Donna arrestata per stregoneria

Non uno o due secoli fa, ma oggi: maggio 2012    

A San Pedro de Macorís, in Repubblica Dominicana, una donna haitiana, Escolastica Carpio, è stata arrestata nei giorni scorsi per “stregoneria”.

Maria Rodriguez, madre di una bambina appena nata, accusa la donna haitiana di  “chuparse” letteralmente succhiarsi (la vita) di sua figlia. Pare che Escolastica sia stata sorpresa  vicino al letto della bambina, mentre questa dormiva,  con una cannuccia in mano, succhiando l’ombelico della bambina. Le condizioni di salute della bambina non sono molto buone recentemente,  denuncia la madre, che accusa la haitiana di “saziarsi” con sua figlia …  Insieme a Escolastica è stato arrestato anche suo figlio. I due sono stati trascinati dalla Polizia e da una folla infuriata.

Non è un racconto di fantasia, è la realtà. La “brujería” (stregoneria) è molto diffusa in questo paese, soprattutto nelle comunità di haitiani

Leggi  particolari  qui

 

 

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23 maggio1974 le Brigate Rosse liberano Mario Sossi, sequestrato il 18 aprile

«Lo portano in un parco, lo fanno sedere su una panchina in un quartiere periferico di Milano e dopo avergli messo in tasca un biglietto ferroviario per Genova e un comunicato da rendere pubblico, lo salutano dicendogliVa be’, arrivederci, metti giudizio!“» [Corriere della Sera, 28 maggio 1974]

Lo stesso giorno il Comunicato delle BR n. 8 spiega “perché rilasciamo Mario Sossi”

«Primo: la Corte d’Assise d’Appello di Genova ha concesso la libertà provvisoria agli 8 compagni comunisti del 22 Ottobre subordinandola a garanzie sulla incolumità e la liberazione del prigioniero; queste garanzie sono state volutamente ignorate da Coco, servo fedele di Taviani e del governo. Coco vorrebbe così costringerci ad un braccio di ferro che si protragga nel tempo, in modo da poter invalidare il preciso significato politico della ordinanza della Corte d’Assise d’Appello. Non intendiamo fornire nessun pretesto a questo gioco. Liberando Sossi mettiamo Coco e chi lo copre di fronte a precise responsabilità: o liberare immediatamente i compagni, o non rispettare le loro stesse leggi.

Secondo: in ogni battaglia bisogna “combattere fino in fondo.” Combattere fino in fondo in questo momento significa sviluppare al massimo le contraddizioni che in questi 35 giorni si sono manifestate all’interno e fra i vari organi dello stato, e non fornire pretesti per una loro sicura ricomposizione. Questa battaglia ci ha fatto conoscere più a fondo il nostro nemico: la sua forza tattica e la sua debolezza strategica: la sua maschera democratica e il volto sanguinario e fascista. Questa battaglia ha riconfermato che tutte le contraddizioni in questa società si risolvono solo sulla base di precisi rapporti di forza. Mai come ora dunque diventa chiaro il senso strategico della nostra scelta: la classe operaia prenderà il potere solo con la lotta armata. Riconfermiamo che punto irrinunciabile del nostro programma politico è la liberazione di tutti i compagni detenuti politici.»          [Il Giornale d’Italia, 24- 25 maggio 1974].

Il 18 aprile 1974 si era insediato alla presidenza della Confindustria Agnelli. Con questa azione le BR intendevano portare direttamente l’attacco allo stato colpendo quello che ritenevano il suo anello più debole: la magistratura. In un loro opuscolo:

«…contro ogni tendenza dìfensìvista o liquìdazionìsta che assume la crisi a pretesto per rinunciare alla lotta e cercare il compromesso, abbiamo voluto, colpendo la figura del sostituto procuratore dottor Mario Sossi, colpire un centro vitale del processo di controrivoluzione. E siamo passati all’attacco proprio ora, in questo cupo clima del referendum, perché siamo convinti che la Classe Operaia e il Movimento Rivoluzionario si trovano di fronte proprio ora ad una fase nuova della guerra di classe. Una fase in cui noi delle Brigate Rosse riteniamo che:

– all’accerchiamento strategico delle lotte operaie si risponde estendendo l’iniziativa rivoluzionaria ai centri vitali dello stato; – questa non è una scelta facoltativa, ma una scelta indispensabile per mantenere l’offensiva anche nelle fabbriche;

– al processo di controrivoluzione che si presenta come movimento globale va contrapposto un movimento di resistenza strategica.»  [pubblicato nel Giornale d’Italia, 13 maggio 1974 e nel “Tempo” dello stesso giorno].

Riflessioni del magistrato Mario Sossi dopo la liberazione:

«per dura che sia stata la drammatica esperienza da me vissuta, essa è pur sempre un’esperienza.”… “In una cosa eravamo assolutamente d’accordo, che l’indipendenza della magistratura è un’utopia… questo le BR lo sapevamo già. Io l’ho capito in quei 35 giorni.» [L’Europeo, 6 giugno 1974].

Come la stampa di allora cercava di definire l’identikit del brigatista:

Sul Corriere della Sera, 24 maggio 1974: «...I comportamenti rientrano negli schemi della tensione politica o debordano in quelli della follia? E la cultura? […]. Siamo, nonostante tutto, nel terreno dell’umano o in quello del disumano? “Uomini e no” fu l’ormai proverbiale sintesi di Vittorini sulla guerra civile. Le Brigate Rosse sono oggi l’emblema del “non uomo”? […]. Tra le ipotesi c’è quella che vorrebbe. dietro le Brigate Rosse un unico cervello, una mente che guida i rapitori e “postini” […]. Interrogo un grande maestro della psicologia, Cesare Musatti. “Si può solo esprimere qualche impressione,” dice Musatti. “La persona la quale dirige l’attività del gruppo […] è proprio quale si presenta: cioè colto, con una impostazione ideologica sicura anche se incomprensibile, dotato di capacità organizzativa ed esecutiva, e con una preparazione giuridica. Il tutto è pervaso da una vena di follia: paranoia lucida, e questo giustifica ogni preoccupazione

Sulle stesse pagine il Corriere affida l’analisi del linguaggio dei comunicati a Enrico Calenda giovane filologo di Venezia: «L’insistito rapporto fortemente contrastante fra le coppie dei pronomi noi-voi e degli aggettivi possessivi nostro-vostro […] a cui corrisponde appunto l’opposizione di due giustizie, due stati […] mette sulla pista di un’alternativa che dal profondo si ripercuote sui livelli logici e illogici investendoli di una visione in definitiva realmente sfiduciata. A ciò si collega forse la genericità della terminologia politica: non sono poche, in fondo, le organizzazioni nazi-maoiste che usano indifferentemente espressioni come ‘lotta di classe,’ ‘lotta di popolo,’ […]. Alla magistratura borghese si oppone un ‘tribunale del popolo,’ alle carceri repubblicane, una ‘prigione del proletariato.’ Il che in fondo equivale ad un’accettazione dello stato borghese stesso, rovesciato...»[Corriere della Sera, 24 maggio 1974].

Tre giorni dopo cosí Franco Fortini sullo stesso giornale replicherà all”‘identikit“:

«Si legge come “un giovane filologo di Venezia” abbia passato “un’intera giornata” sui proclami delle BR, per scoprirvi l’opposizione del “noi-voi” e di “due giustizie.” E aggiunge – giovane ma già chiaramente orientato – “non sono poche le organizzazioni nazimaoiste che usano indifferentemente espressioni come ‘lotta di classe’ e ‘lotta di popolo.”‘ Forse l’età impedisce al nostro filologo di rammentare che quella indistinzione è da 30 anni nel linguaggio dei partiti comunisti occidentali ma non gli toglie l’uso della dialettica. “Il che in fondo equivale ad un’accettazione dello stato borghese stesso rovesciato, visto che poi non si produce (nei documenti delle BR) alcuna analisi della situazione socio-economica”: peccato che le BR non abbiano allegato uno studio “socio-economico” ai loro messaggi, magari con appendice bibliografica. Ma che dire quando i contributi più o meno innocenti degli specialisti diventano, per il giornalista che conclude, “la nota allucinante della follia, l’assenza di una vera regola rivoluzionaria, l’eco di una cultura, il moralismo che è compagno di ogni negazione”Vogliate contare anche me per favore tra quei negatori e moralisti.Dalle casse degli zuccherieri, cosí due miliardi finirono alla DC e al PSI,” leggo sulla pagina di quello stesso venerdì 24 maggio che vede alcuni seri studiosi contendere il mestiere alle forze dell’ordine.»[Corriere della Sera, 27 maggio 1974].

Leonardo Sciascia scrive: … «Secondo l’ortodossia rivoluzionaria, non c’è dubbio che l’azione delle BR è stata, nel caso Sossi, assolutamente ineccepibile sia in ordine alla tempestività che agli effetti. Se un movimento rivoluzionario non sa insinuarsi nelle crepe che la società, il regime, lo stato che combatte gli offrono e allargarle; se non sa fare in modo che le contraddizioni interne di quella società, di quel regime, di quello stato si inaspriscano ed esplodano, non si capisce perché e in che cosa possa dirsi rivoluzionario. Eppure nell’arco nominalmente rivoluzionario del nostro paese l’azione delle BR è stata intesa e spiegata in tanti modi, tranne che in quello più ovvio: e cioè come il modo di preparare o di cominciare a fare una rivoluzione. La più benevola interpretazione è stata quella dell’estremismo infantilistico in un senso che non mi pare sia quello di Lenin…  Non riconoscere come rivoluzionaria l’azione delle BR non è dunque un sintomo del mutato rapporto tra le classi proletarie e rivoluzionarie, così come sono oggi rappresentate e si rappresentano, e il potere, e lo stato? È possibile parlare ancora di rivoluzione se il gesto rivoluzionario è temuto nell’ambito stesso delle forze che dovrebbero generarlo non solo per la risposta del gesto controrivoluzionario, che potrebbe facilmente e sproporzionatamente arrivare, ma anche perché in sé, intrinsecamente, controrivoluzionario? Non c’è dunque da pensare, da riflettere?»  [“L’Espresso,” n. 25, 2 giugno 1974].

Tutti i comunicati del sequestro Sossi si possono leggere a questo link:

http://www.bibliotecamarxista.org/soccorso%20rosso/capitolo%2015.htm

Nota: i 3 ritagli di giornale (a parte il Manifesto) sono tratti da Rosso, n.11 giugno 1974
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Tornano i Manicomi? Tentativo di golpe di Pdl e Lega per inasprire il controllo psichiatrico

Doveva essere una battaglia di libertà, la chiusura dei sei  Opg (manicomi criminali) che ospitano oltre 1500 persone torturate quotidianamente in quei lager, invece rischia di trasformarsi nel suo contrario: in Commissione Affari Sociali alla Camera, Pdl e Lega hanno approvato un articolo che ha fatto urlare: riaprono i manicomi!

I Tso (Trattamenti Sanitari Obbligatori, previsti dalla Legge 23 dicembre 1978, n. 833 Istituzione del servizio sanitario nazionale”) vengono sostituiti dai Tsn (Trattamenti Sanitari -psichiatrici- Necessari prolungati. Viene raddoppiata la durata, non più per 8 ma per 15 giorni.

Lo spirito di questa controriforma reazionaria rende ‘prevalente’ la tutela della salute sulla libertà dell’individuo, così si segue la strada opposta a quella della legge 833, stabilendo che prevale l’intervento con la forza sul raggiungimento di un consenso tra medico e paziente. Nei casi in cui «la convivenza con la persona affetta da disturbi mentali comporti rischi per l’incolumità fisica della persona stessa o dei suoi familiari, il dipartimento di salute mentale, in collaborazione con i servizi sociali del comune, trovi una soluzione residenziale idonea nell’ambito degli alloggi di edilizia residenziale pubblica». Separazione, ghettizzazione, stigmatizzazione.

Persone con disagi psichici rischieranno di essere rinchiuse contro la loro volontà anche per 12 mesi in apposite strutture “protette” ossia chiuse, ogni volta il medico ritenga «la garanzia della tutela della salute» sia «prevalente sul diritto alla libertà individuale del cittadino»

Soggetti a rischio potranno essere: tossicodipendenti, alcolizzati, giocatori d’azzardo patologici, perfino chi è affetto da disturbi alimentari e qualsiasi persona manifesti comportamenti non omologati.

Questa barbarie inghiottirà un fondo sanitario nazionale pari a 300 milioni di euro (in gran parte per la corporazione degli psichiatri)

Secondo Stefano Cecconi del Comitato nazionale StopOpg: «…la riforma Basaglia non è stata applicata pienamente: troppo spesso il diritto alla salute mentale non è garantito su tutto il territorio nazionale. In modo strisciante si sono riaperte strutture che assomigliano ai vecchi ospedali psichiatrici e troppo spesso l’unica risposta sono i farmaci. Questa situazione, se non affrontata, porta all’abbandono di chi soffre e delle loro famiglie. E offre pretesti ai “nostalgici” del manicomio. Per questo insistiamo: bisogna investire nei servizi territoriali, con Centri di Salute Mentale accoglienti, centri diurni, servizi domiciliari e residenziali, per garantire 24 ore su 24 la “presa in carico” delle persone e dei loro familiari, e l’inclusione sociale e lavorativa…investire nel welfare territoriale favorisce l’alternativa e la chiusura degli stessi Ospedali Psichiatrici Giudiziari (Opg)… smantellare la 180 e tornare al manicomio, è una comoda e incivile scorciatoia, che non riconosce dignità e diritti a chi soffre di disagio mentale, e che riduce gli spazi di libertà per tutti».

Questo golpe che introduce il controllo psichiatrico totale è stato compiuto nei giorni intorno al 17 maggio, proprio alla giornata internazionale contro l’omofobia e la transfobia, istituita dall’Unione Europea nel 2005, per celebrare l’anniversario della rimozione dell’omosessualità dalla lista delle malattie mentali nella classificazione internazionale dell’Organizzazione mondiale della sanità, che è avvenuta il 17 maggio del 1990.

Vedi altri articoli e approfondimenti sul controllo psichiatrico qui, qui, qui e qui

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1970, critiche del movimento allo “Statuto dei lavoratori”

Oggi stringiamo i denti per difendere ciò che è rimasto dello “Statuto dei Lavoratori”.   Forse dobbiamo lanciare lo sguardo più lontano… PROVIAMOCI !

UNO  “STATUTO”  PER  PADRONI  E  SINDACATI

Comitato di difesa e di lotta contro la repressione(Milano, Via Motta, 17)

Quaderni Piacentini, n. 42, novembre 1970 pagine 75-82

Vogliamo affrontare il tema “Eguaglianza dei cittadini e la giustizia” partendo dallo “Statuto dei lavoratori” divenuto legge il 20 maggio 1970. Questa legge dovrebbe avere proprio lo scopo di attuare, in favore dei lavoratori, il principio costituzionale di eguaglianza, e ha previsto anche forme speciali d’intervento del Magistrato. 

Dal risultato si può vedere chiaramente che cosa significa, nella nostra attuale società, il principio di eguaglianza, e quale è il ruolo del legislatore e della Magistratura per la sua attuazione.

Premessa dello Statuto è una situazione di fatto, denunciata in numerose indagini, studi e convegni, e nei 16 volumi dell’inchiesta parlamentare sulle condizioni dei lavoratori in Italia, pubblicata nel 1959: all’interno delle fabbriche, dei luoghi di lavoro, i diritti costituzionali di libertà non sono operanti; anzi, è documentata una dura realtà, fatta di diffusa illegalità, di arbitrio e di ricatto ai danni dei lavoratori. La Costituzione, fu detto, s’è arrestata ai cancelli delle fabbriche.

La proposta di intervenire con una legge, per garantire anche ai lavoratori, in modo organico e solenne, l’effettivo esercizio dei diritti di libertà, risale al 1952, quando Di Vittorio la formulò al III Congresso della CGIL a Napoli. Da allora la proposta fu ripresa da molte parti; i governi di centro-sinistra si impegnarono a fare uno “Statuto dei lavoratori” fin dal 1963. La legge 20 maggio 1970 n. 300 viene presentata come il coronamento di questa lunga battaglia.

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Comunicato dei prigionieri di San Vittore

Comunicato dei prigionieri di San Vittore

Comunicato dei prigionieri del carcere milanese di San Vittore, aprile 2012. Ricevuto e diffuso dalla redazione di OLGa

A chi ci legge:
chi scrive è un gruppo di prigionieri attualmente chiusi a San Vittore.

Si dice: le carceri sono sovraffollate, perciò la condizione delle persone dentro è diventata disumana. Si arriva a chiedere un’amnistia o anche solo un indulto o comunque un atto di clemenza per riportare  un po’ di umanità nelle condizioni interne.
Il governo dice qualcosa di fumoso mentre nel concreto, con il sostegno del parlamento, aumenta le pene in quantità (es: oltraggio, possesso di droga, “spaccio”, recidiva ecc…ecc…) e in tempo di galera. Lo Stato insomma affolla le carceri con delle leggi che criminalizzano atti, comportamenti, scelte imposte dalla crisi ad un crescente numero di persone, immigrate comprese, colpite dal licenziamento, dall’impossibilità di trovare un lavoro, dalle tasse, dal crollo della busta paga ecc…ecc…
riteniamo importante, per contribuire alla conquista di qualcosa di concreto, rivendicare un’amnistia però generalizzata a tutti i  “reati”; mettiamo in secondo piano l’indulto perchè, a differenza dell’amnistia, prevede in caso di ri/arresto nei successivi cinque anni il ripristino delle pene condonate.
Vogliamo specificare le conseguenze che rendono ancora più importante la lotta contro la criminalizzazione e la necessità del carcere.
Sovraffollamento delle carceri significa sovraffollamento delle celle, cioè, impossibilità pressoché totale in cella di movimento fisico, d’intimità, di attenzione, rispetto proprio e di chi è concellino (coinquilino strettissimo); un bagno, un rubinetto per sei o nove persone; impossibilità di lettura, studio, scrittura, riflessione; supremazia del rumore addomesticante della tv; l’igiene è un terno al lotto. Sovraffollamento vuol dire anche sovraffollamento del cortile dell’aria dove ginnastica e calcio sono difficili perchè in contrasto con la densità delle persone in piccoli spazi, con l’assenza d’acqua corrente, con i cessi intasati e puzzolenti; vuole anche dire intasamento e ingiallimento spaventoso delle doccie.
A questa situazione va unito, per essere completata, quanto segue:
pestaggi e umiliazioni praticati dalle guardie contro chi non accetta di essere trattato come uno schiavo, come e meno di un animale; trattamento questo che colpisce in particolare le persone immigrate perchè in generale mancano di sostegno diretto di famigliari e aggravato dall’assenza della lettura, della visione poiché a San Vittore vengono venduti solo giornali e riviste in italiano e la tv diffonde solo programmi in italiano (Mediaset, La7, Rai);
la brutale distribuzione della colazione e degli altri pasti perchè compiuta senza mestoli, pinze, recipienti con rubinetti;
la riduzione delle ore d’aria dalle quattro ore al giorno ministeriali a tre, a volte ridotte perchè in quelle ore è compreso il tempo della doccia;
così si è chiusi in cella 2×4 metri quadrati in 5-6 persone per 21 ore al giorno;
spesso i prigionieri catalogati “malati psichici” o comunque da tenere sotto stretto controllo, vengono costretti in una condizione di vero e duro isolamento, senza fornello, impossibilitati a scambiare cibo, parole, una condizione che spesso finisce nella tragedia del “suicidio” – com’è successo nel febbraio scorso anche in questo carcere ad Alessandro Gallelli.
.
Del resto queste ultime “malattie” vengono generate da tensioni psicologiche proprie alla coercizione carceraria, aggravate dalla pressione fra prigionieri, fra questi e il comando. In una parola il carcere ammala, uccide; è tempo di liberarsene.

San Vittore, aprile 2012

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Lavoro…ma quale bene comune???

 

 

 

 

 

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NO! ai poligoni di guerra

VERITA’ e GIUSTIZIA
per gli uccisi da veleni di guerra e di poligono
FERMARE la STRAGE di STATO
Dal 15 luglio 2011 il rappresentante del Governo ci offre molte parole di umana comprensione, il Governo permane in silenzio tombale.

LA VERITA’ sulla STRAGE di STATO , nota a tutti, è stata ormai dimostrata dalla Procura di Lanusei con prove inoppugnabili (rese note dai media a partire dal 24 marzo). Con un lavoro durato poco più di un anno ha risolto “il mistero” – che da 11 anni si vuole tale – del disastro ambientale e sanitario causato dal poligono Quirra-Perdasdefogu. Ha trovato alcune delle “armi del delitto”: lo smaltimento della spazzatura bellica Italia-Nato, sia in discariche fuorilegge, sia con i brillamenti fuorilegge, e conseguente contaminazione di aria, suolo, acque; le emissioni radar; il torio radioattivo sparso dai missili, accumulato e conservato nelle povere ossa degli uccisi. Ha messo sotto accusa:
* alcuni degli intoccabili in divisa, otto generali, un maggiore, due colonnelli, il tenente ex sindaco di Perdasdefogu;
* alcuni complici di alcuni dei depistaggi, i sei responsabili di due indagini “scientifiche” truffa approntate dal ministero della Difesa;
* due esponenti della vasta “zona grigia” dedita all’ostinata rimozione dell’evidenza. Il sindaco di Perdasdefogu e ilmedico competente del poligono sono indagati per ostacolo aggravato alla difesa da un disastro e favoreggiamento aggravato.
Nulla toglie alla dimostrazione oggettiva del nesso causale tra le attività militari e la strage l’ipotesi, purtroppo realistica,  che “gli intoccabili” evitino l’accusa di omicidio plurimo volontario. I meandri e i mille rivoli della catena di comando, la distribuzione di responsabilità in un groviglio inestricabile di livelli (dal soldato che ha eseguito l’ordine al Capo Supremo delle Forze Armate Italiane, ai vertici Nato) garantiscono l’anonimato, rendono improbabile individuare gli assassini con nome e cognome, quindi procedere contro

  BLOCCARE la STRAGE di STATO esige una decisione politica immediata, non è demandabile né subordinabile ai tempi biblici del sistema giudiziario dell’Italia, ripetutamente condannata dall’UE per questo motivo. Il Governo ha l’obbligo impellente di sospendere subito le attività dei poligoni che devastano la Sardegna, non solo in base al principio di precauzione, ma anche in osservanza degli atti parlamentari d’indirizzo per l’Esecutivo, datati 23/2/2011, che gli hanno impartito la direttiva di chiudere i poligoni “ove emergessero oggettive situazioni di rischio” o “qualora risultasse un collegamento con l’alta incidenza dei tumori registrata”. Le due mozioni complementari del centrodestra e del centrosinistra, approvate dal Senato all’unanimità, sono un punto fermo. L’indagine della Procura, con la forza dell’evidenza sostenuta da prove inconfutabili, ha fatto cadere “ogni ragionevole dubbio” sul nesso causa/effetto. Non esistono più scappatoie. Ricordiamo le parole pronunciate in aula il 23/2/11 dal firmatario della mozione della maggioranza Pdl a sostegno  della chiusura dei poligoni in Sardegna: “C’è un dato ormai acclarato. In quei territori abbiamo un’incidenza particolarmente alta di tumori (..) vi sono anomalie nella nascita degli animali allevati. Insomma il nesso esiste ed ormai non possiamo procrastinare una decisione”. .

Dal PARLAMENTO ESIGIAMO

* che difenda le sue prerogative incalzando il governo affinché esegua le direttive impartite il 23/2/011 e rientri nell’ambito della legalità provvedendo all’equa distribuzione sul territorio nazionale dei gravami militari scaricati sulla Sardegna in misura abnorme (il 60% del demanio a terra, non ci sono termini di raffronto con le altre Regioni sull’enormità delle zone aeree e marittime militarizzate);
* che si attivi per fugare il sospetto feroce di avere inteso affidare la “scoperta della verità indiscutibile” all’ennesima puntata della farsa ricerca scientifica infinita mirata a NON trovare. Il sospetto è avvalorato dalla scelta furbesca dello strumento inadeguato, l’indagine epidemiologica N°3 in programma e dall’ultima trovata bipartisan, entusiasticamente sostenuta dal sindaco indagato, di potenziamento del poligono della morte Salto di Quirra in cambio della chimera della smilitarizzazione di Teulada e Capo Frasca;

                          Dalla REGIONE ESIGIAMO

che apra una vertenza forte con lo Stato e faccia valere in tutte le sedi e con tutti gli strumenti di sua competenza:
* la cessazione dei “giochi di morte” del ministero della Difesa e delle FF.AA.; * il diritto alla salute e all’ambiente salubre;
* il diritto all’equa distribuzione dei gravami militari; * l’obbligo di chi ha inquinato a disinquinare e farsi pieno carico dei danni.

Dal GOVERNO PRETENDIAMO

    S     Sospensione delle attività dei poligoni dove si sono registrate le patologie di guerra;

     E      Evacuazione dei militari esposti alla contaminazione dei poligoni di Teulada, Decimomanno-Capo Frasca, Quirra                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                     R     Ripristino ambientale, bonifica seria e credibile delle aree contaminate a terra e a mare;

    R     Risarcimento ai malati e alle famiglie degli uccisi, Risarcimento al popolo sardo del danno inferto all’isola.

    A      Annichilimento , ripudio della guerra e delle sue basi illegalmente concentrate in Sardegna in misura iniqua;

 I        Impiego delle risorse a fini di pace .

 Comitato sardo Gettiamo le Basi , tel 3467059885 ; Famiglie militari uccisi da tumore , tel 3341421838
  Comitato Amparu (Teulada) , tel 497851259; Comitato Su Sentidu (Decimo) tel  3334839824; Comitato Su Jassu (Villaputzu) 
Ogni 15 del mese SIT-IN a Cagliari, piazza del Carmine, ore 10
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Repressione fascista in fabbrica: ieri e oggi all’Alfa

Rastrellamenti della polizia durante consiglio di fabbrica all’Alfa Romeo di Arese

10 maggio 2012 13:16

Arese (Mi) – “È in corso in questi minuti un vergognoso rastrellamento fatto dalle forze dell’ordine all’Alfa Romeo di Arese, nel tentativo di cacciare gli operai che sono dentro lo stabilimento. Si tratta di un fatto gravissimo e del tutto illegale perché dentro l’Alfa vi sono i locali del Consiglio di Fabbrica e i delegati e i lavoratori hanno tutto il diritto di utilizzarli come hanno sempre fatto in questi anni. Nel denunciare questa azione illegale delle forze dell’ordine chiediamo al Ministero dell’Interno di intervenire immediatamente per fermare questa palese violazione delle più elementari regole democratiche”. Lo rende noto Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione Comunista

Guarda il video qui

Repressione nella stessa fabbrica nel 1980 (da Controinformazione n.18 del giugno 1980)  Quale la differenza?

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Per Giorgiana… dalla Coordinamenta femminista e lesbica

PER GIORGIANA E PER NOI

12 maggio 1977-12 maggio 2012

Alcune di noi quel giorno c’erano, molte non erano ancora nate.

Lo Stato aveva deciso che nessuna/o poteva più scendere in piazza nel centro di Roma.

Giorgiana, insieme a tante altre e tanti altri, aveva scelto di disattendere quel divieto, di decidere di se stessa e della propria libertà e lo Stato l’ha uccisa.

Questo sistema vorrebbe che le proteste delle oppresse e degli oppressi fossero processioni e le richieste, giaculatorie, per l’ottenimento di qualche grazia che il sistema,con un atto di potere,si riserva di concedere e togliere, quando ritiene più conveniente ,con l’aiuto delle componenti socialdemocratiche e riformiste che hanno il compito di ricondurre le lotte ad una innocua “democraticità”.

Tutte quelle e tutti quelli che osano mettere in discussione questi valori vengono immediatamente etichettate/i come estremiste/i, violente/i, settarie/i.

L’autonomia nei riguardi del pensiero unico è un crimine e come tale viene perseguita.

Ma, essere femministe ,oggi, significa rompere con questi valori mortiferi, sottraendoci tutti i giorni e in tutti i momenti della nostra quotidianità.

Significa rompere l’assuefazione al controllo, ribaltare la colpevolizzazione in cui ci vogliono invischiare, recuperare la capacità di indignarci, promuovere la criticità verso la meritocrazia, la gerarchia, l’autorità, smascherare l’uso improprio di parole come democrazia, riforme, partecipazione…spezzare l’ipocrisia in cui ci vogliono imbrigliare.

Significa cercare di innescare meccanismi di uscita da questa società.

Dobbiamo lottare per la realizzazione di una vita che valga la pena di essere vissuta e per la realizzazione dei nostri desideri.

CI SOLLEVEREMO OVUNQUE, ANCHE IN FORME ETEROGENEE, NON SOLO DIVERSE, MA, SOPRATTUTTO ,ANTAGONISTE.

Sabato 12 maggio ore 15 tutte al presidio a Ponte Garibaldi!

 

Coordinamenta femminista e lesbica
di collettivi e singole-Roma
coordinamenta@autistiche.org
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Uno scritto di Ulrike Meinhof del 1968 su Konkret

“Il conflitto reso pubblico a Francoforte [dove si era riunita la Weiberrat ossia la ‘Commissione femminile’ del Sds – Lega tedesca degli studenti- dove le compagne avevano lanciato pomodori e altri ortaggi contro i compagni per costringerli a discutere del ‘privato’] lo conoscono bene tutti quelli che hanno famiglia, soltanto che in quella sede per la prima volta si è messo in evidenza che questa faccenda privata non è una faccenda privata. […] Queste donne non vogliono più stare al gioco, perché su loro grava tutto il peso dell’educazione dei figli […] hanno chiarito che l’incompatibilità tra l’educazione dei figli e il lavoro fuori casa non è una loro carenza personale, ma è compito dell’intera società, che ha fatto sorgere questa incompatibilità […]. [Le donne] non si sono lamentate e non si sono presentate quali vittime chiedendo compassione, comprensione, una lavastoviglie, parità di diritti tra uomini e donne, e quant’altro. Hanno invece cominciato ad analizzare la sfera privata, l’ambiente maggiormente vissuto, i cui carichi sono i loro carichi; e sono arrivate alla conclusione che gli uomini sono oggettivamente gli agenti della società capitalista per la repressione delle donne, anche quando soggettivamente non vogliono esserlo […]. Il solo seguito dell’incontro di Francoforte può essere che un numero maggiore di donne rifletta sui propri problemi, che si organizzi e impari a esprimersi, in un primo memento non pretendendo dai loro uomini nient’altro che di essere lasciate in pace in queste cose, e che si lavino da sé le loro camicie macchiate di pomodoro”.

(Ulrike Meinhof su Konkret 12.1968)

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