Oltre un mese di assenza …

… Solo due parole per chiarire la mia assenza, per oltre un mese, dal blog e dalle altre attività radiofoniche (radiondarossa) e di movimento.

È cominciato tutto il 31 dicembre, nel giorno in cui, convenzionalmente facciamo terminare le attività che abbiamo tenute in funzione nell’anno appena trascorso, il 2018.

Come ogni mattina, anche quel 31 mi sono svegliato intorno alle 6; prima tappa in cucina per preparare la moka col caffè. Passa qualche secondo, poi buio!

Riapro gli occhi di fronte a quelli interrogativi della mia compagna, svegliata dal rumore prodotto dalla mia caduta sul pavimento. Un grosso bernoccolo, in espansione, registrava l’avvenuto impatto.

Nei momenti successivi, su indicazione della medica di base, rapida corsa al Pronto Soccorso e ricovero in “codice rosso” nel Dipartimento Scienze Cardiovascolari, 1° Cattedra di Cardiologia, Policlinico Umberto I con la seguente diagnosi:

Blocco atrioventricolare totale … trattato mediante impianto di PMK (pacemaker) in paziente con coronaropatia trivasale trattata mediante impianto di 1 DES su arteria circonflessa-l ramo marginale ottuso e aterectomia rotazionale e 2 DES su arteria coronaria destra.”

Ne è seguito un ricovero abbastanza lungo, oltre venti giorni, necessari per realizzare i due interventi alle coronarie e l’impianto del PMK.

Ora finalmente sono tornato a casa! Lentamente sto rimparando le funzioni quotidiane che permettono la sopravvivenza autonoma e autogestita.

Solo due righe per illustrare un lungo silenzio e un’occasione per inviarvi, da questo microcosmo, auguri di buona libertà e buona salute!

salvatore

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14 gennaio 1919, “l’ordine regna a Berlino”

RosaKarlGennaio 1919, la seconda ondata insurrezionale degli operai rivoluzionari

Il 15 gennaio 1919 vengono assassinati dagli sgherri del governo socialdemocratico Rosa Luxemburg (vedi qui) e Karl Liebknecht

Dopo il tentativo fallito dell’insurrezione di ottobre-novembre del 1918 che mise termine al Primo Grande Macello Mondiale (vedi qui), ma portò al governo la banda socialdemocratica che massacrò la rivolta operaia nel “natale di sangue” vedi qui.

Gli operai rivoluzionari tedeschi non volevano arrendersi, soprattutto non volevano che il potere della borghesia militarista e monopolista, con la copertura dei vertici socialdemocratici, si rafforzasse e consolidasse.

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Ecco all’opera il decreto sicurezza e la politica repressiva del governo

[DHL]: CONDANNE PESANTI PER LO SCIOPERO DELLA LOGISTICA, ARRIVA LA RAPPRESAGLIA

Inviamo alcune riflessioni a caldo, che invitiamo a far girare, sulla pesante condanna per lo sciopero della logistica alla DHL di Settala (MI)

La sentenza di ieri 8 gennaio per lo sciopero davanti ai cancelli della DHL di Settala del marzo 2015 parla da sola:

    • 1 anno e 8 mesi al Coordinatore nazionale del S.i.Cobas e ad altri compagni del S.i.Cobas e del C.s.a Vittoria
    • 2 anni 3 mesi e 15 giorni ad una compagna del C.s.a Vittoria
    • 2 anni 6 mesi e 5 giorni ad un compagno del C.s.a Vittoria

Una sentenza che rappresenta un atto repressivo inaudito per la sua gravità perché scientificamente comminata quale atto intimidatorio e segnale politico ad un’opposizione di classe che sta trovando una sua strada nella concretezza nelle lotte provando a indicare una prospettiva più complessiva di trasformazione dei rapporti di produzione.

Non ci sentiamo certo vittime e sarebbe quasi ridicola la formulazione di questa sentenza per una giornata di mobilitazione dove non si è registrato alcun benché minimo atto di tensione, come dimostrato da tutto l’iter processuale e dalla stessa richiesta d’assoluzione da parte del PM, se non fosse che proprio questo dato è quello che segnala la portata di questo attacco repressivo così grave e sopra le righe persino da un punto di vista giuridico.

Il dato sostanziale che però ci interessa sottolineare è come questa condanna rappresenti una chiara rappresaglia e monito preventivo contro chi prova ad essere realmente opposizione di classe, lottando giorno dopo giorno per condizioni di vita e di lavoro migliori, in una prospettiva che è però quella di trasformazione radicale di una società basata sullo sfruttamento di classe.

Un’opposizione di classe che non si pone su un piano di compatibilità generale, tenendosi ben al di fuori dal teatrino della politica istituzionale, che prova a dare organizzazione ad un immaginario che renda possibile e praticabile l’idea di una società senza più classi né sfruttamento.

Questa è anche una sentenza che dichiaratamente si pone quale ulteriore elemento di un’escalation repressiva di ciò che si rappresenta come una guerra a bassa intensità che ha visto dei compagni e delle compagne del Vittoria ricevere a fine dicembre 2018 una condanna a diversi mesi per la loro partecipazione alla lunga ed eccezionale lotta all’Esselunga di Pioltello (che record 2 condanne in venti giorni…), che ha visto un pesante attacco a militanti del movimento per il diritto all’abitare a Milano come a Cosenza come in altre città d’Italia, con l’accusa (anche questa ridicola se non fosse gravissima) di organizzazione a delinquere… con la finalità di occupare le case e dare un tetto a chi non se lo potrebbe altrimenti permettere. E citiamo solo gli ultimi atti che da un punto di vista qualitativo ci sembra vadano oltre la “normalità” repressiva scusandoci per eventuali dimenticanze.

Questa sentenza che, anticipandolo, si colloca inoltre nel solco delle scelte repressive del razzista e xenofobo decreto “sicurezza”, arriva dopo un susseguirsi di denunce, fermi, cariche poliziesche, intimidazioni ai delegati e ai lavoratori del S.i.Cobas, fino ad arrivare alla denuncia per “estorsione” al coordinatore nazionale colpevole unicamente di essere quadro dirigente di un sindacato che ha sconquassato i tavoli del potere e del comando dei padroni della logistica collusi con organizzazioni malavitose e mafiose e sostenuti dai diversi potentati politici ed economici locali su tutto il territorio nazionale.

Vogliono colpire le lotte, vogliono ridurre al silenzio i militanti che più si espongono, vogliono dare un segnale evidente di scontro senza più mediazioni per una società sempre più autoritaria che propone disvalori sempre più dichiaratamente fascisti, razzisti, sessisti e xenofobi.

Una società dove la crisi del modo di produzione capitalistico taglia progressivamente ogni tipo di mediazione dal punto di vista economico, politico e istituzionale, in un contesto di lenta ma continua fascistizzazione culturale.

Questa sentenza è inoltre un’ulteriore conferma esplicita della caduta delle illusioni legalitarie. La conferma che lo stato di diritto è un illusione borghese. Quando un diritto sostanziale come il diritto di sciopero è così duramente e chiaramente colpito sia normativamente che a livello repressivo, con sentenze condanne e arresti, vuol dire che il passaggio verso un sistema autoritario avanza a passi sempre più marcati.

In questo quadro la nostra risposta è e sarà quella di sempre e cioè di non retrocedere di un passo dal sostenere ogni fiammata di lotta di classe come anche ogni piccolo tassello di ricomposizione, unità e organizzazione dal basso che la possa sostenere, sviluppare e valorizzare.

E continueremo ugualmente a sostenere e praticare lo sciopero, e le altre lotte sociali, ricordando che è lo strumento principe e arma potente della lotta di classe.

Sappiamo benissimo che questo entrerà sempre più in collisione con un sistema economico, politico e sociale fondato su interessi inconciliabili in rapporto a quelli delle classi subalterne, ma sappiamo anche che non ci sarà giustizia sociale senza un mondo di liberi e uguali che abolirà lo sfruttamento e tutti i mezzi che lo mettono in atto.

Contro la repressione, il fascismo, il razzismo, il sessismo, la xenofobia e contro una società basata sullo sfruttamento di classe.

I compagni e le compagne del C.s.a Vittoria

http://www.csavittoria.org/

http://sicobas.org/

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Modena, 9 gennaio 1950: uccisi 6 lavoratori

Modena, 9 gennaio 1950, davanti alle Fonderie Riunite

2-fonderie-riunite_9-gennaio-50Poco dopo le dieci di mattina una decina di lavoratori si trovavano all’esterno della fabbrica vicino al muro di cinta, cercando di parlare con i carabinieri schierati. Un carabiniere sparò con la pistola, a freddo, uccidendo Angelo Appiani [30 anni, partigiano, metallurgico] colpito in pieno petto. Immediatamente dal terrazzo della fabbrica altri carabinieri spararono con la mitragliatrice sulla folla di lavoratori che si trovava sulla Via Ciro Menotti oltre il passaggio a livello chiuso per il transito di un treno.

Arturo Chiappelli [43 anni, partigiano, spazzino] e Arturo Malagoli [21 anni bracciante] vennero colpiti a morte, molti furono feriti, alcuni gravemente. La gente scappava, cercava riparo dai colpi della mitraglia che continuava a sparare, altri cercavano di assistere i feriti con medicazioni improvvise e li trasportavano al riparo.

Roberto Rovatti [36 anni, partigiano, metallurgico] si trovava in fondo a Via Santa Caterina, vicino alla chiesa, dal lato opposto e distante 500 metri dai primi caduti, aveva una sciarpa rossa al collo. Mezz’ora era passata dalla prima sparatoria veniva circondato da un gruppo di carabinieri scaraventato dentro un fosso e massacrato con i calci del fucile, un linciaggio mortale. Ennio Garagnani [21 anni, carrettiere] veniva assassinato in Via Ciro Menotti dal fuoco di un’autoblinda che sparava sulla folla.

Lo sciopero generale partì spontaneamente appena si diffuse la notizia del massacro. Un’automobile della Cgil con l’altoparlante avvertiva i lavoratori di concentrarsi in Piazza Roma. Poco dopo mezzogiorno Renzo Bersani [21 anni metallurgico] attraversava la strada a piedi, in fondo a Via Menotti, all’incrocio con Via Paolo Ferrari e Montegrappa, un graduato dei CC distante oltre un centinaio di metri si inginocchiò a terra, prese la mira col fucile e sparò per uccidere.

1950_modena_2Sei lavoratori assassinati, 34 arrestati, i numerosi feriti trasportati in ospedale vennero messi in stato di arresto, piantonati giorno e notte e denunciata alla magistratura per «resistenza a pubblico ufficiale, partecipazione a manifestazione sediziosa non autorizzata, attentato alle libere istituzioni per sovvertire l’ordine pubblico e abbattere lo Stato democratico».

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Calano i reati ma aumentano le persone incarcerate

Ieri sera, 4 gennaio, nel Tg1 delle ore 20,00 hanno mandato in onda un lungo servizio sulla consistente diminuzione dei reati nella città di New York. Una diminuzione che è in atto da molti anni al pari di altre città nel resto degli Stati Uniti.

Questa notizia è apparsa anche su molti media:

«Omicidi al minimo storico a New York: sono stati 286 quest’anno, fino a oggi, il dato piu’ basso da quando si tengono statistiche precise. Nel 1990 erano stati 2.245. Lo riferisce il ‘New York Times’. Se il trend continuera’, verra’ superato il miglior dato precedente, quello di 33 omicidi registrato nel 2014». [affaritaliani.it]

«Nel 2017 in tutta New York ci sono stati 286 omicidi, un numero basso se confrontato con i decenni scorsi e con i picchi raggiunti quasi 30 anni fa, con 2.245 omicidi registrati solo nel 1990. Il dato di quest’anno è il più basso da quando sono tenuti in modo ordinato e coerente i registri sulla criminalità in città, una delle più grandi e popolate degli Stati Uniti. I dati sono ancora parziali, mancando alcuni giorni alla fine dell’anno, ma se sarà mantenuto l’andamento, il totale di omicidi sarà ben al di sotto del precedente minimo di 333 registrati nel 2014, confermando un declino costante della criminalità per 27 anni di fila, con numeri così bassi da essere comparabili a quelli dei primi anni Cinquanta». [ilpost.it]

E così tanti altri. Nel servizio del TG1 hanno mandato in onda spezzoni di film, anche famosi, dei decenni passati con le immagini della potente criminalità newyorchese che insanguinava le strade di quella e altre città, contrappuntata da odierne immagini del tranquillo passeggio e allegro shopping delle famiglie della mai abbastanza esaltata classe media americana.

Si sono dimenticati di fare un semplice confronto. Una mancanza che ci permette di valutare la capacità professionale e la correttezza degli operatori e operatrici dei media.

Come mai alla diminuzione dei reati non è corrisposta una diminuzione delle persone incarcerate?

Come mai da qualche anno la popolazione carcerata negli Usa assomma a 2.500.000 persone? Mentre alcuni decenni fa non superava le 400.000?

Non è forse vero che il numero delle persone detenute non c’entra nulla con la quantità e l’efferatezza dei reati, ma risponde a tutt’altre motivazioni, come affermava lo studioso delle carceri statunitensi Loïc Wacquant ? Come affermano tanti altri studiosi e analisti.

Non è forse vero che il carcere è una droga ideologica di massa usata per lenire le tante paure, i rancori maturati e i risentimenti indotti da un sistema economico e sociale diseguale, insicuro e terrorizzante come quello capitalistico?

Anche in Italia alla diminuzione dei reati corrisponde un aumento delle persone incarcerate, giunte alla soglia delle 60.000 presenze e un fardello drammatico di 67 suicidi, ben 15 in più dello scorso anno, 22 in più del 2016, 24 in più del 2015.

Fermiamo questo massacro!

E allora non è forse giunto il momento di dire NO alla più schifosa  delle droghe di stato, il carcere?

BASTA  CARCERE!!!                     ABOLIAMOLO!!!

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28 dicembre 1980, rivolta nel carcere speciale di Trani

Alle ore 15,20 inizia la rivolta nel carcere speciale di Trani 

leggi   qui,
il diario politico della battaglia nel carcere speciale di Trani qui.
e  la denuncia dei familiari dei detenuti di Trani   qui

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Mettiamo fine alle prigioni e alla società che ne ha bisogno

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Le morti sono tutte uguali?

Dalle Agenzie di stampa:

Funerali di Antonio Megalizzi, il giornalista trentino di 29 anni ucciso nel sanguinoso attentato di Strasburgo dello scorso 11 dicembre. In concomitanza con i funerali, che saranno celebrati nel pomeriggio di oggi 20 dicembre, alle 14.30, nel duomo di Trento, la presidenza del Consiglio infatti ha disposto che tutte le bandiere, nazionale ed europea, esposte sugli edifici pubblici dell’intero territorio nazionale siano posizionate a mezz’asta in segno di lutto. Parteciperà lo stesso presidente del consiglio Giuseppe Conte oltre al ministro per i Rapporti con il Parlamento e la democrazia diretta, Riccardo Fraccaro e il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.

Tutte e tutti siamo rimasti duramente colpite/i e addolorate/i dalla strage di Strasburgo; correttamente i media hanno dato ampia copertura sia alle dinamiche dell’attentato, così come all’identità delle persone uccise. È giusto raccontare anche le storie individuali delle persone morte in simili eventi, è bene conoscere le loro passioni e le loro prospettive di vita e di lavoro, i loro ideali e le loro speranze, spente da un gesto assurdo. Giusto, le persone non sono pacchi da archiviare sommandone soltanto il numero e null’altro, ma sono vite da raccontare. Da far conoscere.

Ma è così per tutte le persone morte in eventi tragici?

Nei giorni in cui sui media si dava molto spazio alle dinamiche dell’attentato e alle persone morte o ferite a Strasburgo, altre persone venivano uccise, un numero di persone enorme e in crescita. Cosa ci hanno raccontato gli operatori dei media di queste altre morti? Nulla! Qualche trafiletto, molto scarno sulla stampa locale, spesso nella cronaca e null’altro.

Qualche ricordo:

18 dicembre, l’altro ieri, a Ospitaletto (Brescia), incidente sul lavoro; operaio muore schiacciato da una ruspa. Il 52enne è deceduto in ospedale dove era stato trasportato con l’eliambulanza. Tragico infortunio alla ASO Siderurgica in via Seriola a Ospitaletto. Per cause ancora in corso d’accertamento, un operaio di 52 anni è deceduto a seguito di un incidente avvenuto intorno alle 9.45 di martedì mattina. La vittima era il padre di due ragazzi.

18 dicembre, l’altro ieri, incidente sul lavoro a Lucera (Foggia), morto un cinquantunenne. L’operatore della ditta Teknoservice è morto ieri sera a Lucera presso l’impianto di compostaggio “Maia Rigenera”, in un tragico incidente sul lavoro, investito in un impianto di compostaggio. Sulla dinamica sono in corso accertamenti. L’uomo lascia moglie e due figli.

12 dicembre a Usella, nel comune di Cantagallo, in provincia di Prato, un operaio di 55 anni e’ morto a causa delle ferite riportate in un incidente sul lavoro; l’uomo stava lavorando ad un macchinario. Sono intervenuti i Vigili del Fuoco, il 118, il personale della Asl-dipartimento di prevenzione di Prato ed i Carabinieri. È rimasto impigliato col giubbotto al tornio. A chiamare i soccorsi è stato il figlio della vittima: non vedendo rientrare a casa il padre è andato a cercarlo e lo ha trovato morto.

Di queste persone morte e delle tantissime altre, nessuno ci racconta la loro storia, le loro aspettative, le loro speranze, i loro progetti di vita. Può darsi che un figlio o una figlia di questi uomini morti abbia aspettato il padre alla fine del lavoro per recarsi insieme a fare gioiosamente le compere per il Natale, o per addobbare l’albero, o fare i compiti. Niente! Un numero e via!

Forse non erano storie importanti da raccontare. O forse i morti di Strasburgo sono morti per mano terrorista, mentre gli altri morti sono stati uccisi dal sistema in voga, il sistema del lavoro salariato sfruttato, ossia per mano del capitalismo.

Ma come! Dirà qualcuna/o, perché vuoi colpevolizzare il capitalismo; in fondo questo modo di lavorare permette a tutti noi di avere la casa imbandita di cibarie e oggetti, per lo più inutili forse dannosi, ma piacevoli che sottolineano una raggiunta condizione sociale, che alimentano i ritmi frenetici e competitivi con l’illusione della scalata sociale.

Ma se è così, ditelo chiaramente che è questo il prezzo che dobbiamo pagare: una strage silenziosa e consenziente, di dimensione spaventosamente più grandi di qualsiasi attentato terroristico che la storia ricordi! Ne siamo consapevoli?

Gli esempi riportati, sono solo tre, ma sono molte di più sono le persone uccise in questi giorni e in altri periodi da questo meccanismo che si chiama: lavoro salariato e sfruttamento capitalistico.

Secondo i dati INAIL si è registrato un aumento del 9,4% nei primi 10 mesi del 2018 (945 incidenti su 864 del 2017). Sia i casi avvenuti in occasione di lavoro, passati da 619 a 648 (+4,7%), sia quelli in itinere, in aumento del 21,2% (da 245 a 297). A trainare l’aumento degli incidenti mortali la gestione Industria che ha registrato un incremento di 89 casi mortali (da 725 a 814) mentre è in calo il dato del Conto Stato (da 24 a 16). Stabile la situazione in agricoltura dove sono stati denunciati 115 casi mortali in entrambi i periodi.

Soltanto a Milano nei primi 10 mesi del 2018, i morti sul lavoro sono aumentati, rispetto a tutto lo scorso anno, di quasi tre volte (dati Inail). Già proprio a Milano, proprio in quella città esaltata da tutti perché l’economia è in piena ripresa e perché è stata incoronata come la provincia d’Italia dove si vive meglio dalla tradizionale classifica redatta dal Sole 24 Ore, giunta quest’anno alla sua 29/ma edizione. “Capitale della finanza, dello shopping e – da oggi – anche della Qualità della vita”

Domanda: ma da piccole/i a scuola ci insegnavano che le persone morte sono tutte uguali! Non è più vero! E da quando? O forse ci hanno detto delle bugie?

Spiegatecelo, per favore, ditelo chiaramente, almeno si sappia in che regime e in quale cultura siamo precipitati.

Ditecelo, in modo tale che le persone giovani o giovanissime non si colpevolizzino se non accettano e non collaborano con l’andazzo indegno di questo sistema sociale; che non si sentano in difetto se addirittura sperano che tutto frani, al più presto, nello squallore che avete orchestrato!

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In ricordo di Walter Alasia a 44 anni dall’uccisione

…15 dicembre 1976, ore 5 di mattina, una casa popolare viene circondata da un foltissimo schieramento di forze dell’ordine…

il piombo di stato ha cercato di spegnere il sorriso di un ragazzo di vent’anni appena compiuti.

Il sorriso di Walter sapeva di lotta, di solidarietà, di ribellione, di rivoluzione. Quel sorriso portava con se le parole, le azioni, gli insegnamenti dei molti volti che avevano attraversato quel territorio: Sesto San Giovanni. Un nome che aveva terrorizzato tutti i poteri oppressivi e antioperai. Nemmeno il fascismo era riuscito a “normalizzare” Sesto San Giovanni. Walter era nato lì.  Walter aveva respirato dalla nascita gli anni duri della metà del decennio Cinquanta, era cresciuto negli anni della riscossa operaia del decennio Sessanta e Settanta. Aveva giurato a se stesso e a quei volti di proseguire per la strada del comunismo! E questo ha fatto Walter, con coerenza, con determinazione, ma anche con gioia, quella che accompagna sempre, insieme a tante sofferenze, un percorso rivoluzionario.

quella mattina del 15 dicembre 1976…

«… si era trovato davanti quei “marziani”, quei poliziotti bardati con misure protettive, mio padre ha pensato per un attimo che venissero a prendere Walter perché non aveva risposto alla chiamata militare. Invece non c’era nessuna cartolina. Gli avevano chiesto della stanza di Walter e subito dopo aveva sentito sparare. Ha avuto un mancamento, ha cercato di sorreggersi appoggiandosi al tavolo, ma è caduto sulla schiena. Poi ha sentito i  colpi sparati in cortile e ha pensato subito che fossero contro Walter”. È arrivato il nostro medico, l’ha visitato, gli ha chiesto se voleva andare in ospedale , ma lui ha risposto che voleva restare lì, a casa sua, con sua moglie e i suoi figli. In questura gli hanno detto che Walter era un brigatista.”

“…è stata lei a sentire battere alla porta. Si sveglia a ogni minimo rumore e poi è abituata ad alzarsi durante la notte perché fa le punture a domicilio e capita che vengano a chiamarla a tutte le ore. Va a vedere chi è controllando dallo spioncino. Inizialmente pensa a uno scherzo di qualche amico di Walter, poi sente distintamente dire “polizia” e va a chiamare mio padre mentre quelli battono contro la porta col calcio dei fucili ripetendo “polizia, polizia!”. Per la concitazione mio padre non riesce a trovare le chiavi della porta, poi, finalmente, quando apre, anche per lei inizia il finimondo. Viene accompagnata in soggiorno, dove c’è mio padre sul divano, ma lei si alza e corre alla finestra per vedere mio fratello in cortile, poi torna da mio padre: “me l’hanno ammazzato! Me l’hanno ammazzato” urla fuori di sé».

[dalla testimonianza del fratello di Walter Oscar Alasia, da: I sovversivi di Pino Casamassima Ed. Stampa Alternativa, pag 58 e seg]

«…Un mese dopo, un fatto molto importante “scuote” Sesto San Giovanni: mercoledì 15 dicembre 1976, alle 5 di mattina, una casa popolare in via Leopardi viene circondata da un foltissimo schieramento di forze dell’ordine. Ci abita, insieme ai genitori, il ventenne Walter Alasia, militante delle Brigate rosse. Scoppia una violenta sparatoria alla fine della quale si contano tre morti: Alasia e due poliziotti. I genitori di Walter Alasia sono due noti comunisti sestesi, la madre lavorava alla Magneti Marelli. Walter Alasia è stato militante della sede di Lotta continua di Sesto uscendone prima del congresso del 1975. immediatamente il sindacato proclama uno sciopero di due ore per ricordare i due poliziotti e condannare il terrorismo. Il  giorno seguente il Comitato operaio Magneti e il Collettivo Falck diffondono un volantino contrario alla proposta del sindacato, il Coordinamento operai comunisti Breda siderurgica, Fucine, Termomeccanica espone un cartello dal contenuto analogo nei reparti. L’invito di questi operai è di non partecipare allo sciopero sindacale, indicazione che seguono alcuni reparti della Magneti e della Breda.  I “gruppi” Avanguardia operaia e Pdup vanno invece al corteo sindacale, mentre Lotta continua e Lotta comunista scioperano senza partecipare al corteo. Nel volantino dei Comitati comunisti per il potere operaio si invitano gli operai a piangere i propri morti e non quelli degli altri e si indica che il vero terrorismo è «quello economico che fanno i padroni, è quello della stampa, è quello che 50 poliziotti armati di mitra hanno fatto a Sesto nelle vie della Rondinella ieri mattina alle 5 e 30 contro gli operai che andavano a lavorare». [volantino del  16-12-76]

«…venerdì 17, si svolgono i funerali delle vittime, il sindacato partecipa a quello dei due poliziotti, mentre i Comitati operai decidono di andare a quello di Alasia: sono in 300 e portano una corona di fiori con scritto: A Walter gli operai comunisti rivoluzionari di Sesto. «C’è nebbia, il comune rosso, di nascosto, anticipa le esequie di quasi un’ora. Nonostante questo 300 compagni riescono ad essere presenti, 80 sono della Marelli, c’è anche Lotta continua di Sesto». Quando arriva il carro funebre , «i compagni della Magneti, che erano molti e noi della Breda ci siamo disposti su due ali: ognuno aveva il suo garofano rosso, i pugni si sono levati e si è intonato L’internazionale.

[da: Emilio Mentasti, La guardia Rossa racconta – Storia del comitato operaio della Magneti Marelli. Ed. Colibrì]

Vedi anche  qui

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Strage di piazza Fontana, 12 dicembre 1969

12 dicembre 1969 – Milano strage di Piazza Fontana

Erano le 16,30 circa di venerdì 12 dicembre 1969. Nel salone centrale della Banca Nazionale dell’Agricoltura di Milano si stavano svolgendo le contrattazioni dei fittavoli e dei coltivatori diretti, allorché vi echeggiò il fragore dell’esplosione di un ordigno di elevata potenza. Quasi contemporaneamente il rinvenimento di una borsa piena di esplosivo alla Banca Commerciale, questa non riesce a esplodere. Poi la scena si sposta a Roma: alle 16,55 alla Banca Nazionale del Lavoro, alle 17,22 è la volta dell’altare della Patria, una esplosione alla base del pennone alzabandiera del monumento, una seconda esplosione alle 17,30 sui gradini della porta di accesso al Museo del Risorgimento.

Il Corriere della Sera del 15 dicembre commenta: “ Che tutti questi atti terroristici siano opera di un’unica organizzazione sembra fuori di dubbio”. E più avanti riferendosi agli attentati di Roma: “A meno che gli attentatori l’abbiano attuato proprio per sviare e complicare le indagini”. Un ragionamento sensato che dura soltanto lo spazio di una mattinata. Subito dopo arrivano le indicazioni dall’alto, molto in alto, deve partire la campagna stampa della “caccia all’anarchico” con l’assassinio la notte stessa di Giuseppe Pinelli. È il primo tassello dell’opera di criminalizzazione a tutto campo del movimento e di vasti settori, non irregimentati, del movimento operaio.

Le bombe del 12 dicembre non furono una sorpresa per nessuno. Dall’ottobre 1969 al gennaio 1970 le denunce a seguito delle lotte durante l’autunno caldo sono state 13.903, di cui 3.325 per occupazione illegale di azienda, terreni o edifici pubblici; 1.712 per violenza privata; 1.610 per occupazione di binari ferroviari; 1.376 per interruzione servizio pubblico. Oltre 60 i tipi di reato contestati, offerti alla repressone dal codice fascista, ben conservato e tuttora in vigore.

Dopo le bombe di Stato, quel tormentato e straordinario ’69 si chiuse con la firma dei contratti di lavoro. Il 23 dicembre ’69 venne firmato il contratto dei metalmeccanici. L’8 dicembre era stato siglato quello delle aziende a partecipazione statale. Il 24 dicembre toccò a quello dei braccianti, il 31 dicembre a quello degli edili. Conclusi i contratti, e con la conflittualità in discesa, si pensava vi sarebbe stato un allentamento della repressione. Successe il contrario. Una «revanche» padronale ben coadiuvata dalle forze dell’ordine e dalla magistratura. Una vera e propria vendetta postuma o probabilmente per cercare di mettere la parola fine alla crescita delle lotte.

Picchetti ai cancelli, cortei interni, assemblee improvvisate nei reparti, qualche azione di sabotaggio, tutto questo diventava crimine. Una sorta di pacchetto sicurezza Salvini cinquant’anni prima. Il crimine era aver infranto l’ordine della produzione capitalistica, aver trasgredito la disciplina di fabbrica, aver contrastato i soprusi dei guardioni. E dire che le manifestazioni dell’autunno caldo nel ’69 erano state abbastanza tranquille.

«Lelio Basso del Psiup spiegò l’autunno caldo senza incidenti con il fatto che la polizia non si era fatta vedere e le organizzazioni sindacali hanno potuto assicurare esse l’ordine pubblico. Luigi Anderlini della Sinistra indipendente ricordò in Parlamento che durante una manifestazione di 60.000 a S. Giovanni non il più piccolo incidente […]. E quale è stata una delle ragioni del senso di responsabilità dei giovani? L’assenza della polizia […]. Così vanno le cose in Italia quando non c’è la polizia». [Donatella Della Porta, Herbert Reiter, Polizia e protesta. L’ordine pubblico dalla Liberazione ai «no global», 2004]

Il controllo della conflittualità aveva due strategie. Quella del Pci, Psi e sinistra Dc voleva concedere ai dirigenti delle confederazioni il tempo e la tranquillità necessarie per riportare la base tumultuosa e i settori operai ribelli all’interno del quadro di compatibilità capitalistiche, con qualche concessione normativa ed economica, sospendendo i provvedimenti repressivi da attuare semmai in un secondo tempo.

L’altra strategia faceva perno su Psdi, Pri, destra Dc e Confindustria e puntava a colpire subito le avanguardie operaie, la parte ribelle della classe e ridurre lo spazio delle confederazioni sindacali. Ciò che preoccupava i padroni era la crescita in fabbrica di una forza organizzata operaia che contrastava punto per punto l’ordine produttivo. La denuncia e il controllo della nocività di alcune lavorazioni era la nuova frontiera della lotta, a partire dai poli chimici come Porto Marghera. Si scopriva la nocività nascosta di gran parte della produzione, fino ad affermare che «nocivo è il lavoro salariato», il lavoro in regime capitalistico. Era uno slogan oppure coscienza di classe? Sta di fatto che la lotta contro la nocività costringeva per la prima volta i padroni a non cavarsela con quattro soldi per pagare la nocività o mettere l’aspiratore, ma imponeva riduzioni di orario, la quinta squadra per le lavorazioni a ciclo continuo, l’ingresso in fabbrica di tecnici non di nomina padronale ecc. E questa era coscienza di classe.

«Con piazza Fontana abbiamo perso l’innocenza». Questa la frase di alcuni sociologi o politologi che hanno interpretato quella strage come l’inizio di una nuova fase. Ma non è stato così!

Innanzitutto il problema dell’innocenza non era stato per nulla posto, in quegli anni. Non ne avevamo vista nelle nostre strade di innocenza. Avevamo visto le costanti repressioni delle lotte operaie e proletarie, le stragi che hanno segnato la nascita della Repubblica “democratica” e il suo percorso, l’apparato statale fascista traghettato indenne nella «Repubblica democratica », il connubio Stato-mafia che aveva stroncato nel sangue il movimento dei braccianti e dei contadini. Erano innocenti le fucilate sulle manifestazioni? Erano innocenti le galere tenute in condizioni identiche al fascismo? Era innocente aver mantenuto un codice penale che portava e porta ancora la firma di Benito Mussolini? In questo paese e in tutta Europa non c’era traccia di innocenza.

Dopo il massacro della guerra il capitalismo occidentale ci presentò l’altro scenario, quella della ricostruzione composta da arrivismo egoistico, accaparramento senza timore, profitto sui morti, borsa nera, affamamento e il supersfruttamento, arricchimento sulla pelle altrui, la religione asservita ai ricchi e ai massacri, il moralismo bigotto. Era questo ciò che le generazioni precedenti ci avevano lasciato in dote.

Ci hanno raccontato in famiglia, in parrocchia, nella scuola e alla tv, che noi italiani eravamo «brava gente» anche quando i nostri baldi giovanotti in divisa, tricolore in testa, erano andati a portare la «civiltà» in Libia, in Somalia e in Etiopia, l’Abissinia la chiamavano, ci hanno raccontato che andavamo a costruire scuole e strade e a insegnare la coltivazione, non come gli altri colonialisti che sfruttavano e schiavizzavano. Tutte falsità, massacri (100mila solo in Libia un paese di nemmeno 800mila abitanti). Al pari del colonialismo criminale della civile Francia che per mantenere schiavizzata l’Algeria l’elettricità non la portava nelle campagne ma l’attaccava alle gengive e ai testicoli dei combattenti algerini che si battevano per l’indipendenza. Per non parlare del terrore inglese in India e altrove o di quello spagnolo o portoghese oppure olandese con l’apartheid in Sudafrica.

Non era un problema di innocenza; il potere cercava la nostra complicità. Ci invitava a sederci a una tavola che cominciava a essere ben imbandita ma sempre imbrattata di sangue, di degrado, di squallore e di sfruttamento. Parte della giovane generazione di allora ha accettato l’invito, come sembra accettarlo anche oggi, barattando la propria dignità con una vita fatta di senso dello stato e obbedienza, di assenza di pensiero critico, vacanze e auto super tecnologiche, di carriera e di arroganza. In quegli anni, una parte di quella generazione, ha detto no! quella tavola l’abbiamo sovvertita!

È bastato qualche anno di lotta per riconoscere nell’uso della forza l’unico strumento valido per avere voce. L’insubordinazione operaia questo insegnava. È questa la spiegazione comprensibile soprattutto alle nuove generazioni, quella che si trova nella lotta tra le classi, aspra in quegli anni. Una lotta che cominciava a cambiare i rapporti di forza tra le classi e prospettava un cambiamento dei rapporti di produzione e dei rapporti sociali. È comprensibile che le classi dirigenti e il ceto politico, che si nutrivano di quello sfruttamento, non volevano accettare il cambiamento, e provarono a schiacciare il movimento che lo praticava. Hanno usato tutti i mezzi a disposizione: bombe, stragi, arresti, fucilazioni per strada e dentro le case; processi speciali, carceri speciali e tribunali speciali, condanne altrettanto speciali e torture quelle consuete e quelle straordinarie per ottenere la delazione, il pentimento, pestaggi e lusinghe per ottenere la dissociazione, e pene infinite.

È questo l’armamentario della lotta di classe nelle mani dei padroni, perché stupirsi? Lo usano i regimi dittatoriali quotidianamente, ma anche i regimi democratici, soprattutto quando vedono avanzare un movimento che ha l’obiettivo di rivoluzionare il presente.

Dunque la strage di Piazza Fontana non arriva come un fulmine a ciel sereno:

Il 2 dicembre ’68, ad Avola, la polizia aprì il fuoco contro una manifestazione di braccianti, sotto i colpi della forza pubblica rimasero uccisi Giuseppe Scibilia e Angelo Sigona, centocinquanta le denunce.

Il 9 aprile ’69, a Battipaglia, in provincia di Salerno, la polizia caricò una manifestazione di operai e braccianti e poi iniziò a sparare uccidendo Teresa Ricciardi e Carmine Citro di 19 anni, rimasero feriti molti altri manifestanti. Su richiesta del prefetto erano stati inviati a Battipaglia 120 carabinieri e 160 agenti di Ps; alla fine della giornata i carabinieri erano 300 e gli agenti 700.

L’11 aprile ’69 scoppiò rivolta all’interno del carcere Le Nuove di Torino. I detenuti chiesero l’abolizione del regolamento penitenziario del regime fascista, Ps e carabinieri stroncarono violentemente la protesta e, con le armi da fuoco, ribadirono la legittimità delle norme fasciste.

Il 25 aprile ’69 due bombe esplosero a Milano, una alla stazione centrale e l’altra alla Fiera, allo stand della Fiat.

Il 12 maggio ’69 tre ordigni esplosivi, due a Roma e uno a Torino. La polizia aggredisce una manifestazione a Torino contro il caro affitti e arresta una trentina di persone e ne ferisce una settantina.

Il 25 luglio ’69 a Milano scoppia bomba al Palazzo di giustizia.

Nella notte tra l’8 e il 9 agosto vengo effettuati otto attentati ferroviari.

Il 25 ottobre ’69 «l’Unità» riferisce di proteste degli agenti di Ps, con il titolo: «Hanno scioperato a Torino gli operai del reparto manganelli ».

In conclusione possiamo affermare che nulla è cominciato e nulla è finito quel 12 dicembre 1969. È stato un episodio criminale e terroristico interno alla lotta di classe, uno dei tanti perpetrato dalle classi dirigenti per fermare l’avanzata di un movimento rivoluzionario. In continuità con i 91 proletari uccisi (dal ’47 al 2011), 674 proletari feriti, 44.325 operai uccisi in fabbrica dal ’51 al ’66, uno ogni mezz’ora di lavoro. 15.677.070 operai infortunati sul lavoro.

Con quelle stragi e quel terrore NON hanno fermato un bel niente!

Quello scontro è durato oltre un decennio. Compito di oggi è dare nuova vita al conflitto con le innovazioni necessarie.

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