Quando lo Stato spara sulla folla – Il taser in Italia

I compagni di Prison Break Project, di cui ricordo il libro uscito lo scorso anno “Costruire Evasioni” (vedi qui) sul diritto penale del nemico, hanno prodotto la versione aggiornata dell’opuscolo-dossier “Quando lo stato spara sulla folla” pubblicata nel novembre 2017 (la versione del novembre 2017 la trovi  qui ).

“Se allora ci eravamo confrontati in particolare sul caso francese, adesso approfondiamo l’uso di queste armi in Italia, proprio a partire dal Taser“.

Published by Prison Break Project on 04/09/2018 |

QUANDO LO STATO SPARA SULLA FOLLA

Le armi non letali come ingrediente della repressione

Le armi non letali e il loro uso contro i movimenti sociali

– le novità in Italia e l’esempio della Francia –

 Quali obiettivi e che logiche sono legati all’impiego di questi strumenti? 

II° edizione aggiornata, luglio 2018

 Luglio 2018

Nell’inverno 2016 Prison Break Project ha partecipato ad una chiacchierata al circolo Mesa di Montecchio Maggiore (Vi) organizzata da Alte/Reject in cui si parlava di repressione e nuove armi a disposizione delle polizie europee con un’attenzione particolare a Italia e Francia. A distanza di tempo vogliamo mettere a disposizione dei materiali sulle armi non letali in Francia che avevamo preparato per accompagnare la discussione: una panoramica rivolta a presentare le modalità d’uso delle flashball e più in generale delle armi non letali da parte della polizia francese.

Vogliamo inoltre proporre delle riflessioni su quest’impiego di strumenti tecnologici e militari volti a spezzare le forme di organizzazione del conflitto sociale.

Come era prevedibile, l’adozione di tali armi coinvolge anche l’Italia dove sono finora meno conosciute. Nel marzo 2018 il governo ha dato il via libera a una sperimentazione del Taser in Italia. A luglio è stato emanato il decreto con cui il ministero autorizza la dotazione sperimentale dell’arma in 11 città italiane e dà mandato di acquisto per 30 dispositivi. Per questo abbiamo deciso di aggiornare l’opuscolo con una seconda edizione con i dettagli dell’adozione di questo armamento nel contesto italiano oltre alle evoluzioni dell’impiego generalizzato delle armi non letali nelle lotte sociali in Francia.

Questo scritto vuole ripercorrere – seguendo uno spazio temporale dal 2009 ai giorni nostri, anche a partire da esperienze dirette –  alcuni episodi che riteniamo stimolanti per comprendere la logica dell’uso delle armi non letali e la loro banalizzazione tra Francia e Italia.

 Partiremo dalla presentazione di un caso particolare: quello del collettivo “8 juillet” che prende il nome dall’8 luglio 2009, giorno in cui, a Montreuil – in periferia di Parigi – dopo lo sgombero di uno squat la polizia ha attaccato con i proiettili di gomma una manifestazione di solidali. In cinque sono stati feriti a nuca, fronte e clavicola. Jo ha perso un occhio. Da allora il collettivo “8 juillet” si organizza per fare inchiesta e difendersi della violenza poliziesca sia nelle strade che nelle aule dei tribunali.

Successivamente approfondiremo la tematica dell’arsenale delle armi cosiddette non letali in dotazione della polizia francese e del loro impiego nelle manifestazioni, sottolineando la logica repressiva alla base del loro utilizzo. Per dare un’idea delle loro caratteristiche presentiamo delle schede tecniche di queste armi, oltre ad analizzare il contesto italiano e la recente adozione del taser.

Questo dossier è composto da diversi testi, materiali e video sottotitolati per cercare di presentare le armi non letali e le logiche che sottendono il loro impiego riflettendo sia sul contesto francese che su quello italiano.
Una versione del testo senza i materiali multimediali ma da leggere e stampare è disponibile in formato .pdf

Per scaricare l’opuscolo clicca   qui  

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Riforma collassata, lavoro negato – sempre e solo carcere!

Nel post precedente, vedi qui   , ho riportato la convocazione di uno sciopero della popolazione carcerata negli Usa con molte rivendicazioni, oltre a urlare la loro rabbia per la morte di 7 loro compagni durante una rivolta nella prigione di massima sicurezza in South Carolina (Una violenta rissa esplosa a metà aprile nella Lee Correctional Institution, carcere di massima sicurezza della South Carolina, causò la morte di sette detenuti e il ferimento di 17). I problemi nelle carceri di tutto il mondo (da 15 a 12 milioni le persone incarcerate) sono tanti e tutti dovuti al regime concentrazionario che toglie la libertà e azzera l’identità. Importante è il problema del lavoro per i prigionieri Usa e anche per quelli in Italia. Proviamo a ragionare sul tema del lavoro nelle carceri italiane, diverso da quello in vigore negli Usa.

Tra gli intenti della riforma Orlando, bocciata dalla maggioranza di governo successiva alla tornata elettorale del 4 marzo scorso che prepara una “controriforma”, comparivano delle procedure per rendere più agevole e rapido il percorso per l’ammissione alle tanto discusse pene alternative, ossia la possibilità per i reclusi di scontare le condanne non interamente in carcere ma, nella parte finale, da svolgersi all’esterno del carcere (controllo penale esterno). Va anche detto che il precedente Governo aveva avuto tutto il tempo per approvare quella riforma che avrebbe rallentato l’aumento delle persone detenute in carcere giunte alla soglia delle sessantamila (59.135 presenze di cui 19.667 non ancora condannati, rispetto a una capienza regolamentare di 50.622, quasi 9.000 presenze in più),al 31 agosto 2018. Le persone detenute in misura alternativa sono 54.255[1].  Nella riforma era previsto anchel’eliminazione del divieto alla concessione di forme attenuate di carcerazione per gli autori di particolari reati (Art.4 bis Ordinamento.Penitenziario).

La triste vicenda della defunta riforma Orlando, ci porta al tema del lavoro in carcere, perché  il lavoro in carcere, tra le tante sfaccettature che ha, è lo strumento indispensabile per accedere alle misure alternative.

La parte che il nuovo governo ha cancellato, non a caso, è quella che voleva dare piena attuazione al decreto legge 23 dicembre 2013, n.146, che intendeva ridurre le presenze in carcere in favore delle misure alternative, richiesto anche dalla CEDU (Corte europea dei diritti dell’uomo), così come la parte che eliminava i divieti alla concessione di forme attenuate di carcerazione per gli autori di particolari reati.

Il lavoro è anche ritenuto un mezzo efficace per il reinserimento. È su questo dogma che è sorto il carcere moderno, ovunque sia. Il lavoro, inizialmente forzato, era al centro della punizione non per produrre chissà cosa, ma per disciplinare al lavoro dipendente e subalterno quei proletari che si ribellavano.

In questo paese, grazie alla lunga stagione di lotta del movimento dei detenuti negli anni Settanta e Ottanta e ai movimenti esterni al carcere, il lavoro forzato è stato abolito nella pratica, pur essendo ancora scritto nei regolamenti. Inoltre la popolazione detenuta ha ottenuto quella rivendicazione che è il 2° punto della piattaforma dello sciopero nelle carceri statunitensi, ossia l’equiparazione del proprio salario (il termine carcerario è mercede), che era fermo al 1993, con quello dei lavoratori esterni occupati in mansioni analoghe: “La retribuzione per il lavoro carcerario deve essere circa l’85 della retribuzione prevista dai contratti collettivi attualmente vigenti”. È successo il finimondo: i sindacati delle guardie penitenziarie hanno strillato alla vergogna, al golpe, «come è possibile – urlavano – che i delinquenti abbiano le stesse retribuzioni degli onesti?». Ovviamente l’adeguamento delle mercedi ai salari esterni non è stato accettato col sorriso dai vertici del Dap (Dipartimento Amministrazione Penitenziaria), vi sono stati costretti oltre che dalle mobilitazioni dei detenuti, da un lungo contenzioso con le Corti italiane ed europee, altrimenti lo Stato italiano sarebbe stato condannato – ennesima condanna – per pratica “illegale” dei lavoro forzati. Una stramberia per governi che ad ogni piè sospinto inaugurano giornate della legalità.

Quello che un po’ tutti fanno finta di non conoscere è che l’attuale media oraria lavorativa di un detenuto è di un paio di ore al giorno e alcuni mesi l’anno, per alternarsi con altri detenuti. Per cui tolti i soldi del mantenimento per il vitto e l’alloggio, di recente sono pure aumentati vedi  qui , al detenuto restano intorno ai 200 euro al mese.

Tra i lavori per accedere alle misure alternative vi sono anche i lavori di volontariato, senza retribuzione, come i lavori socialmente utili o di pubblica utilità. Di questa possibilità alcune giunte, a mo’ di esempio la giunta Raggi, cercano di servirsi per risolvere problemi che non sono in grado di far eseguire a lavoratori retribuiti. Nel sistema sanzionatorio, il lavoro gratuito ha pieno titolo, perché è connesso al dogma che il reo deve restituire alla società ciò che si presume abbia tolto col suo reato. Tuttavia finché non ci leveremo il carcere di torno (lavoriamo per questo), queste attività (socialmente utili o di pubblica utilità) consentono alla persona carcerata di uscire 4 anni prima dal carcere o non entrarvi affatto, traslocando dall’aula di tribunale al lavoro senza passare per il carcere[2]. Il punto è che queste leggi, varate in fretta sotto la scure della CEDU che dopo la prima multa ne minacciava altre, vengono boicottate dalla grandissima parte delle forze politiche in parlamento e anche settori del ministero.

Dunque il lavoro forzato in questo paese non c’è più nella realtà, mentre c’è ancora negli Usa, ma solo per particolari reati gravi. Nelle carceri italiane oggi il lavoro è la principale richiesta delle mobilitazioni della popolazione detenuta, perché per la persona detenuta avere qualche euro in tasca significa mangiare cibi diversi dalla “sbobba” carceraria (l’amministrazione spende 3,75 € per tre pasti al giorno per ciascun carcerato/a) e  comprarsi quelle quattro cose necessarie in un luogo, il carcere, dove manca tutto.

Tra proteste e denunce, convegni e campagne, la popolazione detenuta che lavora è oggi arrivata ai 18.404 (31,95%) del 2017.

Tra i detenuti che lavorano alle dipendenze dell’Amministrazione Penitenziaria l’82,15% lavora nei servizi di istituto (pulizia delle sezioni, distribuzione del vitto, mansioni di segreteria, scrittura di reclami e documenti per altri detenuti), il 4,1% nelle lavorazioni, il 7,2%  nella MOF (manutenzione ordinaria delle carceri, lavori di piccola carpenteria, idraulica o elettrotecnica), il 5,1% in servizi extramurari e solo l’1,35% in colonie agricole e case di lavoro.

L’Associazione Antigone calcola che appena il 2,2% dei detenuti lavora per datori di lavoro diversi dall’amministrazione penitenziaria. Nonostante vi sia la legge Smuraglia, che permette alle imprese che impiegano detenuti di ricevere 516 euro di credito di imposta. In questo modo non solo hanno un lavoratore che costa poco e non può partecipare ad attività sindacali, ma la cui presenza consente loro di risparmiare su tutti gli altri. Prosegue Antigone: «Alcuni di questi sono in semilibertà  (766),  e altri in in art.21 (765) e dunque escono nelle ore lavorative per recarsi sul posto di lavoro. Coloro che invece lavorano per datori di lavoro esterni, ma restando all’interno del carcere sono 949, di cui 246 detenuti alle dipendenze di imprese e 703 di cooperative.  Una «schiacciante minoranza».

Ma si tratta di lavoro “vero” e dunque retribuito e contrattualizzato come richiesto dalla legge? Purtroppo no, ma difficile pensare che possa accadere diversamente. D’altronde anche sul piano lessicale, nel gergo penitenziario, chi lavora non è definito “lavoratore”, ma “lavorante”.

Il vicedirettore del DAP Luigi Pagano così ne spiega i motivi: «Spesso per le aziende far lavorare i detenuti è complesso e costoso, dunque se possono, evitano. Allo stesso modo per i detenuti lavorare è incompatibile con gli obblighi carcerari e legali della loro condizione, come l’ora d’aria o i colloqui», c’è da aggiungere i numerosi ostacoli burocratici che rendono difficile la contrattualizzazione, inoltre le lungaggini per la scelta della persona adatta per quell’impiego

Nel 1991 la percentuale dei detenuti lavoranti sulla popolazione detenuta era del 34,46, scesa al 20% nel  periodo di grande sovraffollamento e risaliti fino all’ attuale 30%.

Inoltre il budget previsto nel bilancio del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria per le mercedi dei detenuti negli ultimi anni si è ridotto del 71%: dagli 11 milioni di euro del 2010, ai 9,3 del 2011 ai 3,2 del 2012

Anche i corsi di formazione professionali sono molto carenti, la scarsa presenza non supera il 3,8% dei detenuti.

Cosa dicono le leggi: l’art. 15 dell’ordinamento penitenziario, legge 26 luglio 1975 n. 354, individua il lavoro come uno degli elementi del trattamento rieducativo stabilendo che, salvo casi di impossibilità, al condannato e all’internato è assicurata un’occupazione lavorativa; è un obbligo che l’amministrazione Penitenziaria è ben lungi da assicurare. L’art. 20 dell’ordinamento penitenziario definisce le principali caratteristiche del lavoro negli istituti penitenziari.

Ciò che è ancor più strano in questo paese, è che all’aumento delle misure alternative, aumentate anche se di poco, non è corrisposto un calo delle presenze in carcere, che invece sono in aumento.

Va ricordato che la teoria che sostiene la necessità delle misure alternative sostiene anche un andamento tendenziale del sistema sanzionatorio che dovrà vedere la scomparsa del carcere sostituito con pene da eseguirsi all’esterno. Alcuni paesi hanno avviato già la sostituzione e le presenze in misure alternative sono maggiori di quelle in carcere. È questo un indice del funzionamento progressivo della politica penale tesa a una graduale riduzione fino all’abolizione del carcere. Una anomalia italiana, non solo italiana, dimostra, invece, che c’è un aumento notevole di persone sottoposte a controllo penale (sia esterno, sia interno in carcere), nonostante i dati ufficiali dimostrino chiaramente che i reati tutti, in particolare quelli più gravi, sono in netta diminuzione.

La spiegazione di questo andamento “anomalo” probabilmente risiede nel susseguirsi di crisi economiche che producono insicurezza e malessere in vari settori sociali, malessere che viene indirizzato sul terreno della paura indistinta. Questa può provocare, e sembra stia producendo, una crisi di fiducia nello Stato e nella politica che non sa o non vuole proporre rimedi politici ed economici al malessere dilagante, ma soluzioni repressive di maggior rigore, sostenute da uno Stato militarizzato e dalla maggior presenza delle forze dell’ordine. Le campagne propagandistiche mediatiche di molte forze politiche iniziano col demonizzare i gruppi marginali: disoccupati, mendicanti, vagabondi, rom e attualmente gli immigrati, come responsabili di tutto ciò che non va, come nemici contro cui indirizzare l’apparato punitivo. Lo scopo di queste forze politiche è approntare i mezzi necessari per colpire chiunque voglia adoprarsi per la ripresa del conflitto sociale.

I conflitti reali, quando ci sono, vengono stravolti dalle esagitate paure lanciate dei media che utilizzano anche la cronaca “nera” per rafforzare la paura. Prende corpo il “governo della paura”, che ha la necessità di individuare un nemico cui attribuire il malessere. Un nemico che, di volta in volta, viene riplasmato con sembianze diverse. La presenza di un nemico permette di attivare un clima di guerra a bassa intensità, in cui il carcere e la repressione abbiano un ruolo centrale.

Nella realtà di tutte le carceri del mondo, il lavoro non ha avuto una effetto redditizio per l’amministrazione carceraria, a prova che il carcere non serve a produrre una merce qualsiasi su cui ricavare profitto, ma deve produrre la merce per eccellenza del capitalismo, ossia il proletario operoso e disciplinato che rimane un senza-propietà che non mette in pericolo la proprietà altrui.

Anche negli Usa dove permane il lavoro forzato, le società che gestiscono le carceri private, che gestiscono soltanto 195.000 reclusi nelle loro prigioni e li fanno lavorare, ma realizzano i loro profitti, non dal lavoro dei carcerati, ma grazie alle sovvenzioni che lo Stato paga per ogni detenuto gestito da queste carceri-private. 70 dollari al giorno per ciascun detenuti/a nelle loro prigioni, quasi 14 milioni di dollari al giorno e ne spendono molto meno. I due gruppi miliardari che hanno la quasi totalità delle prigioni private sono: la Corrections Corporation of America (CCA) e The Geo Group, sono quotate in borsa e finanziate da importanti banche.

Attualmente il dibattito sul lavoro per i carcerati, in questo paese, è incentrato sui alcuni dati che dimostrano chiaramente che le persone detenute che hanno trascorso la parte finale della condanna in misura alternativa e con un’attività lavorativa, tornano a delinquere meno frequentemente di chi finisce la pena restando in un carcere (20% dei primi contro 70% dei secondi), e ciò è comprensibile. Da parte di chi non ha interesse a rimbambire la gente per procacciarsi voti urlando alla paura, c’è la volontà di incrementare le misure alternative, ma veramente alternative, in sostituzione della pena carceraria, non che si sommino a quella come avviene attualmente in Italia.

Per terminare col lavoro in carcere, la colonia agricola ne è rimasta una sola ed è nell’isola della Gorgona con 70 ospiti reclusi che lavorano e vivono all’aria aperta e molti detenuti e anche i direttori considerano il trasferimento a Gorgona come un premio. Delle case di lavoro ne restano tre, una a Castelfranco Emilia, una a Sulmona e una nell’Isola di Favignana, mentre la Casa di Lavoro a Saliceta (Modena) è stata chiusa dopo il terremoto del 2012. Queste strutture sono residuali, non più di 270 reclusi e sono in via di esaurimento. Sono strutture che il codice penale definisce “misura amministrativa di sicurezza”. La casa di lavoro, in genere, fa seguito alla pena detentiva carceraria, quando il carcerato è considerato, da accertamenti psichiatrici, socialmente pericoloso (una “pericolosità” diversa da quella del decreto Minniti, questa è riferita a disturbi psichiatrici del carcerato). Fanno parte di quelle categorie: i delinquenti abituali e professionali e quelli per tendenza.

Intanto di carcere si continua a morire. Al 31 agosto i suicidi hanno raggiunto quota 41, un record terribile! Ma anche un elemento rivelatore, se ne leggiamo gli andamenti per mese: agli inizi dell’anno, pochi suicidi, a febbraio due e a marzo uno, via via crescono fino a passare ai sette a luglio e ai dieci ad agosto. Man mano che risultava chiaro che la scure giustizialista avrebbe demolito quella piccola riforma e iniziato la controriforma e ad agosto lo scempio era compiuto, la depressione ha colpito molti detenuti, dopo averli illusi di poter realizzare piccoli cambiamenti. È questo il motivo dei suicidi: azzerare la prospettiva.

Lo stesso discorso vale in un altro dramma nel dramma dell’universo carcerario: questo Stato reclude 62 bambini e bambine di età da zero a tre anni con le loro 52 madri, non riesce a trovare soluzioni alternative. E hanno la sfacciataggine di definirsi “stato di diritto”.

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[1]  Così ripartiti: affidamento in prova al servizio sociale  16.694;  semiliberta’ 904;  detenzione domiciliare 11.151;   messa alla prova 14.119;   lavoro di pubblica utilita’ 7.369;    liberta’ vigilata 3.831;    liberta’ controllata 183;   semidetenzione 4; totale generale  54.255
[2] Chi commette un reato punito con la pena detentiva non superiore nel massimo a quattro anni, può ricorrere all’istituto della messa alla prova ed evitare la condanna penale. Riguarda chi è indagato o condannato per reati lievi: violenza o minaccia a un pubblico ufficiale, resistenza a un pubblico ufficiale, oltraggio a un magistrato in udienza, violazione di sigilli aggravata, rissa aggravata, se non c’è nessuno morto o con lesioni gravi, lesioni personali stradali, furto aggravato, ricettazione. Chi chiede questa misura deve manifestare la volontà di svolgere volontariamente lavori di pubblica utilità presso un’associazione o un ente per il tempo stabilito dal giudice; inoltre si deve impegnare a risarcire la persona offesa. In caso di esito positivo della prova, il giudice, con sentenza, dichiara estinto il reato. Vale anche per coloro che hanno 4 anni al termine della condanna.
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Nelle carceri Usa sciopero delle persone detenute

Prison Strike nelle carceri Usa

Da: http://sawarimi.org/national-prison-strike

sciopero nazionale dei prigionieri: 21 agosto – 9 settembre 2018

Uomini e donne incarcerate nelle prigioni di tutta la nazione dichiarano uno sciopero nazionale in risposta alla rivolta nell’istituto correzionale di Lee, una prigione di massima sicurezza in South Carolina.

7 compagni hanno perso le loro vite durante una rivolta insensata che si sarebbe potuta evitare se la prigione non fosse stata così sovraffollata dall’avidità creata dall’incarcerazione di massa e dalla mancanza di rispetto per la vita umana che è integrata nell’ideologia penale della nostra nazione. Questi uomini e donne stanno chiedendo condizioni di vita umane, accesso al reinserimento, riforma delle condanne e la fine della schiavitù dell’età moderna.

Queste sono le RICHIESTE NAZIONALI degli uomini e donne nelle prigioni federali, migratorie e statali:

  1. Miglioramento immediato delle condizioni delle prigioni e dei regolamenti penitenziari che riconoscano l’umanità di uomini e donne carcerati
  2. Fine immediata della schiavitù carceraria. Tutte le persone incarcerate in qualsiasi luogo di detenzione sotto la giurisdizione degli Stati Uniti devono essere pagati con la paga tipica dello stato o del territorio in cui lavorano
  3. Il Prison Litigation Reform Act deve essere ritirato, permettendo agli umani incarcerati un canale per gestire reclami e violazioni dei loro dirittti
  4. l “Truth in Sentencing Act” e il “Sentencing Reform Act” devonoessere ritirati in modo che gli umani in carcerati abbiano lapossibilità del reinserimento e della libertà condizionale. Nessun umano dovrebbe essere condannato alla Morte per Incarcerazione o scontare una pena senza possibilità di libertà condizionale
  5. Fine immediata dell’aumento dei capi di imputazione e delle pene subase razziale e della negazione della libertà condizionale agli umani dineri e latini. Le persone nere non devono più veder negata la lorolibertà condizionale perché la vittima del reato era bianca, un problema particolarmente sentito negli stati del Sud.
  6. Fine immediata delle leggi razziste che aumentano le pene per le gang, leggi che mirano alle persone nere e latine
  7. A nessun detenuto deve essere negato l’accesso ai programmi direinserimento nel luogo di detenzione perché etichettati come violenti
  1. Le prigioni statali devono ricevere fondi destinati all’offerta dimaggiori servizi di reinserimento
  1. Le borse di studio “Pell” devono essere reintrodotte in tutti gli stati e territori statunitensi
  1. I diritti di voto dei cittadini carcerati che stanno scontando la pena in carcere, dei detenuti in attesa di processo, e dei detenuti che hanno già scontato la loro pena devono essere contati. Chiediamo rappresentanza. Tutte le voci contano!

Siamo d’accordo nel diffondere questo sciopero in tutte le prigioni d’america! Dal 21 agosto al 9 settembre 2018 uomini e donne nelle prigioni di tutta la nazione sciopereranno nei seguenti modi:

  1. Sciopero del lavoro: I detenuti non si presenteranno ai lavoriassegnati. Ogni luogo di detenzione determinerà fino a quando durerà il suo sciopero. Alcuni di questi scioperi potrebbero tradursi in una listalocale di richieste per migliorare le condizioni e ridurre il danno nelle prigioni.
  1. Sit-in: in certe prigioni, uomini e donne faranno sit-in pacifici di protesta
  1. Boicottaggi: tutte le spese dovrebbero essere fermate. Uomini e donne da dentro vi informeranno se stanno partecipando a questo boicottaggio. Supportiamo l’appello del Free Alabama Movement per “Redistribuire il dolore” 2018 come è stato proposto da Bennu Hannibal Ra-Sun, già noto come Melvin Ray (con l’eccezione del rifiuto delle visite). Vedi questi principi descritti qui: https://redistributethepain.wordpress.com/
  1. Scioperi della fame: uomini e donne rifiuteranno di mangiare

Come puoi aiutare:

– Fai sì che la nazione sappia delle nostre richieste. Chiedi che si faccia qualcosa sulle nostre richieste contattando i tuoi rappresentanti politici a livello locale, statale e federale con queste richieste. Chiedigli che posizione hanno.

– Diffondi lo sciopero e parla dello sciopero in ogni luogo di detenzione

– Contatta una delle organizzazioni locali di supporto per vedere come puoi aiutare. Se non sai chi contattare, scrivi un’email a  millionsforprisonersmarch@gmail.com

– Sii preparato ad entrare in contatto con le persone in prigione, familiari dei detenuti, organizzazioni di supporto ai carcerati nel tuo stato per aiutarli ad informare il pubblico e i media sulle condizioni dello sciopero

– Aiuta nelle nostre iniziative annunciate per contare i voti delle persone in carcere alle elezioni.

– Per i Media: domande a prisonstrikemedia@gmail.com

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Call from the Revolutionary Abolitionist Movement (RAM) for global solidarity with the #August21 prison strike

Chiamata da parte del Movimento Abolizionista Rivoluzionario (RAM) per la solidarietà globale con lo sciopero delle carceri del 21 Agosto.

Il 21 agosto, le persone in carcere in tutto il territorio degli Stati Uniti sono pronte per entrare in sciopero, portando l’attenzione non solo sugli atroci abusi e sulle condizioni disumane, ma anche sulla continua riduzione in schiavitù di milioni di persone all’interno delle prigioni americane.

Dopo la guerra civile, la schiavitù è stata istituzionalizzata nella società americana attraverso la costituzione del XIII emendamento, che permette la schiavitù come punizione per un crimine. In America, la criminalizzazione delle persone nere viene imposta dalle forze di polizia, che spesso sparano impunemente alle persone di colore, e dai giudici che le condannano a pene draconiane, garantendo la loro riduzione in schiavitù nelle piantagioni dei nostri giorni.

Affrontando una situazione tesa a soffocare qualsiasi barlume di gioia e di umanità, le persone nelle prigioni degli Stati Uniti stanno richiamando l’attenzione verso “la mancanza di rispetto per la vita umana che è incorporato nell’ideologia penale della nostra nazione” entrando coraggiosamente in sciopero dal 21 agosto al 9 settembre. Le date, scelte dagli organizzatori nelle prigioni, sottolineano la continuità dello sciopero con i lasciti di Nat Turner, che iniziò la sua ribellione il 21 agosto 1831, e l’Insurrezione Attica, che ha avuto inizio il 9 settembre 1971.

Nat Turner, che era nato in schiavitù, ha preso parte ad una grande insurrezione, liberando gli schiavi dalle piantagioni e giustiziando i proprietari di schiavi. La sollevazione Attica, un’importante pietra miliare per la resistenza nelle prigioni degli Stati Uniti, ha avuto luogo a seguito dell’uccisione del rivoluzionario nero George Jackson da parte di una guardia carceraria durante un tentativo di fuga. Come Nat Turner ed i ribelli dell’Attica prima di loro, gli scioperanti prigionieri oggi sono in lotta per la liberazione nera e l’abolizione della schiavitù.

I rivoluzionari in tutto il mondo dovrebbero essere consapevoli della lotta contro la schiavitù nelle carceri d’America. La presidenza Trump è uno dei regimi più barbari del mondo di oggi, che porta avanti una lunga tradizione di razzismo, sfruttamento e genocidio radicata nello stato americano.

Le persone nelle carceri che si stanno sollevando per riguadagnare la loro umanità stanno fornendo una delle esperienze di resistenza alle politiche orribili e disumanizzanti del sistema giuridico americano più suggestive dell’era Trump.

Chiediamo ai compagni di tutto il mondo a unirsi in azioni di solidarietà con lo sciopero delle prigioni negli Stati Uniti. Lo stato americano e le aziende che traggono vantaggio dal lavoro degli schiavi in carcere devono essere ritenuti responsabili di queste atrocità da parte dei rivoluzionari attraverso l’azione diretta in tutto il mondo.

Le azioni contro i consolati americani e le aziende che beneficiano del lavoro schiavista e la distruzione dei simboli della schiavitù carceraria americana attireranno l’attenzione di tutto il mondo verso la lotta che si sta svolgendo nelle prigioni.

Le azioni da parte dei militanti a sostegno dello sciopero delle prigioni manderanno un potente messaggio di sfida allo stato americano e di solidarietà ai ribelli dentro le mura delle prigioni.

Bruciare le prigioni!

Sostenere lo sciopero nelle prigioni!

Lunga vita alla solidarietà internazionale!

https://itsgoingdown.org/call-for-solidarity-with-prison-strike/

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Il massacro del capitalismo: un morto ogni 3 minuti e mezzo sul lavoro. Ricordiamo Marcinelle e i massacri di oggi.

Il massacro del capitalismo: un morto ogni 3 minuti e mezzo sul lavoro. Così ricordiamo Marcinelle e le stragi in Puglia.

Il maggior numero di assassini nel mondo vengono provocati dal lavoro capitalista: 2milioni e mezzo di lavoratori e lavoratrici vengono uccisi ogni anno dallo sfruttamento capitalista; circa 6.000 al giorno. È questa la guerra più sanguinosa che dobbiamo fermare ad ogni costo. E’ da questa contraddizione capitale/lavoro che generano la gran parte delle altre guerre.

Un grande numero di queste morti sono lavoratori/trici immigrati/e.

Come è successo Sessanta anni fa a Marcinelle, qul maledetto 8 agosto 1956,  in una miniera di carbone in Belgio a 975 metri di profondità, senza un sistema antincendio. Questa migrazione nelle miniere del Belgio venne spinta dal governo italiano costituendo un ufficio per favorire le migrazioni. L’obiettivo del governo era vendere forza lavoro (50.000) in cambio di carbone.

E’ inutile lamentarsi, questo è il capitalismo e i regimi che lo tutelano e riproducono. Sta a noi continuare a subire oppure iniziare un vero percorso per liberarcene.

Sui morti lavor e su Marcinelle ascolta  qui (21 secondi);  qui ( 3 minuti)  e  qui (4 minuti)

 

 

 

 

 

 

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L’estate nelle carceri

L’estate non è mai tranquilla nelle carceri italiane (e non solo italiane, Attica 9 sett 1971, vedi qui).

Il 6 luglio 1968, prima protesta di massa organizzata dai detenuti del carcere milanese di San Vittore. L’obiettivo era, quanto mai legale, pretendere dal ministero il rispetto di una sentenza della Corte Costituzionale che definiva illegittima l’inchiesta giudiziaria svolta senza l’assistenza di un difensore per l’imputato. I detenuti pretendevano inoltre l’approvazione di nuovi codici e regolamenti in sostituzione del codice Rocco (1931) di epoca fascista, ancora in vigore. Quanta fretta!, commentavano borghesi, burocrati e giornalisti, sono passati appena 20 anni, e poi se quei codici hanno funzionato nel periodo fascista, perché cambiarli? In fondo il carcere persegue sempre lo stesso scopo: annientare, distruggere l’identità della persona detenuta, renderla sottomessa. Qualche “raro” democratico faceva notare che la Costituzione diceva cose diverse sul sistema sanzionatorio. La Costituzione non utilizza mai la parola “carcere”, intendendo che la “sanzione” deve essere un percorso più vicino possibile alla società, non separato e ghettizzato come il carcere, ma al contrario interno e relazionante per consentire il reinserimento. Quante sottigliezze, commentavano borghesi, burocrati e giornalisti, intanto facciamo capire ai “delinquenti” che loro non possono “pretendere”, né rivendicare, devono aspettare, pazientemente. che concederemo loro qualcosa. E non devono protestare.

Difatti la repressione fu brutale: oltre 4.000 poliziotti, elicotteri per bombardarli dall’alto col gas. Teste e ossa rotte. Isolamento e letto di contenzione per i più attivi.

Ma qualche giorno dopo, il 16 luglio il movimento studentesco milanese raccolse l’invito dei detenuti a solidarizzare e circondò letteralmente il carcere di San Vittore.

La rivolta si propagò ovunque:

«Tot promesse, tot rivolte»

La rivolta in carcere ha unificato il paese. Crollati i luoghi comuni sulle specificità territoriali del carcere, spazzate via le presunte «differenze culturali», ora la lotta è una sola, un unico obiettivo da raggiungere: cambiare radicalmente il carcere, fino alla sua distruzione. Un solo nemico, il governo e l’apparato statale che usano un solo linguaggio: la repressione. La nostra risposta: la rivolta. Il 15 aprile 1969 un telegramma del Ministro di Giustizia, Antonio Gava, indirizzato agli ispettorati perché lo inoltrino alle direzioni delle carceri, disponeva «assoluto divieto rilascio qualsiasi dichiarazione stampa et ogni altro organo informazione da parte personale civile et militare dipendente questa amministrazione». Il governo sceglie quindi ancora una volta la linea dell’isolamento della protesta, ignorandone i motivi. Una settimana dopo la Direzione Generale Degli Istituti Prevenzione e Pena comunicava per telefono all’ispettorato distrettuale di Firenze che «i parlamentari non possono indagare in merito ai recenti episodi di indisciplina». Qualora si fossero presentati all’ingresso delle carceri sarebbero stati «ricevuti coi riguardi dovuti al loro altissimo rango ma avrebbero avuto diritto solo ai chiarimenti che non riguardano le attuali agitazioni nelle carceri»

[Christian G. De Vito, Camosci e girachiavi, 2009]

           questi i commenti della stampa:

Il «Corriere della Sera» del 7 luglio 1968: La contestazione è entrata a San Vittore:

Tutto ha avuto inizio alle 15.00 al termine della consueta ora d’«aria». Gruppi di detenuti sparsi nei diversi raggi si sono rifiutati di lasciare il cortile; il loro atteggiamento ostinato e provocatorio si è trasmesso in breve tra i compagni come un fulmineo contagio. […] Il direttore del carcere […] ha cercato quale fosse il motivo della protesta. Ed è venuto a sapere

che i detenuti intendevano chiedere l’approvazione dei nuovi codici, con l’assistenza dell’avvocato difensore nella prima fase dell’indagine giudiziaria. Si ripeteva in sostanza l’agitazione già avvenuta alle «Nuove» di Torino mercoledì scorso; anche in quel carcere i detenuti invocavano la riforma dei codici.

Così «l’Unità» del 7 luglio 1968:

«Basta con le chiacchiere, fuori i codici!» era scritto oggi pomeriggio alle 16.30 su un grosso cartello issato in uno dei cortili maggiori del carcere San Vittore.

Per tutto un periodo della protesta nelle carceri «l’Unità» e i giornali della sinistra istituzionale si pongono a metà strada: d’accordo con i contenuti riformatori della lotta, ma… Da «l’Unità» dell’8 luglio:

“Vi sono compresi alcuni pericolosi pregiudicati, ma ciò non toglie nulla alla validità della protesta” .

Verso le nove di sera polizia e carabinieri sgomberavano i passeggi dopo un pestaggio durissimo che procurava 13 feriti. I rivoltosi trasferiti nelle carceri di punizione: Volterra, San Gimignano, Porto Azzurro, Alghero, Lecce.

1969, si replica:

 Sabato 12 aprile, Milano, S. Vittore. Il Procuratore della repubblica incontra i rappresentanti dei detenuti. Nei giorni precedenti, per due volte i detenuti non erano entrati in cella dopo l’aria. Si protesta contro i buglioli, le bocche di lupo, si vuole l’abolizione del letto di contenzione, quella tremenda tortura chiamata del «balilla» e la riforma del codice penale fascista; si denuncia l’uso arbitrario della carcerazione preventiva, e della censura della posta. La protesta è pacifica. Lunedì 14. La notizia della rivolta del carcere Le Nuove di Torino si propaga al carcere Marassi di Genova,

Alle 16.30 tutto il carcere in rivolta è in mano ai detenuti. Se fino ad allora sulle proteste in carcere il potere aveva imposto il silenzio censorio, ora la tv le racconta. È uno spettacolo di immagini rassicuranti, per i benpensanti.

Polizia e carabinieri schierati con i fucili alla mano intorno alle mura del carcere. Le famiglie italiane possono stare tranquille, lo Stato sa difenderle da questa teppaglia. Si vedono in alto negli schermi, attaccati ai finestroni questi teppisti urlano, vogliono far sentire le loro ragioni. Le inquadrature televisive li mostrano come animali, eppure chi ha orecchie attente per ascoltare quelle urla riferisce che quelle rivolte sono il più grande servigio reso dal 1946 al riscatto della Costituzione repubblicana schiacciata sotto il fardello lugubre dei codici fascisti. La teppaglia se ne è fatta carico, poiché la «brava gente» aveva altro da fare, arricchirsi e sottomettersi, e il ceto politico democristiano ci sguazza nei codici fascisti. Il ringraziamento non si fa attendere, prende la forma di 2000 armati, polizia e carabinieri che entrano in carcere. Tegole, calcinacci e suppellettili da una parte; raffiche di mitra e bombe lacrimogene dall’altra. Dopo quindici ore di battaglia San Vittore è tutto un incendio. Un centinaio i feriti gravi tra cui una trentina di agenti. Le guardie carcerarie prese in ostaggio vengono rilasciate sane e salve.

Alle sette del mattino San Vittore si arrende, per ora. I detenuti con le mani in alto contro il muro, poi incatenati l’uno all’altro e, accompagnati da pugni, calci, manganellate, cinghiate e catenate, trasferiti alle carceri di punizione. Dopo una notte eccitata trascorsa a guardare le dure immagini della battaglia, i benpensanti possono rilassarsi. I nostri, nelle vesti della celere proveniente da Padova, Gorizia, Bolzano, Bologna hanno ripristinato l’ordine. Eppure, chi si fosse attardato a vedere le scene del trasferimento, della deportazione di quei corpi maciullati non avrebbe visto una congrega di piagnucolosi sottomessi, su quei volti non c’era ombra di sconfitta. Salutano festosi e urlano ancora slogan, alcuni levano in alto il pugno chiuso, per quanto glielo consente la catena di acciaio. Sono promesse di un nuovo inizio!!!

[Irene Invernizzi, Il carcere come scuola di rivoluzione, 1973]

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L’Italia repubblicana e presunta democratica continuava ad avere un atteggiamento fascista verso la detenzione, ma non è servito mettere la testa sotto la sabbia. I direttori delle carceri bombardavano il Ministero: la tensione era insostenibile. I trasferimenti punitivi, dopo ogni rivolta, portavano in giro per il paese, oltre alle sofferenze, i motivi della proteste e la conoscenza dell’organizzazione dentro le galere. In silenzio, il governo dovette cedere. Nel maggio ’69 una circolare dispose la costituzione in ogni istituto di una rappresentanza di detenuti per il controllo del vitto (non eleggibile ma estratta a sorte). Comunque uno strumento importante per permettere ai detenuti dei diversi reparti e bracci di comunicare tra loro. Con circolari successive venne disposto anche un miglioramento del vitto. Poi con l’anno nuovo il governo consentiva la circolazione della stampa politica e delle varie associazioni (fino ad allora vietata).

Il detenuto Aldo Trevini, che fu testimone a un pestaggio avvenuto a Rebibbia, ha denunciato alla magistratura di essere stato legato a un letto di contenzione dopo essersi rifiutato di firmare la rinuncia a comparire al processo, poi trasferito nel manicomio di Aversa per «incapacità di intendere e volere». Aprile 1973.

Motivi per protestare e ribellarsi in carcere ve ne sono a iosa. Ma c’è un motivo superiore a ogni altra rivendicazione: è il non riappacificarsi mai col carcere. Il prigioniero per conservarsi umano deve coltivare tutti i giorni, in cui è costretto in quella gabbia, lo stesso disprezzo, lo stesso odio che ha provato nei primi momenti in cui vi è stato gettato. Se il detenuto fa pace col carcere il sistema punitivo gli entra dentro e lui diventa carceriere di se stesso. Molti carcerati cercano e trovano ogni occasione per scontrarsi con le guardie, è un mezzo per verificare e confermare la propria identità opposta al sistema carcere. Non importa quale sia il motivo: è un esercizio a mantenersi vivi. Essere in guerra permanente col carcere è la garanzia che il carcere non ti uccida dentro. Non chiedete mai quali ragioni hanno spinto uno o più detenuti a un atto di ribellione individuale o a una rivolta collettiva. Se lo chiedete non conoscete affatto la galera. Il motivo di una ribellione, di una rivolta, è sempre, in primo luogo, l’esistenza stessa del carcere. Lo stesso ragionamento dovrebbe valere per ciascun sistema di potere: Stato, lavoro, famiglia, chiesa, coppia, scuola ecc., queste «istituzioni totali» se non le contrasti giorno per giorno ti entrano dentro, ti catturano e tu diventi parte di esse; schiavizzata/o.

…e andiamo sotto le carceri a solidarizzare con le persone recluse….

ABOLIAMO TUTTE LE GALERE!!!!!!

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1977, nascita del carcere di annientamento; le carceri “speciali”, la legalizzazione della “tortura”

Quarantuno anni fa, la notte tra il 16 e il 17 luglio 1977, in grande segretezza e con ampio spiegamento di forze e mezzi, con largo uso di elicotteri, parte l’“operazione camoscio”, questo il nome in codice del ministero. Da allora per “circuito dei camosci” si intende l’insieme delle “carceri speciali”. In quella notte vengono trasferiti nelle prime carceri speciali allestite. alcune centinaia di compagni e proletari detenuti combattivi, soprattutto quelli che avevano organizzato o partecipato a rivolte, evasioni e proteste nel ciclo di lotte precedente, ed anche quelli che avevano rapporti con l’esterno, col movimento.

Con l’istituzione delle Carceri Speciali il sistema carcerario italiano abbandona il carattere “unitario” (anche se differenze notevoli ci sono sempre state tra carcere e carcere, ma solo di fatto, non di norme diverse) che garantiva, almeno nella forma normativa, il rispetto del dettato costituzionale del carcere come percorso di rieducazione e reinserimento sociale delle persone detenute. Il sistema penitenziario repubblicno, da quell’anno, si configura quindi come un sistema a due circuiti con trattamenti molto diversi: uno “speciale” per i detenuti più combattivi e per i compagni ormai diventati molto numerosi; l’altro “normale” per la massa del proletariato prigioniero. Da allora, la legge non è più uguale per tutti la Costituzione viene rinchiusa in polverosi cassetti.

Nell’arco di tre anni entrano in funzione le seguenti Carceri Speciali: Asinara, Cuneo, Novara, Fossombrone, Trani, Favignana, Palmi, Badu e’ Carros-Nuoro, Termini Imerese, Ascoli Piceno; e per il femminile, Latina, Pisa e Messina. Inoltre vengono allestite delle sezioni speciali in tutte le carceri giudiziari delle grandi città dove rinchiudere i carcerati provenienti dal circuito speciale per processi o altro.

Alcuni operatori sanitari di Medicina Democratica dopo aver visitato le carceri speciali, così le descrivono:

Contro ogni dettame costituzionale e in particolare ignorando quello in cui si afferma che tutti i cittadini sono uguali anche di fronte alle pene detentive, viene oggi, e sempre di più, portato avanti con ottusa violenza un progetto di discriminazione tra detenuto e detenuto, destinando il detenuto politico, o anche coloro sospettati di essere tali in quanto non più recuperabili alla logica del sistema, al carcere speciale, dove con specifiche disposizioni gabellate per motivi di sicurezza, ma che con questi non hanno nulla a che fare, si concretano tecniche raffinate di sperimentata efficacia di deprivazione sensoriale al fine di esasperare il detenuto, di disgregare la sua personalità, arrecando danni talvolta irreversibili per la sua salute fisica e mentale. Le misure messe in atto … vanno dall’isolamento individuale o di piccoli gruppi 22 ore su 24, alle brusche interruzioni del ritmo sonno-veglia con perquisizioni notturne, alla eliminazione della naturale alternanza del giorno e della notte per mezzo di lampade sempre accese

pressione psicologica ai colloqui tra il detenuto e i propri familiari molto dilazionati e realizzatisi in condizioni sub-umane … per l’uso di strumenti aberranti come interposizioni di vetri insonorizzati e citofoni che alterano timbri di voce … Si tratta di un fenomeno in cui si evidenzia in modo inequivocabile una realtà di tortura psicologica  particolarmente feroce e distruttiva dell’intera struttura psicofisica del  detenuto in palese contraddizione con l’articolo 5 della “Convenzione dei  diritti dell’uomo”…

LE  CONDIZIONI  NELLE  CARCERI  SPECIALI

all’esterno

–   Vengono eseguite opere murarie: innalzamento dei muri di cinta esterni e viene rafforzato il controllo delle guardie sul muro perimetrale; vengono aggiunti numerosi cancelli  per separare le  Sezioni Speciali dalle altre aree del carcere; vengono “blindate” le celle aggiungendo la doppia porta blindata e doppie sbarre alle finestre.

–   Viene istituito il controllo fisso dei carabinieri all’esterno delle carceri, con jeep blindate e successivamente con piccole ma armatissime autoblindo.

–   TRASFERIMENTI – Il detenuto viene svegliato alle 4 di mattina dalle guardie che lo avvertono di “prepararsi la roba” perché è in partenza, non gli viene detto dove sarà destinato e non gli è permesso di salutare i suoi compagni di carcere; spesso succedeva che i familiari di quel detenuto in viaggio o in procinto di partire per fare un colloquio, dopo centinaia di chilometri percorsi in treno o in nave, dopo una notte di viaggio disagiato, sentirsi dire alla portineria del carcere che il proprio familiare detenuto è stato trasferito dall’altra parte della penisola. I trasferimenti, in gergo “traduzioni” vengono effettuati con i “cellulari blindati” ossia dei furgoni nei quali sono ricavate due piccole cellette in ciascuna delle quali vi sono due sedili, i detenuti vi sono rinchiusi ammanettati (con gli “schiavettoni”: una strumento che obbliga a tenere le mani una distante dall’altra), non vi è posto nemmeno per alzarsi in piedi e sgranchirsi le gambe durante il viaggio che spesso dura molte ore considerate le distanze tra carceri speciali.

–  COLLOQUI – I colloqui  con i familiari sono di 4 ore al mese -un’ora a settimana- se i familiari risiedono molto distante può essere concesso, a discrezione della direzione, di suddividere le 4 ore mensili in due colloqui da 2 ore da effettuare ogni 15 giorni. Per ogni richiamo che subisce il detenuto vengono sospesi i colloqui. I familiari sono anch’essi sottoposti a perquisizione personale, spesso  costretti a spogliarsi del tutto. I colloqui sono effettuati con una lastra di vetro interposta tra i detenuto e familiari e con i citofoni per potersi parlare.

–  I COLLOQUI TELEFONICI vengono aboliti o concessi solo in casi eccezionali.

–  LA CORRISPONDENZA dei detenuti in arrivo e in partenza viene sottoposta a censura. Vengono addirittura sequestrati i giornali e documenti provenienti dal movimento.

–  ASCOLTO RADIO, è vietato l’ascolto della radio sulle modulazioni di frequenza, per impedire di ascoltare le emittenti radio del movimento.

–  DISTANZE, i detenuti destinati alle Carceri Speciali vengono trasferiti negli istituti penitenziari più distanti dalla residenza della propria famiglia.

all’ interno

–  GUARDIE: aumenta il rapporto tra guardie e detenuti, ogni volta che il detenuto esce di cella viene accompagnato da almeno tre guardie;

–  MOVIMENTI dalla cella: vengono ridotti al minimo gli spostamenti del detenuto dalla cella. 4 ore d’aria al giorno in cortili che sono vasconi di cemento, nessun’altra forma di socialità, successivamente le ore d’aria giornaliere verranno ridotte a 2 e poi a 1. Nei passeggi (aria) si può stare in numero limitato: inizialmente non più di 15 poi venne ridotto a 10 e poi a 5 con l’articolo 90.

– PERQUISIZIONI  PERSONALI:  ad ogni spostamento dalla cella del detenuto, per andare all’aria, o per recarsi al colloquio con i familiari o con l’avvocato o magistrato, il carcerato viene sottoposto a perquisizione completa (spogliarello o strip-searches)

– PERQUISIZIONI IN CELLA:  avvengono di mattina, intorno alle 5,30 – 6,00, le guardie entrano nelle celle per la perquisizione. Come si svolge? Varia ovviamente da carcere a carcere, ma in genere le guardie si impegnano a buttare all’aria le poche cose che si hanno in cella; spesso vengono vuotati i contenitori dello zucchero e del sale e mescolati insieme, vengono sfogliati i libri in modo tale da rovinarli, vengono sparse sul pavimento le foto dei familiari o altri oggetti cari ….

– LIMITAZIONE DEGLI OGGETTI DA TENERE IN CELLA:   non si possono tenere più di 5 libri, un quaderno, due penne e due matite;  per gli  indumenti, una tuta, due maglioni, due pantaloni e un paio di cambi di biancheria, due paia di scarpe, un asciugamano e un accappatoio;  il materiale per radersi doveva essere tenuto in uno stipetto esterno alla cella e chiederlo alla guardia quando lo si doveva usare.

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Da allora la differenziazione del trattamento delle persone recluse si è ulteriormente accentuata al punto che oggi a partire dal punto più alto di disumanizzazione del 41bis,  si contano 6 o 7 trattamenti normativi diversi. E’ un insulto al sistema sanzionatorio previsto dai costituenti (che, tra l’altro, non scivono mai, la parola “carcere”, né le altre oscenità oggi presenti nei linguaggi dei politii e dei media), è una legalizzazione totale della tortura e dell’annientamento delle persone recluse.

C’è una sola risposta a questa barbarie galoppante: costruire un movimento abolizionista contro ogni struttura che reclude!

 

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26 giugno 2018 terzo digiuno nazionale contro l’ergastolo!

ll 26 giugno 2018 si terrà il  terzo digiuno nazionale,

nella  data in cui l’ONU dedica una giornata alle vittime della tortura, quindi  anche contro la pena dell’ergastolo.

Vai al sito dell’Associazine Liberarsi propotrice di questa iniziativa per l’abolizione dell’ergastolo: qui 

dove puoi anche sottoscrivere per aderire a questo sciopero,

e puoi anche scaricare l’opuscolo 9999 n.3

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Questo blog appoggia questa campagna ma ribadisce che:

-la lotta per l’abolizione dell’ergastolo deve essere parte di una battaglia, più ampia e complessiva, contro la galera, contro chi la utilizza e contro le dinamiche devastanti in essa contenute contro l’essere umano.

Ritengo inoltre e sottolineo che la richiesta di abolizione dell’ergastolo, non deve essere indirizzata alle istituzioni, né a personaggi interni alle istituzioni stesse, ma rivolta alle persone, alle donne e agli uomini che hanno visto e vedono l’operare del carcere da vicino, nella devastazione dei volti carcerati, nelle speranze uccise.

La funzione del carcere è quella di mantenere l’ordine esistente. Quell’ordine che vede i ricchi sempre più ricchi e i poveri, gli sfruttati, sempre più poveri. Il carcere è  il concentrato di tutte le violenza interne alla società. Violenza  di classe espressa nella prepotenza che le classi alte, per tutelare i propri interessi, esercitano sulle classi subalterne. Dentro il carcere è manifesta la contrapposizione di classe, ed è questa che impedisce una comunicazione tra carcerati/e  e la «società civile», molto più della censura, delle sbarre e dei muri. Il carcere e la punizione diventano una rappresentazione spettacolare della società divisa in classi, tenuta insieme dalla normativa esistente, dal complesso giuridico e dalle funzioni dello stato che ne cura la regia.

abolire il carcere!

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Mettiamoci le scarpe!

 Mettiamoci le scarpe!

 Vi domandate perché questo titolo? A cosa si riferisce? Cosa propone?

Quella frase si sente risuonare, ogni tanto, nelle carceri. È un grido che interrompe i monotoni rituali del carcere e viene gridata dalle persone detenute nelle situazioni di tensione massima.

Quando nel corridoio del reparto di un carcere echeggia il grido “mettiamoci le scarpe” vuol dire che si sono avvertiti movimenti delle guardie che si preparano a caricare per un pestaggio oppure per una perquisizione devastante o per un trasferimento improvviso.

Normalmente in cella le persone detenute stanno in ciabatte, del resto che senso avrebbe stare vestiti e calzati di tutto punto per 20 ore al giorno senza dover fare nulla? Ma quando si profila la possibilità di una colluttazione, affrontarla in ciabatte non è gradevole, molto meglio affrontarla con vestiti , meglio se consistenti e con le scarpe ben allacciate.

    Mettiamoci le scarpe è quindi un grido d’allarme, o meglio, è un appello a prepararsi per affrontare uno scontro, una lotta ed è meglio avere scarpe e vestiti adeguati.

Perché oggi lanciamo questa esortazione per chi sta dentro ma anche per chi in libertà?

Gli intendimenti delle compagini di governo e degli apparati statali, negli ultimi decenni, in questo paese, ma non solo, stanno arrivando a una prima conclusione: i decreti Minniti sul “daspo urbano” e sulla criminalizzazione del vagabondaggio, dell’accattonaggio, di chi disegna sui muri e di chiunque non rispetta l’ordine, si sono fatte più rigide. La messa a punto del Daspo ha visto coinvolti e partecipi ministri, governi e apparati statali degli ultimi vent’anni, nessuno escluso.

Il precedente governo, per mezzo del ministro della giustizia Orlando, aveva messo in moto una gigantesca girandola riformatrice su alcuni aspetti del carcere, in sostanza si voleva dare attuazione alle leggi del 2012 e 2014 che dovevano permettere l’accesso alle misure alternative (restrizioni della libertà di movimento e di frequentazione da eseguirsi fuori dal carcere, nel proprio domicilio) per chi fosse a 4 anni dal termine della pena, oppure avesse subito una condanna inferiore ai 4 anni, dando maggior potere discrezionale (nel concedere oppure no) alla magistratura di sorveglianza su ogni condanna di ciascun/a recluso/a.

Quella riforma dell’Ordinamento Penitenziario (O.P.) approvata dal Parlamento precedente (legge 23 giugno 2017, n. 103 ) con cui si delegava il governo ad emettere decreti esecutivi, in realtà non ha mai visto la luce. Lanciato il sasso, la maggioranza di allora ha nascosto la mano, preferendo dare di se un’immagine manettara per racimolare voti nelle elezioni che si prospettavano. Voti che poi non sono arrivati, per la semplice ragione che l’onda manettara, nutrita e coccolata dai media e dai politici, ha preferito premiare chi era più esplicito nel gridare “più carcere”, “più repressione”, “più militarizzazione”. Quella girandola riformatrice di Orlando possiamo catalogarla nelle rappresentazioni proprie della società dello spettacolo!

    Riforme No! Controriforme Si! È questo, in sintesi, il programma su cui i neo-governanti, manettari doc., si stanno impegnando. Il nuovo ministro della giustizia Alfonso Bonafede, ha affermato, in diverse interviste “stop alle riforme perché minano alla base il principio della certezza della pena“ (dimostrando, anche lui, di non conoscere affatto il significato di questa espressione), proponendo di:

dare impulso all’edilizia penitenziaria per costruire nuove carceri;

-ripenalizzazione dei reati lievi, come ad esempio furti e scippi, tolti da tempo dal codice penale, affiancati da aumenti delle pene per molte violazioni.

-revisione (in negativo, cioè restringimento) di tutte le misure premiali, introdotte dal 1986 con la legge Gozzini e successive.

-linee guida sul cd. 41bis così da ottenere un maggior ed effettivo rigore nel funzionamento del regime del carcere duro.

-inoltre, le limitazioni al diritto d’asilo, i respingimenti e confinamenti, le misure discriminatorie nei confronti dei rom, l’abbassamento della responsabilità penale per i minori (a 13 anni in galera?), la difesa armata sempre legittima.

Gli avvocati penalisti, per bocca del presidente dell’Unione camere penali italiane, l’avvocato Beniamino Migliucci, denunciano una “svolta giustizialista” nel contratto di governo, perché prevede aumenti di pena, costruzione di nuove carceri, più carcere per tutti e prescrizione all’infinito

Gli ultimi decenni hanno dimostrato, anche ai più scettici, che il carcere non è riformabile e che la repressione non si può mitigare.

Questa è la realtà! I tempi che i spettano non saranno piacevoli.

    Rimane la lotta! Questa sì! Partecipata, massiccia, continua! La lotta può incrinare i progetti criminali delle classi al potere. Non lotta difensiva per cercare di attenuare i colpi della repressione, anche perché l’esperienza ha dimostrato che non paga! Lotta per resistere agli attacchi repressivi e rilanciare l’offensiva!

Sul terreno della repressione e del carcere vuol dire costruire:

un movimento per l’abolizione della galera!

Un movimento che raccolga e rilanci tutte le lotte in corso dentro e fuori le carceri sui problemi scottanti (dall’abolizione dell’ergastolo, alla lotta al sovraffollamento, ai troppi suicidi, fino alle rivendicazioni specifiche di ogni Istituto penitenziario) e li rilanci nel percorso che porta all’obbiettivo dell’abolizione del carcere.

Una battaglia che deve costruire unità tra le persone carcerate tra loro e con le persone fuori dal carcere, attualmente “a piede libero”.

I luoghi di questa battaglia sono i posti di lavoro e i territori che abitiamo. Nelle strade di ciascun quartiere e di ogni borgo, vicino o lontano dal carcere, deve risuonare la volontà, sempre più diffusa, di metter fine alla vergogna della reclusione.

Abolizione di ogni carcere e ogni altro strumento che toglie la libertà: Cie, hotspot, manicomi, Rems, ecc., ecc.

Un movimento che ravvivi le relazioni vis a vis, le discussioni guardandoci in faccia, tralasciando, sempre più, gli intrattenimenti con i cosiddetti “social” che, in realtà, costringono all’isolamento, all’emarginazione, alla ghettizzazione.

 

Con le scarpe ben allacciate, portiamo i nostri piedi sulle strade! Uniamo i nostri corpi e le nostre voci e urliamo sotto le carceri a chi vi è rinchiuso e rinchiusa che siamo con loro per abolire il carcere e trasformare la società repressiva!

                              abolizione di tutte le galere!

 

 

 

 

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Dai detenuti del carcere di Ivrea

Sul rapporto tra carcere e costituzione.

Andando oltre le pareti scrostate. Seguire un corso di editoria digitale, trovandosi, a distanza di anni davanti al computer per studiare la Costituzione Italiana, è emozionante. Soprattutto quando si riesce a dare un valore intrinseco a questo percorso, sottolineando che gli argomenti trattati non si riferiscono a questa o quella struttura penitenziaria, bensì rappresentano un’analisi generale tesa ad incrementare un dibattito costruttivo sulla questione.

Qui siamo in carcere, momentaneamente esclusi da buona parte delle norme della Carta Costituzionale. I diritti, così come i doveri sono qualcosa di indefinito. Tutto dipende da qualcosa o qualcuno. Un direttore piuttosto che un altro; questa o quella politica, di apertura o di chiusura, raramente di lungimiranza, e nel rispetto dello stato dei diritti in senso lato. Nel lavoro fin qui svolto, non potevamo di certo ignorare gli articoli 3, 13 e 27 della Costituzione, articoli su cui si fonda il nostro Ordinamento Penitenziario. Se da una parte, oggi, ci troviamo qui, con la possibilità di frequentare un corso di formazione professionale, lo dobbiamo proprio alla nostra Costituzione e agli articoli sopra citati, dall’altra, ci vorrebbero fiumi d’inchiostro per elencare le questioni che ancora oggi, a distanza di settant’anni non funzionano. Infatti, in questa nostra analisi non ci soffermeremo sugli elementi immediati e sui problemi di carattere strutturale quali: sovraffollamento, muri scrostati, docce rotte, celle sporche, ma cercheremo di andare oltre.

Prendiamo in esame, ad esempio, il terzo comma dell’articolo 27: “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. In due semplici righe è espresso un concetto di valore e spessore culturale indescrivibile. Quello che più colpisce, leggendo questo articolo, è che non troviamo la parola “carcere” dopo quella di “pene”. Tant’è che se si ragiona un momento, non può sfuggire che “il senso di umanità” entra in netto contrasto con l’idea di carcere e tutte le sue conseguenze, che , com’è noto, procurano un dolore sottile, ma nello stesso tempo spietato, non solo alla persona che si trova a scontare la pena, ma a tutta la sua famiglia che senza alcuna colpa ne paga le conseguenze. Questo per dire che i nostri padri costituenti, già all’epoca, avevano lasciato aperta la porta ad un’idea di pena differente da quella del carcere. Non a caso, negli ultimi anni si sta iniziando a ragionare sul concetto di giustizia riparativa, dove la vittima viene posta al primo posto, e a chi ha commesso il reato, viene richiesto di fare dei percorsi particolari fatti soprattutto di condotte riparative, che non hanno niente a che vedere con la vendetta sociale.

Da qui un interrogativo sorge spontaneo: le prigioni, quali prodotto di un sistema strettamente connesso alle fasi di sviluppo socio-politiche-economiche proprie del XVIII e XIX secolo, possono essere considerate valide ed attuali oggi, nel XXI secolo? Allo stato attuale, se le cose non cambieranno, la pena scontata in carcere non può che continuare ad essere una barbarie senza alcun significato autentico e funzionale, in termine di prevenzione alla legalità e alla sicurezza sociale. La storia, da duecento anni a questa parte, ci ha insegnato che la prigione è una scuola di delinquenza, di fatto, il carcere incentiva i comportamenti devianti, li stimola, proprio per quell’illegalità che nelle galere è elevata a norma di sistema. Rimanendo in tema, ci preme fare alcune considerazioni che riguardano l’ultimo comma dello stesso articolo 27 della Costituzione:“ Non è ammessa la pena di morte ”.

Nel nostro Paese esiste tuttora una pena che non può che essere interpretata come la pena di morte. Una pena di morte viva, latente, lenta e sottile, fatta di continue agonie e dove per la speranza non vi è spazio. Si tratta dell’ergastolo ostativo. Fine pena mai, 31/12/9999.

“Pochi sanno che i tipi di ergastolo sono due: quello normale, che manca di umanità, proporzionalità, legalità, eguaglianza ed educatività, ma ti lascia almeno uno spiraglio; poi c’è quello ostativo, che ti condanna a morte facendoti restare vivo, senza nessuna speranza”.(Carmelo Musumeci) Attualmente, nelle carceri italiane sono numerosi gli ergastolani che non potranno mai più uscire, anche dopo venti, trenta o addirittura quarant’anni di pena scontata. Vi sono persone che si sono laureate, che hanno fatto dei percorsi di revisione critica ineguagliabili e che in qualche modo sono cambiate, non sono più le stesse persone che erano al momento del reato. Eppure, proprio perché il reato commesso rientra in una norma piuttosto che in un’altra, ancora oggi si trovano costrette a passare il resto dei loro giorni rinchiuse all’interno di una cella. I cosiddetti “sepolti vivi”. Necessario, in questo momento storico, dove ogni giorno assistiamo alla privazione dei nostri diritti fondamentali, è la lotta per l’abolizione dell’ergastolo ostativo, pena che da emergenziale e provvisoria, ha impiantato le sue radici sul nostro ordinamento penitenziario, affermandosi sempre di più nel tempo. In questo caso la carta costituzionale è violata in più parti. Prendiamo, pertanto, in esame l’articolo 3:

“tutti i cittadini hanno parità sociale e sono eguali davanti alla legge..

” Come mai esistono delle pene che pur essendo uguali in termini di norma fanno distinzione tra una persona e l’altra? Forse che in carcere non si è più dei cittadini eguali davanti alla legge? O forse perché una volta entrato in questo “mondo” non ti vengono più riconosciuti i diritti fondamentali, così come gli altri cittadini “liberi”? Non dovrebbe essere così, in quanto, il carcere in realtà è un vero e proprio quartiere della città che lo ospita. Non è una realtà a sé stante. Il carcere non è un mondo a parte rispetto alla società esterna, non esiste un carcere grigio rispetto al mondo colorato che lo circonda, un carcere disumano rispetto alla società integrata e plasmata sui bi sogni dell’uomo. Le galere sono lo specchio delle società esterne, regolate da codici e leggi che sono il riflesso proporzionale all’evoluzione culturale della società stessa. La stragrande maggioranza delle persone, non riesce a cogliere questo aspetto, in quanto nella mentalità dell’opinione pubblica il carcere è considerato una discarica, “ perché li dentro trovi di tutto! ” Poi come tutte le discariche, basta alzare i muri sempre di più alti, cosi la gente di fuori non può ficcarci il naso! Citeremo di seguito il quarto comma dell’articolo 13, lasciando a voi tutti la possibilità di riflettere su queste parole:

“E’ punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà” Vorremmo concludere questa nostra riflessione collettiva evidenziando di fatto, come, nonostante le disposizione legislative e le varie riforme susseguitesi nel tempo, la prigione non può che essere definita come un’istituzione secolarizzata, cristallizzata, un istituto invalicabile il cui impianto normativo è stato solo leggermente scalfito, ma mai completamente rivisitato.

Concluderemo questo nostro lavoro riportando di seguito una citazione estratta dal libro, di Salvatore Ricciardi “Cos’è il carcere”, letto e analizzato durante il corso.

“Il carcere non si può riformare. Mai. Si può solo disprezzare, odiare, insultare, per incepparne la sua opera di distruzione umana.” Salvatore Ricciardi

Detenuti del carcere di Ivrea

Il presente testo è frutto del lavoro svolto con i detenuti della yairaihaonlus@libero.it, che hanno avuto la possibilità di frequentare il corso di editoria digitale. Lavoro nato dalla voglia, o meglio dalla necessità da parte di alcuni di loro, di far uscire fuori da quelle mura le loro testimonianze ed i loro pensieri.

Dott.ssa Annamaria Sergio

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Abolizione dell’ergastolo … e del carcere

Riporto questi documenti che hanno lanciato l’iniziativa sull’abolizione dell’ergastol, firmata dall’Associazione Yairaiha Onlus, Associazione Liberarsi Onlus, Associazione “Fuori dall’ombra”, Associazione Ristretti Orizzonti, e altre.

La riporto perché ritengo che ogni battaglia contro un singolo aspetto del carcere vada appoggiata.

Tuttavia penso e mi batto perché la lotta per l’abolizione dell’ergastolo sia parte di una battaglia, più ampia e complessiva, contro la galera, contro chi la utilizza e contro le dinamiche devastanti l’essere umano. Nel senso espresso dal convegno del 25 febbraio 2016 promosso dall’Associazione “Liberarsi” di Firenze.

Ritengo inoltre e sottolineo che la richiesta di abolizione dell’ergastolo, non deve essere indirizzata alle istituzioni, né a personaggi interni alle istituzioni stesse, ma rivolta alle persone, alle donne e agli uomini che hanno visto e vedono l’operare del carcere da vicino, nella devastazione dei volti carcerati, nelle speranze uccise.

Provo a esplicitare queste mie riflessioni:

*La funzione del carcere è quella di mantenere l’ordine esistente. Quell’ordine che vede i ricchi sempre più ricchi e i poveri, gli sfruttati, sempre più poveri (lo dicono i dati dell’Istat).

*Il carcere è  il concentrato di tutte le violenza interne alla società. Violenza  di classe espressa nella prepotenza che le classi alte esercitano sulle classi subalterne.

*La classe benestante, ha tutto l’interesse al mantenimento del carcere che riproduce un sistema di sfruttamento, tutela i suoi privilegi estorti e il suo status di élite privilegiata.

*Dentro il carcere è manifesta la contrapposizione di classe, ed è questa che impedisce una comunicazione tra carcerati/e  e la «società civile», molto più della censura, delle sbarre e dei muri. Il carcere e la punizione diventano una rappresentazione spettacolare della società divisa in classi, tenuta insieme dalla normativa esistente, dal complesso giuridico e dalle funzioni dello stato che ne cura la regia.

===== I documenti =====

Aderisci con la tua iscrizione al terzo digiuno nazionale fissato per il 26 giugno 2018  data a cui l’ONU dedica una giornata alle vittime della tortura, quindi  anche contro la pena dell’ergastolo

ABBIAMO UN SOGNO NOI DELL’ASSOCIAZIONE LIBERARSI ONLUS:
L’ABOLIZIONE DELL’ERGASTOLO

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La lotta per l’abolizione dell’ergastolo tra populismo penale, voglia di riscatto e Costituzione tradita.

Sono più di dieci anni che la nostra associazione, assieme a migliaia di detenuti, loro familiari e tante altre associazioni, lottiamo affinchè il mostro dell’ergastolo venga abolito. Raccolte firme, giornate di digiuno, campagne di denuncia e sensibilizzazione a livello nazionale ed europeo, hanno fin ora prodotto conoscenza e condivisione della giustezza di questa battaglia anche tra cittadini comuni.

In alcuni momenti si è persino sfiorato questo traguardo. Nel 2008 la commissione per la riforma del codice penale aboliva il carcere a vita dal nostro ordinamento. Anche oggi, nonostante il populismo penale sembra farla da padrone, si percepisce consenso riguardo all’abolizione dell’ergastolo. Diversi sono i disegni de legge abolizionisti presentati anche durante l’ultima legislatura e, per ultimo, dagli Stati generali dell’esecuzione penale era uscita la volontà di superare concretamente l’ostatività indirizzando la commissione per la riforma dell’ordinamento penitenziario verso l’abolizione sia dell’ergastolo che dell’ostatività, salvo poi annullare tale volontà nella legge delega dalla quale prende avvio la riforma dell’ordinamento, varata dal governo uscente ed ancora oggi bloccata per le note vicende politiche che stanno attraversando l’Italia. Testimonial importanti si sono schierati dalla nostra parte sia in ambito cattolico sia tra i familiari delle vittime.

E allora ci chiediamo quali siano gli ostacoli alla rimozione di un obbrobrio giuridico disumano e incostituzionale che uccide torturando lentamente il diritto e la speranza di riscatto di chi è condannato a morte fino alla morte.

Una delle risposte plausibili è la mancanza di coraggio politico in uno Stato che ha sacrificato i diritti umani, tutti, in una logica di mercato dove il profitto viene prima del benessere collettivo di ognuno e ciascuno, dove la sicurezza è argomento da talk show politici che hanno come unico obiettivo quello di intimorire la società, farla sentire più insicura, farle avere paura. Perché secondo uno schema che va sempre più consolidandosi, attraverso la paura si dominano le popolazioni. E attorno alle paure sociali, reali o indotte che siano, si ingenera la richiesta di sicurezza, di pene esemplari, di più galera per tutti mercificando i diritti e le libertà tramutando la nostra Costituzione in carta straccia. A conferma di questo basta leggere il contratto di governo sottoscritto da Lega e 5 Stelle che seppellisce definitivamente lo Stato di Diritto a favore dello Stato penale.

Negli scorsi mesi ci siamo messi in gioco sostenendo un progetto politico partito dal basso, Potere al Popolo, che ha accolto e condiviso nel programma elettorale alcune delle battaglie che da anni ormai portiamo avanti. Non era scontato che una formazione giovane ed eterogenea come questa accogliesse punti tanto spinosi e controversi. Al di là del risultato elettorale è stata una occasione costruttiva che ci ha permesso innanzitutto di sfatare la retorica securitaria ed emergenziale che da oltre un quarto di secolo impera attraverso decine di incontri formali e informali dove si è discusso di ergastolo e 41 bis fuori dai circuiti di “addetti ai lavori” che solitamente affrontano questi temi. Abbiamo avuto la possibilità di trovare nuovi interlocutori e di intessere relazioni positive per il futuro perché riteniamo che queste battaglie, per essere vinte, devono essere portate nella società. È necessario, oggi più che mai, provare a far nascere una nuova sensibilità diffusa affinchè si superi non solo l’ergastolo ma la necessità della segregazione fisica, della privazione della libertà, come dispositivo correttivo dei mali sociali. Ritornare ad essere “comunità sociale” contro lo Stato penale. Pretendere la certezza dei diritti prima della certezza della pena.

Il prossimo 26 giugno, in occasione della giornata mondiale delle vittime di tortura, assieme all’Associazione Liberarsi, a Ristretti Orizzonti e all’Associazione Fuori dall’Ombra, sosterremo la terza giornata di digiuno nazionale per l’abolizione del fine pena mai con la consapevolezza che può siamo in una fase storica e politica in cui i Diritti sembrano scomparsi. E a maggior ragione non si deve mollare.

Associazione Yairaiha Onlus

 

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