La “dignità” delle persone recluse

Siamo nell’epoca in cui la chiacchiera è in auge. Non da oggi, ma forse oggi più che altri periodi. Alcuni non ne vedono lo scandalo, può darsi, però le numerose chiacchiere profuse dai politici, dai media, dai social, hanno sottratto spazio all’ambito che era deputato al dibattito, anche polemico, su alcune questioni spinose ma importanti della realtà sociale e della politica. Le chiacchiere hanno anche manomesso il linguaggio inquinando i rapporti sociali, al punto che siamo inondati di termini dal significato incomprensibile.

Proverò quindi, su un terreno, per me essenziale, quello della repressione e del carcere, a riportare il dibattito sulla strada di una terminologia appropriata.

La chiacchiera in voga oggi sul carcere, impregnata di pregiudizi, ha imposto la convinzione che le persone che vengono rinchiusa in carcere oltre a perdere la “libertà personale”, definita a ragione “la regina delle libertà”, vedono azzerarsi anche la propria identità e la dignità che configura il valore intrinseco dell’esistenza umana.

Qualche anno fa, era il 2014, Gaetano Silvestri, giudice della Coste Costituzionale, che ne è stato presidente nel 2013 e 2014, in un intervento al Convegno “Il senso della pena. Ad un anno dalla sentenza Torregiani della CEDU” tenutosi al carcere di Rebibbia, il 28 maggio di quell’anno, ci ha ricordato che il riconoscimento della dignità umana va considerato un valore prioritario e anteriore allo Stato, e non dipendente da questo. Stesso ricordo è stato sollevato e ribadito da Giorgio Lattanzi, attuale presidente, e dai giudici della Corte Costituzionale 4 anni dopo, nel 2018, sempre nel carcere romano di Rebibbia, dando inizio a un ciclo di incontri-dibattiti tra giudici e detenuti e detenute in sette carceri italiani. [questa esperienza ha preso anche la forma di un film: Viaggio in Italia, di Fabio Cavalli, prodotto da Rai Cinema e Clipper Media, che il 5 giugno è stato proiettato per la prima volta]

Ci hanno ricordato, i giudici costituzionali, che il dibattito sulla dignità delle persone recluse è stato ben presente nei lavori dell’Assemblea costituente (insediatasi il 25 giugno 1946), corredandolo con la seguente narrazione: in quella sede, l’onorevole Giuseppe Dossetti, presentò un ordine del giorno, nel quale si affermava l’anteriorità dell’uomo rispetto allo Stato. Su quest’affermazione si registrò la significativa convergenza dell’onorevole Palmiro Togliatti, che affermò come la dottrina marxista, da lui professata, sostenesse che lo Stato dovrà, ad un certo punto, scomparire, mentre sarebbe assurdo pensare che, assieme ad esso, scomparirà la persona umana.

Insomma: la dignità è qualcosa che è dovuta all’essere umano per il semplice fatto che egli è umano. Su questo punto l’Assemblea costituente fu irremovibile!

Questa affermazione di valori, avendo al centro il “pieno sviluppo della personalità umana” ha attraversato i lavori dell’Assemblea e li ritroviamo negli articoli della Costituzione, così come in molte sentenza della Corte costituzionale, che è dovuta intervenire più volte, proprio perché il quadro politico italiano si è dimostrato disattento, se non proprio ostile (il più delle volte), alla piattaforma valoriale delle Carta Costituzionale.

Il rispetto della dignità della persona non implica soltanto che le pene non possano consistere in trattamenti contrari al senso di umanità (Art. 27 Costituzione), ma impone che l’esecuzione della sanzione sia concepita e realizzata in modo da consentire l’espressione della personalità dell’individuo recluso e l’attivazione di un processo di socializzazione che si presume essere stato interrotto con la commissione del fatto di reato. Deve farsi strada, quindi, l’idea che la pena debba consentire la ricostruzione di un legame sociale entro una dimensione spazio-temporale che metta il suo destinatario nella condizione di potersi “riappropriare della vita”.

Non è dunque possibile, hanno affermato i giudici della Corte Costituzionale, che lo Stato chieda a chiunque, recluso o internato, il sacrificio della dignità.

Dentro il carcere la restrizione della libertà raggiunge il grado massimo, purtroppo consentito dalla legge, ma la dignità umana deve rimanere integra anche dentro le mura del carcere.

È così che tutti i provvedimenti ulteriormente restrittivi della libertà personale sono di competenza dell’autorità giudiziaria e non dell’amministrazione penitenziaria (sentenza n. 349 del 1993) e la persona detenuta può sempre conferire con il difensore sin dall’inizio dell’esecuzione penale (sentenza n. 212 del 1997).

La dignità umana si sostanzia nel diritto al “rispetto”, sintesi di riconoscimento e di pari considerazione delle persone; in essa libertà ed eguaglianza si fondono. La dignità non si acquista per meriti e non si perde per demeriti, hanno proclamato i costituenti e hanno ripetuto i giudici attuali. Dignità e persona coincidono: eliminare o comprimere la dignità di un soggetto significa togliere o attenuare la sua qualità di persona umana. Ciò non è consentito a nessuno e per nessun motivo, nemmeno allo stato.

L’Assemblea costituente, al suo insediamento individuò alcuni punti nevralgici del sistema sanzionatorio fascista e propose di cambiare completamente il modo di guardare alla condizione detentiva. Non più come uno stato definitivo (codice Rocco), ma come una fase transitoria destinata, nella maggioranza dei casi, ad essere temporanea. L’altro punto che l’Assemblea individuò, per differenziarsi dal regime fascista, fu interpretare la sanzione non come un’emarginazione, una separazione o una ghettizzazione come contemplava il Regolamento Penitenziario del 1931, nello stesso spirito del codice Rocco, ribadendo una netta impermeabilità tra carcere e società e l’esclusione della persona detenuta dal consorzio sociale di cui aveva trasgredito le regole. Al contrario, le deputate e i deputati dell’Assemblea Costituente, decisero che era di vitale importanza stabilire un collegamento stretto tra il dentro e il fuori delle mura carcerarie, affinché la persona condannata e allontanata dal consorzio sociale, potesse ritornarvi come membro riabilitato/a dall’espiazione della pena. Là dove c’era esclusione doveva porsi la tensione rieducativa della pena e, per farlo, era necessario togliere la fissità della pena, la sua rigidità (in tanti, oggi, invocano ottusamente la “certezza della pena”, senza sapere che è un insulto alla Costituzione e si riferisce a tutt’altra cosa) e renderla flessibile, modificabile. E ciò per qualsiasi reato.

Questi che ho appena accennato, sono i principi della Costituzione della repubblica italiana. Purtroppo la realtà del carcere in Italia, sin dal dopoguerra, è stato improntato più alle regole del regime precedente, quello fascista, che non a questi valori esplicitamente posti dalla Costituzione. Difatti il regolamento carcerario fascista del 1931 ha operato fino al 1975, ben 30 anni dopo la liberazione! E nemmeno con la riforma del ‘75, si è riusciti a ribaltare completamente la cultura e il comportamento del sistema della custodia nei confronti delle persone detenute. Evidentemente non c’è stata la convinzione necessaria, nel quadro politico di ieri, sui valori espressi dalla Costituzione. Ha prevalso il timore di scontentare la parte proprietaria e i centri di potere del paese.

Devo dire, per correttezza e per evitare fraintendimenti, che io non mi riconosco completamente nella Costituzione italiana. Almeno per tre motivi: il principio generale della “proprietà privata” che potrebbe essere limitata dalla funzione sociale, ma non succede in questo paese. Io penso debba essere gradualmente sostituita da gestioni collettive. L’altro punto è il riconoscimento della famiglia come società naturale, anche qui penso si debbano esplorare e attivare aggregati più vasti e aperti della famiglia recintata. Il terzo punto è quello della religione e delle religioni, che dovrebbero essere superate, se non altro per i troppi crimini commessi e per la guerra tra poveri che hanno sempre scatenato.

Tuttavia la Carta Costituzionale può costituire un terreno di dibattito e approfondimento verso obiettivi di superamento dell’angusta “logica punitiva”. Obiettivi più ampi e umanamente importanti, come i percorsi collettivi verso orizzonti di liberazione dal lavoro salariato, dal dominio del capitale e dalla repressione omologante. Ma il punto è che l’attuale quadro politico, di governo e di opposizione, è orientato a un sistema di valori totalmente opposti alla Costituzione e funzionali a uno stato di polizia di carattere autoritario.

Non è un caso che oggi, con un quadro politico ancora più ostile alla Costituzione, la realtà del carcere e il dibattito sul carcere si sta allontanando sempre più da quei valori, ritrovandosi a proprio agio nelle leggi e nei regolamenti del regime precedente.

Provo a fare un esempio: la persona detenuta, impegnata in lavorazioni, deve poter svolgere anche le attività collettive e sindacali per il rispetto e il miglioramento delle condizioni di lavoro. Ossia discutere con altri lavoratori-detenuti quali rivendicazioni avanzare e presentarle al datore (Amministrazione o privato). Ogni limitazione all’esercizio di queste e altre attività che non siano strettamente in contrasto con la “sicurezza” acquistano un valore afflittivo supplementare rispetto alla privazione della libertà personale, incompatibile con l’art. 27 Cost. (sentenza n. 135 del 2013). Difatti i giudici affermano che la tutela della persona detenuta che operi come lavoratore deve tendere a parificare, nella maggior misura possibile, la condizione del recluso a quella del lavoratore libero, con le sole restrizioni indispensabili alla sicurezza della custodia. Così la sentenza n. 158 del 2001 ha ritenuto non sussistere alcuna giustificazione per la mancata previsione del diritto al riposo annuale retribuito al detenuto che presti la sua attività lavorativa alle dipendenze dell’amministrazione carceraria o di terzi.

In conclusione, queste righe vogliono dire che, leggendo attentamente la Costituzione e i “lavori preparatori” per avere un quadro più completo (è scaricabile qui: [V. FALZONE , F. P ALERMO , F. C OSENTINO , (a cura di), La Costituzione della Repubblica Italiana illustrata con i lavori preparatori, Roma, 1948, 24])* , ne vien fuori una conclusione della progressiva residualità del carcere, a maggior ragione dopo trascorsi 73 anni dall’Assemblea Costituente, in quanto strumento costoso, non adeguato ai compiti di una democrazia, definito ovunque con una icastica affermazione: «an expensive way of making bad people worse» (un modo costoso di peggiorare le persone cattive).

È dunque giunto il momento di porre mano, con determinazione, a un’attività per il suo superamento!

* Che qualcuno/a del quadro politico odierno lo legga è una speranza che non credo si realizzerà. Potrà succedere come nel processo per i fatti di Modena del 9 gennaio 1950, dove poliziotti davanti alle Fonderie Riunite uccisero 6 lavoratori. L’on. Lelio Basso, avvocato delle famiglie dei lavoratori uccisi, domandò al commissario di polizia se sapeva cosa affermasse la Costituzione della Repubblica italiana sull’uso delle armi da fuoco nei conflitti del lavoro. Il commissario rispose secco: «Io dovevo riportare l’ordine davanti alla fabbrica, non avevo tempo di leggere la costituzione». É un po’ questa l’Italia!

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Ciao Mara …

44 anni fa veniva uccisa la compagna Margherita (Mara) Cagol

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Domenica 9 Giugno contro i CPR

9 giugno 2019 Gradisca: CORTEO CONTRO I CPR, LE FRONTIERE E LA VIOLENZA LUNGO LA ROTTA BALCANICA!

Una terra segnata dal confine, ma da sempre meticcia e multiculturale, rischia nuovamente di ospitare una galera etnica.

La prefettura di Gorizia, in ottemperanza al decreto Minniti-Orlando varato dal Governo Renzi, ha pubblicato il bando per aggiudicare la gestione di un CPR (Centro di Permanenza per il Rimpatrio, ex CIE e ancora prima CPT) presso all’ex caserma Polonio di Gradisca d’Isonzo (GO). La prima data di apertura possibile è il 1° giugno 2019.

A partire dall’apertura del CPT nel 2006, l’ex caserma Polonio è stata al centro di polemiche, inchieste giudiziarie, presidi e manifestazioni organizzate dalle reti antirazziste e solidali. Le persone detenute hanno messo in atto negli anni  varie pratiche di resistenza, anche sottoforma di autolesionismo, e hanno dato vita a molte rivolte, determinando così la chiusura del centro nel 2013, dopo la morte di Majid El Kodra.

Al contrario del CARA (Centro di Accoglienza per Richiedenti Asilo), che già sorge nello stesso luogo, il CPR è di fatto una prigione dalla quale i ‘trattenuti’ (non detenuti, perché l’internamento nei CPR è determinato da un provvedimento amministrativo, non da una sentenza penale) non possono uscire. La struttura di Gradisca è nota in particolare per la sua somiglianza ai carceri di massima sicurezza, evidente nella parcellizzazione di tutti gli spazi, nella presenza di grate a coprire anche i cortili interni, nel fissaggio dei suppellettili alle pareti e ai pavimenti. Il Gip presso il Tribunale di Gorizia definì nel 2014 «alienanti» le condizioni di vita del CPR e «disumano» il contesto quotidiano al suo interno.Il CPR è un’istituzione totale e un dispositivo di controllo che instaura una gerarchia tra cittadine/i e non cittadine/i basata su razzializzazione, classe, passaporto. È un luogo di segregazione dove si può essere rinchiusi fino 180 giorni (secondo il nuovo limite fissato nel Decreto Sicurezza) anche semplicemente a causa del possesso di un permesso di soggiorno scaduto. Si tratta di un abominio giuridico che non garantisce alla persona trattenuta nemmeno le tutele che l’ordinamento italiano riconosce alle carcerate e ai carcerati.

Il CPR è solo l’ultimo anello di una catena che inizia con lo sfruttamento economico neocoloniale dei cosiddetti “Paesi in via di sviluppo”, anche attraverso gli interventi militari, diretti o per procura, che generano eterne zone ‘destabilizzate’, facili da saccheggiare. Questo sistema costringe milioni di persone a migrare, cercando di raggiungere l’Europa. Nell’impossibilità di ottenere i visti necessari per attraversare le frontiere legalmente, esse si vedono costrette a muoversi illegalmente, pagando i trafficanti di esseri umani e affrontando viaggi massacranti e pericolosissimi.

I Paesi europei delegano il contrasto alle migrazioni a diversi agenti senza scrupoli: ai signori della guerra libici (attraverso, ad esempio, gli accordi firmati dall’ex ministro Minniti e rinnovati dal governo Lega-M5S); a Erdoğan, cui l’UE ha per questo versato 3 miliardi di euro; alle polizie di Croazia, Serbia e Ungheria, che sono  da tempo sotto accusa per le violenze perpetrate contro i e le migranti lungo la rotta balcanica.

A dispetto della propaganda, questo contrasto non ha lo scopo di bloccare un fenomeno per sua natura inarrestabile, bensì di rendere quelle frontiere dei tritacarne, dei dispositivi idonei a trasformare chi riesce a superarli in soggetti deboli, disposti a ogni ricatto per conservare il premio di un viaggio difficile. Proprio per questa ragione la legge Bossi-Fini lega dal 2002 contratto di lavoro e rinnovo del permesso di soggiorno, costringendo chi arriva senza visto ad accettare condizioni lavorative spesso inimmaginabili per i cittadini comunitari, pur di non rischiare di essere rimpatriata/o.

I CPR sono l’ultimo deterrente da brandire contro chi pensa di ribellarsi a questo meccanismo infernale.

Si tratta di un sistema che cerca di rendere la manodopera straniera più sfruttabile dalle imprese italiane, che crea divisioni e concorrenza al ribasso tra gli stessi lavoratori, che permette alle forze reazionarie e razziste di costruire le proprie fortune politiche speculando sulla guerra tra poveri scatenata da questi stessi potenti. Rompere questa catena è di fondamentale importanza per iniziare a costruire una società inclusiva aperta, accogliente e solidale.

Iniziamo da una anello: iniziamo dal CPR di Gradisca!

DOMENICA 9 GIUGNO

h 15:00 Piazza di Gradisca d’Isonzo (GO)

Siamo un’assemblea larga e plurale che non si riunisce sotto nessuna bandiera.

Chiediamo perciò che nei primi spezzoni non ci siano simboli di nessuna organizzazione, per evitare che chiunque metta il proprio cappello sul corteo. Informiamo inoltre che non tollereremo simboli di forze politiche responsabili delle leggi razziste presenti in Italia.

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Non ci sono feste condivise! Né rituali!

NON  BASTANO  ALCUNE  SCIE  COLORATE  PER  UNIRE   GLI   ITALIANI!!!

L’UNITA’  SI  COSTRUISCE  NEL  DIBATTITO,  anche  acceso,   SU ALCUNI  TEMI  FONDAMENTALI:

Accoglienza; Minoranze; Immigrazione; Uguaglianza; Lotta allo Sfruttamento; Lotta alla Ghettizzazione; Lotta ai CPR (Centro di Permanenza per il Rimpatrio, ex CIE e ex CPT); Lotta al carcere, Apertura dei Porti; Lotta al Razzismo, al Classismo e al Sessismo.

Che vuol dire quel tricolore sullo sfondo del Colosseo?, se nelle stesse ore si fanno morire persone in mare per divieto di soccorso, si fanno morire persone sul lavoro per ingordigia di profitti, si fanno morire persone nelle carceri e nei CPR per smania di punizione e bramosia di castigo?

NO!!! Alle false liturgie! VOGLIAMO una Lotta Senza Sosta per trasformare dalle fondamenta questa società basata sull’Oppressione e l’Abuso verso i più deboli;

VOGLIAMO trasformare questa società basata sullo scambio di merci contro vite umane; sullo spreco ai danni delle fasce povere del pianeta e dello stesso pianeta!

Questo paese, come anche gli altri, è SPACCATO IN DUE

NON abbiamo nulla da festeggiare INSIEME ai sistemi di potere che puntano a mantenere, riprodurre e anche a peggiorare gli aspetti deteriori di questo sistema capitalista. Abbiamo solo da manifestare Odio Profondo e volontà di trasformazione!

Con la lotta!

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Dopo le elezioni europee

riflessioni sulle elezioni europee

Ora che un po’ tutti hanno terminato i calcoli delle percentuali di voto, eseguiti con tecniche diverse a seconda del teorema da dimostrare, si possono porre interrogativi se non eccelsi, almeno sensati.

Il primo interrogativo preme sulla punta della lingua, l’ho dovuto tenere a freno qualche giorno e si riferisce alla convinzione diffusa di considerare il voto per il parlamento europeo al pari del voto per il parlamento italiano.

La cosa non mi pare così scontata per una serie di motivi. Intanto per l’intensa mobilità del voto in questa fase storica, con un trasferimento di gran numero di votanti da una lista a un’altra in tempi brevi.

Ma anche perché le elezioni europee sono state segnate, secondo me, da preconcetti diversi da quelli che marchiano le elezioni interne. Il più diffuso preconcetto recita: “nel nostro paese potremo stare tutti meglio se non ci fossero i burocrati europei a imporre delle scelte antipopolari”. Viene propagato in tutti i paesi che fanno parte dell’UE, ne è prova la crescita, in ogni stato aderente alla UE, di movimenti e partiti anti-europei o sovranisti, come si dice oggi. Divulgato da politici e media, sia quelli di gran peso ma anche sui social, il preconcetto cerca di nascondere l’operare del sistema di sfruttamento capitalistico in ciascun paese, addossando le colpe della disoccupazione, dell’aumento del divario tra redditi alti e bassi, dell’impoverimento di molti gruppi sociali e di tutti i malesseri diffusi alla volontà dei vertici burocratici della UE e non ai padroni interni. Che poi rigidamente “interni” non sono, poiché l’internazionalizzazione economica capitalistica, ormai molto spinto, ha assoggettato i nostri destini proletari a capitalisti internazionali.

Sul fatto che i vertici e i burocrati dell’UE siano cialtroni, non c’è alcun dubbio, ma accollare tutti i problemi che gravano sugli strati bassi delle popolazioni europee ai burocrati dell’UE, significa fare un favore enorme al sistema capitalista e cancellare il più bel grido dei rivoluzionari consiliari tedeschi negli anni Venti (Karl Liebknecht, Rosa Luxemburg e tutto il movimento spartachista): “il nemico principale è in casa nostra!”.

È assurdo ma il preconcetto ha funzionato, almeno in parte. Così l’indottrinamento delle popolazioni europee volto ad addossare la responsabilità del malessere e di tutti i problemi verso un agente esterno, ha fatto velo alle gravi responsabilità dei capitalisti interni e internazionali e dei loro “comitati d’affari”, i governanti.

È l’ennesima riedizione del “rito del capro espiatorio” in voga da sempre negli aggregati verticistici umani, per dirottare le tensioni verso l’esterno e far passare i padroni locali come “liberatori” del popolo.

Questo preconcetto ha portato gran parte dell’elettorato a premiare chi è portatore di una “volontà di scontro” con i burocrati europei, sperando che “adesso quello gliene dice quattro”.

Diverso è il paniere di pregiudizi in voga per il voto interno; sono tristemente noti da tempo e non merita ripeterli.

Il secondo interrogativo riguarda l’ambiguo comportamento elettorale dei credenti cattolici e cristiani, che mi è parso un po’ schizoide. Il voto di beghini e beghine ha premiato personaggi politici che nei comizi sbandieravano “rosari” e “crocefissi”, ma attribuivano a quei simboli dei messaggi del tutto contrari a quanto professa la rispettiva fede.

I leader della destra e dell’estrema destra europea e italiana, hanno fatto la campagna elettorale lanciando una specie di crociata a difesa della cultura cristiana e cattolica onde impedire che venga inquinata dalle altre culture portate dall’immigrazione, dal contatto con la barbarie.

Nel fare queste affermazioni cretine, i suddetti leader sventolano simboli religiosi, ma si sono posti in totale contrasto con gli autentici interpreti del cristianesimo e del cattolicesimo. Difatti, sia Papa Francesco per la chiesa cattolica, sia i vescovi delle confessioni protestanti, dicono cose molto diverse, addirittura opposte alle affermazioni dei leader di queste squallide destre, almeno su alcuni punti nevralgici come l’immigrazione, la difesa delle aree più povere del pianeta e la salvaguardia del pianeta stesso.

Non è dato sapere quando tutti i baciapile usciranno da questo vortice di dabbenaggine. Né si capisce se è una finzione, la loro, che incontra la finzione dei leader dell’estrema destra, oppure la difesa degli interessi di settori di classe della borghesia riesce ad avere una forza tale da piegare perfino le religioni? Boh??? Tutto ciò è ridicolo!!!

Quando usciremo da questa sarabanda di totale insensatezza?

Ma forse l’insensatezza maggiore, che racchiude le altre, è proprio nel rituale primitivo del voto di delega, che porta a questa baraonda.

Da parte mia un plauso, ma moderato, a tutte e tutti quelli che, per sottrarsi a questo parapiglia, non sono andati a votare. Il plauso è moderato perché attendiamo il passo successivo: d’altronde se ci si rifiuta di prostrarsi al rito della delega è per prendere nelle nostre mani il percorso di liberazione!

Quindi il passo successivo sarà l’inizio di un percorso di autorganizzazione. Senno’ stiamo ancora all’età della pietra, eh!

Daje, così ci incontreremo presto!!

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Sciopero della fame carcere dell’Aquila

Oggi, 29 maggio 2019, nel carcere di massima sicurezza dell’Aquila, le compagne detenute Silvia e Anna, hanno iniziato uno sciopero della fame contro le condizioni di detenzione, chiedendo il trasferimento in altra struttura e la chiusura di quel reparto. È un reparto adibito per anni a rinchiudere detenuti/e in regime di 41bis ed ora “riciclato” a rinchiudere detenute in AS2 (Alta Sorveglianza di grado medio. I regimi carcerari “speciali” sono, in ordine di durezza crescente: la AS1, la AS2 e la AS3 e il 41bis).

In quel reparto le condizioni di durezza sono le stesse di quando il reparto rinchiudeva recluse in 41bis, anche se viene nominalmente definito AS2.

Questo il comunicato:

Silvia, arrestata il 7 febbraio per l’operazione Scintilla, è adesso detenuta nel carcere di massima sicurezza dell’Aquila, tristemente conosciuto per essere principalmente adibito a detenere persone in regime di 41 bis. Silvia e Anna, si trovano nella nuova sezione AS2. Ma l’ombra 41bis si ripercuote su di loro, quel carcere è una tomba, il 41bis è tortura: pochissime ore d’aria, censura e controlli della posta, possibilità di avere solo 4 libri e 6 capi di vestiario in cella, controllo capillare sui corpi con perquisizioni corporali continue… Tutto è studiato per annichilire le detenute e abbattere ogni forma di resistenza.

E ora, a Silvia, impongono la videoconferenza, negandole anche la possibilità di incontrare i suoi compagni alle udienze dei processi.

La videoconferenza è un ulteriore strumento di repressione e isolamento.

Ma i loro animi non sono fiaccati e sono determinate a resistere e a non farsi piegare.

Per questo mercoledì 29, durante l’udienza per l’occupazione di c.so Giulio Cesare 45 dove Silvia sarà in videoconferenza, il ritrovo è fuori dal tribunale alle 9.30. Per non lasciarle sole.

Tutte libere! Tutti liberi!

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E’ l’ora più odiata!

Ferro sbattuto, ferro percosso da altro ferro, ferro colpito e scagliato contro ferro. È la voce del carcere che rompe il silenzio notturno e ti aggredisce come un tormento. Lo conosci, ma ogni mattina ti fa sobbalzare, trasalire e scuotere; ma non riesce a svegliarti. Sei frastornato e resti intorpidito perché sai che il tempo del sogno è finito. Inizia la mattina, l’ora più odiata della giornata carcerata. Devi abbandonare il sogno che pure ti ha tenuto compagnia e ti ha fatto dimenticare la cella e il carcere.

Cerchi di rincorrere il sogno mettendo la testa sotto al cuscino, ma ti risuonano nelle orecchie le parole: «.. inutile mettere la testa sotto la coperta o sotto il cuscino, non puoi nasconderti dal carcere, il carcere ti viene a cercare, ti scova, tanto vale andargli incontro. Scontrarsi con le sue regole assurde, con i suoi ritmi incomprensibili è un modo per tenerlo a distanza, per evitare che ti entri dentro».

Ti assale la paura e lo spaesamento. Dove ti trovi? La dormita non ti ha riposato, ti ha disorientato. Ora lo sfinimento nasconde quella realtà che non vuoi accettare, la tua presenza in carcere. Ritardi il ritorno alle ordinarie cadenze dei rituali del carcere, il rientro in quella che viene definita “regolarità della vita carceraria”; la trovi insopportabile e disgustosa. È una regolarità prodotta dall’accanimento del battito dei ritmi carcerati come un rituale smarrito e fuori posto.

È un’incognita che disegna la separazione del sogno dalla consueta monotonia del tempo carcerato. Nel distacco il corpo tende a spezzarsi per adeguarsi a ciascuno di questi momenti del ritorno alla regolarità.

Umiliazione e annientamento modificano il modo con cui osservi la realtà in cui sei costretto e le persone che con te la condividono. Con stupore, inizialmente, incredulità e poi curiosità. Allo stesso modo osservi i luoghi, che luoghi non sono, ma ambienti apparenti di una regolamentazione totale.

A questo punto ti assale un sapore sgradevole, simile a quello che provavi quando affittavi parte consistente della tua giornata a un imprenditore in cambio di una manciata di denaro.

«Lo sfinimento finisce per farmi dimenticare le vere ragioni della mia permanenza in fabbrica, rendendomi quasi insuperabile la tentazione più forte che questa vita comporta: quella di non pensare più, solo e unico modo per non soffrirne». [Simone Weil- diario di fabbrica- in La condizione operaia, pag. 53]

«Per poco non mi sono spezzata. Per poco il mio coraggio, la coscienza della mia dignità sono stati quasi distrutti durante un periodo il cui ricordo mi umilierebbe»; [idem, p.114-]

Riuscirai a tornare al punto della realtà che hai lasciato? Tornerai a essere come prima? Domande che non avranno una risposta!

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Ma quale “mele marce”! E’ il fruttarolo!!!

Genova 24 maggio 2019 … tutte e tutti a gridare alle “mele marce”, agli eccessi dei pestaggi della polizia… ma solo perché sotto i colpi stavolta è finito un giornalista de La Repubblica.

Non sopporto più quelle e quelli che tirano in ballo le “mele marce” per rendere compatibile la brutale repressione delle forze dell’ordine  con uno “stato di diritto”.

Smettiamola e smettetela di dire cazzate!!! La repressione ha sempre operato così e continua a farlo, anche se cambiano i governi e le maggioranze della prima, seconda, terza repubblica e quante altre “repubbliche” ve vorrete inventare. Continuerà a farlo finché non saremo in grado di mettere in piedi un forte movimento antagonista in grado di essere “dissuasivo” ai pestatori di stato.

Processi per individuare le famose “mele marce” non servono a niente!

E’ il caso di cercare di individuare il fruttarolo (fruttivendolo), invece che le mele!

 

 

 

 

 

 

 

 

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Sabato 25: presidio al carcere di Viterbo

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Crimini antipopolari: la legge Reale

Il 22 maggio prossimo, dopodomani, saranno 44 anni dall’approvazione della famigerata “legge Reale”, Legge 152 del 22 maggio 1975, che ha come titolo “Disposizioni a tutela dell’ordine pubblico”.

Ordine pubblico, quanti crimini sono stati compiuti nel tuo nome! Non sarebbe meglio chiamarlo col suo vero nome: ordine capitalista?! Questa legge è ricordata col nome del suo principale promotore, Oronzo Reale ministro della giustizia del IV governo Moro, tra il novembre del 1974 e il febbraio del 1976.

Nato a Lecce nel 1902, Reale fece parte del Partito d’Azione durante la Seconda guerra mondiale e, a conflitto finito, aderì al Partito Repubblicano, diventandone segretario. Ricoprì diverse volte l’incarico di ministro negli anni Sessanta e Settanta.

La legge sanciva il diritto delle forze dell’ordine a utilizzare armi da fuoco, quando strettamente necessario, per mantenere l’ordine pubblico; il concetto “strettamente necessario” è sempre stato molto elastico e fu esteso a ogni situazione al punto che, nel periodo della vigenza della legge, fino al giugno 1989, si contarono 625 colpiti da arma da fuoco delle forze dell’ordine, di cui 254 furono uccisi e 371 gravemente feriti. Nel 90% dei casi le vittime non possedevano nemmeno un’arma da fuoco al momento del confronto con le forze dell’ordine. In aggiunta va considerato il rilevante “numero oscuro” dei manifestanti feriti dai colpi delle forze dell’ordine che non si sono recati negli ospedali, onde evitare possibili e quasi certe conseguenze penali. Solo la metà del restante 10% sono casi in cui la vittima possiede un’arma considerata come tale nel codice penale. Nei restanti casi le vittime possiedono o armi improprie o oggetti che non sono considerati armi.

L’altro punto della legge è il ricorso alla custodia preventiva – misura prevista in caso di pericolo di fuga, possibile reiterazione del reato o turbamento delle indagini – che veniva estesa anche in assenza di flagranza di reato (misura che ha portato l’Italia ad avere il primato in Europa di persone incarcerate senza una condanna definitiva, con picchi del 44% e oggi al 32,9%). Al 31 dicembre 2018 i detenuti in custodia cautelare in carcere erano 19.565, pari a una percentuale di detenuti in attesa di sentenza definitiva del 32,8%, quasi un terzo della popolazione carceraria complessiva. La custodia cautelare in carcere colpisce maggiormente i soggetti socialmente più deboli, perché la differenza la può fare un buon avvocato ben pagato. Difatti per i detenuti stranieri la percentuale di custodie cautelari si alza al 38%, tra le donne straniere addirittura al 40,3%. Per i soli detenuti italiani essa è pari al 30,2%. Si può dire che il razzismo lambisce le aule di giustizia.

La legge Reale dava la possibilità alle forze dell’ordine di effettuare un fermo preventivo di quattro giorni, entro i quali il giudice doveva poi decretare una convalida da parte dell’autorità giudiziaria. Più indietro della Magna Charta Libertatumdi che, secoli or sono,  imponeva tre giorni! Infine, veniva ribadito che non si potevano utilizzare caschi o altri elementi che rendessero non riconoscibili i cittadini, salvo specifiche eccezioni.

I provvedimenti previsti dalla legge Reale, modificati dalla L.533 – 8 agosto 1977, furono contestati da molti, che li ritenevano eccessivi, e sottoposti a referendum abrogativo: si votò nel giugno del 1978 e il 76,5 per cento dei votanti decise di non abrogare la legge, istupidire da un battage dei media che prospettavano l’apocalisse. Nel 1989 per effetto dell’entrata in vigore del nuovo Codice di procedura penale, alcune disposizioni di diritto processuale contenute nella legge n. 152/1975 furono soppresse. Col Decreto-legge 27 luglio 2005 n. 144, convertito in legge 31 luglio 2005 n. 155, la cosiddetta “legge Pisanu“, misure urgenti per il contrasto del terrorismo internazionale”, furono introdotte ulteriori modifiche alla Reale, peggiorative in tema di riconoscibilità nei luoghi pubblici delle persone ed espulsioni all’estero.

Un’altra annotazione riguarda i firmatari di quella legge: da una parte c’era la firma di Oronzo Reale, dall’altra parte la firma di Aldo Moro presidente del consiglio di quel governo! Tanto per non dimenticare.

*Le forze che annoverarono più esecuzioni.

Carabinieri: 123 uccisioni; 155 ferimenti gravi; totale = 278

Polizia: 103 uccisioni; 167 ferimenti gravi; totale = 270

Guardie private, metronotte, vigilantes: 13 uccisioni; 12 ferimenti gravi; totale = 25

Vigili: 6 uccisioni; 22 ferimenti gravi; totale = 28

*di questi agenti, quelli fuori servizio: 19 uccisioni; 29 ferimenti gravi; totale = 48

quelli in borghese: 38 uccisioni; 54 ferimenti; totale = 92

*le situazioni o i contesti in cui gli agenti hanno aperto il fuoco:

Posto di blocco o intimazione alt: 153

Inseguimento: 255

Colluttazione: 25

Fermo, arresto, controllo, perquisizione: 68

Manifestazione: 18

Altri: 106

*aree metropolitane (città + provincia)

Roma 49 uccisioni; 94 ferimenti gravi

Napoli 37 uccisioni; 53 ferimenti gravi

Milano 20 uccisioni; 47 ferimenti gravi

Torino 17 uccisioni; 23 ferimenti gravi

Palermo 9 uccisioni; 20 ferimenti gravi

*Infine, le armi in possesso delle persone uccise o ferite:

Pistola 26; fucile 2; bottiglia incendiaria 1; i rimanenti avevano armi improprie o proprio nulla.

Come vedete Salvini non ha inventato niente! E’ un banale esecutore, nella continuità, della repressione antipopolare. La differenza è che prima molte ragazze e ragazzi, uomini e donne lottavano contro queste infamie. Oggi, si lotta molto poco!

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