Da una galera… una lettera

Lettera di Giulia dal Carcere di Rebibbia (Roma)

Attenzione! Attenzione!
Questo, a distanza di 100 giorni dal mio arresto, è un piccolo contributo che voglio dare per mettere in guardia voi tutte e tutti.
1) Se per caso avete lampadari in casa, funzionanti con lampadine, fate attenzione, potreste pentirvene. Ma se proprio non potete farne a meno di averne qualcuno, non tenete in casa altre lampadine, oltre quelle già inserite negli appositi lampadari. Quando si fulmineranno, vagherete nel buio e solo allora potrete averne di nuove. Assicurandovi però di buttare quelle rotte, perché anche esse, come fatto notare dagli acutissimi Ros e Pm, sono un ottimo mezzo per costruire bombe.
2) Se ritenete opportuno abbellire la vostra presenza fisica con orecchini, badate bene a non acquistarli, qualora siano di rame. E se per caso un amico o amica ve ne voglia regalare un paio, separatevene senza indugi, perché sono armi pericolosissime.
3) Se non avete la maniacale abitudine di dare un posto ad ogni cosa, ma siete disordinati e tendete ad avere una improvvisata scatola degli attrezzi, dove tenete fra l’altro chiodi e pinzette per fermare i fogli, che dirvi? Evidentemente siete pericolosi terroristi, pronti a preparare bombe in ogni minuto.
4) Se vi capita di avere in casa mollette per i panni, non di plastica, bensì di legno, inceneritele, bruciatele, spargete le loro ceneri ai quattro venti. Non avete idea di cosa si nasconda dietro di loro.

A voler essere seria, tutta questa trafila di piccoli, ma non poco importanti avvertimenti, servono perché la notte in cui mi hanno arrestata hanno trovato nella casa dove vivo con il mio compagno (e dove non mi trovavo) lampadine di riserva, orecchini di rame, chiodi, ferma fogli e una molletta di legno. Il tutto è stato messo insieme, fotografato e sistemato da loro stessi in modo tale da farlo sembrare un assemblaggio di oggetti per preparare ordigni esplosivi. Così, infatti, il materiale sequestrato è stato presentato dai Ros e dalla Pm durante l’udienza del riesame.
Non parliamo ovviamente del fatto che, non avendo trovato alcun materiale cartaceo che descrivesse come si preparino tali bombe, sia stato da loro detto, evidentemente grandi conoscitori della mia persona, che non ce ne era bisogno, “perché era tutto nella mia mente, nella mia salda memoria!” Ogni commento è superfluo, vero?

Vorrei aggiungere un ultimo punto della lista, seppur a prima vista possa sembrare poco inerente ai precedenti:
5) Se questo mondo vi fa schifo; se ripudiate guerra, sfruttamento e devastazione; se non avete mai avuto il timore di dirlo; se non avete mai abbassato la testa pensando “non ci posso fare niente”; se ci avete sempre messo la faccia; se avete chiara la coscienza di chi sono i responsabili delle vite terribili che conduciamo; se siete convinte che la società in cui viviamo sia lobotomizzata; se non riuscite a guardare una gabbia con indifferenza; se il cuore vi si chiude, il sangue vi pulsa, la vista si annebbia al pensiero di una donna, di un uomo o di un animale rinchiuso, beh, prima o poi, come dice una donna rinchiusa qui con me “ti devi fare la galera”.
E se questo mio essere, questa Giulia che sto scoprendo forte, dignitosa, ancora più ferma e convinta delle sue idee e sprezzante dell’annichilimento in cui chi mi ha rinchiusa vorrebbe gettarmi; se questo mio essere loro lo vogliono etichettare come pericoloso, che costruisce bombe, che partecipa ad associazioni sovversive (magari affiliate alla fai-informale, nonostante qualunque cosa io abbia mai fatto, detto o pensato, non possa in alcun modo far pensare ad una mia benché minima adesione o partecipazione) volte a terrorizzare e seminare il panico fra la gente, beh, io non glielo permetto e rimando tutto al  mittente.
Terrorista è chi rinchiude, chi manganella, chi devasta. E allora, parafrasando una canzone, che tremino i potenti di fronte agli animi fieri di tutte queste “terroriste”, che non hanno paura di lottare contro tutto ciò che realmente genera e rinvigorisce il terrore, la discriminazione, la diseguaglianza, la devastazione, lo sfruttamento.
Che tremino, che abbiano paura! La loro vera paura è che sanno che qualsiasi gabbia mi metteranno intorno, che sia cella, che sia lavoro, che sia diffamazione, che sia isolamento, niente mi toglierà la voglia di romperla e di continuare a guardare il mondo  con gli occhi lucidi, aspri, vitali e liberi.
Che si arrovellino pure il cervello per trovare maglie migliori per le mie catene, io sarò più forte. Perché ho in me una coscienza, una consapevolezza di quello che sono, che non intaccheranno mai.
Che si specializzino nell’arte sopraffina (vera arte dei nostri tempi) del reinventare un significato per le parole, laddove guerra diventa missione di pace; laddove le bombe sono intelligenti e non pericolose e gli orecchini di rame e le lampadine pericolosi esplosivi; laddove il terrorismo non è quello di chi rinchiude, uccide, reprime ma quello di chi critica tutto ciò; laddove la devastazione si chiama civilizzazione, progresso o ricchezza; laddove il non accettare lo status quo dell’ingiustizia è sinonimo di pericolosità sociale; laddove gli immigrati carcerati si chiamano ospiti.

Le mie parole non hanno il peso della storia dei nostri tempi, della rabbia, dell’insolenza, della voglia di abbattere tutta la crudeltà, la ferocia della gabbia che rinchiude la vita di tutti noi, fuori e dentro le galere, schiavi di una vita che non vogliamo, di un mondo che cade a pezzi e che chiama i suoi residui progresso.

Dalla parte di chi lotta, di chi non si inchina.

Le bombe e il terrore li semina lo Stato, il Potere e la nostra santa Democrazia

Per la libertà di tutte e tutti.

Una donna libera.
Giulia.

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1948-1953 le svolte autoritarie democristiane

Il ruolo della Confindustria nel sabotaggio e nella successiva caduta (maggio 1947) dei governi “resistenziali” formati dai partiti del Cln, si accentuò nella primavera del 1947 quando si oppose duramente al blocco dei licenziamenti e dei prezzi, alle gestioni commissariali delle aziende, al cambio della moneta, alle imposte straordinarie. Quella che sarà chiamata la “linea Einaudi” fortemente critica del titolo III della I° parte della Carta (laddove si affermano i diritti del lavoratore, la parità di retribuzione della lavoratrice, il diritto di sciopero e di organizzarsi in sindacato) e che imporrà, al contrario, il principio delle cinque libertà: libertà di produzione, di consumo, di scambio, di valuta, di credito. In quel periodo la Dc, sposando totalmente questa linea, si candidò alla guida dello schieramento capitalistico.

De Gasperi afferrava al volo l’utilità tattica di separare il comando sul rapporto di produzione, da delegare completamente agli industriali e ai loro rappresentanti, dalla direzione politica del paese. In questo modo gli industriali potevano gestire la Ricostruzione e il piano Marshall, in cambio della loro rinuncia ad esprimere una politica complessiva per il paese che il partito democristiano riservava per se.

La Dc offriva al padronato garanzie importanti sull’ordine in fabbrica, la totale libertà d’azione per l’impresa privata, l’eliminazione di ogni controllo pubblico, lo smantellamento del ruolo del sindacato, la gestione autoritaria e repressiva del conflitto di classe, mantenendo in vita le leggi fasciste e ripristinando i vertici della struttura repressiva (questori e prefetti) del fascismo. Tutto questo diventava fattibile grazie alla capacità democristiana di condurre politiche antipopolari con grande consenso popolare, ottenuto per mezzo della diffusa struttura cattolica. In questo modo la Dc si candidava a partito guida della mediazione capitalistica, diffondendo nel paese una base culturale e ideologica imperniata sul mito dell’imprenditore e sul suo ruolo decisivo per l’interesse generale del paese e sulla menzogna della coincidenza degli interessi dei lavoratori con quelli della proprietà.

Ma la mediazione degasperiana aveva un limite in quello che G. Amato definiva “protezionismo liberale”, ossia quelle norme che concedevano ogni finanziamento alle imprese:  dall’acquisto di macchinari e materie prime, all’incremento delle esportazioni, dall’agevolazioni creditizie e fiscali a favore di piccole e medie imprese, alle agevolazioni per le fusioni e concentrazioni di società, all’agevolazioni ai cantieri navali,  all’esenzioni fiscali alla marina mercantile, ecc.

Il padronato gradiva gli aiuti ma non voleva un controllo pubblico nell’economia. È qui che la Dc modifica il compromesso di De Gasperi con l’interventismo di Fanfani: ma non interventismo dello Stato, bensì del partito (Dc). La Riforma Agraria, la Cassa per il Mezzogiorno e per i lavori pubblici, il piano di edilizia per i lavoratori, l’Eni, e la miriade di enti delegati alla elargizione di denaro per lavori sul territorio, di sussidi, sovvenzioni e contributi a fondo perduto ramificati in tutto il territorio nazionale, hanno il marcato segno di un intervento democristiano nell’economia, non dello Stato. Questa ramificazione di strutture clientelari permettevano alla Dc di avere il monopolio nel trasferimento della forza-lavoro dalle campagne all’industria nazionale e internazionale, attivando tutta la rete parrocchiale cattolica per il controllo e l’assistenza, impedendo così la costruzione di una rete pubblica di sostegno al disagio provocato dalla urbanizzazione forzata.

Il sostegno del Mezzogiorno viene realizzato con elargizioni di fondi utili soltanto a contenere il dilagare delle disoccupazione e assicurare alla Dc la signoria feudale sul meridione.

È in questo quadro che si attua l’interventismo economico non-pubblico ma partitico della Dc. L’attivismo fanfaniano impone un carattere più militante agli iscritti democristiani, una subordinazione del governo al partito, un nuovo “liberismo” come leva dell’appoggio industriale e un sistema politico che annulla la speranza dell’opposizione in una futura alternativa di governo in cambio di un possibile percorso di cooptazione nel partito-regime.

Per consolidare questa nuova linea politica, nel biennio 1952-53, conclusa la prima legislatura dell’Italia repubblicana, la Dc accentua l’offensiva contro le norme e gli istituti costituzionali. Dall’“ostruzionismo strategico”, come definì Piero Calamandrei la resistenza dei governi centristi (Dc, Pli, Pri, Psli), praticata fin dal 1948, all’attuazione della Costituzione, si passò ad una strategia volta alla costruzione di un partito-regime ostile al dettato costituzionale.

( Eletti all’Assemblea Costituente)  

La mancata abrogazione delle leggi fasciste sull’ordine pubblico e l’uso classista delle stesse, la mancata istituzione del referendum popolare e degli organi di controllo sulla maggioranza parlamentare e di limitazione del potere esecutivo come Corte Costituzionale, Comitato Nazionale Economia e Lavoro (Cnel), Consiglio Superiore della Magistratura, così come il rinvio dell’istituzione delle Regioni per un decentramento amministrativo, l’approvazioni di leggi repressive varate in quel biennio, tese ad impedire e imbrigliare il conflitto di classe, vedeva l’apice dell’offensiva democristiana nella legge Scelba sul premio di maggioranza nelle elezioni per la Camera, la cosiddetta legge-truffa. “La nuova legge elettorale avrà servito a questo: a permettere alla stessa maggioranza di passare dal larvato ostruzionismo all’aperto sovvertimento della Costituzione repubblicana” [P. Calamandrei], doveva servire ad ottenere una maggioranza in grado di realizzare modifiche costituzionali. Non riuscì grazie all’insuccesso nelle elezioni del 7 giugno 1953, ma la strategia dell’interventismo fanfaniano si delineò compiutamente.

Alcuni testi per approfondire questo periodo:
A. Graziani, Lo sviluppo dell’economia italiana: dalla ricostruzione alla moneta unica, Bollati Boringhieri, 1998
U.F. Ruffolo, La “linea Einaudi”, in Storia Contemporanea n.4 1974
M. De Cecco, La politica economica durante la Ricostruzione, 1945-1951, in Italia.  1943-50 la Ricostruzione a cura di S.J. Woolf, Laterza 1975
V. Foa, La ricostruzione capitalistica nel secondo dopoguerra, in Rivista storica contemporanea n.4, 1973
F. Peschiera, (a cura di) Sindacato Industria e Stato nel dopoguerra. Storie delle relazioni industriali in Italia dal 1943 al 1949,  La Nuova Italia, 1976
G. Pasquino, Modernizzazione e sviluppo politico, Il Mulino 1970
P. Calamandrei, Scritti e discorsi politici, La Nuova Italia, 1966
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Mazzini guerrigliero…

Nel 150esimo anniversario dell’unità d’Italia, ci hanno appestato con chiacchiere di tutti i tipi e genere… ma si sono dimenticati di raccontarci che il “padre della patriaGiuseppe Mazzini tra un ergastolo e l’altro, che gli comminavano i tribunali piemontesi (futuri re d’Italia), scriveva questo bel libricino, dal titolo,

La Guerra per Bande: insurrezione e strategia” . Eccone uno stralcio:

 «È d’uopo ricorrere ad altro metodo di guerra. È d’uopo trarlo per così dire dalle viscere della nazione, dalle condizioni d’un popolo insorto, dagli elementi topografici della contrada, da’ mezzi che le circostanze ci somministrano.

la guerra per bande: guerra che schiudendo una via d’opre e di fama a qualunque si senta potente a fare, costituendo in certo modo ogni uomo creatore e re della propria sfera, suscitando in mille guise l’emulazione fra paese e paese, distretto e distretto, cittadino e cittadino, pone un campo alle facoltà individuali, e sveglia altamente l’indole nazionale.

… E lodioe la vendetta, turpi in sé, si convertono in santissimi affetti, quando la vittima è il depredatore straniero, e l’altare quello della libertà e della patria. E senza quell’odio e quella vendetta non acquisteremo mai la patria e la libertà. E quell’odio si suscitava, se s’innalzava a tutti il grido di guerra – se si rivelava al popolo la propria forza – se gli si insegnava una guerra che invece di esigere educazione, scienza, materiali di campo e sommersione di schiavo, non richiedeva che ardire, vigoria di braccio e di membra, conoscenza de’ luoghi, astuzia e prontezza – se accennandogli l’austriaco, gli si diceva: l’oro, l’armi e il cavallo son preda vostra – se l’autorità rivoluzionaria diffondeva per ogni dove la chiamata e le somme norme della guerra per bande – se pochi vecchi soldati davano un primo esempio, cacciandosi alla testa de’ giovani che dipendevano dal loro cenno – se la bandiera dell’insurrezione si faceva sventolare  ne’ villaggi, nelle campagne, su’ campanili delle parrocchie – se si davano armi da fuoco, o mancando quelle, si fabbricavano picche ed armi da taglio».

(Giuseppe Mazzini, La guerra per bande: insurrezione e strategia, Bagaloni Ed, 1978)

 Che dite, nelle scuole italiane le raccontano queste cose?

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Il 1977 nelle carceri

Settembre 1977 nel carcere di Padova

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Il proletariato giovanile nel 1975

Su Rosso del 9 ottobre 1975

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La tortura (il reato) in Italia

Circa 25 anni fa, lo Stato italiano, al pari di molti altri stati, ratificò la Convenzione dell’Onu contro la tortura che prevedeva di inserire nel codice penale il reato di tortura nei confronti dei pubblici ufficiali che si siano macchiati di maltrattamenti e sevizie nei confronti di chi è in loro custodia.

I governi e i parlamenti che da allora si sono succeduti, si sono “dimenticati” di produrre questa legge. Così i torturatori della Diaz e di Bolzaneto (Genova 2001), così come gli assassini di Aldrovandi, Cucchi e di tante e tanti altri, hanno potuto evitare il carcere, perché il reato di “maltrattamenti” prevede pene assai minori e un tempo di prescrizione molto breve.

Recentemente una campagna e un appello, che ha superato le 5.500 firme, tra cui: Andrea Camilleri, Massimo Carlotto, Ascanio Celestini, Cristina Comencini, Erri De Luca, Luigi Ferrajoli, Rita Levi Montalcini, Elena Paciotti, Mauro Palma, Stefano Rodotà, Rossana Rossanda, Daniele Vicari e Vladimiro Zagrebelsky. L’appello chiedeva l’introduzione di questo reato nel Codice penale italiano (ricordiamo il Cp è ancora quello del 1931 che porta la firma di Mussolini).

La campagna ha ottenuto che il governo si sia impegnato a presentare un disegno di legge (ddl). A questo punto, le anime belle pensavano che il testo della legge italiana avrebbe ripreso pari-pari la definizione che dà l’Onu alla tortura, quella riportata all’art.1 della Convenzione dell’ONU:

” (…) qualsiasi atto mediante il quale sono intenzionalmente inflitti ad una persona dolore o sofferenze forti, fisiche o mentali al fine di segnatamente ottenere da essa o da una terza persona informazioni o confessioni, di punirla per un atto che essa o una terza persona ha commesso o è sospettata di aver commesso, di intimorirla o di far pressione su di lei o di intimidire od esercitare pressioni su una terza persona, o per qualunque altro motivo basato su una qualsiasi forma di discriminazione, qualora tale dolore o tali sofferenze siano inflitti da un funzionario pubblico o da qualsiasi altra persona che agisca a titolo ufficiale, o sotto sua istigazione, oppure con il suo consenso espresso o tacito.”

La definizione è chiara. Una chiarezza rafforzata dall’art.3 della Convenzione europea dei diritti dell’Uomo che contempla tre tipi di condotte: tortura, trattamenti o pene inumane e trattamenti o pene degradanti.

Queste precise norme permisero alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, ad esempio, di sanzionare lo Stato inglese per le torture inferte ai prigionieri indipendentisti irlandesi nel 1978. Nel caso: Ireland versus United Kingdom, 18 gennaio 1978, la Corte precisa: “[La tortura] E’ senza dubbio una forma più grave di trattamento inumano che causa intense sofferenze fisiche o mentali. Sebbene il grado di intensità e la lunghezza di ogni sofferenza costituisca l’elemento base della tortura, numerosi altri fattori rilevanti devono essere presi in considerazione. Come ad esempio: la natura del maltrattamento inflitta, i mezzi e i metodi impiegati, la ripetizione e la durata di ogni trattamento, l’età, sesso e condizioni di salute della persona esposta, la possibilità che ogni trattamento possa ferire la condizione psicologica, mentale e fisica della persona che le subisce e se le ferite inflitte causano serie conseguenze nel breve o nel lungo periodo sono tutti elementi rilevanti nell’insieme per comprendere se è stata commessa una tortura.”

L’Italia è il paese dei compromessi, ecco allora che nel discutere il testo di legge, il ministro della giustizia ha proposto in Commissione due  emendamenti: il primo voleva introdurre che per identificare la tortura sarebbe stato necessario che le sofferenze debbano essere cagionate a una persona “privata della libertà personale e non in grado di ricevere aiuto”. L’altro emendamento riguardava le sofferenze inflitte, che devono essere fisiche e psichiche contemporaneamente, ossia violenze psicofisiche. Si capiva da che parti arrivavano le pressioni al governo (forze dell’ordine), ma qui si rasenta il ridicolo, con questi emendamenti non era possibile individuare i casi di tortura. Dopo dura battaglia, non sono state accolte e il testo il 12 settembre scorso è stato riportato a un livello meno vergognoso e approvato, per evitare che tutto il mondo sghignazzasse sulle istituzioni di questo misero paese.

Ora la parola andrà al parlamento. Immaginiamo cosa succederà durante la discussione! Vedremo le divise in aula?

Anche l’associazione Antigone, tra le promotrici di questo ddl, protesta che “il testo è parzialmente diverso da quello auspicato: avremmo, infatti, preferito una totale aderenza alla definizione Onu ma è comunque importante che l’Italia criminalizzi la tortura e i torturatori.”.

Una riflessione si impone e va detta con chiarezza: non si può pensare che l’attività repressiva delle forze dello Stato possa essere attenuata dalle leggi. È l’aumento del rapporto di forza di chi solitamente subisce la repressione a renderla meno devastante, non certo una legge. Inoltre, sono convinto, che un paese che aumenta via via il numero delle leggi, per sanzionare questo o quel comportamento, non esprime una grande civiltà.

Va però anche riconosciuto che, sul piano della formazione delle leggi, queste istituzioni fanno di tutto per raggiungere l’oscar dello squallore.

Infine un appello a chi firma gli appelli: cercate di seguire l’obiettivo per  il quale avete posto la vostra pregiata firma… sennò che firma è?

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Le Streghe di San Vittore

La lotta e la condizione nelle carceri femminili in una analisi delle detenute del 1976

Su Rosso 5 giugno 1976
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Maelstrom a Torino, al Gabrio, il 23 settembre

1994 – 2012: 18 ANNI DI C.S.O.A. GABRIO

SEMINIAMO CONFLITTO, RACCOGLIAMO LIBERTA’!
23 – 28 – 29 Settembre 2012

Domenica 23 Settembre 2012, Ore 18
LA MEMORIA E IL CONFLITTO – Il
nostro agire tra passato, presente e futuro con:

SALVATORE RICCARDI (Radio Onda Rossa) presenta “Maelstrom – Scene di rivolta e autorganizzazione di classe in Italia (1960-1980)

TANO D’AMICO (fotografo di movimento)

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Netanyahu, Obama, il nucleare iraniano e…i missili a Cuba

Netanyahu si schiera con Romney perché Obama non vuole partecipare all’attacco militare all’Iran.

Secondo Benyamin Netanyahu l’Iran sarebbe sul punto di potersi dotare dell’arma atomica entro sei o sette mesi e il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, dovrebbe imporre a Teheran una “linea rossa” da non superare.

Il premier israeliano lo ha affermato davanti alle tv americane durante la trasmissione ‘Meet the press‘ nella Nbc, sostenendo che la repubblica islamica avrà compiuto entro il 2013 la metà del cammino che le permetterà di disporre di sufficiente uranio arricchito per fabbricare la bomba nucleare.

Netanyahu  ha chiesto al presidente degli Stati Uniti di imporre all’Iran un limite, una linea rossa, da non superare sotto la minaccia di un intervento militare e di preparasi alla soluzione militare, cosa che però Barack Obama rifiuta di fare. Il discorso di Netanyahu è uno schieramento esplicito per il candidato repubblicano alla Casa Bianca Romney, che ha affermato – durante la scorsa visita a Israele –  di essere disposto ad attaccare l’Iran. Mentre Obama, in accordo con il Segretario di Stato Hillary Clinton e il Segretario alla Difesa Leon Panetta (ex direttore della Cia, quindi conoscitore del problema) non ritiene oggi l’opzione militare vincente.

Netanyahu, ieri, ha rincarato la dose, ricordando la crisi dei missili a Cuba di 50 anni fa. Esattamente il 15 ottobre 1962: una crisi che durò tredici giorni portando le due potenze, Usa e Urss,  sull’orlo del confronto militare con l’uso di armi atomiche. Un ricordo che, nelle intenzioni di Netanyahu avrebbe dovuto far schierare gli elettori statunitensi, spinti dalla paura, per Romney, ma avrebbe fatto un autogol.

Stavolta la dose di paura è stata eccessiva e, secondo alcuni commentatori statunitensi, il ricordo di un periodo in cui il mondo si è trovato sull’orlo di una guerra nucleare, sembra aver spaventato talmente gli elettori e le elettrici che cercheranno di evitare tale scenario, non votando per Romney.

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Rivolta al carcere minorile “Beccaria” di Milano

Se il carcere è una struttura disumana, volta a distruggere l’integrità … un carcere minorile è quanto di più abbietto una società possa tener attivo.
Ieri sera a Milano fiamme si sono sviluppate nel carcere minorile Beccaria. Tensioni tra i giovani carcerati e gli agenti di polizia penitenziaria. I ragazzi hanno dato fuoco alle suppellettili intorno alle 21 e 30
Le forze dell’ordine sono intervenute in massa insieme a 5 mezzi dei vigili del fuoco. Una trentina di giovani ha cominciato ad urlare e poi ha dato fuoco a qualche vestito e a qualche suppellettile per tensioni con gli agenti di polizia penitenziaria. La polizia ha inviato sul posto numerose volanti; l’istituto è rimasto circondato dagli agenti fra i quali anche un reparto della Mobile per alcune ore, poi, in tarda serata la situazione si è “normalizzata”.

Stamattina sul Corriere della Sera, un allucinante articolo ha creato il “mostro”, il “capro espiatorio”, un ragazzo di 14 anni

 « […] Ha 14 anni, ma come da peggior cliché della mala anche già due soprannomi. Uno se l’è dato da solo («il piccolo Vallanzasca»), l’altro gliel’hanno affibbiato per la sua capacità di sfuggire alle forze dell’ordine («la Pulce»).
Dopo sole tre notti nel carcere minorile Cesare Beccaria di Milano, questo ragazzino originario del quartiere di Quarto Oggiaro, ieri, è riuscito a far scattare una rivolta. Con lui una trentina di giovani reclusi. Un’ora di disordini che hanno richiesto l’intervento di una cinquantina di agenti.
 […]Piccolo, fiero, esile, dicono abbia la faccia da bambino. Per due anni, fino al raggiungimento dei 14 anni, la polizia non ha potuto intervenire per l’impunibilità. Da febbraio, è arrivato l’ordine di custodia cautelare per una decina di reati tra furti, rapine e minacce. Figlio di pregiudicati, anche il fratello di 19 anni è in carcere»

L’intero articolo è qui:

La vergogna della detenzione minorile:
Gli ingressi nei 27 Cpa (Centri Prima Accoglienza) sono 2.344: (1.420 italiani e 924 stranieri; 274 femmine e 2.070 maschi)[dati 2010]. Questi sono ragazze e ragazzi arrestati, fermati o accompagnati fino all’udienza di convalida che deve aver luogo entro 96 ore.
Ragazze e ragazzi messi alla prova [ex art. 28 D.P.R. 448/88], sono 2.631 [dati 2009].
Gli ingressi annuali in comunità sono 2.054 (1.358 italiani 696 stranieri)
Nei 19 Ipm (Istituti per Minori) 1.142 ingressi [dati 2010]  (maschi 1.020, femmine 122;  italiani 670,  stranieri 472)
La presenza nell’Ipm è di 450 (61,6% in custodia cautelare, 38,4% definitivi) di cui maschi 410, femmine 40; italiani 295, stranieri  155 [dati 2010].
Nel 2011 le presenza negli Ipm sono salite a 471

Vogliamo arrivare ai record statunitensi? Dove vi sono oltre 100.000 minori nelle carceri? Oppure la GB con 2.335, o la Francia con 797.

 

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