Sgombero al Gran Ghetto di Rignano: Dopo il corteo, i morti di stato

Sgombero al Gran Ghetto di Rignano:

Dopo il corteo, i morti di stato

Questa notte un nuovo gravissimo episodio è accaduto al Ghetto di Rignano. Due persone sono morte in un incendio. Dalla notte del 28 Febbraio è in atto una maxioperazione di sgombero che sta coinvolgendo più di 700 persone. Dopo la prima giornata, in cui 100 persone sono state deportate in due strutture site nel territorio del comune di San Severo, la polizia ha avuto difficoltà a procedere con lo sgombero. Nonostante i tentativi di deportazione forzata, e le false promesse di documenti e lavoro a chi avesse lasciato volontariamente il Ghetto, i lavoratori e le lavoratrici lì presenti non hanno accettato di lasciare le loro case senza una reale alternativa immediata e praticabile. Intanto perché i posti disponibili nelle due strutture non sono sufficienti per tutte e tutti, e poi perché senza un sistema di trasporto da e per i luoghi di lavoro abbandonare il ghetto significa perdere qualsiasi possibilità di sostentamento, per quanto misera. Per non parlare della condizione delle donne, che hanno ancora meno opportunità di reddito al di fuori del sistema dei ghetti. Ma a tutti coloro che sono rimasti è stato impedito di accedere alle loro case, anche solo per recuperare gli effetti personali, ed hanno passato notti all’addiaccio. Per questo nella giornata di ieri, 2 marzo, si è mosso un corteo spontaneo che dal Ghetto ha raggiunto la Prefettura al centro di Foggia. I manifestanti hanno ottenuto che una delegazione fosse ricevuta dai rappresentanti del governo e della polizia, ma l’esito dell’incontro è stato negativo, e la Prefettura ha confermato la volontà di procedere allo sgombero. Stanotte ci sono state nuove tensioni, fino ad arrivare allo scoppio di alcuni incendi. In uno di questi sono morte carbonizzate due persone, ancora da identificare.

L’incendio, secondo i tanti lavoratori lì presenti che ce l’hanno testimoniato, è stato appiccato dalle forze dell’ordine, con la finalità di intimorire ulteriormente i presenti a lasciare quel posto. E’ praticamente impossibile in queste ore documentare quanto sta accadendo, perché è impossibile a chiunque superare i cordoni di sicurezza della polizia. Nemmeno la stampa ha facoltà di esercitare il diritto/dovere di cronaca. Ma gli abitanti del ghetto si rifiutano di consegnare i loro morti alle autorità fino a quando non emergerà la loro versione dei fatti.

Si continua poi a sostenere, in malafede, che ci sono sistemazioni alternative per tutti. E non riusciamo a toglierci dalla testa che dopo un inverno in cui le persone sono state abbandonate a loro stesse, in balia delle intemperie e degli incendi, a primavera e in concomitanza con la campagna elettorale di Michele Emiliano per la scalata a quel che resta del PD si proceda con un’operazione che ha sapore di propaganda, ma che evidentemente è sfuggita di mano. A pagarne le conseguenze, però, sono sempre coloro che il sistema vorrebbe deboli e muti.

Questi morti, gli ennesimi che siamo costrett* a piangere, sono sulle coscienze di chi sfrutta le persone a fini politici, di chi le sfrutta sul lavoro, di chi ne fa un fenomeno da baraccone, di chi con leggi criminali crea marginalità, segregazione, ricatto. Nessuno si azzardi a dire che è colpa loro, che l’incendio è stato appiccato da qualche abitante del ghetto, che le persone si sono rifiutate di andarsene nonostante gli sia stata offerta un’alternativa. Quell’alternativa è un’invenzione, qui si gioca con la vita delle persone, una vita che evidentemente non conta nulla. I responsabili hanno nomi e cognomi – e la lista è lunga. Siedono alla presidenza della Regione Puglia, al Ministero dell’Interno, nelle Questure e in tutti i palazzi del potere, ma anche nei posti di comando delle loro aziende, con sede in mezzo mondo.

Il vostro Made in Italy è sporco del nostro sangue!

Questi morti gridano giustizia. E finché giustizia non sarà, non potrà esserci pace.

Vedi il filmato e altre notizie qui

 

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Il 1° marzo 1896, alle 6 della mattina inizia la sconfitta del colonialismo italiano in Etiopia, nei pressi di Adua

Il 29 febbraio i896 partirono  le forze di occupazione italiane comandate dal tenente generale Oreste Baratieri . Il 1º marzo 1896 alle 6 di mattina, nei dintorni della città etiope di Adua subirono una durissima sconfitta  dall’esercito abissino diretto dal negus Menelik II. La pesante sconfitta si concluse in poche ore, alle 12 era tutto finito e si arrestarono per molti anni le ambizioni coloniali sul corno d’Africa, che si ripresenteranno nel 1935, messe in pratica dal regime fascista che stracciò il trattato di pace, firmato dopo quella sconfitta dallo stato italiano.

Ascolta la trasmissione su Radiondarossa, tenuta qualche tempo fa, sul tentativo coloniale dello stato italiano di conquistare l’Etiopia, cosa c’era dietro, la precedente occupazione dell’Eritrea, tutte le vicende e le cialtronerie dei comandanti italiani che si concluse con la sconfitta di Adua.

Ascolta  qui

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Questa la prima pagina della Domenica del Corriere del 27 Dicembre 1936, quando il fascismo, stracciando i trattati precedentemente firmati, attaccava di nuovo l’Etiopia.

 

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Vergogna!! Carceri dimmerda!!! Tre suicidi in pochi giorni

Nella settimana corrente, nelle carceri italiane tre detenuti si sono suicidati in cella

suicidi

*Napoli Poggioreale,  20 Feb  un detenuto di 38 anni di Torre del Greco si è  suicidato!

I sucessivi due detenuti si sono suicidati per la troppa cura e osservazione!

Bologna-carcere Dozza – 24 Feb nel carcere bolognese della Dozza un detenuto italiano cinquantenne che si trovava nel reparto infermeria “si è tolto la vita, impiccandosi all’interno della sua cella“, prosegue il linguaggio del carcere affermando che l’uomo “era tossicodipendente” e che, sembra, fosse  “in cura psichiatrica ed era già stato sottoposto ad attenta osservazione”.

È questa la vostra osservazione? È questa la vostra cura psichiatrica? Proprio grazie a queste vostre attenzioni l’uomo si è suicidato. Le conosciamo bene le vostre osservazioni e cure? Fatela finita e svuotate le carceri!

In quest’altro caso la troppa cura ha fatto impazzire Valerio un ragazzo di 22 anni. E poi diteci: da quando per “resistenza a pubblico ufficiale e danneggiamenti” si subisce la custodia cautelare?

Regina Coeli a Roma;  il 23 Feb. Questo il loro linguaggio “era evaso tre volte dalla Rems di Ceccano, una Residenza di riabilitazione per pazienti con problemi psichiatrici gestita con la collaborazione del ministero della Giustizia. E tutte le volte Valerio G., 22 anni, era stato ripreso dopo pochi giorni. Finché venerdì il giovane, arrestato di nuovo poco tempo fa per resistenza e lesioni a pubblico ufficiale e danneggiamento, è stato trovato morto nella sua cella nella seconda sezione del carcere di Regina Coeli”.                   Si è suicidato impiccandosi con un lenzuolo alla grata del cesso.

Stralci della lettera che Valerio ha scritto prima di morire: Io qui sto impazzendo, ma me la sono cercata. Fratellone mio, ora ti lascio con la penna ma non con il cuore. Ci rincontreremo, addio”  l’ha scritta il 16 febbraio, 6 giorni prima di suicidarsi, dal carcere di Regina Coeli

E sono già 10 nel 2017. I dati sulle morti in carcere, secondo lo speciale Dossier “Morire di carcere” di Ristretti Orizzonti, parlano già di 20 morti nell’anno in corso, di cui 10 suicidi.

Perché quest’incremento di suicidi? Di tentati suicidi e di atti di autolesionismo?

In carcere (e non solo in carcere purtroppo) le persone recluse hanno perso la speranza. Sembrava che le presenze in carcere stessero diminuendo, e fino al 2015 sono diminuite. Poi, hanno ripreso a crescere. Come mai? È l’anima perversa e forcaiola di questo triste paese che non vuole camminare con la schiena dritta e alzare la testa per guardare più lontano delle misere merci da possedere.

È urgente che quelle donne e quegli uomini che non vogliono essere complici dei torturatori e assassini che gestiscono il sistema repressivo-carcerario (interno al sistema economico-politico complessivo), esprimano con i fatti la solidarietà verso le persone recluse; facciano sentire la loro voce contro il carcere.

Uniamoci per abolire il carcere!

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Di nuovo in crescita le presenze in carcere: sovraffollamento perché?

Di nuovo in crescita le presenze in carcere:                                                sovraffollamento perché?

Da un paio di anni le presenze in carcere hanno ripreso a salire. Entro la fine del 2017 la popolazione detenuta arriverà a livelli preoccupanti. si parla di  59.000 presenze. Da quando nel gennaio 2013 la CEDU (Corte europea dei diritti dell’uomo) condannò lo stato italiano a una pesante multa per “trattamenti inumani e degradanti“nei confronti di detenuti e detenute costretti a essere rinchiusi in celle sovraffollate (oltre 68.000 a fronte di una capienza di 45.000 posti), e minacciò altre multe ancor più pesanti, il governo approvò una serie di decreti detti svuota-carceri (Decreto 146 del 2013 e altri) che portarono la presenza nelle carceri italiane nel 2015 a 52.164; livello più basso degli ultimi venti anni.

Si pensava che l’opera delle leggi, tuttora in vigore, continuassero la riduzione delle presenze, almeno per attestarsi sul numero di posti disponibili. Ma non è stato così. Già dall’anno successivo 2016 le presenze hanno ripreso a salire: 54.653 e al 31 gennaio di quest’anno (2017) sono 55.381, a fronte dei 50.000 posti disponibili. Un sovraffollamento inaccettabile.

C’è da ricordare che la “liberazione anticipata speciale” ovvero lo sconto di pena per “buona condotta” che portava da 45 giorni di sconto per ogni semestre di carcere effettivo (tre mesi l’anno) a 75 giorni di sconto per semestre (cinque mesi l’anno) è durata soltanto due anni, fino al dicembre 2015, poi ha cessato di operare e si è tornati ai 45 giorni per semestre.

Ma tutte le altre misure? La messa alla prova?, la detenzione domiciliare per condanne inferiori a 18 mesi? L’estensione dell’affidamento al servizio sociale? Il divieto di condurre in carcere i responsabili di reati di lieve entità (la tenuità del fatto)? ecc.

I motivi del perché queste leggi non operano più sono tanti. In particolare la non predisposizione delle strutture operative per far funzionare queste norme: lo scarso organico dell’UEPE (ufficio esecuzione penale esterno); ossia i servizi sociali che devono predisporre le pratiche perché il magistrato di sorveglianza o altro possa applicare la legge; l’organico troppo esiguo degli stessi magistrati di sorveglianza; ma secondo me è perché una legge o più decreti-legge non possono cambiare un andazzo ormai radicato nella cultura (sottocultura) forcaiola di questo paese, soprattutto delle sue istituzioni. Se manca un conflitto idoneo sul terreno della repressione, non ci sono leggi che possano far nulla. Se il movimento non si misura seriamente contro le strutture repressive, non solo vedremo crescere la popolazione incarcerata (si prevede che con questo andazzo, alla fine del 2018 sanno oltre 62.000 le presenze in carcere), ma vedremo -come stiamo già assistendo- all’incremento enorme delle sanzioni amministrative come la sorveglianza speciale, l’avviso orale, i fogli di via, gli obblighi di soggiorno, i divieti di dimora, ecc.

Per saperne di più puoi ascoltare la trasmissione La Conta su RadiOndaRossa di mercoledì 22 febbraio qui

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E’ in funzione la Banca-dati del Dna. Finora 30.000 schedati e ancora Daspo

Parte la banca-dati del Dna: 30.000 schedati, tra detenuti e chi ha commesso reati

di Antonietta Ferrante leggi intero articolo su  adnkronos.com del 20 febbraio 2017

… L’obiettivo del progetto, istituito con una legge nel giugno 2009 ma operativo solo da dnapoche settimane, è quello di raggiungere i risultati di chi da anni dispone di questo strumento: nel Regno Unito il 62% dei dati inseriti ha restituito un legame tra la traccia trovata sul luogo di un crimine e il possibile autore.

… in Italia sono oltre 2,4 milioni i reati registrati nelle ultime statistiche ufficiali del Ministero dell’Interno (dal 1 agosto 2015 al 31 luglio 2016), di cui circa 32mila rapine e oltre 1,3 milioni furti… I tamponi salivari da cui estrarre il Dna, raccolti dal 10 giugno 2016 sono circa 30.000 tra detenuti e chi ha commesso reati, ma presto anche il resto della popolazione carceraria sarà sottoposta a prelievo…

La polizia penitenziaria raccoglie i tamponi salivari dei detenuti, invece la polizia, i carabinieri e la guardia di finanza raccolgono quelli di chi è ai domiciliari, a esclusione dei reati meno gravi per i quali non è previsto il prelievo.

… il Regno Unito si è dotato nel 1995 di un banca dati, nel 2004 le corrispondenze tra profili erano pari al 45% e sono salite al 62% nel 2014 – “ci dice che la banca dati di per sé non diminuisce il tasso di criminalità, ma sicuramente incide sui reati seriali e sul numero di risoluzioni. Un deterrente forse meno efficace per i delitti d’impeto come molti omicidi, ma sapere che esiste potrà comunque avere un effetto preventivo”.… il valore della banca dati si misurerà principalmente negli anni futuri, quando si arricchirà di sempre più numerosi dati…

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Da oggi prende il via il Daspo per condotte di vita “irregolari”

È in vigore da oggi il Decreto legge 20 febbraio 2017 n. 14. Disposizioni urgenti sicurezza nelle città.

Negli articoli del decreto legge, si individuano stazioni ferroviarie o di autobus locali, porti, aeroporti, musei e località archeologiche, per sanzionare chi intende impedirne l’accesso (manifestazioni? Picchetti? Sit in?). Sanzione amministrativa va da 100 a 300 € e allontanamento dal luogo in cui è stato commesso il fatto. Competente a infliggere i provvedimenti è il sindaco. 

Una cintura di sicurezza che potrà riguardare anche bar, ristoranti birrerie, locali aperti al pubblico: rispetto a questi luoghi infatti può essere disposto dal questore un divieto di accesso che colpirà le persone condannate nel corso degli ultimi 3 anni per la vendita di sostanze stupefacenti per fatti commessi all’interno o nelle vicinanze di locali pubblici. La misura dovrà essere compresa tra 1 e 5 anni e comunque il questore potrà anche prevedere l’obbligo di presentarsi almeno 2 volte a settimana presso gli uffici di pubblica sicurezza oppure negli orari di apertura delle scuole.

Per la violazione dei divieti è stabilita una sanzione pecuniaria da 10.000 a 40.000 €. Foglio di via obbligatorio e avviso orale.

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Dunque le misure di controllo si propagano velocemente investendo tutto il territorio. Queste fanno seguito al Daspo urbano dell11 febbraio.

Ormai la tendenza alle nuove attitudini della Repressione sono in pieno svolgimento. E noi? Noi movimento, collettivi, sindacati di base, compagne e compagni cosa facciamo? Aspettiamo passivamente l’evolversi della situazione illudendosi che, prima o poi, potrà verificarsi la vagheggiata sollevazione popolare, oppure ci mettiamo con impegno quotidiano a costruire nei posti di lavoro e nei territori percorsi autorganizzati per un contropotere territoriale.

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dal CIE di Roma Ponte Galeria

dal Blog Hurriyahurriya

Roma – CIE di Ponte Galeria: lo Stato risponde alla violenza di genere con le deportazioni

Riceviamo e diffondiamo. Per scriverci e inviarci contributi hurriya[at]autistici.org

Retate nelle strade, stupri, soprusi e continue violenze nei centri di detenzione: questa è la quotidianità che lo stato offre alle donne migranti. Uno stato fascista e razzista fondato su machismo e cultura dello stupro; al di là dei propagandati progetti della polizia in difesa delle donne contro la violenza di genere, questo è uno stato che dice di proteggerti e nella realtà, al contrario, si trasforma in un ulteriore pericolo per la tua libertà e la tua vita.
Questo è ciò che è successo a Olga (nome di fantasia), una delle tante donne che spesso trovano il coraggio di liberarsi dalle loro relazioni violente. Olga è una donna ucraina che, nel momento in cui si è rivolta alle forze dell’ordine per denunciare le violenze agite da quello che era il suo compagno, è stata rinchiusa nel Centro di Identificazione ed Espulsione di Ponte Galeria, da dove la deporteranno a breve, perché la sua condizione di “irregolare” ha prevalso sulla sua richiesta di aiuto. Non si tratta di un caso isolato: ogni giorno le migranti devono vivere sulla propria pelle gli effetti di questo stato che le umilia, le sfrutta, le criminalizza e imprigiona per perpetuare poi le stesse violenze all’interno delle mura infami di un CIE.
Ogni giorno le donne migranti portano avanti le loro resistenze a questo sistema razzista fatto di confini e galere.
Non chiediamo allo stato di difenderci dalla violenza che esso stesso produce e di cui si nutre.
Quello che vogliamo è continuare a sostenere le lotte di chi a tutta questa brutalità si ribella, di chi resiste nei CIE, di chi si oppone alle deportazioni.
Quello che vogliamo è la libertà per tutte le donne recluse.

nemiche e nemici delle frontiere

Qui di seguito la trascrizione della telefonata con la donna detenuta nel CIE di Ponte Galeria. A causa di difficoltà di comprensione dell’audio, alcune parti sono mancanti e alcune sono state integrate tra parentesi per facilitare la lettura.

Prima cosa: siccome io sto qui già [per] la seconda volta, no?
[La] prima volta com’è successo?
Io [sono] stata fermata, come tutti. Una ragazza ha accoltellato un ragazzo – non lo so con che cosa, non lo so. Sono venuti i carabinieri e hanno chiesto chi ha visto quello che è successo – perché subito è venuta l’ambulanza che ha preso quel ragazzo, perché lui [era] svenuto, e l’ha portato via.
[Dunque] sono venuti i carabinieri [e hanno chiesto] ‘chi ha visto?’ [alle] persone [presenti se qualcuno aveva visto qualcosa]. Hanno chiesto a tutti ‘puoi dare il numero di telefono, può darsi che serve’, e pure io ho dato [il] mio numero.
[Dopo] una settimana o non so quanti giorni, [sono stata chiamata] dai carabinieri e mi hanno chiesto “[parte mancante] e io ho detto “si” “puoi venire qui con un documento?”. Mi hanno detto che quel ragazzo ha fatto l’intervento e [che lei] con le forbici gli ha fatto un buco nei polmoni – e dunque se potevo andare lì. Io [ho detto] “come? non lo so, non ho documenti, ho solo il passaporto”, [e loro] “va bene, non fa niente”.
Io ho preso il passaporto e sono andata lì ho fatto vedere il passaporto, loro hanno guardato il computer e hanno visto che ho espulsione. Espulsione. Espulsione per cosa io ce l’ho? Espulsione io ce l’ho perché non [parte mancante] il permesso di soggiorno, quando mi è venuto il permesso di soggiorno io sono stata in Ucraina. Sono stata in Ucraina [parte mancante] perché è morto mio padre. E quindi io non [parte mancante] permesso di soggiorno
Quando sono tornata la signora era morta e io non sapevo [????] il permesso di soggiorno e quindi quello di espulsione io avevo.
E allora mi hanno portato qui al CIE, però io sono stata venerdì, sabato e domenica. Lunedì avevo l’udienza io uscita e lunedì mi hanno fatto uscire. Questo è successo due anni fa.
Quindi io avevo il foglio per andare via. Trenta giorni avevo per andare via.
E adesso cos’è successo? Mi ha menato il mio ragazzo, quello che ti ho raccontato sono tornata al mio lavoro e ha cominciato a menarmi il mio ragazzo.
Lui [frase poco comprensibile].
A lui l’hanno fatto uscire, e a me mi hanno chiuso qui.
Questo è tutto.
Io non l’ho denunciato, però loro sono venuti lì. Io ho chiamato da sola, hanno visto tutto, mi hanno portato qui, perché hanno visto che io ho il foglio di via e mi hanno portato qui.
Ora sto qui già dal 18 [gennaio] – un mese. E mi hanno detto che mi rimandano al [mio] Paese.
Mi hanno detto che mi mandano via perché io non devo stare in Italia 5 anni.
Io ho detto, perché, io tutta la mia vita – io ho già quarant’anni, ho passato tutta la mia vita, da quando sono in Italia, ho lavorato. Ho anche aiutato una signora anche senza soldi e senza niente, perché aveva bisogno di me, perché non aveva soldi. Non li aveva e mi ha detto: “ti do l’alloggio e ti do da mangiare perché io non ti posso pagare lo stipendio”. Io ho lavorato da lei e l’ho aiutata.
Prima lavoravo con una signora che ora è morta – perché io sto qui da 11 anni
[parte mancante]
Io ho detto: ma perché una donna che viene qui per lavorare, per aiutare persone. Ma scusa, anzi, e poi quello che prendo di stipendio io lo lascio qui in Italia, perché io pago l’affitto.
Ma perché è così la legge? Perché?
[frase poco chiara]
Io ho detto: meglio morta che qui [nel CIE] – però non voglio andare in Ucraina – io non ho nessuno, non ho casa, non ho niente. Ho detto: datemi [almeno] la possibilità che esco, prendo i miei vestiti, dalla signora lo stipendio. Perché io sto adesso con una signora che sta malata con il cancro.
Ieri io ho chiamato e lei [è stata portata] all’ospedale sant’Andrea, perché ha sentito ‘Ponte Galeria’ [e si è chiesta] che cos’è questo posto?
Io non ho manco preso lo stipendio e non c’è nessuno che mi porta i soldi e che mi porta i miei vestiti.
Io ho chiesto, ho detto ‘ma io così parto?’ e mi hanno risposto ‘parti cosi’. Mi hanno detto ‘cerca qualcuno che ti porta i vestiti’ ma io gli ho detto ‘chi mi porta i vestiti? Nessuno!’
Adesso che c’è io sono stata alla prima udienza, il giudice è stato bravissimo, e voleva che io vado fuori, che io esco però quelli che stanno seduti vicino a lei, quelli dell’ufficio immigrazione. Uno sta seduto vicino al giudice, non so chi è quello, io penso che è dell’ufficio di immigrazione.
Io ho chiesto che vado da sola, e il giudice ha detto che va bene, ma loro hanno detto ‘no, e perché da sola? Noi ti compriamo il biglietto e tu vai’.
Non mi hanno [dato nessuna spiegazione], non mi hanno detto niente, soltanto mi hanno detto “noi ti compriamo il biglietto, perché devi andare da sola?”
In quei giorni tanta gente è stata rimandata al [proprio] Paese [d’origine].
Io assolutamente posso raccontare basta che vado via [dal CIE] perché io non ce la faccio, non ce la faccio proprio e anzi, ho anche paura, non è soltanto che… Perché io non lo so, il giorno [del rimpatrio] è vicino, e io non ci voglio pensare perché ho ancora la pressione alta. E lo zucchero [=glicemia] oggi è a duecentoventi.
Non so, speriamo.
[frase mancante]
l’audio con Olga è qui:
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Ecco il “Daspo urbano”. Ma non è una novità! Conosciamo da dove viene e dove va a parare: al controllo territoriale!

(Ansa 11 Feb) Daspo urbano e norme contro ‘movida selvaggia’: ecco le misure:

 Dopo quello negli stadi, arriva il Daspo urbano: i ‘vandali’ che deturpano zone di pregio delle città non potranno più frequentarle per un periodo di 12 mesi. E’ una delle misure contenute nel decreto sulla sicurezza urbana, presentato dal ministro dell’Interno, Marco Minniti, ed approvato dal Consiglio dei ministri. Il testo, 18 articoli, concede ai sindaci il potere di ordinanza – “ma non ci saranno sindaci-sceriffo”, ha puntualizzato Minniti – ed è stato condiviso con l’Anci. La linea guida del provvedimento, ha spiegato il ministro, “è un grande patto strategico tra Stato e poteri locali”.
NASCE COMITATO METROPOLITANO …         ALLONTANAMENTO FINO 48 ORE PER CHI LEDE DECORO – Vengono introdotte sanzioni amministrative da 300 a 900 euro con l’ allontanamento fino a 48 ore per chi leda il decoro urbano …       DASPO URBANO – E per chi si è ripetutamente reso protagonista di lesioni al decoro urbano scatta il Daspo urbano, l’ allontanamento fino a 12 mesi. Stessa misura, ma per un periodo da 1 a 5 anni, per chi spaccia droga nelle discoteche e locali di intrattenimento.
CHI SPORCA CITTA’ DOVRA’ RIPULIRLA – E sempre nell’ottica di avere città più vivibili e pulite, il dl affida al giudice la possibilità di disporre il ripristino o la ripulitura dei luoghi o risarcimento, per chi deturpa o imbratta beni immobili o mezzi di trasporto pubblici o privati.
ANCI, ARMA IN PIU’ PER I SINDACI …

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(Sole 24 ore 11 Feb) Non ci sono nuovi reati né aggravanti di pena ma misure come la possibilità di applicare in modo più ampio quello che si applica nelle manifestazioni sportive: davanti a reiterate violenze sportive c’è il daspo, di fronte a reiterati elementi di violazione di alcune regole sul controllo del territorio le autorità possono proporre il divieto di frequentare il territorio in cui sono state violate le regole». Lo ha detto il ministro Marco Minniti illustrando il decreto sicurezza approvato in cdm. Sulla sicurezza delle città oggi «abbiamo preso decisioni di un certo rilievo», ha sottolineato il premier Paolo Gentiloni, dopo il consiglio dei ministri, spiegando che il provvedimento sulla sicurezza è stato preso d’intesa con l’Anci.

Sicurezza, più potere ai sindaci … Rafforzati i poteri di ordinanza dei sindaci […]  Più servizi di controllo sul territorio…  Sicurezza e degrado nelle città: la sfida più difficile da vincere  … Se il fatto è commesso su beni immobili o su mezzi di trasporto pubblici o privati, si applica la pena della reclusione da uno a sei mesi o della multa da 300 a 1.000 euro. Se il fatto è commesso su cose di interesse storico o artistico, si applica la pena della reclusione da tre mesi a un anno e della multa da 1.000 a 3.000 euro.
Nei casi di recidiva per le ipotesi di cui al secondo comma si applica la pena della reclusione da tre mesi a due anni e della multa fino a 10.000 euro.             Writer e vandali al lavoro gratis per risarcire i danni alle città       Condanna a pulire per chi sporca la cittàMisure per prevenire l’occupazione di immobili

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NON E’ UNA NOVITA’, da tempo ne parlavamo su questo Blog e negli interventi nelle assemblee di movimento. I nuovi strumenti della repressione erano comprensibili, altrettanto chiaro era ed è il punto di arrivo: PORTARE SEMPRE PIU’ IL CONTROLLO NEI TERRITORI, operando una separazione netta tra territori da tutelare e territori da abbandonare per relegarci le “classi pericolose”.

… ecco un articolo dell’Aprile dello scorso anno: Il controllo repressivo territoriale:  il Daspo cittadino

… e alcune riflessioni su quale sarà l’impatto con le realtà di lotta e di movimento:  Repressione, attualità e tendenze: come difenderci

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La Corte Costituzionale ritiene legittimo il divieto di ricevere libri e riviste per chi è recluso/a in 41bis

Da Repubblica di oggi 9 febbraio 2017

Ieri 8 febbraio 2017 la Corte Costituzionale nella sua sentenza ha ritenuto “non fondata” la questione di legittimità del divieto sollevata da un magistrato di sorveglianza di Spoleto dopo il reclamo di un detenuto di un istituto di pena di Terni, ed ha ribadito la legittimità del divieto di ricevere – e spedire – libri per i detenuti sottoposti al 41 bis, il regime di carcere duro riservato a mafiosi e terroristi. Al termine di un’udienza a porte chiuse, relatore il giudice Franco Modugno, avvocato dello Stato Maurizio Greco, i giudici in serata hanno ritenuto “non fondata” la questione, di cui l’Alta corte era stata investita a seguito dell’ordinanza trasmessa a Palazzo della Consulta dal magistrato di sorveglianza di Spoleto, Fabio Gianfilippi, chiamato a pronunciarsi sul reclamo presentato da un detenuto nell’istituto di pena di Terni.
In particolare, la questione di legittimità riguardava l’articolo 41 bis dell’ordinamento penitenziario nella parte in cui consente al Dap (Dipartimento Amministrazione Penitenziaria), attraverso circolari, di adottare “tra le misure di elevata sicurezza interna ed esterna volte a prevenire contatti del detenuto con l’organizzazione criminale di appartenenza” il divieto riguardante libri e riviste da o verso l’esterno del carcere. Il magistrato di sorveglianza aveva sollevato dubbi di legittimità della norma, in relazione ai principi contenuti negli articoli 15 (libertà e segretezza della corrispondenza), 21 (diritto a manifestare liberamente il proprio pensiero), 33 e 34 (diritto all’istruzione) e 117 (che recepisce la Convenzione europea dei diritti dell’uomo sul “trattamento inumano e degradante”) della Costituzione. Tesi non condivise dalla Consulta, le cui motivazioni arriveranno nelle prossime settimane.
Il giudizio della Consulta è stato accolto positivamente dal deputato del Pd Davide Mattiello, componente delle Commissioni Giustizia e Antimafia. “La sentenza della Corte è un respiro di sollievo per l’efficacia del 41 bis – dichiara -. Nessuno mette in discussione la possibilità del detenuto anche in regime di 41 bis di leggere e studiare, ma la possibilità che ciò avvenga anche attraverso la possibilità di ricevere dall’esterno o spedire all’esterno libri e riviste. Ma ci immaginiamo a quale mostruoso lavoro sarebbe stata costretta diversamente la Polizia Penitenziaria che avrebbe dovuto garantire che in nessun modo questo via vai di testi potesse contenere messaggi nascosti volti a mantenere in funzione la relazione criminale? Si pensi ai sodali che spediscano al boss detenuto Guerra e Pace“.

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Per approfondire il problema si può ascoltare la trasmissione “La Conta” su RadiOndaRossa di ieri 08.02.2017 tutta dedicata al 41 bis, le sue origini, la sua storia, il suo reale significato, il suo stravolgimento. Ascolta qui

Note sul 41bis e sul meccanismo concentrazionario su cui si è modellato il carcere.

Di carcere si parla oggi. Spesso a sproposito, a volte con lo spirito lamentoso, quanto stanno male i carcerati!, a volte reclamando diritti per chi sta in carcere come richiedono le norme internazionali, a volte per dire di chiudere le celle e buttare le chiavi, ecc., ecc., l’unico aspetto del carcere di cui non si parla e non si può parlare è il regime di isolamento del 41bis.

Parlare criticamente del 41bis significa tirarsi addosso l’accusa di “fare il gioco della mafia”. È un ricatto che suona come una minaccia terroristica che azzera il dibattito in una società in cui lo spazio critico dei media e degli intellettuali diminuisce ogni giorno di  più.

Eppure se vogliamo capire la funzione del carcere oggi, il suo ruolo distruttivo per chi vi è rinchiuso e per chi, da fuori, subisce la minaccia di finirci, proprio da lì dobbiamo partire: dal 41bis e dall’ergastolo, ancor di più l’ergastolo ostativo.

Sono circa 680 le persone detenute in 41bis e circa 1.600 quelle condannate all’ergastolo, e allora, dirà lo scettico, possibile che la condizione di così poche persone ci dovrebbe interessare più di quella delle oltre 55.000 persone detenute e dei 70-80.000 che ogni anno varcano le soglie del carcere?

                                                 Non è possibile, è certo!

Facciamo un passo indietro, agli anni immediatamente successivi al più grande macello mondiale, chiamato per pudore storico “2° guerra mondiale”. In quegli anni le intelligenze più attente e sensibili, in particolare chi aveva conosciuto l’orrore, esterrefatte di fronte a tanta feroce crudeltà espressa dagli stati moderni e “civili”, cercarono di analizzare ciò che di più mostruoso era all’interno, ossia il “campo di concentramento”.

Il risultato sconvolse gli stessi ricercatori, poiché si manifestò come il “campo di concentramento” e il suo trasformarsi in “campo di sterminio” non era altro che la “naturale prosecuzione estremizzata” del meccanismo concentrazionario espresso dal sistema penitenziario vigente da diversi secoli negli stati del mondo moderno e democratico.

Il “campo di sterminio” non era altra cosa dal sistema carcerario moderno, era esattamente la sua estrema conseguenza. I campi di concentramento difatti sono stati prodotti dagli stati europei (non che gli altri stati siano stati esenti da mostruosità) ma i campi vedono la triste luce la prima volta nelle guerre Anglo-Boere (la prima tra il 1880 e 1881 e la seconda tra il 1899 e 1902) per il controllo del Sud Africa, successivamente compaiono nella repressione francese della lotta di indipendenza algerina e poi esplodono nella Germania nazista alla metà degli anni Trenta del secolo scorso. Il nazismo inizialmente ci rinchiudeva gli Asozialen (asociali), quelli da troppo tempo disoccupati o che avevano commesso piccoli reati contro il patrimonio o le persone che si prostituivano o perché avevano malattie considerate ereditarie o anche portatori di invalidità gravi o per comportamenti sessuali “irregolari” o, infine, perché avevano assunto atteggiamenti di protesta, antagonisti o sovversivi. Esattamente lo stesso tipo di motivazioni che portarono al “grande internamento” per la creazione dell’esercito di salariati funzionale all’industrializzazione nell’Europa tra la fine del XVI e il XVII secolo. Internamento continuato fino ad oggi poiché le stesse motivazioni mantengono rinchiusi/e in carcere circa dieci milioni di donne e uomini negli stati di tutto il mondo, con punte di 2.600.000 nei soli Stati Uniti d’America.

Il sistema penitenziario ancor oggi esplica le sue funzioni originarie: quella espurgatoria, ossia estromettere dalla società i soggetti improduttivi; la funzione di diversione, ossia colpire il crimine bagatellare (di piccola entità) per distogliere l’attenzione dai crimini strutturali propri del sistema capitalistico; la funzione simbolica, penalizzare un piccolo gruppo di attori dai quali la società prende le distanze per riaffermare il proprio ordine produttivo.

Gli intellettuali che analizzarono la genesi e lo sviluppo dei campi di concentramento arrivarono alla conclusione di dover porre fine rapidamente al sistema penitenziario in quanto quel meccanismo è sempre sul punto di assumere il suo vero ruolo di macchina devastatrice, di macchina di sterminio sociale. Da questa consapevolezza, questi intellettuali assunsero la definizione di “abolizionisti” (con l’obiettivo di abolire il carcere) mutuando il nome dai movimenti abolizionisti della schiavitù della fine del XVIII secolo, poiché il campo di concentramento e il carcere esercitano le funzioni di ridurre la persona rinchiusa in schiavitù.

Possiamo dire, per analogia con l’analisi degli abolizionisti, che il 41bis e l’ergastolo e soprattutto quello ostativo, ben rappresentano l’essenza del carcere oggi? Certo!, lo possiamo dire, anzi lo dovremo urlare forte! Del 41bis e dell’ergastolo il carcere conserva i pilastri essenziali: distruggere, annientare la personalità dei reclusi e delle recluse, azzerare la loro identità e volontà, renderli totalmente succubi del potere esistente.

I regimi democratici hanno ripreso, senza alcuna modifica sostanziale, le leggi e gli ordinamenti del sistema penitenziario e punitivo dei regimi fascisti e nazisti, in particolare nei punti più feroci dell’annientamento carcerario, ossia l’isolamento e l’assenza di speranza, che spesso portano al suicidio, molto alto in carcere. Il carcere rimane comunque una fabbrica di handicap e di devastazioni umane anche per detenzioni brevi.

In questa fase storica di pesante ristrutturazione dell’ordine capitalistico, non potendo fare concessioni alle masse proletarie per comprarne l’acquiescenza, il sistema capitalistico e gli stati fanno ricorso sempre più alla repressione e al carcere, cercando di portare il controllo sulle attività delle “classi pericolose”  nel territorio, per schiacciare ogni antagonismo.

Il carcere oggi annienta,come ieri e più di ieri, distrugge personalità, annichilisce la capacità, l’inventiva e la creatività, riduce uomini e donne a zombi, li rende ancor più emarginati là dove afferma, con falsa sicumera, di voler “risocializzare”. Come pensare che un sistema, il carcere, che separa, isola e annienta possa restituire soggetti sociali migliori di quelli che sono entrati in carcere? Soltanto menti perverse possono coniugare termini come risocializzazione e segregazione. La radicalizzazione di detenuti in carcere che porta ragazzi arrestati per piccolissimi reati, dopo aver ingoiato tanta sofferenza e rabbia a scegliere l’adesione al combattentismo dell’Isis o altre formazioni, dovrebbe aprire gli occhi.

Il 41bis è tortura, l’ergastolo è tortura, l’isolamento è tortura. E non solo perché lo affermano le agenzie internazionali che monitorano le numerose violazioni dei diritti umani (Amnesty, corti internazionali a tutela dei diritti umani, ecc.) ma soprattutto perché queste particolari forme punitive (41bis, ergastolo e isolamento) sono state introdotte dallo Stato italiano con il precipuo scopo di imporre sofferenza e terrore al fine di avere in cambio “delazione”. Carcere di scambio è la mostruosità che si sta affermando oggi! Per uscire da quelle sofferenze devi incolpare e mandare in galera altri al tuo posto: devi fare la spia!

Se andiamo a leggere come l’Onu definisce nella Convenzione contro la tortura il reato di tortura (che il parlamento italiano da decenni si ostina a non inserire nella propria legislazione): all’Art-1: il termine «tortura» designa qualsiasi atto con il quale sono inflitti a una persona dolore o sofferenze acute, fisiche o psichiche, segnatamente al fine di ottenere da questa o da una terza persona informazioni o confessioni…,”  Inoltre la Convenzione vieta che confessioni estorte siano valide nei processi… per la giustizia dello stato italiano significherebbe annullare la gran parte dei processi basati su confessioni estorte.

C’è un solo modo per uscire dal 41bis oppure per evitare l’ergastolo ostativo per chi è in quell’inferno: consegnare un altro corpo nelle mani del carnefice, per mezzo della delazione. È lo stesso scambio come quello che avveniva ad Aushwitz dove la ricompensa per chi aiutava il carnefice a distruggere i corpi di altri carcerati era la carica di “kapo”.

In conclusione, va detto con estrema chiarezza, se non ci si schiera esplicitamente contro il 41bis e le altre forme di isolamento e contro l’ergastolo ostativo, se non si critica realmente e con la pratica il sistema della reclusione, si rischia di essere conniventi con il sistema dell’annientamento e della tortura, né si riuscirà ad apportare alcuna modifica sostanziale all’universo penitenziario.

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Tra il “giorno della memoria” e il “giorno del ricordo” si cerca di occultare i crimini del colonialismo italiano

Tra il giorno della memoria e il giorno del ricordo i revisionisti cercano di occultare i crimini del colonialismo italiano

Il Giorno della Memoria è una ricorrenza internazionale fissata per il 27 gennaio di ogni anno, come giornata in commemorazione delle vittime dell’Olocausto.  È stato così designata dalla risoluzione 60/7 dell’Assemblea generale dell’Onu il 1º novembre 2005, durante la 42ª riunione plenaria.   

Il Giorno del ricordo è una ricorrenza nazionale, fissata per il 10 febbraio di ogni anno, con la legge 30 marzo 2004 n. 9, detta anche “delle foibe” e che si propone di falsificare ciò jugoslavche è avvenuto ai confini est dell’Italia, alla fine della seconda guerra  mondiale, cercando di far passare gli eserciti italiani invasori e colonialisti per vittime delle formazioni partigiane jugoslave che difendevano la loro terra. È stato da sempre un obiettivo dell’estrema destra, ma poi è stata fatta propria anche dalla cosiddetta “sinistra”. Così recita: all’Art 1:  «La Repubblica riconosce il 10 febbraio quale “Giorno del ricordo” al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale».  La proposta di legge venne firmata da parlamentari di Alleanza nazionale e Forza Italia, dell’UDC, ma anche della Margherita/Ulivo.

Qui la registrazioni di alcune trasmissioni che ho tenuto su Radio Onda Rossa su questi argomenti:

14Gen 2009Occupazione italiana in Jugoslavia e un documentario della BBC del 1989 di Ken Kirby              (1 ora e 6 min)

23Lug 2008Presentazione del libro di Davide Conti, “Occupazione italiana dei Balcani” e dibattito con l’autore  (1 ora e 44 min)

11Feb 2009Intervista dello storico Santi Wolf sulle falsificazione in merito alle Foibe. Testimonianze partigiani Jugoslavi. (55 min)

18Feb 2009Intervista allo storico Davide Conti sulle foibe, la verità storica di  quei fatti    (1 ora e 1 min)

21Gen2008Aggressione italiana all’Etiopia: la sconfitta di Adwa 01.09.1896   (52 min)

 

 

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40 anni fa: il 2 febbraio 1977 esplode il Movimento del 77

L’anno 1977 iniziò un mese prima, il 3 dicembre ’76, quando Franco Maria Malfatti, ministro ell’istruzione, gettò sul tavolo le sue carte: la famigerata circolare che limitava la reiterazione degli esami, con l’aumento delle tasse, soprattutto per i fuoricorso, si definivano per la prima volta i tre livelli di laurea (diploma, laurea, dottorato di ricerca), la reintroduzione del numero chiuso, ecc.

Il 24 gennaio ’77 a Palermo gli studenti occuparono la facoltà di Lettere, il 31 gennaio bloccate le attività didattiche presso le facoltà umanistiche di Torino, Cagliari, Sassari, Salerno. A Bologna, Milano, Padova, Firenze, Pisa si tenevano manifestazioni, cortei, assemblee.

 

 

2 febbraio ’77

all’Università La Sapienza di Roma una settantina di fascisti aggredirono un’assemblea di studenti. Respinti esplosero colpi di arma da fuoco. Guido Bellachioma venne gravemente ferito alla testa. L’indomani un corteo uscì dall’università, a via Solferino, nei pressi di via Sommacampagna, un gruppo di compagni si separò dal corteo e andò ad attaccare la sede del Msi da cui erano partiti gli aggressori il giorno prima. In piazza Indipendenza, da una 127 senza contrassegni scesero alcuni poliziotti con le pistole in pugno. Cominciò una sparatoria tra i poliziotti e due compagni, Paolo e Daddo e un poliziotto rimasero feriti gravemente.

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Paolo e Daddo liberi!!!

Il dirigente del partito comunista Ugo Pecchioli rilascio al quotidiano «la Repubblica»: «Il raid dei fascisti all’università e le violenze dei provocatori cosiddetti autonomi sono due volti della stessa realtà […] la matrice fascista è comune, analoghe le finalità. La polizia e la magistratura facciano il loro dovere chiudendo i covi». Il movimento rispose con una grande manifestazione di 30.000 persone che invase le strade della città.

Il 17 febbraio, di giovedì, Luciano Lama, segretario generale Cgil, all’università di Roma per ricondurre i ribelli all’ordine.

Nei giorni precedenti la tensione era salita grazie ai tentativi degli studenti del Pci e dei loro alleati di impossessarsi con la forza delle Facoltà.
Il 17 febbraio ’77 era giovedì. Arrivati al lavoro, io e altri compagni ci apprestammo a chiedere un permesso di un paio d’ore per andare all’Università. Sorpresa: trovammo un ordine del giorno della direzione-ufficio sindacale che consentiva due ore di permesso a tutti i delegati eletti per recarsi al comizio di Lama. Si era realizzata finalmente la «grande unità» tra direzione aziendale e direzione sindacale. Bene, ma c’era però un piccolo particolare che né la direzione aziendale né quella sindacale immaginano: la gran parte dei delegati eletti nei vari posti di lavoro non stava con Lama, piuttosto era vicina al movimento. In quegli anni per essere eletto delegato non era necessaria la tessera sindacale e si votava senza
lista, chiunque poteva essere eletto. Quel metodo durò poco, ma allora in ferrovia venivano eletti molti compagni del comitato politico, e altri che condividevano le nostre posizioni. Stessa cosa succedeva negli altri posti di lavoro.
Il pomeriggio del giorno prima, nel movimento si era discusso come accogliere Lama. L’assemblea all’Università era numerosissima.
Cosa fare? Farlo parlare? Fischiarlo? Cacciarlo? L’assemblea alla fine decise di presenziare al comizio, subissarlo di fischi ma evitare lo scontro fisico. Una soluzione che andava bene a tutti e non creava problemi al movimento in una fase di crescita.
Dopo l’assemblea, riunione dei servizi d’ordine. Tutti d’accordo, ma… non ci stavano gli «indiani metropolitani»; non ci stavano in quelle riunioni e non ci stavano ad accettare decisioni comuni. Loro volevano muoversi in piena autonomia, anche dal movimento, e stavano preparando un pupazzone di cartapesta molto alto pieno di tanti slogan ironici: «Più lavoro meno salario»;
«Lama è mio e lo gestisco io»; «Vogliamo un affitto proletario il 100% del salario» (quella ironia, purtroppo, si è poi rivelata del tutto realista».
Arrivai sul piazzale della Minerva con i compagni delegati ferrovieri che non andarono di certo a dar manforte al servizio d’ordine di Lama. Il camion del comizio sindacale era circondato da un servizio d’ordine di un centinaio di persone ben attrezzate. A qualche metro di distanza tutti gli altri: studenti, lavoratori, molti visi conosciuti. Fino a una certa ora, nel raggruppamento del movimento i lavoratori risultavano superiori agli studenti che arrivavano alla spicciolata. Tra i due schieramenti c’era un corridoio di tre metri, una «terra di nessuno» tenuta sgombra grazie a una fila di servizio d’ordine del movimento che cercava di evitare il contatto col servizio d’ordine di Lama, così com’era stato deciso nell’assemblea del giorno prima. Cinque-sei metri indietro c’era il pupazzone con intorno gli indiani metropolitani la cui consistenza numerica andava man mano aumentando.
Come andò a finire oggi si sa bene, anche per i successivi «pentimenti» e confessioni di alcuni che facevano parte del servizio d’ordine di Lama, poi usciti dal Pci. Furono gli slogan urlati da una quantità crescente di voci, non solo «indiani», che fecero saltare i nervi ai militanti del servizio d’ordine di Lama, ossessionati dalla vista di nemici e provocatori ovunque. Alcuni slogan erano molto divertenti e intonati a più voci acquistavano un effetto dissacrante:
«È ora, è ora: miseria a chi lavora»; «Potere padronale»; «Andreotti è rosso Fanfani lo sarà»; «Più baracche meno case».
Poteva anche finire così: in un intreccio non-comunicante di due linguaggi opposti e ostili ma non in guerra. Avremmo dato modo ai sociologi di dilettarsi in analisi bizzarre e linguistiche. Invece no, quelli del Pci e del sindacato erano convinti che eravamo al soldo della Cia, e così ci insultarono definendoci fascisti. Il servizio d’ordine del movimento aveva un bel da fare a tener fermi i compagni che non ne potevano più.
Poi arrivò il lancio di palloncini ripieni di colore verso il camion.
I militanti del servizio d’ordine di Lama impugnarono gli estintori e si lanciarono contro le prime fila del servizio d’ordine del movimento che a stento riuscivano a trattenere quanti premevano indignati. Il cordone del movimento cedette consentendo agli «indiani» di partire alla controffensiva e arrivare a contatto con gli aggressori. Dietro c’erano tutti gli altri. A quel punto il parapiglia fu inevitabile. Il movimento incalzò il servizio d’ordine sindacale che arretrò fino a uscire dall’università.
Alle 11.00 di una tiepida mattina di febbraio era tutto finito. Si era consumato un difficile passaggio, duro da digerire, ma necessario.
La retorica del «rosso», delle canzoni comuni, delle radici comuni, Gramsci, la Resistenza, il luglio ’60, non servivano più a tenere insieme ciò che ormai era diviso, anzi contrapposto, sul crinale della condizione di classe e dello sfruttamento capitalistico.
Fin lì c’erano state solo litigate, qualche spintone e qualche ceffone durante le manifestazioni per il Vietnam del ’66-67, dieci anni durante i quali lo scontro nei posti di lavoro era stato durissimo verso chi voleva imporre il dictat dei vertici sindacali collaborazionisti.
Si era cercato di mantenere quei contrasti all’interno di una convivenza, ma il momento della verità doveva arrivare, e arrivò.
Quel pomeriggio del 17 febbraio il Pci perse più iscritti che in tutta la sua storia. La sera stessa la Cgil convocò Cisl e Uil per proporre uno sciopero contro le provocazioni, ma i due sindacati si resero conto che sarebbe stato un flop e optarono per una settimana di assemblee nei posti di lavoro. Anche lì ne uscirono scornati, le assemblee venivano disertate dai lavoratori, oppure là dove erano partecipate ai burocrati venivano indirizzati tanti di quei fischi da farli pentire di averle convocate.
Il giorno dopo, venerdì 18, nella facoltà di Economia si tenne un’affollata assemblea del movimento che approvò un documento sui fatti del giorno prima:
Nei giorni precedenti la tensione era salita grazie ai tentativi degli studenti del Pci e dei loro alleati di impossessarsi con la forza delle Facoltà.
«Nella mattinata il servizio d’ordine del Pci […] ha dato il via a gravissimi incidenti nel tentativo di schiacciare l’autonomia del movimento. Questa manovra è fallita per la reazione di massa degli studenti che hanno cacciato il servizio d’ordine del Pci e sono rimasti padroni dell’Università. […]
Nel pomeriggio Cossiga, favorito dalla situazione, ha fatto prendere d’assalto l’Università da un imponente schieramento di Ps, riuscendo così a fare, grazie al Pci, quello che non gli era stato possibile nei giorni scorsi. […] Per quanto riguarda la lotta, il movimento non intende rinunciare ai suoi obiettivi centrali che sono: 1) ritiro del progetto Malfatti e di quello del Pci; 2) sciopero generale nazionale contro il governo per aprire un fronte di lotta nuovo e di massa sull’occupazione. Il movimento sa che questi obiettivi significano il rifiuto della politica dei sacrifici, della logica della compatibilità capitalistica rispetto alla crisi […]. Per queste ragioni l’assemblea generale decide: di intimare al governo lo sgombero dell’Ateneo, che deve funzionare come luogo di aggregazione autonoma dei giovani e l’allontanamento definitivo della polizia; di fare un manifesto cittadino che chiarisca le posizioni del movimento; di indire per sabato 19 febbraio, alle ore 17 a piazza Esedra, una grande manifestazione cittadina e di massa, che verrà garantita dalle strutture di movimento; di invitare tutte le Università in lotta a un confronto nazionale sabato e domenica 26 e 27 febbraio a Roma».    [Dario Paccino, Sceemi, il rifiuto di una generazione, 1977]
Quel 17 febbraio il sole non fece in tempo a tramontare sull’università occupata che la polizia sgomberò. Anche quel nuovo movimento si cimentò con le occupazioni e con gli sgomberi, stavolta più duri, scoprì un’università diversa. Corridoi, aule, scale, pareti con le scritte di un decennio, consunte dal tempo ma ancora ben visibili: «Johnson boia. Panagulis libero»; «Vietcong vince, morte ai colonnelli greci». Le scritte sbiadite segnavano il tempo passato, ma quelle ragazze e quei ragazzi vi scoprirono una rabbia simile alla loro. E scoprirono le falsità dei giornali che raccontavano
i fatti a modo loro.
Il «Corriere della Sera» intervistò Lama.
È nuovo fascismo, perché anche il fascismo ebbe all’inizio, specie tra i giovani, radici demagogiche e irrazionali simili a queste. Poi c’è il qualunquismo dell’ostilità dei partiti, alla politica concreta, ai meccanismi della democrazia. C’è lo svuotamento dei simboli, la irrisione nichilista esemplificata da slogan quali «Meno ferie più sfruttamento» o «Potere dromedario». E naturalmente c’è la scelta del nemico: i sindacati, i comunisti.
Da cos’altro si riconosce il fascismo? 

[da Maelstrom, scene di rivolta e autorganizzazione di classe in Italia (1960-1980). Ed DeriveApprodi 2011, pag. 365 e seg.]

L’11 marzo1977 aBologna, durante una manifestazione, la polizia uccise Francesco Lorusso, di 25 anni. Il 12 marzo il movimento invase Roma con una imponente e numerosa manifestazione nazionale, con un susseguirsi di scontri lungo tutto il percorso, assalti a sedi di istituzioni, negozi di armerie, simboli della ricchezza e del potere.

Dopo la «cacciata di Lama», e ora con gli scontri in piazza, i residui dei gruppi, Lc, Pdup, Ao, ormai marginali, si dissociavano «dalle azioni degli “autonomi” ai margini blindati-a-bologna-77della manifestazione».

A Bologna, il 23 marzo, venne chiusa Radio Alice e qualche giorno dopo venne sgomberata l’Università di Bologna con l’uso di mezzi blindati. Cossiga ordinò il divieto di manifestare a Roma.

Da questo divieto scaturì l’assassinio poliziesco il 12 maggio 1977 della compagna Giorgiana Masi.

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