Stati generali dell’esecuzione penale

Stati generali dell’esecuzione penale

È questo il pomposo titolo con cui il 19 maggio il ministro della giustizia Andrea Orlando ha inaugurato l’omonimo convegno.

Un titolo appariscente e un programma impegnativo lungo sei mesi, per un “ampio e approfondito confronto” attorno a 18 tavoli tematici sui temi più scottanti del carcere, che dovrebbero, in autunno, trasformarsi in nuove regole con cui riformare il sistema dell’esecuzione penale. Ossia la detenzione in carcere e le altre misure di “controllo penale esterno” o misure interdittive (domiciliari, firme, sorveglianza speciale e le molteplici misure alternative).

Non solo gli “addetti ai lavori”, il ministro ha assicurato che vi parteciperà anche il cella-penitenziariamondo della cultura, dell’economia, dello spettacolo e del volontariato. Tanti parteciperanno. Saranno assenti soltanto quelle e quelli che le brutture del carcere le sentono sulla pelle, nella testa e nella pancia.

I 18 tavoli discuteranno di architettura carceraria, affettività, lavoro, stranieri, madri detenute con figli e figlie in tenera età, istruzione, salute, giustizia riparativa, insomma di tutti gli aspetti della vita carceraria, lineamenti importanti, essenziali, decisivi della detenzione. Una discussione che attraverserà chi il carcere non l’ha mai provato.

Che faranno? Scriveranno regole belle, brutte, inutili, … comunque scriveranno regole che non modificheranno di nulla la sofferenza imposta dal sistema carcerario che toglie la libertà, dal sistema penale che annienta. E poi quelle regole nemmeno verranno mai messe in pratica. Ne è prova il Regolamento penitenziario varato nel 2000 (DPR 30 giugno 2000, n. 230) pieno di belle parole, pieno di “diritti” per i detenuti, mai messe in pratica. Lo sa bene chi è stato in galera che il modo certo per avere uno schiaffo da una guardia è nominare la parola “diritti”.

Eppure questi sapienti dovrebbero sapere che un secolo fa un uomo politico rimbrottando i parlamentari che discutendo di carcere dicevano un sacco di corbellerie, li apostrofò: “bisogna esserci stati”; quasi mezzo secolo più tardi un altro uomo politico, sempre per ammonire altri parlamentari che dicevano sul carcere le stesse sciocchezze di 50 anni prima, si rivolse loro dicendo: “bisogna esserci stati”. Il primo si chiamava Filippo Turati il secondo Piero Calamandrei, non erano estremisti, ma erano consapevoli che le sofferenze e le devastazioni umane che il carcere produce le può raccontare solo chi le ha provate e a loro volevano dare la parola. Per raccontare l’affievolimento dei sensi, la depressione sempre in agguato, l’ansia che corrode, la maledizione della mattina, l’urlo soffocato della sera, la testa che scoppia nel silenzio, il rumore della luce, il fracasso che infrange il sogno…

Di questo non si parlerà. Quindi non si parlerà di nulla. Poiché non ci sarà la voce e il grido di chi è massacrato da quella “pena”. Hanno pensato di sopperire a questa mancanza decisiva con il luogo del convegno: il carcere di Milano Bollate.

Ma non hanno capito una cosa: le mura di un carcere parlano soltanto a chi tra quelle mura è stato o è ancora rinchiuso. Non dicono nulla a chi discetta sulla “pena” mai provata e sulla rieducazione che deturpa.

Forse “Stati Generali” riecheggia quelli convocati l’8 agosto 1788 da Luigi XVI allo scopo di raggiungere un accordo tra le classi sociali idoneo a risolvere la grave crisi politica, economica, sociale e finanziaria che affliggeva da anni la Francia. Ma tra questi “Stati” non era stato chiamato il quarto stato, il proletariato. Fu così che da allora, questi proletari– e quindi anche noi- decisero di prendere nelle loro mani i propri destini e muoversi autonomamente; i due secoli successivi sono lì a raccontarlo. Anche per il carcere sarà così.

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17 Maggio 2015 a Napoli presentazione “Cos’è il carcere”

Domenica 17 Maggio 2015  a  Napoli presentazione “Cos’è il carcere” ore 18  ex OPG Je So’ Pazzo Via  Imbriani 218, Napoli 11261928_661196997320300_1185512538347381580_n    “Cos’è il carcere” è uno di quei libri da rileggere più volte per poterne scoprire un senso sempre nuovo. La trama sottile e delicata del racconto soggettivo della vita da prigioniero, fa da contraltare alla forza di un’analisi politica che non può non leggere quest’istituzione all’interno di un sistema sociale che produce e perpetua sfruttamento ed esclusione.

Il carcere è un Non-luogo che per il suo solo esistere produce immediatamente una serie di contrapposizioni ineludibili: il dentro e il fuori, il noi e il loro, il me e gli altri.

Sopravvivere si può se non si lascia scivolare via il ricordo di cosa c’è che ti attende al di là delle mura: le relazioni affettive, le abitudini di vita, il senso di appartenenza a una collettività e a una parte politica che sono spesso l’iniettore di forza di questa resistenza.

Così ci si aggrappa a tutto ciò che è fuori e a chi aspetta con la propria stessa impazienza il momento della scarcerazione, scrivendo, mantenendo strenuamente il contatto con la vita che scorre all’esterno, ancorandosi a quei ricordi e a quegli obiettivi che la routine della prigionia inevitabilmente altera o rischia di spazzare via.

Sopravvivere si può se si costruiscono e cementano legami di fratellanza e di comunità fra chi si trova dallo stesso lato dei cancelli; se non ci si rassegna a subire inermi la violenza della parte avversaria, quella che la sua sfida eterna e senza tregua te la lancia non appena varchi la soglia della prigione cogliendoti solo ed impreparato, quella che ti lascia scegliere soltanto se provare a salvarsi o soccombere, se tenere alta la testa o lasciarsi annichilire.

Si intessono così relazioni intense fra compagni di viaggio con storie diverse e spesso incontrati per caso, quelli con cui provare a dividersi il dolore, nonostante la consapevolezza che ci si trova inevitabilmente soli a fare i conti se stessi. Sono i compagni che ti affiancano e verso cui ti senti in colpa quando arriva il giorno della libertà e devi lasciarli là dentro, separartene come se si trattasse di un abbandono.

Infine, sopravvivere si può se ci si allea con quella parte di sé che vuole farcela e che non rinuncia a lottare; quella che alla sospensione e alla negazione del tempo, alla limitazione dello spazio, alla violenza sui corpi, alla frustrazione, all’abulia e alla depressione vuole sopravvivere e controbattere. Così scorrono i giorni nell’addomesticamento del dolore e nella tensione continua della lotta all’istituzione carceraria, nell’incessante desiderio e nella pianificazione della rivolta e dell’evasione.

Si impara di giorno in giorno a riappropriarsi dei propri sensi, a leggere ogni rumore e ogni silenzio, a fare dei corridoi i luoghi non calpestati della socialità e della comunicazione. Si impara ad ignorare il ronzio della luce che è qualcun altro a decidere se tenere accesa o spenta. Si impara a fare dei ritmi imposti e della routine gli scogli a cui ancorarsi per non lasciarsi andare allo smarrimento.

Dal carcere si esce, ma come si esce da una trincea: mutilati per tutto ciò che per troppo tempo è stato negato con la forza, con il fardello pesante della memoria di ciò che è stato, degli incubi che sai già che non ti abbandoneranno, del marchio a vita di chi è stato dentro.

In tempi i cui la popolazione carceraria aumenta esponenzialmente di pari passo con il tasso di suicidi e di tentati suicidi, in tempi in cui la cultura del carcere addomestica i prigionieri addestrandoli incessantemente all’individualismo, alla delazione, al disciplinamento e alla premialità per “buona condotta”, sempre più diffuse e impalpabili sono quelle forme di limitazione della libertà definite come “misure alternative di detenzione”, che portano l’istituzione anche al di fuori delle proprie mura, camuffandola e rendendola più difficilmente riconoscibile e avversabile.

Ritessere il rapporto fra dentro e fuori ora che è l’istituzione stessa a rompere questa compartimentazione è condizione necessaria per rafforzare la lotta al carcere, ma soprattutto al modello sociale che grazie ad esso è perpetuato e cristallizzato nel tempo: quello della “separazione fra classi operose e classi pericolose”, quello che assorbe alcuni in un sistema di produzione basato sullo sfruttamento e che al tempo stesso ne rigetta molti altri, gli esclusi, gli alienati.

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13 maggio 1939, quanti stati erano dalla parte dei nazisti?

13 maggio 1939. La furia nazista imperversava e riempiva di corpi i capi di sterminio. Le retate contro ebrei e asociali erano quotidiane.

Quel 13 maggio un gruppo di circa 900 donne e uomini ebrei si imbarcarono su un transatlantico l’ “SS St.Louis“. Nella Germania, nonostante il ferreo controllo nazista, vi erano dei personaggi dell’ambasciata cubana (una dépendance statunitense) che offrivano visti per entrare negli USA a 200-300 dollari ciascuno, circa 2.000, 3.000 al cambio di oggi.

Arrivati a Cuba i profughi nelle navi avrebbero ricevuto il visto per l’ingresso negli Usa. Ma quei/quelle novecento persone non ricevettero il visto. Il transatlantico transitò per molti porti nord americani e canadesi, ma ricevette sempre un diniego. dopo oltre un mese, alla metà di giugno, dovette tornare in Europa e attraccare nel porto di Anversa da dove molti fuggirono nei paesi europei, tra mille difficoltà e sotto l’imperversare della guerra. Non si sa cosa avvenne di tutti loro (alcuni/e si salvarono e raccontarono questa triste storia), ma oltre 250 furono catturati dai tedeschi e internati nei campi di concentramento e lì trovarono la morte.

Non fu l’unico caso di respingimenti di profughi e immigrati che cercavano di sottrarsi dalla furia nazista fuggendo dall’Europa. Ne furono respinti e rifiutati tantissimi, troppi. Il motivo: i paesi extraeuropei non volevano che i flussi migratori si intensificassero.

Sono le stesse parole usate oggi dai capi di Stato europei per contrastare le migrazioni.

In quel tempo bloccando l’immigrazione quasi tutto il mondo occidentale diede una mano al nazismo, mentre moltissimi ebrei trovarono rifugio nei paesi arabi.. troppe similitudini con l’imbecillità razzista dei governanti europei di oggi.

Poniamoci quanche domanda invece di regalare consenso passivo, cretino e autolesionista ai poteri di oggi.

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Profughi

 

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<<In Italia, sotto i Borgia, per trent’anni hanno avuto guerre, terrore, assassinii, massacri: e hanno prodotto Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento.

In Svizzera, hanno avuto amore fraterno, cinquecento anni di pace e democrazia, e cos’hanno prodotto?  Gli orologi a cucù>>.

Orson Welles ne: Il terzo uomo (The Third Man) film del 1949 diretto da Carol Reed.

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Nelle carceri si torna a protestare sui tetti? Dal carcere di Vicenza

sui-tetti(non  sono riuscito ad avere  informazioni dirette. Chi ne ha le mandi su questo blog]

da “Il giornale di Vicenza” del 2 maggio 2015

 

Vicenza: detenuti salgono sul tetto del carcere, una protesta che è durata 24 ore

 di Claudia Milani Vicenzi
Giornale di Vicenza, 1 maggio 2015

Scattate le sanzioni disciplinari e i trasferimenti in altri istituti Poco prima due agenti erano stati aggrediti da altri reclusi. Sono saliti in 4 mercoledì alle 13: due sono scesi dopo alcune ore mentre gli altri hanno resistito un giorno. Una protesta durata un giorno. Pioggia, freddo e fame non li hanno spaventati: due detenuti sono riusciti a resistere 24 ore sul tetto del carcere. Solo ieri, alle 13, hanno finalmente deciso di scendere.

È iniziato tutto mercoledì. Hanno approfittato della solita ora d’aria nei cortili interni: in quattro, all’improvviso, si sono arrampicati sul muro alto quattro metri. Dopo qualche ora il primo ha deciso di scendere. Il secondo, ormai stremato, ha abbandonato l’impresa alle due di notte. Gli ultimi due carcerati, invece, fino alle 13 di ieri non si sono mossi. Hanno trascorso la notte illuminati dai fari portati in emergenza dai vigili del fuoco per tenerli sotto controllo.

Ma in realtà la giornata movimentata al San Pio X è iniziata poco prima delle 13, quando un altro detenuto ha aggredito, dopo una discussione, un agente della polizia penitenziaria e ha ferito lievemente anche l’altra guardia che tentava di immobilizzarlo. Poi come ogni giorno i detenuti sono stati portati all’esterno per la passeggiata. È stato allora che quattro giovani di origine nordafricana, detenuti per spaccio di droga, a sorpresa si sono arrampicati sul muro, tenendosi fuori dalla portata delle guardie. È iniziata così la lunga trattativa con gli agenti e con il direttore del San Pio X Fabrizio Cacciabue.

Difficile capire quali fossero, esattamente, i motivi del loro gesto. Sembra che, in qualche modo, volessero essere solidali con il recluso che, poco prima, aveva picchiato le guardie e che volessero dar vita a una protesta spettacolare. Un modo per attirare l’attenzione che è costato caro: sono stati allontanati per motivi di sicurezza dall’istituto berico, trasferiti altrove e saranno sottoposti a sanzione disciplinare grave. “La situazione per gli operatori di polizia penitenziaria è critica – ha considerato Luigi Bono, segretario provinciale del Sappe. Non solo per i continui tagli del personale. La tanto decantata sorveglianza dinamica si è rivelata un flop. Si è preferito lasciare aperte le porte delle celle e far girare nei corridoi, a non far nulla, i detenuti. Si è creato così un regime aperto che ha acuito l’ozio e favorito le tensioni”.

l’articolo è qui

[Nota: il carcere San Pio X di Vicenza  ha una capienza di 120 posti ma ospita più di 200 detenuti. E’ collocato in una zona periferica, umida e infestata dalle zanzare nel periodo estivo. E’ raggiungibile dalla stazione e dal centro cittadino in circa 15 minuti di autobus; si trova in via Basilio della Scola 150 Località San Pio X]

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1975, sonora sconfitta dell’aggressione statunitense al Vietnam

Nei primi mesi del 1975, dopo discussioni che interessarono tutto il partito comunista nord vietnamita e il confronto col Viet Cong (il Fronte popolare di liberazione del Vietnam del Sud, di cui i comunisti erano la maggioranza) l’esercito nord vietnamita decise di scatenare l’offensiva finale, secondo la strategia chiamata “campagna Ho Chi Min”. Sotto l’attacco, l’esercito sudvietnamita si disgregò.

In poco tempo l’esercito nordvietnamita e i gueriglieri Viet Cong circondarono Saigon con un imponente schieramento di forze e, il 30 aprile 1975, entrarono nella capitale.

Il personale statunitense presente venne evacuato nella notte tra il 29 e il 30 aprile con un’operazione (Frequent Wind) calcolata per 8.000 persone, ma si affollarono migliaia di sud vietnamiti coinvolti con il regime fantoccio e si creò un disperato parapiglia intorno agli elicotteri.

Sul Palazzo presidenziale nel centro cittadino di Saigon, poi nominato “palazzo della riconciliazione” venne issata la bandiera vietnamita.

Vedi altri post sulla guerra in Vietnam  quiqui  e  qui

Fuga

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Presentazioni “Cos’è il carcere” a fine Aprile

Sabato 18 Aprile – Roma, angolo di Villa Certosa e Via Francesco Paciotti – ore 18,00

Mercoledì 22 Aprile – Milano, Archivio Primo Moroni –  Calusca City Lights – CSOA Cox18 – Via Conchetta, 18 – ore 21,00

Giovedì 23 Aprile – Monza, Foa Boccaccio 003 – Via Rosmini 11 – ore 21,30

Venerdì 24 Aprile – Como, La Feltrinelli Libreria . Via Cesare Cantù 17 – ore 18,00

Certosa- 18 Aprile

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Monza

 

 

Como Feltrinelli

 

 

 

 

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Non sarà questa legge che fermerà le torture!

imagesCosì come per le condizioni disumane e degradanti imposte nelle carceri a chi vi è rinchiuso/a, anche sulle torture delle forze dell’ordine si è dovuto aspettare una sentenza della Corte europea (La Corte europea dei diritti dell’uomo istituita nel 1959 ha sede a Strasburgo. Non è una istituzione che fa parte dell’Unione europea. Questa è la Corte di giustizia dell’Unione europea, con sede in Lussemburgo, istituzione effettiva dell’Unione europea.)

Così le Agenzie di stampa:

«La condanna della Corte europea dei diritti dell’uomo su fatti della scuola Diaz riapre la questione tortura in Italia. Il vuoto normativo potrebbe essere finalmente colmato: dopo anni di dibattiti e leggi naufragate, infatti, il ddl che introduce nell’ordinamento italiano il reato di tortura è all’ordine del giorno dei lavori della Camera».

Questo disegno di legge (ddl) in discussione alle camere non raccoglie le indicazioni degli organismi internazionali che ne hanno individuato le procedure e l’hanno bollata come “crimine”

Vedete voi la differenza tra il testo prodotto dalle Nazioni Unite: «qualsiasi atto mediante il quale sono intenzionalmente inflitti ad una persona dolore o sofferenze forti, fisiche o mentali al fine di segnatamente ottenere da essa o da una terza persona informazioni o confessioni, di punirla per un atto che essa o una terza persona ha commesso o è sospettata di aver commesso, di intimorirla o di far pressione su di lei o di intimidire od esercitare pressioni su una terza persona, o per qualunque altro motivo basato su una qualsiasi forma di discriminazione, qualora tale dolore o tali sofferenze siano inflitti da un funzionario pubblico o da qualsiasi altra persona che agisca a titolo ufficiale, o sotto sua istigazione, oppure con il suo consenso espresso o tacito».

… e il testo in discussione alle camere

ddl: «chiunque con violenze o minacce gravi, ovvero mediante trattamenti inumani o degradanti la dignità umana, cagiona acute sofferenze fisiche o psichiche ad una persona privata della libertà personale o affidata alla sua custodia o autorità o potestà o cura o assistenza ovvero che si trovi in una condizione di minorata difesa, è punito con la reclusione da 3 a 10 anni».

Aver sostituito “… inflitti da pubblico ufficiale …” con “chiunque …” ha tolto al ddl quel po’ di deterrenza per cercare di impedire pratiche di tortura a chi può esercitarla, ossia i pubblici ufficiali.

Leggendo il testo dell’Onu, chiunque può trarre la conclusione che il “pentitismo” e la “delazione” sono stati quasi sempre ottenuti con metodi descritti e condannati dall’Onu in quanto tortura.

Ancora l’Onu: «…le dichiarazioni ottenute attraverso il delitto di tortura non sono utilizzabili in un processo penale». Se si applicasse questa elementare diritto della persona dovrebbero essere annullati quasi tutti i processi fatti contro il movimento rivoluzionario negli anni 70, 80 e 90.

La specificità del reato di tortura può essere effettuato soltanto dalle forze dell’ordine, mentre nel testo “italiano” quella specificità ricompare solo come aggravante se a commettere il reato di “tortura” è un pubblico ufficiale nell’esercizio delle sue funzioni e la pena andrà dai 5 ai 12 anni, invece che da 3 a 10 anni.

Gli Organismi internazionali e i trattati internazionali che espressamente hanno vietato e condannato l’uso della tortura e che lo Stato italiano e i suoi governi disprezzano sono:

*la Convenzione di Ginevra del 1949 relativa al trattamento dei prigionieri di guerra;

*la Convenzione europea dei diritti dell’uomo del 1950;

*la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948;

*la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea del 2000;

*la Convenzione Onu del 1984 contro la tortura ed altri trattamenti e pene crudeli, inumane e degradanti;

*lo Statuto di Roma istitutivo della Corte penale internazionale del 1998.

Questo ddl arrivato in commissione Giustizia del Senato il 22 luglio 2013 e votato dall’Assemblea di Palazzo Madama il 5 marzo 2014, trasmesso poi alla Camera, è rimasto in commissione dal 6 maggio 2014 fino a marzo scorso. Durante questo periodo sono state apportate quelle modifiche che ne hanno snaturato il senso. Se la Camera confermerà queste modifiche, il provvedimento dovrà tornare al Senato per l’approvazione definitiva che arriverebbe a 26 anni dalla prima proposta di legge e con un contenuto veramente misero.

VERGOGNA!!!

Per fermare le pratiche di Tortura, la Repressione e l’arroganza delle forze dell’ordine è necessario organizzarsi e lottare!

vedi anche qui

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Davvero pensate che i potenti corrotti siano in galera?

Da Il Sole 24 Ore di oggi:

Giustizia: in carcere ci sono 226 corruttori e 216 corrotti, meno dello 0,8% corrottidei detenuti

di Giovanni Negri  –  Il Sole 24 Ore, 1 aprile 2015

«Non è proprio che le carceri italiane scoppino di detenuti per corruzione e altri reati contro la pubblica amministrazione. I dati più recenti dell’amministrazione penitenziaria fotografano una realtà per certi versi sorprendente, almeno per chi, sulla scia delle continue inchieste di questi anni soprattutto sulle grandi opere pubbliche, individua nella corruzione, insieme con la mafia, la vera emergenza criminale italiana. La gravità del fenomeno infatti non si rispecchia nel numero dei detenuti: per la corruzione “classica”, quella propria, le presenze nelle carceri sono in tutto 226. Oltretutto con l’avvertenza che, nel caso in cui a una persona siano ascritti anche altri reati, appartenenti a categorie diverse da quella dei delitti contro la pubblica amministrazione, il conteggio può essere plurimo».

Se vuoi leggere tutto l’articolo, clicca qui:

Ed è inutile allungare le condanne per corruzione come propone il disegno di legge in discussione al Senato:

«Stretta sul falso in bilancio, con pene fino a 8 anni per le società quotate e fino a 5 anni per le non quotate. Aumento delle pene per i reati di corruzione, peculato, induzione indebita e associazione mafiosa. Sono i principali punti del disegno di legge anticorruzione da approvare oggi al Senato, atteso poi all’esame della Camera»

CdS corrottiIl problema è che il carcere è sorto con il preciso compito di tenere a freno, esercitare deterrenza, terrorizzare le “classi pericolose”, ossia quei settori sociali emarginati dalla produzione, dal salario e quindi dal consumo e anche quelle fasce di lavoratori trovatisi disoccupati a causa delle manovre dei capitalisti, delle banche e delle finanziarie che spostano la produzione dove possono trovare più profitti per loro potendo sfruttare maggiormente il lavoro vivo, ossia corpi e menti di lavoratrici e lavoratori. Ma anche chi si ribella e lotta.

Questi numeri non ci stupiscono. Dovrebbero servire invece a far riflettere molte e molti di chi, pur appartenendo alle classi proletarie, afferma la necessità del carcere per “mandarci i potenti corruttori o corrotti”. Ma non illudetevi! Non avverrà!

È nostro interesse abolire il carcere!

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CHIUDIAMO TUTTI I MANICOMI! LIBERIAMOCI DALLA PSICHIATRIA!

CORTEO SABATO 28 MARZO a REGGIO EMILIA

CHIUDIAMO TUTTI I MANICOMI!
LIBERIAMOCI DALLA PSICHIATRIA!

NO OPG, NO REMS, NO PSICHIATRIA!

Esistono muri, a volte invisibili, che dividono la normalità dalla “follia”.
Sono costruiti dal potere e rafforzati dal deserto che si trova al loro esterno.
La presunta, prorogata ormai da 4 anni, chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari (OPG) lascerà spazio all’istituzione delle Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza (REMS). Cambia il nome, gli internati sono deportati, gli appalti assegnati e lo
slancio riformista soddisfatto. Ma le nuove strutture conservano la medesima attitudine repressiva e il concetto stesso di manicomialità, perpetuandone lo stigma. Lungi dal rappresentare un indebolimento della detenzione senza fine e della psichiatria, ne sono la
continuazione aggiornata, calibrata su modelli detentivi improntati a esternalizzazione e privatizzazione, come avvenuto per i CIE (Centri di Identificazine ed Espulzione)

Da questa prospettiva, si intravede un sistema detentivo sempre più articolato in cui i concetti arbitrari di “malattia mentale” e “pericolosità sociale” acquistano maggior rilievo, avallati da perizie mediche incontrastabili. È importante e urgente riconoscere
il ruolo centrale che ricopre la psichiatria nella nostra società, come uno dei mezzi più violenti, invisibili, versatili e repressivi in mano al potere.
A Reggio Emilia sono concentrati i principali organi repressivi e di detenzione quali: tribunale di Sorveglianza, Carcere, Opg, le Strutture ad Alta Sorveglianza Psichiatrica e sono già in costruzione le future Rems.
Le mura possono essere di cemento o chimiche, possono essere utilizzate per punire o per prevenire. Non esistono compromessi: i corpi e le menti non si rinchiudono.

Distruggiamo i manicomi, liberiamoci dalla psichiatria: perché i nostri pensieri siano sempre più pericolosi per chi li vorrebbe incatenati.

Corteo nazionale a Reggio Emilia il 28 marzo
concentramento in Piazza San Prospero (Piazza dei Leoni) ore 14:30
al termine del corteo saluto sotto l’OPG

RETE ANTIPSICHIATRICA
per info: violazione@autistici.org

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CHIUDIAMO TUTTI I MANICOMI! LIBERIAMOCI DALLA PSICHIATRIA!

Attualmente in Italia esistono sei Ospedali Psichiatrici Giudiziari (OPG): ad Aversa, Napoli, Barcellona Pozzo di Gotto, Montelupo Fiorentino, Reggio Emilia e Castiglione delle Stiviere; trattasi di veri e propri manicomi criminali in cui sono racchiuse, ad oggi, circa 850 persone.

Nonostante ne sia stata prevista la chiusura per il 31 marzo 2015, i dati del trimestre che va dal primo di giugno al primo di settembre 2014 segnalano 84 ingressi contro 67 dimissioni; continuano gli internamenti dunque, nonostante la presunta chiusura imponga l’adozione di misure alternative al ricovero. Molto probabilmente assisteremo all’ennesima proroga.

Come si finisce in un OPG?

In Italia, in caso di reato, se vi sia sospetto di malattia mentale, il giudice ordina una perizia psichiatrica; se questa si conclude con un giudizio di incapacità di intendere e di volere dell’imputato, lo si proscioglie senza giudizio e se riconosciuto pericoloso socialmente, lo si avvia a un Ospedale Psichiatrico Giudiziario (articolo 88 c.p.) o in una struttura residenziale psichiatrica per periodi di tempo definiti o meno, in relazione alla pericolosità sociale.

In sostituzione degli Opg la legge prevede l’entrata in funzione delle REMS (residenze per
l’esecuzione di misure di sicurezza). Nelle future REMS la durata della misura di sicurezza non potrà essere superiore a quella della pena carceraria corrispondente al medesimo reato compiuto.

La legge prevede inoltre, al momento della dimissione dagli OPG, percorsi e programmi terapeutico-riabilitativi individuali, predisposti dalle regioni attraverso i dipartimenti e i servizi di salute mentale delle proprie ASL. Alla fine di tale percorso, qualora venga riscontrata una persistente pericolosità sociale, è comunque prevista la continuazione delle esecuzione della misura di sicurezza nelle REMS. Tradotto significa l’inizio di un processo di reinserimento sociale infinito, promesso ma mai raggiunto, legato indissolubilmente a pratiche e percorsi coercitivi, obbligatori, contenitivi. Il manicomio non è una struttura, bensì un criterio; la continua ridenominazione di tali strutture, infatti, non può nascondere la medesima contraddizione di fondo: l’isolamento del soggetto dalla realtà sociale per la sua incapacità di adattamento nei confronti di un mondo su cui nessuno muove mai alcuna questione e che nessuno mette mai in discussione.

Nella realtà, pertanto, è lo stesso obbligo a una perenne assistenza psichiatrica territoriale a configurarsi come un vero e proprio ergastolo bianco.

Chiudere i manicomi criminali senza cambiare la legge che li sostiene vuol dire creare nuove strutture, forse più accoglienti, ma all’interno delle quali finirebbero sempre rinchiuse persone giudicate incapaci di intendere e volere.

Per abolire realmente gli OPG bisogna non riproporre i criteri e i modelli di custodia. Occorre metter mano a una riforma degli articoli del codice penale e di procedura penale che si riferiscono ai concetti di pericolosità sociale del “folle reo, di incapacità e di non imputabilità”, che determinano il percorso di invio agli Opg. Viene ribadito, oltretutto, il collegamento inaccettabile cura-custodia riproponendo uno stigma manicomiale;  dall’altro ci si collega a sistemi di sorveglianza e gestione esclusiva da parte degli
psichiatri, ricostituendo in queste strutture tutte le caratteristiche dei manicomi. La proliferazione di residenze ad alta sorveglianza, dichiaratamente sanitarie, consegna agli psichiatri la responsabilità della custodia, ricostruendo in concreto il dispositivo cura-custodia, e quindi responsabilità penale del curante-custode.

La questione non si limita alla chiusura di questi posti. Il problema è superare il modello di internamento,  è non riproporre gli stessi meccanismi e gli stessi dispositivi manicomiali.                 Il
Il problema non è se sono grossi o piccoli, il problema è che cosa sono. Il manicomio non è solo una questione di dove lo fai, se c’è l’idea della persona come soggetto pericoloso che va isolato, dovunque lo sistemi sarà sempre un manicomio. Magari più bello, più
pulito, ma la logica dominante sarà sempre quella dell’esclusione e non dell’inclusione.

La Legge attuale con la misura di affidamento ai servizi psichiatrici territoriali costituisce un passo in avanti nella riduzione delle misure reclusive totalizzanti, ma, mantiene inalterato il concetto di pericolosità sociale, non cambiando l’essenza della modalità di risoluzione della questione.

Cambieranno i luoghi di reclusione, in strutture meno fatiscenti e più specializzate, ma allo stesso tempo ci sarà una gestione affidata al privato sociale, andando così incontro a fenomeni di allungamento della degenza per mantenere i finanziamenti, con una presa in carico vitalizia ad opera dei servizi psichiatrici.

Questa legge non soddisfa l’idea di un superamento di un sistema aberrante e coercitivo, infatti permangono misure di contenzione svilenti per l’individuo e trattamenti farmacologici troppo debilitanti e depersonalizzanti per poter essere definiti positivi per la persona.

Noi crediamo nel bisogno e nella costituzione di reti sociali autogestite e di spazi sociali autonomi, in grado di garantire un sostegno materiale, una casa senza compromessi di invalidità, nonché un reddito e un lavoro non gestiti dai servizi socio-sanitari, bensì autonomamente dal soggetto. Una rete in grado di riesumare e coltivare quel legame unico, antispecialistico e non orientato a una cura protocollare che, in nome della scienza, non lascia spazio all’uomo.

Uno concreto percorso di superamento delle istituzioni totali passa necessariamente da uno sviluppo di una cultura non segregazionista, largamente diffusa, capace di praticare principi di libertà di solidarietà e di valorizzazione delle differenze umane contrapposti ai metodi repressivi e omologanti della psichiatria.

RETE ANTIPSICHIATRICA
info: violazione@autistici.org

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