Il voto in carcere

Cella-1Il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP) ha comunicato i dati ufficiali definitivi relativi alla partecipazione al voto dei cittadini detenuti.
I votanti alla consultazione elettorale del 24 e 25 febbraio sono stati complessivamente 3.426, pari a circa il 5,2% dei 65.900 presenti.
Considerando che non tutti i 65.900 presenti nelle carceri avevano diritto al voto, ma circa un 50%, la partecipazione reale al voto non ha comunque superato il 10%.

Una bella lezione che la popolazione detenuta propone alla popolazione “libera”. cella-2

Le detenute e i detenuti hanno capito che da quel versante, quello degli equilibri istituzionali, delle dinamiche parlamentari e governative, non hanno nulla di buono da aspettarsi.
Sono altri i terreni cui bisogna rivolgere la propria attenzione e le proprie energie, ad esempio quello dell’organizzazione dal basso, delle comunicazione e del legame tra chi sta dentro e chi sta fuori, poiché l’obiettivo di ogni lotta, dentro le carceri o fuori, è quello per conquistare più libertà, sempre più libertà, su tutti gli ambiti della realtà sociale.

In carcere ogni giorno, ogni ora, si vota, ma per… evadere!!!evasione

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6 risposte a Il voto in carcere

  1. sergiofalcone ha detto:

    Infatti…

    C’è da chiedersi, inoltre, che fine hanno fatto le iniziative natalizie, e le promesse e i discorsi, dei vari Marco Pannella e Giorgio Napolitano?
    Non mi sembri che tiri aria d’amnistia. E nemmeno d’indulto.
    Le solite promesse da marinaio di chi sta nelle istituzioni?

    http://nutopia2sergiofalcone.blogspot.it/2013/02/contromaelstrom-il-voto-in-carcere.html

  2. sergio falcone ha detto:

    Giorgio Frau, brigatista.

    Il Sole 24 Ore, 1° marzo 2013: ” Roma, assalto a portavalori: il
    rapinatore ucciso è l’ex Br Giorgio Frau – Minacce alla sicurezza
    nazionale”.

    Che l’organizzazione delle cose umane sia semplicemente delinquenziale,
    e gestita secondo rituali mafiosi e feudali sempre uguali a se stessi,
    è un facile eufemismo.
    Chi, in queste ore, tenta di usare a fini politici la povera vicenda di
    Giorgio Frau, il brigatista ammazzato durante un tentativo di rapina,
    è un volgare avvoltoio, ed affossatore della verità.

    Costui, nemmeno a dirlo, se avessero vinto, per ironia della sorte e
    della Storia, le Brigate Rosse, subito sarebbe corso a mettersi al loro
    servizio. Esattamente allo stesso modo col quale, oggi, serve i
    capitalisti.

    Non rimane che la compassione buddhista. E lo sgomento per il nostro
    futuro.

    http://nutopia2sergiofalcone.blogspot.it/2013/03/giorgio-frau-brigatista.html

  3. gianni ha detto:

    Falcone, la tua conclusione all’intervento che precede il mio, circa “la compassione buddista e lo sgomento per il nostro futuro” mi sembra un pò da rassegnato, ed io sicuramente sono ignorante di buddismo; che Frau abbia tentato la rapina per motivi personali, cosa per me molto probabile, ha scelto di vivere o morire con le armi in pugno anzichè elemosinare un lavoro da schiavo o piagnucolare come fanno molti attendendo “la divina provvidenza”; Io mi levo di cappello, anche se non condivido la sua scelta di vita perchè “il personale è politico ed il politico è personale” si diceva “una volta”, ed a me dispiace che sia morto. Trovo sciocca o furbesca od infantile la stella a cinque punte sui muri di Roma rivendicando tout court la sua morte.
    Bella la conclusione di Salvatore sul blogdel 28 febbraio…”In carcere ogni giorno, ogni ora, si vota ma per evadere!!” …ancora una volta sono d’accordo con lui ed anche nel passato avremmo potuto “lavorare” insieme! a che cosa ? vi chiederete? ad aiutare i compagni detenuti , prima, durante e dopo l’evasione; avremmo anche lavorato per rallentare la costruzione dei nuovi carceri dai quali si esce solo a gambe in avanti, e darsi da fare, senza suicidarsi in tentativi velleitari, per far evadere i compagni. Questo programmino lo facevamo precedere da accurati e capillari lavori di controinformazione circa le schifose condizione di vita, alloggio, alimentazione e cura della salute all’interno dei carceri e dei manicomi giudiziari; nessuno avrebbe potuto darci torto perchè era stato annunciato ai quattro venti che se qualcosa andava “male” era inutile lamentarsi o recriminare…ognuno nella vita deve assumersi concretamente le sue responsabilità e sapere quali rischi corre. IO NON MI SONO PENTITO DI NULLA, “CARI SIGNORI”, E TUTTO SOMMATO ME LA SONO CAVATA A BUON MERCATO. Il mio non vuol essere assolutamente esibizionismo trionfalistico, ma molto semplicemente una indicazione, un suggerimento concreto circa il metodo di lavoro da me seguito e del quale non mi pento, nè sono deluso per i pochi risultati conseguiti. LORO lo sanno di quale pasta sono fatto ed ora lo sapete anche voi che seguite questo blog. “Alla prossima” compagni!! Gianni Landi

    • contromaelstrom ha detto:

      Ho conosciuto Giorgio da compagno generoso, e come tale lo piango e lo saluto “che la terra ti sia lieve”. Ci uniamo in un abbraccio con tutte e tutti coloro che lo piangono senza giudicare.
      Salvatore

  4. sergiofalcone ha detto:

    Il gesto di Giorgio Frau è un gesto che testimonia disperazione e impotenza, e non ribellione. Almeno per come la intendo io, la ribellione. Quell’atto disperato non può che infondere tristezza e condurre all’afasia.
    Sulle sorti del genere umano, sono del tutto pessimista. La partita è oramai chiusa dagli anni ’90, almeno per questa fase. Chi subisce l’organizzazione canagliesca della società è tutt’altro che sulla via dell’autorganizzazione. E le organizzazioni antagoniste residuali, i rimasugli di esse, sono tutt’altro che all’altezza del compito, frammentate e confuse come sono.
    Il fatto che non esista una alternativa concreta, che non sia la solita stanca enunciazione dei soliti massimi sistemi, astratti e ideologici (sempre quelli), è cosa assolutamente pericolosa.

  5. Pino ha detto:

    Sergio, credo, se ho capito bene, che Gianni non intendesse “ribellione” riferendosi alla scelta di Frau, ma “resistenza”. Resistenza ad un sistema che se non ti schiavizza ti costringe all’ indigenza e quindi, comunque, a rinunciare alla propria dignità.

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