La Corte Costituzionale ritiene legittimo il divieto di ricevere libri e riviste per chi è recluso/a in 41bis

Da Repubblica di oggi 9 febbraio 2017

Ieri 8 febbraio 2017 la Corte Costituzionale nella sua sentenza ha ritenuto “non fondata” la questione di legittimità del divieto sollevata da un magistrato di sorveglianza di Spoleto dopo il reclamo di un detenuto di un istituto di pena di Terni, ed ha ribadito la legittimità del divieto di ricevere – e spedire – libri per i detenuti sottoposti al 41 bis, il regime di carcere duro riservato a mafiosi e terroristi. Al termine di un’udienza a porte chiuse, relatore il giudice Franco Modugno, avvocato dello Stato Maurizio Greco, i giudici in serata hanno ritenuto “non fondata” la questione, di cui l’Alta corte era stata investita a seguito dell’ordinanza trasmessa a Palazzo della Consulta dal magistrato di sorveglianza di Spoleto, Fabio Gianfilippi, chiamato a pronunciarsi sul reclamo presentato da un detenuto nell’istituto di pena di Terni.
In particolare, la questione di legittimità riguardava l’articolo 41 bis dell’ordinamento penitenziario nella parte in cui consente al Dap (Dipartimento Amministrazione Penitenziaria), attraverso circolari, di adottare “tra le misure di elevata sicurezza interna ed esterna volte a prevenire contatti del detenuto con l’organizzazione criminale di appartenenza” il divieto riguardante libri e riviste da o verso l’esterno del carcere. Il magistrato di sorveglianza aveva sollevato dubbi di legittimità della norma, in relazione ai principi contenuti negli articoli 15 (libertà e segretezza della corrispondenza), 21 (diritto a manifestare liberamente il proprio pensiero), 33 e 34 (diritto all’istruzione) e 117 (che recepisce la Convenzione europea dei diritti dell’uomo sul “trattamento inumano e degradante”) della Costituzione. Tesi non condivise dalla Consulta, le cui motivazioni arriveranno nelle prossime settimane.
Il giudizio della Consulta è stato accolto positivamente dal deputato del Pd Davide Mattiello, componente delle Commissioni Giustizia e Antimafia. “La sentenza della Corte è un respiro di sollievo per l’efficacia del 41 bis – dichiara -. Nessuno mette in discussione la possibilità del detenuto anche in regime di 41 bis di leggere e studiare, ma la possibilità che ciò avvenga anche attraverso la possibilità di ricevere dall’esterno o spedire all’esterno libri e riviste. Ma ci immaginiamo a quale mostruoso lavoro sarebbe stata costretta diversamente la Polizia Penitenziaria che avrebbe dovuto garantire che in nessun modo questo via vai di testi potesse contenere messaggi nascosti volti a mantenere in funzione la relazione criminale? Si pensi ai sodali che spediscano al boss detenuto Guerra e Pace“.

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Per approfondire il problema si può ascoltare la trasmissione “La Conta” su RadiOndaRossa di ieri 08.02.2017 tutta dedicata al 41 bis, le sue origini, la sua storia, il suo reale significato, il suo stravolgimento. Ascolta qui

Note sul 41bis e sul meccanismo concentrazionario su cui si è modellato il carcere.

Di carcere si parla oggi. Spesso a sproposito, a volte con lo spirito lamentoso, quanto stanno male i carcerati!, a volte reclamando diritti per chi sta in carcere come richiedono le norme internazionali, a volte per dire di chiudere le celle e buttare le chiavi, ecc., ecc., l’unico aspetto del carcere di cui non si parla e non si può parlare è il regime di isolamento del 41bis.

Parlare criticamente del 41bis significa tirarsi addosso l’accusa di “fare il gioco della mafia”. È un ricatto che suona come una minaccia terroristica che azzera il dibattito in una società in cui lo spazio critico dei media e degli intellettuali diminuisce ogni giorno di  più.

Eppure se vogliamo capire la funzione del carcere oggi, il suo ruolo distruttivo per chi vi è rinchiuso e per chi, da fuori, subisce la minaccia di finirci, proprio da lì dobbiamo partire: dal 41bis e dall’ergastolo, ancor di più l’ergastolo ostativo.

Sono circa 680 le persone detenute in 41bis e circa 1.600 quelle condannate all’ergastolo, e allora, dirà lo scettico, possibile che la condizione di così poche persone ci dovrebbe interessare più di quella delle oltre 55.000 persone detenute e dei 70-80.000 che ogni anno varcano le soglie del carcere?

                                                 Non è possibile, è certo!

Facciamo un passo indietro, agli anni immediatamente successivi al più grande macello mondiale, chiamato per pudore storico “2° guerra mondiale”. In quegli anni le intelligenze più attente e sensibili, in particolare chi aveva conosciuto l’orrore, esterrefatte di fronte a tanta feroce crudeltà espressa dagli stati moderni e “civili”, cercarono di analizzare ciò che di più mostruoso era all’interno, ossia il “campo di concentramento”.

Il risultato sconvolse gli stessi ricercatori, poiché si manifestò come il “campo di concentramento” e il suo trasformarsi in “campo di sterminio” non era altro che la “naturale prosecuzione estremizzata” del meccanismo concentrazionario espresso dal sistema penitenziario vigente da diversi secoli negli stati del mondo moderno e democratico.

Il “campo di sterminio” non era altra cosa dal sistema carcerario moderno, era esattamente la sua estrema conseguenza. I campi di concentramento difatti sono stati prodotti dagli stati europei (non che gli altri stati siano stati esenti da mostruosità) ma i campi vedono la triste luce la prima volta nelle guerre Anglo-Boere (la prima tra il 1880 e 1881 e la seconda tra il 1899 e 1902) per il controllo del Sud Africa, successivamente compaiono nella repressione francese della lotta di indipendenza algerina e poi esplodono nella Germania nazista alla metà degli anni Trenta del secolo scorso. Il nazismo inizialmente ci rinchiudeva gli Asozialen (asociali), quelli da troppo tempo disoccupati o che avevano commesso piccoli reati contro il patrimonio o le persone che si prostituivano o perché avevano malattie considerate ereditarie o anche portatori di invalidità gravi o per comportamenti sessuali “irregolari” o, infine, perché avevano assunto atteggiamenti di protesta, antagonisti o sovversivi. Esattamente lo stesso tipo di motivazioni che portarono al “grande internamento” per la creazione dell’esercito di salariati funzionale all’industrializzazione nell’Europa tra la fine del XVI e il XVII secolo. Internamento continuato fino ad oggi poiché le stesse motivazioni mantengono rinchiusi/e in carcere circa dieci milioni di donne e uomini negli stati di tutto il mondo, con punte di 2.600.000 nei soli Stati Uniti d’America.

Il sistema penitenziario ancor oggi esplica le sue funzioni originarie: quella espurgatoria, ossia estromettere dalla società i soggetti improduttivi; la funzione di diversione, ossia colpire il crimine bagatellare (di piccola entità) per distogliere l’attenzione dai crimini strutturali propri del sistema capitalistico; la funzione simbolica, penalizzare un piccolo gruppo di attori dai quali la società prende le distanze per riaffermare il proprio ordine produttivo.

Gli intellettuali che analizzarono la genesi e lo sviluppo dei campi di concentramento arrivarono alla conclusione di dover porre fine rapidamente al sistema penitenziario in quanto quel meccanismo è sempre sul punto di assumere il suo vero ruolo di macchina devastatrice, di macchina di sterminio sociale. Da questa consapevolezza, questi intellettuali assunsero la definizione di “abolizionisti” (con l’obiettivo di abolire il carcere) mutuando il nome dai movimenti abolizionisti della schiavitù della fine del XVIII secolo, poiché il campo di concentramento e il carcere esercitano le funzioni di ridurre la persona rinchiusa in schiavitù.

Possiamo dire, per analogia con l’analisi degli abolizionisti, che il 41bis e l’ergastolo e soprattutto quello ostativo, ben rappresentano l’essenza del carcere oggi? Certo!, lo possiamo dire, anzi lo dovremo urlare forte! Del 41bis e dell’ergastolo il carcere conserva i pilastri essenziali: distruggere, annientare la personalità dei reclusi e delle recluse, azzerare la loro identità e volontà, renderli totalmente succubi del potere esistente.

I regimi democratici hanno ripreso, senza alcuna modifica sostanziale, le leggi e gli ordinamenti del sistema penitenziario e punitivo dei regimi fascisti e nazisti, in particolare nei punti più feroci dell’annientamento carcerario, ossia l’isolamento e l’assenza di speranza, che spesso portano al suicidio, molto alto in carcere. Il carcere rimane comunque una fabbrica di handicap e di devastazioni umane anche per detenzioni brevi.

In questa fase storica di pesante ristrutturazione dell’ordine capitalistico, non potendo fare concessioni alle masse proletarie per comprarne l’acquiescenza, il sistema capitalistico e gli stati fanno ricorso sempre più alla repressione e al carcere, cercando di portare il controllo sulle attività delle “classi pericolose”  nel territorio, per schiacciare ogni antagonismo.

Il carcere oggi annienta,come ieri e più di ieri, distrugge personalità, annichilisce la capacità, l’inventiva e la creatività, riduce uomini e donne a zombi, li rende ancor più emarginati là dove afferma, con falsa sicumera, di voler “risocializzare”. Come pensare che un sistema, il carcere, che separa, isola e annienta possa restituire soggetti sociali migliori di quelli che sono entrati in carcere? Soltanto menti perverse possono coniugare termini come risocializzazione e segregazione. La radicalizzazione di detenuti in carcere che porta ragazzi arrestati per piccolissimi reati, dopo aver ingoiato tanta sofferenza e rabbia a scegliere l’adesione al combattentismo dell’Isis o altre formazioni, dovrebbe aprire gli occhi.

Il 41bis è tortura, l’ergastolo è tortura, l’isolamento è tortura. E non solo perché lo affermano le agenzie internazionali che monitorano le numerose violazioni dei diritti umani (Amnesty, corti internazionali a tutela dei diritti umani, ecc.) ma soprattutto perché queste particolari forme punitive (41bis, ergastolo e isolamento) sono state introdotte dallo Stato italiano con il precipuo scopo di imporre sofferenza e terrore al fine di avere in cambio “delazione”. Carcere di scambio è la mostruosità che si sta affermando oggi! Per uscire da quelle sofferenze devi incolpare e mandare in galera altri al tuo posto: devi fare la spia!

Se andiamo a leggere come l’Onu definisce nella Convenzione contro la tortura il reato di tortura (che il parlamento italiano da decenni si ostina a non inserire nella propria legislazione): all’Art-1: il termine «tortura» designa qualsiasi atto con il quale sono inflitti a una persona dolore o sofferenze acute, fisiche o psichiche, segnatamente al fine di ottenere da questa o da una terza persona informazioni o confessioni…,”  Inoltre la Convenzione vieta che confessioni estorte siano valide nei processi… per la giustizia dello stato italiano significherebbe annullare la gran parte dei processi basati su confessioni estorte.

C’è un solo modo per uscire dal 41bis oppure per evitare l’ergastolo ostativo per chi è in quell’inferno: consegnare un altro corpo nelle mani del carnefice, per mezzo della delazione. È lo stesso scambio come quello che avveniva ad Aushwitz dove la ricompensa per chi aiutava il carnefice a distruggere i corpi di altri carcerati era la carica di “kapo”.

In conclusione, va detto con estrema chiarezza, se non ci si schiera esplicitamente contro il 41bis e le altre forme di isolamento e contro l’ergastolo ostativo, se non si critica realmente e con la pratica il sistema della reclusione, si rischia di essere conniventi con il sistema dell’annientamento e della tortura, né si riuscirà ad apportare alcuna modifica sostanziale all’universo penitenziario.

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