Stati generali dell’esecuzione penale

Stati generali dell’esecuzione penale

È questo il pomposo titolo con cui il 19 maggio il ministro della giustizia Andrea Orlando ha inaugurato l’omonimo convegno.

Un titolo appariscente e un programma impegnativo lungo sei mesi, per un “ampio e approfondito confronto” attorno a 18 tavoli tematici sui temi più scottanti del carcere, che dovrebbero, in autunno, trasformarsi in nuove regole con cui riformare il sistema dell’esecuzione penale. Ossia la detenzione in carcere e le altre misure di “controllo penale esterno” o misure interdittive (domiciliari, firme, sorveglianza speciale e le molteplici misure alternative).

Non solo gli “addetti ai lavori”, il ministro ha assicurato che vi parteciperà anche il cella-penitenziariamondo della cultura, dell’economia, dello spettacolo e del volontariato. Tanti parteciperanno. Saranno assenti soltanto quelle e quelli che le brutture del carcere le sentono sulla pelle, nella testa e nella pancia.

I 18 tavoli discuteranno di architettura carceraria, affettività, lavoro, stranieri, madri detenute con figli e figlie in tenera età, istruzione, salute, giustizia riparativa, insomma di tutti gli aspetti della vita carceraria, lineamenti importanti, essenziali, decisivi della detenzione. Una discussione che attraverserà chi il carcere non l’ha mai provato.

Che faranno? Scriveranno regole belle, brutte, inutili, … comunque scriveranno regole che non modificheranno di nulla la sofferenza imposta dal sistema carcerario che toglie la libertà, dal sistema penale che annienta. E poi quelle regole nemmeno verranno mai messe in pratica. Ne è prova il Regolamento penitenziario varato nel 2000 (DPR 30 giugno 2000, n. 230) pieno di belle parole, pieno di “diritti” per i detenuti, mai messe in pratica. Lo sa bene chi è stato in galera che il modo certo per avere uno schiaffo da una guardia è nominare la parola “diritti”.

Eppure questi sapienti dovrebbero sapere che un secolo fa un uomo politico rimbrottando i parlamentari che discutendo di carcere dicevano un sacco di corbellerie, li apostrofò: “bisogna esserci stati”; quasi mezzo secolo più tardi un altro uomo politico, sempre per ammonire altri parlamentari che dicevano sul carcere le stesse sciocchezze di 50 anni prima, si rivolse loro dicendo: “bisogna esserci stati”. Il primo si chiamava Filippo Turati il secondo Piero Calamandrei, non erano estremisti, ma erano consapevoli che le sofferenze e le devastazioni umane che il carcere produce le può raccontare solo chi le ha provate e a loro volevano dare la parola. Per raccontare l’affievolimento dei sensi, la depressione sempre in agguato, l’ansia che corrode, la maledizione della mattina, l’urlo soffocato della sera, la testa che scoppia nel silenzio, il rumore della luce, il fracasso che infrange il sogno…

Di questo non si parlerà. Quindi non si parlerà di nulla. Poiché non ci sarà la voce e il grido di chi è massacrato da quella “pena”. Hanno pensato di sopperire a questa mancanza decisiva con il luogo del convegno: il carcere di Milano Bollate.

Ma non hanno capito una cosa: le mura di un carcere parlano soltanto a chi tra quelle mura è stato o è ancora rinchiuso. Non dicono nulla a chi discetta sulla “pena” mai provata e sulla rieducazione che deturpa.

Forse “Stati Generali” riecheggia quelli convocati l’8 agosto 1788 da Luigi XVI allo scopo di raggiungere un accordo tra le classi sociali idoneo a risolvere la grave crisi politica, economica, sociale e finanziaria che affliggeva da anni la Francia. Ma tra questi “Stati” non era stato chiamato il quarto stato, il proletariato. Fu così che da allora, questi proletari– e quindi anche noi- decisero di prendere nelle loro mani i propri destini e muoversi autonomamente; i due secoli successivi sono lì a raccontarlo. Anche per il carcere sarà così.

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6 risposte a Stati generali dell’esecuzione penale

  1. ellagadda ha detto:

    In carcere non sono mai stata, ma è qualche tempo che leggo testimonianze di chi ci è stato o di chi è vicino a chi è dentro.
    Non so a chi arriveranno parole come le tue, ma quello che vedo fuori è una totale indifferenza sul tema, come se le persone, una volta finite nelle zanne dello stato, non contassero più niente, come se non esistessero più; l’altro atteggiamento che incontro è forse anche più inquietante: forse perché deviati dai continui servizi in televisione su crimini violenti, molti ritengono che non solo sia giusto il carcere, ma che sia giusto che sia così disumano.
    Non so se queste persone leggano letteratura sui lager nazisti o sovietici, ma spero tanto che non si riempiano la bocca di commozione e belle parole sui detenuti dei regimi, visto che non sanno spendere due minuti della loro attenzione sui deportati dei nostri sistemi repressivi.

  2. gianni landi ha detto:

    Ellegadda , in parte è vero ciò che dici riguardo alla attenzione che viene dedicata dalle persone al carcere e, probabilmente, potremmo dirlo riguardo a ciò che “si dice in giro” dei vari problemi della mancanza di lavoro, del precariato, delle manganellate date dai crumiri a coloro che facevano picchettaggio alla logistica , od a ciò che avviene in Oriente o Sud America ecc..
    Noi però dobbiamo insistere a sobillare, istigare, “provocare”, coinvolgere, informare onestamente nella maniera più capillare ed efficace dando risonanza anche mediatica, con ogni mezzo necessario ad evidenziare certe problematiche, cercando la “chiave” giusta per aprire la “porta”, il cervello, la sensibilità degli apatici, degli egoisti, degli indifferenti.
    Io posso rinunciare a tutto meno che al bisogno sempre più impellente di cambiare questa società orgoglioso di essere nato con questa volontà e non sopporto la INDIFFERENZA perchè questa uccide i migliori sentimenti .

    • ellagadda ha detto:

      Non posso che darti ragione, e nel mio piccolo cerco anch’io di non cadere nell’apatia e nell’indifferenza, ma a volte prevale lo sconforto nel vedere quanti muri bisogna ancora abbattere e quanti ancora verranno alzati.

  3. contromaelstrom ha detto:

    hai ragione! Ellagadda, il carcere sta lì per offrire un “nemico” contro cui scagliare i propri malumori. Su chi sta in carcere si addensano le ire di chi non sa trovare i veri responsabili del proprio malessere e continua a subirlo gridando “galera-galera” per altri più deboli. La galera è uno dei piedistalli su cui si regge questa società dell’ipocrisia e dello sfruttamento. Ha ragione Gianni, continuiamo a informare e speriamo nelle giovani generazioni

    • gianni landi ha detto:

      Prospero disse : “Questa “storia è finita”, ma la Storia continua !!! Costerà morti, feriti con scontri sempre più duri, anni (tanti) di galera, ma è un rischio che molti di noi hanno affrontato consapevolmente perchè non potevano farne a meno…a certi sentimenti non si comanda , sono la componente più bella di noi rivoluzionari e ne siamo orgogliosi, sicuri di non aver sprecato la nostra esistenza. Sempre avanti, anche su una carrozzella come fa Pasquale Valitutti !!! Ascoltatelo nella intervista che ha rilasciato spiegando perchè era in testa ai Black Blog !! GARNDEEEEEEEE !!! 😉 😉 🙂 🙂

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