42 anni dal golpe in Cile dei militari di Pinochet appoggiati dalle potenze capitaliste

Ancora rabbia. Sempre più rabbia!

Dopo il golpe, Pinochet è stato ossequiato e abbracciato da governanti europei, Margaret Thatcher in testa, perché aveva “salvato la libertà in Cile e in Sudamerica dal pericolo comunista“.

Questi gli ipocriti schifosi che si empiono la bocca della falsa parola democrazia.

Quando ce li toglieremo di torno?

vedi qui

 

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17 settembre, presentazione “Cos’è il carcere” a Bari, libreria sociale Pavlos Fyssas

Bari Presentazione

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Estate rovente e atroce nelle carceri: sei persone suicidate!

Estate molto calda. Nelle carceri si è fatta rovente. Quarantanni fa l’estate nelle carceri fu caratterizzata da durissime lotte per protestare contro la squallida conclusione del tentativo di riforma delle carceri italiane ancora ferme alle norme fasciste e che aveva prodotto la legge 354 del 26.07.1975 (vedi Post precedente qui), un serie di norme che non raccoglievano nemmeno un po’ le proposte del movimento dei detenuti.

carcerOggi nelle carceri italiane l’estate è stata caratterizzata da un’esplosione di suicidi: sei persone detenute si sono tolte la vita in un mese in altrettanti carceri italiane. Regina Coeli (Roma), Terni, Teramo, Pisa, Alba e Carinola (Caserta). Al 30 luglio, stipati nelle carceri italiane, risultavano 52.144 di cui 2.122 donne (lo scorso anno erano 54.414); oltre 8.000 sono in attesa di giudizio; la stragrande maggioranza della popolazione reclusa è dentro per reati contro il patrimonio (30.042). Al 31 luglio 2015, di detenuti/e in misura alternativa (ossia controllo penale esterno) se ne contavano 33.309 (nel 2014 erano 32.206), un incremento risibile nonostante che il ministro e tutto lo staff del Ministero della giustizia afferma di voler incrementare le misure alternative diminuendo le presenze in carcere. Pochi sono gli affidamenti in prova al servizio sociale 12.793; pochissimi in semilibertà 723; solo 9.936 gli arresti domiciliari; 5.990 i lavori di pubblica utilità; 3.673 in libertà vigilata; 189 in libertà controllata e cinque in semidetenzione.

Nonostante la diminuzione di presenze il carcere continua a uccidere. Il cosiddetto “sovraffollamento” è stato alleggerito, dopo la strigliata della Corte europea, ma non sono cambiate le condizioni di annichilimento e devastazione della personalità delle persone recluse.

Perché in carcere ci si suicida? Il suicidio è l’unica cosa che puoi fare in carcere senza dover compilare la perenne  “domandina”. Solo un’altra cosa puoi fare senza chiedere permesso, ed è l’evasione.

Ma le evasioni diminuiscono e aumentano i suicidi. Le due uscite senza permesso sono, tra loro, inversamente proporzionali: se aumentano i suicidi, diminuiscono le evasioni, se aumentano le evasioni diminuiscono i suicidi. Negli anni Settanta di evasioni se ne contavano diverse centinaia l’anno e numerose rivolte e i suicidi non superavano la decina. Oggi i suicidi superano la sessantina e le evasioni si sono ridotte a una cinquantina, rivolte: nessuna

Se fai rotolare lo sgabello, se ti suicidi, cancelli d’un colpo tutte le brutture e le sofferenze, spazzi via il marchio ripugnante che la legge ti ha stampato in fronte. È la stanchezza di lottare contro i mulini a vento, tanto nessuno ascolta le tue ragioni. Così pensa chi concepisce il suicidio.

Se invece fai lo sforzo di rimanere in vita, e ce ne vuole!, diventi un risultato per quelli che comandano: uno che non si è suicidato! Quelli che producono parole e numeri inutili sui giornali e in Tv non dovrebbero stupirsi quando qualcuno in carcere si suicida, dovrebbero domandarsi come fanno gli altri a non-suicidarsi.

Quando un detenuto vede un compagno di detenzione suicidato, la prima domanda che si fa è, perché non io? Se rimani in vita, quasi ti senti colpevole di sopravvivere. Come se il tuo restare in vita giustifichi in qualche modo quest’obbrobrio di carcere.

La morte è entrata prepotentemente in carcere da quando il carcere è stato pacificato: circa 200 morti l’anno di cui 50-60 per suicidio. Il cosiddetto carcere violento, quello delle rivolte non registrava una strage delle dimensioni del carcere pacificato che ha triplicato i suicidi.

Nel decennio 1960-69, con una presenza media di 32.754 detenuti, i suicidi sono stati 100 e i tentativi di suicidio 302, pari a un tasso rispettivamente di 3,01 e 9,24 su 10.000 presenze. Negli ultimi 9 anni il tasso di suicidi è stato di 10,3 e i tentati suicidi di 142,94 su 10.000 presenze.  Quarantanni fa i detenuti si uccidevano con una frequenza 6 volte superiore rispetto alla popolazione libera, oggi la frequenza è 20 volte superiore.

È urgente riprendere la critica feroce al carcere, al Cie, al controllo psichiatrico. È necessario accompagnare le lotte quotidiane contro lo sfruttamento, per l’ occupazioni di case e di spazi pubblici, per difendere il territorio dalla devastazione incalzante, dalla messa a profitto di spazi pubblici, ecc., ecc., con una lotta quotidiana contro il carcere. Sosteniamo le persone detenute con tutti i mezzi  e con il massimo di forza, quando alzano la testa e riprendono le proteste (come è avvenuto nei giorni scorsi nel carcere Santa Maria Maggiore a Venezia)

Chiamiamo Comunismo la società senza galere!!!

Aggiornamento: la strage non finisce. Appena finito di scrivere questo post, il carcere ha ucciso ancora.

Gela (Cl): detenuto di 30 anni si impicca. Dall’inizio dell’anno 31 suicidi in cella, in aumento i casi tra giovani e stranieri.

Fermiamo questa strage. Svuotiamo le carceri

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Stefano, morte misteriosa nel carcere di Pordenone

da Il Messaggero di oggi  12 agosto 2015-08-12

 «Stefano, morte misteriosa in carcere a Pordenone. Il prete-amico: «Sembra un altro caso Cucchi»

«Ho l’impressione che sia un altro caso Cucchi…». Cucchi, l’altro Stefano morto a trent’anni mentre era in custodia cautelare all’ospedale Pertini di Roma, un caso che ebbe grande impatto sull’opinione pubblica. Don Andrea Ruzzene non lancia accuse, il suo è soltanto un presentimento. Da sabato non si dà pace per Stefano Borriello, il ventinovenne di Portogruaro deceduto in seguito a un malore mentre era in carcere Pordenone (era in custodia cautelare da due mesi per sospetta rapina). «Purtroppo – afferma riferendosi in generale alle istituzioni – è stato abbandonato, nessuno si prendeva cura di lui e sono stati fatti degli sbagli incredibili».
Il giovane bussava spesso alla porta della parrocchia della Beata Maria Vergine Regina, in via Sardegna. A volte per parlare, altre volte perché aveva bisogno di assistenza. Giovedì scorso don Andrea è andato a trovarlo in carcere. «Erano le 9.30 – racconta – Mi hanno detto che non poteva venire perché aveva la schiena bloccata. Volevo andare in cella, entrare come ministro del culto, ma non è stato possibile».

*§*§*§*

Il carcere è ancora lì. E continua a uccidere. Non sono le mele marce che uccidono o feriscono. Non è questo o quel secondino con le mani pesanti; è il sistema carcerario che va messo sotto accusa e smantellato.

Non possiamo accettare che lo Stato tolga la libertà a che trasgredisce la legge, a chi attenta la proprietà privata. È un sopruso che lo Stato si è attribuito per favorire il sistema della proprietà sui mezzi di produzione, il sistema capitalista; e lo usa per devastare e annientare le persone recluse. Lo Stato borghese tratta le ore di libertà come fossero ore di lavoro  prestato al capitale; come forza lavoro operaia scambiata con un misero salario che serve appena a riprodurre quella forza lavoro, eliminando gli esuberi. Tu fai un certo danno alla proprietà e all’ordine sociale (capitalista) e lo stato ti toglie tante ore di libertà equivalenti a quelle ore di forza lavoro necessarie a produrre quella merce sottratta, riparare quel danno arrecato. Si chiama “sistema retributivo”. È il sistema sanzionatorio che ha accompagnato l’industrializzazione il dominio del sistema di sfruttamento, l’affermazione del capitalismo su tutto il pianeta.

Come in fabbrica l’appropriazione della forza lavoro operaia da parte del capitalista porta all’annullamento della personalità e delle capacità operaie, così in carcere l’appropriazione del tempo di vita (la libertà) da parte delle Stato porta all’annullamento della vita reale della persona reclusa.

Abolire il carcere significa abolire il sistema capitalista. Tutte le chiacchiere sull’umanizzazione della galera appartengono a una mentalità succube del potere.

È urgente procedere alla messa in discussione del carcere, perché il carcere continua a uccidere e devastare!!!

Chiamiamo Comunismo la società senza galere!!!

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LACRIME DI COCCODRILLO

LACRIME DI COCCODRILLO

Dal  Corriere della Sera, 9 agosto 2015    di Giusi Fasano

Torino: il dramma del padre di Andrea «Chiesi io il Tso, non me lo perdono»

Andrea Soldi morto dopo il ricovero forzato. La relazione: “Preso al petto, non al collo”.

“Non si trattano così nemmeno le bestie da portare al macello. Se ripenso a quella scena mi viene da piangere. Io ho portato la divisa per una vita, so cos’è il senso del dovere e dello Stato. E l’altro giorno, mi creda, il senso dello Stato qui non c’era”.

Sebastiano Pischedda, 76 anni, è un ex carabiniere in pensione e mercoledì pomeriggio guardava piazza Umbria dalla finestra di casa sua. Ha visto Andrea Soldi seduto sulla solita panchina, ha visto gente che si agitava attorno a lui e poi ha visto “quello che si è messo dietro di lui e gli ha stretto il braccio attorno al collo. E che non mi si venga a dire che non è vero, so distinguere un collo da un petto”.

Andrea aveva 45 anni e quelli erano i suoi ultimi minuti di vita. Dovevano ricoverarlo per un Tso, trattamento sanitario obbligatorio. Un intervento quasi di routine per lui, già sottoposto ad altri Tso e in cura psichiatrica da molto tempo. Ogni tanto smetteva di prendere i farmaci e bisognava costringerlo a ricominciare. Per farlo erano arrivati lo psichiatra, un infermiere e tre agenti della polizia municipale.

Si doveva soltanto portarlo in ospedale, anche contro la sua volontà. “E invece l’hanno caricato sulla lettiga che non si muoveva più dopo averlo tenuto per terra a faccia in giù e ammanettato con le braccia dietro la schiena”, si arrabbia Pinuccia, la moglie dell’ex carabiniere. “Abbiamo scattato una fotografia con il telefonino (adesso nelle mani degli inquirenti, ndr). Povero Andrea. Era una presenza fissa, non ha mai dato fastidio a nessuno. Ci mancherà quel verso che faceva… lo sentivamo al mattino e dicevamo: ecco, è arrivato Andrea”.

Ululava come fanno i lupi, Andrea. Lo sapevano i bambini del quartiere, che correvano davanti a lui a imitarlo con il consenso divertito delle mamme tutte in lutto, sabato, davanti alla sua panchina piena di fiori. Maria, Rosa, Giovanna, Rita, Roberta… improvvisano capannelli, lasciano biglietti per il “tenero lupo mannaro”, maledicono persone che non conoscono. I vigili urbani, soprattutto. Eppure è ancora tutto da scrivere il capitolo della responsabilità di questa storia. Chi ha sbagliato? Se davvero l’agente ha stretto il suo braccio al collo di Andrea com’è possibile che lo psichiatra, che a quanto pare sarebbe il responsabile dell’esecuzione del Tso, non abbia ordinato di interrompere l’operazione davanti a un uso eccesivo della forza? Più di un testimone racconta di Andrea “con il volto cianotico” e il medico, oppure l’infermiere, non l’hanno notato?

Sabato il sostituto procuratore Raffaele Guariniello ha indagato i tre agenti municipali e il medico. Lunedì l’autopsia proverà a chiarire la dinamica dei fatti e poi si valuteranno le relazioni presentate in procura dallo psichiatra e dai vigili.

Nel documento degli agenti si racconta che Andrea è stato afferrato non per il collo ma “nella parte superiore del busto”, si dice che era “renitente alla somministrazione delle cure”, si parla del suo “stato di delirio” e si ricostruisce anche il viaggio in ambulanza verso l’ospedale (uno degli agenti è salito con l’infermiere): nessuno, spiegano i vigili, ha detto che il paziente stava andando sotto i parametri vitali né sono state messe in moto procedure di urgenza. Insomma: una strada che porta dritto verso un rimpallo delle responsabilità fra vigili e azienda sanitaria.

Tutto questo mentre il padre di Andrea, Renato, dice a chi gli sta vicino che “non mi perdonerò mai di aver chiesto io stesso il Tso…” e mentre l’avvocato della famiglia (che è anche cugino), Giovanni Maria Andrea, si dice “commosso dall’aiuto che stiamo ricevendo”. La barista cinese della piazza, i romeni che lì bivaccano, la gente che abita nei palazzi accanto, quelli che mercoledì pomeriggio erano di passaggio o i pensionati che ci passano ore: tutti sono andati a testimoniare “in onore di Andrea”. Tutti l’hanno descritto “buono, innocuo, sempre gentile e sempre lì, sulla sua panchina, da mattina a sera, estate e inverno”. E tutti invocano una sola cosa: giustizia.

*§*§*§*

Adesso tutti si stracciano le vesti e recriminano:  «Non si trattano così nemmeno le bestie da portare al macello». Il padre di Andrea: «non mi perdonerò mai di aver chiesto io stesso il Tso… »; però l’aveva chiesto, più di una volta, perché, si diceva, Andrea era «renitente alla somministrazione delle cure»; Ogni tanto smetteva di prendere i farmaci e bisognava costringerlo a ricominciare. Per farlo erano arrivati lo psichiatra, un infermiere e tre agenti della polizia municipale. Tutta questa forza per far cosa? Per imporre ad Andrea di assumere psicofarmaci devastanti.

Eppure tutti e tutte l’hanno descritto «buono, innocuo, sempre gentile e sempre lì, sulla sua panchina, da mattina a sera, estate e inverno». Ma Andrea non era come l’uniformità totale pretendeva e non aveva alternative. Questa legalità dominante gli presentava: psicofarmaci oppure Tso, tramite la forza pubblica e controllo psichiatrico.

Adesso è inutile piangere. Pensiamo urgentemente come possiamo fermare questi crimini contro un’umanità diversa che non si vuole lasciare libera. Autorganizziamoci nei territori per ostacolare il controllo psichiatrico, sempre più invasivo e l’aggressività degli psicofarmaci.

Liberiamoci dal controllo psichiatrico. Tutte e tutti liberi

Il trattamento sanitario obbligatorio è un crimine contro l’umanità. Obbligare qualcuno a cure che non ha richiesto e di cui non ritiene di aver bisogno è una forma di violenza, tanto più odiosa quanto si accompagna alla violazione dei più elementari diritti riconosciuti ad ogni cittadino che ha a che fare col sistema sanitario.
Il trattamento sanitario obbligatorio non solo impone cure invasive e spesso distruttive dell’integrità fisica e psichica di chi le subisce, ma impone alle persone che ne sono sottoposte lo stigma di malato di mente con tutte le implicazioni giuridiche e sociali che questo comporta (inabilitazione, interdizione, perdita di credibilità e di piena autonomia sociale …). [Giuseppe Bucalo]

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BASTA MORTI IN TSO

BASTA MORTI IN TSO

 Tre persone morte in TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio) in poco più di un mese.

Il 5 agosto scorso a Torino, un uomo di 45 anni, Andrea Soldi, è morto mentre i vigili urbani lo stavano sottoponendo a TSO. Si parla di arresto cardiocircolatorio, non è riuscito ad arrivare vivo in ospedale. Testimoni parlano di vigili che l’hanno preso e stretto per il collo, finché non è caduto a terra privo di vita.

Il 30 luglio 2015 a Carmignano Sant’Urbano, in provincia di Padova, un ragazzo di trentatré anni, Mauro Guerra, è stato ucciso da un carabiniere durante un TSO. Nessuno sembra conoscere le reali cause che stanno dietro al trattamento sanitario obbligatorio che l’ha ucciso, né la famiglia, né il sindaco, il quale afferma di non aver neanche autorizzato il provvedimento (nonostante la legge 180 prescriva la disposizione del trattamento previa autorizzazione del sindaco, in quanto massima autorità per la sanità locale). All’arrivo di alcuni carabinieri presso la propria abitazione, Mauro, colto di sorpresa e in preda allo spavento, ha tentato la fuga.   Uno dei carabinieri ha sparato e l’ha ucciso.   Il maresciallo dell’arma si è giustificato dicendo di aver mirato al braccio ma Mauro è stato colpito alla schiena a soli due metri e mezzo di distanza.   Chi ha autorizzato il TSO? Perché sono intervenuti i carabinieri e non i sanitari del 118?

L’8 giugno è morto in circostanze da chiarire, durante un Trattamento sanitario obbligatorio, un uomo di 39 anni. I familiari hanno molti dubbi sulle cause del decesso e lamentano che durante i 12 giorni di ricovero non gli sia mai stato concesso di vederlo. Si chiamava Massimiliano Malzone, il 28 maggio era stato ricoverato nel Servizio psichiatrico di diagnosi e cura dell’ospedale Sant’Arsenio di Polla, in provincia di Salerno. La storia di Massimiliano richiama alla memoria quella di Francesco Mastrogiovanni, il maestro di Castelnuovo Cilento deceduto nel Servizio psichiatrico di diagnosi e cura di Vallo della Lucania il 4 agosto 2009. Due storie diverse, ma con tratti comuni. Comune anche lo psichiatra coinvolto; il medico che avvisa la sorella della morte di Massimiliano, infatti, è lo stesso già condannato a 4 anni in primo grado per il decesso di Mastrogiovanni con l’accusa di sequestro di persona, morte come conseguenza di altro reato (il sequestro stesso) e falso ideologico, per non aver annotato la contenzione meccanica nella cartella clinica. Francesco Mastrogiovanni era stato legato mani e piedi al letto dell’ospedale, per oltre 80 ore. Il 26 e il 30 giugno si sono svolte le ultime udienze del processo d’appello per il caso Mastrogiovanni, la sentenza è prevista per il mese di settembre 2015.

TSO

  Il regime terapeutico imposto dal TSO ha una durata di 7 giorni e può essere effettuato solo all’interno di reparti psichiatrici di ospedali pubblici. Deve essere disposto con provvedimento del Sindaco del Comune di residenza su proposta motivata da un medico e convalidata da uno psichiatra operante nella struttura sanitaria pubblica. Dopo aver firmato la richiesta di TSO, il Sindaco deve inviare il provvedimento e le certificazioni mediche al Giudice Tutelare operante sul territorio, il quale deve notificare il provvedimento e decidere se convalidarlo o meno entro 48 ore. Lo stesso procedimento deve essere seguito nel caso in cui il TSO sia rinnovato oltre i 7 giorni. La legge stabilisce che il ricovero coatto può essere eseguito solo se sussistono contemporaneamente tre condizioni: l’individuo presenta alterazioni psichiche tali da richiedere urgenti interventi terapeutici, l’individuo rifiuta la terapia psichiatrica, l’individuo non può essere assistito in altro modo rispetto al ricovero ospedaliero.

Subito ci troviamo di fronte ad un problema: chi determina lo “stato di necessità” e l’urgenza dell’intervento terapeutico? E in che modo si dimostra che il ricovero ospedaliero è l’unica soluzione possibile? Risulta evidente che le condizioni di attuazione di un TSO rimandano, di fatto, al giudizio esclusivo ed arbitrario di uno psichiatra, giudizio al quale il Sindaco, che dovrebbe insieme al Giudice Tutelare agire da garante del paziente, di norma non si oppone.

Per la persona coinvolta l’unica possibilità di sottrarsi al TSO sta nell’accettazione della terapia al fine di far decadere una delle tre condizioni, ma è frequente che il provvedimento sia mantenuto anche se il paziente non rifiuta la terapia. Se, in teoria, la legge prevede il ricovero coatto solo in casi limitati e dietro il rispetto rigoroso di alcune condizioni, la realtà testimoniata da chi la psichiatria la subisce è ben diversa. Con grande facilità le procedure giuridiche e mediche vengono aggirate: nella maggior parte dei casi i ricoveri coatti sono eseguiti senza rispettare le norme che li regolano e seguono il loro corso semplicemente per il fatto che quasi nessuno è a conoscenza delle normative e dei diritti del ricoverato.

Molto spesso prima arriva l’ ambulanza per portare le persone in reparto psichiatrico e poi viene fatto partire il provvedimento. La funzione dell’ASO (Accertamento Sanitario Obbligatorio) è generalmente quella di portare la persona in reparto, dove sarà poi trattenuta in regime di TSV o TSO secondo la propria accondiscendenza agli psichiatri.

Il paziente talvolta non viene informato di poter lasciare il reparto dopo lo scadere dei sette giorni ed è trattenuto inconsapevolmente in regime di TSV (Trattamento Sanitario Volontario); oppure può accadere che persone che si recano in reparto in regime di TSV sono poi trattenute in TSO al momento in cui richiedono di andarsene. Diffusa è la pratica di far passare, tramite pressioni e ricatti, quelli che sarebbero ricoveri obbligati per ricoveri volontari: si spinge cioè l’individuo a ricoverarsi volontariamente minacciandolo di intervenire altrimenti con un TSO.

A volte vengono negate le visite all’interno del reparto e viene impedito di comunicare con l’esterno a chi è ricoverato nonostante la legge 180 preveda che chi è sottoposto a TSO “ha diritto di comunicare con chi ritenga opportuno”.

Il TSO è usato, presso i CIM o i Centri Diurni, anche come strumento di ricatto quando la persona chiede di interrompere il trattamento o sospendere/scalare la terapia; infatti oggi l’obbligo di cura non si limita più alla reclusione in una struttura, ma si trasforma nell’impossibilità effettiva di modificare o sospendere il trattamento psichiatrico per la costante minaccia di ricorso al ricovero coatto cui ci si avvale alla stregua di strumento di oppressione e punizione. Per questo ancora una volta diciamo NO ai TSO, perché i trattamenti sanitari non possono e non devono essere coercitivi e affinché nessuno più debba morire sotto le mani di forze dell’ordine al servizio degli psichiatri.

Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud-Pisa

 antipsichiatriapisa@inventati.org

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Agosto non è MAi tranquillo nelle carceri: quello di 40 anni fa, 1975

25 agosto 1975: dalle carceri un NO di rivolta alla “riforma” che non accoglie gli obiettivi del movimento dei detenuti!


LA RISPOSTA DEI DETENUTI ALLA “RIFORMA TRUFFA”

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DSCN2118Nel 1975 con la legge n.354 del 26 luglio viene varata la “riforma penitenziaria” della quale si discuteva dal dopoguerra e che non avrebbe visto la luce senza le lotte e le rivolte dei prigionieri. Il testo non attua una rottura profonda con la logica fascista del regolamento penitenziario del 1931 che, al contrario, viene richiamato esplicitamente molto spesso; la gestione del carcere si muove nel senso trasgressione –uguale-punizione, senza prendere in considerazione le relazioni tra reato e la struttura politica ed economica del contesto.

Questa “riforma” non riesce a realizzare il coinvolgimento del tessuto sociale attraverso la sensibilizzazione e l’apertura dell’istituzione carceraria al territorio e alla società esterna. Il carcere continua ad essere una “cosa” separata e ignorata: una sorta di contenitore dove si cerca di cacciare a forza -e tenere in silenzio- tutti i problemi e le contraddizioni di una società che non è in grado di interrogare se stessa. Nel momento che la legge viene varata è già vecchia e obsoleta sia negli strumenti eccessivamente discriminatori e punitivi cui si ispira, sia negli inadeguati e reazionari personaggi che sono chiamati ad applicarla: direttori di carcere, funzionari del Ministero di Grazia e Giustizia, magistrati, che la gestiscono in maniera restrittiva.

Una riforma di tal genere non soddisfa le esigenze dei detenuti che sono costretti a riprendere le lotte. Lo squallore intellettuale della classe dirigente, in questa come in altre occasione, è la più efficace propaganda a favore di chi da tempo sosteneva la tesi che era inutile attendere una riforma che desse un po’ di respiro ai problemi dei carcerati e che era invece necessario organizzarsi autonomamente e lottare per costruire un rapporto di forza per conquistarsi la libertà e condizioni di vita dignitose.
Che questa legge di riforma sia ben misera cosa e sopratutto inadeguata, oltre che parzialmente in contrasto con la Costituzione, è un giudizio che al tempo espressero anche numerosi giuristi: quelli italiani lo dissero talmente sottovoce che non si riuscì ad ascoltarli e non se ne accorse nessuno; in altri paesi il giudizio fu molto duro al punto che in numerosi ambienti giuridici europei si disse che l’Italia si era definitivamente conquistata un posto nel “terzo mondo giuridico” (in seguito con l’uso della tortura, con i “processi di regime”, con l’istituzione delle carceri speciali e con l’uso spregiudicato della carcerazione preventiva, dei mandati di cattura a “grappolo” l’Italia si collocò tranquillamente nel 4° o 5° mondo sul terreno della giustizia).

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Alcuni giuristi cominciarono a pensare da allora ad alcune correzioni della “riforma”; correzioni che non vedranno la luce prima del 1986 sempre a causa di quella timidezza civile, più esplicitamente ideologia fascista, che caratterizza il ceto politico italiano. La “riforma della riforma” varata il 10 ottobre 1986 n. 663 che va sotto il nome di “Legge Gozzini”, modifica qualche aspetto assurdo e reazionario della riforma del 75, ma non raggiunge gli obiettivi che si era proposta: ignora ancora una volta il contesto sociale e soprattutto si basa su uno scambio mercantile, sconti di pena in cambio di accettazione del carcere. Il carcere divenne un mercato, le lotte man mano si diradarono, la solidarietà dei movimenti esterni sempre più rara e debole…

 Si è lasciata mano libera ai repressori di stato e il carcere è diventato di nuovo “silenzioso”, sovraffollato e terrorizzante. Il movimento antagonista è completamente assente, manca si analisi e consapevolezza dei problemi del carcere e del ruolo che il carcere riveste nel “nuovo ordine capitalistico”, tranne a occuparsene quando componenti del movimento ci finiscono. Ma non si interessa affatto dei problemi e della vita e della resistenza della popolazione detenuta, e dei percorsi di organizzazione interno-esterno necessari a dare di nuovo vita a un movimento dei  “dannati della terra“.

  vedi anche il post qui

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Ragionamenti sul cambiamento del sistema repressivo-sanzionatorio

Il sistema Repressione-carcere sta cambiando.

Non nel senso di una diminuzione della Repressione ma in un cambiamento degli strumenti repressivi; del meccanismo sanzionatorio.

Da un uso smodato degli inserimenti in carcere, anche per le violazioni lievi della legge, che ha portato a quello che chiamo il Grande Internamento Liberista, che ha visto moltiplicare le presenza in carcere negli ultimi 25 anni,  fino a produrre livelli ripugnanti di sovraffollamento  (negli Usa quintuplicata la carcerazione dagli anni Ottanta, arrivando  a 2,2 milioni di persone recluse, in Europa duplicata la presenza in carcere rispetto agli anni Novanta), i paesi europei e nordamericani cercano di diminuire le presenza in carcere (controllo penale intramurario) con le misure alternative (controllo penale esterno). Per mezzo di queste il sistema repressivo punta al controllo territoriale dei soggetti autori di trasgressioni e anche di tutto l’ambiente nel quale essi sono inseriti e nel quale si organizzano le attività extralegali e i conflitti sociali.

In questo modo dovrebbe prender corpo il passaggio dal sistema sanzionatorio volto al disciplinamento e ammaestramento, ossia del carcere che produce proletari obbedienti, laboriosi  e rispettosi della proprietà a loro negata, a un sistema più organico di controllo. Compiuto il passaggio dell’ammaestramento si dovrebbe passare a un controllo in grado di sorvegliare non solo le singole persone, ma gli ambienti dove nascono i percorsi organizzativi che possono produrre disordine sociale e conflitto rivoluzionario.

Alcuni passaggi di questi giorni:

-« il Presidente Usa ieri (16 luglio) è andato in Oklahoma a visitare la prigione

President Barack Obama is led on a tour by Bureau of Prisons Director Charles Samuels, right, and correctional officer Ronald Warlick during a visit to the El Reno Federal Correctional Institution in El Reno, Okla., Thursday, July 16, 2015. As part of a weeklong focus on inequities in the criminal justice system, the president will meet separately Thursday with law enforcement officials and nonviolent drug offenders who are paying their debt to society at the El Reno Federal Correctional Institution, a medium-security prison for male offenders near Oklahoma City. (AP Photo/Evan Vucci)

President Barack Obama is led on a tour by Bureau of Prisons Director Charles Samuels, right, and correctional officer Ronald Warlick during a visit to the El Reno Federal Correctional Institution in El Reno, Okla., Thursday, July 16, 2015. As part of a weeklong focus on inequities in the criminal justice system, the president will meet separately Thursday with law enforcement officials and nonviolent drug offenders who are paying their debt to society at the El Reno Federal Correctional Institution, a medium-security prison for male offenders near Oklahoma City. (AP Photo/Evan Vucci)

El Reno Federal Correctional Institution,…Obama: “basta pene e carceri ingiuste” … riformare il sistema della giustizia penale, che ha affollato le prigioni americane come nessun altro Paese sviluppato al mondo … e molto costose (80 miliardi l’anno)… Il tasso di carcerazione è quattro volte più alto di quello della Cina… Nelle carceri Usa sono detenuti quasi 71.000 minorenni e Obama ha anche denunciato spesso come gli afroamericani abbiano “maggiori probabilità di essere arrestati e di esseri condannati a pene più pesanti rispetto ai bianchi per gli stessi reati”».

-«Gran Bretagna: 239 morti in un anno… violenza, mancanza di personale, sovraffollamento … è la drammatica situazione in cui versano le carceri d’Inghilterra e Galles. Secondo l’ispettore capo delle prigioni di Sua Maestà, le carceri hanno raggiunto il loro livello peggiore degli ultimi 10 anni … c’è stato un aumento costante di episodi di autolesionismo… tra le varie misure da adottare l’Ispettore propone pene alternative carcere Inghiltalla detenzione se si vuole far calare la popolazione carceraria che attualmente è pari a oltre 86mila detenuti».

-in Italia si attende il lavoro dei 18 tavoli in cui è articolata la ricerca degli  Stati Generali della esecuzione penale, lanciati dal ministro Andrea Orlando nel maggio scorso. Stati generali “zoppi” perché una parte importante non è stata invitata: la popolazione detenuta. Bah!

Sono tante le controtendenze e le posizioni reazionarie che vogliono tornare a “tanto e più carcere”, in ogni paese, dunque non sarà un passaggio agevole, né breve. Ma le esigenze capitalistiche di mantenere l’ordine produttivo e proprietario urgono, anche a causa della crisi che impoverisce le classi subalterne e le spinge a pratiche e conflitti contro quest’ordine.

Comunque, a breve questo “nuovo” e più opprimente controllo lo troveremo nei territori.

(vedi un ragionamento analitico qui)

PREPARIAMOCI, radicandoci e organizzandoci  fortemente nei territori!!!

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Casa e Salario, nella Lotta ci Uniamo

presidio

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Per i parlamentari italiani rubare una mela è grave quanto torturare

Tutti e tutte sappiamo che alla Camera e al Senato è operante una Commissione Giustizia, con le presenza di rappresentanti di tutti i gruppi parlamentari, per discutere e accordarsi su disegni di legge che poi andranno in aula per l’approvazione.

In questi giorni la Commissione Giustizia del Senato sta peggiorando ancor di più la bozza di legge per introdurre il reato di tortura in Italia. Dopo le manifestazioni del 25 giugno di fascisti e leghisti, con Salvini che ne ha riassunto il senso con queste parole: “Se devo prendere per il collo un delinquente, lo prendo. Se cade e si sbuccia un ginocchio, sono cazzi suoi”, i senatori della Commissione si sono entusiasmati di queste parole, compresi i senatori del PD maggioritari nella Commissione, è hanno deciso di ridurre ulteriormente le eventuali pene per il reato di tortura: Il testo approvato ieri dalla Commissione di Palazzo Madama prevede per la tortura pene che vanno da 3 a 10 anni di carcere, più altri addolcimenti.

Pochi metri più avanti, la Commissione Giustizia della Camera, nelle stesse ore, era impegnata nell’aumentare le pene per scippi, furti in casa, rapine e furti con strappo, definiti dagli “esperti” i reati più avvertiti dagli italiani. Per i reati di “furto in abitazione e furto con strappo”, ovvero l’articolo 624-bis del codice penale, la pena minima passa da un anno a ben 3 anni e la massima resta 6 anni. Per la rapina (articolo 628 del codice penale), la pena minima viene aumentata a 4, la massima resta ferma a 10.

È d’obbligo trarre una prima conclusione: per i parlamentari, per i partiti, per le classi dirigenti italiane, equiparare la tortura al furto risponde al loro  squallido pensiero; sono convinti che tortura e furto provochino lo stesso danno per chi li subisce e vadano puniti con la stessa quantità di pena, la rapina è invece più grave della tortura: 3-10 anni per la tortura; 3-6 anni per il furto, 4-10 per la rapina.

Difficile trovare parole per commentare tale rozzo e feroce modo di ragionare.

Una unica considerazione:

Ma ancora li teniamo al potere questi squallidi figuri? Ancora non li spazziamo via? Ancora li votiamo? E basta!!!!

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Questo il testo sul reato di tortura licenziato dalla Commissione giustizia Senato:

“chiunque con reiterate (non basta una volta sola) violenze e minacce gravi, ovvero agendo con crudeltà, cagiona acute sofferenze fisiche o un verificabile trauma psichico (prima era: “sofferenza psicologica grave” perché “non accertabile a distanza di tempo” hanno affermato con sussiego i boriosi senatori della Commissione) a una persona privata della libertà personale o affidata alla sua custodia, vigilanza, controllo, cura o assistenza, ovvero si trovi in condizioni di minorata difesa“.

Alcuni hanno osservato che, con questa scrittura ambigua non si possono perseguire situazioni come il massacro delle forze dell’ordine alle e ai manifestanti all’interno della scuola Diaz durante il G8 di Genova, nella quale le vittime non erano sottoposte a stato di fermo né a custodia degli agenti autori del massacro. È questa la “tortura all’italiana”.

È dal 5 marzo 2014 che il testo sull’introduzione del reato di tortura presentato al Senato si è sempre più allontanato dalle prescrizioni dell’Onu nella Convenzione pure ratificati dall’Italia.

Siamo nella merda!!! Cerchiamo di tirarci fuori!!! e alla svelta che si soffoca!!!

Per approfondire vedi quiqui  e  qui

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