli fosse consentito di difendersi (contumacia)? Un’autoaccusa non veritiera!

Il pm che l’ha ascoltato ha riportato le sue parole: “ha ammesso che i 4 omicidi, i 3 ferimenti e una marea di rapine e furti per autofinanziamento, corrisponde al vero. Mi rendo conto del male che ho fatto e chiedo scusa ai familiari delle vittime“.

Evidentemente Battisti ha deciso di assecondare l’orchestra forcaiola che oggi conduce il balletto in questo triste paese.

Forse non ha sentito intorno al suo caso quella solidarietà necessaria a sostenerti in una lotta. Anche tra la gente è prevalso il giudizio perentorio o il disinteresse negligente.

Forse ha ritenuto non opportuno contrastare punto per punto le violazione subite a seguito delle inosservanze delle procedure previste nei casi di estradizione. Lo stato italiano le ha violate per l’estradizione dalla Bolivia perché quel paese doveva ricondurlo in Brasile che aveva già avviato con l’Italia una procedura di estradizione con la richiesta allo stato italiano di commutare la pena all’ergastolo (non prevista nell’ordinamento brasiliano) in quella di trentanni di carcere.

Probabilmente ha avuto il sentore che in Italia oggi conviene usare un basso profilo e far contenta la grancassa messa in moto dagli apparati governativi, statali e mediatici per fregiarsi di questo risultato in un periodo di vacche magre. Li abbiamo visti, infatti, nel rettangolo televisivo, gongolare con sorrisi trattenuti a stento, come a dire: noi sappiamo farci valere.

Probabilmente con questo ingiusta autoaccusa ma assoluzione piena per i repressori, spera di ricevere un trattamento carcerario rispondente alle normative, non un accanimento feroce come l’iniziale isolamento in un carcere “duro” come quello di Oristano, non previsto per chi deve scontare una condanna definitiva su fatti compiuti antecedentemente alle norme sull’inasprimento dei regimi di carcerazione (1991), e forse anche per esplorare le possibilità di rinverdire spazi di collaborazione con la magistratura, anche se le leggi sulla “dissociazione”, la prima nel febbraio 1980, l’ultima l’8 Febbraio 1987, sono da tempo dormienti.

Alcuni, forse tantissimi, diranno: ma come fai ad essere sicuro di queste cose?

Semplice!, ho frequentato per alcuni decenni, quasi tre, le carceri di questo paese. Siamo stati in tanti, ragazze e ragazzi delle due o tre generazioni di cui ho fatto parte ad essere ospitati negli alberghi statali. In quelle orride prigioni lo stato oltre rinchiuderci, aveva il capriccio di farci viaggiare per tutti i tuguri predisposti per azzerare e addormentare la parte più vivace di quell’umanità. Lo stato voleva che conoscessimo quei lager e che apprezzassimo la cura con cui erano stati predisposti. Tra i tanti compagni che ho conosciuto lì dentro c’erano pure i militanti dei Pac (proletari armati per il comunismo) il piccolo gruppo di cui ha fatto parte Cesare Battisti. Così, giorno dopo giorno, calpestando il piccolo pavimento di una cella o “facendo le righe” in un passeggio, ci si raccontava l’andamento dei processi che, in omaggio alle leggi speciali che traboccavano in questo paese, erano in pieno svolgimento per infliggere secoli di galera. Quei processi non cercavano tanto di appurare i fatti accaduti, quanto di produrre imputati “pentiti” (delatori) oppure “dissociati”. I mezzi con cui venivano prodotti questi personaggi erano quelli di sempre: la minaccia di galera dura e infinita, a volte condita con poca o tanta tortura.

Tra di noi ci si raccontava e si rideva, che altro potevamo fare, delle frottole che i “pentiti” riferivano, inseriti in una logica che più il “pentito” racconta responsabilità altrui utili per appioppare anni di galera, più i suoi meriti di “pentito” vengono esaltati.

Oggi è in pieno svolgimento il gioco tipico del cerimoniale italico gradito al sistema. Si racconta la versione che può andar bene a tutti quelli che hanno gioito questi giorni, li abbiamo visti e letti: “Battisti ammette i quattro omicidi, chiedo scusa”;Battisti, giù la maschera”; “Battisti è un assassino e dovrà marcire in galera fino alla fine dei suoi giorni”; “I familiari delle vittime: ora è tardi per perdonare, dica quello che nessuno sa”; “In prigione non uscirà vivo”; Confessione è passo in avanti”; e tanti altri commenti poco edificanti, che omettiamo.

Sarà lo scorrere del tempo a mostrarci le prossime puntate.

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Problema delle droghe? La Lega risponde con la galera!

Ecco un’altra infamia!

Il 4 marzo è stato depositato al senato il Disegno di Legge dal titolo: “Modifiche al codice di procedura penale e al testo unico delle leggi in materia di stupefacenti relativamente alla produzione, al traffico o alla detenzione illecita di sostanze stupefacenti o psicotrope di lieve entità“.

È stato annunciato dal Ministro degli Interni Matteo Salvini e riguarda l’aumento delle pene per i fatti di lieve entità riguardo le droghe.

Tra i firmatari c’è il famigerato senatore Pillon, quello che ha presentato un Disegno di legge dal titolo: “norme in materia di affido condiviso, mantenimento diretto e garanzia di bigenitorialità” che ha fatto gridare al ritorno indietro di centinaia d’anni, “una proposta intrisa di violenza contro le donne che non si può emendare o correggere ma viene respinta senza condizioni da tutte le donne attive, coscienti e autodeterminate” così definiscono le compagne femministe di “non una di meno”.

L’obiettivo del DDL proposto dalla Lega sulle droghe è di aumentare le pene per le piccole quantità di sostanza, quindi prende di mira prevalentemente i consumatori. Il disegno di legge mira a produrre un maggior impegno della forza pubblica nella “caccia” ai consumatori e piccoli spacciatori, per far diminuire la forza pubblica al contrasto del grande traffico che, a sua volta, è utile a far crescer il PIL.

Ha detto Salvini in una intervista: «entra nel merito della lieve entità. Non esiste la modica quantità, ti becco a spacciare e vai in carcere con le misure cautelari. I venditori di morte li voglio vedere scomparire dalla faccia della terra».

Questo disegno di legge criminalizza un comportamento al posto di combattere le sue cause. Commenta il Forum droghe, «La logica della proposta di legge di Salvini è equiparare spaccio e consumo». D’altronde la modica quantità non esiste più dal 1990. Il ministro parlando di “abolizione della modica quantità” intende in realtà colpire anche il semplice consumo di stupefacenti e dunque l’‘uso personale”.

Nella proposta della Lega le sanzioni “Passano da un minimo di tre a un massimo di sei anni (attualmente da sei mesi e i quattro anni) e multe da un minimo di 5.000 a un massimo di 30.000 euro (attualmente da mille a 15mila euro), oltre a prevedere il sequestro del veicolo.

Questa proposta ricorda lo scriteriato decreto Fini-Giovanardi del 2006, che aveva addirittura abolito la differenza tra droghe leggere e pesanti, prima di essere cancellato dalla Corte costituzionale. Nel 2009 il decreto Fini-Giovanardi è stato tra le cause del sovraffollamento delle carceri, difatti il 41% dei detenuti era recluso per violazione delle leggi sugli stupefacenti. Nel 2014, con l’incostituzionalità del decreto, la percentuale è subito scesa di alcuni punti.

Nel 2018 le presenze in carcere per violazione delle leggi sugli stupefacenti sono state un terzo della popolazione carceraria (il 32,7%). La repressione ha colpito per quasi l’80% i consumatori di cannabinoidi (78,69%), molto di meno di cocaina (14,39%) e di eroina (4,86%) e, in maniera irrilevante, le altre sostanze.

Nel dettaglio dell’articolato, l’articolo 1 interviene sull’articolo 380 del codice di procedura penale, prevedendo che l’arresto obbligatorio in flagranza avvenga per i delitti concernenti sostanze stupefacenti o psicotrope puniti a norma dell’articolo 73 del Testo unico di cui al d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309, cancellando la clausola di salvezza per i delitti di cui al comma 5 del medesimo articolo (ovvero per le fattispecie di lieve entità).

La situazione di persone detenute per problemi di stupefacenti: quasi il 30% dei detenuti entra in carcere per la legge sulle droghe mentre crescono in modo esponenziale le persone segnalate per consumo di sostanze psicotrope, soprattutto tra i minorenni, che quadruplicano rispetto al 2015. Più esattamente 14.139 dei 48.144 ingressi in carcere nel 2017 sono avvenuti per imputazioni di detenzione a fini di spaccio (art.73 del Testo unico sulle sostanze stupefacenti Jervolino-Vassalli approvato 28 anni fa).

Il 34,5% delle persone detenute lo è per la legge sulle droghe: 13.836 presenti in carcere al 31 dicembre 2017 lo erano a causa del solo art. 73 del Testo unico (detenzione a fini di spaccio). Altri 4.981 in associazione con l’art.74 (associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti o psicotrope), solo 976 esclusivamente per l’art. 74. Mentre questi ultimi rimangono sostanzialmente stabili aumentano dell’8,5% i detenuti per solo art. 73.
Un quarto della popolazione detenuta è tossicodipendente. Preoccupa inoltre l’impennata degli ingressi in carcere, che toccano un nuovo record: il 34,05% dei soggetti entrati in carcere nel corso del 2017 era tossicodipendente.

Inoltre l’articolo 4 introduce la revoca definitiva della patente in relazione ai gravi fatti di cui all’articolo 73 del testo unico degli stupefacenti; sospensione in via cautelare della patente già dopo la sentenza di condanna in primo grado”. in modo di alleggerire la pressione sul grande traffico e sulle mafie.

Questa iniziativa del governo, se verrà approvata, produrrà un ulteriore sovraffollamento delle carceri attualmente con una capienza superiore alle 60mila unità a fronte di una capienza intorno ai 50mila posti, quindi con un sovraffollamento che supera le 10.000 unità.

Invece di metter mano alla diminuzione della popolazione detenuta, che ti fa il governo?

Udite… udite:

Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede e quello delle Infrastrutture e dei Trasporti Danilo Toninelli hanno firmato il decreto convertito in legge con cui viene approvato il Piano di edilizia penitenziaria 2019. Voci maligne asseriscono che poche settimane fa a Palazzo Chigi il governo ha incontrato l’Associazione nazionale dei costruttori edili. I tempi sono: due anni per la realizzazione di nuove carceri riconvertendo in parte caserme dismesse e immobili di proprietà dello Stato e realizzando due nuovi istituti a Forlì e Nola, per una capacità complessiva di circa 6500 posti detentivi. E i soldi? Il decreto afferma che le risorse non utilizzate per la riforma dell’ordinamento penitenziario, potranno destinarsi a interventi urgenti di edilizia penitenziaria. Bravi!, gli stanziamenti che avrebbero potuto migliorare le carenze igieniche e strutturali delle sezioni carcerarie degradate, dei passeggi insufficienti, delle sale colloqui inadeguate, delle celle ammuffite con bagni a vista, delle infiltrazioni di acqua piovana, tutto quello che offende la dignità di chi viene gettato in quei tuguri; stanziamenti che avrebbero potuto far aumentare il personale civile (educatori, assistenti sociali, ecc.) per permettere alle oltre oltre 20.000 persone detenute con un residuo pena inferiore a 4 anni, di avviarsi alle misure alternative (se si applicasse la legge 21.02.2014, n. 10), invece verranno utilizzate per costruire nuove carceri di pessima qualità, fatte rabberciando un patrimonio edilizio malandato. Ma forse farà crescere il PIL e tutti lor signori saranno contenti.

Ma poi perché lamentarci!!!! La colpa è nostra! Mica ci muoviamo, mica riempiamo le strade per dire: levatevi di mezzo voi e i vostri strumenti di tortura come il carcere.

ABOLIAMO IL CARCERE!

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Nelle carceri turche è morto un prigioniero curdo in sciopero della fame

Morto in sciopero della fame Zulkuf Gezen

È morto il prigioniero politico curdo Zulkuf Gezen. Era in sciopero della fame illimitato per protestare contro l’isolamento a cui viene sottoposto il leader curdo Abdullah Ocalan. Rinchiuso nella prigione, di tipo F, di Tekirdag. Era in carcere dal 2007 ed era stato condannato all’ergastolo.

Le prigioni di tipo F (F type) sono state introdotte in Turchia nel 1996, dovevano servire a isolare i prigionieri politici dai detenuti comuni e creare condizioni talmente pesanti da spingere i prigionieri politici al pentimento, alla delazione o alla dissociazione. Delle stesso tenore delle “carceri speciali” in Italia alla fine degli anni Settanta e per tutti gli anni Ottanta. Alla introduzione di questa stretta repressiva, i detenuti in Turchia risposero con uno sciopero della fame che coinvolse 69 persone, anche comuni. La lotta dei prigionieri politici curdi ottenne il risultato di far chiudere il primo esperimento di cella F ma costò ben 12 detenuti morti. Risposero anche con proteste e rivolte, negli anni ‘95, 96, e ‘99, represse violentemente, con molte uccisioni dai corpi di repressione di azione rapida, Cevik Kuvvetleri e squadre antisommossa.

Va ricordato il grandioso sciopero della fame dell’Ottobre del 2000, attuato da 819 prigionieri politici in 18 carceri differenti. Era uno sciopero della fame ad oltranza e 203 prigionieri politici, 50 donne, 153 uomini, in 13 carceri, trasformarono la loro resistenza in uno sciopero della fame sino alla morte.

Attualmente sono centinaia le prigioniere e i prigionieri politici uniti in questo sciopero della fame. Altrettanto numerosi i militanti fuori dalle carceri in molte città europee, spesso in esilio, come Strasburgo, Parigi, Bruxelles, nel Galles, ecc. Alcuni di loro da più di cento giorni, esprimono la loro ribellione nei confronti della politica carceraria adottata da Ankara.

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