Un altro 25 aprile: la “rivoluzione dei garofani”

Erano passati 20 minuti dallo scoccare della mezzanotte che segnava il sorgere del 25 aprile 1974.   Radio Renascença trasmette Grândola vila morena di José Alfonso [ascoltala qui]. È il segnale di inizio delle operazioni militari rivoluzionarie, con l’arresto degli alti ufficiali fedeli al regime fascista e l’occupazione di luoghi strategici, come l’aeroporto di Lisbona e la prigione politica di Peniche.

03:10 – I ribelli prendono il controllo della stazione televisiva Rádio Televisão Portuguesa, sede delle istituzioni governative, delle stazioni radio Rádio Clube Português ed Emissora Nacional. Movimenti di truppe verso il quartiere Terreiro do Paço di Lisbona.

04:20 – L’MFA (Movimento delle Forze Armate) annuncia attraverso un comunicato di Radio Clube Português la fine del regime fascista. La fanteria occupa l’aeroporto di Lisbona.

09:00 -La fregata Gago Coutinho, in esercitazione con altre imbarcazioni NATO, riceve l’ordine di posizionarsi davanti al Terreiro do Paço e di aprire il fuoco contro i ribelli, ma si rifiuta di obbedire.

11:45 – L’MFA annuncia di aver preso il controllo del paese.

15:15 – Artiglieri dell’MFA liberano le truppe arrestate dalla polizia politica per il precedente tentativo di insurrezione del 16 marzo.

16:15 – Elementi della polizia politicaDGS (ex Pide) sparano sulla folla che circonda il loro quartier generale, provocando una vittima e alcuni feriti.

19:30 – Caetano si arrende all’MFA.

21:00 – La DGS, rimasta l’unica forza fedele al governo, apre il fuoco sulla folla attorno al proprio quartier generale, uccidendo quattro civili e ferendone quarantacinque, poi è costretta ad arrendersi all’intervento di forze della Marina in appoggio all’MFA.

22:00 – I paracadutisti dell’MFA costringono alla resa le ultime unità della Polizia Politica.

*vedi post precedente sulla “rivoluzione dei garofani” qui

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Il 25 aprile che amiamo

La 52a Brigata Garibaldi che fermò la colonna tedesca a Dongo dove a bordo c’era Mussolini.
Con la giacca bianca il “Moretti”, imbraccia il mitra usato per la fucilazione di Mussolini

Nonostante la gagliarda lotta partigiana, ancora oggi, nel 2012, ci troviamo un codice penale fascista firmato da Mussolini (1931). Gli articoli di questo codice consentono al cosiddetto Stato “democratico” di condannare i compagni e le compagne con reati associativi come “devastazione e saccheggio“, “associazione sovversiva“, ecc., prodotti dal fascismo per sbattere in galera chiunque si opponga al sistema. E poi, la tortura fascista usata a iosa dallo Stato “democratico” per fermare l’ondata rivoluzionaria nei decenni passati.

E allora… che c’è da festeggiare il 25 aprile?   Forse c’è da tornare in montagna?

Ma qual’è la montagna di oggi???

Un ringraziamento e un caro abbraccio al compagno Gavino che ci ha regalato questa preziosa foto.

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Strage di Bologna: la ricerca della verità completa non giustifica l’avallo di nuovi depistaggi

Pubblichiamo un articolo, appena redatto, ancora sui depistaggi in merito alla “strage di Bologna” di Sandro Padula, che interviene sul dibattito in rete per alcuni importanti chiarimenti. Fa seguito al precedente articolo, sempre di Padula, che potete leggere qui.

Strage di Bologna: la ricerca della verità completa non giustifica l’avallo di nuovi depistaggi

di Sandro Padula

Dopo il mio articolo intitolato “Fascicolo bis sulla strage di Bologna: la “pista palestinese” non regge e Raisi accusa la Procura” (Ristretti Orizzonti, 16 aprile 2012) si è aperto un dibattito su diversi siti Internet al quale ha partecipato, attraverso una replica articolata in cinque punti (vedasi sito http://www.fascinazione.info), lo stesso parlamentare di Futuro e Libertà di cui avevo criticato il teorema.

Rispondo perciò punto per punto a Enzo Rasi, amico e portavoce della coppia Mambro & Fioravanti che a sua volta, nel quadro della battaglia per ottenere la libertà condizionale della donna ex militante dei Nar (vedasi «Le lettere (e una cena) a Giusva e Mambro: vi perdoniamo», Corriere della sera del 3 agosto 2008), alcuni anni fa fece amicizia con Anna Di Vittorio, sorella di Mauro, la vittima della strage di Bologna che oggi secondo lo stesso Raisi potrebbe aver avuto qualcosa a che fare con quel crimine.

Primo punto

Le Br, organizzazione in cui ho militato nella seconda metà degli anni ’70 e fino al momento del mio arresto avvenuto nel novembre 1982, non hanno mai intrattenuto rapporti politici o d’altra natura con il cosiddetto gruppo di Carlos e neppure con il Fplp. Ciò premesso, per semplice amore della verità vanno corrette le numerose informazioni false e inesattezze sostenute da Raisi.

Il parlamentare di Futuro e Libertà afferma che “all’interrogatorio con Cieri nel 2009 Carlos ha fatto scena muta e ha detto che parlava solo di fronte ad una commissione parlamentare”.

In realtà, pur non firmando nulla, Carlos fece un discorso al pm Cieri in riferimento alla strage di Bologna, poi riportato dalla stampa italiana, nel quale dichiarò in sintesi quanto segue: «…. è roba della Cia, i servizi segreti italiani e tedeschi lo sanno bene». (Corriere della Sera, 26 aprile 2009). Questo fatto, cioè l’assenza di una “scena muta”, è dato per certo a pagina 158 del “Dossier strage di Bologna”, un libro scritto da Gabriele Paradisi, Gian Paolo Pelizzaro, François de Quengo de Tonquédec, persone amiche di Enzo Raisi e pubblicizzato da quest’ultimo il 10 settembre 2011 nel corso di un meeting di Futuro e Libertà a Mirabello.

Secondo punto

L’onorevole Raisi asserisce che nessun paragone sarebbe mai stato fatto sulla compatibilità del materiale sequestrato alla Frolich all’aeroporto di Fiumicino nel 1982 e quello usato nella strage di Bologna del 2 agosto 1980.

Una recente notizia di stampa, pubblicata proprio sul quotidiano bolognese al quale Raisi spesso rilascia delle interviste, fornisce sulle indagini condotte una versione molto diversa: “dalla comparazione tra i documenti sulla qualità degli esplosivi utilizzati dal gruppo del terrorista Carlos e le perizie sull’esplosivo usato per l’attentato del 2 agosto 1980 non è, al momento, risultata alcuna immediata compatibilità. Quella della comparazione sulla qualità degli esplosivi era una delle strade che vengono seguite nell’inchiesta bis sulla strage della stazione. Una strada che al momento quindi non registra novità. Il pm Enrico Cieri aveva chiesto ed ottenuto delle autorità francesi i documenti sulla qualità dell’esplosivo utilizzato dal gruppo dello Sciacallo. Parimenti negativa sarebbe stata la comparazione fatta con la qualità dell’esplosivo che Margot Frohlich (indagata nell’inchiesta assieme a Thomas Kram) aveva in una valigia quando fu arrestata a Fiumicino nell’82.” (Resto del Carlino, 6 aprile 2012).

Come se non bastasse, la natura dell’esplosivo trovato alla Frolich è nota da molto tempo anche ai principali teorici della “pista palestinese”. In una interpellanza urgente si affermava: “il 18 giugno 1982, quindi due anni e mezzo dopo le stragi di Ustica e Bologna e due anni prima della strage del 904, all’aeroporto di Fiumicino veniva fermata per un controllo la cittadina tedesca Christa Margot Frolich trovata in possesso di una valigia contenente due detonatori e tre chili e mezzo di miccia detonante, contenente esplosivo ad alta velocità di tipo Pentrite, una sostanza detonante che entra nella composizione del Semtex” (interpellanza urgente 2-01636 presentata giovedì 28 luglio 2005 da Vincenzo Fragalà nella seduta n.664).

Come è altresì noto, l’ordigno impiegato per la strage di Bologna non era costituito da esplosivo di tipo Pentrite ma “da un esplosivo contenente gelatinato e Compound B” (sentenza secondo processo di Appello sulla strage di Bologna, 16 maggio 1994). E il Compound B, una miscela di tritolo e T4, è roba della Nato.

Terzo punto

Smentito anche dall’amico Gabriele Paradisi sulla circostanza che avrebbe visto Carlos vivere a Parigi nel 1980, come aveva affermato sul Resto del Carlino dell’8 aprile 2012, il parlamentare futurista dieci giorni dopo tenta di salvarsi in corner sostenendo che Carlos “a Parigi aveva un gruppo operativo della sua organizzazione denominata Separat.”

Una presenza stabile in Francia di un nucleo del gruppo Carlos, per altro già ristretto ad un numero molto limitato di componenti, non ha mai trovato conferma nelle lunghe indagini condotte dalla polizia francese. Forse Raisi, sbagliando comunque le date, voleva fare riferimento al periodo di detenzione nel carcere di Fresnes di due esponenti del gruppo Carlos: Bruno Breguet e Magdalena Kopp, detenuti dal febbraio 1982 al maggio e settembre 1985.

Fin qui nulla di nuovo dunque. Si tratta della solita rimasticatura di alcuni elementi utilizzati per dare corpo al depistaggio che vorrebbe orientare le nuove indagini verso la “pista palestinese”. A tale proposito va ricordato che l’OLP, di cui faceva parte integrante il pur critico e marxista Fplp, considerava un piccolo passo positivo la dichiarazione del Consiglio europeo di Venezia del 13 giugno 1980, contestata solo dagli Usa e dal governo israeliano, a favore dell’autodeterminazione del popolo palestinese. Non vi era dunque alcuna ragione di colpire obiettivi italiani da parte di chi aderiva all’OLP.

Quarto punto

La vera novità stavolta è il cinico coinvolgimento da parte di Raisi e dei suoi mandanti di una delle vittime della strage: Mauro Di Vittorio.

Perché proprio Di Vittorio? Semplice: era romano e simpatizzava col “Movimento” di quegli anni. Attribuendogli una precisa identità politica, ovvero quella di militante di Autonomia operaia romana, Raisi intende richiamare ancora una volta la “pista palestinese” che si regge sull’assunto che qui cito:Ricordo che Pifano e altri componenti del gruppo di Via dei Volsci, autonomia romana, furono arrestati con Abu Saleh ad Ortona per i famosi missili che appartenevano all’Fplp e al gruppo Separat, cioè al gruppo di Carlos.”

A quanto risulta, tre autonomi del collettivo del Policlinico (Daniele Pifano, Giorgio Baumgartner e Lusiano Nieri) furono arrestati nel novembre 1979 e poi condannati per il trasporto di due lanciamissili (non i missili) che appartenevano esclusivamente all’Fplp, erano smontati e dovevano essere spediti in Medioriente.

Inoltre il cosiddetto gruppo di Carlos si chiamava Ori (Organizzazione dei rivoluzionari internazionalisti) e non certo Separat (vedasi “A Bologna a colpire furono Cia e Mossad”, Corriere della sera del 23 novembre 2005 ).

Infine, a differenza di quanto sostiene Raisi, quei tre autonomi non “furono arrestati con Abu Saleh ad Ortona”. Abu Anzeh Saleh fu “fermato a Bologna una settimana dopo l’arresto degli autonomi” (pagina 25 del “Dossier strage di Bologna” scritto dagli amici di Raisi).

La vicenda è sufficientemente nota e chiara come quella connessa allo strumentale tentativo del generale Dalla Chiesa che, tanto per produrre un nuovo teorema accusatorio corollario del 7 aprile, fece pressioni su Saleh affinché dichiarasse che quei lanciamissili servivano ad Autonomia in Italia. Ciò detto, non risulta minimamente che il ventiquattrenne Mauro Di Vittorio avesse mai fatto parte del Collettivo del Policlinico in cui militavano i tre autonomi arrestati ad Ortona.

Dalle cronache dell’epoca si evince che era un giovane del movimento di quegli anni. Al funerale venne salutato dai compagni e dalle femministe del suo quartiere, Tor Pignattara. Una scheda biografica è presente sul sito dell’associazione dei familiari delle vittime della strage di Bologna. Il tentativo di coinvolgerlo è dunque una volgare azione di sciacallaggio, in particolare se si tiene conto del fatto che la sorella di Di Vittorio fece passi significativi in favore della coppia Mambro-Fioravanti. Il livello di strumentalizzazione a questo punto raggiunge vertici di cinismo abissale.

Perché tutto questo? Pur di arrivare alla revisione del processo, i due ex militanti dei Nar insieme a Raisi sono disposti a gettare fango in ogni direzione, creando così ennesimi capri espiatori.

Quinto punto

Nel 1983, quasi un anno dopo il mio arresto, conobbi la detenuta Christa Margot Frolich tramite posta controllata dalla censura del carcere. Lei si trovava in cella con una mia coimputata, non parlava affatto bene la lingua italiana, non era mai stata una ballerina, non aveva figli e nel 1980 aveva 38 anni. In altre parole, Christa Margot Frolich non era per niente l’ex ballerina e donna madre tedesca che nell’agosto 1980 fu vista frequentare un albergo di Bologna e che, secondo i testimoni, conosceva alla perfezione la lingua italiana.

Lo stesso discorso vale per Kram. A parte le sue idee politiche antitetiche allo stragismo, un tipo come lui – secondo i documenti anagrafici ben conosciuti da teorici della “pista palestinese” come gli autori di “Dossier strage di Bologna” – non sarebbe certo passato inosservato nella stazione di Bologna del 2 agosto 1980 se avesse lasciato la valigia della strage nella sala d’attesa della seconda classe in cui scoppiò.

Poco prima dell’esplosione — ha detto Rolando Mannocci alla figlia e al fratello accorsi al suo capezzale — ho notato due giovani aggirarsi nella sala. Li ho seguiti per un po’ con lo sguardo. Ho visto che hanno posato un qualche cosa, forse una valigia, proprio nell’angolo dove dieci minuti dopo è avvenuta l’esplosione. Non mi sono insospettito, non c’era alcun motivo perché lo dovessi essere. Erano due come tanti altri. Invece forse…». (La Stampa del 4 agosto 1980).

I giovani, per essere tali, debbono almeno avere un’età sotto i 30 anni. Per poi considerarli “come tanti altri” dovrebbero avere un’altezza media di circa 1 metro e 65 per le ragazze e di circa 1 metro e 75 per i ragazzi.

Tutto ciò significa, a rigor di logica, che Thomas Kram – alto quasi due metri e allora trentaduenne – non era certo uno dei “giovani” – “due come tanti altri” – visti da Rolando Mannocci all’interno della stazione di Bologna il 2 agosto 1980 mentre posavano qualcosa nell’angolo in cui avvenne l’esplosione.

Infine vorrei ricordare a Raisi che la legittima ricerca della verità completa sulla strage di Bologna, che persone come me hanno sempre appoggiato, è cosa diversa dall’avallare depistaggi che di fatto sono la continuazione dello stragismo con altri mezzi.

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Si torturava ieri si tortura oggi… è ancora vero!

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Strage di Bologna, la “pista palestinese” non regge…

Strage di Bologna, la “pista palestinese” non regge e Raisi (Fli) accusa la Procura

Attraverso delle dichiarazioni rilasciate al quotidiano Il Resto del Carlino dell’otto aprile (2012), l’onorevole Enzo Raisi (Futuro e Libertà) lancia numerose accuse rispetto alle modalità con cui la Procura di Bologna sta affrontando il fascicolo bis sulla strage del 2 agosto 1980.
Critica il procuratore capo Roberto Alfonso perché quest’ultimo si sarebbe limitato a chiedere una rogatoria alle autorità competenti per ascoltare Christa Margot Frohlich e Thomas Kram, i due cittadini tedeschi indagati in riferimento alla “pista palestinese”. A dispetto di ogni minima cognizione del diritto nazionale e internazionale, afferma che la Procura avrebbe dovuto spiccare dei “mandati di cattura” verso la Frohich e il Kram.
A differenza del procuratore capo di Bologna, pretende altresì che Carlos, detenuto in Francia, sia ascoltato. Finge così di non sapere che, in un interrogatorio del 2009 condotto dal pm Enrico Cieri, lo stesso Carlos ha già parlato di una pista alternativa a tutte quelle finora avanzate sulla strage del 2 agosto 1980 e, nello specifico, della possibile e diretta responsabilità di settori particolari dei servizi segreti degli Usa e di Israele, un po’ come successe con la strage compiuta dal finto anarchico Gianfranco Bertoli davanti alla Questura di Milano il 17 maggio 1973.
Raisi non accetta inoltre la verità secondo cui, in base a quanto riportato dagli stessi documenti forniti dalle autorità francesi e italiane, l’esplosivo utilizzato per la strage del 2 agosto non è compatibile con quello che sarebbe stato usato – per altro alcuni anni dopo – dal cosiddetto gruppo Carlos in Francia e con quello trovato in una valigia della Frohlich quando quest’ultima, nel 1982, fu tratta in arresto a Fiumicino.
Come se non bastasse, propone un ulteriore scenario: “Una delle vittime della bomba era un ragazzo di Autonomia operaia. Ho saputo da alcune testimonianze che il giorno dopo, nella sala autopsie, andarono due persone, un giovane mediorientale e una ragazza. Passarono in rassegna i corpi e, quando videro il ragazzo, si guardarono in faccia, si spaventarono e tirarono dritto.
Un maresciallo dei carabinieri vide tutto e li chiamò, ma loro uscirono di corsa e sparirono. Chi erano quei due? E perché il ragazzo di Autonomia operaia aveva in tasca un biglietto della metro di Parigi, città dove all’epoca viveva Carlos?”. (Il Resto del Carlino, 8 aprile 2012).
In realtà, nel 1980 Carlos non viveva in Francia, paese da cui era fuggito nel 1975 dopo una sparatoria conclusasi con la morte di due poliziotti, e le organizzazioni palestinesi – specie dopo la riunione a Venezia del Consiglio europeo che il 13 giugno elaborò una dichiarazione a favore dell’autodeterminazione del popolo palestinese – non avevano neanche il benché minimo motivo per compiere un attentato stragista a Bologna.
Questa è la verità storica. Non sembrerebbe perciò necessario dover aggiungere altro a commento delle fantasie di Raisi ma tutte le bugie vanno sempre contrastate in tempo prima che diventino un ulteriore depistaggio. Per questo motivo dobbiamo dire a chiare lettere che le affermazioni raisiane costituiscono dei sospetti privi di fondamento.
Il ragazzo morto a cui si riferisce il parlamentare di Futuro e Libertà forse era stato un giovane del movimento del 1977. In ogni caso, stando a quanto riportarono alcuni quotidiani allorché fu riconosciuto il suo cadavere, sostituì il padre deceduto per aiutare la madre e la famiglia, intraprese delle attività lavorative in giro per l’Italia e a Londra e, senza dubbio, nel 1980 non aveva più il tempo libero per effettuare una qualche forma di attività politica.
Come tutti sanno o dovrebbero sapere, dopo la strage del 2 agosto furono svolte anche delle indagini per capire se fra le vittime ci fossero dei possibili responsabili del crimine. Non se ne trovò nessuno fra quelle decedute e, anni dopo, ne fu trovato solo uno fra le persone ferite. Si chiamava Sergio Picciafuoco ed era un personaggio, proprio come Bertoli, dal carattere fragile e dalla mentalità mercenaria. Al di là di queste caratteristiche, suscettibili di essere poco precise, contano comunque i fatti. Ad esempio, pochi ricordano che in carcere, durante il processo di appello che si svolgeva a Bologna ed in cui era imputato, Picciafuoco ricevette un significativo aiuto dal faccendiere e depistatore reaganiano Francesco Pazienza, ex dirigente del Sismi.
Nella sentenza del processo d’Appello datata 18 luglio 1990 si parla infatti della “memoria indirizzata dal Pazienza al Direttore Generale degli Istituti di Prevenzione e Pena. In essa riferiva il Pazienza di avere appreso dal Picciafuoco che costui, nel 1985, essendo detenuto all’Asinara, aveva potuto incontrare “tre misteriosi personaggi” che gli avevano promesso due o tre miliardi ed un passaporto per espatriare in Sudamerica, in cambio di una conferma da parte sua delle “assai improbabili teorie sviluppate dal G.I. e dal P.M. di Bologna”.
Queste rivelazioni il Picciafuoco le aveva fatte durante una pausa delle udienze innanzi alla Corte di Assise di Bologna. Interpellato in merito al contenuto della lettera del Pazienza, il Picciafuoco confermava le cose riferite …” .
Grazie anche a quella memoria scritta da Francesco Pazienza, Picciafuoco venne assolto dalla Corte d’Assise d’appello di Bologna del suddetto processo. E la sua posizione giudiziaria, condizionata da alterne vicende, cinque anni dopo fu stralciata per passare sotto la competenza di un tribunale di Firenze, dove alla fine trovò la più completa assoluzione.
Diversi indizi e troppe coincidenze facevano supporre che Picciafuoco, latitante per circa dieci anni prima dell’arresto avvenuto nel 1981 e frequentatore di alcuni ambienti dell’estrema destra, potrebbe essere stato un collaboratore dei servizi segreti militari ma su questo punto nessuno fece delle approfondite indagini.
Tutto ciò significa che la verità giudiziaria sulla strage di Bologna cercò di avvicinarsi alla verità storica ma fu ostacolata in mille modi, anche dentro le carceri, dai depistatori di Stato e da persone a suo tempo imputate, ma ormai morte, come lo stesso Sergio Picciafuoco e Carlo Digilio, il tecnico delle stragi di Piazza Fontana e di Brescia che fu collaboratore dei servizi segreti militari Usa dal 1966 al 1982.
Quest’ultimo a metà degli anni 90 si “pentì” e fece ampie confessioni esclusivamente rispetto ai reati che erano andati in prescrizione. Non certo rispetto a quelli per cui, come nel caso della strage di Bologna del 1980, avrebbe rischiato una lunga pena detentiva.

di Sandro Padula  da:  Ristretti Orizzonti, 16 aprile 2012
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Presentazione sabato 21 aprile a Via Appia Nuova 357- Roma

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Resistenza di un operaio internato in un Ospedale Psichiatrico Giudiziario, 1982

Lettera da un Ospedale Psichiatrico Giudiziario (Opg). Reggio Emilia, 1982 (1)

 Ti scrivo proprio per sfogarmi un po’ (forse un po’ di egoismo). So che in queste condizioni non posso dirti molto interessante. Oggi è lunedì ed è cominciata un’altra settimana di tortura. Mi stuzzicano sempre; avevo passato qualche giorno tranquillo e mi ero illuso di cercare un minimo di equilibrio: mi sono sbagliato di grosso. Ho l’impressione che mi vogliano morto a tutti i costi, chiunque è capace di farmi sbandare e farmi fare quello che vuole. Tante volte mi chiedo perché si accaniscono così tanto contro di me. Tu che sei ancora in fabbrica perché non provi a parlare con il Consiglio di Fabbrica (CdF), o con la gente disposta ad interessarsi di me? Può darsi che non lo merito, non lo so neppure io.  Ho capito che vogliono ammazzarmi e l’ho capito da un pezzo. Ho perso persino la mia identità reale perché non ho più la realtà delle cose: quando mi faccio forza è perché penso al mio passato, al contributo che ho dato alle lotte dei lavoratori, ma l’identità che cercano di appiopparmi non è la mia, mi vogliono imporre un’identità loro. Sto facendo tutti gli sforzi per tornare ad essere un compagno (mi è stato fatto il lavaggio del cervello). Mi riferisco all’operaio compagno che ero, ma questo mi viene impedito con la tortura quotidiana; fanno di tutto per non farmi leggere il giornale, l’ho già detto un sacco di volte. Non capisco perché ogni gesto, anche il più innocente, debba significare qualcosa per gli altri. Perché mi hanno ridotto così e perché mi hanno fatto il lavaggio del cervello… forse non farò in tempo a capirlo e mi ammazzano prima o mi fanno impazzire.

A volte chiedo di aiutarmi a tornare ad essere un compagno operaio, quello che ero prima che mi arrestassero. Vorrei che tu dicessi agli operai che gli anni più belli della mia vita li ho sacrificati per difendere gli interessi dei lavoratori con tutti i pregi e i difetti che mi sono portato in dodici anni di vita a Milano.

Diteglielo agli operai che mi stanno ammazzando. Ho commesso molti errori, ma è anche vero che mi sono battuto per difendere i lavoratori.

Ho scritto una lettera al CdF, è arrivata? Hai saputo qualcosa? In quella lettera chiedevo di aprire un dialogo, volevo che mi informassero sulla fabbrica, invece non ho avuto nessuna risposta. Non capirò mai perché intorno a me si è scatenato quello che si è scatenato; perché mi hanno assegnato questo posto da torturato? Per questo penso che non ce la posso fare, perché non sto lottando per difendere un ideale, ma per resistere qui dentro, giorno per giorno. Ovviamente quando mi tartassano troppo perdo ogni interesse e non ce la faccio neppure a impegnarmi nelle letture, che sono la cosa più produttiva in questi posti. Se mi ammazzano o impazzisco diteglielo agli operai che volevo stare con loro, lottare insieme a loro e vivere da operaio con quel poco di libertà di cui potevo disporre e con quei pochi soldi che prendevo. Ho tanta voglia di vivere e sento che non ce la posso fare perché su di me si sono coalizzate forze troppo potenti che mi distruggono ad ogni tentativo di reazione. Ti ho già detto che ogni piccolo gesto significa qualcosa per gli altri. Quanto posso durare in queste condizioni? Si attaccano a tutto: sono successi fatti così gravi che mi hanno posto dentro dimensioni ideologiche lontane da me. Te lo dico perché tu dica agli operai che ero un proletario compagno prima che mi arrestassero e vorrei tornare ad esserlo. Se mi ammazzano è solo per questo. Quando mi ribello è solo perché me ne fanno troppe.

Ho capito che mi hanno dato l’ergastolo o la condanna a morte. Il guaio è che sono loro a determinare la mia coscienza. Ho perso l’equilibrio, credo che mi assorbono anche questo tipo di lettere. Ho scritto lettere di una diversità enorme in questi ultimi mesi e non ho più fiducia in niente. Mi fa piacere sentire le tue parole quando mi dici di reagire. Mi è rimasta solo la forza di sopravvivenza e mi vergogno a dire qualcosa. Spero che un giorno riuscirò a trovare la strada giusta, sempre che mi sia possibile. Sappi che non mi farò mai del male da solo. Se mi succede qualsiasi cosa la responsabilità è loro. Ora ti saluto, so di essere stato molto confuso, ho ancora la fortuna che la notte dormo e allora riesco a trovare la forza per sopportare il giorno.

Ciao, bacioni. P.S. Quando rispondi parlami della fabbrica, che mi fa piacere.

—-

(1) In Maria Rita Prette (a cura di ), Il carcere speciale.  Sensibile alle foglie 2006
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La “pericolosità sociale”

“Tutta la penalità del secolo XIX diventa un controllo che non pone in dubbio se ciò che fanno gli individui è d’accordo o no con la legge, ma che interviene piuttosto al livello di ciò che possono fare, sono capaci di fare, sono disposti a fare, sono sul punto di fare. […]

La grande lezione della criminologia e delle penalità del fine del secolo XIX  fu la concezione scandalosa in termini di teoria penale, di pericolosità. La nozione di pericolosità significa che l’individuo deve essere considerato dalla società al livello delle sue possibilità e non dei suoi atti, non al livello delle infrazioni effettive ad una legge anche effettiva , ma delle possibilità di comportamento che esse rappresentano.”

M. Foucault, La verità e le forme giuridiche, Napoli 2007

“[il manicomio criminale] non è, come si crede, un alleviamento delle pene, perché se toglie di mezzo l’infamia, sostituisce alla reclusione temporanea quella perpetua, che è ben più severa e sicura; e quanto più un delinquente è pazzo tanto più presto e più seriamente ce ne premunisce”

Cesare Lombroso, Delitto, genio, follia  Scritti scelti
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Chiudiamo i manicomi criminali? NO! Lo impedisce il codice penale fascista ancora in vigore

Il Decreto legge (D.L.) 22 dicembre 2011 n. 211 convertito con legge 9 del 17 febbraio 2012 prevede che, entro febbraio 2013, gli Opg siano chiusi e i circa 1.400 internati siano presi in carico dalle regioni e ospitati in strutture più piccole, le cui caratteristiche devono essere stabilite dal decreto attuativo.

Si rischia l’apertura di una deriva neo-manicomiale!

«L’ultima bozza di decreto per applicare la nuova legge (9/2012) sugli Ospedali psichiatrici giudiziari stabilisce che le strutture residenziali in cui ricoverare gli attuali internati negli Opg potranno essere realizzate e gestite dalle Aziende sanitarie, tramite i dipartimenti di salute mentale (Dsm), o dal privato sociale e imprenditoriale. Si rischia addirittura il business….

è inquietante l’idea che potrebbero essere soggetti privati a realizzare e gestire strutture detentive». E’ la denuncia del Comitato “Stop Opg (costituito da una trentina di organizzazioni tra le quali Antigone, Cnca, Gruppo Abele, Cgil nazionale, Fondazione Zancan, Psichiatria democratica, Cittadinanzattiva, Auser, Arci, Forum droghe)

Per il Comitato si tratta di «un disastro, uno stravolgimento di quello che doveva essere il processo di superamento degli Opg».

Secondo “Stop Opg” la prospettiva è la seguente: «Finché non cambierà finalmente la legge sull’imputabilità del “folle reo” e sulla “pericolosità sociale”, senza una vera presa in carico dei Dipartimenti di Salute Mentale per offrire percorsi individuali di assistenza …gli internati saranno inevitabilmente trasferiti nelle nuove strutture manicomiali (ora perfino private), dove la magistratura continuerà a disporre l’esecuzione della misura di sicurezza».

Dario Stefano dell’Aquila (Antigone Campania) «…i problemi che sembravano risolti si riaprono tutti. Perché il rischio che dalla chiusura degli Opg nascano, per gemmazione, piccoli manicomi residenziali è molto alto. Prima di tutto perché la norma non ha inciso sul meccanismo delle misure di sicurezza…..  il superamento di un Opg passa per il superamento dei dispositivi psichiatrici e giuridici che determinano un internamento privo di qualsiasi termine e al di fuori di ogni garanzia. È ancora possibile, in questa fase, ragionare per cogliere fino in fondo la grande opportunità che il termine della chiusura oggi ci offre».

«La soluzione finale si potrà avere solo con una modifica del codice penale – spiega Ignazio Marino, presidente della Commissione d’inchiesta del Senato sul Ssn,… »

Anche per Sergio Moccia, docente di Diritto penale dell’università Federico II di Napoli, è necessario «…cambiare il codice penale (c.p.), ma purtroppo non c’è alcuna volontà politica di farlo realmente. Ma bisogna intervenire, anche perché il ricorso agli Opg sta diventando sempre più frequente, anche per semplici casi di disagio mentale».

Per Stefano Rotelli, psichiatra basagliano, « …la norma dello svuota-carceri è sbagliata e pericolosa e il rischio è che vengano inviate nelle nuove strutture che saranno realizzate persone prive di requisiti, che si finisca per costruire tanti mini-opg».

 Nel Codice penale sono contenute le                                    misure di sicurezza e la pericolosità sociale

Le misure di sicurezza sono un’innovazione predisposte dal guardasigilli fascista Rocco e rappresentano la forma con la quale il codice penale del 1930 ha concretizzato la teoria del doppio binario secondo cui mentre la pena doveva assolvere alla funzione di retribuire il reo per il reato commesso, la misura di sicurezza aveva la funzione di prevenire il pericolo di un’ulteriore condotta criminale (artt. 49  e 115 c.p.).

Anche la nozione di pericolosità sociale fa ingresso nell’ordinamento giuridico italiano con lo stesso codice fascista del 1930. L’art. 203 comma 2  c.p., stabilisce che “la qualità di persona socialmente pericolosa si desume dalle circostanze indicate nell’art. 133 c.p.”. Di conseguenza l’accertamento della pericolosità deve essere compiuto attraverso l’integrale ricognizione di tutti i fattori che riguardano non solo la gravità del reato, ma anche la capacità a delinquere del reo. Si applicano anche ai soggetti non imputabili. La durata della loro applicazione è fissata dalla legge nel minimo, ma resta indeterminata nel massimo. Se la pericolosità persiste, la misura viene rinnovata in continuazione.

Gli elementi indizianti di pericolosità, rilevanti ai fini della capacità a delinquere del reo, sono, ai sensi dell’art. 133 c.p. i motivi a delinquere ed il carattere del reo; i precedenti penali e giudiziari e in genere la condotta e la vita del reo antecedenti al reato; la condotta contemporanea o susseguente al reato; le condizioni di vita individuale, familiare e sociale del reo.

Avevano dunque ragione i detenuti che nelle rivolte degli anni Settanta chiedevano l’abolizione del codice penale fascista. Eppure a distanza di quasi 70 anni è ancora in vigore, apprezzato da tutti i partiti parlamentari.  (vedi i post a, b, c :

Nell’Opg di Aversa vi sono reclusi 77 persone che hanno la residenza nella regione Lazio, verranno dunque inseriti nelle “strutture” di mini Opg predisposte in questa regione.

Intanto nelle carceri di questo paese, dove sono ammassati 66.695 (di cui 2.863 donne), a fronte di una capienza regolamentare di 45.743 posti, circa 3.500 – 4.000 di questi sono soggetti ad una sorta di contenimento chimico nelle carceri italiane, a causa del massiccio uso di psico-farmaci (è una denuncia del sindacato Osapp della polizia penitenziaria). Nei reparti sovraffollati si fa grande uso di psicofarmaci: si consumano ettolitri di valium, si somministrano gli antipsicotici e gli ipnotici, gli antidepressivi e gli oppiacei (subtex), le benzodiazepine e gli stabilizzatori dell’umor e tranquillanti (rivotril).

Contro l’espandersi del controllo psichiatrico e della deriva manicomiale è necessaria una grande mobilitazione dentro e fuori le carceri per l’abolizione del codice penale fascista e, con esso, le sue criminali e infami norme.

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Lotte nelle carceri francesi 1983

    

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