Sanità pubblica: basta repressione!

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E’ La Psichiatria Socialmente Pericolosa

E’ LA PSICHIATRIA SOCIALMENTE PERICOLOSA

La Legge n°81/2014 ha chiuso gli OPG (Ospedali Psichiatrici Giudiziari), e ha previsto l’entrata in funzione delle REMS (Residenze Esecutiva per le Misure di Sicurezza).

La REMS di Volterra è un mini OPG, una struttura manicomiale, una istituzione totale.

Cambia il nome, cambia in parte la gestione e cambiano alcune procedure, forse queste strutture saranno “più pulite, moderne”, ma non cambia la sostanza. La logica concentrazionaria che ne è alla base, resta quella del fascista Codice Rocco, basata su un meccanismo d’internamento/custodia manicomiale per i cosiddetti “socialmente pericolosi”, un paradigma totalizzante/escludente per contenere una umanità “eccedente”. Chiudere i manicomi criminali senza cambiare il codice penale che li sostiene vuol dire creare nuove strutture, forse più accoglienti,  ma all’interno delle quali finirebbero sempre rinchiuse persone giudicate incapaci d’ intendere e volere. Per abolire realmente le REMS (e gli OPG ) bisogna non riproporre i criteri e i modelli di custodia e occorre metter mano a una riforma degli articoli del codice penale e di procedura penale che si riferiscono ai concetti di pericolosità sociale del “folle reo, di incapacità e di non imputabilità”, che determinano il percorso di invio alle REMS.

La questione non è solo la chiusura di questi posti: non si tratta solo di chiudere una scatola, per aprirne tante altre più piccole. Il problema è superare il modello di internamento, è non riproporre gli stessi meccanismi e gli stessi dispositivi manicomiali. Il problema non è se sono grossi o piccoli, il problema è che cosa sono. Il manicomio non è solo una questione di dove lo fai, se c’è l’idea della persona come soggetto pericoloso che va isolato, dovunque lo sistemi sarà sempre un manicomio.

Prima della fine dell’ultima legislatura è stato fatto passare un emendamento dal PD che dispone il ricovero nelle REMS esattamente come se fossero i vecchi OPG, dei detenuti considerati “rei folli”, quelli in osservazione psichiatrica e le persone con la misura di sicurezza provvisoria.

Il rischio che si corre nel momento in cui si dice che qualunque persona che si trova in carcere, o in una struttura psichiatrica, anche in attesa di giudizio, venga mandata nelle REMS, e’ quello che si ricostituiscano le strutture manicomiali. L’emendamento in questione ripristina la vecchia normativa prima della legge 81/2014, invece di affrontare il problema della legittimità delle misure di sicurezza provvisorie decise dai Gip, e di quelle che rimangono non eseguite, si ipotizza una violazione della legge 81 ripristinando la logica e le pratiche dei vecchi OPG.

Di fatto una parte consistente degli internati già dovrebbe essere fuori per le stesse regole statali; la gran parte non ha commesso violenze gravi su vittime indifese, come invece spesso viene detto strumentalmente; in ogni caso, come dimostra la realtà, gli apparati d’ internamento/controllo sistemici riproducono disastri sul piano sociale e individuale.

L’istituzione totale è un dispositivo classista e gerarchico, funzionale a logiche di profitto e dominio elitari, al contempo di omologazione e separazione. Per noi occorre partire da un nuovo paradigma non escludente, a cominciare dal fatto che la libertà è terapeutica e che occorre costruire relazioni sociali diverse e migliori, rivoluzionando l’esistente, rompendo così, a 360 gradi, la gabbia sistemica della cosiddetta “malattia mentale”, costruendo percorsi “altri”.

Crediamo che ci sia bisogno d’immaginare e sperimentare dal basso forme di sostegno socializzanti, come già avviene in alcune realtà autogestite, con persone che hanno cortocircuiti mentali e sofferenza psichica, che poi è sofferenza esistenziale, antitetici al sistemico internamento/controllo. Percorsi di apertura umana e interazione, coinvolgenti rispetto ai contesti territoriali e comunitari, in cui affrontare dal basso le vari situazioni critiche rigettando dispositivi segreganti. Sperimentazioni che possano usare risorse realmente pubbliche, in cui siano protagoniste le persone, nelle varie dimensioni, nel rispetto dell’integrità, dell’autonomia e della dignità di tutti/e i soggetti in campo, senza sbarre e contenzioni manicomiali.

Come libertari pensiamo che sia fondamentale la costituzione e sperimentazione di reti sociali autogestite e di spazi sociali autonomi rispetto al sistema imperante, lo svilupparsi di una varietà di percorsi di vita costruiti dal basso e basati sul mutuo aiuto e sul protagonismo delle persone.

Lo Spazio Libertario Pietro Gori e il Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud rimangono contrari a tutte le istituzioni totali. A partire da ciò, con altri aspetti ancora da approfondire data la complessità della questione, pensiamo che sia importante aprire un confronto sociale e culturale.

Spazio Libertario Pietro Gori Volterra, Via Don Minzoni 58

Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud, via San Lorenzo 38 Pisa antipsichiatriapisa@inventati.org

 

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Quale terreno privilegiare: la Distribuzione o la Produzione?

Distribuire in maniera egualitaria. Distribuire per combattere la diseguaglianza.

Distribuire!  Distribuire!

Distribuire la ricchezza prodotta!, si sente gridare con entusiasmo. E l’entusiasmo non va smorzato. Va incoraggiato, è bene che cresca!

Proprio per incoraggiare l’entusiasmo poniamoci qualche interrogativo.

Chi produce tutto ciò che si dovrebbe distribuire in maniera egualitaria? E dove sono quelle e quelli che producono tutto quello che ricade sotto i nostri sensi, tutto quello che ci circonda?

Torniamo quindi all’annoso dilemma: mettere mano alla distribuzione oppure alla produzione?

Un dilemma che si riapre? Macché è un dilemma sempre rimasto aperto. Non si è mai chiuso.

Affrontare prioritariamente la distribuzione o la produzione è stato dibattuto per più di un secolo dentro il movimento operaio e rivoluzionario. Quel movimento impegnato a combattere questo sistema economico-sociale fondato sullo sfruttamento, sulla diseguaglianza e sull’oppressione.

Proviamo a raccogliere qualche suggerimento giunto da altre esplosioni di entusiasmo che ci hanno offerto i punti più alti interni allo scontro di classe, intenso e significativo, di qualche decennio fa.

Era il 1973, mese di marzo.

Un settore della classe operaia era impegnato in un rinnovo contrattuale all’interno del quale aveva individuato un pesante attacco padronale, sottovalutato oppure, secondo alcuni, agevolato dai sindacati confederali.

Quel settore di classe ignorò i tentennamenti sindacali. Non ascoltò nemmeno le indicazioni delle formazioni rivoluzionarie che proponevano uno sciopero a oltranza.

Dalla pratica di lotta degli anni precedenti e dalle laceranti tensioni urbane e lavorative, che vivevano quotidianamente, quelle operaie e quegli operai avevano maturato la consapevolezza che le rivendicazioni conquistate nei periodi di espansione dell’economia venivano poi rosicchiate nei periodi di contrazione. Avevano capito che questo era l’andamento dell’economia capitalista e rifiutavano di sottomettere la propria vita e le proprie necessità a tali andamenti ondivaghi.

Operaie e operai si erano convinti che restare all’interno delle rivendicazioni significava comunque perpetuare il proprio ruolo subalterno di forza-lavoro scambiata con salario (anche se migliorato temporaneamente). Significava isolarsi dalle tensioni metropolitane che loro stessi/e vivevano insieme ai non occupati/e, a chi lavorava al nero, a chi non aveva casa, a chi subiva una vita precaria, ecc. Insomma rifiutavano una prospettiva di progresso all’interno dell’universo della distribuzione e dello scambio, rimanendo schiavi al servizio della produzione per il capitale.

Scelsero la prospettiva del “rifiuto del lavoro salariato”.

Si posero il compito di individuare il centro del dilemma:

  1. a) esercitare potere sulla produzione, occupando la fabbrica e impedendone l’agibilità, anche per mezzo della spazzolatura della palazzina degli impiegati e dei dirigenti; operazioni che venivano fatte con grande entusiasmo!
  2. b) urlare a tutto il movimento, perché si rendesse conto che, se si vuole decidere cosa produrre e come produrlo, se non si vuole più essere schiavi della merce, se non si vuole essere noi stessi merce, allora si deve porre il controllo operaio sulla produzione, sapendo che a quel punto si apre lo scontro con lo stato, che è il garante del mantenimento dell’ordine produttivo capitalistico!

Produzione e stato i due capisaldi su cui si gioca lo scontro di potere,  se si vuole costruire il potere proletario.

Quel settore di classe aveva i volti delle operaie e degli operai Fiat che in quei giorni della fine del marzo ’73 si definirono fazzoletti rossi, per un pezzo di stoffa rosso messo sul volto anche per sottolineare il proprio entusiasmo.

Quel settore di classe non era solo. Ve ne erano in moltissime fabbriche e in moltissimi territori.

Quei settori di classe non amavano disquisire su equilibri di governi in formazione o di quelli in divenire, sia nazionali, sia locali.

Quei settori di classe non chiedevano le briciole di una politica distributiva meno carogna e più dispensatrice, cambiando equilibri parlamentari o formule di governo, perché avevano capito che comunque si trattava di distribuire merci corrotte che si sarebbero ricevute secondo gli andamenti del mercato.

Quei settori di classe avevano capito che “il nemico è in casa nostra!”

Quei settori di classe non intendevano ornarsi di attributi “politici” prendendo a prestito slogan contro le politiche del governo e gli infami trattati internazionali.

No!, loro volevano dare un segno dello scontro di potere da intensificare: controllo operaio della produzione e attacco allo stato.

Quei settori di classe hanno proposto un grande insegnamento, certo non nuovo, ma che rischiava e rischia continuamente di affievolirsi. Non nuovo perché qualcuno l’aveva anche scritto:

«Dopo che il rapporto reale è stato da molto tempo messo in chiaro, perché tornare nuovamente indietro»? «Il socialismo volgare ha preso dagli economisti borghesi (e a sua volta da lui una parte della democrazia) l’abitudine di considerare e trattare la distribuzione come indipendente dal modo di produzione, e perciò di rappresentare il socialismo come qualcosa che si aggiri principalmente attorno alla sua distribuzione».  (K.Marx, Critica del programma di Gotha -1875)

Perché al primo posto la produzione? Semplicemente perché siamo sottomessi, sfruttati, egemonizzati e inglobati da questo modo di produzione, che è capitalistico. Possiamo risiedere in una regione o in un paese con “piena sovranità”, oppure in una regione inserita in una federazione o altro tipo di aggregato di più paesi, ovunque l’economia, se capitalista, deve sottostare a quelle regole. Ovunque la mannaia di qualsiasi governo si abbatterà sulle classi lavoratrici e sulle classi proletarie quando le esigenze di accumulazione del capitale lo prescrivono.

Sono tanti gli strumenti con cui queste leggi operano: il mercato e la competizione tra realtà produttive, le banche, la finanza, la borsa, gli scambi, i trattati, ecc. Sono tutti strumenti che non hanno vita propria; la loro vita proviene dalle leggi del capitale, dall’andamento delle sue necessità. Su questi strumenti non è facile operare cambiandone il corso, non è possibile se non aspettando i rari momenti in cui il capitale abbia margini di profitto e sia disponibile a concedere qualcosa, per toglierla poco dopo. I governi, le maggioranze o gli equilibri parlamentari, non sono attrezzati per mutarne il corso, ma possono solo apportare piccoli correttivi nelle fasi espansive, che poi vengono di nuovo ri-corretti dalle mutate esigenze della logica capitalistica.

Le politiche distributive sono sottomesse a quelle regole e la storia insegna che qualunque sia l’equilibrio di forze politiche, stante il capitalismo, ci sono pochi, pochissimi spazi di azione. In questa fase il capitale multinazionale, ben impiantato nella finanza, ha rafforzato le briglie, esautorando quasi del tutto la sfera politica e, con più violenza, pratica l’abbassamento del costo del lavoro e l’aumento della produttività per rilanciare la competizione e l’accumulazione del capitale. Ciò avviene in ogni regione, stato o area capitalista, basta guardarsi intorno.

Il capitalismo non è riformabile!

La strada da percorrere è altra, forse più complicata, ma non ammette scorciatoie e non prevede il mandato alle capacità e alle virtù di qualche ceto politico di nuovo, nuovissimo o di vecchio conio.

È urgente riprendere il filo rosso e organizzare la critica pratica all’intera vita sociale, ai suoi ritmi, alle devastate relazioni umane e sociali, alle priorità e alle prospettive. Va messo in discussione e riorganizzato il modo di vivere e di consumare, il modo insensato e convulso di comunicare, l’individualismo e la competizione sfrenata, il regime della proprietà e del possesso e le mille altre cose, ma con i tempi dettati dalla gestione diretta ed egemone di tutte e tutti coloro che appartengono alle classi subalterne organizzati/e in strutture orizzontali consiliari.

È utile prendere spunto dall’insegnamento dei “fazzoletti rossi”, come degli altri (molti) punti alti sedimentati dalla lotta di classe per il potere proletario; ignorarlo è inammissibile!

Da quel 1973 ne è passato di tempo, i padroni ne hanno fatti di passi avanti, più o meno quanti ne abbiamo fatti noi di passi indietro, sui contenuti e sugli obiettivi, sulle forme di organizzazione consiliare, sulle strategie di attacco, e tante altre.

Proviamo ora a considerare di non voler più fare passi indietro. Per ripartire da una buona posizione, proviamo a riagganciarci ai punti più alti espressi dallo scontro di classe in questo paese, nei decenni alle nostre spalle. E mettiamoci in marcia.

Se vuoi leggere più ampliamente l’esperienza di lotta di operaie e operai alla Fiat nel 1973, detta dei “fazzoletti rossi”, vai qui qui:

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Basta repressione al Policlinico e Spallanzani

                                                                         COMUNICATO STAMPA
Il 7 febbraio scorso tre lavoratori, del Coordinamento lavoratori e lavoratrici del Policlinico Umberto
I, che lavorano al Pronto Soccorso – finito il turno di lavoro–hanno rilasciato un’intervista su
richiesta dell’on. Roberta Lombard i impegnata nella campagna elettorale per la Presidenza della
Regione Lazio.
In tale intervista i lavoratori hanno evidenziato le carenze dell’ospedale: privatizzazione ed
esternalizzazione dei servizi; organico carente rispetto alle necessità di assistenza dei pazienti e precarizzazione dei lavoratori; mancanza di letti e strutture ricettive con conseguente congestiamento del Pronto Soccorso e lunghe permanenze dei malati in corridoio e sulle barelle.
Insomma una semplice elencazione di una drammatica condizione della sanità pubblica che
determina la rinuncia alle cure di milioni di persone, liste di attesa interminabili e la conseguente
impennata delle morti, che da anni vengono rilevate dalle statistiche ufficiali.
Per aver dato evidenza a queste condizioni, questi lavoratori sono soggetti alla contestazione
disciplinare e alla minaccia di gravi provvedimenti, fino al licenziamento, dalla Direzione del
Policlinico, nominata dalla giunta Zingaretti a pochi mesi dalle elezioni. E queste contestazioni sono
gi unte puntuali a due giorni dall’esito elettorale.
Dopo i quattro mesi di sospensione a una lavoratrice e un lavoratore del Coordinamento
Spallanzani–per una analoga intervista radiofonica–assistiamo, quindi, nuovamente all’uso della
repressione per cercare di tappare la bocca a chi, a partire dalla propria condizione, agisce e lotta
per conquistare una sanità pubblica universale, gratuita e umanizzata.
Non possiamo permettere che diventi “normale” impedire ai lavoratori di esprimere le proprie
critiche al criminale taglio alla sanità pubblica, con la conseguente desertificazione dei servizi di
cura e assistenza.
Non possiamo accettare che sulla nostra pelle si producano profitti per i privati e occasioni di
corruzione per gli amministratori pubblici.
Per questo continueremo a lottare per una sanità pubblica, universale, gratuita e umanizzata senza
lasciarci intimidire dalla repressione.
Per questo siamo al fianco del Coordinamento lavoratrici e lavoratori del Policlinico Umberto I in
tutte le iniziative c he verranno convocate per la loro difesa e la loro lotta.
Sono stati indetti due presidi in occasione della convocazione dei consigli
di disciplina:
29 marzo 2018 ore 9:30  
Rettorato dell’Università
“La Sapienza” di Roma
Piazzale della Minerva;
11 aprile 2018 ore 12:00
Direzione del Policlinico
Umberto I di Roma
viale del Policlinico n. 155.
Coordinamento cittadino sanità
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C’è o non c’è la paura? E se c’è da dove viene?

PAURA

La campagna elettorale è stata giocata all’insegna della “sicurezza” e per combattere la paura che ghermisce i cittadini e le cittadine

C’è o non c’è la paura? E se c’è da dove viene?  Forse molti italiani hanno paura di vedere in faccia la vera fisionomia della realtà.

Nel numero di oggi (12.01.2018), il Corriere della Sera porta un articolo di Milena Gabanelli dal   titolo:

Italia: calano i reati ma più armi in casa si può leggere tutto qui

…a essere meno sicure non sono le strade, ma le mura di casa: delle 355 vittime di omicidi commessi nel 2017, 140 sono donne. A ucciderle è sempre un familiare e, nel 75% dei casi, il partner o l’ex. Il dato purtroppo è stabile negli anni: 155 le vittime nel 2014, 143 nel 2015, 150 nel 2016. … nelle Regioni dove c’è stato un aumento di omicidi, la percentuale è quasi completamente assorbita proprio dai delitti commessi in famiglia.  … come si difendono? Armandosi? La fotografia del Viminale è chiara: un aumento del 41.63% delle richieste di licenze di porto d’armi a uso sportivo negli ultimi 4 anni. Solo nel 2017 le licenze in più, rispetto al 2016, sono state 80.416.

I numeri del 2017, che il Corriere presenta in anteprima, dimostrano esattamente il contrario: rispetto al 2016 gli omicidi sono diminuiti dell’11,2%, le rapine dell’8,7%, i furti del 7%.

dal 2014 al 2017 gli omicidi sono scesi del 25,3%, i furti del 20,4% e le rapine del 23,4%. Quindi negli ultimi anni l’Italia è diventata via via più sicura, nonostante l’aumento del numero di immigrati.

=*=*=*=

Le persone in questo paese hanno certamente paura di perdere il lavoro, perche precario. Di essere sfrattati o di subire l’aumento dell’affitto. O di non riuscire a pagare il mutuo se hanno acquistato una casa. Di ammalarsi e non avere la copertura necessaria della sanità pubblica, di vedere i figli disoccupati anche in età avanzata, ecc.

Queste insicurezze generano paure, dovute a politiche antipopolari dei governi, alla assottigliamento del welfare, all’azione indegna di grandi potentati come banche, palazzinari, ecc. Queste preoccupazioni che dovrebbero stimolare le persone, appartenenti alle classi disagiate, di attivarsi e autorganizzarsi per lottare, invece vengono deviate dai politici e dai media in paure confuse.

Al contrario i dati ci dicono che con l’aumento delle persone immigrate, i reati sono diminuiti (negli ultimi 4 anni dal 2014 al 2017 gli omicidi sono scesi del 25,3%, i furti del 20,4% e le rapine del 23,4%). Quindi negli ultimi anni l’Italia è diventata via via più sicura, grazie all’aumento del numero di persone immigrate.

È la dimostrazione più chiara che la falsità di media e politici non riguarda una o più  notizie, ma la percezione della realtà complessiva.

Va segnalata un’altra cosa:

*l’andamento di questa diminuzione di reati era già nota alla fine dell’anno 2017, quando il Viminale ha comunicato i dati finali relativi alla sicurezza in Italia nel 2017: *l’ultimo anno ha visto un calo del 9,2% dei delitti in Italia, passati dai 2.457.764 del 2016 a 2.232.552. Dai dati resi noti dal ministero dell’Interno, emerge che gli omicidi sono stati 343 (-11,8%), di cui 46 attribuibili alla criminalità organizzata e 128 in ambito familiare-affettivo. Calano anche le rapine (28.612, -11%) e i furti (1.198.892, -9,1%). Nell’ultimo anno è entrata a regime inoltre la novità del Daspo urbano, sanzione pecuniaria con ordine di allontanamento per chi esercita attività abusive o lede il decoro delle città, in totale 735.

ATTENZIONE ! Questi dati si potevano leggere il primo gennaio 2018 su agenzia italia: qui

E allora perché nella campagna elettorale iniziata dopo quel 1 gennaio 2018, tutti i maggiori partiti hanno messo  al primo posto la sicurezza? E nessun media ha espresso una riga di critica?

E perché elettori e elettrici hanno dato retta a queste bugie clamorose, pur avendo la possibilità di verificarle? Questo istupidimento generale da cosa dipende? Forse un ruolo lo giocano anche i cosiddetti “social network”? .

È opportuno, per tutte e tutti, che ci si soffermi un attimo a pensare!!!!!

 

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Per una Sanità pubblica gratuita universale e umanizzata

DAL SOVRAFFOLLAMENTO DEI PRONTO SOCCORSO AL DESERTO NEI SERVIZI TERRITORIALI
I Pronto Soccorso della città scoppiano, decine di malati giacciano accatastati su barelle per giorni prima di avere la possibilità di stare su un letto vero: questa è la naturale conseguenza di scelte politiche sanitarie e gestionali che danneggiano pazienti e lavoratori
Nel Lazio negli ultimi 15 anni sono stati tagliati circa 9000 posti letto , di cui ben 4000 negli ultimi 6, senza che a ciò corrispondesse nel territorio un incremento dell’assistenza domiciliare delle strutture sanitarie abitative e terapeutiche, ecc..
Oltre a questo, nella gestione dei posti letto, esiste una pesante ingerenza di interessi particolari. Troppo spesso per facilitare l’accesso ad un posto letto pubblico il paziente si deve sottoporre ad un circuito che comprende prima visite, esami, prestazioni di un sistema privato e costoso.
Le stesse aziende sanitarie pubbliche usano meccanismi come l’intramoenia che costituiscono una tangente che gli utenti sono costretti a pagare per avere prestazioni non in tempi biblici.
Il Pronto Soccorso dovrebbe essere destinato alle emergenze, ad eventi inaspettati di cui bisogna valutare le possibili conseguenze per attuare i dovuti trattamenti, invece rappresenta l’unico posto aperto 24 ore su 24 dove chiunque abbia un bisogno sanitario è costretto a rivolgersi.
E’ vergognoso che pazienti cronici o con patologie di lunga durata, perfino adolescenti, debbano necessariamente passare un calvario che dura giorni e giorni su una barella o una sedia di un Pronto Soccorso ogni volta che abbiano bisogno di un ricovero. La causa di questa situazione è la carenza di strutture che complessivamente siano in grado di dare loro la risposta più appropriata finalizzata alla cura.
Prendersi cura di un paziente vuol dire anche eliminare quel percorso ad ostacoli a cui si è costretti per ottenere qualsiasi prestazione, sostegno, assistenza domiciliare, aiuto senza i quali l’ospedalizzazione resta l’unica soluzione obbligata.
Fare questo vorrebbe dire riaffermare il principio di una sanità pubblica, universalista, solidale, egualitaria e soprattutto efficace e umanizzata. E invece l’intervento sanitario viene diviso in pacchetti da offrire al “libero mercato” di una sanità mercificata, con una logica economicista ed aziendale.
Gli spazi dei Pronto Soccorso si sovraffollano e si estendono a tutti i reparti di degenza, diventando posti indecenti e pericolosi. Manca un concreto percorso di assistenza sul territorio, che possa sostenere le situazioni che richiedono cure costanti e a lungo termine.
Vogliamo iniziare dai Pronto Soccorso, per garantire ai pazienti tempi di permanenza brevi e condizioni dignitose, per permettere agli operatori di lavorare bene, non in perenne sotto organico e con contratti precari (cooperative, agenzie interinali, partite iva, ecc,) o sotto la minaccia di provvedimenti disciplinari, per aver deciso di denunciare apertamente situazioni disastrose all’interno delle strutture sanitarie. Quello che serve sono cambiamenti radicali anche in tutti gli altri settori. Occorrono scelte politiche che puntano sul pubblico e non sul privato, sulle internalizzazioni e non sugli appalti e precariato. La sanità non può essere solo l’emergenza. Occorre rimettere al centro della politica sanitaria la persona nell’interezza e complessità dei suoi bisogni, tutto il contrario di quanto sta avvenendo.
Quello che proponiamo è un percorso fatto di informazione, confronto e mobilitazione a cui chiamiamo tutti, non solo i lavoratori, a prendervi parte. ASSEMBLEAPUBBLICA ROMA-9 MARZO2018-ORE 17:30 ANDRONE DELPOLICLINICO-Viale del Policlinico155 Coordinamento Lavoratrici e Lavoratori Policlinico [coordinamentolpp@gmail.com] Coordinamento Lavoratrici e Lavoratori Spallanzani [coord.spallanzani@autistici.org]

Fotocop in prop – Policlinico Umberto I – Viale del Policlinico 155 – 16/2/2018
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Governo: niente riforma del carcere!

Il consiglio dei ministri di ieri, 22 febbraio, ha di fatto detto NO alla riforma dell’Ordinamento Penitenziario (O.P.), rinviando a data da definirsi, ossia a dopo le elezioni, il decreto delegato più consistente, quello che affronta i meccanismi di esecuzione della pena. In particolare quel decreto dava maggiori possibilità e snelliva i meccanismi per il passaggio dalla carcerazione intramuraria, ossia in carcere, alle misure alternative, quelle che si svolgono fuori dal carcere. Questo decreto aveva già compiuto un passaggio nelle commissioni giustizia di Camera e Senato e avrebbe richiesto solo 10 giorni di tempo per la definitiva attuazione.

I tre decreti delegati che il governo ha licenziato preliminarmente, licenziati non approvati, sono decreti generici di cui si conosce ben poco (giustizia riparativa, carcere minorile, lavoro e volontariato dei condannati) e che devono ricevere ancora il parere delle Commissioni giustizia di Camera e Senato (che hanno 45 giorni per esprimere i pareri), per poi tornare al consiglio dei ministri, quindi avranno tempi lunghissimi e inoltre incontreranno commissioni parlamentari e governi di composizione diversa a seguito delle elezioni del 4 marzo.

C’è da dire che il decreto di riforma dell’O.P. riformava la legge 354 del 26 luglio 1975, quindi molto vecchia e che fu anche quella una “riforma mancata” in quanto nei ripetuti passaggi tra Camera e Senato fu molto peggiorata al punto che fu quella legge a prevedere i “regimi di reclusione speciali” , le “carceri speciali”, l’articolo 90 (diventato poi il 41bis), e le sorveglianze particolari, 4bis, ecc. Ossia sistemi di carcerazione nei quali vengono eliminati alcuni o tutti gli spazi e i diritti delle persone incarcerate.  Ricordiamo inoltre che da quella “riforma mancata” nelle carceri italiane si è impennata la quantità di persone che si tolgono la vita: i suicidi sono quintuplicati!

Il carcere continua a essere un luogo di sofferenza e devastazione per le persone rinchiuse, di distruzione dell’identità e personalità e dimostra di essere non riformabile. Questa la conclusione amara.

Ancora una prova che la strada per un cambiamento sostanziale del sistema carcerario non può avvenire per via parlamentare. C’è da riprendere con determinazioni le proteste e l’organizzazione interna per una battaglia seria, che impegni tutta la società, per l’abolizione del carcere.

Il carcere va abolito!

Per approfondire si può ascoltare la trasmissione “La Conta” su RadiOndaRossa di mercoledì 21  febbraio in cui si parla diffusamente di questa mancata riforma (prima ancora che il governo decidesse per il NO). Ascolta qui

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24 febbraio manifestazione a Roma

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Il 17 febbraio di 41 anni fa, all’università di Roma, il capo della cgil Lama …

Il 17 febbraio del 1977 era Giovedì. All’università di Roma Luciano Lama per ristabilire l’ordine …

Il 16 febbraio ’77, mercoledì, assemblea numerosissima del movimento all’università di Roma, si discusse come accogliere Lama: farlo parlare? Fischiarlo? Cacciarlo? L’assemblea alla fine decise di presenziare al comizio, subissarlo di fischi ma evitare lo scontro fisico. Una soluzione che andava bene a tutti e non creava problemi al movimento in una fase di crescita.

Gli «indiani metropolitani» prepararono un pupazzone di cartapesta molto alto pieno di tanti slogan ironici: «Più lavoro meno salario»; «Lama è mio e lo gestisco io»; «Vogliamo un affitto proletario il 100% del salario» (ironia superata dalla realtà)».

Il camion del comizio sindacale viene circondato da un servizio d’ordine di un centinaio di persone del pci. A qualche metro di distanza tutti gli altri: studenti, lavoratori, tra i due schieramenti  una «terra di nessuno» tenuta sgombra grazie a una fila di servizio d’ordine del movimento che cercava di evitare il contatto col servizio d’ordine di Lama, cinque-sei metri indietro c’era il pupazzone con intorno gli indiani metropolitani la cui consistenza numerica andava man mano aumentando.

«È ora, è ora: miseria a chi lavora»; «Potere padronale»; «Andreotti è rosso Fanfani lo sarà»; «Più baracche meno case». Poi arrivò il lancio di palloncini ripieni di colore verso il camion.

I militanti del servizio d’ordine di Lama impugnarono gli estintori e si lanciarono contro le prime fila del servizio d’ordine del movimento che a stento riuscivano a trattenere quanti premevano indignati. Il cordone del movimento cedette consentendo agli «indiani» di partire alla controffensiva e arrivare a contatto con gli aggressori. Dietro c’erano tutti gli altri. A quel punto il parapiglia fu inevitabile. Il movimento incalzò il servizio d’ordine sindacale che arretrò fino a uscire dall’università.

Leggi ancora sul 1977  qui

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Cosa è emerso dalle analisi ufficiali sulla “memoria” e sul “ricordo”?

Anche quest’anno le celebrazioni, le testimonianze e le analisi in occasione del giorno della memoria (27 gennaio) e del giorno del ricordo (10 febbraio), si sono svolte nel grigiore e nella trascuratezza volta a ignorare i crimini del governo e dell’esercito italiano nel costruire e gestire i campi di concentrmento duranta l’occupazione italiana della Jugoslavia. Negligenza ribadita il 10 febbraio avvalorando la falsificazione sulle Foibe. Una tendenza si nota, le falsificazioni storiche e lo squallore crescono e colonizzano tutte, ma proprio tutte, le aree politiche istituzionali.

Chi vuole leggere e ascoltare qualcosa di diverso e più pertinente, sul giorno della memoria può vedere  qui   e sul giorno del ricordo può vedere  qui

       

 

 

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