Resistenza di un operaio internato in un Ospedale Psichiatrico Giudiziario, 1982

Lettera da un Ospedale Psichiatrico Giudiziario (Opg). Reggio Emilia, 1982 (1)

 Ti scrivo proprio per sfogarmi un po’ (forse un po’ di egoismo). So che in queste condizioni non posso dirti molto interessante. Oggi è lunedì ed è cominciata un’altra settimana di tortura. Mi stuzzicano sempre; avevo passato qualche giorno tranquillo e mi ero illuso di cercare un minimo di equilibrio: mi sono sbagliato di grosso. Ho l’impressione che mi vogliano morto a tutti i costi, chiunque è capace di farmi sbandare e farmi fare quello che vuole. Tante volte mi chiedo perché si accaniscono così tanto contro di me. Tu che sei ancora in fabbrica perché non provi a parlare con il Consiglio di Fabbrica (CdF), o con la gente disposta ad interessarsi di me? Può darsi che non lo merito, non lo so neppure io.  Ho capito che vogliono ammazzarmi e l’ho capito da un pezzo. Ho perso persino la mia identità reale perché non ho più la realtà delle cose: quando mi faccio forza è perché penso al mio passato, al contributo che ho dato alle lotte dei lavoratori, ma l’identità che cercano di appiopparmi non è la mia, mi vogliono imporre un’identità loro. Sto facendo tutti gli sforzi per tornare ad essere un compagno (mi è stato fatto il lavaggio del cervello). Mi riferisco all’operaio compagno che ero, ma questo mi viene impedito con la tortura quotidiana; fanno di tutto per non farmi leggere il giornale, l’ho già detto un sacco di volte. Non capisco perché ogni gesto, anche il più innocente, debba significare qualcosa per gli altri. Perché mi hanno ridotto così e perché mi hanno fatto il lavaggio del cervello… forse non farò in tempo a capirlo e mi ammazzano prima o mi fanno impazzire.

A volte chiedo di aiutarmi a tornare ad essere un compagno operaio, quello che ero prima che mi arrestassero. Vorrei che tu dicessi agli operai che gli anni più belli della mia vita li ho sacrificati per difendere gli interessi dei lavoratori con tutti i pregi e i difetti che mi sono portato in dodici anni di vita a Milano.

Diteglielo agli operai che mi stanno ammazzando. Ho commesso molti errori, ma è anche vero che mi sono battuto per difendere i lavoratori.

Ho scritto una lettera al CdF, è arrivata? Hai saputo qualcosa? In quella lettera chiedevo di aprire un dialogo, volevo che mi informassero sulla fabbrica, invece non ho avuto nessuna risposta. Non capirò mai perché intorno a me si è scatenato quello che si è scatenato; perché mi hanno assegnato questo posto da torturato? Per questo penso che non ce la posso fare, perché non sto lottando per difendere un ideale, ma per resistere qui dentro, giorno per giorno. Ovviamente quando mi tartassano troppo perdo ogni interesse e non ce la faccio neppure a impegnarmi nelle letture, che sono la cosa più produttiva in questi posti. Se mi ammazzano o impazzisco diteglielo agli operai che volevo stare con loro, lottare insieme a loro e vivere da operaio con quel poco di libertà di cui potevo disporre e con quei pochi soldi che prendevo. Ho tanta voglia di vivere e sento che non ce la posso fare perché su di me si sono coalizzate forze troppo potenti che mi distruggono ad ogni tentativo di reazione. Ti ho già detto che ogni piccolo gesto significa qualcosa per gli altri. Quanto posso durare in queste condizioni? Si attaccano a tutto: sono successi fatti così gravi che mi hanno posto dentro dimensioni ideologiche lontane da me. Te lo dico perché tu dica agli operai che ero un proletario compagno prima che mi arrestassero e vorrei tornare ad esserlo. Se mi ammazzano è solo per questo. Quando mi ribello è solo perché me ne fanno troppe.

Ho capito che mi hanno dato l’ergastolo o la condanna a morte. Il guaio è che sono loro a determinare la mia coscienza. Ho perso l’equilibrio, credo che mi assorbono anche questo tipo di lettere. Ho scritto lettere di una diversità enorme in questi ultimi mesi e non ho più fiducia in niente. Mi fa piacere sentire le tue parole quando mi dici di reagire. Mi è rimasta solo la forza di sopravvivenza e mi vergogno a dire qualcosa. Spero che un giorno riuscirò a trovare la strada giusta, sempre che mi sia possibile. Sappi che non mi farò mai del male da solo. Se mi succede qualsiasi cosa la responsabilità è loro. Ora ti saluto, so di essere stato molto confuso, ho ancora la fortuna che la notte dormo e allora riesco a trovare la forza per sopportare il giorno.

Ciao, bacioni. P.S. Quando rispondi parlami della fabbrica, che mi fa piacere.

—-

(1) In Maria Rita Prette (a cura di ), Il carcere speciale.  Sensibile alle foglie 2006
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Una risposta a Resistenza di un operaio internato in un Ospedale Psichiatrico Giudiziario, 1982

  1. gianni ha detto:

    Oggi è il 25 aprile 2012 e soltanto oggi riapro il computer per leggere la corrispondenza ricevuta nell’ultimo mese per cause tecniche ed economiche..e porca Ma….ti vo a leggere prima di tutto Maelstrom e Baruda!!che sofferenza leggere tutte le testimonianze che riportate ed è doloroso avere la condanna al contrappasso della nostra esistenza…ma è con orgoglio che vi dico: “Siamo stati giudicati degli assassini, ma degli assassini che si sono schierati dalla parte giusta” Spero tanto che questo commento possa leggerlo il compagno della testimonianza sopra riportata, che oggi sia libero , in buona salute e sorretto dalla nostra solidarietà passata e presente. Gianni

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