Sosteniamo un compagno esule in Francia da 27 anni

Non siamo avvezzi a chiedere aiuto. Noi , quella generazione che è insorta contro le nefandezze di questa classe dirigente e di questo sistema basato sullo sfruttamento e sull’oppresione. Tuttavia oltre a galera ed esilio, l’umanità di questa nostra storia ci porta a fare i conti con il tempo che aggredisce la vita e la salute di compagne e compagni.

Una brutta malattia ha colpito uno di questi compagni esule a Parigi, Enrico, e le condizioni amministrative e giuridiche dei rifugiati in Francia non consente loro di godere del sostegno pubblico.  Chiediamo quindi un contributo anche economico a chi se la sente.

Qui sotto l’appello e il codice IBAN per fare versamenti a favore di Enrico:

FATELO CIRCOLARE!

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TRENI SORVEGLIATI

Molti militanti delle formazioni armate, più di un trentennio fa, hanno preso un treno e sono partiti. Alla fine del 1980, una massiccia ondata, la prima di quelle che avrebbero caratterizzato il decennio successivo, sbarcava in Francia, con l’urgenza di mettere il più di chilometri possibile di distanza con una Italia che si stava avvitando in una spirale di violenta repressione. Al primo respiro di sollievo in suolo di Francia, ne sono seguiti molti altri, a ogni libertà provvisoria concessa, a ogni avviso sfavorevole emesso dalle Chambres, a ogni decreto d’estradizione non firmato. Di fatto, tra un sospiro e l’altro, si è arrivati a credere che la promessa di François Mitterrand fosse una di quelle serie. Il gruppo degli italiani, difficile definirli comunità, si andava ingrossando ed inventava le più diverse forme di sopravvivenza, insomma investiva il proprio futuro su una dichiarazione ufficiosa. Intorno, si creava la solidarietà della terra d’accoglienza, che seguiva con estrema attenzione le vicissitudini del paese Italia e le sue derive autoritarie. A lustri di calma piatta si alternavano arresti adrenalinici, e gli italiani zampettavano verso i tribunali, valutando il passare del tempo dalle borse stile mercato rionale sotto gli occhi, le tempie ingrigite, uno spessore allarmante del giro vita. Nel 1998, lo spettro Europa cominciò a battere i suoi colpi dal tavolino di Shengen; partirono tre ordini di arresto e gli italiani si svegliano, o meglio vengono svegliati da un tam-tam ben allarmato. E la storia si ripete: prigioni, solidarietà, tribunali ed alla fine l’ulteriore respiro di sollievo, questa volta più udibile: con la messa in libertà dei tre arrestati, arrivarono decine di permessi di soggiorno, che avevano trovato sino ad allora la negativa più ferma, quanto incomprensibile della prefettura. Si poteva andare avanti, restando aggrappati a un puro istinto di sopravvivenza. Dall’altra parte della frontiera, si aggiustava il tiro, nel senso del tiro al piccione. Il concorso del giornalismo ha regalato un’apparenza di legittimità ad una montagna di luoghi comuni a proposito degli italiani in Francia (e di un numero più ristretto altrove), trasformando una storia collettiva in un romanzo d’appendice. L’esilio dorato, per citarne uno, quando lo si incontra scritto e sempre maiuscolo, riesce sempre a stupire: dorato? Basterebbe pensare a Dante, che pur non essendo obbligato a scavalcare le Alpi, trovava alquanto salato “lo pane altrui”. In verità gli italiani diventano oggetto di interesse solo nell’emergenza. O meglio così è stato sino all’estradizione di Paolo Persichetti, quando alla spontanea solidarietà dei suoi colleghi universitari si sono aggiunte le iniziative più diverse.

Ma la reazione più diffusa è stata di stupore e incredulità: dopo vent’anni ritornava il problema degli italiani rifugiati, peggio di guerre stellari! Poi in ordine di tempo è toccato a Cesare Battisti, poi a Marina Petrella. E non dimentichiamo la vergognosa estradizione di Rita Algranati dall’Algeria. La possibilità che in Francia era stata offerta, vivere liberi e preservare la propria memoria, al riparo per quanto possibile da pressioni e ricatti, è stata di nuovo messa in discussione. Oltre frontiera, opinionisti e politici puntarono di nuovo l’indice accusatorio verso la Francia e spesso più si collocano a sinistra e più sono incarogniti. Alla faccia della laicità della critica, qui siamo al peggio del dogmatismo religioso; di fronte a tanta pervicace ostinazione, una sola spiegazione è possibile: non vogliono capire, vogliono punire, schiacciare, umiliare. Eppure continua a restare incomprensibile cosa ci sia di gratificante nell’aver salvato l’Italia dal pericolo “terrorista” per consegnarla a Berlusconi, Fini, Bossi…

Intanto per gli scampati si vive solo il presente, che sia presente del passato, presente del presente, presente del futuro; ma in questa vicenda degli italiani esiliati, è come se tutto restasse sospeso in un tempo senza distinguo fra passato e presente e futuro. Per ritornare all’inizio, i treni che hanno portato in salvo in terra di Francia gli sbaragliati delle lotte armate italiane, sono ancora fermi al binario con il loro carico di salvi a metà, liberi a metà; da questi treni vorrebbero finalmente scendere.

 

Uno di loro è Enrico Villimburgo. Enrico è stato un militante della colonna romana delle BR. Uno di quelli che si è sottratto alla mannaia delle condanne infinite. Uno di quelli la cui condanna non scade. Adesso Enrico è malato e ha bisogno del sostegno che il piccolo gruppo di compagni che si stanno prendendo cura di lui non sono più in grado di garantire per intero.

 

Per sostenere Enrico:

 IBAN   IT04P0503437750000000000577  intestato a Manuela Villimburgo. Specificare nella causale: “per Enrico

c/o BANCO POPOLARE – FILIALE DI BORGO SAN LORENZO (FI)    –   VIA L. DA VINCI, 42

             Novembre-dicembre 2013                                                                           Le compagne e i compagni di Enrico

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Le iniziative a Parigi:

Fwd- Soutien a un camarade italien.

Chers amis,

Un camarade italien, réfugié politique en France depuis 1986,  se trouve dans un état d’extrême précarité et a besoin de notre soutien.

Avec l’aide du restaurant autogéré LA CANTINE, nous vous invitons à un repas solidaire le 8 décembre à partir de 12 heures.

Le restaurant peut accueillir une trentaine de personnes. Nous ferons, si nécessaire, deux services: le premier à partir de midi, le deuxième vers 13 h 30.

Nous sommes obligés de procéder ainsi, car nous devons rendre le local à 15 h tapantes. Le prix est libre.

Dans la situation difficile que vit actuellement notre camarade, tout geste de solidarité, quelles que soient les possibilités de chacun, est d’une aide précieuse. 

Un groupe de camarades italiens 

P.S. Faites suivre à vos réseaux

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Venerdì 29 Novembre a Roma, presentazione Maelstrom

VenerdìTalpaScusate il refuso: nella locandina c’è scritto Ven. 29 Dic. Invece la presentazione si è svolta il 29 novembre scorso.

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Si muore in carcere… le voci

SuicidiAveva 27 anni, il detenuto tarantino trovato morto due giorni fa in una cella del carcere di Benevento. Con M.L. sono 46 i detenuti che si sono tolti la vita da inizio anno. 141 sono i decessi in carcere, per malattia, scarsa assistenza o per imperscrutabili “ragioni da accertare”.

Lo scorso anno i suicidi sono stati 50. dal 2000 sono stati 798 i suicidi e 2.228 le morti di carcere per  “ragioni da accertare”, che non verranno mai verificate.

Quando c’è una morte in carcere i giornali, le associazioni, i politici, i funzionari interrogano, ascoltano, interpellano psicologi, medici, avvocati, ministri, direttori di carcere, guardie, … ma nessuno cerca di ascoltare le parole che corrono tra i detenuti, compagni di carcerazione del morto. 

Ho provato a immaginare le chiacchiere che rimbalzano dagli spioncini delle celle di un reparto appena si diffonde la notizia di una suicidio in quel reparto.

[nota: molti non sanno che quando in carcere avviene un “evento delittuoso”, qualunque esso sia, anche un suicidio, le guardie chiudono i detenuti nelle loro celle finché non siano giunte le autorità giudiziarie, mediche e di polizia a fare i “rilevamenti scientifici”. E dunque le prime emozioni tra detenuti, sconvolti e incerti dalla morte di un loro compagno, viaggiano attraverso gli spioncini delle porte blindate delle celle chiuse]

Da un carcere qualsiasi a una qualsiasi ora del giorno o della notte.

Il tempo è quello del “carcere senza tempo”. Le voci sono quelle dei compagni di detenzione di una persona che ha detto NO al carcere nel modo più assurdo e definitivo: togliendosi la vita reclusa. Ho ricostruito questo dialogo immaginario ricordando le parole rinchiuse e violentate ascoltate per tantissimi anni trascorsi nelle galere di questo triste paese.

-Ooh, qui chiudono le blindate! Guardiaaaaaa!

-Sta bono Nino! Hanno chiuso perché quello che stava alla 12 si è ammazzato!

-Porcccc, ma chi era?, alla 12 ce ne stanno in due.

-Quello biondino che era arrivato l’altra settimana. Quello che stava sempre zitto, zitto.

-Si, si me lo ricordo, l’altra mattina c’ho fatto pure due righe al passeggio. Gli ho chiesto come mai stava qui, lui ha cominciato a parla’. Parlava, parlava con la testa buttata indietro, guardava in alto. Parlava di un giudice che l’aveva condannato senza nemmeno averlo visto in faccia, perché lui nell’aula del tribunale era coperto dai caramba. Non riusciva a capacitarsi, diceva, ma come fa un giudice a manda’ in galera una persona senza averlo visto in faccia. Si chiamava Alfredo. E che c…!, era giovane, giovane.

-Si, era pure timido, ieri mi ha chiesto un pacchetto di sigarette, gli ne ho mandate una decina perché mi era rimasto solo un pacchetto. L’ho smezzato con lui. Gli ho detto di chiederne altre in giro, ma ha detto no, me le faccio bastare! È che quello che sta in cella con lui è un bischero mezzo addormito e nemmeno fuma.

-Ma quanno si è ammazzato?

-Pare stamattina all’alba, prima della “conta”, l’altro dormiva e non si è accorto di niente.

-Che s’è impiccato?

-Si, con le strisce del copri materasso, più resistente del lenzuolo. Una tecnica da vecchio carcerato. Pare che è stato tutta la notte sveglio per preparare il cordone e anche per scrivere una lettera. C’è chi dice due lettere, una alla madre e una al giudice che l’ha condannato.

-Chissà che ja scritto? Forse al giudice je l’ha detto che ha distrutto una persona senza nemmeno sape’ che faccia c’aveva!

Anni

                   Suicidi

                                Totale morti

2000 61 165
2001 69 177
2002 52 160
2003 56 157
2004 52 156
2005 57 172
2006 50 134
2007 45 123
2008 46 142
2009 72 177
2010 66 184
2011 66 186
2012 60 154
2013* 46 141
Totale 798 2.228

* Aggiornamento al 24 novembre 2013

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Il carcere italiano 40 anni fa

da: Rosso maggio 1974

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Tutti e tutte a Bologna sabato 23 novembre a fianco dei lavoratori della logistica in lotta e contro la repressione padronale.

Logistica BolognaCari/e Compagni/e,

Come tutte e tutti sapete da anni si è aperto uno scontro importantissimo tra il sistema schiavistico delle cooperative di facchinaggio della logistica e gli operai di queste cooperative, che hanno alzato la testa contro un sistema di sfruttamento che si basa sulla violazione sistematica dei più elementari diritti e il licenziamento arbitrario come metodo di disciplinamento. 

Proprio contro questo sistema si sono ribellati anche i facchini utilizzati dalla Granarolo: per tutta risposta sono stati licenziati in blocco. Dopo mesi di picchetti, e aver visto assurdamente schierati dalla parte dell’azienda la Prefettura e la Questura di Bologna gli operai organizzatisi nel Si Cobas avevano firmato un accordo per il loro reintegro, che a tutt’oggi non è stato ancora rispettato.

Come se non bastasse anche la scure repressiva cala sopra queste lotte, 20 processati ad Origgio, 55 denunce a Padova, 179 denunce per il picchetto fuori la Granarolo ed innumerevoli licenziamenti politici ed atti intimidatori che hanno accompagnato le lotte di questi ultimi anni in questo settore.

E’ per questo che l’intero movimento della logistica che ha scosso il mondo del lavoro ed è stato parte della sollevazione del 19 Ottobre scenderà in piazza il 23 Novembre a Bologna per chiedere il reintegro di quei lavoratori e lanciare una grande campagna di boicottaggio contro la Granarolo e tutto il sistema delle cooperative.

Noi ci schiereremo dalla loro parte per affermare che la corda è stata già tirata abbastanza.

 Per chi vuole partecipare:

I pullman per Bologna partono alle 7.30 di sabato 23 mattina dal Verano e costano 15 € inderogabili (più eventuali aggiunte di chi voglia sottoscrivere il biglietto pieno di 24€)

Chiunque voglia partecipare è pregato di chiamare Radio Onda Rossa 06491750 (entro giovedì21)

 Assemblea di supporto alle lotte della logistica di Roma

 

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Per evitare il conflitto si scade nel ridicolo

Ieri, sabato 16 novembre, mi trovavo a Pisa per assistere alla presentazione di un libro sul carcere: “Le prigioni d’Italia”. Alcuni compagni pisani mi hanno detto che, verso l’ora di pranzo, c’era una manifestazione di protesta contro uno sgombero di uno spazio sociale avvenuto alcuni giorni prima (Ex Colorificio). L’iniziativa è stata indetta dal “Municipio dei beni comuni”. Prima: Rebeldia).

Ci sono andato e sono rimasto esterrefatto! Mai mi era capitato di assistere a una pantomima di tale squallore e tristezza, una “rappresentazione” ridicola e sciatta della protesta -che non si vuol praticare- abissalmente distante dalla vita reale delle donne e degli uomini del nostro tempo, alla presa con problemi che si aggravano giorno dopo giorno.

Non solo una sceneggiata, fuori tempo e fuori contesto, ma rigidamente diretta dall’alto, con una cabina di regia autoritaria che scandiva ordini e mosse alle e ai manifestanti. Nessuna autonomia, né spazio di creatività veniva lasciata; gli ordini erano perentori, ricordavano quelli che risuonano nei cortili delle caserme delle reclute: “prima linea avanti!” “non spingere troppo!”,  obbedire alle indicazioni di un megafono, che ordinava e scandiva le mosse da fare, era ciò che si chiedeva a chi partecipava .

Il finale è stato all’altezza dell’intera farsa, grigia e plumbea a dispetto del profluvio di colori messi in campo. Difatti così l’ha colto il cronista de Il Tirreno (ma forse è anche un auspicio di chi “spera” che la lotta di classe si riduca a ciò):

Ex Colorificio, più di mille in corteo, i manifestanti abbracciano gli agenti

Pisa-1Hanno attraversato il centro e sono arrivati davanti all’ex fabbrica sgomberata due settimane fa. La manifestazione, controllata da un’imponente schiera di poliziotti e carabinieri, si è svolta pacificamente

Più di mille manifestanti hanno sfilato per le principali vie del centro di Pisa fino a raggiungere l’ex colorificio toscano, la fabbrica dismessa da tempo dalla multinazionale JColors e occupata per oltre un anno da una rete di associazioni dell’universo antagonista fino allo sgombero di due settimane fa

La manifestazione pisana è analoga ad altri tre cortei che si sono svolti a Napoli, Gradisca d’Isonzo e in Val di Susa. A Pisa hanno sfilato anche esponenti nazionali e locali di Sel e Prc. Obiettivo del corteo era protestare ”contro la speculazione e l’austerità” rivendicando l’occupazione dell’ex fabbrica che per molti mesi è stato ”un luogo aperto e di socialità mentre la proprietà lo vuole trasformare in speculazione edilizia sottraendolo alla collettività”.

Per l’ex stabilimento, a poca distanza dal complesso monumentale di piazza dei Miracoli, la JColors ha già avanzato una richiesta di variante urbanistica per poterci costruire abitazioni. I manifestanti hanno sfilato pacificamente in un corteo colorato e ‘creativo’ caratterizzato da improvvisi flash mob e spettacoli di giocoleria. Giunti davanti alla fabbrica i manifestanti hanno letto delle poesie e alcuni articoli della Costituzione davanti agli agenti schierati in assetto antisommossa.

Pisa-2I manifestanti hanno inscenato simbolici tentativi di forzare il blocco davanti ai cancelli: alcuni di loro hanno abbracciato gli agenti e hanno attaccato addosso alle loro divise degli adesivi con su scritto “Riprendiamoci l’Ex Colorificio”.

Tre attivisti del Municipio dei Beni Comuni hanno superato il blocco delle forze dell’ordine e si sono arrampicati sul muro perimetrale dello stabilimento. Anche questa è stata un’azione simbolica perché dopo alcuni minuti gli attivisti sono scesi e sono tornati tra i manifestanti.

L’articolo su Il Tirreno di oggi è qui

Sempre su Il Tirreno gli organizzatori così annunciavano la pantomima del pomeriggio:

«…Raggiunta via Montelungo, i manifestanti proveranno a rientrare nello stabile con tre modalità diverse e senza cercare il contatto con le forze dell’ordine.
«Il rientro – spiegano gli attivisti – sarà un’opera di popolo, che andrà in scena in tre atti. Il primo sarà creativo: si muoverà a ritmo di musica, ballerà danze orientali, si divertirà e farà divertire, chiederà l’inchino a chi proverà a impedirne l’ingresso e un applauso, il cui fragore spalancherà i cancelli. Il secondo racconterà una storia composita: sarà il tempo di leggere e di recitare, sarà il tempo del confronto, sarà la parola ad aprire il muro di poliziotti mentre il fiume in piena lo attraversa. Il terzo, l’ultimo atto, mostrerà il corpo di una cittadinanza che non è più disposta ad essere ignorata, pronta a mettersi in gioco, totalmente, per difendere un sogno collettivo, un’idea di mondo che all’ex Colorificio per più di anno è diventata realtà, un’esperienza fondata e riproducibile e per questo pericolosa».

Alla manifestazione è annunciata la presenza anche di Ugo Mattei, giurista e docente all’Università di Torino, Francuccio Gesualdi, saggista e fondatore del Centro nuovo modello di sviluppo di Vecchiano, don Armando Zappolini, il prete di “frontiera” don Alessandro Santoro e i parlamentari di Sel Nicola Fratoianni e Giulio Marcon.

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Sonja Suder è libera!!!

Sonja Libre…dopo più di due anni di carcere. dopo 55 udienze, questo è il verdetto nel processo contro Sonja Suder   2013-11-12 LIBERA!

Ce mot “LIBRE” vaut tout les discours du monde. La vérité, a la fois belle et cruelle nous rempli le cœur d’une joie profonde. Savourons ce moment simplement, sans triomphalismes et sans emphases.

Sonja nous a été rendu encore plus déterminée et indompté que jamais.
Et nous l’aimons comme çà.
***

Compte rendu de l’audience du 5 novembre 2013 au tribunal de Francfort

           Jeudi 7 novembre2013
     Deux personnes membres du collectif ont assisté à l’audience du 5 novembre, consacrée aux plaidoiries des trois avocats de la défense.
     Avant l’audience, l’un des avocats nous disait son optimisme quant au verdict, mais il ajoutait : « en Allemagne un dicton dit qu’en matière de justice, il peut se trouver que le cambrioleur de la pharmacie soit le cheval du charbonnier »,
     Joli moment de plaisir : quand Christian, assis au milieu des camarades allemands, après l’audience, nous aperçoit, il se lève vers nous et avant même de nous dire bonjour il dit, avec cet air entendu, malicieux/ravi qu’on lui connait « pour moi, cette histoire, c’est fini ! »
     Revenons à notre présent, qui est celui de l’attente d’un verdict qui reste incertain, étant donné de quoi l’on sait (et que l’on ne sait pas …) cette juge capable.
L’audience :
     Y assistaient une quinzaine de camarades allemands, la journaliste de Reuters et un journaliste de droite (plus quelques policiers en civil)
Une camarade parlant français nous a aidés à suivre les plaidoiries.
– Sur l’OPEP
     Au cours de leurs 3 plaidoiries, qui ont duré près de 4 h, les avocats n’ont pas du tout considéré que, après la demande de relaxe du procureur sur ce chef d’inculpation, la bataille était gagnée. Ils ont au contraire été très pugnaces, reprenant point par point les accusations portées par Klein contre Sonja, à la lumière de ce que le procès a révélé de contradictions, en particulier par le témoignage du policier français (qui avait recueilli ses déclarations avant son extradition de France en 1998 – cf cpte rendu de l’audience du 23 août).
     Detlef Hartmann, qui a parlé le dernier, a fait un vrai travail de « chasse à la vérité de cet homme », lisant des extraits de son livre (La mort mercenaire, publié en français en 1980), y relevant des passages particulièrement délirants, comme quand il accuse les RZ d’avoir voulu enlever le pape, ou d’autres où il s’attribue un rôle dans l’organisation manifestement imaginaire ; il rappelle aussi l’émission que Arte de l’émission d’Arte (« un terroriste à la retraite » 22 février 1995 ), où son « roman familial » ( mère juive victime des camps nazis et père officier SS) se révèle totalement inventé, etc, etc….
     Hartmann interpelle alors directement les juges (et là on voyait toute la force que la demande de relaxe du procureur donnait à ses propos… la juge Stock grimaçait de « souffrance ») en leur disant qu’il exigeait d’eux qu’ils reconnaissent dans tout cela « l’empreinte digitale de Hans Joachim Klein » : un homme qui a un rapport à la vérité profondément troublé et qui, après sa participation à l’action de l’OPEP, n’a eu qu’un seul but, à travers tous ses changement d’attitude et de déclarations : éviter la prison et pour ce faire manipuler constamment les gens et les faits.
Sur cette accusation les trois avocats ont demandé la relaxe.
     En ce qui concerne les 3 autres points de l’accusation, même pugnacité dans les plaidoiries des avocats .
     La contestation de l’usage des déclarations de Feiling y est reprise sur tous les plans :
–          matériel : il s’agit d’un texte dont l’origine n’est pas avérée, puisque les bandes sonores ont été détruites. On ne sait même pas qui a écrit la majorité d’entre elles
–          médical : leur argumentaire passe par l’examen des avis des médecins de l’époque jusqu’à celui du Dr Haag,
–          de principe : refus de légitimer des traitements inhumains et dégradants (cf le dossier pour les personnels de santé publié dans stopextraditions et linter en Juillet). Les rapports des spécialistes du syndrome post-traumatique sont longuement détaillés ainsi que tout ce qui fait la preuve (administration de psychotropes par exemple, mais aussi illégalité des conditions de cette « déposition » de 1300 pages cf tout ce qu’on a dit sur ce point…) que Hermann Feiling n’avait pas les moyens, pendant son hospitalisation en 1978, d’exercer sa liberté de conscience.
L’acquittement est demandé
Liberté immédiate pour Sonja !!!

Altre notizie su Sonja e le udienze al tribunale:  qui  (in francese)

Sulla storia di Sonja vedi gli altri post qui   e qui

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8 novembre 1926 arresto di Gramsci

Gramsc1L’8 novembre 1926 Gramsci venne arrestato nella sua casa e rinchiuso nel carcere di Regina Coeli, nonostante l’immunità parlamentare di cui godeva in quanto eletto deputato nelle elezioni del 6 aprile 1924.

Trascorse alcuni anni al confino a Ustica, dove ritrovò, tra gli altri, Bordiga, poi il 7 febbraio 1927  fu detenuto nel carcere milanese di San Vittore dove mantenne i contatti con l’esterno grazie ai colloqui con la cognata Tatiana Schucht, essendo la moglie di Gramsci tornata in Urss.

Il 28 maggio 1928 di fronte al “Tribunale Speciale Fascista” istituiti l’anno prima iniziò il processo a 22 imputati comunisti, fra i quali Umberto Terracini, Mauro Scoccimarro e Giovanni Roveda. Il presidente del tribunale è un generale, Alessandro Saporiti, i giurati sono cinque consoli della milizia fascista, il relatore e l’accusatore e perfino l’avvocato sono tutti in uniforme; intorno all’aula, «un doppio cordone di militi in elmetto nero, il pugnale sul fianco ed i moschetti con la baionetta in canna». L’accusa contro Gramsci e gli altri è di attività cospirativa, istigazione alla guerra civile, apologia di reato e incitamento all’odio di classe.

[ per reati analoghi sono stati processati e condannati numerosi/e compagni/e negli anni Settanta e Ottanta nella cosiddetta repubblica democratica italiana. Ad esempio: «La lotta di classe esiste, ma ciò non significa che le classi sociali in contrasto tra loro debbano necessariamente odiarsi. L’istigazione all’odio tra le classi vulnera la tranquillità sociale e, potendo sfociare nella violenza, non si concilia con il metodo democratico».                                                                                                                      Sentenza di condanna a 15 mesi di carcere comminata dalla Corte di Assise di Milano, nella primavera del 1970, al direttore responsabile di «Lotta continua»]

Il 4 giugno Gramsci, venne condannato a venti anni, quattro mesi e cinque giorni di reclusione; il 19 luglio raggiunse il carcere di Turi, in provincia di Bari. Il pubblico ministero concluse la sua requisitoria con questa frase:: «Per vent’anni dobbiamo impedire a questo cervello di funzionare».

Ho scelto DUE tra le tante lettere di Antonio Gramsci dal carcere.

La prima lettera (19.12.1926) racconta le fasi dell’arresto, i trasferimenti da un carcere all’altro, le condizioni di vita e il regime carcerario del periodo fascista. Da tener presente che quel carcere, descritto da Gramsci, è rimasta inalterato nell’Italia repubblicana fino alla riforma del 1975, ottenuta grazie a otto anni di proteste, lotte e rivolte del movimento dei detenuti. Riforma che fu svuotata di contenuti (i partiti e il sistema di potere era spaventato dalla forza del movimento e dalla sua durata) al punto che il movimento dei detenuti dovette riprendere il percorso di lotte e rivolte. Poi, sul modello del carcere fascista venne realizzato il “carcere speciale” e poi l’Art. 90 (oggi 41bis) che peggiorò di molto il già duro regime del carcere fascista.

La seconda lettera (19.05.1930) entra nel vivo dell’incomprensione, a volte contrasto, tra chi sta dentro e chi sta fuori e ben sottolinea quegli elementi incomunicabili della sofferenza del carcere: Chi non c’è stato (in carcere) non può capire:

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Ustica, 19 dicembre 1926 

Carissima Tania,

ti ho scritto una cartolina il 18 per avvertirti che avevo ricevuto la tua assicurata del 14: antecedentemente avevo scritto una lunga lettera per te all’indirizzo della signora Passarge, che avrebbe dovuto esserti consegnata l’11 o il 12. Riepilogo gli avvenimenti principali di tutto questo tempo. Arrestato l’8 sera alle 10½ e condotto immediatamente in carcere, sono partito da Roma il mattino prestissimo del 25 novembre. La permanenza a Regina Coeli è stato il periodo più brutto della detenzione: 16 giorni di isolamento assoluto in cella, disciplina rigorosissima. Ho potuto avere la camera a pagamento solo ne gli ultimi giorni. I primi tre giorni li ho trascorsi in una cella abbastanza luminosa di giorno e illuminata di notte; il letto era però molto sudicio; le lenzuola erano già adoperate; formicolavano gli insetti più diversi; non mi è stato possibile avere qualcosa da leggere, neanche la «Gazzetta dello Sport», perché non ancora prenotata: ho mangiato la minestra del carcere che era abbastanza buona. Sono quindi passato a una nuova cella, più oscura di giorno e senza illuminazione la notte, ma che è stata disinfettata con la fiamma di benzina e il cui letto aveva biancheria di bucato. Ho incominciato a comprare qualcosa dal bettolino del carcere: le steariche per la notte, il latte per il mattino, una minestra con brodo di carne e un pezzo di lesso, formaggio, vino, mele, sigarette, giornali e riviste illustrate. Sono passato dalla cella comune alla camera a pagamento senza preavviso, cosa per cui rimasi un giorno senza mangiare, dato che il carcere passa il vitto solo agli abitatori delle celle comuni, mentre quelli delle camere a pagamento devono «vittarsi» (termine carcerari o) del proprio. La camera a pagamento consistette per me nel fatto che aggiunsero un materasso di lana e un cuscino idem al saccone di crine, e che la cella fu arredata di un lavabo con catinella e boccale e di una sedia. Avrei dovuto avere anche un tavolino, un reggipanni e un armadietto ma  l’amministrazione mancava di «casermaggio» (altro termine carcerario): ebbi anche la luce elettrica ma senza interruttore, sicché tutta la notte mi rigiravo per proteggere gli occhi dalla luce. La vita trascorreva così: alle 7 del matti no sveglia e pulizia della camera; verso le 9 il latte, che poi divenne caffè e latte quando incominciai a ricevere il vitto dalla trattoria. Il caffè giungeva di solito ancora tiepido, il latte invece era sempre freddo, ma io facevo allora una abbondantissima zuppa. Dalle nove a mezzogiorno capitava l’ora del passeggio: un’ora o dalle nove alle dieci, o dalle dieci alle undici, o dalle undici alle dodici; ci facevano uscire isolati, con la proibizione di parlare e di salutare chiunque, e si andava in un cortile diviso a raggi con muri divisori altissimi e con una cancellata sul resto del cortile. Eravamo sorvegliati da una guardia issata su un terrazzino dominante la raggera e da una seconda guardia che passeggiava dinanzi ai cancelli; il cortile era incassato tra muri altissimi e da una parte era dominato dalla bassa ciminiera di una piccola officina interna; talvolta l’aria era fumo, un volta dovemmo rimanere circa mezz’ora sotto uno scroscio di pioggia. A mezzogiorno circa arrivava il pranzo; la minestra era spesso tiepida ancora, il resto era sempre freddo. Alle 3 c’era la visita alla cella col collaudo delle sbarre dell’inferriata; la visita si ripeteva alle dieci di sera e alle tre del mattino. Io dormivo un po’ tra queste due ultime visite: una volta svegliato dalla visita delle tre non riuscivo ad addormentarmi; era però obbligatorio stare a letto dalle 7 e mezza di sera fino all’alba. Lo svago era dato dalle voci diverse e dai brani di conversazione che talvolta si riusciva a cogliere dalle celle vicine o prospicienti. Io non incorsi mai in nessuna punizione: Maffi invece ebbe tre giorni di pane e acqua in una cella di punizione. In verità non sentii mai nessun malessere: quantunque non abbia mai consumato tutto il pasto, tuttavia mangiai sempre con appetito superiore a quello della trattoria. Avevo solo un cucchiaio di legno; né forchetta, né bicchiere. Un boccale e un boccaletto di terraglia per l’acqua e per il vino; una grossa scodella di terraglia per la minestra e un’altra per catino, prima della concessione della camera a pagamento. Il 19 novembre mi fu comunicata l’ordinanza che mi infliggeva 5 anni di confino in colonia, senza altra spiegazione. I giorni successivi mi giunse la voce che sarei partito per la Somalia. Seppi che avrei scontato il confino in un’isola italiana solo la sera del 24, indirettamente: la destinazione esatta mi fu comunicata ufficialmente solo a Palermo; potevo andare a Ustica ma anche a Favignana, a Pantelleria o a Lampedusa; erano escluse le Tremiti perché altrimenti avrei viaggiato da Caserta a Foggia. Da Roma partii al mattino del 25 col primo accelerato per Napoli, dove giunsi alle 13 circa; viaggiai in compagnia di Molinelli, Ferrari, Volpi e Picelli, che erano stati anch’essi arrestati l’8. Ferrari però da Caserta fu distaccato per le Tremiti: dico distaccato perché anche nel vagone eravamo legati insieme a una lunga catena. Da Roma in poi rimasi sempre in compagnia, ciò che produsse un notevole cambiamento nello stato d’animo: si poteva chiacchierare e ridere, nonostante che si fosse legati alla catena e con ambedue i polsi stretti dalle manette e che in tale grazioso abbigliamento si dovesse mangiare e fumare.      Eppure si riusciva ad accendere i fiammiferi, a mangiare, a bere; i polsi si gonfiarono un po’, ma si ebbe la sensazione del quanto la macchina umana sia perfetta e possa adattarsi a ogni circostanza più innaturale. Nel limite delle disposizioni regolamentari, i carabinieri di scorta ci trattarono con grande correttezza e cortesia. Siamo rimasti a Napoli due notti, nel carcere del Carmine, sempre insieme e siamo ripartiti per via mare la sera del 27 con mare calmissimo. A Palermo abbiamo avuto un cameroncino molto pulito e arieggiato, con bellissimo panorama del monte Pellegrino; trovammo altri amici destinati alle isole, il deputato massimalista Conca di Verona e l’avvocato Angeloni, repubblicano di Perugia.

Sopraggiunsero in seguito altri, tra i quali Maffi che era destinato a Pantelleria e Bordiga destinato a Ustica. Sarei dovuto partire da Palermo il 2, invece riuscii a partire solo il 7; tre tentativi di traversata fallirono per il ma re tempestoso. È stato questo il pezzo più brutto del viaggio di traduzione. Pensa: sveglia alle quattro del mattino, formalità per la consegna dei denari e delle cose diverse depositate, manette e catena, vettura cellulare fino al porto, discesa in barca per raggiungere il vaporetto, ascesa della scaletta per salire a bordo, salita di una scaletta per salire sul ponte, discesa di altra scaletta per andare ne l reparto di terza classe; tutto ciò avendo i polsi legati ed essendo legato a una catena con altri tre. Alle sette il vaporetto parte, viaggia per un’ora e mezza ballando e dimenandosi come un delfino, poi si ritorna indietro perché il capitano riconosce impossibile la traversata ulteriore. Si rifà all’inverso la serie delle scalette, ecc., si ritorna in carcere, si viene nuovamente perquisiti e si ritorna in cella; intanto è già mezzogiorno, non si è fatto a tempo a comandare il pranzo; fino alle 5 non si mangia, e al mattino non si era mangiato. Tutto ciò quattro volte con l’intervallo di un giorno. A Ustica erano già arrivati 4 amici: il Conca, l’ex deputato di Perugia Sbaraglini, e due di Aquila. Per qualche notte abbiamo dormito in un camerone: adesso siamo già accomodati in una casa a nostra disposizione, in sei, io, Bordiga, il Conca, lo Sbaraglini e i due di Aquila. La casa è composta di una stanza a pianterreno dove dormono due: a pianterreno c’è anche la cucina, il cesso, e un bugigattolo che abbiamo adibito a sala comune di toilette. […]

Carissima Tatiana, ti abbraccio affettuosamente.

Antonio

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19 maggio 1930

Carissima Tatiana,

ho ricevuto tue lettere e cartoline. Mi ha fatto nuovamente sorridere la curiosa concezione che tu hai della mia situazione carceraria. Non so se tu hai letto le opere di Hegel, che ha scritto «il delinquente aver diritto alla sua pena». Su per giú tu immagini me come uno che insistentemente rivendica il diritto di soffrire, di essere martirizzato, di non essere defraudato neanche di un minuto secondo e di una sfumatura della sua pena. Io sarei un nuovo Gandhy, che vuole testimoniare dinanzi ai superi e agli inferi tormenti del popolo indiano, un nuovo Geremia o Elia o non so chi altro profeta d’Israello che andava in piazza a mangiare cose immonde per offrirsi in olocausto al dio della vendetta, ecc. ecc. Non so come ti sei fatta questa concezione, che è molto ingenua nei tuoi rapporti personali e abbastanza ingiusta nei tuoi rapporti verso di me, ingiusta e inconsiderata.

Ti ho detto che io sono eminentemente pratico; io penso che non capisci ciò che io voglia dire con questa espressione, perché non fai nessuno sforzo per metterti nelle mie condizioni (probabilmente quindi io ti dovrò apparire come un commediante o che so io). La mia praticità consiste in questo: nel sapere che a battere la testa contro il muro è la testa a rompersi e non il muro. Molto elementare, come vedi, eppure molto difficile a capire per chi non ha mai dovuto pensare di poter sbattere la testa contro il muro, ma ha sentito dire che basta dire: apriti Sesamo! perché il muro si apra. Il tuo atteggiamento è inconsapevolmente crudele; tu vedi uno legato (veramente non lo vedi legato e non sai rappresentarti il legame) che non vuol muoversi perché non può muoversi. Tu pensi che non si muove perché non vuole (non vedi che, per aver voluto muoversi, i legami gli hanno già rotto le carni) e allora giù a sollecitarlo con delle punte di fuoco. Cosa ottieni? Lo fai contorcere e ai legami che già lo dissanguano aggiungi le bruciature. – Questo quadro orripilante da romanzo d’appendice sull’Inquisizione di Spagna penso bene che non ti persuaderà e che tu continuerai; e siccome i bottoni di fuoco sono anch’essi puramente metaforici, avverrà che io continuerò a seguire la mia «pratica», di non sfondare le muraglie a colpi di testa (che mi duole già abbastanza per sopportare simili sports) e di mettere da parte quei problemi per risolvere i quali mancano gli elementi indispensabili. Questa è la mia forza, la mia sola forza e proprio questa tu mi vorresti togliere.

D’altronde è una forza che non si può dare ad altri, purtroppo; la si può perdere, non la si può regalare né trasmettere. Tu, penso, non hai riflettuto abbastanza al caso mio e non sai scomporlo nei suoi elementi. Io sono sottoposto a vari regimi carcerari: c’è il regime carcerario costituito dalle quattro mura, dalla grata, dalla bocca di lupo, ecc. ecc.; – era già stato da me preventivato e come probabilità subordinata, perché la probabilità primaria dal 1921 al novembre 1926, non era il carcere, ma il perdere la vita. Quello che da me non era stato preventivato era l’altro carcere, che si è aggiunto al primo ed è costituito dall’essere tagliato fuori non solo dalla vita sociale, ma anche dalla vita famigliare ecc. ecc.  Potevo preventivare i colpi degli avversari che combattevo, non potevo preventivare che dei colpi mi sarebbero arrivati anche da altre parti, da dove meno potevo sospettarli (colpi metaforici, s’intende, ma anche il codice divide i reati in atti e omissioni; cioè anche le omissioni sono colpe o colpi). Ecco tutto. Ma ci sei tu, dirai tu. È vero, tu sei molto buona e ti voglio molto bene. Ma queste non sono cose in cui valga la sostituzione di persona e poi, ancora, la cosa è molto, molto complicata e difficile a spiegarsi  completamente (anche per la quistione delle muraglie non metaforiche). Io, a dire il vero, non sono molto sentimentale e non sono le quistioni sentimentali che mi tormentano. Non che sia insensibile (non voglio posare da cinico o da blasé); piuttosto anche le quistioni sentimentali mi si presentano, le vivo, in combinazione con altri elementi (ideologici, filosofici, politici, ecc.) così che non saprei dire fin dove arriva il sentimento e dove incomincia invece uno degli altri elementi, non saprei dire forse neppure di quale di tutti questi elementi precisamente si tratti, tanto essi sono unificati in un tutto inscindibile e di una vita unica.

Forse questa è una forza; forse è anche una debolezza, perché porta ad analizzare gli altri allo stesso modo e quindi forse a trarre conclusioni errate. Ma non continuo, perché sto scrivendo una dissertazione e a quanto pare è meglio non scrivere nulla che scrivere delle dissertazioni.

Carissima Tatiana, non preoccuparti tanto delle magliette; quelle che ho mi possono fare aspettare quelle che mi manderai. Non mandarmi il termos oppure, mandamelo solo dopo aver avuto alla direzione la certezza che mi sarà consegnato; per averlo in magazzino, è meglio non averlo. La signora Pina abita proprio in via Montebello 7, non credo che debba venire per ora, anzi lo escludo. Ti manderò fuori un altro po’ di libri e due camicie sbrindellate. – Scrivi a mia madre salutandola da parte mia e assicurandola che sto abbastanza bene.   [il corsivo nelle righe centrali è mio]

Ti abbraccio teneramente

Antonio

Gramsc2«Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il vostro entusiasmo.

Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la vostra forza.

Studiate, perché avremo bisogno di tutta la vostra intelligenza».

[Antonio Gramsci]
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1918: la classe operaia ferma la guerra e in Germania si fa scippare la rivoluzione dalla socialdemocrazia

Nella notte tra il 29 e il 30 ottobre 1918 iniziò la grandiosa rivolta dei marinai tedeschi, che mise fine al primo massacro mondiale.

In quella notte di 95 anni fa, alcuni equipaggi rifiutarono di obbedire agli ordini. A bordo di tre navi del Terzo Squadrone i marinai si rifiutarono di levare l’ancora a Wilhelmshaven, dove la flotta militare tedesca d’alto mare era andata all’ancora in attesa della progettata battaglia in mare.

trincea-3Nonostante i quattro anni di guerra già trascorsi che avevano massacrato e affamato gran parte del proletariato europeo, i vertici militari drogati di un nazionalismo fascistoide in combutta con la frenesia degli imprenditori volevano continuare “l’affare guerra“.

Dalle fila della classe operaia più cosciente, attiva e organizzata d’Europa, partì un secco rifiuto alla continuazione di quella porcheria omicida. Il massacro, di cui erano co-responsabili i dirigenti dello stesso movimento operaio (socialdemocratici) avendo votato i crediti di guerra e appoggiato la borghesia dei rispettivi stati nazione per rilanciare l’economia in crisi con un massacro di vite e di ambienti umani, doveva cessare. Così gridarono i marinai in quella notte della fine di ottobre del 1918.

Già nelle fabbriche di armamenti la produzione si riduceva continuamente per la non-collaborazione della classe operaia che, da un po’ di tempo, era passata a veri e propri atti di sabotaggio. Senza un’industria di guerra che sostenesse il peso di una guerra meccanizzata, le armate tedesche rallentavano, i generali tempestavano il governo di richieste di mezzi corazzati, armi e munizioni. Richieste che cadevano nel vuoto!

Altro che guerra lampo promessa!,… anni e anni in fangose trincee ad ammazzarsi reciprocamente per un metro di terra, perso dopo una settimana.

Nella follia imbecille, propria dei vertici militari ed economici, il  Comando della Marina tedesca (Marineleitung) guidato dall’ammiraglio Franz von Hipper aveva progettato di inviare la flotta in una disperata ultima battaglia contro la Royal Navy nel Canale della Manica.

Sarebbe stato un altro massacro, inutile! Con grande lucidità e coscienza di classe, sulle navi da battaglia del Primo Squadrone la “Thuringen” e la “Helgoland” si verificarono veri e propri atti di ammutinamento e sabotaggio.

Il comandante dello squadrone, il viceammiraglio Kraft, riportò indietro la flotta ma, durante il tragitto attraverso il Canale di Kiel, fece arrestare 47 marinai della “Markgraf“, considerati i principali artefici della rivolta, e li fece rinchiudere nella prigione militare di Kiel (Arrestanstalt).

Ma i marinai non dormivano e insieme ai fuochisti tentarono di impedire una nuova partenza della flotta e di ottenere il rilascio dei loro compagni. 250 rivoltosi si riunirono la sera del 1° novembre 1918 nella “casa sindacale” di Kiel (Gewerkschaftshaus), e chiesero agli ufficiali il rilascio immediato degli ammutinati. Il comando navale rifiutò e il 2 novembre fece chiudere dalla polizia la “casa sindacale”. I marinai cercarono un contatto con il sindacato e con i partiti “operai” la USPD (socialdemocratici indipendenti, una scissione a sinistra della SPD) e la SPD (socialdemocratici) e, il 3 novembre, diverse migliaia di marinai, si riunirono all’aperto nella grande piazza d’armi (Großer Exerzierplatz), al grido di “pace e pane” (Frieden und Brot), grido lanciato dal marinaio Karl Artelt e dall’operaio del cantiere navale Lothar Popp.

L’assemblea ribadì la volontà di liberare gli arrestati, la cessazione immediata della guerra ed inoltre un migliore approvvigionamento di generi alimentari. Il primo punto fu messo in pratica recandosi in massa alla prigione militare per liberare i marinai arrestati.

Per impedire che la massa dei marinai procedesse la sua marcia il tenente Steinhäuser ordinò alla sua pattuglia prima di esplodere colpi di avvertimento e poi di sparare direttamente tra i manifestanti provocando 7 persone uccise e 29 gravemente ferite. Ma anche i dimostranti risposero al fuoco. Steinhäuser fu gravemente ferito e ci mancò poco che venisse linciato.

02_Revolution-spartakiste-le-5-janvier-1919La rivolta, quando ha buoni obbiettivii si diffonde, così la mattina del 4 novembre gruppi di rivoltosi si mossero per la città coinvolgendo le numerose caserme del territorio. Karl Artelt organizzò il primo consiglio dei soldati, cui presto ne seguirono altri. I soldati e i lavoratori presero il controllo delle istituzioni civili e militari di Kiel. Il governatore della base della marina Wilhelm Souchon si vide costretto a negoziare e ritirare le accuse ai marinai imprigionati. Ma i potenti hanno la lingua biforcuta e, nel mentre si trattata e si raggiungeva l’accordo, truppe di terra avanzavano per stroncare la ribellione. Ma questa era ormai ben organizzata e le truppe furono intercettate dagli ammutinati, i soldati dell’esercito in parte si ritirarono, in gran parte si unirono al movimento dei rivoltosi. Così la sera del 4 novembre 1918 Kiel era saldamente nelle mani di circa 40.000 marinai, soldati e lavoratori ribelli e organizzati in Consigli.

Fino a qui era andato tutto bene!

Fino a qui…la sera stessa, però, giunse a Kiel il deputato della SPD Gustav Noske che fu accolto entusiasticamente dai rivoltosi, sebbene avesse l’incarico dal nuovo governo imperiale e dalla direzione della SPD di porre sotto controllo la rivolta. A tal fine si fece eleggere presidente del consiglio dei soldati. Alcuni giorni più tardi assunse la carica di governatore, mentre Lothar Popp della USPD divenne presidente del consiglio superiore dei soldati. Man mano e con attività a volte subdole e corruttrice, ma anche grazie alle sue capacità oratorie, Noske riuscì a limitare l’influenza dei consigli a Kiel, ma non poté impedire la diffusione della rivoluzione a tutta la Germania. Gli eventi si erano già estesi oltre i confini della città:

*ormai la rivoluzione abbraccia tutto l’Impero. Delegazioni dei consigli dei marinai a partire dal 4 novembre si recarono in tutte le maggiori città tedesche. Il 6 novembre Wilhelmshaven era nelle loro mani; il 7 novembre la rivoluzione abbracciava città come Hannover, Braunschweig, Francoforte e Monaco di Baviera. A Monaco un consiglio dei soldati e dei lavoratori costrinse l’ultimo re di Baviera, Ludovico III, ad abdicare. La Baviera fu il primo stato dell’Impero ad essere proclamato repubblica da Kurt Eisner della USPD. Nei giorni seguenti anche negli altri stati tedeschi tutti i principi reggenti abdicarono, l’ultimo il 22 novembre fu Günther Victor dello Schwarzburg-Rudolstadt.

I Consigli dei soldati e dei lavoratori erano composti quasi interamente da aderenti alla SPD e alla USPD. Il loro orientamento era democratico, pacifista e antimilitarista. Oltre ai principi essi privarono del potere solo i comandi militari, fino ad allora onnipotenti. I consigli rivendicarono per il momento solo la supervisione delle amministrazioni che in precedenza erano state nelle mani dei comandi militari. Purtroppo l’abbattimento delle strutture del potere venne procrastinato in un periodo successivo e tutte le autorità civili dell’Impero del Kaiser: polizia, amministrazioni cittadine, tribunali, rimasero intatte. Non vi fu alcuna requisizione di proprietà e nemmeno occupazione di fabbriche. Ancora una volta i marinai, i soldati e gli operai nutrivano una dannosa fiducia nei vertici dei partiti e si aspettavano che queste misure le prendesse il nuovo governo.

Fiducia deleteria: i vertici socialdemocratici già si accordavano con imprenditori, banchieri e vertici militari per stroncare la rivolta e ricostruire la Germania post-bellica secondo le regole del più feroce capitalismo: lo “stato del lavoro”. Ebert, il leader dell’Spd era d’accordo con Max von Baden, il capo del governo imperiale e portavoce dei poteri forti, che una rivoluzione sociale, sul modello sovietico, dovesse essere impedita e che l’ordine statale-capitalistico dovesse essere mantenuto ad ogni costo. Per controllare la situazione era però necessario concedere alle masse in rivolta la testa dell’imperatore, fuggito in Belgio, che non voleva abdicare.

Il 9 novembreMax von Baden, pressato da Ebert, prese la situazione in pugno e senza attendere la decisione dell’imperatore inviò un telegramma con la seguente dichiarazione:

«L’Imperatore e Re ha deciso di rinunciare al trono. Il Cancelliere imperiale resta ancora in carica fino a quando saranno regolate le questioni collegate all’abdicazione dell’Imperatore, alla rinuncia al trono del Principe della Corona dell’Impero tedesco e della Prussia e all’insediamento della reggenza».

A questo seguì l’invito ai rivoltosi di rientrare nelle loro case. Ma le masse rimasero nelle strade.

Karl Liebknecht, da poco rilasciato dal carcere, era subito ritornato a Berlino e aveva rifondato la Lega Spartachista. Ora progettava la proclamazione della Repubblica socialista.

Philipp Scheidemann, vice presidente della Spd, non voleva lasciare l’iniziativa agli Spartachisti e si affacciò su un balcone del Reichstag (parlamento)  e con mossa molto astuta e contro la volontà dichiarata dello stesso Ebert – davanti ad una folla di dimostranti proclamò la Repubblica con queste parole:

«Il Kaiser ha abdicato. Egli e i suoi amici sono scomparsi, il popolo ha vinto su di loro su tutta la linea. Il principe Max von Baden ha ceduto la sua carica di Cancelliere imperiale al deputato Ebert. Il nostro amico formerà un governo dei lavoratori, del quale faranno parte tutti i partiti socialisti. Il nuovo governo non deve essere disturbato nel suo lavoro per la pace e nella preoccupazione per il lavoro e il pane. Lavoratori e soldati, siate consapevoli del significato storico di questo giorno: l’inaudito è accaduto. Davanti a noi un lavoro grande ed immenso ci attende. Tutto per il popolo. Tutto per mezzo del popolo. Nulla deve accadere, che torni a disonore del movimento dei lavoratori. Siate concordi, fedeli e consapevoli del vostro dovere. Il vecchio e il marcio, la monarchia è crollata. Viva il nuovo. Viva la repubblica tedesca».

Liebknecht nel Giardino zoologico di Berlino – nello stesso momento – aveva proclamato la Repubblica socialista, alla quale giurò verso le 16.00 insieme a una folla radunata al Castello di Berlino:

«Compagni, io proclamo la libera Repubblica socialista di Germania, che deve abbracciare tutte le classi. Nella quale non vi devono più essere servi, nella quale ogni onesto lavoratore deve trovare l’onesto salario per il suo lavoro. Il dominio del capitalismo, che ha trasformato l’Europa in un campo di cadaveri, è spezzato».

Obiettivi degli spartachisti era la riorganizzazione dell’economia, delle forze armate e della giustizia e l’abolizione della pena di morte. Si scontravano con la Spd sulla nazionalizzazione di alcuni settori economici di importanza bellica e per sottoporli al controllo diretto dei rappresentanti dei lavoratori, già prima dell’elezione di un’assemblea nazionale costituente».

Nelle stesse ore, indipendentemente dalla rivolta dei marinai, a Berlino i Delegati Rivoluzionari delle grandi industrie avevano progettato un sovvertimento per l’11 novembre, ma erano stati colti di sorpresa dagli eventi rivoluzionari iniziati a Kiel. La sera del 9 novembre questi operai occuparono il Reichstag e formarono un parlamento rivoluzionario.

Per strappare di mano l’iniziativa a Ebert, decisero di proclamare le elezioni per il giorno seguente: ogni impresa di Berlino e ogni reggimento avrebbero dovuto votare consigli dei lavoratori e dei soldati, che avrebbero poi dovuto eleggere un governo rivoluzionario in carica dai due partiti operai (Spd e Uspd). Un governo sul modello di un Consiglio dei Commissari del Popolo, che avrebbe dovuto eseguire le risoluzioni del parlamento rivoluzionario secondo la volontà dei rivoluzionari e sostituire Ebert nella funzione di cancelliere dell’Impero.

Ma la direzione della Spd, con mossa repentina, la notte stessa e il primo mattino seguente inviò oratori a tutti i reggimenti di Berlino e nelle imprese. Essi dovevano influenzare le elezioni a favore dell’Spd.

Nell’assemblea che si riunì il pomeriggio del 10 novembre nel Circus Busch, la maggioranza si schierò dalla parte della Spd. E fu la fine!

Il motivo di questa sconfitta dei rivoluzionari non  fu dovuta solo alla capacità oratoria degli emissari della Spd di conquistare la maggioranza nei Consigli, ma alla concezione “democraticista” diffusa tra la classe operaia tedesca, grazie alla quale la dirigenza Spd pretese che nei Consigli ci fossero i rappresentanti dei 2 partiti socialisti, dei sindacati, delle cooperative, del commercio, ecc., svuotando così il consiglio, organismo della espressione autentica dell’autonomia della classe operaia, del suo potere decisionale!

Il “Consiglio dei Commissari del Popolo” ossia il governo provvisorio che coabitava con quello “ufficiale e imperiale” di Ebert, venne composto da tre rappresentanti della Uspd (presidente: Haase, i deputati del Reichstag Wilhelm Dittmann e Emil Barth per i Delegati Rivoluzionari) e tre rappresentanti della Spd (erano Ebert, Scheidemann e il deputato Otto Landsberg di Magdeburgo)

Durante le otto settimane di doppio dominio dei consigli e del governo imperiale, i funzionari di rango più elevato rispondevano solo a Ebert, sebbene formalmente Haase (dell’Uspd) nel consiglio fosse un presidente con uguali diritti.

Fattore decisivo in questa lotta di potere fu una telefonata la sera del 10 novembre tra Ebert e il generale Wilhelm Groener, il nuovo Primo Generale Quartiermastro di stanza in Belgio. Questi assicurò a Ebert l’appoggio dell’esercito e ottenne perciò da lui la promessa di restaurare la gerarchia militare e di intervenire contro i consigli, con l’aiuto dell’esercito.

Impegnati a controllare il movimento rivoluzionario e una situazione che rischiava in ogni momento di sfuggirgli di mano, la dirigenza dell’Spd e i rappresentanti dei funzionari imperiali non prestarono alcuna attenzione alle condizioni di pace che le potenze vincitrici, l’Entente (intesa) franco-inglese, premute da un’opinione pubblica animata di vendetta e del più becero nazionalismo fascista, imponevano. Queste vennero firmate l’11 novembre del 1918. erano condizioni capestro che furono decisive per la crisi della repubblica tedesca e per l’avvento di Hitler.

Finiva quell’11 novembre il grande macello del primo conflitto mondiale. Un macello voluto da capitalisti, da banchieri, da finanzieri e da potentati militari. Finiva in un tumulto rivoluzionario che poteva e doveva infiammare tutta l’Europa per spazzare via quei poteri criminali che, due decenni dopo, si ingegnarono a realizzare l’altro e più terrificante massacro del 2° conflitto mondiale. Questi poteri forti ancora oggi spadroneggiano sulla vita delle persone.

E’ ora di liberarcene!!!

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Chi sta in carcere?

I numeri che seguono dovrebbero impararli a memoria quei cretini che nel parlare di carcere e oggi dell’Amnistia lanciano il sospetto che, se si varasse una legge per l’Amnistia, uscirebbero da galera i potenti incarcerati…ma dove li hanno visti! Hanno le traveggole!

Ecco i numeri:

CelleNei 205 istituti penitenziari italiani, al 30 settembre 2013 la presenza ammontava a 64.758 persone detenute: 61.937 sono uomini, 2.821 sono donne.

Il 35,2% (22.770) è composto da persone non-italiane.

Il 39,4% (25.514) ha una imputazione o condanna per violazione della legge sugli stupefacenti.

Il 53,4% (34.581) è dentro per reati contro il patrimonio.

Due decenni fa i detenuti erano 31.053. Un decennio fa erano 55.393

Va considerato che, con la Legge 26 novembre 2010, n. 199, la cosiddetta legge “sfolla carceri” «Quando la pena detentiva da eseguire non è superiore a dodici mesi (elevato a diciotto mesi con D.L. 22 dicembre 2011, n. 211) il pubblico ministero, sospende l’esecuzione dell’ordine di carcerazione e trasmette gli atti al magistrato di sorveglianza affinché disponga che la pena venga eseguita presso il domicilio», 12.109 non sono entrate in carcere, ma direttamente in misura alternativa. Altrimenti le persone detenute sarebbero 76.867.

Questo vuol dire che l’esistenza di leggi criminogene continua a far condannare troppe persone.

cella-2* gli ingressi in carcere negli ultimi anni oscillano tra 80 mila e 90 mila ogni anno. Di questi oltre 9.000 ci rimangono solo TRE giorni; e oltre 16.000 ci restano per non più di UN mese.

Che assurdità, che violenza gratuita!

*24.364 persone detenute ossia il 60,45% del totale delle persone condannate definitivamente devono scontare una pena residua inferiore ai 3 anni“. Queste persone NON dovrebbero stare in carcere secondo le leggi esistenti, ma in misura alternativa…invece ci rimangono!, alla faccia di quelli che pronunciano troppo spesso la parola “legalità”!

*24.635 ossia il 38% del totale delle presenza in carcere sono persone detenute ma NON ancora condannate; di queste: 12.333 in attesa del primo giudizio; 6.359 appellanti 4.300 ricorrenti in Cassazione 1.643 con più reati in vari gradi di giudizio, ma nessuna condanna definitiva.

*per le persone non-italiane NON ancora condannate la percentuale sale al 44,2% (10.078) del totale delle persone straniere detenute: di cui: 4.990 in attesa del primo giudizio; 2.847 appellanti; 1.918 ricorrenti in Cassazione; 323 con più reati in vari gradi di giudizio, ma nessuno definitivo;

come si vede la magistratura applica la “carcerazione preventiva” (o cautelare) alle persone detenute non-italiane ancor più pesantemente.

carcere-sbarre2La composizione della popolazione carcerata per titolo di studio vede: 22.117 con la licenza di scuola media inferiore; 789 gli analfabeti. Solo 647 i detenuti in possesso di una laurea.

In semilibertà sono 863 persone detenute, di cui 90 non-italiani ossia il9,6%.

Anche in questi dati emerge, con ancor più enormità la discriminazione in merito alla concessione della semilibertà tra persone detenute italiane e non-italiane.

Vi sono inoltre 456 minorenni che vivono negli istituti penali minorili … e per completare il quadro ben 45 bambine e bambini tra zero e tre anni sono rinchiusi con le loro mamme nelle carceri italiane!

Il carcere italiano dunque è classista e razzista!

…e pure imbecille!!!

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