99 anni fa gli sgherri socialdemocratici assassinavano Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht

Rosa Luxemburg, Liebknecht e Pieck vennero catturati e condotti presso l’hotel Adlon di Berlino, i corpi inermi della Luxemburg e di Liebknecht vennero trasportati lontano su una jeep militare, fucilati e gettati in un fiume, Pieck riuscì a trovare la via della fuga, era il 15 gennaio 1919. Il corpo della Luxemburg, gettato in un canale, fu trovato solo alcuni mesi dopo; le autorità riuscirono a impedire che fosse sepolto a Berlino, per timore di manifestazioni e incidenti.

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*alcune parole di Rosa:   […] Le rivoluzioni non vengono “fatte”, e grandi movimenti popolari non vengono inscenati con ricette tecniche tratte pronte dalle istanze di partito. Piccoli circoli di congiurati possono “preparare” per un determinato giorno e ora un putsch, possono dare al momento buono alle loro due dozzine di aderenti il segnale della “zuffa”. Movimenti di massa attivi in grandi momenti storici non possono essere guidati con questi stessi metodi primitivi. Lo sciopero di massa “meglio preparato” in certe circostanze può miserevolmente fallire proprio nel momento in cui una direzione di partito gli da “il segnale di via”, o afflosciarsi dopo un primo slancio. L’effettivo svolgimento di grandi manifestazioni popolari e azioni di massa in questa o in quella forma, è deciso da tutta una serie di fattori economici, politici e psicologici, dal livello di tensione del contrasto di classe, dal grado di educazione, dal punto di maturazione raggiunto dalla combattività delle masse, elementi tutti imponderabili e che nessun partito può artificialmente manipolare. Ecco la differenza tra le grandi crisi storiche e le piccole azioni di parata che un partito ben disciplinato può in tempi di pace pulitamente eseguire con un colpo di bacchetta delle “istanze”. Ogni ora storica esige forme adeguate di movimento popolare: essa stessa se ne crea delle nuove, improvvisa mezzi di lotta in precedenza sconosciuti, vaglia e arricchisce l’arsenale popolare, incurante di qualsivoglia prescrizione di partito.

*alcune parole di Karl Liebknecht –il nemico principale è in casa nostra!”

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67 anni fa, 1950, massacro di operai compiuto dalla feroce repressione padronal-democristiana …

 davanti alle Fonderie Riunite

2-fonderie-riunite_9-gennaio-50Poco dopo le dieci di mattina una decina di lavoratori si trovavano all’esterno della fabbrica vicino al muro di cinta, cercando di parlare con i carabinieri schierati. Un carabiniere sparò con la pistola, a freddo, uccidendo Angelo Appiani [30 anni, partigiano, metallurgico] colpito in pieno petto. Immediatamente dal terrazzo della fabbrica altri carabinieri spararono con la mitragliatrice sulla folla di lavoratori che si trovava sulla Via Ciro Menotti oltre il passaggio a livello chiuso per il transito di un treno.

Arturo Chiappelli [43 anni, partigiano, spazzino] e Arturo Malagoli [21 anni bracciante] vennero colpiti a morte, molti furono feriti, alcuni gravemente. La gente scappava, cercava riparo dai colpi della mitraglia che continuava a sparare, altri cercavano di assistere i feriti con medicazioni improvvise e li trasportavano al riparo.

Roberto Rovatti [36 anni, partigiano, metallurgico] si trovava in fondo a Via Santa Caterina, vicino alla chiesa, dal lato opposto e distante 500 metri dai primi caduti, aveva una sciarpa rossa al collo. Mezz’ora era passata dalla prima sparatoria veniva circondato da un gruppo di carabinieri scaraventato dentro un fosso e massacrato con i calci del fucile, un linciaggio mortale. Ennio Garagnani [21 anni, carrettiere] veniva assassinato in Via Ciro Menotti dal fuoco di un’autoblinda che sparava sulla folla.

Lo sciopero generale partì spontaneamente appena si diffuse la notizia del massacro. Un’automobile della Cgil con l’altoparlante avvertiva i lavoratori di concentrarsi in Piazza Roma. Poco dopo mezzogiorno Renzo Bersani [21 anni metallurgico] attraversava la strada a piedi, in fondo a Via Menotti, all’incrocio con Via Paolo Ferrari e Montegrappa, un graduato dei CC distante oltre un centinaio di metri si inginocchiò a terra, prese la mira col fucile e sparò per uccidere.

1950_modena_2Sei lavoratori assassinati, 34 arrestati, i numerosi feriti trasportati in ospedale vennero messi in stato di arresto, piantonati giorno e notte e denunciata alla magistratura per «resistenza a pubblico ufficiale, partecipazione a manifestazione sediziosa non autorizzata, attentato alle libere istituzioni per sovvertire l’ordine pubblico e abbattere lo Stato democratico». …. …. …. …. ….  …   Continua la lettura  qui

Il capitalismo è barbarie!!!

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1980, 28 dicembre, rivolta nel carcere speciale di Trani

                                Trentasette anni fa, il 28 dicembre 1980, alle ore 15,20 inizia la rivolta nel carcere speciale di Trani

«12 dicembre 1980, è sera, ora di cena. Si cena presto in carcere, televisioni accese a tutto volume, a quell’ora quasi tutte sintonizzate sul telegiornale del terzo canale, quello delle 19.00. Improvvisamente un vociare sempre più intenso, un boato. Ci affacciamo al cancello e contemporaneamente accendiamo la tv che quella sera, stranamente, tenevamo ancora spenta. Da qualche cella urlano un nome, qualcuno ne declina le funzioni e il ruolo. È un alto funzionario del Ministero della Giustizia con incarichi particolari sulle carceri speciali.

È stato sequestrato dall’organizzazione. In cella ci abbracciamo. Sembra brutto dirlo trent’anni dopo. Perché mentire? Allora succedeva così. Anche dall’altra parte, quando qualcuno di noi veniva arrestato in altri ambienti si brindava, l’urto frontale produce questi comportamenti.

La notizia piove su tutti noi rinfrescandoci, dopo quelle faticose discussioni che avevano arroventato gli animi. Adesso la discussione doveva prendere un altro indirizzo. Ora c’era poco da tergiversare, bisognava confrontarci con la proposta che veniva dall’organizzazione.

Confrontare,  significava raccogliere l’invito all’azione, mettere in piedi una lotta, una rivolta o un’evasione. L’incubo era finito. Le discussioni erano giunte a una prima conclusione.  Ora si fa sul serio, adesso entriamo in pieno nella parte dei prigionieri ribelli e vediamo se siamo in grado di recitarla bene. C’è ancora molto da lavorare e poi la maggior parte dei compagni, e anche tutti gli altri, vorrebbero lavorare per un’evasione. È comprensibile. Ma i tempi sarebbero lunghi e fuori non c’è la forza necessaria per un’evasione di massa. Bisogna convincere tutti che fare una rivolta è l’unica cosa possibile e importante, ed è da fare al più presto, per collegarci al sequestro, che non può durare un’eternità. I primi a essere d’accordo sono i compagni che vengono dall’esperienza dei Nap.

Per convincere i compagni arrestati di recente sosteniamo:  «Dopo tante critiche da parte dei compagni del nucleo storico, adesso facciamo vedere quello che sappiamo fare». Diversa la sollecitazione per i compagni con un lungo percorso carcerario alle spalle:   «Proviamo a rilanciare quella stagione di rivolte che ha scardinato il sistema carcerario per tutti gli anni Settanta ma che adesso rischia di addormentarsi, agganciamoci alla rivolta di Nuoro di quattro mesi fa e quella dell’Asinara dell’ottobre dello scorso anno».

Proprio la chiusura dell’Asinara tocca una corda sensibile. La solidarietà in carcere non si discute, senza solidarietà in carcere non si vive. L’Asinara, il carcere-lager, la sezione speciale ricavata nella diramazione Fornelli è lo spauracchio di ogni detenuto.

Anche i più duri storcono la bocca quando si minaccia di mandarli all’Asinara. Chiuderla è importante, significa non abbandonare chi vi è finito e versa in una difficile situazione. Lottare contro le carceri speciali e la differenziazione è l’argomento ricorrente nelle discussioni quotidiane.

In più c’è il caso drammatico del compagno Gianfranco Faina che, colpito da una malattia incurabile, è in fin di vita. Il Ministero non vuole farlo uscire.

Molta decisione ma anche dubbi. Con il clima teso che c’è nel paese può succedere qualunque cosa. Fuori, lo Stato e i governanti sono decisi a una linea durissima, la «linea della fermezza». La cosiddetta opinione pubblica è stata convinta da campagne di stampa ben orchestrate, siamo descritti come mostri e i mostri possono essere schiacciati. Nessuno farebbe una piega se qualcuno di noi in una rivolta ci lasciasse la pelle. Il punto non è di non avere dubbi, ma di saperci convivere  serenamente. ….»

La descrizione dettagliata della rivolta del carcere speciale di Trani del 28-dicembre 1980 la trovate sul libro: Maelstrom, Ed. Derive Approdi 2011
[sopra sono riportate alcune parti, pag.257 e segg.]

Il diario della battaglia di Trani è  qui

Le proteste dei familiari dei prigionieri di Trani è  qui

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31 dicembre sotto il carcere di Rebibbia per salutare carcerate e carcerati

La situazione del carcere italiano in quest’anno (al 30 novembre 2017)

Suicidi in carcere 52 (superiore al n. di suicidi del 2016, 2015, 2014, 2013)

Morti in carcere per altri motivi 117

Presenze al 30 novembre: 58.115; di cui donne 2.427; di cui stranieri 19.903

(su una capienza di  50.511  posti, con un tasso di sovraffollamento 113,2% )

*In misura alternativa: 45.354 di cui:

AFFIDAMENTO IN PROVA AL SERVIZIO SOCIALE    13.631
SEMILIBERTA’                                                                            795
DETENZIONE DOMICILIARE                                             10.355
MESSA ALLA PROVA                                                               9.606
LAVORO DI PUBBLICA UTILITA’                                         6.996
LIBERTA’ VIGILATA                                                                 3.802
LIBERTA’ CONTROLLATA                                                           163

 

*In attesa primo giudizio      10.074

*Condannati non definitivi   10.239

                                  Totale   20.313 pari al 35,7 % della popolazione detenuta

   

ROMA REBIBBIA    N.C.                    1.172 (capienza)  1.415 (presenze)       493 (stranieri)

ROMA REBIBBIA CR                             443         “             319         “                       61         “

ROMA REGINA COELI                          620         “             965         “                     487         “

ROMA  REBIBBIA FEMMINILE CCF 279         “            366         “                     177         “

ROMA “REBIBBIA TERZA CASA”        172          “              74          “                         6          “

 

                                      Imputati   di cui  donne       condannati di cui donne              totale di cui donne

ALBANIA         imp 1.033  d 14   cond 1.498  d  13    tot   2.534  d  27   perc sul totale 12,8%

MAROCCO       “     1.499 d 15       “     2.169  d  31     “     3.676  d  46        “              “    18,6%

NIGERIA            “       682   117       “        430  d  47      “    1.113  d 164       “              “      5,6%

ROMANIA         “       998     84       “     1.714  d144      “    2.720  d 228                             13,7%

TUNISIA             “      748       2        “     1.330  d   7        “    2.087 d     9                             10,5%

Detenute con figli al seguito:

italiane,   25 con 29 figli/e;  straniere, 32 con 36 figli/e  totale detenute 57 con 65  figli/e

 

ABOLIAMO  IL  CARCERE

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Non solo auguri … a natale

[pubblicato su questo blog il 26/12/2012]

1914-1918 – “Natale di sangue” offerto dai capitalisti e dai generali

Il patriottismo, l’ultimo rifugio per i farabutti e i codardi

(Samuel Johnson, noto anche come Dottor Johnson (1709 – 1784), poeta e scrittore britannico)

trincea-0Inverno 1916. Da due lunghissimi anni gli eserciti europei, agli ordini di generali vigliacchi, si massacravano reciprocamente. Il grande macello era stato voluto dalle borghesie nazionali e dai loro servitori governativi e parlamentari, compresi i socialdemocratici, per risollevare l’economia capitalista  in “crisi” a seguito dei repentini processi di “globalizzazione” e “finanziarizzazione” dell’economia dell’inizio del secolo (1911-1913).

Ad ogni Natale, i fanti di ogni divisa immersi nel fango delle trincee, affamati, esausti e malandati, coglievano l’occasione per sospendere autonomamente il combattimento e scambiarsi oltre le trincee e i fili spinati, gli auguri per una fine di quell’indegno massacro.

Dal primo inverno del 1914 i giorni a ridosso di Natale cessavano gli spari, si alzavano trincea-2cartelli con !auguri”, si scambiavano grida di pace e sigarette e cioccolata. In qualche caso anche strette di mano nella “terra di nessuno” diventata a furore popolare “terra di tutti”.

Le gerarchie militari e gli alti comandi degli eserciti, quei vigliacchi che cercano la gloria per se nel sangue dei sottoposti, ne erano innervositi, al punto che, pieni di livore impotente, emisero numerose circolari che vietavano questo “rapporto col nemico”.

Il Natale successivo, quello del 1915, in barba agli ordini degli stati maggiori dei codardi, gli scambi di saluti, strette di mano, doni, ecc., si moltiplicarono.

Non potendo frenare questi gesti di fratellanza, i vili generali decisero di usare la frusta della repressione. Questi saluti oltre le trincee, questa grande espressione di umanità venne dichiarata “un reato” di tradimento. Così generali, magistrati, pubblici ministeri e gendarmi si attivarono per riportare le truppe alla “legalità” di merda!

 Ecco alcune sentenze di condanna emesse l’anno successivo: il 1916 sul fronte italo-austriaco:

trincea-3 Dicembre 1916– A.S. di Roma anni 20, macchinista, caporale del 130° fanteria, condannato a 1 anno di reclusione militare   per “conversazione col nemico”. «Avendo tre o quattro austriaci gridato dalla loro trincea: “pace” egli pure rispose: “la vogliamo anche noi la pace”»

 [Tribunale militare di guerra del XX corpo d’armata. Enego, 5 maggio 1917. sent. 454]

 La notte dal 19 al 20 dicembre 1916 un plotone della 6° compagnia del 129° fanteria, durante i lavori per spalare la neve, il caporalmaggiore R.D. e il caporale C.M. vedevano gli austriaci intenti a spalare anche loro la neve; questi rivolsero parole di saluto, non comprese perché in tedesco, finché arrivò M.E. che fu in Germania a lavorare e lì si era fidanzato con una ragazza tedesca. Questi iniziò una conversazione che portò a una specie di intesa reciproca di non spararsi mentre si spalava la neve. Ne seguì uno scambio di cortesie e saluti e venne alzato un cartello con su scritto: “Buon Natale”, poi si scambiarono sigarette, pane e cioccolata.

R.D., della provincia di Salerno di anni 33, condannato a 1 anno di reclusione militare per conversazione col nemico e rifiuto d’obbedienza; C.M., della provincia di Avellino di anni 24, condannato a 1 anno e 1 mese di Guerr-1reclusione militare per lo stesso reato; M.E. della provincia di Arezzo di anni 23, condannato a 8 anni per gli stessi reati con in più “tradimento indiretto” in quanto il M.E., durante la conversazione tra una trincea e l’altra, aveva chiesto a un soldato austriaco di scrivere una lettera alla sua fidanzata tedesca a Dresda.

[Tribunale militare di guerra del XX corpo d’armata. Enego, 5 maggio 1917. sent. 453]
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Perché mai parlar di diritti?

Letterina di natale alle compagne e ai compagni,

 

carissime compagne e carissimi compagni,      perché mai  parlar di diritti?

                                             È il Sovrano, oggi lo Stato e l’ordinamento giuridico proprietario a fare il popolo e non viceversa

   Si diffonde sempre più e ce ne siamo accorti. Da tempo nelle strade calpestate da manifestazioni tese, come nei piazzali davanti ai posti di lavoro, ai centri commerciali, nelle aule scolastiche e universitarie, così nei corridoi degli ospedali, davanti ai tribunali e in ogni altro luogo dove cerchiamo di impedire che altri prendano in mano la nostra vita per gestirla e stravolgerla, ci si appella al diritto, si urla con forza, si chiede, si pretende, in qualche caso si invoca, che vengano rispettati i nostri diritti.

Come mai? Le interpretazioni sono tante, dalla frammentazione e dallo svuotamento stesso del diritto, dalla spoliazione della politica; dalla perdita della sovranità statale; dall’egemonia della governance globale neoliberista sul diritto; da alcune parti si invoca il ripristino del diritto eroso dal progressivo sfilacciarsi della sovranità; si dice che la crisi del diritto si accompagna a quella dello Stato e alla settorializzazione e sfilacciamento delle fonti normative, alla diffusione totale del precariato, e così via.

Coloro che invocano i diritti si riferiscono a quei bisogni, spesso primari, sempre più ignorati o conculcati da governi, istituzioni, imprenditori, banchieri. multinazionali, ecc. Nelle carceri, nei posti di lavoro, nelle campagne, dove imperversa il caporalato che entra prepotentemente anche nel trasporto merci e nella distribuzione e ovunque, nei quartieri impoveriti e devastati, si continua a gridare, questo è un nostro diritto! Con ciò intendendo di non voler subire un arretramento imposto dal governo e da altri poteri, ma di voler resistere sulle conquiste precedenti. A queste invocazioni la risposta delle controparti è sempre la stessa, ripetuta con cinismo, “non è un vostro diritto”, oppure “è il mercato”. Nello scorrere di queste consuetudini, ora dopo ora, giorno dopo giorno, si consuma la nostra vita di proletari/e, di sfruttate/i. Poi la soluzione del problema, in un senso o nell’altro, viene decisa dal rapporto di forza espresso nel conflitto, in rapporto al quadro generale della mobilitazione con i “soliti” strumenti dell’autorganizzazione e delle forme di lotta; dell’estensione del conflitto e del radicamento sociale; dell’aderenza agli interessi di classe, ecc.

 

Eppure tutte e tutti siamo consapevoli (dovremo esserlo) che, nonostante i tanti cambiamenti intervenuti nel mondo del lavoro e nelle problematiche sociali, il diritto, continua ad essere espressione della legalità puramente normativa, che si sottrae alla dimensione sociale. Accompagnato da una bizzarra pretesa che l’ordine attuale sulla terra possa valere per sempre. Quante volte i valletti del potere l’hanno ripetuto e scritto che questo è il migliore dei mondi possibile, che questa è la fine della storia; ce lo ripetono da 150 anni. Il diritto deve servire al mantenimento di questo ordine (presunto) eterno, anche inglobando le novità del mondo del lavoro e i “nuovi” sistemi sociali. La speranza dei paladini del diritto è che continui a occultare le condizioni sociali, basate sullo sfruttamento, ossia quelle che rendono efficace la forma giuridica. Questa simulazione dovrebbe impedire, secondo le teorie liberali, vecchie e nuove, la comprensione della realtà regolata dalla complessità dei rapporti di forza presenti nell’economia capitalistica.

È questo il diritto! Prima che una norma, esprime uno specifico rapporto economico-sociale, e come tale va indagato. Rimane in auge grazie alla forza dello Stato, nonostante la crisi di sovranità (forse esaltata) dello Stato stesso, nonostante la presunta scomparsa di distinzione tra pubblico e privato e tra società civile e Stato, e tante altre cose.

” Per Marx lo Stato è l’organo del dominio di classe, un organo di oppressione di una classe da parte di un’altra; è la creazione di un “ordine” che legalizza e consolida questa oppressione, moderando il conflitto fra le classi. Per gli uomini politici piccolo-borghesi l’ordine è precisamente la conciliazione delle classi e non l’oppressione di una classe da parte di un’altra;  (Lenin, Stato e Rivoluzione)

“…Lo Stato, poiché è nato dal bisogno di tenere a freno gli antagonismi di classe, ma contemporaneamente è nato in mezzo al conflitto di queste classi, è, per regola, lo Stato della classe più potente, economicamente dominante che, per mezzo suo, diventa anche politicamente dominante e così acquista un nuovo strumento per tenere sottomessa e per sfruttare la classe oppressa”… (Engels, citato in Lenin, Stato e Rivoluzione)

 

Diritti è un termine che fino a venti o trent’anni fa non veniva quasi mai pronunciato nelle nostre fila. Veniva rifiutato con disprezzo. Nelle carceri, un tempo stracariche di compagne e compagni, ma anche di proletari/e e operai/e molto combattivi e organizzati, si consigliava ai giovani che entravano, se voi  pija ‘na sveja sicura dalle guardie, dì loro ‘n faccia: “questo è un mio diritto”. Le guardie, dentro quei tuguri rappresentano lo Stato e hanno ben chiaro quale deve essere il rapporto tra chi comanda e chi deve essere assoggettato. Un consiglio quanto mai sensato e foriero di importanti valutazioni politiche, sulle quali si formavano le/i militanti.

Di questa massiccia diffusione della parola diritto, molte e molti se ne sono accorti, ma non si è sviluppato un dibattito approfondito sul perché della diffusione della parola e sul dove può portarci quest’uso sconsiderato. Insomma cos’è il diritto?

Il diritto è un nostro alleato nella lotta di classe o un nostro avversario?

 

La risposta è scontata, almeno per i nostri riferimenti: la rivoluzione contro lo Stato e contro il diritto borghese, era quella a cui si lavorava, che avrebbe dovuto rovesciare, «l’angusto orizzonte giuridico borghese».

“…In una fase più elevata della società comunista, dopo che è scomparsa la subordinazione asservitrice degli individui alla divisione del lavoro, e quindi anche il contrasto di lavoro intellettuale e fisico; dopo che il lavoro non è divenuto soltanto mezzo di vita, ma anche il primo bisogno della vita; dopo che con lo sviluppo onnilaterale degli individui sono cresciute anche le forze produttive e tutte le sorgenti della ricchezza collettiva scorrono in tutta la loro pienezza, solo allora l’angusto orizzonte giuridico borghese può essere superato, e la società può scrivere sulle sue bandiere: Ognuno secondo le sue capacità; a ognuno secondo i suoi bisogni!”. (Marx, Critica del programma di Gotha)

 

I diritti sono tanti e di tante specie. Si sono modificati in un senso o nell’altro nei periodi di cambiamento sociale economico e politico. Ogni movimento rivoluzionario ha dovuto far i conti con questo termine, il diritto, riplasmandolo, introducendo nuove norme, abrogandone altre, o ancora, cercando di dare un quadro diverso all’insieme delle norme che disegnano i comportamenti dei membri di una società e il funzionamento della società nel suo insieme, trasformando la società e il suo funzionamento.

Tralasciando il Corpus Juris di Giustiniano, le prime agitazioni della borghesia, ancora all’interno del modo di produzione feudale, anche se al tramonto, nelle avvisaglie della rivoluzione, in Inghilterra le forti pressioni conflittuali hanno prodotto la Magna Charta Libertatum nel 1215 che limitava il potere del sovrano di imporre tasse e gabelle e concedeva maggiori possibilità di azione ai baroni e ai sudditi-vassalli. Quel conflitto tra vassalli e sovrano produsse anche l’habeas corpus, una buona garanzia per evitare maltrattamenti da parte delle forze di polizia, per affermare la proporzionalità della pena rispetto al reato, per impedire la detenzione senza concreti elementi di accusa e per vietare alle forze di polizia di trattenere per molti giorni in custodia la persona arrestata prima di portarla davanti a un giudice. Qualcuno/a dirà: magari ci fosse oggi? Già, ma tra baroni, vassalli e sovrano c’era concorrenza e competizione, ma non contrasto antagonista come tra operai e capitale.

La rivoluzione borghese ha interpretato, a suo modo, la necessità di dare ordine a un nuovo sistema di funzionamento sociale plasmato sul modo di produzione mercantilista-capitalistico, ha prodotto un diritto molto diverso da quello vigente in epoca feudale. Si è affermata la concezione privatistica del diritto.

Da allora la parola diritto si è intrecciata a tutte le vicende politiche e sociali che incalzavano: diritto alla libertà individuale, diritto alla vita, diritto all’autodeterminazione, diritto di voto, diritto a un giusto processo, diritto ad un’esistenza dignitosa, diritto al salario, diritto alla libertà religiosa con il conseguente diritto a cambiare il credo religioso, ecc., ecc., sono un’infinità, fino ai più recenti: diritto alla protezione dei propri dati personali (privacy) ecc., ecc.

Prima riflessione che viene da fare è che la natura si colloca fuori dal diritto, difatti se un «diritto naturale» è qualificato dal sistema non è più naturale ma giuridico-positivo (cioè diventa fattispecie); se non è qualificato dal sistema non è nemmeno diritto. Eppure si continua ad abusare della vuota categoria di diritto naturale.

Alcuni sono stati definiti diritti civili, fanno parte di quel «contratto sociale» che caratterizza le società liberal-democratiche e sono quell’insieme di garanzie e prerogative, garantite dallo Stato alle persone fisiche e alle associazioni no-profit, soprattutto a quelle di carattere politico ed economico come partiti, sindacati e associazioni varie. Sono diritti goduti dal soggetto «cittadino», un soggetto di diritto molto astratto e variegato, che si è imposto nella storia, appunto, con le rivoluzioni borghesi. Non ha attributi di classe, non permette di individuare se appartiene a quei settori sociali a cui l’ordine esistente toglie, oppure a quei settori sociali che si impossessano del mal tolto.

Lascio stare quindi il cittadino e i diritti civili. Qui mi interessa un’altra angolazione da cui osservare i diritti. Nelle prossime righe provo a porre attenzione a quelle norme e quelle leggi che regolano la gran parte dei rapporti sociali legati direttamente alla contraddizione capitale/lavoro, da cui discendono tutte le altre. Queste leggi sono collocate all’interno di un ordinamento giuridico; ed è proprio l’ordinamento giuridico di uno Stato (quello capitalista) ciò che si definisce diritto.

 

A questo punto proviamo a porci almeno due insiemi di domande.

   Il  primo, sulla base di quali interessi le norme vigenti sono state prodotte; che ha un suo  corollario: quale significato possiedono nella realtà i rapporti regolati da queste norme e quali sono le forze reali che garantiscono la loro applicazione nella prassi?

   Il secondo, può una singola norma (legge) avere valore di per se, senza contemplare l’aderenza oppure il contrasto con l’insieme delle norme? Detto in modo diverso: non sarà proprio l’insieme delle norme, che poi è ciò che si definisce diritto, a dare forza e valore alla singola regola e solo all’interno di questa sistematicità complessiva del diritto che la singola norma ha senso?

Le risposte a questi interrogativi difatti arrivano dai settori più attenti del pensiero liberale: con Kelsen e i suoi seguaci, la teoria del diritto si orienta definitivamente verso lo studio dell’ordinamento giuridico nel suo complesso, considerato come concetto fondamentale per una costruzione teorica del campo del diritto, non più il concetto di norma, ma quello dell’ordinamento, inteso come sistema di norme coerenti. Quindi l’insieme del diritto esclude la frammentarietà, che invece a molti sembra essere la tendenza (bah!). Ossia ogni singola norma esprime obblighi e divieti per regolare un comportamento, un rapporto sociale nel suo complesso e quindi per dare completezza a un insieme di regole. Questa teoria, la più avanzata del pensiero liberale, quella di Kelsen, non poteva essere portata a conclusione, altrimenti avrebbe svelato che quell’insieme di regole è coerente per essere adatto alla tutela, al mantenimento e alla riproduzione di uno specifico rapporto economico-sociale, quello capitalista. Quella teoria liberale, per sfuggire a questa conclusione espandeva il concetto di diritto all’eternità, il diritto come una tecnica speciale per la organizzazione di un gruppo sociale (qualunque esso sia). Sta qui la risposta ai due insiemi di domande.

«… a proposito di quest’ordinamento sociale (abitualmente chiamato socialismo, e che Marx chiama prima fase del comunismo),  Lassalle dice che c’è in esso «giusta ripartizione», «uguale diritto di ciascuno all’uguale prodotto del lavoro», egli si sbaglia e Marx spiega perchè. Un «uguale diritto», – dice Marx, – qui effettivamente l’abbiamo, ma è ancora il «diritto borghese», che, come ogni diritto, presuppone la disuguaglianza. Ogni diritto consiste nell’ applicazione di un’unica norma a persone diverse, a persone che non sono, in realtà, né identiche, né uguali. L’«uguale diritto» equivale quindi a una violazione dell’uguaglianza e della giustizia. Infatti, per una parte uguale di lavoro sociale fornito, ognuno riceve un’uguale parte della produzione sociale (con le detrazioni indicate più sopra). Gli individui però non sono uguali: uno è più forte, l’altro è più debole, uno è ammogliato, l’altro no, uno ha più figli, l’altro meno, ecc.

«…Supposti uguali il rendimento e quindi la partecipazione al fondo di consumo sociale, – conclude Marx, – l’uno riceve dunque più dell’altro, l’uno è più ricco dell’altro e così via. Per evitare tutti questi inconvenienti, il diritto, invece di essere uguale, dovrebbe essere disuguale». (Lenin, Stato e Rivoluzione)

«Per Marx lo Stato è l’organo del dominio di classe, un organo di oppressione di una classe da parte di un’altra; è la creazione di un “ordine” che legalizza e consolida questa oppressione, moderando il conflitto fra le classi. (idem)

 

Dunque a cosa serve il diritto? A plasmare, trasformare, modellare, forgiare, una precisa immagine della vita: quella borghese. Quell’immagine virtuale del tipo borghese cui il/la “senza proprietà”, ossia il proletario/a deve sforzarsi di somigliare nella realtà: una/un senza proprietà che accetta di comportarsi come una/un finto proprietario. Anche se oggi qualche proprietà di merci ce l’hanno anche i proletari, ma a che prezzo! Ad esempio la proprietà della casa ce l’ha una buona percentuale di proletari, per averla ha tirato la cinghia e si è costretto a una intera vita grama, per ingrassare banche e palazzinari con il beneplacito del governo ed anche dei sindacati e dei partiti di sinistra. In questo modo è stata azzerata la possibilità di realizzare un’edilizia popolare diffusa e garantita.

Appare anacronistico e assurdo che un diritto di proprietà non ponga un limite alla stessa per impedire che la proprietà dell’uno annulli la proprietà dell’altro. O addirittura che la proprietà di alcuni si realizza grazie alla non-proprietà di molti. Eppure la realtà è proprio questa!

Evidentemente c’è una ragione. Ed è quella che il diritto è al servizio di un sistema produttivo e di un ordine sociale adatto e funzionale a mantenere l’umanità incastrata in una società divisa in classi.

A questo punto si pone un interrogativo: se lottiamo per abolire le classi, se vogliamo abbattere un ordine sociale che produce diseguaglianza, sfruttamento, alienazione, guerre, emarginazione e devastazione di territori e di masse umane, allora perché invochiamo il diritto il cui compito è mantenere quell’ordine che non sopportiamo più e che vogliamo cambiare? Non solo non ci serve, ma è un ostacolo tremendo; è contro i movimenti, contro il conflitto, sta dalla parte opposta!

Il diritto è il nostro nemico!

 

Che questa fosse la funzione del diritto era conosciuta anche prima di Marx:

Solo all’ombra del sovrano, là dove si estende il diritto che la sua spada rende effettuale, ci sarà la possibilità di distinguere il mio dal tuo e di assegnare forma proprietaria alla soggettività. Soggetti uguali nell’universalità giuridica all’interno della quale si raccolgono solo in quanto as-soggettati al dispositivo che promulga e che esegue la legge.  [Hegel]

Secondo Carl Schmitt, lo Stato moderno per Hobbes non è «che una guerra civile continuamente impedita da un grande potere», il Leviatano.

 

E allora, quali diritti reclamiamo? Conviene cambiare la parola, per esempio: bisogni, interessi, esigenze, conquiste, obiettivi, desideri, ecc., ecc.

Pronunciare la parola diritto è sbagliato, pericoloso e inopportuno. Non fa riferimento diretto a conquiste proletarie da mantenere oppure ravvivare; non riguarda conquiste per cui batterci, e non ci aiuta a farci capire, né a capire. Fa invece capire, tristemente, che siamo e vogliamo rimanere ostinatamente all’interno di questo ordine criminale capitalistico; fa capire che invochiamo il potere, il Sovrano, lo Stato, perché crediamo possano tutelare i nostri interessi; fa capire che siamo convinti che la soluzione dei nostri problemi di senza proprietà, di sfruttati, di emarginati, insomma di proletari, possa realizzarsi lasciando inalterato il sistema economico-politico esistente: il modo di produzione capitalistico.

La richiesta di diritti alle istituzioni può essere scambiata per una conferma della propria sudditanza alle regole date, un’assicurazione offerta al potere circa il nostro impegno per la normalizzazione. Ciò non vuol dire che non si debba rivendicare nulla dalle istituzioni. Finché queste ci saranno è giustissimo e necessario reclamare cose concrete (casa, salario, reddito, spazi, ecc.) rivendicate con la lotta e strappate alle istituzioni con la forza del conflitto, senza lo scambio in cui si promette un rientro nella normalità.

 

Le compagne e i compagni rivoluzionari russi, durante la grande rivoluzione di cui ricorre il centenario, erano consapevoli che sarebbe stato necessario un periodo di transizione per passare dall’ordinamento borghese e dal modo di produzione capitalistico a uno completamente alternativo.

Il tempo necessario per il superamento de l’angusto orizzonte giuridico borghese (di cui parla Marx nella Critica al programma di Gotha e ripreso da Lenin in Stato e rivoluzione) non si può stabilire a priori, tanti e complessi sono i passaggi. Si dovrà, inizialmente, portare i mezzi di produzione dal privato a tutta la società, non più il regime di scambio ma solidarietà e collettivismo, la partecipazione sempre più estesa e massiccia consiliare alle decisioni e tanti altri passaggi successivi, nemmeno prevedibili anteriormente. Ne erano consapevoli sia alla vigilia, sia all’indomani della grande rivoluzione del 1917, così come avevano ben chiaro il compito della distruzione dello Stato e dell’ordinamento giuridico, ossia del diritto, perché esso garantiva e riproduceva (e garantisce e riproduce) il rapporto capitalistico e lo sfruttamento.

In quella esaltante rivoluzione, si pose un altro problema: d’accordo nel demolire lo Stato e il diritto borghese, ma sulla distruzione di questo si può costruire uno Stato e un diritto proletario?

In quello stesso periodo, siamo alla metà degli anni Trenta, nel mondo liberale, come abbiamo visto, emerge Hans Kelsen e produce la più elaborata teoria liberale del diritto estendendo il suo operare e il suo valore a dimensioni eterne! Ne La dottrina pura del diritto (la cui prima stesura è del 1934) esprime questi contenuti che Norberto Bobbio, suo estimatore, ci riporta «Non si insisterà mai abbastanza sul fatto che primariamente col Kelsen la teoria del diritto si era orientata definitivamente verso lo studio dell’ordinamento giuridico nel suo complesso, considerato come concetto fondamentale per una costruzione teorica del campo del diritto, non più il concetto di norma, ma quello dell’ordinamento, inteso come sistema di norme». L’interrogativo cui Kelsen rispondeva affermativamente era: il diritto può avere una vita propria? Può avere una sua autonomia che lo rende utilizzabile per qualsiasi ordine sociale e al servizio di qualsiasi classe domini la società? Certo!, rispondeva Kelsen. Come fosse «un “recipiente” aperto a qualsivoglia contenuto, un oggetto a disposizione di chiunque abbia la forza per conquistarlo». Kelsen e i suoi seguaci avevano costruito il perno della loro teoria sul concetto di autonomia e neutralità del diritto «come una tecnica di organizzazione sociale, assolutamente neutrale perché indistintamente valevole «tanto per un ordinamento giuridico liberale quanto per uno comunista».

Nel mondo rivoluzionario sovietico, invece, molti e molte puntavano all’estinzione del diritto e dello Stato nel passaggio al comunismo, conformemente alla concezione marxista, mettendo in discussione gli approdi della teoria liberale del diritto. Un rivoluzionario marxista bolscevico, Pašukanis (La Teoria generale del diritto e il marxismo, 1924) metteva in luce il contrasto non-ricomponibile tra l’autonomia del diritto come oggetto di ricerca, sul piano metodologico, e la sua riduzione a forma pura dello scambio di merci. Il diritto, affermava, è destinato ad estinguersi con l’abolizione del mercato; sottolineando la conseguenza coerente dell’impossibilità assoluta di costruire qualsivoglia diritto con l’appellativo di socialista o proletario. Gli faceva eco l’altro giurista marxista bolscevico, Stučka che morirà nel 1932, «Il comunismo non significa la vittoria del diritto socialista, ma la vittoria del socialismo su qualsiasi diritto, in quanto con l’abolizione delle classi e dei loro interessi antagonistici il diritto scomparirà del tutto». Erano tesi che si contrapponevano frontalmente a quelle di Kelsen, di un diritto valido per ogni sistema sociale.

Come Marx analizza denaro, merce e capitale, come espressione storica di determinati rapporti sociali di produzione; come assegna alla tecnica e alla scienza il ruolo di essere esclusivamente utilizzabili nella produzione capitalistica di merci, così Pašukanis e altri marxisti sovietici ritengono di affrontare il diritto, alla stregua di una forma storicamente determinata di regolamentazione quale espressione di precisi rapporti sociali tra gli individui che solo nella società capitalistico-borghese raggiungono il loro massimo livello di sviluppo e perfezionamento. Dunque il diritto non è certo una categoria valida per tutte le società che si sono succedute storicamente, anche se hanno avuto regole sociali che, però, non avevano la stessa funzione del diritto; né di quelle che verranno.

I marxisti sovietici avevano superato la concezione un po’ ristretta, imperante in gran parte del movimento operaio di allora, del diritto soltanto come sovrastruttura ideologica, utilizzata dalla borghesia, per trarre in inganno le masse sfruttate in merito alla loro presunta uguaglianza di fronte alla legge. Valutazione parziale, che non era sufficiente a demolire le falsificazioni in merito all’ordinamento giuridico, perché avrebbe potuto indurre a illudersi di elaborare un altro diritto, un altro Stato senza quella sovrastruttura ideologica. Il diritto, affermarono questi marxisti sovietici, è qualcosa di più di una sovrastruttura ideologica, è la forma giuridica e costituisce un momento dialettico del processo capitalistico, realmente operante nella società borghese e che, pertanto, non può essere confuso con un semplice meccanismo ideologico con cui il dominante inganna il dominato.

Così Stučka affermava già nel 1927 in una introduzione al diritto civile che: «il regime di legalità non è una sovrastruttura dell’economia liberista ma una macchina che funziona all’interno di questa, che per il liberalismo organizza direttamente la produzione e i mercati».

Ci ricordiamo tutte e tutti come Marx ha sviluppato l’analisi della forma merce, che permette di definire i rapporti di produzione capitalistici, ed è proprio è grazie a questa analisi che diventa comprensibile il rovesciamento della legge della proprietà privata in legge dell’appropriazione capitalistica. Non solo. Ma l’inestricabile rapporto tra forma merce e forma giuridica porta ogni individuo a subire una trasformazione grazie al diritto borghese moderno, diventa «mera incarnazione di un astratto e impersonale soggetto di diritti, un puro prodotto dei rapporti sociali».

Difatti la libertà dello scambio, la sicurezza della proprietà, la resistenza all’ingerenza dello Stato fondano il soggetto giuridico, ancorandolo alle necessità del mercato.

Si può riepilogare con le parole di Gianfranco La Grassa «le forme giuridiche, del resto sviluppate solo nel capitalismo, sarebbero soltanto la codificazione a posteriori (e sempre in ritardo) di un potere reale di controllo sui mezzi di produzione. Contano quindi le condizioni storico-sociali di questo potere reale»

Per Kelsen la costruzione del diritto è una permanenza, è sempre stata, sin dalle sue origini, così com’è adesso (poi avrà anche dei dubbi ma non serviranno a modificare la teoria), il diritto ha riguardato indifferentemente tutte le epoche e gli stadi di sviluppo della società umana. È strumento dal contenuto variabile, in base ai voleri di chi detiene il potere, attraverso il quale imporre con la forza la propria volontà di classe dominante. È dunque una tecnica con la quale la classe dominante esercita il «controllo sociale generale». Valido per qualsiasi classe dominante si insedi al potere in una società.

La contrapposizione è netta con la tesi marxista (Pašukanis e altri) secondo cui il diritto esprime prima che una norma uno specifico rapporto economico-sociale, non indifferentemente tutti i rapporti. Si deve indagare e spiegare sulla base di quali interessi le norme sono state prodotte, quale significato possiedono i rapporti da loro regolati e quali sono le forze reali che garantiscono la loro applicazione nella prassi.

Il fatto che i liberali e Kelsen ritenessero che il diritto potesse essere utilizzato anche da una società a direzione proletaria, era anche dovuto alla confusione che avevano riguardo al contenuto della rivoluzione per i comunisti. Non consideravano, o facevano finta, che i comunisti non intendevano la rivoluzione come un semplice cambiamento di governi o di gruppi o classi al potere; al contrario, il movimento verso il comunismo puntava (e punta) ad abolire le classi, il mercato, la proprietà dei mezzi di produzione e lo scambio di merci, quindi il lavoro salariato. Tende a costruire una società in cui non si ponga il problema di quali classi dovranno dominare e imporre un proprio ordine, poiché le classi saranno state abolite.

I comunisti, i marxisti consideravano e considerano (o dovrebbero considerare) l’essere umano che vive nella società borghese come soggetto di obblighi, imposizioni, oneri, doveri, quindi un essere che quotidianamente compie un alto numero azioni che prendono la forma di atti giuridici e che comportano le più diverse conseguenze giuridiche. È quindi la società borghese, più di ogni altra, ha bisogno dell’opera del diritto. Il comunismo, al contrario, comporta un faticosissimo processo di liberazione che nulla ha a che fare con un ordine sociale, e che pertanto nessun diritto socialista o proletario potrà mai consolidarsi.

Purtroppo le tesi di Kelsen trovarono ascolto proprio in Urss da parte di un gruppo di bolscevichi. Erano quelli che credevano che una classe dominante o un gruppo dominante, diversa da quella borghese, avrebbe potuto plasmare dall’alto una società socialista e poi comunista. Dopo uno scontro politico molto aspro, si insediò al potere in Urss, Stalin, le cui tesi privilegiavano l’obiettivo di costruire uno Stato socialista e un diritto altrettanto socialista per sorreggerlo. Quindi non distruggere Stato e il diritto borghese, ma trasformarlo. Come teorizzava Kelsen. Uno Stato e un diritto potenti e rigidi, ma che, difatti, non hanno retto all’urto del tempo.

È stato questo del diritto e dello Stato, secondo me, un elemento decisivo nel fallimento dell’Urss. Stalin e i suoi, sposando le tesi liberali di Kelsen, divennero feroci nemici delle tesi dei marxisti sovietici, bollandole complessivamente di matrice nichilista e dunque estremamente pericolose per l’istituzione ed il rafforzamento dello Stato Sovietico. Così il più acerrimo nemico di Pašukanis, il procuratore generale di Stalin, Andrej Vyšinskij, si scagliò contro la tesi che avrebbe impedito la costruzione del diritto socialista; Vyšinskij, al contrario, proclamava il principio per cui solo sotto il socialismo il diritto può trovare il suo completo e massimo sviluppo.

Lo scontro teorico si concluse con l’invio a morte di Pašukanis e dei comunisti che aderivano alle tesi marxiste, bollati come traditori dello Stato proletario (nel 1956 sono stati riabilitati, ma ormai il danno era fatto).

Questa tragedia si svolse in Urss ma ebbe ripercussioni in tutto il movimento operaio internazionale, creando tante di quelle confusioni, ancora oggi presenti e molto! A quel tempo, all’indomani del secondo massacro mondiale, molti liberali esaltarono le scelte sovietiche (staliniste) di aver optato per le tesi dominanti in ambito liberale, ossia che il diritto può servire a qualsiasi regime sociale. Rimasero un po’ male, i liberali, quando scoprirono che era proprio Vyšinskij, il procuratore delle purghe staliniane il massimo estimatore. Kelsen se la cavò affermando che avevano strumentalizzato le sue teorie. In realtà le tesi di Stalin- Vyšinskij  del diritto «come complesso di norme coattive imposte dalla classe dominante al fine di salvaguardare le relazioni sociali ad essa vantaggiose», avevano molto in comune con quanto tracciato dalla più avanzata dottrina borghese di matrice kelseniana, tendente a considerare il diritto «come una tecnica speciale per la organizzazione di un gruppo sociale (qualunque esso sia)».

 

Termino qui questo veloce e schematico appunto su un aspetto tra i più importanti dello scontro teorico, politico e strategico in Urss. Tema che dovrà essere ripreso e approfondito, poiché è molto utile per analizzare quella rivoluzione e i nostri problemi oggi. Emerge oggi, nell’ambito dei movimenti rivoluzionari, sembra riproporsi di nuovo, con la sostituzione della attribuzione “proletario” o “socialista” con quella diritto del comune, o dei commons, o dei beni comuni. Le motivazioni per utilizzare oggi il diritto sono diverse: la venuta meno della centralità dello Stato e l’affievolirsi della sua produzione di regole e norme, ossia del diritto. In questo vuoto,  si dice, ci si può appropriare di questo sostantivo in una prospettiva/ percorso/ progetto di trasformazione sociale inserito su traiettorie di istituzionalità autonoma e di giuridificazione dei processi sociali trainati dalle nuove forme della soggettività; una soggettività irriducibile allo spazio dei dispositivi della governance poststatuale, la cui costituzione si fonda nei processi cooperativi che definiscono la contemporanea composizione del lavoro vivo.il sistema giuridico occultava il dominio dello Stato, svaporata la centralità di quest’ultimo … il diritto può essere appropriato, attraversato e adoperato come parte di un più generale progetto di trasformazione della realtà. (Chignola, Il diritto del comune)

Non voglio qui aprire una polemica politica su alcune posizioni nel movimento attuale. Né queste righe sono rivolte a qualche realtà in particolare; sono indirizzate a tutte e tutti. Mi fermo qui.

Adesso usciamo dalle elaborazioni astratte e vediamo più da vicino, nella concretezza alcuni di questi diritti. Ecco due soggetti concreti, ben conosciuti da tutte e tutti noi. Due figure sociali (definite “soggetti di diritto”): le persone recluse; e coloro che vendono la propria energia, forza lavoro. Gli uni e gli altri hanno indossato i panni per costrizione economica o giudiziaria, sicuramente non con entusiasmo.

Si dice e si scrive: per i lavoratori e lavoratrici c’è il contratto di lavoro con l’impresa, nel contratto ci sono scritti i diritti e i doveri. Ci dicono che il contratto di lavoro è un diritto formale che lega due “soggetti liberi”, uno dei due “soggetti” è colui o colei che dirige l’impresa, l’altro e il lavoratore o la lavoratrice. Nel momento della stipula del contratto le due parti, per essere in grado di stipulare quel contratto, devono essere “soggetti liberi”, ce lo ripetono e aggiungono che devono stare su un piano di parità.

Ingoiamo il rospo dei due soggetti “liberi e paritari”, loro ci spiegano che il lavoratore o la lavoratrice possono rifiutare – formalmente- un contratto di lavoro, mettendo a tacere lo stomaco e gli altri bisogni, possono cercare un altro lavoro, possono andare a rubare o a elemosinare, oppure emigrare. Ingoiamolo ‘sto rospo, e, fingendo di non essere, in quanto lavoratori e lavoratrici, persone in carne e ossa soggette a pressione economica (il padrone può aspettare, il lavoratore a zero salario no!), mettiamoci sul loro piano e vediamo cosa succede. Subito dopo questa ritualizzata firma del contratto, il lavoratore o la lavoratrice vengono messi in un luogo a fare cose che loro non hanno deciso e che non si sono nemmeno sognati di fare; è il padrone che decide cosa devono fare, in che modo, con che velocità, con che grado di sicurezza, ecc. È il padrone che decide come utilizzare la forza lavoro, estraendola, portandola via al lavoratore/trice, che difatti compie quelle attività in modo subordinato, sottomesso, senza nessuna possibilità di cambiare alcunché; i movimenti del corpo non sono i suoi.

La realtà economica nella quale siamo inseriti, abbiamo visto, si basa sullo scambio e per esistere e perpetuarsi necessita di individui liberi ed uguali in grado di collocarsi sul mercato, come possessori di merci. Mentre dal punto di vista del valore d’uso il lavoro si presenta come lavoro concreto che consiste in operazioni specifiche di trasformazione della natura, dal punto di vista del valore di scambio ciò che conta è il lavoro astratto, cioè il lavoro umano spogliato da ogni determinazione qualitativa, il lavoro in quanto fonte di valore. In altri termini, è l’introduzione della forza-lavoro come merce assolutamente specifica, in grado di creare un valore superiore a quello da essa posseduto nel momento dello scambio, che, in quanto oggetto di vendita, richiede la presenza di individui liberi capaci a loro volta di stipulare un contratto. La norma che ordina la società borghese, è quindi il processo che sancisce l’espulsione dell’individuo concreto dalla sua esistenza concreta (Pašukanis).

«Come schiavo il lavoratore ha valore di scambio, ha un valore; come libero lavoratore egli non ha alcun valore; valore lo ha soltanto la disposizione sul suo lavoro, attuata attraverso lo scambio con lui. Non è lui che si contrappone come valore di scambio al capitalista, ma il capitalista a lui. La sua mancanza di valore e la sua svalutazione sono il presupposto del capitale e la condizione del lavoro libero in generale» (in K. Marx, Lineamenti fondamentali di critica dell’economia politica «Grundrisse»)

 

Ecco il punto, è proprio il corpo del lavoratore e della lavoratrice che è totalmente espropriato e preso in possesso dal padrone, così come il loro tempo e l’energia che hanno “venduto” al padrone come forza lavoro in cambio di un salario.

D’altronde oggi tutte e tutti noi possiamo dirci soggetti giuridici ancor prima di saperlo, poiché la forma-merce ci ha plasmato talmente a fondo e, in cui, tutto è pervaso e ricomposto dalla forma giuridica, non c’è un momento dell’esistenza che ne è scevro, la salute, l’amore, il cibo, l’aria, la città, perfino la nascita e la morte.

In queste poche righe si manifesta la contraddizione tra “contratto di lavoro” e “ rapporto di lavoro”; tra libertà e uguaglianza formale del diritto e rapporto reale di sottomissione e schiavitù.

Sarà pure “libero” (falsamente libero) quel lavoratore/trice ma solo nei pochi secondi in cui firma (lui o chi per lui) quel maledetto contratto, ma dopo pochissimi secondi si ritrova ad essere schiavo dell’organizzazione del lavoro, totalmente in mano al padrone che gli estorce il lavoro-vivo in modo da realizzare plusvalore, profitto, ricchezza, potere, guerre e altre schifezze.

Eppure, ci dicono, padrone e operaio sono soggetti resi uguali dall’universale subordinazione all’imperatività del diritto. Eccola la finzione! Il processo formale si compone al processo reale che impone la forma-merce, ossia il diritto che serve a mantenere la “disciplina del mercato capitalistico”.

Paul Ricoeur, analizzando il rapporto fra lavoro e capitale espresso nella nozione di salario, «la forma giuridica dello scambio suggerisce che nessuno è schiavo, in quanto i lavoratori offrono la loro opera in cambio di un salario. Questa è chiaramente una grave deformazione, in quanto il concetto giuridico di contratto è applicato ad una situazione di dominio», ( P. Ricoeur, Conferenze su ideologia e utopia, Milano, 1994)

 

È la risposta alla domanda: come è possibile tenere insieme soggetti sociali cosi opposti, l’uno che sfrutta l’altro, lo imbroglia, lo schiaccia e lo annienta, senza che il rapporto tra questi soggetti sfoci in una guerra-civile? Se il benessere dell’uno è fondato sul malessere dell’altro, ci dovrà essere un grande potere per tenere insieme, comporre, ciò che è sconnesso, opposto, inconciliabile. Eccolo!, è questo il potere del diritto, la forza del diritto e della sua spada, lo stato. Devono tenere insieme gli opposti non in un terreno neutro, ma nella “disciplina del mercato capitalistico”.

Questo è il diritto: eguaglianza formale che fa emergere le diseguaglianze sostanziali senza riuscire però a superarle. Il tutto regolato dalla norma generale ed astratta, senza alcun tipo di nesso con la realtà sociale, il cui compito è quello di organizzare strutturalmente la conflittualità sociale. Si fonda tutto su una grande finzione, cioè sulla proprietà. Le persone sono state portate a immaginare di essere proprietaria del proprio lavoro.  Perché la finzione fosse credibile è stato necessario costruire un soggetto, certamente «portatore di diritti e di valori», capace di stipulare contratti e di credere di avere il dominio di sé e del mondo e di poter decidere della propria esistenza. Nella realtà è assoggettabile, privato di ogni resistenza e reso innocuo, in modo che continui ad essere perennemente in balìa della sfera economica.

La mediazione giuridica si propone, e troppo spesso riesce, a confondere la realtà di totale subordinazione di lavoratori/trici sfruttati, alienati, annullati dentro la logica della produzione, ribaltandola in quella di “liberi proprietari” di una merce, la “forza lavoro”, che possono scambiare, “liberamente”, col proprietario dei mezzi di produzione, il padrone.  È una finzione necessaria a nascondere e quindi rinviare, in ogni momento, la “guerra civile” tra settori sociali irriducibilmente antagonisti.

D’altronde è sufficiente guardare gli esiti di questo sistema, con le disuguaglianze sociali prodotte dall’eguaglianza formale, commenta Pietro Barcellona.

 

Stessa procedura nei confronti della persona che ha violato una legge. La legge punisce i trasgressori! E lo fa con la più feroce delle pene, la sottrazione della libertà. Per poterlo fare deve presupporre che la persona da punire sia un “uomo o donna libero/a”, ce lo dicono e ripetono, perché non riusciamo a crederci. Ci dicono che è una finzione reale che si realizza nella fase processuale.

Accusa e difesa devono essere sullo stesso piano, lo ribadiscono, trascurando anche qui gli argomenti economici, quelli di conoscenza e di status, quindi quelli di classe e tutto il resto. Ingoiamo quest’altro rospo e mettiamoci sul loro piano: accusa e difesa sono formalmente “liberi” e “equivalenti”. Ma qualche secondo dopo la sentenza, chi è stato condannato/a viene preso in consegna da altri, le guardie, che, in nome del diritto e del popolo, hanno pieno possesso su di lui/lei e lo sbattono in una cella e rimane 24 ore su 24 in pieno e totale dominio di un altro potere: l’ordinamento penitenziario.

Appena il condannato/a varca i cancelli di un carcere, diventa schiavo, totalmente in mano all’organizzazione carceraria, sottomesso a un potere estraneo, chiuso/a in una collettività ghettizzata in cui è esaltata l’estraneità, l’aggressività, la brutalità, per produrre l’annichilimento della personalità e la distruzione dell’identità della persona detenuta. Questa subordinazione si manifesta nell’espropriazione al carcerato del proprio corpo e del proprio tempo. I ritmi del carcere sono dettati dall’amministrazione carceraria: sonno/veglia, riposo/movimento, il  nutrirsi, il colloquio con l’esterno, l’attività culturale e fisica, ecc.

Chi conferisce questo potere all’organizzazione carceraria? È quell’astrazione propria del diritto di pena come retribuzione, che vuol dire la privazione della libertà e dell’autonomia del condannato/a per un quantum di tempo (tempo di sofferenza e sottomissione), appunto pena, per quel tempo necessario per riparare il danno che il reo ha recato alla società (all’ordine esistente) con la sua trasgressione. È questa la “punizione democratica” formale: il carcere come strumento repressivo di modulazione della pena (giorni, mesi, anni) che può soddisfare pienamente l’esigenza di imporre una diversa e rigorosa gerarchia di valori da tutelare penalmente.

 «La pena più opportuna sarà quell’unica sorta di schiavitù che si possa chiamar giusta, cioè la schiavitù “per un tempo” delle opere e della persona alla comune società, per risarcirla colla propria e perfetta dipendenza, dell’ingiusto dispotismo usurpato sul patto sociale» (Cesare Beccaria, Dei delitti e delle pene)

 

L’apparato disciplinare della fabbrica (o qualsiasi posto di lavoro) e del carcere sono modellati sullo stesso metro: perdita totale di autonomia e identità, sofferenza provocata da questa perdita, difficoltà/impossibilità di comunicazione.

In carcere la finalità del sistema è quel processo volto ad ammaestrare/disciplinare e quindi produrre il proletario operoso e docile. Il sistema penitenziario con l’enorme quantità di donne e uomini che contiene segregate, non serve a produrre merci di vario tipo, come avviene nelle fabbriche (il lavoro in carcere, anche se c’è, il più delle volte è lavoro non produttivo), ma serve a produrre la merce per eccellenza, quella merce indispensabile al funzionamento del modo di produzione capitalistico nel suo complesso: la forza-lavoro operosa e docile! Senza la quale l’intero meccanismo crollerebbe miseramente. E noi lavoriamo perché crolli al più presto!

In fabbrica, oppure in qualsiasi altra attività lavorativa subalterna, anche se mascherata con le molteplici sfaccettature delle forme giuridiche dei lavori subordinati, spacciati per “lavori autonomi”,  è quel processo volto a utilizzare quel corpo reso docile e operoso diventato forza-lavoro, per realizzare una maggior produttività e quindi  conseguire un maggior sfruttamento- plusvalore.

In entrambe le strutture (carcere e fabbrica) c’è coazione, violenza morale e/o fisica fatta alla volontà altrui in modo da togliere la libertà d’azione. Quella del carcere è coazione massima che porta alla perdita di identità, alla devastazione, all’abbrutimento umano, cioè a quel punto in cui, se non li fermiamo, vorrebbero portare tutti i membri della società. Anche per questo la condizione del carcerato/a si porrà sempre al di sotto dell’ultimo gradino dell’ultimo proletario.

 

Pur nella diversità sostanziale tra posto di lavoro e carcere, soprattutto, ma non solo, dal punto di vista delle sofferenze inflitte, tuttavia entrambe sono modellate intorno ai quattro pilastri del regime capitalistico: perdita della libertà, subordinazione, lavoro, disciplina!  

 

La forma della “pena” appena descritta, sostituendo tutte le altre punizioni, si afferma definitivamente tra la fine del XVIII e gli inizi del XIX secolo, quando la borghesia ha ormai sviluppato e consolidato tutte le sue caratteristiche e, nello stesso tempo, ha rivestito tutte queste con le peculiarità di naturalezza e razionalità. La pena del carcere diviene così la forma giuridica generale di un sistema di diritti che vengono definiti “egualitari”; ed è un principio indiscutibile.

Stesso procedimento per l’utilizzo della forza-lavoro, anch’esso rivestito di naturalezza e razionalità. Questo procedimento è precedente a quello del carcere poiché ciò che si è verificato in fabbrica è stata la fonte e la giustificazione del sistema giuridico e di quello carcerario; la pena come retribuzione equivalente basata sulla sottrazione del tempo ne è la logica conseguenza. In conseguenza della legge dello scambio: le merci si possono scambiare tra loro perché tutte contengono una merce comune: la forza-lavoro misurata dal tempo di erogazione. Così la pena si scambia secondo il concetto “retributivo”, tanto danno fa il reo all’ordine sociale, tanto tempo lo Stato gli sottrae, l’elemento comune è sempre la forza-lavoro misurata dal tempo: privazione della libertà personale protratta per un tempo proporzionale all’entità del crimine commesso. Mentre nel medioevo il principio era sintetizzabile nella formula giustinianea “Carcer enim ad continendos homines non ad puniendos haberi debet” (la funzione del carcere è solo quella di custodire gli uomini, non di punirli).

La prigione è “naturale”, come è “naturale” nella nostra società l’uso del tempo per misurare gli scambi (Foucault, Sorvegliare e punire)

Si è così verificato che il funzionamento del “panottismo” (un sistema di controllo basato su una struttura a raggiera nella quale il detenuto introiettava la percezione di essere sempre controllato) , non richiede un Panopticon (l’edificio a raggiera) perpetuo: basta l’egemonia capitalistica sulle istituzioni, siano queste le istituzioni del lavoro, della fede, dell’affetto, del divertimento, del carcere, ecc

 

Si è prodotto dunque, con l’affermarsi del capitalismo industriale e la trasformazione delle economie europee in senso capitalistico, nonostante tutte le favole raccontate fino alle ultime fandonie della “fine del lavoro”, un posizionamento che ha collocato, da una parte, un potere economico sempre più concentrato nelle mani della grande borghesia e, dalla parte opposta, una massa crescente di proletari nullatenenti che si offrono come manodopera a buon mercato. È in questa fase della maturazione del dominio capitalistico che prende vita la dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino nel 1789 durante la rivoluzione francese, con il precedente Bill of Rights del parlamento inglese nel 1689, durante la rivoluzione inglese del 1688, fino alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo nel 1948. Con queste “carte” si afferma il sistema della reclusione a tempo determinato, in sostituzione di tutti gli altri sistemi di punizione.  È un sistema profondamente collegato con l’idea dell’uomo astratto misurato dal tempo, allo stesso modo dell’uso della forza-lavoro in fabbrica. Sono queste le idee-forza che informano e rivestono la costruzione della contemporaneità capitalista. E le sue Costituzioni.

 

Nella pena carceraria –quale microcosmo- ritroviamo, quindi, riflessa la contraddizione centrale dell’universo borghese: la forma giuridica generale che garantisce un sistema di diritti egualitari viene neutralizzata da uno spesso reticolato di poteri non egualitari, capaci di riprodurre quelle dissimetrie politico-socio-economiche negatrici degli stessi rapporti formalmente paritetici sorti dalla natura (contrattuale) del diritto. Assistiamo, così, alla presenza contemporanea di un diritto e di un non o contro-diritto, ovvero di una ragione contrattuale e di una necessità disciplinare. La contraddizione, a questo livello di interpretazione, è “oggettiva” riflette, infatti, l’aporia presente nel modo stesso di produzione capitalistica tra sfera della distribuzione o circolazione e sfera della produzione o estrazione di plusvalore. (Dario Melossi, Carcere e fabbrica)

 

Tali ragionamenti non inficiano il senso della “pena”, quando questa, per vari motivi, muta la sua forma. Già nel secolo scorso, alcuni giuristi (Jankovic –Labor Market and Imprisonment– 1977) osservavano l’emergere, nella società capitalistica sviluppata, soprattutto negli Stati Uniti, di misure penali senza la reclusione come la “probation” (messa alla prova, da circa tre anni anche in Italia, ma col contagocce) e le altre misure alternative all’uso della pena detentiva. Su un piano differente altri (Kirchheimer –Pena e struttura sociale, 1939, scritto insieme a Georg Rusche) assegnavano la tendenza di sanzione alternativa al carcere alla pena pecuniaria, analizzando la diminuzione della popolazione carceraria in Francia, Gran Bretagna e Germania, nel periodo 1880-1930. Ciò era anche in sintonia dell’affermarsi dell’Homo oeconomicus nel campo delle scienze sociali ed economiche (Pareto). Dare centralità alle finalità a discapito degli atti costituisce il culmine del processo di soggettivazione del giudizio penale e rappresenta un elemento fondante del “diritto penale del nemico”.

D’altronde lo sviluppo della società capitalistica ha fatto emergere altre istituzioni e strutture socio-economiche e anche dispositivi che, affiancandosi a quelle tradizionali come religione, famiglia e moralità, meglio e più ampiamente possono adempiere alle funzioni originariamente assegnate al carcere, ossia  ammaestrare/disciplinare. Ruolo svolto dai media, molto più potenti di prima, alla pubblicità, ai centri commerciali e ai tantissimi aggeggi che connotano lo status del consumatore; in fondo è la cultura condivisa oggi.

Inoltre i mutamenti di quel modello sociale su cui il carcere era stato plasmato, i mutamenti dell’organizzazione capitalistica del lavoro, hanno reso l’istituzione obsoleta e non più adatta a svolgere la sua intima e fondamentale funzione per cui è stata pensata. E poi, l’ammaestramento degli umani è stato ormai compiuto: l’enorme presenza di persone nelle città in continua crescita, che ormai ha superato la metà della popolazione mondiale, conferma che il disciplinamento a una vita di obbedienza e rispetto delle regole è stato completato – fino ad ora!

 

La realtà ha impresso un rallentamento notevole alle tendenze ipotizzate da questi e molti altri  studiosi. Le due guerre, l’avvento dei fascismi in Europa e le insubordinazioni sociali negli Stati Uniti, ampliate dalle crisi del 1929/30 e il conflitto sociale molto aspro sviluppatosi in parte dell’Europa nel secondo dopoguerra e, ultimamente, la diffusione delle droghe e l’accentuazione dei processi migratori, hanno fatto riscoprire, ai fini della ricerca del consenso elettorale e per un controllo più efficace dell’opinione pubblica, l’uso della pena carceraria, causando un incremento dei livelli di carcerazione, con punte parossistiche raggiunte nelle carceri statunitensi con due milioni e mezzo di persone recluse. Ma la tendenza è comunque ormai tracciata e da due anni anche negli Usa è in atto una diminuzione  delle presenze in carcere a vantaggio del controllo territoriale.

La repressione si orienta sempre più nell’utilizzare la cosiddetta  amministrativizzazione del controllo preventivo (fogli di via, decreti di espulsione dal territorio nazionale, decreti di sorveglianza speciale con diverse interdizioni, e anche misure cautelari territoriali di vario tipo come gli obblighi o divieti di dimora, le carcerazioni preventive, divieto di mobilità, ecc.). Come avviene più in generale nelle pratiche di governo, riclassificando le porzioni di popolazione da un punto di osservazione sociologico: anziani, bambini, vedove, madri, disoccupati, cercando di annullare completamente il rapporto con la realtà produttiva, ossia le classi.

 

Si sta attivando un controllo della popolazione sempre più preventivo che penetrerà, via via, nei territori da cui partono i conflitti e le attività extralegali del cosiddetto “disordine sociale” e utilizzerà massicciamente anche le nuove tecnologie (social network, e altro) grazie alla collaborazione che tutte e tutti noi offriamo, una collaborazione forse non volontaria e non consapevole, ma non per questo meno efficace per le forze del controllo sociale e che manifesta una sudditanza effettiva alle forze dell’ordine e alle potenze del consumo. A queste potenze tutti/e noi stiamo mettendo in mano loro le nostre caratteristiche, le nostre passioni, idee e speranze, i nostri identikit e, forse, il nostro futuro. Anche il diritto dovrà adeguarsi a queste trasformazioni delle dinamiche del controllo sociale, ma che non cambieranno il senso profondo di quanto abbiamo schematicamente esposto. Questa adeguamento, spiega il rallentamento dei percorsi delle tendenze.

Per finire, per chi conosce Simone Weil, una grande e bella persona e anche rivoluzionaria, ricordo che anche lei non era ben disposta verso chi parlava di diritti, ma allora erano soltanto gli spocchiosi borghesi, e ripeteva spesso un po’ infastidita: ve lo immaginate un San Francesco d’Assisi che parla di diritto? E aggiungeva: fuori dal diritto positivo c’è alternativamente la grazia o la barbarie. Rompere la legalità facendo in modo che crescano strumenti di contropotere consiliari che facciano emergere i bisogni individuali e collettivi.

A queste belle parole, possiamo aggiungere che i francescani dolciniani, non solo non parlavano di diritti, ma praticavano delle interessanti dinamiche collettive, tanto tempo fa.

L’azione del capitale è la riduzione dei comportamenti umani alla legge del valore attraverso il “diritto”

 Ogni ora storica esige forme adeguate di movimento popolare: essa stessa se ne crea delle nuove, improvvisa mezzi di lotta in precedenza sconosciuti, vaglia e arricchisce l’arsenale popolare, incurante di qualsivoglia prescrizione di partito                                                                                                                        (Rosa Luxemburg)

Nota– a chi criticherà queste pagine affermando che oggi è prioritario che ripartano le lotte e lì bisogna impegnarsi invece che in ragionamenti astratti, rispondo che sono pienamente d’accordo. Difatti è nell’attività di coordinare le lotte che utilizzo le mie poche energie e il mio tempo. Tuttavia tener presente queste tematiche non costa molta fatica e può impedire derive pericolose.

Queste righe sono soltanto un abbozzo, molto schematico e sommario per una riflessione che si può e si dovrà proseguire e ampliare per sottoporre a critica, con lo stesso criterio, oltre al “diritto”, categorie come “legalità”, ”ordine”,  “giustizia”, e perché no, anche “violenza” togliendola dalla tipologia moralistica e portandola nel più sensato terreno delle pratiche per il mantenimento di quest’ordine oppure per il suo ribaltamento. Il tutto tendente verso una società in cui la libertà e l’uguaglianza non cerchino la convalida del “diritto”, ma provengano da un modo di produzione definito dalle categorie: da ciascuno/a secondo le sue capacità; a ciascuno/a secondo i suoi bisogni.                

Dicembre 2017                                                                                                               salvatore

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Walter Alasia, un compagno, un operaio di 19 anni

Milano, Sesto San Giovanni. Alle 5 di mattina, il 15 dicembre 1976, un compagno, un operaio di 19 anni, Walter Alasia  veniva ucciso dalla polizia durante un conflitto a fuoco.

Leggi   quiquiqui

 

 

Ciao Walter, non dimentichiamo!!!

 

 

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12 dicembre 1969… la strage è di stato … le falsificazioni pure!

Piazza Fontana, una strage di stato

… La strage, le stragi di allora, sono state vigliacche coltellate alla schiena per noi, ma non inaspettate.  Quello Stato e tutti i suoi apparati effettivi, non deviati, tra una bomba e l’altra non stavano con le mani in mano:  “…tra settembre e dicembre 1969 nei conflitti del lavoro si sono avute: 8396 denunce, di cui 3325 per occupazione illegale di azienda, terreni o edifici pubblici; 1712 per violenza privata; 1610 per occupazione di binari ferroviari; 1376 per interruzione servizio pubblico,…

continua  qui 

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10 dicembre, aboliamo l’ergastolo

Ergastolo vuol dire che la legge italiana, non in maniera esplicita, afferma l’impossibilità della rieducazione per mezzo della pena. Che cos’è infatti l’ergastolo, in particolare quello ostativo?, se non ritenere irrieducabili alcune persone?

Quando il giudice scrive la parola “MAI” sulla sentenza là dove si richiede di definire il “termine” della condanna, che cosa fa? Semplicemente pronuncia un destino eterno (MAI) per quella persona.

Non è altro che la presunzione divina di fermare il tempo, renderlo immobile in eterno (MAI), negare ogni modificazione, ogni trasformazione sia del contesto, sia del condannato, sia delle leggi, sia delle istituzioni.

Nessuna pena è rieducativa o risocializzante. Le pene sono soltanto punizioni vendicative e terrorizzanti. Ma l’ergastolo non è nemmeno una punizione, poiché ha la presunzione di essere un giudizio eterno, ambisce di sostituirsi a un ipotetico dio!

Qui le leggi e le istituzioni inciampano! L’ergastolo è soprattutto il riconoscimento dell’incapacità delle istituzioni di ricostruire legami sociali infranti; è il fallimento del progetto di integrazione sociale, che si suppone essere caratteristica fondamentale dello stato di diritto.

L’ergastolo è solo una ubriacatura di potere delle istituzioni che, per mezzo del sistema sanzionatorio, portato all’estremo, si sentono autorizzati a disporre del corpo altrui a proprio piacimento. Mutilando e sopprimendo.

Da una lettera dal carcere di 50 anni fa:

…mi trovavo all’ergastolo di Porto Azzurro dove, per quale legge non l’ho mai capito, al prossimo “liberato” venivano fatti scontare gli ultimi quindici giorni nell’isolamento, cioè in una cella da solo dove gli venivano così impediti i contatti con gli altri detenuti. A distanza di qualche mese si apprendeva che il tizio uscito in tale data, non era a casa sua, ma in casa di cura o in manicomio!
Una volta che chiesi a un sottufficiale il motivo dell’isolamento, mi rispose: “si ritiene necessario per evitare che si possa consegnare, al liberante, degli scritti da portare fuori clandestinamente e soprattutto per evitare, a chi resta, lo spettacolo della partenza. È dannoso – mi diceva – per chi ha molto da scontare, vedere spesso qualcuno che lascia il carcere mentre egli non può”.
[lettera dal carcere di Alessandria, 30 maggio 1968]

L’ergastolo è barbarie pura, ABOLIAMOLO!!!

PRESIDI DI SOLIDARIETÀ PER L’ABOLIZIONE DELL’ERGASTOLO.

Domenica 10 dicembre, per l’anniversario della dichiarazione universale dei diritti umani,  all’esterno dei penitenziari di Cosenza, Bari e Napoli si terranno dei presidi di solidarietà per rendere visibile lo sciopero della fame dei detenuti, per dare voce alle ragioni di questa lotta. A Cosenza l’appuntamento è per le 12 di domenica sotto il carcere di via Popilia, a Bari alle 11 e a  Napoli dalle 10 sotto il carcere di Secondigliano.

Altri presidi si terranno anche in altre città.

Migliaia di detenuti e tutti gli uomini ombra, digiuneranno affinché l’ergastolo, la pena di morte in vita, possa essere cancellato per sempre dal nostro ordinamento.

Assieme agli ergastolani digiuneranno familiari, intellettuali,  artisti, attivisti, semplici cittadini per dare voce e dignità ad una lotta che da troppi anni viene strumentalizzata dalla politica per  alimentare la fabbrica penale nell’indifferenza di buona parte della società che, ancora oggi, è convinta che l’ergastolo equivale a 25 anni di carcere.

Non lasciamoli soli!

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Quando lo stato spara sulla folla – Dossier sulle armi non letali

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QUANDO LO STATO SPARA SULLA FOLLA

Le armi non letali come dimensione tecnologica della repressione di piazza

Novembre 2017

 Nell’inverno 2016 Prison Break Project ha partecipato ad una chiacchierata al circolo Mesa di Montecchio Maggiore (Vi) organizzata da Alte/Reject in cui si parlava di repressione e nuove armi a disposizione delle polizie europee con un’attenzione particolare a Italia e Francia. A distanza di tempo vogliamo mettere a disposizione dei materiali sulle armi non letali in Francia che avevamo preparato per accompagnare la discussione: una panoramica rivolta a presentare le modalità d’uso delle flashball e più in generale delle armi non letali da parte della polizia francese.

Vogliamo inoltre proporre delle riflessioni su quest’impiego di strumenti tecnologici e militari volti a spezzare le forme di organizzazione del conflitto sociale.

Partiremo dalla presentazione di un caso particolare, quello del collettivo “8 juillet” (8 luglio) che prende il nome dall’8 luglio 2009 giorno in cui, a Montreuil – in periferia di Parigi – dopo lo sgombero di uno squat la polizia ha attaccato con i proiettili di gomma una manifestazione di solidali. In cinque sono stati feriti a nuca, fronte e clavicola. Jo ha perso un occhio. Da allora il collettivo “8 juillet” si organizza per fare inchiesta e difendersi della violenza poliziesca sia nelle strade che nelle aule dei tribunali.

Successivamente approfondiremo la tematica dell’arsenale delle armi cosiddette non letali in dotazione della polizia francese e del loro impiego nelle manifestazioni, sottolineando la logica repressiva alla base del loro utilizzo. Per dare un’idea delle loro caratteristiche abbiamo tradotto delle schede tecniche di queste armi.

Questo dossier è composto da diversi testi, materiali e video sottotitolati per cercare di presentare le armi non letali e le logiche che sottendono il loro impiego riflettendo sia sul contesto francese che su quello italiano.
Una versione del testo senza i materiali multimediali ma da leggere e stampare è disponibile in formato .pdf cliccando il formato che preferite…


Leggi l’opuscolo in formato “pagina per pagina”!

Stampa l’opuscolo in formato “libretto” (A5 fronte/retro)!

 Nei giorni in cui le banlieues sembrano infiammarsi ancora in risposta ad ogni sopruso della polizia (post)coloniale, può essere interessante vedere le radici tecniche e storiche dell’armamento massivo a disposizione delle differenti forze dell’ordine transalpine. Il gioco semantico è sempre in primo piano, parliamo infatti di armi che vengono chiamate “non letali” (per i più puntigliosi anche a “letalità attenuata”) per sottolinearne la presunta ridotta pericolosità rispetto al revolver, classico ingrediente delle dotazioni standard. Parliamo di armi il cui uso è stato sperimentato e perfezionato in primis nelle banlieue, il luogo del crimine e della barbarie secondo retoriche che, tolto un velo di trucco, sono le medesime di quelle della francia coloniale e delle “ratonnades” (linciaggi) contro algerini e magrebini nelle vie della ville lumière.

 (La polizia terrorizza, mutila, uccide)

 L’uso di queste armi negli ultimi anni è divenuto ricorrente e ordinario nelle manifestazioni, per accompagnare senza alcun freno inibitore l’intervento della polizia. Proiettili di gomma, granate a frammentazione o assordanti, spray urticanti a lunga gittata, ma anche vere e proprie armi da guerra con carica di tritolo “attenuata” sono i pericoli che chi nelle strade disturba l’ordine pubblico deve schivare sempre più frequentemente. Dalle periferie ai movimenti di lotta, da qualche anno ogni azione deve poter inventare soluzioni per difendersi il più possibile da queste armi. Proiettili che, diversamente da una carica frontale dei celerini, sfrecciano nell’aria silenziosi fino a colpire, ferire, mutilare, uccidere, qualcun* accanto a te: lo stato spara nel mucchio, sulla folla. Questi dispositivi hanno la caratteristica di isolare il bersaglio dal resto della folla (o della situazione), riescono a imporre l’individualizzazione anche negli scontri di piazza, là dove il sentimento di solidarietà si manifesta e la forza collettiva può costruirsi.

 Tutto ciò non risponde solo a una logica di ordine pubblico ma anche a un interesse economico: si tratta di un insieme di prodotti di punta per i settori dell’industria delle armi e delle tecnologie avanzate a uso repressivo. Quest’ambito industriale transalpino è da sempre uno dei più importanti al mondo (come dimenticare gli aerei cargo colmi di materiale per le forze antisommossa tunisine durante l’esplosione della primavera araba, gentile regalo dell’allora ministro della difesa Aillot-Marie al dittatore Ben Ali?).

 Descrivere le tecniche poliziesche del loro impiego e le logiche politiche che le sostengono è importante perchè in Francia queste armi sono divenute rapidamente uno dei pilastri dell’intervento contro i movimenti sociali. Sulla scorta di queste riflessioni non possiamo esimerci dal porci una serie di domande sulla situazione attuale e sull’imminente futuro per quanto riguarda gli scenari italiani. Conoscere le modalità d’uso di questi strumenti è utile, a nostro avviso, anche perché può aiutare a sviluppare delle forme di risposta e di opposizione al loro impiego e al consenso che le accompagna.

Luglio 2009: uno sgombero di mezza estate

Per descrivere come queste armi agiscono nel quotidiano di chi anima le lotte sociali, ritorniamo alle piccole cose, a situazioni che viviamo in prima persona…

Luglio 2009, gli ingredienti di una serata d’estate nella prima periferia di Parigi sono: uno dei tanti sgomberi di uno squat, un presidio di solidarietà e una scaramuccia con la BAC (brigata anti criminalità, sbirri in borghese super equipaggiati e molto aggressivi).

Siamo in un clima teso, mancano anni agli attentati del Bataclan, ma l’allarme terrorista è sempre acceso, per giustificare pressioni, inchieste, carcere. All’epoca la moda repressiva era di demonizzare e colpire l’anarco-autonomo, al centro di diverse inchieste nei confronti del movimento. Proprio per questo per uno sgombero di uno spazio dove una trentina vivevano da qualche mese e in molti di più abbiamo organizzato iniziative, concerti, una radio di quartiere, hanno mobilitato l’elicottero e le forze speciali, calatesi sul tetto come se fossero in astinenza dei film di bruce wills. Ore di attesa per i compagn* in stato di fermo nel commissariato e la sera un presidio già programmato per difendere un’altra casa occupata dall’ennesimo imminente sgombero che diventa una manifestazione contro le espulsioni.

E dopo un fuoco d’artificio e una visita al palazzo della Clinique deserto e difeso da vigili, cani e guardie ecco che all’improvviso ci sparano addosso. I colpi sibilano accanto ma non li senti, ti accucci perché chi era in prima fila ha urlato FLASHBALL. Siamo una trentina, altri sono più indietro. Raul e Igor sono colpiti alla fronte e al petto e si piegano dal dolore, sull’asfalto della piazza del mercato il sangue di Jo esce a fiotti mentre lui si accascia.

Ci inseguono per oltre 500 metri attraverso una grande rotatoria continuando a spararci addosso, colpendo almeno altre due volte, sempre verso la testa. La notte dall’ospedale arriva la conferma, Jo ha perso l’occhio, ma lui e noi con lui non abbiamo perso la voglia di lottare.

Il 13 luglio, 5 giorni dopo, un corteo ripercorre gli stessi luoghi e vengono lette le parole scritte da Jo ancora in ospedale. Per difendersi dalla polizia i manifestanti portano caschi e striscioni rinforzati.

Ecco il video-volantino (attivate i sottotitoli in italiano) del collettivo “8 juillet”:

Il processo dopo l’8 luglio:

Quel giorno la polizia ha sparato a più riprese numerosi flashball: sono stati refertati 6 feriti di cui 5 colpiti sopra la spalla (fronte, nuca, occhio, clavicola, spalla) dove è teoricamente proibito mirare. Secondo i rilievi fatti nel corso dell’inchiesta ci sono almeno 3 poliziotti responsabili degli spari.

Per chiunque fosse stato presente quel giorno è evidente che non si è trattato di un errore, non è un abuso, ma la scelta sistematica della polizia è stata quella di sparare.

I feriti e il collettivo di sostegno si sono confrontati con un processo cominciato nel 2014, la richiesta dell’accusa nei confronti dei poliziotti era “violenze volontarie da parte di persona depositaria dell’autorità pubblica”. Le registrazioni delle loro comunicazioni sono risuonate eloquenti nel tribunale: “Eccoci al poligono di tiro!”

Al termine dell’inchiesta, per ogni sparo è stato identificato un autore e un colpito. Questo solo per quelli che hanno provocato le ferite refertate, mentre quanti altri spari siano stati effettuati non è stato accertato.

La ricostruzione fatta nell’ambito del processo ha stabilito:

– sulla piazza del mercato sono stati individuati tre spari: il primo colpisce Raul in piena fronte, un secondo Igor alla clavicola e nello stesso istante un terzo sempre dello stesso poliziotto colpisce Jo all’occhio.

– qualche minuto più tardi, tre nuovi spari vengono sparati nella piazza a circa 200 metri: Flo è colpita alla gamba mentre corre verso la metro, lo stesso poliziotto colpisce subito dopo Eric al polso sinistro mentre si protegge la nuca con le mani. Invece uno sparo di un altro tiratore colpisce Gab alla schiena sopra il braccio sinistro.

Le udienze del processo di primo grado hanno avuto luogo tra il 21 e il 25 novembre 2016.

Dopo giornate in cui gli avvocati dei poliziotti hanno pesantemente accusato i/le compagn* che hanno fatto ricorso alla giustizia, il giudice ha sancito che il comportamento dei poliziotti coinvolti fosse da punire senza però mettere in causa la loro gerarchia.

Il 16 dicembre, il tribunale di Bobigny (nella regione della Seine-St-Denis) ha condannato i tre poliziotti sotto processo per violenza volontaria con armi. Le pene comminate: 15 mesi di condizionale e 18 mesi di interdizione di porto d’armi per l’autore degli spari al mercato e la conseguente mutilazione di Jo, mentre 7 mesi di condizionale e 12 mesi di interdizione di porto d’armi per gli altri due. Nonostante la richiesta del procuratore, non è stata imposta nessuna interdizione di servizio, i poliziotti sono semplicemente rimasti al loro posto. Questo processo rappresenta tuttavia una relativa eccezione rispetto agli altri casi di ferimento e mutilazione dove nessuna conseguenza penale è stata sancita contro gli sparatori. In questo caso, almeno a livello simbolico, è arrivata una condanna delle azioni poliziesche: in molti altri gli sparatori sono stati assolti per legittima difesa per il solo fatto di confrontarsi con manifestanti, ultras o banlieusard.

Negli stessi giorni del processo, a conferma della quotidiana violenza e brutalità della polizia, grande attenzione era rivolta alle mobilitazioni in seguito all’omicidio di Adama Traore nelle mani della polizia. Lo stesso giorno della sentenza del processo per i fatti dell’8 luglio, i fratelli di Adama Traoré, Bagui et Youssouf, accusati di violenza durante un consiglio comunale a cui partecipavano per denunciare le condizioni della morte del fratello, sono stati condannati rispettivamente a 9 e 3 mesi di carcere, mentre la sua famiglia, impegnata in una lotta per far luce sulle modalità della morte di Adama durante il suo arresto, continua a subire una forte repressione.

L’obiettivo della mobilitazione del collettivo 8 juillet è quello di creare legami tra tutte le realtà e le persone che vengono ripetutamente attaccate dalla polizia, una pratica quotidiana di esercizio del potere. Se le banlieue sono da decenni al centro di un’attenzione repressiva di stampo neocoloniale, dove brutalità, razzismo e impunità sono la regola, anche coloro che partecipano ai movimenti sociali sono ormai nel mirino (nel senso più concreto del termine) delle azioni repressive, in quanto anche gli oppositori fanno parte dei nemici della società.

Nel corso delle mobilitazioni contro la “loi travail” (la riforma del lavoro) tra il 2016 e il 2017, le armi non letali sono state le protagoniste della repressione di piazza. Oltre alle centinaia di lacrimogeni, proiettili di gomma e granate a frammentazione erano utilizzati con sempre maggiore frequenza dalle forze dell’ordine, anche in situazioni “ordinarie” e non solo nelle fasi più tese degli scontri. Ci sono state centinaia di feriti, dei quali alcuni molto gravi, e si è allungata la lista di chi ha perso l’occhio durante le manifestazioni: un sindacalista a Parigi, un ragazzo a Nantes e sicuramente altri meno conosciuti. I manifestanti hanno organizzato dei gruppi di “street medic” per curare i feriti in strada e limitare i danni. Si è diffusa l’abitudine di portare ai cortei casco e maschera da sci per evitare le ferite alla testa. I semplici striscioni vengono poi sempre più spesso sostituiti con teli rinforzati e strutture di legno capaci di resistere ai flashball, per offrire un riparo ai manifestanti.

“Lo stato spara nel mucchio” azione su un murales in centro a Montreuil”

Ecco la traduzione del volantino del collettivo scritto per lanciare la mobilitazione nei giorni del processo contro i cecchini dello sgombero della Clinique prima della sentenza:


Nessuna pace:

7 anni dopo, 3 poliziotti e i loro flashball compaiono

davanti al tribunale amministrativo…

7 anni dopo, quanti feriti, mutilati e uccisi dalla polizia?

La polizia ci ha sparato addosso con il flashball la sera dell’8 luglio 2009 a Montreuil (banlieue di Parigi, ndt), quando eravamo numerosi a manifestare in seguito allo sgombero della “Clinique”, un luogo di organizzazione aperto alla città. Tra le sei persone ferite, cinque sono state colpite sopra la spalla, esattamente dove la polizia non ha l’autorizzazione di mirare. Uno di noi ha perduto un occhio. Cosa rara, 7 anni dopo, tre poliziotti sono infine giudicati al Tribunale di Bobigny dal 21 al 25 novembre.

Il 13 luglio 2009, qualche giorno dopo i fatti, eravamo qualche migliaia a manifestare a Montreuil con davanti uno striscione: “La nostra difesa collettiva non si costruirà in un giorno. Organizziamoci contro tutte le polizie”. Da allora ci siamo organizzati in collettivo e abbiamo incontrato in tutta la Francia molte altre persone colpite dalla violenza della polizia, mutilati dal flashball e dal LBD (fucile spara i proiettili di gomma ndt), parenti di persone uccise dalla polizia. Abbiamo cercato di rendere visibili le nostre storie, unirle tra loro per creare un fronte comune. Fare fronte vuol dire divenire solidali con altri. Inventare e creare strumenti giuridici. Condividere i contatti con avvocati e giornalisti. Prevenire le forme che assumerà l’impunità poliziesca: i comunicati fallaci, le perizie insidiose, i verbali fasulli, gli articoli ingannevoli, le pressioni poliziesche, etc. E, soprattutto, continuare a scendere in strada, organizzare manifestazioni, presidi, concerti di solidarietà. Uscire da quell’isolamento in cui la giustizia, come la polizia, vogliono rinchiuderci.

In quest’ottica abbiamo partecipato, nel novembre 2014, alla creazione di un’Assemblea dei feriti, delle famiglie e dei collettivi contro la violenza poliziesca, emersa durante la mobilitazione in seguito alla morte di Rémi Fraisse (il ragazzo di 21 anni ucciso da una granata di disaccerchiamento della gendarmeria durante gli scontri nella zad del Testet, vicino Tolosa, ndt). L’assemblea riunisce una quindicina di persone che in Francia sono state mutilate da colpi di flashball e LBD, oltre a famiglie e collettivi.

Da sette anni viviamo al ritmo dei morti e dei mutilati. Tra il 1995 e luglio 2009, abbiamo conteggiato una quindicina di persone gravemente ferite per dei colpi di flashball, prevalentemente nei quartieri popolari. Oggi il numero è praticamente triplicato. Contiamo in Francia più di 40 feriti gravi, di cui la maggioranza accecati. Peraltro, l’introduzione delle armi cosiddette a “letalità ridotta” non ha portato ad una diminuzione dei morti. La polizia uccide sempre, in media, una persona al mese.

Il flashball non sostituisce l’arma di servizio. Con quest’arma, come con le granate di disaccerchiamento, le forze di polizia si riabituano a tirare addosso alla gente, mettendo in opera un preciso stile di gestione delle masse: mutilare qualcuno per far paura a tutti. Questa primavera, durante la lotta contro la riforma del lavoro, tutti hanno potuto assistere, in strada o sui video, al grado di violenza della polizia che non ha mai smesso di accerchiare, gasare, picchiare, arrestare, ferire, mutilare e sparare. Granate, LBD40, stato d’urgenza, repressione: queste sono le forme dell’attuale dialogo sociale.

I poliziotti responsabili delle mutilazioni o delle morti sono raramente preoccupati. Nella quasi totalità dei processi che coinvolgono il flashball, i poliziotti hanno beneficiato di una riqualificazione del reato, di un non luogo a procedere o di assoluzioni: si contano solo 3 condanne su una quarantina di casi. Un’impunità che è anche la regola negli affari di omicidio di polizia. L’ultimo esempio questa estate, Adama Traoré, un ragazzo di 24 anni, è morto tra le mani dei gendarmi a Beaumont sur Oise. Il procuratore, senza sorpresa, ha cercato di insabbiare l’affare, omettendo di comunicare gli elementi dell’autopsia. Diverse notti di rivolta, giornate di mobilitazione, una famiglia determinata e un avvocato combattivo sono riusciti a far fallire questa pratica sistematica.

Al processo dei tre poliziotti che ci hanno sparato addosso e mutilato uno di noi, inviteremo altri feriti e amici delle vittime della polizia sulla scena pubblica. Perché se si tratta di ottenere la condanna dello sparatore, questo processo sarà anche l’occasione per far ascoltare ogni storia, di combattere la negazione delle istituzioni, attaccare la catena di comando e svelare la funzione della polizia e delle sue armi.


Per farsi un’idea di come agisce la polizia con i flashball e le loro conseguenze ecco un video che mostra il ferimento di un manifestante a Nantes durante una manifestazione contro la “loi travail”:

Per capire meglio cosa sono e come funzionano le armi non letali che compaiono con frequenza in Francia contro chi a vario titolo disturba l’ordine pubblico, ecco una presentazione sintetica delle principali armi e munizioni utilizzate. I testi e le immagini sono un montaggio realizzato da Prison Break Project di alcuni dossier disponibili nei siti di movimento francesi.

Queste informazioni sono tratte dal dossier “Les armaments du maitien de l’ordre” (le armi del mantenimento dell’ordine) disponibile sul sito: zad.nadir.org.

Le armi per il mantenimento dell’ordine pubblico

 Lanciagranate e flashball

 In Francia il decreto n°795 del 30 giugno 2011 stabilisce la lista delle armi che possono essere utilizzate per la gestione dell’ordine pubblico nel caso di assembramenti in strada o luoghi pubblici e suscettibili di turbare l’ordine pubblico (tramite minaccia alle persone o alle istituzioni). Vi troviamo i lanciagranate da 56mm, i lanciagranate da 40mm, i lanciagranate a “munizioni di difesa”, oltre al fucile a ripetizione di precisione calibro 7,62x51mm.

I lanciagranate che sparano munizioni da 56mm hanno una gittata tra i 50 e i 200 metri (usando generalmente granate lacrimogene, ma anche assordanti o di “disaccerchiamento”) e una cadenza di tiro di 6-8 colpi al minuto. Il Cougar pesa 3,67 kg mentre il Chouka poco meno di 2. I Flashball da 44 mm di calibro (Compact e Super Pro) sono più leggeri e maneggevoli, oltre ad essere dotati di canne doppie. La loro gittata è tra 5 e i 20 metri, allo sparo producono un rumore analogo a un fucile.

Dal 1995, le forze dell’ordine si sono dotate dei Flashball prodotti dalla società Verney-Carron, che sparano palle sferiche di caucciù da 44 mm fino a 30 metri (portata operazionale tra i 7 e i 10 metri). L’uso del flashball si è generalizzato sotto la presidenza di Nicolas Sarkozy tra il 2002 e il 2005 con una distribuzione massiccia alle forze dell’ordine (1270 esemplari in 2 anni) della sua versione Super Pro.

Dopo una campagna mediatica che ha attribuito al Flashball la responsabilità di gravi ferite (fratture, penetrazione nel globo oculare, perdita della vista…), Verney-Carron si è sperticata in un comunicato a discolpa delle proprie armi, definite “non letali”, accusando indirettamente il proprio concorrente svizzero Brügger & Thomet. In effetti, dal 2009, le forze dell’ordine francesi si sono più spesso rifornite del “lanciatore di munizioni di difesa” marca B&T.

Si attribuisce ai Flashball e agli LBD la responsabilità di numerose ferite che hanno portato alla perdita dell’uso di un occhio per 7 persone tra il 2005 e il 2010.

L’LBD 40 è silenziato, con una gittata fino ai 50 m (operazionale tra i 10 e i 30 metri), ha il calcio pieghevole, può essere dotato di un mirino elettronico e pesa poco più di 2 kg.

 Granate di “disaccerchiamento”

Queste granate (chiamate anche DBD, dispostivi balistici di dispersione) producono delle forti detonazioni e si frammentano in sezioni di caucciù e residui metallici che possono conficcarsi profondamente nella cute e causare ferite gravi, finanche irreversibili (sezione di legamenti, nervi…).

All’esplosione proiettano circolarmente 18 proiettili di caucciù oltre alla spoletta metallica, si accompagnano ad una detonazione assordante (più di 150 db), colpendo in un raggio di 10 metri. Possono essere lanciate a mano, ma anche con i lanciagranate, la cui gittata arriva fino a 120 m.

Esse fanno parte dell’arsenale poliziesco dal 2004, quando Sarkozy ne ha annunciato l’adozione, nello stesso momento del Taser. Secondo le raccomandazioni della “commissione nazionale della deontologia e della sicurezza” devono essere utilizzate facendole rotolare al suolo e non gettate dall’alto e solamente “in un contesto di autodifesa ravvicinata e non per il controllo di una folla a distanza”.

 Munizioni per i flashball

Questi proiettili, considerati inoffensivi (a letalità ridotta o attenuata), se colpiscono il viso o le parti sensibili possono comportare, a causa della loro forza cinetica, ferite gravi e mutilazioni. Mentre il proiettile a sinistra pesa 98 grammi, quello a destra 28g ma può raggiungere una velocità di 380 km/h con una potenza di 200 joules.

Taser

 Il Taser x26 è una pistola a impulsi elettrici utilizzata dalla polizia francese dal 2004. Nel 2008 polizia e gendarmeria ne avevano 3.800 e il suo uso è stato autorizzato anche per la polizia municipale. Ha una gittata di 7,60 metri, al contatto con il bersaglio libera onde da 50 mila volt. Quest’onda elettrica blocca il sistema nervoso provocando una rottura elettro-muscolare. Oltre a causare bruciature e danni cardiaci, il Taser può portare alla morte, com’è già spesso accaduto.

Le ferite delle armi non letali

Dall’introduzione di queste armi, i casi di gravi mutilazioni e di morti dovute agli interventi della polizia e della gendarmeria si sono susseguite. Le persone colpite e ferite si sono organizzate in realtà politiche, come “l’assemblea dei feriti”, che cercano di diffondere informazioni e aiutare le persone colpite ad autodifendersi e denunciare anche in tribunale la polizia.

Altre realtà hanno creato e diffuso dossier per sensibilizzare le persone sulla pericolosità delle armi non letali e mostrare i loro effetti sul corpo. Eccone un esempio tratto dal dossier sulle violenze poliziesche dell’associazione ACAT (acatfrance.fr/violences-policieres):

In Francia l’azione delle armi non letali si abbatte quotidianemente su chi partecipa a manifestazioni e lotte sociali. I ferimenti dei manifestanti sono ormai divenuti ordinari e molto spesso accettati dall’opinione pubblica e politica sempre in prima linea per “fermare i violenti”. Quando accade l’irreparabile con la morte di un manifestante ecco che si attivano potenti canali di mistificazione, menzogna e giustificazione preventiva volti a limitare le critiche all’operato di polizia e a legittimare le logiche di ordine pubblico.

Quando nel 2014 Rémi viene ucciso da una granata di disaccerchiamento vediamo in azione questo dispositivo, ricorrente anche in casi analoghi: fino a quando si può si cerca di negare e insabbiare l’accaduto, poi inizia la demonizzazione del “violento” che se l’è cercata. Solo se la determinazione riesce a far emergere con forza le condizioni dell’attacco poliziesco possono essere prese delle iniziative a livello giuridico e, molto raramente, politico.

In questo caso solo dopo settimane il poliziotto autore del lancio della granata omicida è messo sotto inchiesta, mentre, come sempre, non viene chiamata in causa la catena di comando legata alla gestione dell’ordine pubblico. Qualora delle iniziative politiche vengano messe in atto, esse sono nella più parte dei casi simboliche, limitate e temporanee. Le granate di disaccerchiamento sono state “messe in soffitta” per qualche mese dopo questo episodio, rapidamente sostituite da altri ordigni e novità tecnologiche, per poi ritornare a disposizione della polizia nel corso del secondo anno della mobilitazione contro la loi travail nel 2016.

Qui alcuni estratti da un testo che racconta l’atmosfera di quei giorni e la vicenda dell’inchiesta sulla morte di Rémi. Il testo integrale è disponibile qui !


Parigi, 3 novembre 2014

Domenica 26 ottobre un messaggio illumina il display del cellulare: “dopo la manifestazione di ieri alla ZAD del Testet è morto un compagno nel corso di scontri con gli sbirri in circostanze non chiare, appuntamento alle 19 a Saint Michel; fate girare”.

Questo lo stringato testo con cui la morte di un manifestante irrompe a Parigi avvisando alcuni tra coloro che si mobilitano sulle lotte nella capitale.

La ZAD del Testet è un terreno nel sudovest, vicino a Tolosa, dove il governo e alcuni grandi coltivatori vogliono costruire una mega diga per consentire la produzione intensiva del mais. Il tutto distruggendo un ecosistema (chiamato “zona umida”) ricca di specie rare, ma soprattutto devastando il volto del territorio, espropriando terre e imponendo la logica della “grande opera” come sola espressione dell’uso capitalista di un milione e mezzo di metri quadri di campagna, alberi, vite e villaggi.

Il giorno precedente, sabato 25 una grande manifestazione si è svolta nelle zone coinvolte dai lavori, cominciati con l’abbattimento di centinaia di alberi a suon di attacchi polizieschi sistematici a chi si oppone al progetto.

Ricevuto il messaggio inizia la ricerca d’informazioni sulla vicenda: un morto è una botta che stringe lo stomaco, il pensiero corre ai precedenti, a quando proiettili della polizia spezzano vite o infami lame fasciste ci sottraggono i nostri compagni. Una morte è l’irreversibile che ti si scaglia contro e la necessità di fare qualcosa per non subire in silenzio l’ennesima goccia di sfruttamento.

Nelle prime ore la sola notizia ufficiale è la scialba parola poliziesca: “un corpo di un giovane è stato trovato verso le 2 di notte nella zona interessata dal cantiere della diga del Testet”, il tanfo di menzogna si eleva subito mentre i primi racconti dei compagn* presenti sul posto parlano di una notte di scontri, di feriti, di pioggia di flashball e granate e di campi ricoperti dalla fitta nebbia dei lacrimogeni mentre sono illuminati dai proiettori della polizia alla ricerca dei resistenti.

Il primo appuntamento è per vedersi e per capire un po’ meglio la situazione, il cielo scuro avvolge il centro parigino mentre, a pochi metri dalla fontana di s. michel, il ponte verso l’isola della cité è bloccato dalle camionette pronte a reagire. Gli interventi attaccano la polizia, le conferme ufficiali non ci sono, dev’esserci ancora l’autopsia, ma l’omicidio di stato emerge già: da sempre la polizia uccide in Francia, soprattutto nei quartieri popolari; nei momenti di lotta usa con sempre maggior frequenza un arsenale di armi dette non letali che hanno lo scopo di terrorizzare, mutilare e talvolta uccidere. (…)

L’indomani comincia la strategia coordinata di governo e media: dopo le menzogne della prima ora che parlavano di un cadavere trovato per caso in un bosco invece che di un corpo recuperato dai celerini in mezzo agli scontri intriso di sangue e trascinato come un sacco dietro le loro linee. Mentre la tesi di un assassinio con l’uso di granate o flashball inizia a prendere corpo grazie alle testimonianze dei presenti sui luoghi degli scontri, il procuratore incaricato dell’inchiesta sceglie accuratamente le parole: “ferito da un’esplosione” aggiungendo che gli inquirenti si muovono per “verificare il contenuto dello zaino” di Rémi. Il gioco è semplice, non potendo più negare la circostanza della morte legata alle iniziative di lotta, la volontà è trasformare in pericoloso blackbloc il ragazzo ucciso. Per due giorni il contenuto del suo zaino è stato al centro di allusioni dei media imboccati dalle dichiarazioni poliziesche fino a quando l’analisi tecnica ha trovato tracce di TNT, l’esplosivo militare contenuto nelle granate offensive della polizia.

Rémi è stato assassinato dal governo socialista che continua i progetti giganteschi al servizio del profitto e dai suoi sbirri che schiacciano, mutilano, uccidono chiunque non accetti battendo le mani una vita di sfruttamento. (…)

Rémi aveva 21 anni e, appassionato della natura, ha incrociato l’esperienza umana e di lotta delle ZAD. È stato ucciso dalle armi della polizia francese, beffardamente chiamate non letali. Poteva essere chiunque di noi, tra chi resiste ai piccoli e grandi soprusi quotidiani. Quella notte Rémi ha visto i bagliori delle granate della polizia e annusato l’aria impregnata dai lacrimogeni. Chi era con lui l’ha visto allontanarsi verso coloro che resistevano agli attacchi polizieschi esclamando: “Allez! Il faut aller!”

Bisogna andare e bisogna esserci, dicevi, adesso sta a noi continuare.

 È stato poi accertato dall’inchiesta che Rémi è stato ucciso da una granata di disaccerchiamento che è esplosa dopo essersi incastrata tra il suo zaino e la schiena. Le tracce di esplosivo nello zaino lacerato dall’esplosione erano quelle della granata gettata dalla gendarmeria come una bomba a mano verso i manifestanti. L’autore del lancio è stato ascoltato dal giudice in qualità di testimone ma non è stato accusato di alcuna mancanza tale da giustificare il suo processo. Il governo ha sospeso, in via cautelare, qualche giorno dopo i fatti di Sivens (ottobre 2014) l’autorizzazione ad impiegare questo specifico tipo di granate in contesti di ordine pubblico. Granate molto simili sono però correntemente in uso e sono arrivate ad un soffio da uccidere ancora in diverse occasioni, come nel maggio del 2016 durante le manifestazioni parigine contro la riforma del diritto del lavoro: Romain è stato ferito alla testa (frattura e sfondamento della scatola cranica) e si è ripreso solo dopo oltre una settimana di coma.

La logica legata all’impiego delle armi non letali in ambito di ordine pubblico si basa sia sulla loro possibilità di ferire delle persone isolandole dal resto dei manifestanti che soprattutto sulla paura che riescono a imporre su tutti/e quelli che partecipano alle mobilitazioni. In questo senso l’esibizione costante dei fucili flashball da parte di poliziotti e gendarmi gioca proprio il ruolo di configurarsi come minaccia permanente che può colpire chiunque. Questo aspetto è stato sottolineato da Pierre Douillard-Lefevre nel libro che ha scritto (L’arme à oeil) dopo aver perso un occhio durante una manifestazione universitaria:

“è in un paradosso che risiede la filosofia di queste armi: il package sub-letale del Flash-Ball e delle sue declinazioni banalizza l’atto stesso di fare fuoco, deresponsabilizzando il tiratore e insieme aumentando considerevolmente il potenziale mutilante della polizia. Il LBD 40 offre la certezza a chi lo utilizza di poter colpire precisamente il suo bersaglio. Per loro diametro le palle in caoutchouc di queste armi non perforano la pelle ma la loro forza cinetica percuote il corpo con una violenza considerevole: possono danneggiare un fegato, rompere una mascella, fermare un battito cardiaco (come successo a Mostefa Ziani nel 2010), traumatizzare il cervello o far esplodere un globo oculare. In qualche anno le palle di queste due armi hanno ferito migliaia di persone e ne hanno mutilato definitivamente diverse decine.

L’efficacia di queste armi è anche dovuta alla forza semantica del concetto di non letalità, inteso come strumento tecnologico di riduzione del danno e dunque percepito come tale dall’opinione pubblica, come scrive ancora Pierre Douillard-Lefevre:

La guerra securitaria in corso è anche una guerra semantica, a partire dal lessico poliziesco. Come l’espressione “gestione democratica delle folle” (utilizzata per designare la repressione), il “Lanciatore di palle di Difesa (LBD)” è un capolavoro di creatività, a metà tra il linguaggio burocratico, l’operazione di marketing e la propaganda poliziesca. Si tratta, innanzitutto, di occultare che un fucile dotato di visore militare, conosciuto per sparare delle palle di caoutchouc su dei civili è, per definizione, un’arma offensiva. Secondo i promotori l’arma non spara ma “lancia”, non è un’arma da fuoco ma uno strumento “subletale” o a “letalità ridotta”, oggi più pudicamente nominato “mezzo di forza intermediaria”.

Questa retorica attorno alle presunte migliorie delle armi cosiddette non letali se date in dotazione delle forze dell’ordine, accompagnata dalla solita cieca fiducia nelle evoluzioni tecnologiche, si ritrova anche al di fuori del confine francese come ritornello utilizzato da chi vuole diffonderne il ricorso anche in altri contesti.

In questo video, composto da estratti che abbiamo montato e tradotto da un servizio della tv francese, alcuni feriti dalla flashball testimoniano sulla loro esperienza, prima si vedono le unità della polizia impegnate negli addestramenti con queste armi (in caso selezionate i sottotitoli in italiano)


 E in Italia?

 Il ricorso alle armi non letali in Italia è da anni al centro di un dibattito che vede protagonisti i partiti politici, le varie autorità delle forze dell’ordine e le loro organizzazioni sindacali. La retorica è basata sulla presunta necessità di uniformare la dotazione nostrana a quella delle altre forze dell’ordine europee, oltre alla cieca fiducia nelle innovazioni tecnologiche.

Il paradigma narrativo seguito è, a nostro modo di vedere, duplice.

L’obiettivo dichiarato è quello di reagire ad una “supposta” recrudescenza dello scontro sociale in piazza e alla “sempre maggior violenza di manifestanti e criminali”, rendendo più efficace le azioni di ordine pubblico. In modo più sfumato, vi è tuttavia anche la volontà di far breccia e sedurre anche coloro che auspicano una “smilitarizzazione” delle forze dell’ordine.

Si sostiene da più parti che il “rinnovamento” dell’equipaggiamento in dotazione alle forze dell’ordine sia volto a proteggere e tutelare sia gli agenti che, soprattutto, i manifestanti. Come dimostra questa intervista ad un ex giudice della Cassazione, esperto di legislazione sulle armi, comparso sul sito del Consap, sindacato di polizia[1], le armi “a letalità attenuata” come flashball e, nello specifico, il taser, servirebbero a tutelare maggiormente i “cittadini” e tutti quelli che incappano nelle maglie degli agenti di polizia. Il taser fa male? Sì. Può essere pericoloso? Certamente. Può causare traumi, può ledere organi interni, causare paralisi, infarti, può, se utilizzato in modo improprio o contro persone meno resistenti, portare perfino alla morte. Sicuro. Ma è meno letale di un revolver. Dunque, secondo questa tesi, il taser servirebbe sia a rendere più efficace l’azione delle forze dell’ordine che a rendere meno letale la loro azione nei confronti dei loro obiettivi.

Niente di più falso. Innanzitutto non si intende sostituire il revolver con la pistola elettrica, bensì aggiungere semplicemente un’arma, fra l’altro potenzialmente mortale, all’operatore di polizia, e quindi aumentare, non diminuire, la sua potenzialità offensiva. In secondo luogo, come dimostrano i dati provenienti da nazioni il cui utilizzo è piuttosto rodato, quali gli Usa, i feriti ed i morti da intervento di polizia aumentano (secondo le fonti di Amnesty International[2] dal 2001 al 2012 negli Usa ci sono stati almeno 500 morti a seguito del taser). La ragione è piuttosto ovvia: da una parte le armi da fuoco continuano ad essere utilizzate con frequenza, dall’altra dotando i poliziotti di dispositivi che si definiscono “quasi inoffensivi” e letali “solo se usati in modo improprio”, se ne legittima e quindi incentiva l’utilizzo, con lo stesso meccanismo della “banalizzazione dell’atto di sparare sui manifestanti” descritto per il caso delle flash ball francesi.

Lo stesso ex giudice della Cassazione lamenta la mancata attuazione, da parte governativa, dell’articolo 8 del decreto 119/2014 (c.d. decreto legge “stadi”, convertito in legge nell’ottobre 2014), il quale dava avvio della sperimentazione della “pistola elettrica” taser da parte delle forze dell’ordine.

“D.L. 119/2014, Art. 8 comma 1-bis. Con decreto del Ministro dell’interno, da adottare entro trenta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, l’Amministrazione della pubblica sicurezza avvia, con le necessarie cautele per la salute e l’incolumità pubblica e secondo principi di precauzione e previa intesa con il Ministro della salute, la sperimentazione della pistola elettrica Taser per le esigenze dei propri compiti istituzionali, nei limiti dì spesa previsti dal comma 1, lettera a)”

In effetti, a seguito della conversione in legge del suddetto decreto risulta formalmente possibile in Italia dare il via a delle sperimentazioni d’impiego del taser. Se ciò non è ancora avvenuto appare conseguenza più della “macchinosità” burocratica e degli imperativi di contenimento della spesa pubblica, che di una reale volontà politica. Essa infatti si era già espressa anche a livello giuridico in favore dell’adozione di queste armi non letali, e in prospettiva, quindi, anche di altre.

 La volontà di dotazioni di armi non letali è stata formulata, infatti, in numerose occasioni: alcuni sindacati ne hanno più volte richiesto l’adozione, in particolare il destrorso Coisp autore delle vigliacche provocazioni alla famiglia Aldrovrandi. L’ex capo della Polizia Pansa ne era un fervente sostenitore per cambiare paradigma di gestione delle folle, trovando sponde politiche nei vari partiti, al governo e all’opposizione.

Un testo redatto da due alti dirigenti della polizia in collaborazione con un ricercatore sociale, “arricchito” da una prefazione proprio di Pansa, raccoglie le statistiche sull’impiego di uomini e mezzi e sui feriti tra le forze dell’ordine del decennio 2005-2015[3]per offrire all’opinione pubblica la narrazione dell’incremento sistematico della violenza nel corso delle manifestazioni di piazza e dettagliare le possibili innovazioni da adottare urgentemente. Il tutto condito con un classico caso d’impiego strumentale delle statistiche per rendere inattaccabile tale posizione[4].

L’Associazione Funzionari di Polizia (Afdp), basandosi proprio su questo scritto, ha fatto richieste precise: “Mancano strumenti per limitare contatti con violenti a cortei. Task force antisommossa, scudi in kevlar più leggeri e resistenti, la possibilità di utilizzare proiettili di gomma e fucili marcatori per tenere lontani ed identificare i violenti: i poliziotti chiedono al governo una serie di investimenti e di misure per migliorare la gestione dell’ordine pubblico. La Polizia risente oggi della carenza di strumenti utili a limitare le occasioni di contatto con i manifestanti» durante i cortei (Comunicato Ansa della Afdp, Roma, 27.10.2015)

Proprio dal 2015 si è aperta in Italia la possibilità di equipaggiare le forze dell’ordine con armi non convenzionali individuali: dispositivi di gas al peperoncino sono stati dati in dotazione a polizia e carabinieri dopo che per qualche anno sono stati sperimentati da diversi corpi di polizia municipale.

Come accaduto con l’introduzione e diffusione dello spray al peperoncino, ciò può essere replicato con altre armi non letali. Il taser e i proiettili di gomma sono quelle più volte richieste da politici e forze dell’ordine (per trasparenza si possono segnalare i dubbi espressi, sempre nel 2015, dalla Silp-Cgil sull’adozione del Taser) e non sorprenderebbe nessuno se in tempi anche relativamente rapidi la situazione si dovesse evolvere in questa direzione. L’ostacolo maggiore, oltre all’inquadramento normativo del loro utilizzo nelle missioni degli agenti incaricati di servizio pubblico, risulta essere l’aspetto economico legato all’acquisto del materiale e alla formazione del personale.

Disarmiamo la polizia, disarmiamo l’economia

 

Si può inoltre fare riferimento alla gendarmeria europea (Eurogendforce) che, in prima linea in particolare nel fronte del contrasto alle migrazioni può, da regolamento[5], essere impiegata anche in situazioni di manifestazioni di piazza.

Inoltre, durante le esercitazioni di questa forza dell’ordine europea, che vedono spesso l’Italia come luogo privilegiato (basti pensare che una delle sedi più importanti si trova a Vicenza, stretta tra due delle più grandi basi militari americane nella Penisola) si è già visto in azione un vasto arsenale di armi non letali.

Queste esercitazioni consentono un addestramento misto tra forze armate dei diversi paesi europei e sono un momento di sperimentazione che ha la finalità di valutare l’adozione futura delle armi utilizzate.

Se al giorno d’oggi le armi non letali non sono ancora pienamente iscritte nella dotazione ordinaria delle forze di polizia è tuttavia in atto un processo di avvicinamento e sperimentazione alla loro introduzione nel contesto italiano. Già da qualche anno si possono segnalare dei casi di introduzione a titolo temporaneo di nuove tecnologie impiegate nell’ordine pubblico ben sapendo che lo stadio della sperimentazione non è null’altro che il primo passo dell’adozione, poiché non si torna indietro una volta sdoganata una nuova tecnica.

Il paradigma del ricorso ad armi non letali è un terreno nel quale l’investimento tecnologico di ricerca e sviluppo ingegneristico propone innumerevoli soluzioni a diverse problematiche. Esistono numerosi gruppi di ricerca indirizzati a sviluppare nuove armi e nuove tecniche per il controllo del territorio e per offrire nuovi strumenti alle forze dell’ordine. Si possono citare in particolare le evoluzioni nel campo dell’uso del suono come strumento repressivo e le notevoli innovazioni nel campo del controllo a distanza con droni e tecnologie varie indirizzate a monitorare comunicazioni e spostamenti[6].

L’adozione delle nuove armi tuttavia non è assolutamente un ambito a sé stante nell’organizzazione della repressione. Gli stessi membri delle forze dell’ordine accompagnano la propria lista degli acquisti auspicati per incrementare le dotazioni tecniche con numerose sollecitazioni a riforme che consentano più margine di manovra nelle operazioni di ordine pubblico e nell’identificazione e fermo dei sospetti. L’arresto in differita, recentemente utilizzato nel corso delle manifestazioni di Torino contro il G7[7], ne è uno tra gli esempi più recenti.

Tutti detestano la polizia

 

La logica legata all’adozione di nuove armi nel contesto dell’ordine pubblico si alimenta della fede nella presunta neutralità della tecnologia che propone “senza dubbio” delle migliorie. Coniare il termine di “non letalità” è in questo senso particolarmente interessante: accanto alla continua produzione di armi sempre più mortali si affianca la ricerca di una “micidiale non letalità” il cui obiettivo è di coniugare una potenza sempre crescente con la promessa di non produrre la morte o quantomeno assicurare una “letalità attenuata”. In questo terreno l’innovazione tecnologica diviene, in quanto tale, lo strumento più adatto e “avanzato” per operare nell’ordine pubblico: isola gli individui da colpire e li mantiene a distanza salvaguardando gli agenti. Quando la tecnologia è appropriata, approvata e il suo impiego è previsto, se qualcosa va storto la colpa è forse dell’esemplare difettoso o più spesso del bersaglio che, muovendosi, ha causato conseguenze non previste. E coloro che manipolano queste armi possono godere di una deresponsabilizzazione, in quanto, nonostante siano, in potenza, assassini e mutilatori, si limitano ad essere semplici operatori.

Si possono vedere delle analogie tra l’impiego delle armi non letali e la banalizzazione nel loro impiego quotidiano che richiamano le modalità di uso dei droni da combattimento. I droni, gioielli di tecnologia avanzata, possono teletrasportare bombe a migliaia di km di distanza dall’operatore che, premendo un pulsante, assiste allo schermo alle conseguenze di questo minimo gesto: il dare la morte. La tecnologia incorporata nel drone è una sorta di garanzia della sua efficacia e chi poi materialmente lo aziona non si sente, ne può esserlo, giudicato per degli eventuali errori. È la fiducia nell’affidabilità della tecnologia che consente la deresponsabilizzazione di chi le manipola; un altro esempio è quello delle prove legate al Dna, considerate granitiche per antonomasia senza mai prendere in conto i possibili errori o le manipolazioni.

L’impiego delle armi non letali e soprattutto i contesti in cui esse vengono più spesso utilizzate richiamano da vicino la logica di guerra. Tengono a distanza, rendono inoffensivi, disperdono, mettono fuori combattimento i nemici pubblici nel fronte interno del mantenimento dell’ordine, pubblico o costituito che sia. Le retoriche di criminalizzazione e demonizzazione delle varie categorie sociali divenute bersaglio mobile di granate e proiettili di gomma sono necessarie per giustificare tale impiego: non verso i democratici cittadini modello ma contro i teppisti, gli ultras, i blackbloc, le bande di periferia.

La consapevolezza di questo cambio di passo nella strategia della repressione statale deve spingerci ad affrontare al meglio la battaglia contro queste ed altre armi che il capitalismo scatena sempre più contro i corpi indocili di chi non si arrende e vuole cambiare con la lotta lo stato di cose attuale. È un fatto che tecnologia e tattiche di tipo militare vengano brandite e prendano sempre più piede, appena un po’ mascherate da retoriche ipocrite nella repressione dell’antagonismo sociale e politico. E questo a prescindere dal differente colore dei governi e dalla latitudine geografica in cui ci si trova. È un processo in atto che coinvolge gli apparati istituzionali delle “democrazie” europee ed extraeuropee. Ma così come le “armi non letali” sono volte a individualizzare, terrorizzare, mutilare e disperdere il dissenso sociale, così i movimenti, gli antagonisti, i compagni e le compagne possono reagire facendo “fronte comune”. È necessario, oltre alla diffusione di conoscenze, approfondimenti e riflessioni, organizzarsi, creare vincoli e trasversalità tra realtà diverse che possano agire su tutti i campi possibili. E tutto ciò a partire proprio da quelle realtà politiche e sociali che sono l’obiettivo delle nuove e vecchie armi di repressione poliziesca, come nell’esempio delle assemblee delle vittime della violenza delle polizia promosse dal “collettivo 8 luglio”.

Armi non letali…col cavolo! La polizia uccide!

 Le frasi e le immagini che accompagnano il testo sono tratte dai manifesti realizzati dal collettivo “huit juillet”.

Questo opuscolo è stato realizzato grazie ad una serie di contatti e collaborazioni.

Bisogna ringraziare per l’occasione di approfondire questo tema i compagni e le compagne di Alte/Reject per aver organizzato una serata di discussione al circolo la Mesa di Montecchio Maggiore (Vicenza) sulla repressione dei movimenti e l’impiego delle armi non letali.

Lollo ci ha aiutato con il lavoro di preparazione dei materiali video e grafici.

Le riflessioni sulla situazione francese sono proposte da alcune realtà di movimento transalpine oltre a derivare dall’esperienza diretta.

Vogliamo ringraziare in particolare il collettivo 8 juillet – Se défendre de la police di Montreuil per averci fornito molto materiale utile che potete trovare (in francese) su: collectif8juillet.wordpress.com.

Errico ha tradotto estratti del libro di Pierre Douillard-Lefevre (L’arme à œil, Le bord de l’eau ed., 2016) mettendoli gentilmente a disposizione.

Prison Break Project

Note:

[1]          consaproma.wordpress.com (post del 10/08/17).

[2]          http://www.amnesty.org/en/latest/news/2012/02/usa-stricter-limits-urged-deaths-following-police-taser-use-reach/

[3]Si tratta di: Armando Forgione, Roberto Massucci, Nicola Ferrigni Dieci anni di ordine pubblico, eurlink, 2015.

[4] Come esplicitato nell’articolo di Enrico Gargiulo disponibile qui : www.lavoroculturale.org/dieci-anni-ordine-pubblico.

[5] Trattato di costituzione di Eurogendfor, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 14 Maggio 2010, art.3: “Eurogendfor potrà essere utilizzata al fine di: a) condurre missioni di sicurezza e ordine pubblico; (…) c) assolvere a compiti di sorveglianza pubblica, gestione del traffico, controllo delle frontiere e attività generale d’intelligence; (…) e) proteggere le persone e i beni e mantenere l’ordine in caso di disordini pubblici”.

[6] Si possono citare i testi Il suono come arma di Juliette Vocler e Teoria del drone di Grégorie Chamayou, entrambi editi da DeriveApprodi.

[7]La vicenda è descritta qui : http://www.infoaut.org/approfondimenti/arresto-in-flagranza-differita-di-quale-sicurezza-ci-parla-l-arresto-di-andrea.

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