Dopo le piazze …cosa succede nei paesi arabi?

Dopo le rivolte di piazza del mondo Arabo, definite dal giornalismo “primavere arabe“, rivolte di massa con grande componente giovanile e femminile, massacrate dalla repressione del militarismo oligarchico legato all’imperialismo europeo e nord americano, e disprezzate e azzerate dalla reazione islamica legata al sub-imperialismo saudita; i giovani, le masse popolari, le donne si rimettono in moto:

TUNISI, dopo giorni di manifestazioni e scontri, a Sidi Bouzid, la pressione della base ha convinto l’Union générale des travailleurs de Tunisie  UGTT a indire uno sciopero generale per oggi, 14 agosto, che ha visto una partecipazione del 95% e una imponente manifestazione. Il corteo si è diretto verso il Palazzo di Giustizia gridando a gran voce e sugli striscioni, “libertà per gli arrestati” durante gli scontri dei giorni scorsi. Il corteo urlava contro gli islamisti di Ennahda che guidano la coalizione di governo e che schiaccia la popolazione sotto una politica liberista a vantaggio delle multinazionali e dei centri della finanza insieme a un ritorno al dominio della società patriarcale sulla donna, imponendo costumi e sfruttamento di secoli addietro.

vedi qui

e qui

Difatti proprio le donne hanno di nuovo riempito le piazze tunisine, nel giorno della donna, il 13 agosto, gridando e lottando contro il nemico di sempre: il potere patriarcale, la sottomissione della donna ai voleri del maschio padrone e della religione, l’azzeramento della libertà dei costumi conquistata dalle donne.

A Tunisi e a Sfax due manifestazioni:

il video di quella di Tunisi

e di quella di Sfax

Intanto le mobilitazioni hanno rallentato il processo di revisione costituzionale (che secondo Ennahda dovrebbe introdurre norme teocratiche e patriarcali, abolendo il concetto di “uguaglianza” tra uomo e donna), la revisione slitta di sei mesi, per ora.

In EGITTO, le contraddizioni tra i due blocchi di potere, da una parte il militarismo oligarchico che ha governato il paese negli ultimo 40 anni e dall’altra parte le forze della reazione della piccola e medio-borghesia (Fratelli musulmani)  finanziate e sostenute dall’Arabia Saudita e dal Qatar tiene in subbuglio il quadro politico. Entrambe le forze cercano in realtà più una mediazione che uno scontro, il loro obiettivo primario è impedire la ripresa del movimento (di piazza Tahrir) con un controllo economico, politico e poliziesco.

Alcuni giorni fa, il 21 luglio il gasdotto nel Sinai che unisce Egitto alla Giordania e pompa il gas verso Israele.Non è la prima volta, si tratta del 15° attacco armato contro il gasdotto.

vedi qui

e qui

Avanti compagne e compagni arabi…    forse la Piazza da sola non basta a scalzare l’ordine capitalista, vanno costruiti gli organismi del contropotere proletario, per passare all’offensiva.

AGGIORNAMENTO…

Oggi 15 agosto, le manifestazioni hanno ottenuto la  libertà provvisoria di tutti gli arrestati per gli scontri di Sidi Bouzid.   Leggi qui   

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Rivolta nel centro semiliberi di Nantes

Una rivolta di piccole dimensioni è scoppiata nel centro per la semilibertà della prigione di Nantes.
Da quel poco che si riesce a sapere dalla stampa, sabato sera, 11 agosto, la polizia è dovuta intervenire per “riportare la calma” (tipica frase per rappresentare l’aggressione delle forze dell’ordine) nel piccolo centro che ospita detenuti in semilibertà e in libertà vigilata del carcere di Nantes.  
Verso le 23, dopo una rissa (non si sa tra chi e chi, né per quali ragioni), si è sviluppata una rivolta di piccolissime dimensioni dato il numero limitato dei prigionieri presenti nel centro, soltanto nove.
Tre dei nove sono stati arrestati per danni, minacce e violenze. Non vi è stato nessun ferito, ma molti danni.

 

 

 

vedi : http://lechatnoiremeutier.wordpress.com/2012/08/14/nantes-mutinerie-au-centre-de-semi-liberte-11-aout-2012/

e: http://nutopia2sergiofalcone.blogspot.it/2012/08/lechatnoiremeutier-nantes-mutinerie-au.html

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Rivolta in un carcere a Ginevra

Stamattina, 12 agosto 2012 molti media svizzeri hanno riportato questa notizia:

Una rivolta è scoppiata ieri sera nel carcere di Champ-Dollon, a Ginevra: al termine della cena 40 detenuti hanno rifiutato di tornare nelle loro celle. La situazione è tornata alla normalità dopo circa due ore grazie all’intervento delle forze dell’ordine. Non vi sono feriti. I motivi della protesta sono da ricercare nelle sanzioni adottate nel pomeriggio nei confronti di due detenuti che avevano aggredito e ferito un altro prigioniero.
La direzione del carcere ha tentato invano di convincere i manifestanti a tornare nelle loro celle. Dopo aver giocato senza successo anche la carta dell’ultimatum, i responsabili della prigione sono dovuti ricorrere alle forze dell’ordine. La polizia cantonale si è presentata con un forte dispositivo: assieme al personale di sorveglianza è infine riuscita a prendere il controllo della situazione e a riportare gli ammutinati in cella”.

Stesse parole in tutte le agenzie e nei media (swiss.info, corriere del Ticino, info.rsi.ch,…). Chiaramente una velina del ministero.

Diversi erano i titoli: Sedata ribellione nel carcere di Ginevra,; Rivolta nel carcere di Champ-Dollon; 40 detenuti si rifiutano di rientrare in cella

Noi non sappiamo come è andata esattamente, dubitiamo della verità delle veline,  forse non si saprà mai il reale andamento dei fatti.

Ciò che sappiamo è che il carcere di Champ-Dollon a Ginevra è un “carcere preventivo” ha continue tensioni tra detenuti e custodia, a causa del sovraffollamento (615 detenuti per 375 posti) ed anche a causa della dura disciplina cui sono sottoposti i detenuti.

Il regolamento interno alla prigione è vecchio, risale al 1985. Inoltre quei pochi diritti dei detenuti, non vengono rispettati.

È un carcere in prevalenza per soggetti posti in “custodia cautelare”, ma anche condannati a pene detentive brevi, per i rei di delitti contro la PA, per i pregiudicati recidivi, per gli estradandi e per i minorenni.

LE CARCERI ESPLODONO!!!

AMNISTIA

LIBERE TUTTE E TUTTI

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Trattativa stato-mafia? E’ storia di questo paese!

Questa notizia di ieri ha fatto scatenare una bagarre nei media:

I parlamentari del Pd Giuseppe Lumia e dell’Italia dei Valori Sonia Alfano si presentarono al carcere di Parma per proporre a Bernardo Provenzano di collaborare coi magistrati.” [CdS 9 agosto, G.Bianconi]

si è accentuata e inasprita, nei toni, la già aperta diatriba se lo stato avesse o non avesse già trattato con la mafia o con la malavita organizzata. Politici, magistrati, giornalisti hanno affermato con sussieguo che lo Stato non deve trattare con la mafia! Che memoria corta! Non ricordano che la legge sui Pentiti di Mafia è frutto di un lungo lavoro di trattativa? (Legge 13 febbraio 2001, n. 45)

E poi la trattativa, o meglio la collaborazione tra Stato  e mafia e qualche altro “soggetto” fa parte della storia di questo paese. Ed ha ragione Giuseppe Casarrubea:

«…al momento del trionfo della democrazia cristiana, la completa decapitazione del movimento sindacale siciliano: dalla strage di Alia (settembre 1946) alle stragi di Messina (marzo 1947) e di Partinico (22 giugno 1947), fu realizzata dalla mafia, con l’accordo della Dc …  la vicenda di Portella ( 1 maggio 1947) o gli assalti alle Camere del lavoro [non si possono addebitare] all’esclusiva responsabilità di Giuliano. Furono opera di un accordo in cui mafia, Servizi e Stato agirono all’unisono. Come cercò di spiegare Gaspare Pisciotta quando disse al giudice di Viterbo Tiberio Gracco D’Agostino: “Siamo una cosa sola come il padre, il figlio e lo spirito santo” ».  (vedi qui)

Ma ancor più “sofferto” e contorto è stato il lungo percorso che ha portato alle DUE leggi per la cosiddetta  “sconfitta del terrorismo” condita con una buona dose di tortura:

*la prima, la Legge 29 maggio 1982, n. 304, “Misure per la difesa dell’ordinamento costituzionale”. (GU n.149 del 2-6-1982 ). Ossia la legge sul pentitismo e sulla delazione;

*la seconda, la Legge 18 Febbraio 1987 n.34 – “Misure a favore di chi si dissocia dal terrorismo” (GU n. 043 del 21/02/1987);

Soprattutto per ottenere la seconda, la legge sulla dissociazione, ci fu una processione di deputati, senatori, magistrati, prelati e giornalisti nelle carceri speciali dove erano detenuti i prigionieri della lotta armata in odore di dissociazione. Nessuno si è sottratto a questa cerimonia.

Vedi sulla dissociazione i post precedenti: qui e qui e qui

Lo Stato ha sempre trattato con chiunque, quando si trattava di realizzare una sua vittoria politica al fine di un inasprimento del controllo statale e capitalistico sull’intera società.

Una sola volta lo stato, appoggiato da tutti i partiti, NON HA TRATTATO quando si trattava di salvare la vita di una persona, Aldo Moro.

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Morte di un compagno, un amico

Scusate, ma oggi devo ricordare un amico, un compagno che ci è stato sottratto da una spietata malattia.

Non c’è un’età giusta per morire, ma a poco più di trent’anni la morte è inaccettabile e pesante.

La morte di Dario è pesante, troppo pesante per chi l’ha conosciuto e condiviso ideali, attività o anche soltanto scambiato pensieri e parole.

Pesante la sua presenza nei territori dove operava. Come è pesante il suo ricordo, e indelebile.

Ciao Dario, ti aspetto per una birra, alla solita ora, al solito posto.

Ci vediamo!

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Le AMNISTIE del 1968 e del 1970

Era il 28 giugno 1968 Il senatore Codignola (sinistra indipendente) presentò la proposta di Amnistia e Indulto per il periodo di lotte studentesche, operaie e proletarie che fino a quella data si erano manifestate. Questo il testo:

«Onorevoli Senatori – A decorrere dalla scorsa estate, la situazione politico-sociale del Paese è stata caratterizzata da un diffuso stato di insoddisfazione e di malessere delle masse studentesche e – almeno in alcuni centri – delle masse operaie, condizione in parte riconducibile ad un fenomeno analogo manifestatosi in ogni parte del mondo, sotto i più diversi regimi politici, in parte determinata da ragioni specifiche della nostra società nazionale. L’insoddisfazione dei giovani per una società organizzata in centri di potere economici e politici ai quali è difficile l’accesso, e che paralizzano un’ampia e sincera dialettica democratica, coinvolge inevitabilmente il problema generale del potere in una società odierna: questa presa di coscienza abbastanza generalizzata nelle generazioni giovani trova occasioni puntuali di contestazione e di rifiuto nella organizzazione scolastica – e particolarmente universitaria – e nella organizzazione produttiva, entrambe legate ad una rigida concezione gerarchica del potere, che estrania da ogni potestà decisionale le masse dei lavoratori e degli studenti. Appare quindi evidente che, nell’interesse stesso della democrazia, nell’accezione aperta e progressiva voluta dalla nostra Costituzione, occorre procedere di pari passo alla realizzazione di profonde riforme strutturali ed alla creazione di un clima maggiormente democratico ed antiautoritario nel Paese. La crisi di valori che si è così determinata ha prodotto scontri e conflitti tra forze di polizia da un lato, e studenti ed operai dall’altro, che hanno messo in evidenza il divario crescente fra alcune norme penali e di sicurezza tuttora in vigore, e la diversa coscienza che si è venuta maturando fra i giovani. I procedimenti giudiziari che ne sono seguiti ne costituiscono la logica conseguenza, ma riconfermano la necessità e ‘urgenza di una radicale revisione del Codice penale, della legge di Pubblica sicurezza e di altre leggi, la cui ispirazione autoritaria risale al fascismo o comunque ad una concezione repressiva dello Stato che ripugna oggi alla coscienza democratica. In attesa che a tale revisione il Parlamento si accinga, è sembrato doveroso ai proponenti di chiedere un atto di conciliazione nazionale, che all’inizio della nuova Legislatura dimostri la sensibilità delle Camere ai gravi problemi di fondo che le recenti agitazioni e repressioni hanno aperto, e che non possono essere risolti con metodi coercitivi, ma vanno affrontati nella loro sostanza politica e sociale».

Dovendo stabilire una data di inizio i presentatori del progetto si posero l’interrogativo:

«Ma quando è sorto il movimento studentesco, quando si sono manifestati i primi scontri con le strutture autoritarie dell’università e dello Stato? Possiamo dire che i movimenti più duri si siano concentrati negli anni 1966, 1967 e 1968, ma non possiamo ragionevolmente escludere che altri casi si siano verificati anche prima del primo ottobre 1966. Anzi, come ha testé affermato il collega Cacciatore, se ne sono svolti anche prima, particolarmente nell’aprile 1966, all’università di Roma e in altre sedi universitarie, oltre che nelle piazze, dove vi è stato lo scontro con determinati principi che ancora oggi orientano e governano la politica del paese»  e ancora … «…tra il giugno e l’ottobre del 1965 quasi tutte le categorie dei lavoratori nei diversi settori produttivi sono entrate in agitazione per il rinnovo dei contratti e sono state costrette a grandi sacrifici, a scioperi prolungati, a lotte e a scontri duri e difficili cui spesso hanno fatto seguito violente repressioni. E ciò è avvenuto quasi per tutte le categorie, in ogni settore produttivo, agricolo e industriale, commerciale, impiegatizio, in ogni parte del paese. Le lotte degli edili, dei metallurgici, dei metalmeccanici, le lotte agrarie e le manifestazioni dei coloni e dei braccianti delle Puglie, della Calabria e dell’Emilia, solo per citare alcuni casi; le repressioni contro gli operai della FIAT, contro i lavoratori della terra, contro (per citare un esempio articolare) le tabacchine dell’azienda ATI di Salerno, tutte avvenute prima del primo ottobre 1966, stanno a dimostrare che il termine iniziale fissato per l’amnistia, oltre ad essere illogico giuridicamente, arbitrario e casuale, è motivo di disparità di trattamento e di gravi ingiustizie che ledono e colpiscono il principio della generalità, al quale invece si ispira e dovrebbe attenersi il provvedimento».

Per l’Amnistia del 1968 (D.P.R. 25 ottobre, n. 1084), la votazione finale alla Camera avvenne a scrutinio segreto. La proposta di legge fu approvata con 336 voti favorevoli contro 75. Avevano dichiarato di votare contro i liberali e i missini. I democristiani avevano dichiarato di votare a favore facendo riferimento ai «fermenti» di cui «possono criticarsi gli effetti ma non disconoscersi del tutto l’intrinseco fondamento».

Per il Pci, l’on. Guidi ribadì di non considerare l’amnistia un gesto di perdono e riaffermarono «…il grande valore che ha sempre avuto la resistenza collettiva quando si è espressa come tutela della Costituzione».

Questo provvedimento non porta termine iniziale, ma solo quello finale per «…i reati commessi fino al 27 giugno 1968»

Nel complesso il provvedimento risultò di particolare ampiezza. Vi furono compresi i reati di devastazione e saccheggio (pena massima 15 anni), incendio (pena massima 7 anni), bloccostradale o ferroviario (pena massima 12 anni), detenzione di armi da guerra e altri reati in tema di armi (pena massima 6 anni).

Non si pensi che fossero tutti d’accordo. Il commento di alcuni settori giuridici fu nettamente negativo. Quello della rivista «L’indice penale» è, poi, perentorio: «Non vi è dubbio che questo decreto indica chiaramente l’avvento di forze che si impongono allo Stato con carattere rivoluzionario»

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Due anni dopo, fu votata l’ultima amnistia politica, finora: quella del 1970 (D.P.R. 22/5/70, n. 283).

Si arrivò a questo provvedimento su richiesta dei partiti di sinistra in particolare del partito socialista.

La proposta di legge (n. 2289 del 3/2/70) venne presentata alla Camera dai deputati Giolitti ed altri (tra i quali Leonetto Amadei e Vassalli) a nome della direzione del partito socialista per superare la «grave situazione sicuramente in contrasto con le esigenze di distensione del paese». Per i proponenti «…molte imputazioni fanno riferimento a figure di reati che la nostra coscienza sociale e la Costituzione della Repubblica considerano superate. Ma il problema si pone anche per le imputazioni che non concernono figure di reati che non trovano più rispondenza nella mutata coscienza sociale e politica del paese. Qui il disagio deriva dal fatto che noi consideriamo legittime le finalità per le quali si sono svolte le lotte sindacali.Finalità che derivano la loro legittimità dalla Carta Costituzionale».

I proponenti sottolinearono le difficoltà nelle quali si muoveva il processo di adeguamento «…tra ordinamento giuridico e realtà sociale». Per l’individuazione dei reati affermavano: 

«Nessun rilievo si è voluto dare alle finalità dei reati commessi. Decisivo soltanto il dato obiettivo, cioè la situazione di fatto in cui i reati sono stati commessi».

Va ricordato che nel corso dell’autunno 1969 l’intervento penale era stato massiccio. Secondo dati raccolti dal ministero dell’interno (contestati nel dibattito parlamentare perché ritenuti molto al di sotto della realtà) nell’ultimo quadrimestre del 1969 erano state denunciate 8.396 persone per 14.036 reati, tra i quali 235 per lesioni personali, 19 per devastazione e saccheggio, 4 per sequestro di persona, 124 per violenza privata, 1.610 per blocchi stradali e ferroviari, 29 per attentati alla sicurezza dei trasporti, 3.325 per invasione di aziende, terreni ed edifici e 1.376 per interruzione di pubblici servizi.

Il relatore alla Camera affermò che la soluzione migliore sarebbe stata quella della rapida revisione delle norme vigenti, ma sollecitò ugualmente l’approvazione del provvedimento di amnistia come intervento tempestivo e come segnale di pacificazione verso quelli che avevano subito procedimenti giudiziari.

La direzione del partito socialista dette mandato ai due gruppi parlamentari «...di predisporre due provvedimenti separati, dedicati l’uno all’abrogazione o alla modificazione di tutta una serie di articoli del codice penale del 1930 contrari alla lettera o allo spirito della Costituzione, e l’altro di amnistia per i fatti aventi carattere di reato emersi nel corso delle lotte sindacali dello scorso autunno». La direzione del P.S.I. aveva contemporaneamente sollecitato il suo gruppo parlamentare per una rapida approvazione dello «Statuto dei lavoratori».

Anche per questa Amnistia ci furono opposizioni dai toni allarmisti:

«…il provvedimento appare come un atto imposto da forze dichiaratamente nemiche dell’attuale ordine di cose e che tendono a istituire un ordine nuovo e, per quanto concerne le forze della sinistra extraparlamentare, addirittura un ordine costituzionale diverso, che presuppone l’abbattimento di quello vigente».

Nel testo finale all’art. 1, comma 1, del decreto del 1970 si legge: 

«1. (Amnistia particolare) – E’ concessa amnistia per i seguenti reati, se commessi, anche con finalità politiche, a causa e in occasione di agitazioni o manifestazioni sindacali o studentesche, o di agitazioni o manifestazioni attinenti a problemi del lavoro, dell’occupazione, della casa e della sicurezza sociale; e infine in occasione ed a causa di manifestazioni ed agitazioni.

[i dati e le citazioni sono tratte da: Amedeo Santosuosso – Floriana Colao, Politici e Amnistia, Bertani Editore, Verona 1986]
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Attualità di cose passate

Un documento del giugno 1987

 

 

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Ma quale Olimpiadi ! I potenti si preparano a massacrarci

Qualche giorno fa, il 23 luglio scorso, sul Financial Times, giornale londinese della City, quel luogo infame e criminale là dove si fanno da secoli gli “affari di borsa”, là dove la devastazione e il saccheggio sono la pratica più diffusa, da lì si praticano il saccheggio delle ricchezze dei territori e delle popolazioni devastando intere aree e impoverendo masse di persone, massacrando le classi lavoratrici di tutto il mondo, quel luogo dove operano i “mercati” che Federico Caffé definiva “predatori”; ebbene quel giornale ha incaricato un giovane economista dal nome italiano, Ferdinando Giugliano, di gelare la platea che da diversi mesi applaudiva le misure del “tecnico” Monti che aveva preso in mano le sorti di un disastrato paese per metterlo in “regola”.

Ferdinando Giugliano ha esordito affermando: “il tempo sta per scadere!”, poi ha continuato: “Mario Monti ha un’unica strada per evitare di apparire come Rajoy dire la verità ai partiti politici che lo sostengono e al popolo italiano”. Mario Monti deve ottenere l’impegno degli italiani e dei partiti politici per misure più incisive nel caso si rendesse necessario fare ricorso ad aiuti esterni.(…) dovranno quasi certamente essere imposte misure aggiuntive“. Ha poi aggiunto: “…è importante che gli italiani conoscano e magari si esprimano sui costi di una più forte integrazione europea in termini di perdita di sovranità: l’unione fiscale e bancaria è un accordo, non un regalo (…) che implica notevoli trasferimenti di potere a Bruxelles“. “Senza ottenere l’impegno degli italiani qualsiasi accordo Monti stringerà a Bruxelles gli si ritorcerà contro a casa, proprio come la vittoria di Pirro di Rajoy dello scorso mese“.

Ma quale sono queste verità che Monti dovrà dirci? eccole:

la prima: Non c’è via d’uscita facile alla crisi, di per se lo scudo anti-spread non risolve nulla e i prossimi anni saranno ancor più tremendi;

la seconda: bisogna fare molto di più per la crescita;

la terza: le soluzioni europee significano perdita di sovranità.

Tradotto in linguaggio comprensibile per i “poveri mortali”, per chi, come noi, è costretto a vendere a un padrone la propria forza lavoro, vuol dire: “guardate che il debito, lo spread, i bond ecc., sono l’antipasto, la premessa, il vero problema è che bisogna invogliare gli investitori stranieri (Russia, Usa, Cina,…) che non vengono a investire qui perché:

1- il costo del lavoro è troppo alto; 2- i vincoli per l’impresa sono eccessivi, ossia il padrone non può fare tutto quello che gli pare; 3- il governo nazionale deve cedere ancor di più sovranità in materia economica, abbandonando totalmente i sogni di “stato sociale” e welfare.

In soldoni, ci dice la City londinese, c’è ancora troppo poco liberismo, ci vuole il liberismo integrale, quello fondamentalista. Dunque abbattere ancora il costo del lavoro, togliere “lacci e laccioli” che limitano il potere assoluto dell’impresa (del padrone) di fronte ai lavoratori, alle devastazioni ambientali, ai disastri umani; abbandonare ogni residuo pensiero di “politiche sociali”. Ancor più chiaramente: nel rapporto capitale/lavoro si deve tornare a una sorta di schiavitù (altro che diritti!); sul piano istituzionale azzeramento totale di ogni residuo criterio della rappresentanza (i parlamentari eletti potranno fare i loro sporchi traffici clientelari, ma non pensino di regolare la politica economica, quella sarà fatta a Bruxelles dagli “gnomi della finanza” e del profitto).

L’imbroglio democratico in ambito capitalista è giunto al suo esito: a noi trarne le conclusioni….     O dimostriamo di essere cretini e cretine continuando a credere che democrazia e capitalismo possano convivere e che addirittura siano un binomio progressivo –come blaterano gran parte dei media- e che si possano perfino allargare gli spazi democratici. Oppure dobbiamo dimostrare, ma con i fatti, che cretini e cretine non siamo e organizzarci per cambiare questo stato di cose!

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Ma quali OLIMPIADI !… AMNISTIA per chi sta in carcere

In tutto il paese, in decine e decine di carceri la popolazione detenuta è in lotta! La protesta ha unito le carceri dal nord al sud e alle isole.

In Puglia, da Bari a Lecce e a Trani, a Napoli Poggioreale e a Salerno, da Bologna a Udine e poi a Cagliari al Buoncammino, a Gorizia e Ascoli Piceno, a Monza, Cuneo e Genova, da Catania a Rovigo e Treviso, da Roma Rebibbia a Le Vallette di Torino, da Imperia a Firenze Sollicciano, ed altre ancora. Nuove carceri si uniscono alla protesta.

Non vogliono più subire passivamente! Detenuti e detenute dicono NO a un sistema di carcerazione che va oltre il limite della decenza! Costretti e costrette a condizioni di vita inaccettabili, stipati in spazi che sono la metà di quelli riservati agli allevamenti dei suini. Senza acqua, né docce, né igiene; senza spazi fare attività sportive e nemmeno per fare un po’ di movimento. Con un vitto immangiabile e una socialità precaria.

Cosa chiedono i detenuti e le detenute? Chiedono Amnistia, Indulto, accesso rapido alle misure alternative, … insomma vogliono di uscire dal carcere, vogliono mettere fine a quel sovraffollamento criminale, al terrorismo di stato che rende la già dura condizione di chi è privato della libertà del tutto inaccettabile e invivibile. Vogliono tornare liberi e libere!

Il carcere oggi non solo impone sofferenza feroce, è un vero strumento di tortura e di annientamento. Lo ha così definito anche Amnesty International. Un residuo di un passato triste e incivile, inconcepibile all’interno di rapporti umani e sociale evoluti. È anche inadeguato rispetto ai fini che afferma scioccamente di voler raggiungere e che è stato inserito altrettanto “scioccamente” in quella Carta Costituzionale di cui non c’è alcuna ragione di andare fieri!

Eppure lo sapevano i Costituenti, quelli che avevano patito la galera sotto il regime fascista, lo sapevano che il carcere non può rieducare ché anche se lo scrivi che «le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato» (art.27), poi nella realtà il carcere esprime solo e soltanto trattamenti degradanti e disumani, perché è fatto per quello: per annientare, per distruggere la vita! Ma i Costituenti inseriti in quella grande finzione democratica hanno scritto una cosa cui non credevano e non potevano credere, loro che il carcere l’avevano conosciuto! Anche se poi, pentiti, hanno cercato subito, nel 1949, di realizzare una commissione parlamentare per dare la voce ai prigionieri e fare proporre dalla loro voce delle riforme (Commissione Calamandrei-Persico) . Naufragò tutto! Il paese in mano ai democristiani, con i soldi del Piano Marshall Usa doveva costruire un paese capitalistico-moderno, ossia col terrore di stato, con la repressione per frenare gli avanzamenti della classe operaia, a tenere gli “ultimi del mondo” sempre più succubi per avere forza lavoro a basso prezzo. Come oggi, come sempre finché dominerà l’ordine capitalistico, che ci sia la “crisi” o la “crescita”, due slogan, due favole inventate dai padroni, cui molti, troppi di noi credono stupidamente e vi si allineano! 

Ogni lotta in carcere è comunque una tappa verso la sua abolizione, è un mattone che togliamo da quel muro ignobile che separa donne e uomini reclusi da donne e uomini liberi: la più grande ignominia costruita dalle società umane!

Il carcere va abolito e per questo oggi dobbiamo essere al fianco di chi dentro lotta!

Non lasciamoli soli, la libertà di chi sta in carcere è la nostra libertà!

Appoggiamo e diffondiamo la lotta nelle carceri!

GIOVEDI 2 AGOSTO troviamoci tutti e tutte a Piazza Arenula alle 17 al fianco delle lotte in carcere, per la sua abolizione

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Un interessante dibattito su ”abolizionismo” (del carcere) e il “diritto penale minimo”

Riporto con piacere la recensione a “Una modica quantità di crimine”, di Nils Christie

(il libro è qui)

L’articolo è  di Vincenzo Guagliardo, un compagno con cui ho condiviso attività politica e una vita di galera, uno dei più attenti conoscitori del dibattito sull’abolizione del carcere e abolizionista per scelta; gli risponde Tommaso Spazzali che trovate qui… e qui

Vincenzo Guagliardo

Uno dei padri fondatori delle teorie per l’abolizione del sistema penale, il norvegese Nils Christie, si è recentemente ricreduto e sostiene ora un diritto penale minimalista: “una modica quantità di crimine” si intitola il suo libro in italiano (ma la traduzione più letterale per suitable non sarebbe “modica”, bensì “sostenibile”).

Definisce il minimalismo “una posizione vicina a quella abolizionista, ma che accetta in certi casi l’inevitabilità della punizione”. A suo parere: “Tanto gli abolizionisti quanto i minimalisti assumono gli atti indesiderati come punto di partenza, non come crimini, e si chiedono come questi atti debbano essere trattati”.

A questo punto egli può perciò vedere il minimalismo non più solo come la corrente moderata del pensiero penalista contro l’eccesso di diritto penale, ma anche come la versione moderata… dell’abolizionismo. E anzi, la pena, se minima, e con relativo contorno di discussioni non solo aridamente “tecniche” (cioè giuridiche e quindi riduttive), ma affiancata dai contributi di altri professionisti (quali sociologi, psicologi, criminologi, mediatori eccetera) che trasformano il caso in ricca “narrazione”, la pena – dicevo – diventa cosa completamente diversa: “Assumendo come punto di partenza l’intera sequenza di eventi che conducono all’atto indesiderato, la punizione diventa una, ma solo una, tra diverse opzioni. Permettere che l’analisi discenda dai conflitti, piuttosto che dal crimine, apre a una prospettiva liberatoria. Significa che noi non siamo rinchiusi in una “necessità penale”, ma siamo liberi di scegliere”.

Personalmente, diversamente da Christie, non ho mai avuto troppi problemi ad accettare per certi fattacci l’uso della parola “crimini”. Si può sempre discutere del particolare conflitto chiamato “crimine” secondo le proprie visioni, l’epoca, il paese ecc. Ma devo aggiungere che non ho mai assunto il crimine come punto di partenza del ragionamento, bensì proprio l’idea di pena, massima o minima, considerandola il primo problema e non l’ultima soluzione.

La pena non è mai la riposta adeguata al crimine per la sua soluzione; si limita a fabbricarlo, e aiuta a insorgere il fattaccio. Bisogna trovare la lunga via per un’altra filosofia della sanzione rispetto a questa che, ipocritamente, barbaramente e miracolisticamente, infliggendo sofferenza legale, pretende di spiritualizzare chi soffre e renderlo santo. È proprio la pena, in quanto tale, a negare il conflitto in sé, non la mancanza di professionisti delle scienze umane da porre in tribunale accanto ai giudici, agli accusatori, agli avvocati, alla polizia, ai carcerieri, ai giuristi, ai legislatori, alle università… I giudici non sono ciechi, hanno un compito vincolante: quello di erogare sofferenza legale.

Partendo dal crimine invece che dalla pena, Christie ragiona da criminologo invece di ridiscutere criticamente il “punto di partenza” della sua professione. Il ruolo dei criminologi (e dunque di se stesso) è così definito da Christie: “professionisti nel campo della devianza e del controllo”. Giusto. Il loro compito è, giustamente: “vergogna e reinserimento. Sono due concetti centrali nell’attività di controllo della devianza: le tue azioni erano deplorevoli, cattive, sbagliate. Dobbiamo dirtelo: vergognati! Ma per il resto tu sei ok. Smettila di agire in modo sba­gliato, torna a casa e noi uccideremo l’agnello, faremo un grande pranzo per festeggiare il tuo ritorno”.

E se non si trattasse solo di tornare a casa – come premio – pentendosi?

Ma date queste premesse, ecco che di fronte a quei casi (minimi!) in cui la punizione sarebbe inevitabile e non già un’illusione che nulla risolve e dai tragici effetti, diventa inevitabile anche pensare addirittura che: “Per queste situazioni e per queste persone abbiamo le istituzioni penali come un tesoro nella società”. Non solo “nella” società, ma anche “per”: “Finché coloro che sono considerati come devianti estremi o come fondamentalmente criminali a causa del loro comportamento sono pochi, il processo e la punizione possono aumentare la coesione della società nel suo complesso. Con una piccola popolazione carce­raria è possibile pensare alla devianza come a una eccezione”.

Insomma, se non ci sono, bisognerebbe inventarseli, questi quattro gatti, in nome della coesione sociale. Ed è in questo contesto esaltante che: “Come ha di recente affermato Patricia Rawlinson, i criminologi devono diventare la Greenpeace dei sistemi sociali!” In un mondo ormai ideale perché “La punizione dovrebbe quindi essere l’ultima opzione, non la prima”.

E va bene, il reo, vergognandosi, deve “soggettivizzare la pena”, come dice il linguaggio giuridico d’oggi, e così saremmo a posto. Ma chi può decidere la quantità minima di delitto sostenibile che (a parte l’inevitabile sofferenza dei quattro gatti all’interno del “tesoro”) rafforzerebbe la “coesione sociale”? Chi ha questo potere? E può mai esistere?

Il sistema penale (dalla criminologia alla reclusione) da sempre funziona come una cellula malata che si moltiplica automaticamente e fuori da ogni controllo. È l’esperimento in vitro che a seconda delle circostanze storiche esterne ad esso – nelle società – si trova sempre pronto all’uso, si dilata, o restringe, invade nuovi campi, può diventare lager o imprimere la sua logica punitiva anche fuori dalla reclusione. Uno strumento prezioso per dirottare l’attenzione da altri sguardi possibili della realtà, pur di mantenere quella coesione sociale che non metta in discussione l’esistente.

Una morale. Ma anche un inganno, un’illusione, e oggi un pericolo per tutti e non soltanto per i soliti noti. Peccato che la scoperta di Christie tale non sia: il sistema penale nasce come centro morale della pretesa coesione sociale, e peccato che i quattro gatti non bastino mai. È per questo che l’abolizionismo non è, come crede ora il convertito Christie (finalmente uscito da tante ambiguità e carenze che lo contraddistinguevano anche in passato), una speranza irrealistica, un’utopia alla quale affiancare il suo presunto realismo per andare avanti, ma una politica concreta e immediata della disillusione che si rivolge anzitutto alle vittime.

In modo semplice e magistrale il defunto Louk Hulsman non diceva al reo “vergognati e ti reinseriamo”, ma si rivolgeva alla vittima, dicendole: Che tu voglia vendetta va bene, ma guarda che di fatto il diritto penale ti darà solo illusioni, mentre in un diritto civile avresti molto da guadagnare, persino sul piano della vendetta, anche se magari non tanto quanto desideri.

In parole povere, l’abolizionismo non è una nuova criminologia ma una politica attiva nel presente che ci liberi gradualmente e, in prospettiva, secondo i tempi indefinibili di una nuova coscienza collettiva, dalla cultura della colpa, con precisi criteri orientativi. È cioè evidente che già nell’immediato presente le sue proposte o le sue lotte si differenziano dal nuovo Christie. Qualche esempio.

Secondo Christie: “Almeno in Russia pare evidente, fatta eccezione per i più anziani dissidenti politici, lo sviluppo di un sistema estremamente stratificato che immobilizza i perdenti al punto più basso. A causa delle migliori condizioni materiali, delle maggiori possibilità di individualizzazione del trattamento e del più elevato numero di guardie per ogni carcerato, forse va diversamente nella maggior parte delle prigioni statunitensi, anche se numerosi rapporti sulle guerre tra gang rivelano che le autorità penitenziarie sono ben lungi dall’avere un completo controllo”.

“…basandomi sulle osservazioni fatte in Paesi che somigliano a Cuba, potrei almeno sugge­rire quali sono le linee di sviluppo consuete dei grandi sistemi penitenziari: con un tale numero di prigionieri e con un sistema che cresce rapidamente, le prigioni saranno ovviamente grandi e sovraffollate. Avranno relativamente poche guardie carcerarie. Questo significa che saranno gli stessi prigionieri a gestire la vita interna delle prigioni. Ciò condurrà allo sviluppo di un sistema gerarchico tra i reclusi. In cima avremo un re, circondato dalla sua corte.

Un gruppo di criminali al suo servizio controllerà i prigionieri di rango più basso. Quindi ci sarà un gran numero di prigionieri di livello ancora inferiore. E al fondo troveremo gli intoccabili, quelli relegati ai compiti servili, che fanno alla fine da prostitute per quanti detengono la posizione migliore fra i prigionieri. Viene creato un sistema di casta all’interno delle carceri, un sistema che è in netto contrasto con quanto Cuba si sforza di creare per la società nel suo insieme”.

L’armamentario proposto è il solito che ha portato all’attuale espansione totalitaria del sistema penale: più trattamento individualizzato (per la soggettivizazione della pena), più guardie per ogni carcerato, più controllo contro le forme di auto-organizzazione dei detenuti… Ad ogni “più” di Christie, si tratta semplicemente di contrapporre un “meno”. Egli ignora che le vecchie gerarchie interne ai carcerati erano funzionali all’interno del vecchio sistema penale e non ai reclusi, e che proprio con le misure che egli propone, esse vengono ormai sostituite dov’è possibile dalle stratificazioni trattamentali create dalle nuove équipe previste dal diritto premiale in un modo ritenuto meno rozzo e più efficace.

Quello che è sempre mancato a Christie è ogni attenzione ai modi in cui la pena si raffina insidiosamente per meglio estendersi fino al ritorno dei tribunali della coscienza dei tempi dell’Inquisizione, nel quadro di una “società terapeutica” dove la dignità umana scompare e gli individui dovrebbero ridursi a pazienti da curare, dove l’unica pratica che prevale è lo scatenamento del principio vittimario. Il premio non diminuisce il diritto penale, ma lo potenzia contro ogni diritto tout court. Nel mondo italiano e anglosassone questo processo ha fatto passi giganteschi.

Uscito dall’ambiguità Christie lancia un appello perché trovi un nuovo ruolo il criminologo che non ha mai smesso di essere: “Uscite dalla torre d’avorio, dicono tanti. Ma noi ne siamo già fuori. Lasciateci rientrare, potrebbe essere la mia risposta. Come minimo, lasciateci anche avere la torre d’avorio. Non possiamo limitarci ad abitarla, ma la distanza è necessaria per cogliere la prospettiva nella sua interezza”. Più potere: la Greenpeace criminologica è in realtà un panzer. In difesa delle torri d’avorio.

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