Il voto in carcere

Cella-1Il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP) ha comunicato i dati ufficiali definitivi relativi alla partecipazione al voto dei cittadini detenuti.
I votanti alla consultazione elettorale del 24 e 25 febbraio sono stati complessivamente 3.426, pari a circa il 5,2% dei 65.900 presenti.
Considerando che non tutti i 65.900 presenti nelle carceri avevano diritto al voto, ma circa un 50%, la partecipazione reale al voto non ha comunque superato il 10%.

Una bella lezione che la popolazione detenuta propone alla popolazione “libera”. cella-2

Le detenute e i detenuti hanno capito che da quel versante, quello degli equilibri istituzionali, delle dinamiche parlamentari e governative, non hanno nulla di buono da aspettarsi.
Sono altri i terreni cui bisogna rivolgere la propria attenzione e le proprie energie, ad esempio quello dell’organizzazione dal basso, delle comunicazione e del legame tra chi sta dentro e chi sta fuori, poiché l’obiettivo di ogni lotta, dentro le carceri o fuori, è quello per conquistare più libertà, sempre più libertà, su tutti gli ambiti della realtà sociale.

In carcere ogni giorno, ogni ora, si vota, ma per… evadere!!!evasione

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Ci vuole una SCOSSA

Ora sarà chiaro per tutte e tutti!

Operai Ilva in piazza 2

Spegniamo il Computer

Scendiamo per le Strade

Adesso!

S.Co.S.S.A.

Stud

Femm

AUTORGANIZZIAMOCI!!!

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La nostra tribuna è la strada

SENZA DELEGHE

Rosa-1

SENZA RAPPRESENTANTI

R-Lenin

LA  NOSTRA  TRIBUNA  È  LA  STRADA

autorganizzazione!

 

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40 anni fa, 1973: un anno di svolta

Inizia il 1973, un anno carico di tensione. La crisi bussa pesantemente alle porte. Il sistema capitalista paga il prezzo dell’abnorme espansione del modello consumistico. È dunque crisi di sovrapproduzione cui si affianca la cosiddetta “crisi petrolifera”: aumentano i costi della rapina delle fonti energetiche. I padroni vogliono arrestare l’offensiva operaia e recuperare margini di profitto facendo pagare il costo della crisi ai lavoratori. Gli  strumenti recessione e repressione. Una lunga recessione! Quindi chiusura delle fabbriche, aumento della disoccupazione, con conseguente difficoltà di scioperare. O meglio difficoltà di mantenere l’offensiva costretti a lotte difensive per mantenere il posto di lavoro a qualunque condizione.

Fiat-1Una campagna mediatica mai vista cerca di convincere i proletari che “fare sacrifici è bello”. È un battage pubblicitario di enorme ampiezza con l’appoggio di sindacati confederali e Pci. Iniziano le chiusure di fabbriche. Cominciano i licenziamenti nel settore degli elettrodomestici Candy, Triplex, Rex, ecc.. La Pirelli, mette in cassa integrazione 2.600 operai.

I settori più avanzati della classe operaia cercano di mantenere l’offensiva e continuare l’onda lunga della riscossa operaia. La piattaforma operaia rilancia questi obiettivi:

Salario Minimo Garantito di 150.000 lire al mese

-36 ore alla settimana

-Abolizione degli straordinari

-riduzione delle categorie (al massimo due)

-25.000 lire di aumento uguali per tutti.

I volantini, gli striscioni dei cortei e le scritte sui muri un unico grido: “La crisi la paghino i padroni”.

Il quadro politico

Il governo ce la mette tutta per dare una mano ai padroni. È la volta del governo Andreotti-II (dal 26 giugno 1972 al 5 luglio 1973) noto come Andreotti-Malagodi, con maggioranza Dc, Psdi, Pli (centrista) e con: Tanassi (vice e difesa), Malagodi (Tesoro), Gava (riforma P.A.), Taviani (Mezzogiorno), Rumor (interni), Scalfaro (Pubbl Istr), Medici (Esteri), Gonella (Giustizia).

Gli succede il governo Rumor-IV (dal 6 luglio 1973 al 13 marzo 1974) maggioranza: Dc, Psi, Psdi, Pri (centro-sinistra). Con: Donat Cattin (Mezzogiorno), Gava (Riforma P.A.), Moro (esteri), Taviani (interno), Zagari (giustizia), Giolitti (programmaz Econ), La Malfa (Tesoro), Tanassi (Difesa), Malfatti (Pubbl. Istr.), De Mita (Indus. Comm.).

La cronaca dei primi mesi del 1973

Fiat-222 gennaio. Adele Cambria, responsabile “pro tempore” del quotidiano Lotta continua, è condannata a 7 mesi coi benefici di legge in relazione ad un articolo che definiva il procuratore Sossi “famigerato” e “fascista”.

23 gennaio. Richard Nixon annuncia che, a Parigi, Kissinger e Le Duc Tho hanno firmato un accordo per il ‘cessate il fuoco’ in Vietnam, con decorrenza dal 28 gennaio.

25 gennaio. Il Senato approva il disegno di legge che aumenta di 5.000 unità l’organico della polizia.

23 gennaio. Si svolge la giornata di lotta nazionale dei metalmeccanici contro la ristrutturazione e la repressione, con assemblee e cortei.

23 gennaio. A Milano, in serata, 100 poliziotti agli ordini del vice questore Paolella e Cardile e del tenente Vincenzo Addante circondano la Bocconi per bloccare una manifestazione di studenti del movimento, indetta per protestare contro i provvedimenti repressivi della libertà di riunione. Un agente di Ps apre il fuoco contro i manifestanti in fuga colpendo lo studente Roberto Franceschi, che è ricoverato in ospedale in fin di vita. Rimane ferito anche l’operaio Roberto Piacentini, al quale una pallottola sfiora un polmone. Il giorno successivo, in gravissime condizioni, il Piacentini sarà incriminato per ben 5 reati. Si verifica nei giorni successivi un rimbalzo di responsabilità per l’intervento della polizia fra il rettore Giordano Dell’Amore e la Questura, che avanza la versione dell’agente in preda a raptus.

26 gennaio. A Milano, emergono testimonianze sui fatti della Bocconi. Quella di un avvocato, Marcello Della Valle, e di Italo Di Silvio, che dalla finestre delle loro abitazioni hanno visto un agente in borghese sparare ad altezza d’uomo, e un funzionario di polizia dare ordini palesemente in tal senso.

25 gennaio  A Ponte San Pietro (Bergamo), la polizia interviene sparando in aria poi, secondo gli operai, anche ad altezza d’uomo davanti alla Philco, e nel pomeriggio contro un gruppo di giovani di sinistra.

26 gennaio  A Pomigliano (Napoli), l’Alfasud sospende 3.500 operai dopo uno sciopero di reparto.

27 gennaio  A Milano, numerosi feriti e contusi sono il bilancio di un’aggressione perpetrata da fascisti contro i dipendenti della Standa in sciopero.

28 gennaio  A Torino, al termine di una manifestazione per Franceschi, gruppi di militanti di Lotta continua assediano la sede del Msi, e 2 di essi rimangono feriti dai colpi di arma da fuoco esplosi da agenti di Ps intervenuti. Sono tratti in arresto Alberto Callo, Marco Natale, Mauro Perino, Guido Viale.

29 gennaio  A Torino, guardie private della Fiat aggrediscono e malmenano 2 delegati che guidavano un piccolo corteo interno. Gli operai rispondono con una giornata di lotta contro la repressione e i metodi squadristi della direzione.

30 gennaio  A Milano muore, per le ferite riportate il 23 precedente, Roberto Franceschi. Sono incriminati per omicidio preterintenzionale gli agenti di Ps Gianni Gallo e Agatino Puglisi.

20 gennaio  A Conakry, sicari portoghesi uccidono Amilcare Cabral, segretario del Partito africano per l’indipendenza della Guinea. (Paigc) Nel suo testamento, il leader africano ha ribadito che entro l’anno la Guinea Bissau terrà, in zona controllata dal Paigc, la sua prima riunione per proclamare l’indipendenza, promulgare la costituzione e creare gli organismi sovrani. Il PAIGC era stato fondato da Amílcar Lopes da Costa Cabral (Bafatá, 12 settembre 1924 Conakry, 20 gennaio 1973) nel 1956 insieme a Luís Cabral, Aristides Pereira, Abílio Duarte , inizialmente clandestina, che si batte contro l’esercito portoghese su parecchi fronti partendo dai paesi vicini, specialmente dalla Guinea e dal Casamance, provincia del Senegal. Riesce un po’ per volta a controllare il sud del paese e a mettere in atto delle nuove strutture politico-amministrative nelle zone liberate.  Il PAIGC organizzò mercati itineranti sul territorio in cui era possibile trovare beni di prima necessità a prezzi decisamente inferiori rispetto a quelli che offrivano i negozi gestiti dai portoghesi e ad ospedali improvvisati in cui distribuire i medicinali che venivano inviati dall’URSS e dalla Svezia per sostenere la lotta guineense. In questi anni Amilcar Cabral approfondisce la riflessione sui metodi rivoluzionari e consolida la propria formazione marxista-leninista;

5 febbraio  A Torino, si conclude il processo a 19 operai della Fiat per gli scioperi e manifestazioni del 1969, con la condanna a 2 mesi con la condizionale per Giovanni Panosetti ed Ennio Furchi, e 17 assoluzioni. La Fiat licenzia altri 3 lavoratori.

7 febbraio A Trento, al processo contro 4 lavoratori incriminati per un picchettaggio alla Ignis del marzo 1971, un teste d’accusa ritratta la sua precedente dichiarazione, affermando di non conoscere gli imputati e che fu la direzione a segnalarglieli.

9 febbraio Il sostituto procuratore milanese Viola ordina il sequestro del manifesto che pubblicizza lo spettacolo di Dario Fo “Pum, pum, chi è? La polizia“, da 2 giorni in scena in città, per ‘vilipendio alle forze armate’.

12 febbraio  Il Tribunale di Roma condanna la direttrice responsabile del “Manifesto” Luciana Castellina in relazione ad un articolo su interventi della polizia, per ‘notizie false e tendenziose’.

14 febbraio Ad Atene, si verificano violenti scontri fra polizia e studenti, che chiedono libertà di espressione, con numerosi feriti e 11 arresti.

20 febbraio  A Milano, la Breda termomeccanica sospende 39 operai per scioperi articolati (gatto selvaggio).

25 febbraio A Pontedera (Pisa), 23 consiglieri comunali oltre al sindaco e al vice sindaco sono stati denunciati per ‘peculato’ per aver deciso il versamento di 300.000 lire ai lavoratori della fonderia, come forma di sostegno per gli scioperi intrapresi.

28 febbraio A Roma, si apre il processo a carico di Umberto Terracini per ‘vilipendio alle forze armate’, in relazione ad un articolo pubblicato da “Rinascita” sulle responsabilità di polizia e carcerieri nella morte di Franco Serantini.

L’occupazione di Mirafiori del 29 marzo ’73: i «fazzoletti rossi»

Di fronte all’attacco padronale e statale, di fronte alla crisi che comincia a scomporre il tessuto proletario e rende più difficile la lotta, alcune componenti del movimento arretravano. Altre rilanciavano e il dibattito si riempiva di grandi interrogativi; a quel punto gli operai di Mirafiori sparigliarono i giochi.

In Fiat prese corpo una nuova «milizia operaia» con il fazzoletto rosso sul viso che affermò e consolidò una forma di lotta, il corteo interno, con «spazzolate» che arrivarono a trascinare via anche impiegati e dirigenti. Una ripresa operaia nel pieno della controffensiva padronale e statale nell’anno del golpe in Cile (vedi qui ), nell’anno in cui il Pci lanciava il compromesso storico, nell’anno il cui il governo preparava un duro attacco antioperaio e antiproletario. In quel contesto, i «fazzoletti rossi» lanciarono a tutto il movimento un appello: la battaglia rivendicativa, per quanto avanzata, trovava un limite davanti a sé. Questo limite era stato raggiunto. Gli operai non dovevano più vendersi meglio come forza lavoro ma aggredire l’ordine sociale complessivo. Era questo il senso delle bandiere rosse messe sui cancelli. Come a dire: qui abbiamo fatto tutto, ma oltre cosa c’è?, lo Stato.

In marzo […] quotidianamente i cortei interni spazzolavano le officine ma il 27 circolò la voce di un accordo inadeguato […]  la mattina del 29 i gruppi rivoluzionari, Lotta continua e Potere operaio, si presentano alle porte con dei volantini che rilanciavano lo sciopero a oltranza. Ma quando gli operai entrarono, quella mattina, il clima era più pesante del previsto. Poco dopo l’entrata del turno cominciarono ad arrivare fuori le notizie sul fatto che dentro si stava decidendo l’occupazione. Più tardi, mentre «La Stampa» annunciava che era stato fatto l’accordo, gli operai venivano fuori a piantare le bandiere rosse sui cancelli.

[Nanni Balestrini, Primo Moroni, L’orda d’oro…, cit.].

Facciamo un passo indietro: dal rinnovo contrattuale dell’autunno-inverno 1972-73.

Autunno 1972, contratti dei metalmeccanici. La Federmeccanica, con l’appoggio del governo Andreotti, punta sulla regolamentazione del diritto di sciopero, piena utilizzazione degli impianti e controllo fiscale dell’assenteismo. Alla Fiat, un corteo interno di impiegati si unisce a quello degli operai, scatta la rappresaglia: cinque lettere di licenziamento a operai e impiegati individuati grazie alla rete spionistica interna. Il 17 novembre 1973 il vicecomandante dei guardioni si scaglia con l’automobile contro un picchetto: la polizia arresta due operai colpevoli di aver accennato una reazione. Altri quattro compagni ricevono lettere di licenziamento. Il 25 novembre, la sinistra extraparlamentare organizza una manifestazione a Torino, «contro le 600 denunce, contro il governo Andreotti, contro il fascismo». Polizia e carabinieri la reprimono violentemente. 26 novembre, le Br incendiano quasi contemporaneamente nove automobili di altrettanti fascisti scelti tra quelli che operavano in fabbrica al servizio dei guardioni di Agnelli. Tre giorni dopo gli incendi, nel corso di uno sciopero, un corteo interno di 4000 lavoratori percorre con le bandiere rosse tutti i reparti spazzando crumiri e fascisti. Il capofficina del montaggio, considerato responsabile di un licenziamento, viene scacciato dalla fabbrica, insieme a un altro capetto, con al collo una bandiera rossa. Col passare dei giorni i cortei interni, divenuti oramai una pratica usuale, cominciano a porsi come momento di potere proletario in fabbrica. Il 9 dicembre 1972 la questura di Torino presenta decine di denunce contro 800 lavoratori: molti sono operai accusati di «sequestro di persona con l’aggravante di aver compiuto il reato in più di cinque». Agnelli licenzia cinque compagni. Fiat e Flm firmano un comunicato congiunto, il cosiddetto «verbale di intesa», presto ribattezzato dagli operai «verbale di resa»: «Le parti si sono date atto di reciproca volontà di evitare ogni forma di degenerazione della vertenza aperta per il rinnovo del contratto di lavoro dei metalmeccanici, e di non introdurre in un conflitto di questo rilievo elementi di drammatizzazione che farebbero sorgere nuovi ostacoli al raggiungimento d’una intesa […]. L’azione sindacale esclude ogni forma di violenza». Un delegato viene arrestato con l’accusa di aver favorito la fuga di un’operaia rincorsa dai celerini. Il 22 gennaio la direzione invia cinque preavvisi di licenziamento. Lo stesso giorno, alla Lancia, i celerini sfondano i picchetti sparando sugli operai: quattro feriti. Come rappresaglia a uno sciopero di 185.000 lavoratori, la Fiat il 2 febbraio 1973 sospende 5000 operai. La risposta è un corteo interno di 20.000 operai che a Mirafiori spazza crumiri e fascisti. Fioccano i licenziamenti con le motivazioni più banali e provocatorie del tipo, per esempio, per aver disturbato il lavoro. Il 9 febbraio a Roma la più grande manifestazione operaia dà la misura della contraddizione tra la combattività delle masse e l’incapacità della direzione sindacale. Non si è ancora spenta l’eco della manifestazione di Roma, che a Torino il 12 febbraio 1973 alle ore 9,30 un nucleo delle Br sequestra Bruno Labate, segretario provinciale della Cisnal.

Il fascista messo alle strette rivelò alcune connessioni politiche tra la Cisnal e la direzione Fiat e tra questa e diverse agenzie private di investigazione. Sulla scorta di tali indicazioni fu agevole, sia all’avanguardia di fabbrica, sia ai collegamenti territoriali, riattivare politicamente – in funzione della lotta – il discorso sullo spionaggio Fiat. A due anni di distanza lo spettro delle schedature, della sorveglianza, della selezione, si reincarnava ufficialmente nella ignobile proliferazione di centrali fasciste, di assunzione e di controllo, protette e nutrite da notabili Fiat, devoti agli Agnelli. Dunque molte anime, forse, ma un solo corpo sempre teso alla prevenzione terroristica e alla rappresaglia esemplare.

Da «Il Giornale dei capi» edito dalla Fiat, con diffusione interna per i soli capi, n. 2, febbraio 1973:

Si fornisce un bilancio globale delle gravi conseguenze che le violenze hanno avuto: – feriti e contusi un centinaio […] – le macchine dei dipendenti danneggiate in novembre, dicembre e gennaio sono state 800 – danni alle strutture delle officine e degli uffici (cancelli di separazione […], porte sfondate, arredi di ufficio danneggiati, incendio di un ufficio sindacale…) […]. Chi compie questi atti tenta di sfuggire all’individuazione, e il più delle volte ci riesce nascondendosi nella massa: i bulloni lanciati dai cortei, le aggressioni collettive a persone e a cose offrono possibilità di impunità quasi certa.

Dai «fazzoletti rossi» la lezione venne lanciata a tutto il movimento. Quale insegnamento trarne? Gli operai Fiat occupavano la cattedrale del capitalismo, scavalcando persino le indicazioni dei gruppi rivoluzionari, ponevano con chiarezza il problema del potere. Ma il movimento nelle sue varie articolazioni non era pronto.

Potere Operaio decise di sciogliersi per passare a nuove e diverse forme organizzate. Anche all’interno di Lotta Continua iniziò una disgregazione che portò alla sua fine nel ’76. Si sciolse anche il Gruppo Gramsci, presente  soprattutto a Milano.

«In quei mesi (’72-73) eravamo su un crinale, a un passo dal finire di qua o di là, e ci siamo rimasti per un anno e mezzo. Poi abbiamo fatto la scelta giusta, ma potevamo anche fare l’altra, quella della lotta armata». 

[Lanfranco Bolis, dirigente di Lotta continua, in: Aldo Cazzullo, I ragazzi che volevano fare la rivoluzione. 1968-1978. Storia critica di Lotta continua, 2006].

Il giornale «Potere operaio» comunica lo scioglimento del gruppo:

«Il 29- marzo a Mirafiori, Rivalta, in tutte le sezioni Fiat lo sciopero a oltranza si trasforma in occupazione armata. È in questa forma che agli operai si rivela l’effettualità di un esercizio diretto del potere contro l’insieme delle condizioni repressive messe in atto da padroni e sindacati dal settembre ’69 a oggi. Il partito di Mirafiori si forma per mostrare l’impossibilità capitalistica di uso degli strumenti di repressione e di ristrutturazione».[Nanni Balestrini, Primo Moroni, L’orda d’oro…, cit.].

«La consapevolezza che l’insurrezione non è «arte» ma «scienza», capacità di articolare minutamente l’intero cammino della sovversione in movimenti di massa e in operazioni di avanguardia […]. La terza fase del processo organizzativo di classe operaia si apre a Mirafiori, nel marzo 1973. La direzione è tutta dentro l’autonomia di classe, l’articolazione dell’attacco è anche la sua funzione unificante, le nervature di un modello organizzativo adeguato cominciano a vedersi». (Toni Negri, in: Nanni Balestrini, Primo Moroni, L’orda d’oro…, op. cit., p. 442).

«Dopo cinque mesi di lotta per il rinnovo del contratto, e quasi duecento ore di sciopero, giovedì 29 marzo 1973 alla Fiat Mirafiori di Torino il primo turno aderiva alla nuova astensione dal lavoro proclamata dai sindacati. Circa 10.000 operai formavano un corteo interno, poi si dividevano in diversi gruppi che bloccavano i 12 cancelli d’ingresso nello stabilimento esponendo bandiere rosse, striscioni, cartelli. Aveva inizio l’occupazione di Mirafiori che, all’epoca, raccoglieva tutti i giorni circa 60.000 dipendenti, una vera e propria città nella città, con enormi officine e chilometri di recinzione. Il blocco della produzione e i picchetti ai cancelli continuavano venerdì 30 marzo e proseguiva lunedì primo aprile. La lotta si estendeva ad altri stabilimenti cittadini e nella provincia. Il protagonismo di massa e l’organizzazione basata sui delegati eletti dagli operai nei reparti erano il nerbo e la direzione del movimento. Diego Novelli su «LUnità» del 3 aprile riferiva dell’alto grado di maturità e intelligenza raggiunto dal movimento, della forza dei nuovi strumenti rappresentativi di base (delegati e consigli) che consentiva una rapida crescita del livello politico. Nella tarda serata di lunedì la Flm e la Federmeccanica raggiungevano un accordo i cui punti salienti erano: abolizione delle categorie e delle qualifiche mediante l’inquadramento unico; aumento salariale di 16.000 lire al mese uguale per tutti; riduzione dell’orario di lavoro settimanale a 39 ore mediante la concessione di una giornata di riposo ogni otto settimane lavorative; una settimana in più di ferie; riconoscimento del diritto allo studio mediante l’ottenimento delle 150 ore retribuite».

[Diego Giachetti, L’occupazioni di Mirafiori, in: «Carta», 22 maggio 2003].

Dopo l’occupazione di Mirafiori la classe operaia italiana ottenne l’accordo più alto della sua storia. Per la prima volta, in ambito capitalistico, si abolivano le categorie a solo due e si scendeva sotto le 40 ore settimanali. Questo risultato trascinò l’accordo del ’75 sul «punto unico di contingenza» e l’ampliamento della gamma degli automatismi salariali (passaggi automatici di categoria ecc.). L’accordo sul punto unico di contingenza produsse effetti a cascata: da un lato fu un potente fattore di restringimento del ventaglio retributivo, dall’altro finì per assorbire quasi per intero la dinamica salariale.

I padroni avevano aperto la borsa oltre le previsioni. Quello era l’unico modo, per i padroni, di cercare di tenere nell’ambito della dinamica sindacale uno scontro di classe che si andava caratterizzando come scontro complessivo di potere. Avevano visto giusto i «fazzoletti rossi» non accettando quell’accordo. Il problema non era più in fabbrica, non era più nel salario. Sganciare i soldi, per i padroni è possibile, possono recuperarli tempo dopo, ma perdere il potere è una strada senza ritorno.

Ma per quel livello di scontro di classe il movimento non era adeguato, non era pronto, eravamo tutti in ritardo. Lo scontro si frantumò. Ci voleva una idea-forza, una prospettiva concreta e unificante per ricomporre il tessuto di classe che si andava sgretolando. Chi doveva lanciare questa prospettiva?

*********

L’offensiva capitalistica continua tutto l’anno e nel novembre del 1973, il governo vara il decretone dell’austerità. Oltre l’aumento del prezzo della benzina e del gasolio da riscaldamento, viene imposto alle città una sorta di coprifuoco: cinema, bar, locali pubblici, devono chiudere poco dopo il tramonto. Il termine dei programmi televisivi viene anticipato. Il razionamento del cherosene tiene al freddo i proletari, ma è soprattutto il divieto di circolare in automobile nei giorni festivi che ha l’effetto psicologico più incisivo, perché induce a cambiare abitudini.
La sostanza del decretone sta tutta nel terrorismo psicologico.

Dopo aver per anni esaltato la propensione al consumo degli italiani ed anche degli “italiani poveri”, adesso i media nazional-patriottici fanno a gara a ritrovare «i valori perduti del bel tempo antico, la povertà, la modestia, lo spirito di sacrificio, la poetica bellezza delle gite in bicicletta…»
Agnelli mobilita l’esercito dei suoi pennivendoli, così leggiamo su “La Stampa” che i provvedimenti restrittivi faranno «riscoprire il valore perduto della parsimonia e il gusto d’antichi e semplici piaceri».  Inni e canti all’uguaglianza sociale all’insegna della morigeratezza: perfino il Papa, dando il buon esempio rinuncia all’automobile, e si accontenta di fare un giro in carrozza.
Il “Corriere della Sera,” dà consigli utili alle massaie: «fare la doccia invece del bagno per risparmiare, spegnere le luci superflue, tenere il rasoio di sicurezza nell’alcool denaturato» per far durare di più le lamette. Qualcuno, come il ministro Rumor, scade nella mediocre banalità ammonendo, con tono grave e solenne, in uno storico appello televisivo alla nazione «dove basta una lampada, cerchiamo di non usarne due»… ci fu un boato: forse l’unica risata collettiva nella storia di questo paese. Perfino il quotidiano dei palazzinari fascisti “Il Tempo” si scoprì ambientalista organizzando festose e spensierate biciclettate per Roma, insieme a improbabili associazioni di provenienza missina.

Ma sotto questi provvedimenti da operetta covava il vero problema per i padroni, ossia mettere a tacere l’insubordinazione operaia. Il capitale doveva ristrutturare l’organizzazione del lavoro per aumentare la produttività, cioè lo sfruttamento, scompaginare le aggregazioni operaie, soprattutto nei punti alti del conflitto. Per far questo i padroni avevano bisogno dell’aiuto del governo per sostenere gli investimenti al Sud e in aree distanti dai poli industriali, ma anche dei sindacati e dei partiti.
Ai sindacati viene proposto “un disegno strategico” che li ponga come interlocutori privilegiati per le principali scelte economiche. Nel Pci, la consonanza tra Agnelli e Amendola nel Convegno del Mulino, tira la volata all’exploit su “Rinascita,” dove lo stesso Berlinguer, in seguito alle meditazioni sul golpe cileno, lancia l’ipotesi del compromesso storico, gradito al padrone della FIAT dimostra di gradire.

Ma contro il Partito di Mirafiori, contro i fazzoletti rossi, che “spazzolano” i reparti, non c’è alcuna possibilità di compromesso. La Fiat mobilita la sua centrale di spionaggio e terrorismo e comincia a colpire a suon di regolamento:in poche settimane, 250 licenziamenti, per “assenteismo” o scarso rendimento, colpiscono le avanguardie di lotta, i più combattivi. Le multe e le ammonizioni non si contano. Agnelli ventila lo spettro della cassa integrazione. Il giornale l’”Avanti” scrive: “lo spauracchio della cassa integrazione aleggia sinistro […] ci sono manovre poco chiare e tutt’altro che raccomandabili” secondo le quali, in cambio della rinuncia alla cassa integrazione, Agnelli chiederebbe il monopolio della distribuzione e dell’approvvigionamento del combustibile, l’approvazione di un progetto per il potenziamento dei trasporti su autobus e una forte incentivazione governativa per investimenti nel Mezzogiorno.
C’è qualche sbandamento nella compagine operaia. Scarsa la partecipazione ai primi scioperi. Cisnal e Sida rialzano la testa. La sinistra sindacale non riesce a lanciare una strategia complessiva da opporre alle pretese padronali. Lo sciopero del 6 dicembre riesce solo al 25%. Dopo venti giorni dall’inizio delle trattative la situazione è ancora stagnante.
Il 10 dicembre le Br sequestrano il cavalier Ettore Amerio. Capo del personale FIAT, era stato indicato da Labate come il primo tra quelli che «si interessano affinché quegli operai che noi [della CISNAL, N.d.R.] raccomandiamo, vengano assunti nelle sezioni FIAT»
L’operazione ha luogo alle 7,30 presso l’autorimessa del dirigente. Il giorno stesso viene lasciato in una cabina telefonica un volantino nel quale si spiegano i motivi dell`azione e si fissano le condizioni per il rilascio:

«Lunedì 10 dicembre alle 7,30 del mattino un nucleo armato delle Brigate Rosse ha prelevato nei pressi della sua abitazione il cavalier Ettore Amerio, capo del personale, gruppo automobili, della FIAT.
Egli attualmente è detenuto in un carcere del popolo. Qualunque indagine poliziesca può mettere a repentaglio la sua incolumità.
Il periodo di detenzione di questo artefice del terrorismo antioperaio dipende da tre fattori:
1. Il proseguimento delle manovre antioperaie (cassa integrazione, ecc.) di strumentalizzazione della “crisi” creata e gonfiata ad arte dalla FIAT in combutta con le forze più reazionarie del paese. Crisi che va nel senso di un mutamento reazionario dell’intero quadro politico.
2. L’andamento degli interrogatori attraverso i quali intendiamo mettere in chiaro: – la politica fascista seguita dalla FIAT nella sua offensiva post-contrattuale contro le avanguardie autonome, l’organizzazione operaia dentro la fabbrica e le forme di lotta; – la questione dei licenziamenti usati terroristicamente per piegare la resistenza operaia alle incessanti manovre di intensificazione ‘del lavoro. Dovrà spiegarci, il cavalier Amerio, la qualità e la quantità di questo attacco che solo negli ultimi mesi ha voluto dire l’espulsione dalla fabbrica di oltre 250 avanguardie; – l’organizzazione dello spionaggio FIAT più attivo che mai, come dimostrano le motivazioni di alcuni recenti licenziamenti, dopo l’affossamento delle indagini iniziate dal pretore Guarinello; – la pratica di assunzioni controllate dai fascisti attraverso la CISNAL e il MSI, visto che proprio il segretario di quello pseudosindacato fascista (da noi arrestato e interrogato nel febbraio scorso) lo ha chiamato in causa attribuendogli pesanti responsabilità.
3. La correttezza e la completezza dell’informazione che verrà data di questa azione in particolare e della nostra organizzazione in generale dai giornali di Agnelli.
Compagni, quando “la paura” si afferma tra le larghe masse il padrone ha già vinto metà della guerra. Questa è la posta in palio nel gioco della “crisi economica” a cui stiamo assistendo. Ma tutti sappiamo che in crisi non è tanto l’economia dei padroni, ma il loro potere. È la loro capacità di sfruttamento, di dominio e di oppressione che è stata definitivamente scossa dalle lotte operaie di questi ultimi anni.
In questa situazione non siamo noi che dobbiamo avere paura, come non l’abbiamo avuta alla fine di marzo quando abbiamo issato, contro padroni e riformisti, la bandiera rossa sulle più grandi fabbriche di Torino.
In questa situazione dobbiamo accettare la guerra… Perché non combattere quando è possibile vincere?
Quello che noi pensiamo è che da questa “crisi” non se ne esce con un “compromesso.” Al contrario siamo convinti che è necessario proseguire sulla strada maestra tracciata dalle lotte operaie degli ultimi 5 anni e cioè:
Non concedere tregue che consentano alla borghesia di riorganizzarsi.
Operare nel senso di approfondire la crisi di regime. Trasformare questa crisi in primi momenti di potere proletario armato, di lotta armata per il comunismo. Compromesso storico o potere proletario armato: questa è la scelta che i compagni devono oggi fare, perché le vie di mezzo sono state bruciate.
Una divisione si impone in seno al movimento operaio, ma è da questa divisione che nasce l’unità del fronte rivoluzionario che noi ricerchiamo.
Questa scelta, del resto, ci si ripresenta ogni giorno in fabbrica e fuori, posti come siamo di fronte all’aperta aggressione del padrone, del governo e dello stato, e al deterioramento dei nostri tradizionali strumenti di organizzazione e di lotta.
Battere l’attendismo!
Dire no! al compromesso col fascismo FIAT! Accettare la guerra!
Queste tre cose sono oggi necessarie per andare avanti nella costruzione del potere proletario.
Creare costruire organizzare il potere proletario armato! Nessun compromesso col fascismo FIAT!
I licenziamenti non resteranno impuniti! LOTTA ARMATA PER IL COMUNISMO!»
Torino 10 dicembre 1973
BRIGATE ROSSE
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Dalle miniere del Sulcis in lotta

Succede in Sardegna, nel bacino carbonifero del Sulcis, in località “azienda di Nuraxi Figus” dove si svolge da tempo un’attività estrattiva che dà lavoro a oltre 400 operai direttamente impiegati nell’estrazione e un altro centinaio nelle attività connesse, in tutto 500 lavoratori.

Succede che questi operai dopo aver lottato per mesi per impedire la chiusura dei pozzi e il degrado del comprensorio (ricordiamo la loro venuta a Roma sotto i palazzi del potere sordi, sempre più, alle richieste operaie e attenti solo alle necessità bancarie e finanziarie) decidano di impugnare oltre ai loro consueti strumenti di lotta: cartelli, volantini, striscioni e megafoni, anche le norme della Comunità europea in tema di concorrenza.

Così hanno preso carta e penna e hanno scritto due documenti alla Direzione Generale della Concorrenza di Bruxelles dimostrando che, senza l’aiuto di legulei e azzeccagarbugli, riescono a districarsi tra le complesse procedure della C.E. I due documenti sono stati inviati per conoscenza anche al Governo Italiano e alla Regione Sardegna, quest’ultima Azionista Unico della Carbosulcis S.p.A.

Con la pervicacia che caratterizza i lavoratori sardi, quelli della Carbosulcis non vogliono tralasciare nessun terreno di lotta; consapevoli che non sarà una lotta né facile né breve, proprio per questo l’hanno fondata sull’unità tra i lavoratori e con la popolazione circostante.

 

I minatori delle miniere del Sulcis in Sardegna manifestano  davanti a Palazzo ChigiOltre un centinaio di lavoratori della Carbosulcis hanno condiviso e firmato due lettere-documento inviate al DG Concorrenza di Bruxelles nei giorni scorsi.

La necessità di scrivere le due lettere in questione è legata al fatto che in data 23/01/2013 è stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale della UE la documentazione relativa alle due procedure di indagine che interessano Carbosulcis; e a seguito di ciò il DG Concorrenza ha invitato le parti interessate a presentare osservazioni entro 30 giorni.
All’interno delle lettere inviate a Bruxelles (e per conoscenza al Governo Nazionale e alla RAS)  i lavoratori firmatari scrivono:
” Esprimiamo preoccupazione e rammarico per la situazione della Società in cui operiamo, consapevoli di essere le prime vittime della suddetta situazione, che stiamo direttamente subendo. Ci rivolgiamo in prima battuta all’Azionista Unico di Carbosulcis S.p.A., reclamando il ns. diritto ad essere messi tempestivamente e direttamente a conoscenza di ogni evento legato a quanto in oggetto. A tal proposito, siamo consapevoli della necessità di vedere quanto prima avviate le interlocuzioni con gli Uffici preposti della Commissione Europea, poiché, se non si risolvono gli atti pendenti con l’organo in questione non si possono avere prospettive future per la Carbosulcis S.p.A. e per noi lavoratori di questa Miniera.Constatiamo che, l’Azionista Unico della Carbosulcis S.p.A. è responsabile della Selezione del Gruppo Dirigente della Società nella quale operiamo, ed è pertanto indirettamente responsabile della sua Gestione e Risultati Operativi, nonché delle sue Strategie Industriali ed eventuali deficienze rispetto a quanto previsto dalla normativa UE applicabile.
Dal comunicato stampa pubblicato dalla Commissione europea, appare evidente che il Governo italiano non è stato in grado di far rientrare gli aiuti richiesti come consentiti, in quanto non ha saputo ben evidenziare il preciso obiettivo di “interesse comune”(art. 14 del TFUE e criterio applicazione 107/3)(c) TFUE) del progetto CCS Sulcis e dell’utilizzo del carbone Sulcis. Occorre, infatti, evidenziare che le vigenti norme nazionali di fatto impediscono ed hanno impedito al carbone Sulcis di godere della “priorità di dispacciamento” ai produttori di energia elettrica nazionali, discriminandone di fatto l’uso sul territorio nazionale, piuttosto che incentivandolo. Se non si è messo in atto quanto sopra, ma si è comunque fatto esplicito riferimento alla sicurezza degli approvvigionamenti, ovviamente risulta difficile definire il progetto integrato e lo sfruttamento del BCS (Bacino Carbonifero del Sulcis), come un obiettivo di “interesse comune”.
A tal proposito, vorremmo evidenziare che, per l’oggetto di entrambe le procedure di indagine da parte della Commissione Europea, occorre tenere in considerazione il fatto che dal 1/01/2011 è entrata in vigore la Decisione 2010/787/EU, sugli aiuti di Stato per agevolare la chiusura di miniere di carbone non competitive, che sotto specifiche condizioni, possono chiedere aiuti alla produzione e alla copertura delle perdite dell’esercizio carboniero. Non ci risulta, ad oggi, che si sia presa minimamente in considerazione la competitività della Miniera Carbosulcis e le strade eventualmente contemplate per richiedere ed ottenere aiuti di stato, senza infrangere le norme comunitarie. Infatti, siamo consapevoli della necessità di rendere la Miniera competitiva, ma, d’altro canto, ci risulta difficilmente comprensibile il raggiungimento del pareggio di bilancio per questa Società, senza ricorrere, nel transitorio fino al 31/12/2018, alla richiesta di aiuti, nelle forme consentite dalla Decisione del Consiglio Europeo citata, che spingano al raggiungimento dell’obiettivo citato e alla privatizzazione conseguente della Miniera. Ci duole constatare, a questo proposito, una insufficiente attenzione da parte di chi è chiamato ad amministrare questa Società, in cui operano oltre 440 lavoratori diretti e oltre un centinaio di indiretti.
Partendo dagli errori del passato, abbiamo avuto la pretesa, giustificata dal fatto che siamo e saremo tirati in causa dalla grave situazione venutasi a creare per la Società in cui operiamo e dalla quale, peraltro, dipende il sostentamento delle nostre famiglie, di rivolgere a Voi le nostre istanze e le possibili strade percorribili da questo momento in poi, per guardare al nostro futuro con maggiore consapevolezza e dignità.
Infine, chiediamo di partecipare alla definizione di un diverso piano operativo, con una Miniera che può produrre in chiave sperimentale, di Ricerca & Sviluppo, innovazione e tutela dell’ambiente, per le seguenti attività:
·  produzione di Carbone Desolforato con priorità di dispacciamento anche in mix con altri carboni,
·  produzione di inerti per sottofondi stradali,
·  produzione di fertilizzanti-ammendanti,
·  attività di studio e sperimentazione al fine di stoccare anche in sottosuolo, ceneri e gessi, derivanti dalla combustione del carbone in centrale termoelettrica, limitando di fatto la costruzione di discariche in superficie,
·  attività di confinamento della CO2 nelle zone più profonde, conseguentemente non coltivabili, del Bacino Carbonifero del Sulcis.
Per l’esecuzione di queste attività vi chiediamo di prendere anche in considerazione opportunità di co- finanziamento dei progetti in questione, giustificato dall’opportunità di guadagnare tempo accelerando lo sviluppo delle tecnologie CCS e degli altri progetti legati alla filiera del”Carbone Pulito”. Infatti, oltre al settore pubblico, sarebbe auspicabile che intervengano due tipologie di soggetti: i finanziatori, come le istituzioni finanziarie internazionali o le banche pubbliche (ad esempio la BEI, Banca Europea degli Investimenti), che sostanzialmente prestano denaro a interessi del 5% circa, e gli investitori che portano capitali propri. Nello specifico, sarebbe necessaria la creazione di una struttura finanziaria adeguata, compresa eventualmente una Società-Veicolo (SVP).”
Seguono le firme dei lavoratori Carbosulcis e i due documenti inviati alla Comunità Europea

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carcere e tortura, rottura dell’unità della persona

A Copenhagen, a pochi minuti dal centro città, è in funzione il Rehabilitation Centre far Torture Victims, dove si cerca di ricomporre l’unità corpo-mente in chi ha avuto l’esperienza della tortura. Un centinaio di fisio e psicoterapeuti cerca di restituire innanzitutto un corpo ai propri pazienti:
«Quasi sempre le vittime, per sopportare il dolore, hanno dovuto negare l’esistenza del proprio corpo».
Tort-1Alcuni pazienti, alla richiesta di rilassare i muscoli, reagiscono sopprimendo completamente ogni capacità di avvertire sensazioni fisiche. Si tratta dello stesso espediente che avevano già adottato in carcere per resistere agli aguzzini, espediente che nel Centro di riabilitazione finisce per ostacolare ogni terapia:
«È stato molto difficile restituire a quegli uomini il senso di possedere un corpo. Di volerlo toccare. Di volerne sentire le reazioni».
Non deve suonare strambo se un capitolo sugli effetti del carcere viene concluso con alcuni cenni sulla tortura. Quest’ultima non ha come semplice oggetto il corpo, ma usa il corpo come tramite materiale che conduce alla distruzione della psiche. Non ha come obiettivo quello di costringere il detenuto alla confessione, ma quello di annichilirlo, negarne sensibilità e qualità umane.

La tortura rappresenta una forma di antiterapia: mira a spezzare l’unità della persona. Ma come mai non suscita poi tanta indignazione? Forse perché viene avvertita come una pratica ortodossa in un mondo dove manipolazione, correzionalità di massa e terapia per normali costituiscono prassi quotidiana. Non viviamo nell’era che ha sostituito il maquillage con la protesi, nell’era della chirurgia estetica, della manipolazione dell’aspetto, dell’intelligenza, dei geni? Distruzione e manipolazione stanno a tortura e carcere come in una equazione a variabili incrociate.

Il carcere, nella migliore delle ipotesi è chirurgia morale che, nelle parole di Nietzsche, non può migliorare l’uomo, può ammansirlo; ci sarebbe da temere se rendesse vendicativi, malvagi, «ma fortunatamente il più delle volte rende stupidi».
Lévi-Strauss, nel classificare i diversi principi ispiratori della sanzione, considera da un lato le società che ingeriscono il corpo del deviante, dall’altro quelle che lo espellono, lo vomitano. Nel nostro contesto non vi è né antropofagia né il suo contrario, antropoemia, ma ortopedia, correzione del corpo e della mente attraverso la loro separazione. Gli operatori dell’istituto di Copenhagen ne sono consapevoli: compiono un lavoro di restauro, cercando di riunire con la dolcezza le due entità separate dall’afflizione.

Da Il carcere immateriale di Ermanno Gallo e Vincenzo Ruggiero, Edizioni Sonda, 1989, pagg. 103-137.
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La cena forcaiola!

Dal Corriere della Sera abbiamo saputo che, qualche giorno fa, si è svolta una cena con personaggi altolocati. Non ci è dato sapere quali e quanti partecipanti abbiano condiviso le libagioni. Conosciamo però gli argomenti di discussione degli onorevoli commensali. Ce ne racconta il contenuto e il senso tale Giovanni Iudica, ordinario di diritto civile dell’Università Bocconi di Milano.

Abbiamo esperienza di professori della prestigiosa Università Bocconi. Tredici mesi del governo Monti ci hanno insegnato che, colui che era stato presentato come valente statista,  si è destreggiato nel ruolo di tagliatore delle già magre entrate di proletari e pensionati.

Stavolta il tema però era la “giustizia”, così definiscono la loro “voglia di galera”. Già perché volenterosi di metter mano alla riforma del Codice penale fascista di Alfredo Rocco che, a 68 anni dalla “liberazione” dal fascismo, sanziona ancora i nostri comportamenti, ne hanno tratto la convinzione che il buon fascista Rocco (guardasigilli di Mussolini) sia stato troppo garantistaOhibò!, qualcuno dirà; e che cazzo! altri. Eppure è proprio così, la lettera inviata dal sommo giurista al CdS conclude così: «Tutti d’accordo nel ritenere che questo codice penale, così come è, non va. Tutti hanno preso atto che, dal codice Rocco a oggi, si è verificata una lacerante divaricazione tra norma penale e comune sentire. La gente sta dalla parte dei deboli, delle vittime, dalla parte di Abele. La legge penale attuale dalla parte di Caino».

Potete leggere l’intero contenuto della lettera pubblicata a pag.51 del CdS del 15/2/2013

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Alcune forze politiche, in queste elezioni, hanno inserito nel loro programma la revisione del Codice penale Rocco, del quale la magistratura utilizza, da un po’ di tempo e sempre più, le parti più grottesche  come “devastazione e saccheggioper sbattere in galera chiunque protesti.

A questo punto ci chiediamo e chiediamo loro: «Scusate, ma in che direzione volete cambiarlo?». Non vorremmo proprio che questo nuovo secolo ci costringa a scendere in lotta per…udite!, udite! “difendere il Codice fascista Rocco”. Sarebbe una tremenda beffa

CenaA proposito di “beffe” c’è qualcosa in questa lettera che ci ricorda il triste epilogo dell’arrogante e spaccone Neri Chiaramantesi (interpretato dal bravo Amedeo Nazzari- «Chi non beve con me, peste lo colga!») dello spledido film di Alessandro Blasetti, “La cena delle beffe”(1941).  Guardare per credere…..

eheheh…eheheh

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Contro la “tortura” che fare?

Il Post precedente ripercorre sommariamente la storia dei feroci crimini delle forze dell’ordine e segnala la loro propensione alle sevizie e alla tortura. Poiché negli ultimi tempi si assiste, purtroppo passivamente, ad un inasprimento di aggressioni, maltrattamenti fino a vere e proprie torture, è urgente porre a tutti e tutte noi una domanda: come attrezzarci e reagire per far cessare questa barbarie?

 

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La domanda è rivolta a noi: tutti quelle e quelli che, dovendo praticare il conflitto sociale per necessità vitale e per voler cambiare questa società, hanno e avranno sempre più a che fare con le “attenzioni” e le “mani pesanti” delle forze poste a tutela e garanzia dell’ordine dello sfruttamento e dell’oppressione capitalista.

Alcuni rispondono proponendo di introdurre nel Codice Penale italiano il “reato di tortura” (obbligo cui, da molti anni, la Commissione europea dei diritti dell’uomo richiama i parlamenti italiani). Il ragionamento che sottende questa proposta è che una legge di questo tipo può costituire deterrenza per quelle forze dell’ordine che vogliano praticare torture, sevizie, e maltrattamenti inumani.

Si tratterebbe di inserire la norma così come è stata definita della Convenzione contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti, (approvata a New York il 10 dicembre 1984):

Art. 1 – Ai fini della presente Convenzione, il termine «tortura» designa qualsiasi atto con il quale sono inflitti a una persona dolore o sofferenze acute, fisiche o psichiche, segnatamente al fine di ottenere da questa o da una terza persona informazioni o confessioni, di punirla per un atto che ella o una terza persona ha commesso o è sospettata di aver commesso, di intimidirla od esercitare pressioni su di lei o di intimidire od esercitare pressioni su una terza persona, o per qualunque altro motivo basato su una qualsiasi forma di discriminazione, qualora tale dolore o tali sofferenze siano inflitti da un funzionario pubblico o da qualsiasi altra persona che agisca a titolo ufficiale, o sotto sua istigazione, oppure con il suo consenso espresso o tacito. Tale termine non si estende al dolore o alle sofferenze derivanti unicamente da sanzioni legittime, ad esse inerenti o da esse provocate.

L’intera Convenzione è scaricabile     qui:

Io non penso che una legge possa ribaltare i “rapporti di forza” tra soggetti del conflitto e Stato, rapporti che oggi sono a noi sfavorevoli a causa del conflitto scarso e difensivo. Tuttavia mi va bene che i giuristi, gli avvocati, uomini e donne che si occupano di tradurre sul terreno giuridico le dinamiche sociali, facciano la loro battaglia. Potrà forse servire, solo se si collocherà all’interno di una ripresa di iniziativa dei movimenti sul terreno della lotta alla repressione.

Ma non illudiamoci che una legge da sola, anche ben congegnata (cosa tra l’altro difficile in questo quadro politico), possa fermare l’offensiva del sistema che si dispiega a livello statale e sociale, ed è teso a impedire le esplosioni dei conflitti e perciò ad una Repressione sempre più preventiva. Cosa spetta fare a noi e ai proletari, ai giovani e alle donne, agli immigrati, a tutti quelli e quelle che hanno necessità di lottare e che, per tali comportamenti, rientrano nell’“attenzione” delle “forze dell’ordine” e della Repressione? Spetta capire cosa fare per difendersi e tutelarsi, per non essere colpiti, per non essere torturati, né seviziati, per non subire il terrorismo di stato che cerca di annichilire i movimenti al loro sorgere: da Genova 2001 ad oggi -14 novembre 2012, corteo di studenti medi.

Non ci deve interessare tanto mandare sotto processo un torturatore, ma intervenire preventivamente per impedire la tortura e i maltrattamenti. La legge opera dopo che le torture sono state praticate e dopo hanno distrutto e annientato proletari/e, compagni/e e movimenti.

Alcune accortezze tecniche inderogabili.

Primo punto– ricordiamo che sevizie, torture e maltrattamenti diventano praticabili quando le forze dell’ordine hanno la certezza che quanto da loro praticato NON venga conosciuto. Ossia che si trovino nella condizione che non si sappia che quella persona è nelle loro mani. Quindi è importante che attiviste/i, compagne/i, ragazze/e, sia che vanno ad attaccare manifesti, o fare scritte sui muri, sia che vanno a una manifestazione, NON devono andare mai da soli/e; devono inoltre tenere contatti con altri loro amici o compagni in luoghi distanti, per comunicare loro eventuali problemi. Insomma mettere a punto tutte quelle attenzioni che consentano di sapere IMMEDIATAMENTE se qualcuna/o è stato fermato o arrestato (a tal proposito molto utile seguire i suggerimenti dell’opuscolo “Corteo” redatto dalla Rete Evasioni a Roma).

È necessario tenere contatti PERMANENTI, con una rete stabile di avvocati, consapevoli di tale compito. Se l’avvocato si presenta in Questura o al Commissariato o alla Caserma dei CC, immediatamente a chiedere informazioni sul fermato/a, difficilmente potranno infierire contro quel fermato. Questa è un’importante deterrenza contro percosse, sevizie, torture. Ma per poter far ciò, l’avvocato deve essere stato nominato dal fermato/a. Per questo ogni attivista di qualsiasi area di movimento sia che si accinga a realizzare una iniziativa, sia che esca da casa per andare a passeggiare, deve avere ben chiaro in memoria il nome e il n. di telefono di un avvocato di questa rete.

Secondo punto– Costruire e attivare una rete di medici e tecnici sanitari per perizie su persone che abbiano subito pestaggi, sevizie, torture e altro, per realizzare un dossier continuamente aggiornato, utile anche per le vicende processuali.

Sul piano politico. I luoghi dove avvengono o possono essere realizzate queste sevizie, torture e maltrattamenti contro persone fermate sono: i Commissariati, le Caserme CC, le Questure, le Carceri. Questi edifici non stanno sulla luna ma nei territori dove viviamo. Non è difficile costruire sistemi di monitoraggio territoriale per sapere cosa avviene in questi “luoghi oscuri”. È possibile, attivando chi abita nei territori, conoscere chi entra e esce da quei luoghi e cosa succede dentro. Il rapporto con la gente del quartiere può offrire risorse di conoscenza impensabili, certamente superiori a quelle del più scaltro servizio di intelligence.

Insomma la presenza politica sul territorio deve prevedere, oltre tutte le altre attività: casa, trasporti, servizi, scuola, ecc. la “attenta conoscenza” di tutto quello che avviene nelle zone limitrofe e dentro i luoghi del “controllo”. Chiunque si accinga a maltrattare o torturare una persona, se si sente “mille occhi addosso” è difficile che lo faccia. Insomma si tratta di applicare la norma: controllare i controllori.

Su questi “argomenti” in ogni città dovrebbero svolgersi numerose assemblee cittadine… buon lavoro!
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La “mano pesante” della legge: le torture dal dopoguerra

Quello che segue non è un Dossier sulle sevizie e torture praticate dalle forze dell’ordine nei confronti degli arrestati o detenuti. Donne e uomini massacrati nelle camere di sicurezza e nelle prigioni dell’Italia repubblicana. Sono soltanto alcuni avvenimenti, solo un piccolo campione dell’operare delle “forze dell’ordine”, tratti dai giornali dell’epoca. Le note si interrompono con le sevizie ai danni del compagno Buonoconto nel 1975, perché da lì in poi c’è documentazione. Vedi post su Buonoconto  qui    e poi il volume “Le torture affiorate”, Ed. Sensibili alle foglie; ed anche in Internet su numerosi Siti e Blog (è sufficiente cercare).

Nel prossimo Post (domani o dopo domani) proveremo a buttar giù alcune considerazionie a ragionare su come difenderci da tale barbarie, sperando che si sviluppi un profondo dibattito su questo grave tema.

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8 giugno 1946 – Il ministro di Grazia e giustizia Palmiro Togliatti presenta al Consiglio dei ministri il progetto di legge sull’Amnistia per tutti i reati commessi nel periodo bellico, con la sola esclusione di quelli relativi alle “sevizie particolarmente efferate

L’interpretazione di questa definizione: “sevizie particolarmente efferate” produrrà numerosi ricorsi alla Corte di Cassazione di cui qui elenchiamo alcune sentenze:

            21 marzo 1947 -La Corte di Cassazione, nel ricorso Manferrino, sentenzia che “pugni e calci non costituiscono sevizie particolarmente efferate, seppure nel novero di queste potrebbero rientrare lapplicazione della corrente elettrica; ma ciò deve essere escluso quando non risultino le modalità dellapplicazione (sua durata ed intensità della corrente) e la vittima non abbia mai lamentato conseguenze di detta applicazione“.

            7 luglio 1947 -La Corte di Cassazione stabilisce che non sono causa ostativa alla concessione dell’amnistia Togliatti, perché non sono da considerarsi sevizie efferate “il torcimento dei genitali e lapplicazione alla testa di un partigiano di un cerchio di ferro che veniva gradualmente ristretto“.

            17 settembre 1947 -La Corte di Cassazione stabilisce che “le scudisciate, gli spintoni e i calci non sono sevizie ma forme normali di violenza“.

9 novembre 1948Desdemona Palombi muore bruciata viva nella ‘camera di sicurezza’ di un comando di carabinieri di Roma. Desdemona di mestiere cameriera, era accusata di un furto al quale risulterà del tutto estranea nelle successive indagini.

27-28 ottobre 1948Piero Calamandrei interviene alla Camera dei deputati sui casi di tortura in Italia e afferma: “Ho voluto fare una specie di inchiesta privata e discreta fra gli avvocati e i magistrati…ho raccolto materiali impressionanti…Gli avvocati interpellati mi hanno risposto in via confidenziale, ma mi hanno fatto promettere di non dire pubblicamente i loro nomi perché essi sanno che se, nel rilevare quei metodi, precisassero dati e circostanze, verrebbero danneggiati i loro patrocinati: li esporrebbero a rappresaglie e persecuzioni, forse a imputazioni di calunnia, perché di fronte alle loro affermazioni non si troverebbe il testimone disposto a confermare che quanto dice l’imputato è vero. Accade così che il difensore, anche quando sa che il suo patrocinato è stato oggetto di vera e propria tortura per farlo confessare, lo esorta a sopportare, a tacere, a non rilevare in udienza quei tormenti ai quali, in mancanza di prove, i giudici non credono“.

13 maggio 1950 – Il deputato del Psi Ferdinando Targetti denuncia in Parlamento l’atteggiamento del questore di Milano che ha indetto una conferenza stampa per protestare contro il rinvio a giudizio di un commissario della squadra mobile e di 4 agenti, accusati di lesioni aggravate e continuate a danno di un arrestato, peraltro assolto poi con formula piena dalla magistratura. L’atteggiamento del questore ha provocato anche una nota di protesta della sezione milanese dell’Anm.

Il 26 agosto del 1949 il governo italiano crea il Comando forze repressione banditismo (C.F.R.B.), reparto speciale interforze di carabinieri e polizia, sotto la responsabilità del Ministero dell’interno, con il compito ufficiale di stroncare il banditismo in Sicilia e catturare Salvatore Giuliano. In realtà il Cfrb opera in prevalenza contro le lotte bracciantili e contadine e a difesa del latifondo mafioso. Difatti il 10 agosto 1950 a Gibellina (Trapani), i carabinieri conducono nella caserma dove ha sede un distaccamento del Cfrb il contadino socialista Salvatore Garracci, che muore sotto le torture inflittegli nel corso dell’interrogatorio. Nonostante l’evidenza dei fatti, la versione ufficiale parla di decesso provocato da collasso cardiocircolatorio.

29 gennaio 1951– A Napoli, si apre in Corte d’Assise il processo per l’omicidio del detenuto Lucio Volpe, ucciso dalle sevizie dei secondini nel carcere di Poggioreale e per percosse nei confronti di altri detenuti. Imputati sono il secondino Felice La Manna, incriminato per omicidio preterintenzionale in concorso con i secondini Rocco Pastore, Antonio Ruggiero, Gino Rosati, Antonio Ranieri e il detenuto Tobia Varriale. Fra i corpi di reato, sono prodotti giubbetti di costrizione macchiati di sangue, un bastone con tracce di pelle e sangue e la riproduzione di una cella nota come ‘cella imbottita’. Alcuni testimoni riferiscono che La Manna conduceva talora gli interrogatori, premendo col ginocchio sulle reni affinché le cinghie meglio stringessero il giubbetto; e che il prigioniero Galderisi rimase per 3 giorni privo di cibo e di acqua, legato ad un letto di contenzione. Il perito riferisce che il corpo del Volpe riportava ben 24 ecchimosi.

17 novembre 1951 – A Perugia, il Tribunale condanna 6 carabinieri, fra cui il maresciallo Falomi a 7 mesi di reclusione, e gli altri a 6 mesi, oltre al risarcimento dei danni, per avere essi torturato 5 detenuti allo scopo di estorcere loro confessioni, in seguito ritrattate. I 5 torturati sono operai, arrestati nel 1949 per furto di stoffe: ma in un secondo tempo emergeranno i reali responsabili, trovati in possesso della refurtiva.

12 dicembre 1951 – A Lucera, si svolge il processo per gli scontri di San Severo del 23 marzo 1950 (due giorni di scontri per la lotta contro il latifondo e le paghe basse dei braccianti), nei quali la polizia aveva ucciso Michele Di Nunzio e ferito decine di manifestanti. I 4 principali imputati sono accusati di ‘insurrezione armata contro i poteri dello Stato, avvenuta con la formazione di barricate e uso di armi contro le forze di polizia’ (Attenzione: questo reato è tuttora presente nel Codice Penale fascista in vigore in Italia, e potrebbe/potrà essere utilizzato a tempo debito). sono Erminio Colaneri, Antonio Berardi, Carmine Cannelonga, segretario della locale Cdl e Matteo D’Onofrio. Le fotografie prodotte al processo mostrano barricate rudimentali, e le armi riprodotte non sono che fionde per lanciare sassi, mentre i pochi feriti delle forze di polizia non hanno riportato alcuna lesione da arma da fuoco. Diversi testimoni dichiarano che i rastrellamenti avvennero prima degli scontri ed alcuni imputati denunciano le torture subite: Pietro Forte denuncia la tortura dellacqua, praticata con un tubo mentre gli era stato messo uno scarafaggio sul ventre. D’Errico dichiara di essere stato appeso ad un uncino, Matteo De Florio di aver avuto i denti spezzati durante l’interrogatorio a causa delle percosse. Il ministro Scelba si dichiara contrario a una commissione di Inchiesta.

18 gennaio 1952 – La Corte di Assise di Roma assolve Lionello Egidi detto il biondino di Primavalle dall’accusa di omicidio pluriaggravato, risultando che la confessione da lui firmata alla polizia gli era stata estorta mediante torture. I due agenti, Autieri e Fichera, che avevano raccolto la confessione di Egidi ritrattano l’accusa nei suoi confronti dopo l’arringa del difensore. Molte critiche piovono in particolare sul dott. Barranco, capo della mobile di Roma e sul pm, dottor Tartaglia.

21 febbraio 1952 – Quattro carabinieri accusati di aver seviziato ed ucciso La Rosa all’interno della caserma di Mazara del Vallo nel corso di un interrogatorio, sono prosciolti dalla sezione istruttoria del Tribunale di Palermo dall’accusa di omicidio preterintenzionale e solo uno è rinviato a giudizio per ‘abuso dei mezzi di disciplina’. Il 26 giugno successivo la Cassazione, su ricorso del pubblico ministero, annulla la sentenza della sezione istruttoria del Tribunale di Palermo nei confronti dei 4 carabinieri accusati per l’omicidio La Rosa, e ne dispone il rinvio alla stessa sezione diversamente composta.

27 marzo 1954 – Il contrasto delle torture e sevizie, veniva praticato dalle opposizioni di allora, Pci e Psi, per via parlamentare con “interrogazioni” e per mezzo di denunce alla Magistratura. Non c’è una vera azione a largo raggio e popolare di contrasto alla tortura.

Il presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sui casi di tortura da parte delle forze di polizia in Italia, Adone Zoli, trasmette la relazione finale al ministro di Grazia e Giustizia. Nella stessa, si può leggere: “La lievissima percentuale di casi in cui siffatto fenomeno è stato positivamente constatato in rapporto al numero di processi celebrati durante lultimo decennioconsente comunque di escludere che labuso abbia mai assunto limportanza e la gravità di un vero e proprio sistema, come tale imputabile ad iniziativa e direttive di organi centrali e periferici. Trattasi invero di casi fortunatamente isolati, consistenti nella maggior parte in percosse, e quindi dovuti alla intemperanza dei singoli, la quale può trovare la sua spiegazione nellambiente e nel carattere individuale oltre che nella inadeguata preparazione di alcuni degli elementi cui sono affidate funzioni così importanti e delicate, esercitate a volte senza possibilità di immediato ed efficace controlloGiova inoltre rilevare che il fenomeno non è esclusivamente italianoma affligge anche altri Paesi di alta civiltà giuridica e di consolidate tradizioni liberali“.

15 dicembre 1959– Si dimette il direttore di Regina Coeli, Carmelo Scalia, ufficialmente ‘per motivi di salute’ dopo che si è saputo della morte di un ragazzo di 19 anni Marcello Elisei, rinchiuso in una cella di punizione fredda e legato ad un letto di contenzione, nonostante fosse affetto da polmonite. Situazione che gli ha causato la morte.

In merito alla morte di Marcello Elisei nel carcere di Regina Coeli, su l’ “Avanti!” del 17 dicembre 1959, un articolo domanda se occorreva uno scandalo costato la vita a un giovane uomo per sapere “che la organizzazione dei penitenziari italiani è feudale ed ignobile, vergognosamente rivelatrice di una struttura incivile. Uno dei primi atti del pontificato di Giovanni XXIII fu quello di visitare Regina Coeli; quel giorno tutto fu rimesso a nuovo, il carcere romano sembrava un luogo di riposo, i dirigenti, il personale, le guardie sorridevano come assistenti sociali che credono nella loro nobile missione. Era tutto un bluff“.

Sulla morte del giovane Marcello Elisei, il ministro della Giustizia Guido Gonella, dovendo rispondere all’interpellanza parlamentare dei deputati del Pci sulle cause della morte, il 18 gennaio del ’60, difende l’amministrazione carceraria ed afferma che il letto di contenzione non è una misura punitiva bensì “di sicurezza, per evitare che un soggetto possa arrecare danni a od altri” e come tale “è approvata dal regolamento delle Nazioni unite sulla umanizzazione della pena” [???]

3 gennaio 1960 –Altro assassinio per tortura punitiva: il caso di Alfeo Zannini che, dopo un tentativo di fuga dall’ospedale psichiatrico nel quale era rinchiuso, è stato costretto nella camicia di forza in un locale umido e buio, dove è morto per edema polmonare.

16 marzo 1960 – A Milano, la Corte d’Assise assolve per non aver commesso il fatto tre giovani accusati dell’omicidio di un metronotte. La polizia li aveva indotti a confessare a suon di botte. I dirigenti del commissariato di Ps di Porta Genova non subiranno alcuna conseguenza.

7 luglio 1960 – A Genazzano (Roma) vengono arrestati tre giovani sorpresi a tracciare scritte sui muri contro il governo Tambroni. Sono Enrico Todi, Arcangelo Camicia e Marco Eufemi che, tradotti presso la Questura di Roma, vengono seviziati con estrema brutalità. Successivamente, il sostituto procuratore della repubblica di Roma Antonio Lojacono archivia la denuncia presentata dai tre giovani contro i poliziotti torturatori perché il fatto non costituisce reato. Il sostituto procuratore chiede l’incriminazione dei tre per ‘resistenza a pubblico ufficiale’ e ‘oltraggio al governo’.

5 maggio 1964 -Nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, muore legato al letto di contenzione Vincenzo Razzano. Alcuni parlamentari del Pci presentano un’interrogazione, nella quale riprendono la vicenda delle sevizie denunciate in Lombardia.

6 ottobre 1967 – A Sassari, vengono arrestati funzionari della Squadra mobile con l’accusa di calunnia, violenza privata, falso ideologico, lesioni gravi commessi per indurre un accusato a confessare un reato che non aveva compiuto.

17 ottobre 1967 – I giornali di destra, tra cui Il Tempo, lanciano invettive contro la Procura della repubblica di Sassari per l’iniziativa a carico dei funzionari della Squadra mobile della Questura: “Non il fatto in sé, cioè la natura dei reati contestati agli imputati, – scrive il giornale – ha turbato l’opinione pubblica; ma la procedura adottata nelle specifiche circostanze dal pubblico ministero di Sassari e il mandato di cattura spiccato contro funzionari di polizia in servizio, insciente l’autorità amministrativa e politica. E non ci si dica, non ci si ripeta che la autonomia del magistrato è assoluta e che il giudice istruttore non era tenuto ad avvertire preventivamente le autorità delle sue gravissime decisioni. A parte la consuetudine, a parte il dovere morale e civile, esiste in Italia una legge (31.5.46) la quale sottopone l’azione del pubblico ministero alla ‘vigilanza’ del ministro di Grazia e giustizia. Che significa questa ‘vigilanza’? Come funziona? Ed è possibile che non abbia funzionato in un caso come quello di Sassari?’[???]

30 luglio 1973 – Gli ex direttori di Rebibbia e Regina Coeli, Giuseppe Castellano e Filippo Vastola, l’ispettore ministeriale Marcello Buonamano, ricevono avvisi di reato firmati dal giudice Squillante, per non aver detto il vero circa i pestaggi avvenuti in carcere.

24 settembre 1973 – A Roma, nel quadro dell’inchiesta sui pestaggi ai detenuti, la magistratura invia un avviso di reato al direttore degli Istituti di pena: Manca.

10 ottobre 1975Alberto Buonoconto, arrestato a Napoli due giorni prima, dichiara al procuratore della repubblica Di Pietro “di essere stato interrogato nella Questura di Napoli per 10 consecutive, senza la presenza del legale di fiducia o di un difensore di fiducia. Precisava poi che nel corso dellinterrogatorio aveva subito da parte di funzionari ed agenti percosse e violenze fisiche somministrate con sistemi scientifici tali da poter essere qualificate come delle vere e proprie torture. Il sostituto procuratore dava atto che il giovane presentava escoriazioni e contusioni multiple su innumerevoli punti del corpo“.

Sulle torture e morte di Alberto Buonoconto vedi  qui  qui

Particolarmente efferate e sconosciute sono le sevizie e le torture praticate contro gli irredentisti in Alto Adige/Sud Tirolo. Una pagina nera, troppo facilmente dimenticata; ecco alcuni episodi:

ottobre 1961 – A Bolzano, 36 cittadini sud tirolesi sporgono denuncia contro i carabinieri che avevano proceduto al loro arresto, per maltrattamenti e sevizie loro inflitti nel corso degli interrogatori.

Il 17 novembre 1961 a Bolzano, muore all’interno del carcere cittadino Francesco Hofler, irredentista sud tirolese, secondo le denunce dei suoi compagni e della Svp (Südtiroler Volkspartei) a causa delle sevizie inflitte nel corso degli interrogatori. Il successivo 7 gennaio 1962, a Bolzano, muore in carcere Antonio Gostner, irredentista altoatesino, secondo i suoi compagni per sevizie subite dai carabinieri dopo l’arresto.

La Corte d’Assise di Milano a proposito rilevò che “dalle perizie necroscopiche eseguite da collegi di periti fosse risultato che entrambi i detenuti erano morti per cause naturali”-(Sentenza della Corte d’Assise di Milano n. 64 del 16 luglio 1964, pag. 96).

20 agosto 1963 – Inizia a Trento il processo contro 10 ufficiali, sottufficiali e militi dei carabinieri per le sevizie inflitte agli irredentisti altoatesini nel corso degli interrogatori.

6 settembre 1963 – L’Austria protesta ufficialmente per la assoluzione dei carabinieri accusati di aver torturato irredentisti altoatesini “in modo inumanoIl procuratore della repubblica, rappresentante dello Stato – ha affermato il Primo Ministro Kreisky, ha pronunciato piuttosto una difesa in favore dei torturatori anziché una requisitoria, e ciò nonostante prove irrefutabili“. Kreisky accusa l’Italia di violazione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo.

11 settembre 1964 – A Montassilone (Bolzano), nel corso di un rastrellamento, i carabinieri legano e collocano nelle acque gelate di un ruscello gli abitanti del paese: uomini e donne.

13 settembre 1964 – In Val Passiria, secondo quanto narrato successivamente da Giancarlo Giudici, allora tenente colonnello dei carabinieri, comandante di un battaglione della Brigata meccanizzata, il colonnello Francesco Marasco, dopo che erano state fermate 15 persone nel corso di un rastrellamento, gli ordinò: “Mettile al muro e fucilale, poi brucia le case“. Altre brutali testimonianze vengono dal “Dolomiten” (giornale locale) che narra il giorno successivo delle case distrutte di Montassilone, di ruberie minuziosamente elencate, di uomini legati mani e piedi e stesi a terra, colpiti con il calcio dei fucili ad ogni movimento.

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Giornata del ricordo. Ma quale?

cancellare-i-brutti-ricordiVisto che oggi è la “Giornata del Ricordo“, ricordiamo le barbarie italiche, come questa:

– brevi stralci della famigerata “Circolare 3C” del Gen. Mario Roatta. Nel 1944 e nel 1945 fu denunciato

sia per la mancata difesa di Roma, sia per crimini di guerra e per l’omicidio dei fratelli Rosselli. Ma il 4 marzo 1945 con l’aiuto dei servizi segreti inglesi, del Vaticano e di alti ufficiali, evase e raggiunse la Spagna dove fu accolto calorosamente dal fascista Francisco Franco.

CAPITOLO II°
MISURE PRECAUZIONALI NEI CONFRONTI DELLA POPOLAZIONE
15 – Quando necessario agli effetti del mantenimento dell’O.P. e delle operazioni, i Comandi di G.U. possono provvedere:
a)  – ad internare, a titolo protettivo, precauzionale o repressivo, famiglie, categorie di individui della città o campagna, e, se occorre, intere popolazioni di villaggi e zone rurali;
b)  – a “fermare” ostaggi tratti ordinariamente dalla parte sospetta della popolazione, e, – se giudicato opportuno – anche dal suo complesso, compresi i ceti più elevati;
c)  – a considerare corresponsabili dei sabotaggi, in genere, gli abitanti di case prossime al luogo in cui essi vengono compiuti.
16 –  Gli ostaggi di cui in b) possono essere chiamati a rispondere, colla loro vita, di aggressioni proditorie a militari e funzionari italiani, nella località da cui sono tratti, nel caso che non vengono identificati – entro ragionevole lasso di tempo, volta a volta fissato – i colpevoli.
Gli abitanti di cui in c), qualora non siano identificati – come detto sopra – i sabotatori, possono essere internati a titolo repressivo; in questo caso il loro bestiame viene confiscato e le loro case vengono distrutte.
CAPITOLO X°
CONTEGNO DEI MILITARI IN GENERE DAL PUNTO DI VISTA DELLA SICUREZZA.
41 – Si sappia bene che eccessi di reazione, compiuti in buona fede, non verranno mai perseguiti.
Generale COMANDANTE DESIGNATO D’ARMATA
F.to (Mario Roatta)
KersevanI°) Misure  di  prevenzione  e  di  repressione
Da parte nostra le operazioni di rastrellamento, iniziate, com’è noto, il 23 febbraio sono continuate con ritmo intenso durante il mese di aprile.
Gli individui arrestati e deferiti al tribunale militare dall’inizio delle operazioni ad oggi – circa un migliaio – rappresentano una frazione delle forze del Fronte Liberatore, il quale in lunghi mesi potè prepararsi ed organizzarsi sotto gli occhi delle autorità civili.
IV°) PROBLEMI CHE MERITANO PARTICOLARE ATTENZIONE
Per normalizzare la situazione sarebbe consigliabile:
-a) l’allontanamento o la riduzione dei funzionari sloveni nei pubblici uffici;
-b) l’internamento di tutti i disoccupati e degli studenti per farne unità di lavoratori.
Comandante Designato d’Armata
F.to Mario Roatta

foibe_revisionismo700Secondo gli storici James Walston [History and Memory of the Italian Concentration Camps] e Carlo Spartaco Capogreco [I Campi Del Duce], il tasso di mortalità annua nelcampo di concentramento di Rab (Arbe) superava il tasso di mortalità medio nel campo di concentramento nazista di Buchenwald (che era il 15%). Monsignor Joze Srebnic, vescovo di Veglia (Krk), il 5 agosto 1943 riferì a Papa Pio XII, che “secondo i testimoni, che avevano partecipato alle sepolture, il numero dei morti avrebbe superato le 3500 unità“.

Sui Campi di Concentramento italiani in Jugoslavia vedi quiqui,  e  qui

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