Il nostro “Che”

45 anni fa veniva ucciso dall’imperialismo  il compagno-comandante Ernesto “Che” Guevara.

 

Cosa si può aggiungere che non sia già stato scritto sul Che?

Le sue scelte di vita ci hanno segnato prima e più dei suoi percorsi politici che abbiamo cercato di fare nostri. Si provi a domandare a tutte le compagne e i compagni che militavano in quegli anni nel movimento quanto siano stati contagiati dall’entusiasmo per il Che.

Passati i decenni, possiamo discutere se ci sia stato un eccesso di soggettivismo nelle sue scelte politiche. Probabilmente c’è stato, in tutti i tentativi rivoluzionari troviamo questi eccessi. La forza del Che è stata di aver saldato indissolubilmente le scelte di vita con le proprie idealità. La coerenza è stata la componente più entusiasmante del suo insegnamento, quella più ignorata. Troppe magliette, troppi ritratti e canzoni a fronte di un distratto ascolto del messaggio del guerrigliero argentino, cubano, internazionalista. Ci si poteva entusiasmare per una vita avventurosa, ma non si doveva fingere di ignorare che quella vita il Che l’aveva dedicata a un progetto preciso che ha spiegato mille volte in mille modi, le sue parole non permettevano di tergiversare:

La solidarietà del mondo progressista con il popolo del Vietnam ha lo stesso sapore di amara ironia che aveva per i gladiatori del circo l’incitamento della plebe, non si tratta di augurare la vittoria all’aggredito, ma condividere la sua sorte: andare con lui alla morte o alla vittoria. […] E le lotte non saranno semplici combattimenti di strada, di pietre contro lacrimogeni, né di scioperi generali pacifici; e non sarà nemmeno la lotta di un popolo infuriato che in due o tre giorni distrugge l’apparato repressivo; sarà una lotta lunga, cruenta […] E a noi sfruttati del mondo, che parte ci tocca? Attaccare duramente, incessantemente in ogni punto del confronto, deve essere la tattica generale dei popoli. […] D’altronde le borghesie autoctone hanno perso ogni capacità d’opposizione all’imperialismo – se mai l’hanno avuta – […] Non ci sono più altri cambiamenti da fare: o rivoluzione socialista o una caricatura di rivoluzione.

Queste poche righe erano, per noi, il succo del pensiero del Che, parole con un significato rigoroso che non si poteva ignorare. In quegli anni non lo ignorammo. Non che fossimo d’accordo con tutto quello che diceva e faceva. Ma sarebbe stato da ipocriti pensare che la solidarietà con il Vietnam e gli altri popoli in lotta si potesse limitare a qualche manifestazione con qualche vetrina rotta.

Non bastava. Era chiarissimo. Non ci si poteva ingannare: il guevarismo non era una appello per andare ad assistere i diseredati. Non era propedeutico alla professione di operatore umanitario presso le Ong. Non si poteva confondere il Che con madre Teresa. Il Che diceva una cosa precisa: poiché nel mondo c’è già una lotta rivoluzionaria in corso, combattuta su molti fronti contro l’ordine capitalista-imperialista, ovunque ciascuno di noi si trovi deve aprire un fronte di combattimento rivoluzionario per indebolire l’imperialismo e rafforzare la lotta là dove è in una fase avanzata.

Lo capivamo anche noi, pur non essendo teorici, che c’era differenza tra la proposta del Che e il pensiero definito leninista che proponeva di iniziare uno scontro rivoluzionario, anche armato, soltanto se ci fossero state in un paese le condizioni oggettive e soggettive per vincere, per prendere il potere. Solo in quel caso e in quel paese sarebbe stato possibile e necessario aprire uno scontro insurrezionale. Il Che modificava quella impostazione e diceva che lo sguardo doveva essere internazionale e che lo scontro era già in corso, era complessivo e mondiale. Dunque, per partecipare alla lotta per il cambiamento delle sorti del mondo era necessario aprire un fronte guerrigliero ovunque ci si trovasse, anche se le condizioni per vincere non c’erano. Era sufficiente che ci fossero le condizioni per iniziare il combattimento.

L’indicazione guevarista proponeva di impiantare un fronte guerrigliero in ogni anello della catena del dominio imperialista.

La proliferazione di fronti di lotta avrebbe accelerato la rottura della catena imperialista in alcuni punti, ciascuna vittoria avrebbe dato forza a tutti gli altri fronti in lotta.

Non è un caso che il Che si sia scontrato politicamente con il segretario del Partito comunista boliviano, Monje, il quale invece si riconosceva nella linea ortodossa e sconsigliava il Che di iniziare una guerriglia in Bolivia perché non c’erano, in quella fase, le condizioni per conquistare vittoriosamente il potere.

La scelta politica definita «guevarista» prevedeva l’esistenza di un campo amico o almeno neutrale; un campo formato dai paesi che via via si staccavano dalla catena imperialista e formavano un’area di reciproco aiuto economico, politico e militare, offrendo anche un retroterra ai combattenti delle altre guerriglie. Il Che riconosceva al campo del «socialismo reale» e dell’Urss un ruolo di campo contrapposto all’imperialismo che però non assolveva a pieno questo compito. Su questa posizione del Che molti di noi, tra cui io, eravamo decisamente contrari perché più critici verso il cosiddetto socialismo reale.

Il Che ipotizzava una sorta di internazionale guerrigliera, non un partito centralizzato come la Terza Internazionale, ma un’area diversificata e fortemente solidale. La Tricontinental doveva essere il nucleo di questa sorta di Internazionale guerrigliera, che iniziava il suo percorso con l’appuntamento dell’Avana dal 3 al 15 gennaio ’66, «La Conferenza di Solidarietà dei Popoli dell’Africa, Asia e America Latina», e lanciava l’Ospaaal (Organizzazione di solidarietà dei popoli dell’Africa, Asia e America Latina ). Il messaggio del Che alla Tricontinental: «Crear dos, tres muchos Vietnam, es la consigna!» veniva pubblicato il 16 aprile del ’67. Comparve sul primo numero della rivista «Tricontinental» nel luglio-agosto ’67 e diventò, dopo la sua uccisione avvenuta due mesi dopo, il 9 ottobre, il suo testamento politico.

Per qualche anno la rivista, pubblicata all’Avana in quattro lingue: spagnolo, inglese, francese e italiano (distribuita in Europa dalle edizioni Maspero di Parigi e dalla Libreria Feltrinelli di Milano), svolse un ruolo insostituibile di informazione sulle lotte rivoluzionarie e di liberazione nei tre continenti, nonché di denuncia delle aggressioni militari e dell’ingerenza politica, economica e culturale dell’imperialismo Usa e dell’Europa Occidentale nei confronti del Terzo mondo.

La rivista continuò a uscire ma dopo qualche anno perse quel carattere dirompente che l’aveva fatta nascere. Tuttora si stampa e si redige a Cuba, ed è una rivista di denuncia sulle condizioni di povertà e fame che l’imperialismo impone ai popoli. Ha cessato le pubblicazioni nel ’90 e le ha riprese nel marzo del ’95, precisamente in occasione del Vertice mondiale per lo sviluppo sociale tenutosi a Copenaghen, cui hanno partecipato i paesi del cosiddetto Terzo mondo, compresa Cuba.

Nei Paesi che lottavano per liberarsi dal colonialismo prevaleva, in quegli anni, l’indirizzo strategico dell’indipendenza nazionale.

Nella seconda metà del Novecento i processi rivoluzionari di liberazione dal colonialismo venivano inquinati dal nazionalismo. Allo stesso modo che il nazionalismo dei primi decenni del Ventesimo secolo aveva inquinato e stravolto il movimento operaio e i partiti socialdemocratici portandoli ad alimentare l’orribile mattanza della Prima guerra mondiale e spianando la strada al dominio imperialista nel mondo e all’avvento dei fascismi. Anche il Che, come la rivoluzione d’Ottobre, è stato ucciso dal nazionalismo, da chi, nel fronte anticoloniale, ha scelto il nazionalismo. Il progetto guevarista è stato sconfitto, il rapporto di forza internazionale assai sfavorevole, le derive nazionaliste e altri fattori ne hanno decretato la fine. Ma non si è del tutto dissolto. Rivive in ciò che si sta muovendo in America Latina in questi anni, in forme diverse, nella lotta di chi non accetta di continuare a subire un sistema di sfruttamento e sottomissione.

Oggi, passando vicino a un ritratto del Che appeso a una parete, o indossando una maglietta con la sua immagine, si dovrebbe ricordare che il Che non era un «democratico», neppure un «pacifista», né un «ecologista-ambientalista», non avrebbe operato nelle Ong, né nelle «organizzazioni umanitarie», non avrebbe partecipato alle competizioni elettorali, non si sarebbe mai «dissociato» né «pentito» delle azioni violente compiute. Il Che è stato un dirigente guerrigliero che ha portato un enorme contributo alla scienza rivoluzionaria marxista sviluppando la teoria della guerra rivoluzionaria.

L’odio come fattore di lotta, l’odio intransigente per il nemico, che spinge l’essere umano oltre i limiti naturali e lo trasforma in un’efficace, violenta, selettiva e fredda macchina per uccidere. I nostri soldati devono essere così; un popolo senza odio non può trionfare su un nemico brutale. [Che, Creare due, tre, molti Vietnam]

[da: Maelstrom pag. 144 seg.]

vedi anche qui

e la biografia del “Che” qui

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