1971, inizia il controllo psichiatrico nelle scuole dell’infanzia

(Il Manifesto 24 ottobre 1971)

“Ma che città è Modena dove un bambino su 4 è considerato anormale e trattato come uno schizofrenico cronico?”

[l’articolo ricopiato] Bologna. Nelle scuole materne del comune di Modena è stato sperimentato su 150 bambini dai 3 ai 6 anni, uno psicofarmaco, il Neuleptil (della Farmitalia) normalmente usato per la schizofrenia acuta e cronica. L’esperimento è stato compiuto in collaborazione con l’ufficio di igiene e sanità del comune.

Questo fatto, gravissimo, è stato rivelato ieri dal professor Giulio Maccacaro, alla IV riunione della società italiana di Neuropsicofarmacologia, apertosi a Bologna.  

Il farmaco sperimentato è il “Neuleptil”, una specialità della Farmitalia. Secondo la letteratura corrente tale farmaco è usato “per la cura della schizofrenia acuta e cronica e per la correzione delle turbe comportamentali nelle malattie psichiatriche gravi”. Risulta anche che “gli effetti tossici e le controindicazioni del Neuleptil sono gli stessi della Clorpromazina con una segnalazione particolare di ipotensione posturale e tachicardia per i bambini”.

Nel lavoro che riferisce sulla sperimentazione  (la cui fotocopia il professor Maccacaro ha consegnato alla presidenza del convegno) si legge: “Per le nostre esperienze abbiamo scelto i bambini frequentanti le scuole materne comunali di Modena. Tale materiale (150 bambini, ndr.)  ci ha assicurato una soddisfacente omogeneità di sperimentazione trattandosi di soggetti osservati dallo stesso personale, negli stessi orari, nello stesso ambiente. Inoltre il rilievo dei comportamenti dei bambini ha potuto essere effettuato da persone competenti, libere dalla suggestione familiare (cioè alla insaputa dei genitori, ndr.)”.

Nello studio relativo a questa incredibile sperimentazione resa possibile dalla collaborazione dell’ufficio sanità e igiene del comune di Modena, nonché dal corpo insegnante – si legge: “ Su un totale di 629 bambini in età fra i 3 e i sei anni frequentanti 6 scuole materne, sono stati scelti  per la sperimentazione 150 soggetti, segnalati per turbe del comportamento nell’ambito della scuola”.

A questo punto il professor Maccacaro si domanda “Ma che città è Modena dove 1 infante su 4, nelle scuole comunali ordinarie è in queste condizioni? La domanda ha tanto più senso se si ricorda che alla guida della ricerca partecipava il direttore dell’ufficio igiene e sanità del comune”. Il professor Maccacaro aggiunge poi che il direttore dell’ufficio igiene, per questo esperimento, si era impegnato “a restare sul piano dell’osservazione obiettiva” e a non ricercare le cause delle presunte turbe dei bambini.

Nelle conclusioni di questa ignobile sperimentazione è scritto che il Neuleptil è medicamento capace di “aprire ai pazienti prospettive di corrette relazioni interumane e ambientali” perché, tra l’altro, “sembra rimuovere quelle cariche aggressive che condizionano la reattività abnorme”; l’elogio finale è che il Neuleptil è “un farmaco elettivamente socializzante anche per il bambino di 3-6 anni frequentante la scuola materna”.

Il commento del professor Maccacaro è amarissimo: “La manifesta incapacità di intendere del soggetto della sperimentazione, il diaframma alzato tra i bambini-cavia e le loro famiglie, l’uso disinvolto di dosi elevate, l’esposizione a pericoli di vario genere sono i connotati di un volto che abbiamo già conosciuto e descritto come quello di una sperimentazione che è violenza sull’uomo, compiuta nell’indifferenza morale camuffata da neutralità scientifica”

A 20 chilometri da Modena nell’asilo nido dell’Onmi di Reggio Emilia, sempre secondo Maccacaro, viene “somministrato il Valium 2 a lattanti perfettamente sani al solo scopo di evitare che piangano e disturbino”. 

 

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A chi piace il codice fascista?

Mi fa piacere che sia stato ricordato un ritorno al codice Rocco, esso rappresenta ancora oggi un faro di civiltà giuridica”.

Da dove arriva tanto inaspettato elogio? Da qualche nostalgico fascista direte? Macché! Proviene dal ministro della Giustizia, l’attuale Guardasigilli  Paola Severino durante il dibattito al Senato sulla legge per la corruzione rispondendo a qualcuno che le faceva notare che questi provvedimenti rinverdivano il codice fascista Rocco. Ha spiegato, a noi ignoranti, che Alfredo Rocco era un tecnico anche lui, mica un fascista.

Il punto è che il codice fascista Rocco, firmato da Benito Mussolini è tuttora in vigore. Tranne qualche piccola modifica, le sue linee di fondo sono rimaste, anzi, rafforzate! Ricordiamo: la pericolosità sociale; i reati associativi (che hanno riempito le galere negli anni 70, 80, 90…); il reato di devastazione e saccheggio che tiene in carcere i compagni e le compagne che hanno manifestato a Genova 2001, il carcere punitivo,… e tanti altri capisaldi funzionali allo Stato di allora: totalitario, etico e invasivo. Un modello che a questo Stato “repubblicano” e “democratico” piace un sacco!

Noi ricordiamo che, in questo paese, dopo la sconfitta e l’addormentamento della storia e dei significati della Resistenza, proprio dalle galere è sorto un grido: ABOLIZIONE DEL CODICE FASCISTA. Centinaia di rivolte da quel 1969, l’anno della riscossa operaia e anche la riscossa del proletariato detenuto nelle carceri italiane. Le parole d’ordine: “abolizione dei codici fascisti“, “fuori i codici”, “ci siamo presi la libertà di lottare”. Un ciclo di rivolte che durò più di 10 anni e  costò alla popolazione detenuta numerosi morti, secoli e secoli di galera, punizioni, pestaggi e letto di contenzione. Ma la lotta non si arrestò e divise il paese in DUE. Questa divisione è rinverdita oggi dalle parole del Guardasigilli.

O si sta con le rivolte dei carcerati o con l’apparato governativo-statale e quindi con i codici di Mussolini

Decidete da che parte stare!

Proprio domani, 19 ottobre ricorre la triste e nera giornata in cui fu promulgato il Codice fascista,  con Regio Decreto 19 ottobre 1930, n. 1398, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 26 novembre 1930, n. 251.

Forse la Ministra a voluto omaggiare la data del 19 ottobre?

Sulle rivolte e i suoi obiettivi vedi qui   e qui   e qui  e qui

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Altri crimini di questo “ordine” borghese

Fonte, Ansa 2011:

Picchia la madre. Dopo l’intervento della polizia ha malore e muore

Ha aggredito la madre a Tor Carbone ed è stato bloccato dalla polizia che era arrivata chiamata dalla donna. Poi ha accusato un malore ed è morto in ospedale…

Fonte,  Roma Today 6 settembre 2011

Morto Luigi Federico Marinelli dopo un malore in seguito a una lite
Ieri, in via Francesco De Vico, Luigi Marinelli è morto per un malore avuto dopo una violenta lite con sua madre e l’intervento degli agenti di polizia, allertati proprio per la lite.

Il motivo dell’ennesima lite sarebbero i soldi, soldi che l’uomo, secondo quanto riporta l’Ansa, voleva dalla madre per acquistare la droga. Stavolta però, Gigi, aveva finito per picchiare sua madre che, spaventata, aveva chiamato la polizia. Gli agenti al loro arrivo hanno bloccato l’uomo, impedendogli di fare del male all’anziana. La reazione, però, gli è stata fatale. Ha provato a divincolarsi, si è agitato fino a sentirsi male. Gli agenti hanno chiamato il 118 che ha subito preso in cura l’uomo, da tempo tossicodipendente e sottoposto a trattamento sanitario obbligatorio. A nulla però è valsa la corsa in ospedale: l’uomo si è spento sull’ambulanza che lo stava portando al Sant’Eugenio.

INVECE:

… durante la presentazione del libro-denuncia di Luca Pietrafesa “Chi ha ucciso Stefano Cucchi?” (Reality Book) tenuta nei giorni scorsi nella sede del Partito radicale a Roma, ha finalmente trovato la forza interiore di parlare Vittorio Marinelli, che con voce rotta dall’emozione ha raccontato la morte abominevole, letteralmente “assurda” di suo fratello Luigi, un anno fa.

ECCO COME E’ MORTO LUIGI:

Luigi Marinelli era schizofrenico, con invalidità riconosciuta al 100%. Si sottoponeva di buon grado alle terapie che lo tenevano sotto controllo, dopo un passato burrascoso che lo aveva portato in un paio di ospedali psichiatrico-giudiziari. Spendaccione, disturbato, invadente fino alle soglie della molestia, divideva la sua vita fra gli amici, la sua band e qualche spinello.

Era completamente incapace di amministrarsi. Ricevuta in eredità dal padre una certa somma, la madre e i fratelli gliela passavano a rate, per evitare che la sperperasse tutta e subito. Rimasto senza soldi, la mattina del 5 settembre 2011 Luigi va dalla madre, esige il denaro rimanente; si altera, dà in escandescenze, minaccia, le strappa la cornetta dalle mani – ma non ha mai messo le mani addosso a sua madre, mai, neppure una sola volta nel corso della sua infelice esistenza.

Messa alle strette, la madre chiama Luisa (la fidanzata di Luigi, anch’ella schizofrenica) chiama l’altro figlio Vittorio, chiama la polizia e quest’ultima decisione si rivelerà fatale. Arrivano due volanti – poi diventeranno addirittura tre o quattro – trovano Luigi che straparla come suo solito semi-sdraiato sulla poltrona, esausto ma in fin dei conti calmo. Gli agenti chiamano il 118 per richiedere un ricovero coatto. Arriva Vittorio, mette pace in famiglia, madre e figlio si riconciliano, Luigi riceve in assegno il denaro che gli appartiene e fa per andarsene.

Ma la polizia ha bloccato la porta e non lo lascia uscire, dapprima con le buone poi, di fronte alle crescenti rimostranze, con l’uso della forza. Luigi è massiccio, obeso, tre poliziotti non bastano, ne arriva un quarto enorme e forzuto. Costui blocca lo sventurato contro il muro, lo piega a terra, lo schiaccia con un ginocchio sul dorso, gli torce le braccia dietro la schiena e lo ammanetta, mentre Vittorio invita invano gli agenti a calmarsi e a desistere.

“Non fate così, lo ammazzate…!” dice lui, “Si allontani!” sbraitano quelli. Vittorio vede il fratello diventare cianotico, si accorge che non riesce a respirare, lo guarda mentre viene a mancare. Allontanato a forza, telefona per chiedere aiuto al 118 ma dopo due o tre minuti sono i poliziotti a richiamarlo. Luigi ormai non respira più ma ha le braccia sempre bloccate dietro alla schiena: le chiavi delle manette…. non si trovano! La porta di casa è bloccata, non si sa da dove passare, un agente riesce finalmente a trovare la porta di servizio, scende alle auto ma le chiavi ancora non saltano fuori. “Gli faccia la respirazione bocca a bocca!” gridano gli agenti in preda nel panico (Luigi è bavoso e sdentato, a loro fa schifo, poverini). Liberano infine le braccia ma ormai non c’è più niente da fare. Il volto di Luigi è nero. È morto. Arriva l’ambulanza, gli infermieri si trovano davanti a un cadavere ma, presi da parte e adeguatamente istruiti, vengono convinti dagli agenti a portare via il corpo per tentare (o meglio: per fingere) la rianimazione.

Il resto di questa storia presenta il solito squallido corollario di omertà, ipocrisia, menzogne, mistificazioni. Gli agenti si inventano di avere ricevuto calci e pugni per giustificare l’ammanettamento, il magistrato di turno avalla la tesi della “colluttazione”.

L’autopsia riscontra la frattura di ben 12 costole e la presenza di sangue nell’addome, la Tac rivela distacco del bacino, evidenti conseguenze dello schiacciamento del corpo. Le analisi tossicologiche indicano una presenza di sostanze stupefacenti del tutto insignificante. A marzo il pm chiede l’archiviazione sostenendo che la causa della morte è stata una crisi cardiaca. La famiglia presenta opposizione. Qual è stata la causa della crisi cardiaca?

Perché è stato immobilizzato? Era forse in stato d’arresto? In questo caso, per quale reato? Le varie versioni degli agenti, mutate a più riprese, sono in patente contraddizione. “Gli venivano subito tolte le manette” è scritto spudoratamente nel verbale, mentre in verità gli sono state tenute per almeno 10 minuti, forse un quarto d’ora. L’ultima volante dei Carabinieri, sopraggiunta sul posto, descrive nel verbale “un uomo riverso a terra ancora ammanettato”[…]

 Da: Notizie Radicali, 15 ottobre 2012,  di Alessandro Litta Modignani
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Aridatece i Black Bloc!

Appello urgente e accorato ai Black Bloc,

(e aggregati simili) perché tornino nelle strade per attirare l’ attenzione delle forze dell’ordine e tenerle occupate.

I tutori dell’ordine, se non hanno nulla da fare, se la prendono con i ragazzini e ragazzine davanti alle scuole, con persone disabili, autistici, anziani, terremotati, consumatori di sostanze, persone rumorose, persone ritenute “diverse” … e chiunque manifesti un disagio sociale…

 

 

appello dell’Associazione (mai fondata) tuteliamoci dai tutori dell’ordine

 

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Sulla democrazia portata dalle armi europee in Libia

A PROPOSITO DEL PREMIO NOBEL PER LA PACE  2012   ASSEGNATO ALL’UNIONE EUROPEA

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Immigrazione: arresti, detenzione brutale e lavori forzati… in Libia è caccia ai migranti

Redattore Sociale, 11 ottobre 2012

L’allarme lanciato dalla Federazione internazionale dei diritti umani in occasione della presentazione del nuovo rapporto sulle condizioni di vita dei migranti in Libia. “Sono vittime di arresti mirati, lavori forzati e condizioni di detenzione brutali”.
Arresti mirati e discriminatori, lavori forzati e condizioni di detenzione brutali nei campi gestiti da ex ribelli fuori controllo: nella Libia del post Gheddafi è caccia ai migranti provenienti dall’Africa sub-sahariana. La denuncia arriva “Libia: si ponga fine alla caccia ai migranti” presentato oggi a Bruxelles e a Yamoussoukro in Costa d’Avorio e realizzato dalla Federazione internazionale dei diritti umani (Fidh), Justice sans frontières pour les migrants (Jsfm) e Migreurop.
Il rapporto è il risultato di un’inchiesta realizzata a giugno 2012 all’interno di 7 centri di detenzione a Tripoli, Bengasi e nella regione di Djebel Nafoussa che ha permesso di fare un bilancio sulle condizioni di vita dei migranti, riportando “violazioni flagranti e generalizzate dei diritti umani fondamentali”. Il conflitto, spiega il rapporto, ha provocato un esodo di massa di lavoratori migranti, ma la fase di ricostruzione ne sta attirando di nuovi.
Soltanto un’esigua minoranza cerca di raggiungere l’Europa. – ha dichiarato Messaoud Romdhani, vice presidente della Lega tunisina dei diritti dell’uomo –  Si tratta essenzialmente di persone in fuga dai conflitti o dalla repressione nel Corno d’Africa che sono alla ricerca di una protezione internazionale che la Libia, che non ha ancora ratificato la Convenzione di Ginevra del 1951 sullo status di rifugiato e non ha alcun sistema d’asilo, non è in grado di offrire”. Un dato confermato, spiega il rapporto, dalla lista delle intercettazioni in mare effettuate dalla guardia costiera libica fornita alla delegazione: “Quasi la totalità delle persone intercettate sono potenziali rifugiati di origine somala o eritrea”.
Per chi arriva in Libia dall’Africa Sub-sahariana, il rischio di finire dietro le sbarre è altissimo. “In Libiaspiega il rapporto -, gli stranieri considerati “illegali” rischiano di essere catturati ai check point o arrestati nelle loro abitazioni o luoghi di lavoro da gruppi di ex ribelli, al di fuori di qualsiasi controllo da parte delle autorità governative”.
Arresti che avvengono in un contesto di razzismo radicato, come si legge nelle parole di un dirigente di un gruppo di ex ribelli: “La cosa più importante oggi è ‘ripulirè il paese dagli stranieri che non sono in regola e mettere fine alle pratiche di Gheddafi che lasciava entrare molti africani in Libia. Non vogliamo più che queste persone portino qui malattie e criminalità”. Sono in migliaia, inoltre, i migranti detenuti nei campi gestiti dagli ex ribelli. “Le condizioni di vita in questi campi sono inumani e degradanti. – spiega Sara Prestianni, membro di Migreurop e di Jsfm – Le celle sono sovraffollate, le possibilità di uscire all’aria aperta eccezionali e i detenuti subiscono quotidianamente l’arbitrarietà e la brutalità delle guardie”. Alle violenze si aggiunge, poi, anche il lavoro forzato. “Abbiamo anche constatato che datori di lavoro esterni – racconta Geneviève Jacques, membro della presidenza internazionale della Fidh-, con la complicità delle guardie dei centri, reclutano i detenuti per lavorare nei cantieri o nei campi. I migranti non sanno per quanto tempo dovranno lavorare, nè se saranno pagati”.
Nei centri di detenzione, infine, la missione delle tre organizzazioni ha permesso di raccogliere le testimonianze di chi ha tentato di attraversare il mediterraneo verso l’Europa. “Le loro testimonianze inducono a supporre che i respingimenti verso la Libia proseguono in violazione delle norme internazionali – aggiunge il testo
Il rapporto mostra ugualmente che la Libia è parte integrante del sistema europeo di esternalizzazione dei controlli di frontiera per impedire gli arrivi dei migranti, dei rifugiati e dei richiedenti asilo sul territorio europeo e come questo sistema si stia rinnovando nel quadro dei negoziati in corso con le nuove autorità libiche”. Alle autorità dei paesi coinvolti, le tre organizzazioni chiedono un impegno concreto.
Alle autorità libiche di porre fine agli arresti e alle detenzioni arbitrarie, di chiudere i centri di detenzione per migranti e di garantire il rispetto dei diritti umani dei migranti. All’Unione europea, invece, di sospendere tutte le attività di cooperazione in materia migratoria con la Libia in assenza di misure che garantiscano la protezione dei diritti umani, di rinegoziare accordi di cooperazione nel pieno rispetto del diritto internazionale ed europeo relativo ai diritti umani e di rendere pubblici gli accordi, di mettere fine alle politiche di esternalizzazione dei controlli delle frontiere europee nei paesi vicini e, in particolare, in Libia. Ai paesi di provenienza dei migranti, infine, di vegliare sul rispetto dei diritti fondamentali dei loro cittadini in Libia e di assicurare la loro difesa e protezione in caso di violazione di questi diritti e la liberazione dei loro cittadini dai centri di detenzione.

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Il nostro “Che”

45 anni fa veniva ucciso dall’imperialismo  il compagno-comandante Ernesto “Che” Guevara.

 

Cosa si può aggiungere che non sia già stato scritto sul Che?

Le sue scelte di vita ci hanno segnato prima e più dei suoi percorsi politici che abbiamo cercato di fare nostri. Si provi a domandare a tutte le compagne e i compagni che militavano in quegli anni nel movimento quanto siano stati contagiati dall’entusiasmo per il Che.

Passati i decenni, possiamo discutere se ci sia stato un eccesso di soggettivismo nelle sue scelte politiche. Probabilmente c’è stato, in tutti i tentativi rivoluzionari troviamo questi eccessi. La forza del Che è stata di aver saldato indissolubilmente le scelte di vita con le proprie idealità. La coerenza è stata la componente più entusiasmante del suo insegnamento, quella più ignorata. Troppe magliette, troppi ritratti e canzoni a fronte di un distratto ascolto del messaggio del guerrigliero argentino, cubano, internazionalista. Ci si poteva entusiasmare per una vita avventurosa, ma non si doveva fingere di ignorare che quella vita il Che l’aveva dedicata a un progetto preciso che ha spiegato mille volte in mille modi, le sue parole non permettevano di tergiversare:

La solidarietà del mondo progressista con il popolo del Vietnam ha lo stesso sapore di amara ironia che aveva per i gladiatori del circo l’incitamento della plebe, non si tratta di augurare la vittoria all’aggredito, ma condividere la sua sorte: andare con lui alla morte o alla vittoria. […] E le lotte non saranno semplici combattimenti di strada, di pietre contro lacrimogeni, né di scioperi generali pacifici; e non sarà nemmeno la lotta di un popolo infuriato che in due o tre giorni distrugge l’apparato repressivo; sarà una lotta lunga, cruenta […] E a noi sfruttati del mondo, che parte ci tocca? Attaccare duramente, incessantemente in ogni punto del confronto, deve essere la tattica generale dei popoli. […] D’altronde le borghesie autoctone hanno perso ogni capacità d’opposizione all’imperialismo – se mai l’hanno avuta – […] Non ci sono più altri cambiamenti da fare: o rivoluzione socialista o una caricatura di rivoluzione.

Queste poche righe erano, per noi, il succo del pensiero del Che, parole con un significato rigoroso che non si poteva ignorare. In quegli anni non lo ignorammo. Non che fossimo d’accordo con tutto quello che diceva e faceva. Ma sarebbe stato da ipocriti pensare che la solidarietà con il Vietnam e gli altri popoli in lotta si potesse limitare a qualche manifestazione con qualche vetrina rotta.

Non bastava. Era chiarissimo. Non ci si poteva ingannare: il guevarismo non era una appello per andare ad assistere i diseredati. Non era propedeutico alla professione di operatore umanitario presso le Ong. Non si poteva confondere il Che con madre Teresa. Il Che diceva una cosa precisa: poiché nel mondo c’è già una lotta rivoluzionaria in corso, combattuta su molti fronti contro l’ordine capitalista-imperialista, ovunque ciascuno di noi si trovi deve aprire un fronte di combattimento rivoluzionario per indebolire l’imperialismo e rafforzare la lotta là dove è in una fase avanzata.

Lo capivamo anche noi, pur non essendo teorici, che c’era differenza tra la proposta del Che e il pensiero definito leninista che proponeva di iniziare uno scontro rivoluzionario, anche armato, soltanto se ci fossero state in un paese le condizioni oggettive e soggettive per vincere, per prendere il potere. Solo in quel caso e in quel paese sarebbe stato possibile e necessario aprire uno scontro insurrezionale. Il Che modificava quella impostazione e diceva che lo sguardo doveva essere internazionale e che lo scontro era già in corso, era complessivo e mondiale. Dunque, per partecipare alla lotta per il cambiamento delle sorti del mondo era necessario aprire un fronte guerrigliero ovunque ci si trovasse, anche se le condizioni per vincere non c’erano. Era sufficiente che ci fossero le condizioni per iniziare il combattimento.

L’indicazione guevarista proponeva di impiantare un fronte guerrigliero in ogni anello della catena del dominio imperialista.

La proliferazione di fronti di lotta avrebbe accelerato la rottura della catena imperialista in alcuni punti, ciascuna vittoria avrebbe dato forza a tutti gli altri fronti in lotta.

Non è un caso che il Che si sia scontrato politicamente con il segretario del Partito comunista boliviano, Monje, il quale invece si riconosceva nella linea ortodossa e sconsigliava il Che di iniziare una guerriglia in Bolivia perché non c’erano, in quella fase, le condizioni per conquistare vittoriosamente il potere.

La scelta politica definita «guevarista» prevedeva l’esistenza di un campo amico o almeno neutrale; un campo formato dai paesi che via via si staccavano dalla catena imperialista e formavano un’area di reciproco aiuto economico, politico e militare, offrendo anche un retroterra ai combattenti delle altre guerriglie. Il Che riconosceva al campo del «socialismo reale» e dell’Urss un ruolo di campo contrapposto all’imperialismo che però non assolveva a pieno questo compito. Su questa posizione del Che molti di noi, tra cui io, eravamo decisamente contrari perché più critici verso il cosiddetto socialismo reale.

Il Che ipotizzava una sorta di internazionale guerrigliera, non un partito centralizzato come la Terza Internazionale, ma un’area diversificata e fortemente solidale. La Tricontinental doveva essere il nucleo di questa sorta di Internazionale guerrigliera, che iniziava il suo percorso con l’appuntamento dell’Avana dal 3 al 15 gennaio ’66, «La Conferenza di Solidarietà dei Popoli dell’Africa, Asia e America Latina», e lanciava l’Ospaaal (Organizzazione di solidarietà dei popoli dell’Africa, Asia e America Latina ). Il messaggio del Che alla Tricontinental: «Crear dos, tres muchos Vietnam, es la consigna!» veniva pubblicato il 16 aprile del ’67. Comparve sul primo numero della rivista «Tricontinental» nel luglio-agosto ’67 e diventò, dopo la sua uccisione avvenuta due mesi dopo, il 9 ottobre, il suo testamento politico.

Per qualche anno la rivista, pubblicata all’Avana in quattro lingue: spagnolo, inglese, francese e italiano (distribuita in Europa dalle edizioni Maspero di Parigi e dalla Libreria Feltrinelli di Milano), svolse un ruolo insostituibile di informazione sulle lotte rivoluzionarie e di liberazione nei tre continenti, nonché di denuncia delle aggressioni militari e dell’ingerenza politica, economica e culturale dell’imperialismo Usa e dell’Europa Occidentale nei confronti del Terzo mondo.

La rivista continuò a uscire ma dopo qualche anno perse quel carattere dirompente che l’aveva fatta nascere. Tuttora si stampa e si redige a Cuba, ed è una rivista di denuncia sulle condizioni di povertà e fame che l’imperialismo impone ai popoli. Ha cessato le pubblicazioni nel ’90 e le ha riprese nel marzo del ’95, precisamente in occasione del Vertice mondiale per lo sviluppo sociale tenutosi a Copenaghen, cui hanno partecipato i paesi del cosiddetto Terzo mondo, compresa Cuba.

Nei Paesi che lottavano per liberarsi dal colonialismo prevaleva, in quegli anni, l’indirizzo strategico dell’indipendenza nazionale.

Nella seconda metà del Novecento i processi rivoluzionari di liberazione dal colonialismo venivano inquinati dal nazionalismo. Allo stesso modo che il nazionalismo dei primi decenni del Ventesimo secolo aveva inquinato e stravolto il movimento operaio e i partiti socialdemocratici portandoli ad alimentare l’orribile mattanza della Prima guerra mondiale e spianando la strada al dominio imperialista nel mondo e all’avvento dei fascismi. Anche il Che, come la rivoluzione d’Ottobre, è stato ucciso dal nazionalismo, da chi, nel fronte anticoloniale, ha scelto il nazionalismo. Il progetto guevarista è stato sconfitto, il rapporto di forza internazionale assai sfavorevole, le derive nazionaliste e altri fattori ne hanno decretato la fine. Ma non si è del tutto dissolto. Rivive in ciò che si sta muovendo in America Latina in questi anni, in forme diverse, nella lotta di chi non accetta di continuare a subire un sistema di sfruttamento e sottomissione.

Oggi, passando vicino a un ritratto del Che appeso a una parete, o indossando una maglietta con la sua immagine, si dovrebbe ricordare che il Che non era un «democratico», neppure un «pacifista», né un «ecologista-ambientalista», non avrebbe operato nelle Ong, né nelle «organizzazioni umanitarie», non avrebbe partecipato alle competizioni elettorali, non si sarebbe mai «dissociato» né «pentito» delle azioni violente compiute. Il Che è stato un dirigente guerrigliero che ha portato un enorme contributo alla scienza rivoluzionaria marxista sviluppando la teoria della guerriglia rivoluzionaria.

L’odio come fattore di lotta, l’odio intransigente per il nemico, che spinge l’essere umano oltre i limiti naturali e lo trasforma in un’efficace, violenta, selettiva e fredda macchina per uccidere. I nostri soldati devono essere così; un popolo senza odio non può trionfare su un nemico brutale. [Che, Creare due, tre, molti Vietnam]

[da: Maelstrom pag. 144 seg.]

vedi anche qui

e la biografia del “Che” qui

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“I Manager del movimento alternativo” Uno scritto del 1980

Da CONTROinformazione n.18 del giugno 1980

di Karl Heinz Roth

 

 

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Amnistia… la parola e… il senso

L’amnistia per i detenuti e le detenute delle carceri di questo paese probabilmente non si farà. Nonostante il sovraffollamento: circa 69.000 detenuti e detenute in celle che ne potrebbero contenere al massimo 43.000 e le sofferenze che questo ingorgo di corpi impone a ciascuno e ciascuna, il governo risponde:  “non ci sono i numeri in Parlamento”. Vuol dire che non c’è la volontà politica da parte dei gruppi parlamentari, ossia dei partiti. A loro va bene che i poveri, gli ultimi della terra muoiano di galera. Si indignano soltanto quando uno  di loro, raramente, attraversa quei cancelli.  

Dunque, niente amnistia, ma il solo pronunciarla ha fatto rizzare i capelli in testa alla congrua pattuglia delle avanguardie forcaiole d’Italia.

Provo dunque a ricordare ai saputelli della carta stampata qualcosa sul significato della parola “amnistia” .

“Amnistia”, dal greco amnēstia,  A/MNĒME, nega/memoria: oblio, remissione.

Concetto per certi versi simile al greco biblico  iobelaios, l’anno che cade ogni 50. Annum iubilaeum: in cui al suono del corno del capro “yobèl” venivano rimessi, nel mondo ebraico, i debiti di tutti gli uomini.

La storia ricorda l’ateniese Trasibulo (vincitore nella battaglia di Atene contro i trenta arconti (tiranni) che decretò l’amnistia generale. La prima amnistia di cui abbiamo memoria, nel Settembre 403 prima dell’età volgare  (p.E.V.)

L’amnistia è un oblio parziale, un’amnesia, ma è un oblio consapevole. Bisogna saper ricordare, saper comprendere le ragioni e i motivi dei fatti e dei comportamenti che si vogliono obliare.

Significa ricordare senza restar schiavi delle pulsioni vendicative.

Ci vogliono istituzioni salde e che godano di un certo consenso, ci vuole dignità e onestà di gran parte della società, per fare i conti con una realtà di dure contese e di comportamenti travolgenti le regole sociali, causati da malessere e sofferenza che si vogliono, o almeno si spera, superare. Ci vuole capacità di non farsi inghiottire dai ritmi affannosi della cecità quotidiana. Ci vuole consapevolezza e coscienza profonda.

L’amnistia concerne la memoria, il ricordare. È una categoria che sta dentro il rapporto tra presente e passato. Il ricordare è un’opera che contempla la selezione dei ricordi.

Gli aggregati umani hanno sempre costruito la propria identità intorno alla battaglia del ricordare. La formazione dell’identità individuale di una donna o un uomo e di quella collettiva di una società si costruisce dentro labattaglia della “memoria”.

La memoria è dunque un campo di battaglia dove si lotta per la conquista del passato, per la sua riscrittura o il suo stravolgimento; dove si esaltano degli eventi e se ne sviliscono altri; a volte di sana pianta si “inventa la tradizione”.

Ricordo e dimenticanza: due poli contraddittori della memoria, che esistono strettamente avvinghiati in una lotta senza fine. Sul terreno rimangono i ricordi: annientati, stravolti, ingigantiti, travisati, inventati. Esemplare il caso delle società costruite dalla colonizzazione di gruppi umani provenienti da altre terre: il nome delle prime città che i coloni fondano ricevono il nome delle città lasciate per emigrare (New Amsterdam, poi New York, ecc.), ma anche costruendo imponenti commemorazioni per scolpire nelle coscienze dei nuovi arrivati la loro “storia condivisa”.

Il ricordare è in realtà un dimenticare selettivo: i ricordi si selezionano, ciascuna e ciascuno di noi decide quello che va ricordato, quello che va esaltato e quello che va dimenticato. Lo decide la nostra collocazione nel presente, se abbiamo lo sguardo rivolto in avanti teso a costruire qualcosa di importante; immobile e ottuso se rimane imprigionato in un cieco passato che si attorciglia in spire di rivincite, ritorsioni, rappresaglie, vendette, castighi.

L’accanimento del passato non permette di vivere il presente per andare avanti. La dittatura del passato non aiuta nel presente, tiene legati gli umani in una faida senza fine tra potere statuale e persone.

Il rifiuto dell’amnistia svela la fottuta paura di ricordare, di ripercorrere gli aspri contesti sociali e politici che necessitano di amnistia.

L’alternativa non è tra ricordare molto e dimenticare poco, o viceversa; il nostro compito è capire che direzione deve prendere il passato: dove dirigersi, che spazio occupare tra gli individui, tra i soggetti sociali, tra le classi, in quale interstizio inserirsi. Purché non continui a restare monopolio esclusivo del potere.

Cerchiamo di non restare irretiti nel labirinto del passato e poi trovarci a domandare, come Alice, (quella nel Paese delle Meraviglie): “per dove si esce”? potrebbe non esserci uscita!

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Domenica 7 ottobre, un interessante dibattito

Un libro molto stimolante, non convenzionale, indisponente…

Un libro che mostra, senza veli, le grandiose idee guida e i successivi ingranaggi di potere che hanno scandito l’ascesa e il declino dell’esperimento sovietico nella Russia del novecento. Dall’incontro tra le élite intellettuali e i proletari della gestione popolare, all’emergere di contraddizioni devastanti che hanno prima screditato e poi smantellato l’esperimento. Per finire nel più becero dominio del mercato e del capitalismo che pure era stato soppiantato da un tentativo alternativo che si proponeva di altre risposte alle vicende umane.  

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A chi si è indignato/a per il video della tortura e morte di Mastrogiovanni…

Perché indignarsi per poche ore e poi tornare ai rituali quotidiani ossequiosi del potere?
Perché immaginare che simili crimini delle istituzioni di questo stato siano un’eccezione e non la regola di un sistema che impone l’omologazione e annienta la diversità?
Perché inondare il Web con frasi di fuoco, propositi per sovvertire l’esistente, ma solo in preda alle forti emozioni suscitate da un video come quello che accompagna la tortura e la morte di Francesco Mastrogiovanni?
Perché non scendere per strada e mettere la faccia in pubblico, gridando quelle stesse frasi che si perdono nel Web insieme a all’insulsa brodaglia delle “anime belle” che non hanno il coraggio di gridare con la propria voce?
Perché non venite al nostro fianco nelle piazze e nelle strade quando gridiamo di fronte al potere, facendoci fotografare dalla polizia, il dramma delle carceri, dei manicomi criminali (Opg), del controllo psichiatrico, del Tso, dei Cie, del carcere minorile, dei bambini nati in carcere?

Il 4 agosto 2009 Francesco Mastrogiovanni, un maestro di 58 anni, un compagno anarchico, dopo essere stato fermato per una presunta violazione al codice della strada, viene sottoposto a una caccia all’uomo, inseguito, catturato e rinchiuso nel reparto di psichiatria dell’ospedale San Luca di Vallo della Lucania e sottoposto a Tso (Trattamento Sanitario Obbligatorio). Ne uscirà 82 ore dopo morto, ucciso da questo Stato. Dalle sue istituzioni psichiatriche.
Viene legato al letto di contenzione, un’agonia lunga 82 ore è stata tutta registrata dalle telecamere di sorveglianza dell’ospedale. Il filmato, per volontà della famiglia, è stato reso pubblico. Si può vedere qui:

Oggi ne parlano tutti: giornali, siti Web e tutte le reti televisive, per un pò di giorni, quanto durerà il processo che vede imputati 18 operatori sanitari del reparto dell’ospedale. Poi di nuovo calerà iil silenzio omertoso dei “bravi cittadini”, fino al prossimo morto che indignerà…fino a quando questa pantomima?

Ascoltiamo la vera  storia del compagno Francesco e della persecuzione cui lo sottoposero le istituzioni, fino ad ucciderlo. Il racconto è della compagna Leandra del circolo “Cafiero” intervistata da RadiOndaRossa il 21 novembre, 2010: Qui

La storia giudiziaria di Francesco comincia nel 1972. Giovanni Marini stava indagando sulla misteriosa morte dei coraggiosi cinque anarchici ‘della baracca’ avvenuta nei pressi della tenuta di Valerio Junio Borghese il 26 settembre 1970 e mai spiegata a oggi. L’incontro con un gruppo di missini scatena una rissa – Carlo Falvella muore poco dopo, Giovanni Marini, pur avendo agito in legittima difesa, viene condannato a 14 anni di reclusione, Francesco, dopo un anno scontato in diverse carceri, inizia un lungo percorso di processi, intimidazioni fasciste, ricoveri coatti fino all’isolamento e alla morte. Il 5 ottobre ’99, per un banale litigio con un carabiniere, Franco è condannato a tre anni di reclusione per resistenza a pubblico ufficiale e lesioni, malgrado la testimonianza in suo favore di sei persone. Assolto in appello, ma segnato come ‘pericoloso anarchico’, distrutto dai maltrattamenti subiti in caserma, piantonato mattina e sera, Franco subisce per ordine del Comune di Pollica il primo T.S.O. nel 2002 per motivi tuttora da chiarire. Il 1 agosto 2009 è di nuovo il Comune di Pollica, nella persona del Sindaco Angelo Vassallo, a ordinare senza prove né denunce il TSO che lo porterà alla morte. L’atroce supplizio vissuto da Francesco, più di tre giorni senza cibo né acqua, è stato ripreso dalle telecamere del reparto e nel corso del dibattito ne sarà proiettato un breve estratto. Il processo iniziato lo scorso 28 giugno presso il Tribunale di Vallo della Lucania vede 18 imputati per sequestro di persona, delitto doloso in concorso, negligenza, imperizia e imprudenza, falso in cartelle cliniche e tentato occultamento di prove. Suscita profonda preoccupazione in tutti noi il passaggio d’ufficio del ‘caso Mastrogiovanni’ allo stesso PM che nel 1999 ottenne una detenzione ingiusta per Franco. Il Comitato e i compagni anarchici ribadiscono con forza la richiesta di approfondire le circostanze e le motivazioni che hanno portato al TSO che ha poi causato la morte di Franco e auspicano che l’imminente processo abbia tempi brevi.

I Tso sono oltre 10.000 l’anno. Le persone sottoposte a un controllo psichiatrico sono circa 600.000.
Domani potrebbe capitare a te, se la tua diversità non dovesse piacere a qualcuno/a.

Lottiamo per abolire le carceri, il Tso, gli Ospedali psichiatrici giudiziari, i Cie… e tutti gli strumenti di segregazione, di emarginazione e di contenzione!

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