ore 7,39 del 9 maggio 1976, Ulrike Meinhof viene suicidata dallo Stato della Germania Ovest

Il 9 maggio 1976 la mattina alle 7,39 Ulrike Meinhof viene trovata impiccata nella sua cella. La corda era fatta da pezzi dell’asciugamano. Il corpo fu rimosso in fretta, nessuno poté vederlo.  L’autopsia viene condotta senza la presenza di un legale della famiglia della vittima né un medico di fiducia…. Vedi qui e qui e qui

*** Negli anni Settanta alcuni gruppi di donne e di compagne si organizzarono sul terreno della lotta armata. Alcune sigle:    “Violenza femminista”, “Donne combattenti per il comunismo”, “Alcuni collettivi femministi”, oppure semplicemente con uno slogan: “Organizziamoci contro il potere nemico”, “Streghe fuori, streghe dentro, siamo tutte nel movimento”, “Bruciamo i covi della nostra oppressione”.

Da alcuni loro documenti:

“Non è vero che la violenza è estranea alle donne, da sempre la subiscono! Si tratta della violenza con cui ci hanno espropriato di tutto: corpo, mente, affetti; vita è la paura che ci ha fatto accettare di vivere di rinunce. Rompiamo questa violenza su di noi per arrivare ad esercitare una violenza finalmente liberatoria, una capacità offensiva che è l’unico mezzo per rompere questo cerchio di oppressione che ci circonda, per potere cominciare finalmente a vivere i nostri desideri” …

“Ci autodeterminiamo come soggetti della nostra liberazione nel progetto generale di distruzione dello Stato… Liberiamo le nostre forze contro chi ci vuole sottomesse: non schiave del nuovo comando nemico, non moderni angeli del focolare…”

Io sono conservazione, autoconservazione, vita quotidiana, adattamento, mediazione dei conflitti, assopimento delle tensioni, sopravvivenza dei miei oggetti d’amore, nutrimento cibo; io sono tutto questo contro me stessa , contro la possibilità di capire chi sono e di costruirmi la mia vita , io sono nella mia pazzia, nella mia autodistruzione. Allora mi guardo dentro e cerco di smettere di pensare ciò che è bene e ciò che è male, al giusto o sbagliato… Sento il bisogno di rompermi, di spaccarmi, di non pensarmi sempre in continuo con la mia storia. Forse perché la mia storia non ce l’ho, forse perché tutto quello che mi viene davanti agli occhi come storia mi sembra qualcosa di altri, mi sembra un abito che mi è stato messo addosso e di cui faccio fatica a svestirmi… Allora cominci a pensare come rompermi, spaccarmi, sezionarmi, riscoprirmi, ricercarmi nella nostra ricerca collettiva nella nostra possibilità, utopia collettiva, vuol dire esprimere spaccatura, rottura contro il potere… vuol dire che non posso rompere con la mia rassegnazione e subordinazione se insieme non rompo contro i nemici che ho individuato, se non riconosco e tiro fuori la mia rabbia, la mia violenza contro l’ideologia e l’apparato di violenza che mi opprime… se non ritrovo con le altre la mia voglia di uscire,di attaccare, di distruggere… Ecco distruggere abbattere tutti i muri le barriere…”

“Con queste parole si dichiara dunque guerra all’immagine della donna eternamente passiva, marginale, inesistente”….

Le frasi fra virgolette sono tratte dall’ultimo capitolo del libro “ Mara e le altre” di Ida Faré e Franca Spirito, Feltrinelli 1979

Con amore e rispetto per le compagne e le donne che si rifiutano di subire e si ribellano!

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Un documento politico del 1975 scritto dai detenuti

dalle carceri:

un documento di analisi politica del 1975 scritto dai detenuti

l’inasprimento dello scontro nelle galere tra movimento dei detenuti e stato; e i compiti per il proletariato detenuto

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40 anni fa lo Stato uccideva Franco Serantini, 35 anni fa lo Stato uccideva Giorgiana Masi…-

Per non dimenticare

Appello per una giornata di lotta e solidarietà nel 35° anniversario dell’assassinio di Giorgiana Masi,

Sabato 12 maggio 2012

Il 12 maggio del 1977 le squadre speciali dell’allora ministro dell’Interno Francesco Kossiga assassinavano Giorgiana Masi, compagna femminista del Movimento che era scesa in piazza insieme a tante e tanti altri, nell’anniversario della vittoria referendaria sul divorzio, sfidando il divieto di manifestare imposto dal governo dopo la morte, il 21 aprile, dell’agente Passamonti nel corso di scontri di piazza.

Quel 12 maggio migliaia di compagne e compagni si ripresero il diritto di manifestare con brevi cortei e fortunose barricate, le forze di polizia risposero sparando candelotti lacrimogeni e colpi di arma da fuoco. Picchiati e maltrattati anche numerosi fotografi, giornalisti e passanti. Con il passare delle ore la resistenza della piazza si fece più decisa anche con il lancio di molotov.

In serata, pochi minuti prima delle 20, durante l’ennesima carica della polizia, due compagne vennero raggiunte da proiettili sparati da Ponte Garibaldi, dove erano attestati poliziotti e carabinieri. Elena Ascione rimase ferita a una gamba. Giorgiana Masi, 19 anni, studentessa del liceo Pasteur, venne centrata alla schiena. Morì durante il trasporto in ospedale.
Le chiare responsabilità emerse a carico di polizia, questore, Ministro dell’Interno, porteranno il governo con la complicità vergognosa del Pci a intessere una fitta trama di omertà e menzogne. Cossiga, dopo aver elogiato il 13 maggio in Parlamento “il grande senso di prudenza e moderazione” delle forze dell’ordine, modificherà più volte la propria versione dei fatti. Costretto dall’evidenza ad ammettere la presenza delle squadre speciali – tra gli uomini in borghese armati furono riconosciuti il commissario Gianni Carnevale e l’agente della squadra mobile Giovanni Santone – continuerà però a negare che la polizia abbia sparato, pur se smentito da vari testimoni e dalle inequivocabili immagini di foto e filmati. L’inchiesta per l’omicidio si concluse nel 1981 con una sentenza di archiviazione del giudice istruttore Claudio D’Angelo “per essere rimasti ignoti i responsabili del reato”.

Questa, in breve, la storia di quella giornata.

Sono passati 35 anni e una domanda si impone:

Perché da almeno 15 anni non si svolge una manifestazione nazionale in ricordo di Giorgiana?
Poiché da almeno 10 anni non si svolge neanche più un corteo cittadino?

Oggi si impone uno scatto di coscienza. In questi ultimi tempi assistiamo a una crescente repressione dello Stato contro i movimenti; movimenti diversi per pratiche e ispirazione, ma tutti mossi da una critica della società esistente, una critica in via di radicalizzazione, stante le chiusure dei poteri.

Ebbene, in questo 2012 è bene costruire una grande giornata di lotta alla repressione e di solidarietà con chi viene colpito.

Il numero dei compagni e delle compagne, di tanti ragazzi e ragazze, arrestati perché socialmente non disciplinati, sale ogni giorno. Gli\le arrestati\e del 15 ottobre hanno passato settimane o mesi nelle patrie galere o ai domiciliari e sono stati condannati\e a pene esemplari per il semplice reato di resistenza aggravata. Uno di loro, Giovanni, si trova ancora in carcere a Velletri.

I militanti NO TAV, di cui alcuni ancora in carcere, arrestati lo scorso 26 gennaio, stanno pagando una lotta di massa, che questa sì, sta unificando settori sociali in lotta, mentre aumentano sempre più le manganellate distribuite in tutta la penisola ogni qual volta si scende in piazza per difendere la propria dignità e i propri bisogni collettivi.

Proponiamo quindi di organizzare una Assemblea Cittadina che promuova, CON LA  unitariamente una giornata di lotta e solidarietà per Sabato 12 Maggio 2012

Per mettere insieme, idealmente e materialmente, la solidarietà con glie\le arrestati\e e condannati del 15 ottobre con gli\le arrestati\e NO TAV, passando per tutte/i le denunciate/i  e arrestate\i.

Per ricordare Giorgiana

Evasioni – Rete contro il carcere, i Cie e la repressione

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La solidarietà è un’arma… se la si utilizza!

1983, si sciopera all’Alfa Romeo contro l’arresto di un compagno operaio

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Il Primo Maggio per un nuovo Internazionalismo!

Intervista rilasciata a Annalisa Melandri per:  La Pluma.net  agencia APP

Leggila in castigliano  qui   e  qui

In italiano la puoi leggere qui sotto:

Il Primo Maggio per un nuovo Internazionalismo!

Chicago 1886

Intervista a Salvatore Ricciardi*

di Annalisa Melandri, contributo speciale per La Pluma

A.M. – Salvatore, ci racconti cosa ha rappresentato il Primo Maggio per i lavoratori italiani negli anni passati?

S.R. — Ricordare il 1° maggio e ciò che ha significato per i lavoratori, è oggi un ricordo amaro. Questi sono anni in cui l’offensiva capitalista-neoliberista cerca di distruggere le conquiste dei lavoratori dei decenni passati. È ancor più amaro ricordarlo perché le organizzazioni sindacali maggioritarie, invece di organizzare un fronte di lotta per difendere quelle conquiste e contrattaccare sugli obiettivi operai, al contrario retrocedono in omaggio alle esigenze del profitto capitalistico, distruggendo perfino i simboli di oltre cento anni di avanzata operaia. Per i lavoratori italiani e non solo, il 1° maggio ha rappresentato il simbolo del riscatto operaio. Il non dover più subire; drizzare la schiena; non togliersi il cappello quando passava il “padrone”; non tremare di fronte al “capoccia”; non dover aspettare che il “domani migliore” ce lo regalasse la provvidenza, ma conquistarlo con la lotta giorno dopo giorno. E soprattutto ha significato la presa di coscienza del fatto che un  lavoratore da solo può far poco, ma uniti e organizzati invece possono essere una forza inarrestabile di trasformazione sociale. Continua a leggere

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La classe operaia nel mondo per il PRIMO MAGGIO

Alcune foto delle manifestazioni operaie nel mondo in questo Primo maggio 2012

Vedi altre foto qui

Altre foto e notizie le potete vedere qui:

http://nutopia2sergiofalcone.blogspot.it/2012/05/solidarite-ouvriere-photos-de-la.html

http://nutopia2sergiofalcone.blogspot.it/2012/05/anthropologie-du-present-1-mai-occupy_1391.html

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BUON PRIMO MAGGIO… DI LOTTA!

Il PRIMO MAGGIO simboleggia la lotta per la riduzione dell’orario di lavoro!
*nel 1886 iniziava la battaglia per la riduzione dell’orario di lavoro a non più di 8 ore;
*tra la fine del 1800 e l’inizio del 1900 in tutti  i paesi si raggiunse l’orario di 9 ore;
*in Italia le otto ore furono sancite per legge nel 1923;
*oggi si lavora più di cinquant’anni fa!;
*invece si dovrebbe lavorare non più di 20 ore settimanali;
non c’è niente da festeggiare c’è solo da riprendere la lotta col massimo di determinazione!

PER ABBATTERE IL CAPITALISMO !!!

 

 

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Ancora sul “Dossier Strage di Bologna”

Strage di Bologna: le due varianti della pista palestinese ormai si negano a vicenda.

di Sandro Padula
Nella polemica fra me e l’onorevole Raisi, incentrata su cinque punti e sviluppatasi su Internet, ho cercato di evidenziare le contraddizioni antitetiche fra due varianti della “pista palestinese”: l’ipotesi dell’incidente, sostenuta dallo stesso Raisi, e l’ipotesi di una “ritorsione contro il governo italiano” che sarebbe stata causata dall’arresto, avvenuto nel novembre 1979, di  Abu Saleh, un membro del’Fplp di George Habash.
Adesso gli autori di “Dossier Strage di Bologna”, sostenitori della seconda ipotesi, tentano di nascondere il carattere inconciliabile di quelle due varianti e puntano ad affrontare questioni che non c’entrano letteralmente nulla con il tema in discussione.
Tanto per fare un esempio, cercano di dimostrare che le Br furono eterodirette, in ciò ripetendo il teorema del Kgb e di Pecchioli del Pci che, mentre ufficialmente accusavano i settori neoconservatori della Cia, pensavano che all’origine della lotta armata nell’Italia degli anni ’70 ci fosse qualche vecchio militante della Volante Rossa esiliato in Cecoslovacchia con l’aiuto dello stesso Pci.
I russi del Kgb, coscienti già negli anni ’70 che il blocco dell’est avrebbe fatto una brutta fine, in Europa cercavano a malapena di mantenere la propria sfera di influenza nella parte orientale del continente. Il Pci di Pecchioli invece – fra le varie cose – fece leva  su quel teorema per sganciarsi sempre più dal blocco dell’Est e dal proprio passato filorusso per diventare una specie di frazione italica del “partito democratico”  statunitense.
Le menzogne del Kgb e del Pci di Pecchioli sulle Br erano strumentali ma dettate da divergenti linee politiche.
Gli studiosi di storia dovrebbero approfondire l’analisi di tali dinamiche ma, al di là delle loro opinioni, debbono riconoscere che  il fenomeno brigatista non ha niente a che vedere né con Carlos (e il signor Bellini, un autonomo creativo tirato in ballo dagli autori di “Dossier Strage di Bologna” come presunto collegamento fra Carlos e le Br) né tantomeno con la strage di Bologna.
Torniamo perciò ai cinque punti della controversia fra me e Raisi. Per comodità di esposizione chiamerò variante 1 l’ipotesi di Raisi e variante 2 l’ipotesi degli autori di “Dossier Strage di Bologna”.

Primo Punto

Secondo Raisi, il signor Carlos avrebbe fatto “scena muta” all’interrogatorio con il pm Cieri nel 2009. I sostenitori della variante 2 dicono invece l’esatto contrario. Chi ha ragione?  A me non interessa nulla di quello che fa Carlos. Desidero soltanto sottolineare che delle due l’una: o dice la verità Raisi o dicono la verità i fans della variante 2.
La documentazione e la logica ci danno una sola risposta. Non è vero che Carlos fece “scena muta” con il pm Cieri nel 2009. Il presupposto della variante 1 è quindi totalmente falso e smentito da amici dello stesso Raisi come gli autori di “Dossier Strage di Bologna”, cioè dai massimi esponenti della variante 2.
Non mi pare il caso di continuare a discutere sul primo punto. I fatti dimostrano che la variante 1 è sbagliata fin dall’inizio.
Negli ultimi tempi Raisi ha capito che il movente  di cui parlano gli autori di “Dossier Strage di Bologna” è storicamente e politicamente infondato e allora cerca di rielaborare la variante dell’“incidente”.  In tale operazione però sbaglia tutto fin dal principio e questa circostanza è davanti agli occhi di ognuno di noi.

Secondo punto

Secondo l’onorevole Raisi non sarebbe stato mai fatto nessun paragone fra il materiale sequestrato alla Frohlich all’aeroporto di Fiumicino nel 1982 e quello usato nella strage di Bologna del 2 agosto 1980.
A tale proposito, nel precedente scritto di critica al teorema di Raisi, ho citato tre fonti che – lette insieme – smentiscono questa affermazione e negano l’esistenza di una compatibilità fra il primo e il secondo materiale esplosivo: un articolo del Resto del Carlino del 6 aprile 2012, la sentenza del secondo processo di Appello sulla strage di Bologna del 16 maggio 1994 e l’interpellanza urgente 2-01636 presentata giovedì 28 luglio 2005 da Vincenzo Fragalà nella seduta n.664.
Ho scelto solo alcune delle fonti che, oltre a non avere nulla a che fare con me, sono considerate attendibili da Raisi e perfino dai teorici della variante 2.
Chiarito questo, desidero ricordare un altro dato di fatto: l’interpellanza urgente 2-01636 presentata giovedì 28 luglio 2005 da Vincenzo Fragalà nella seduta n.664 è stata pubblicata nell’Appendice 24  del “Dossier Strage di Bologna” e mai messa in discussione nei testi scritti da Gabriele Paradisi, Gian Paolo Pelizzaro e François de Quengo de Tonquédec. Se loro l’avessero considerata imprecisa o inesatta l’avrebbero dovuto dire subito per semplice onestà intellettuale.
Adesso, arrampicandosi sugli specchi, i tre autori del dossier preannunciano che pubblicheranno qualcosa a tale riguardo sul settimanale LiberoReporter Week.
Ad ogni modo, al di là di eventuali ed ulteriori “precisazioni” da parte dei teorici di questa o quella variante della “pista palestinese”, sul terzo punto non si può continuare a discutere. I fatti parlano da soli e di conseguenza nessuno se la può prendere con me se Raisi afferma il contrario di quello che hanno pubblicato nel “Dossier Strage di Bologna”  i tre autori di quest’ultimo. La verità, come al solito, è una. Chi dice il vero sulla questione dell’esplosivo? Il signor Raisi o chi, negli ultimi decenni e non da qualche ora, afferma il contrario? Ai posteri, magari fra 100 anni, l’ardua sentenza.
Qui non si tratta di stare a discutere della buona fede o meno di Tizio o Caio. Tutti possono sbagliare, ad esempio nei ricordi. Però, sulle questioni più delicate, come quelle relative all’arma di un delitto, non ci si può basare sui ricordi di qualche sgangherato articolo letto ma solo ed esclusivamente su dati scientifici.
Esistono esperti che sono pagati dallo Stato, cioè con i nostri soldi, per fare le analisi sulle armi di un crimine. Se poi le hanno eventualmente fatte male nessuno può rompere le scatole per questo a chi non ne ha la benché minima responsabilità.
Quelle analisi, per quanto riguarda la strage di Bologna, furono fatte ed escludevano implicitamente la “pista palestinese”. Potevano far capire piuttosto che l’esplosivo stragista conteneva il Compound B, cioè materiale bellico della Nato.

Terzo punto

Raisi aveva cercato di mettere in connessione una presunta residenza di Carlos nella Francia  del 1980 con il biglietto della metro di Parigi che sarebbe stato trovato nelle tasche di Mauro Di Vittorio, una delle vittime della strage di Bologna, come se questo giovane romano, allora ventiquattrenne, fosse stato strumentalizzato da qualcuno e avesse dovuto fare degli spostamenti di materiale esplosivo (innescato!) da Bologna a Parigi per consegnarlo a Carlos stesso.
La fantapolitica non ha limiti ma anche in questo caso le due varianti della “pista palestinese” hanno dimostrato di essere inconciliabili.
Raisi ha parzialmente modificato la sua già fantasiosa idea. Contraddetto pure dai teorici della variante 2, adesso parla di una possibile presenza di qualcuno del “gruppo operativo” di Carlos nella Francia del 1980.
Anche quest’ultima favola non trova adepti ed è smentita dalle numerose indagini delle forze di polizia francesi.
Chi cerca di buttare in caciara la discussione sul terzo punto, ad esempio scrivendo la storia palestinese del triennio 1978-1979-1980 in senso opposto a quella effettiva e inventa impossibili rapporti fra le Br e l’Fplp di quel tempo, è quindi pregato di smettere di lanciare delle stupide calunnie e di rispondere definitivamente al terzo  punto: c’era o non c’era un “gruppo operativo” di Carlos nella Francia del 1980? Sì o no? La storia reale ci dice di no. Nessuno inventi altre idiozie dietrologiche riferendosi addirittura a qualcosa che sarebbe avvenuto in un anno diverso dal 1980!

Quarto punto

Il quarto punto è l’idea di Raisi secondo cui ci sarebbe stata una qualche (involontaria) responsabilità di Mauro Di Vittorio rispetto alla strage del 2 agosto.
Prendiamo atto che i teorici della variante 2, sapendo per altro di rischiare una querela per diffamazione, hanno preso le distanze da questa idea iperfantapolitica di Raisi: “non intendiamo occuparci della questione sollevata da Raisi, in quanto non abbiamo nessun elemento a riguardo e teniamo a precisare che detta questione non è mai stata citata nel nostro libro”.
Come ha infine precisato Ugo Maria Tassinari nel suo blog, non esistono prove sul coinvolgimento di Mauro Di Vittorio nella responsabilità della strage di  Bologna.
Quinto punto
Sono certo della totale estraneità di Christa Margot Frohlich rispetto al crimine che il 2 agosto 1980 produsse a Bologna ben 85 vittime e centinaia di feriti.
Lei non era la donna che nella Bologna di quel tempo fu vista in un albergo, si definiva madre ed ex ballerina e “parlava in lingua italiana con un forte accento tedesco”.
Chista Margot Frohlich, arrestata a giugno del 1982, non aveva figli e non era mai stata una ballerina! Inoltre, perfino nel settembre del 1983, dopo oltre un anno di detenzione nella penisola, ancora non conosceva a sufficienza la lingua italiana, tanto che mi spinse a comprare un dizionario di tedesco per comunicare con lei tramite la posta da carcere a carcere.
La situazione cambiò verso la seconda metà degli anni Ottanta: un giorno la sentii per telefono – sempre da carcere a carcere – e ricordo un fatto curioso che mi colpì. Lei, grazie alle amiche detenute e dopo anni (ho detto anni e non mesi) di detenzione nelle carceri speciali italiane, aveva imparato a parlare in modo comprensibile la nostra lingua ma non aveva un “forte accento tedesco”, come poteva essere quello della cantante Nina Hagen.
La sua voce era melodiosa e senza un “forte accento tedesco”. In altre parole, se nel 1980 la Frohlich avesse avuto la capacità di parlare la lingua italiana avrebbe avuto un basso accento tedesco, l’esatto contrario di quanto ipotizzano e cercano di dimostrare gli autori di “Dossier Strage di Bologna”.
Come se ciò non bastasse, non mi risulta che lei – così come ognuno degli autonomi arrestati ad Ortona nel 1979 – abbia mai avuto una condanna per appartenenza a qualche “banda armata” (capito signori teorici della variante due? Ringraziate il cielo che pochi hanno letto il vostro libro altrimenti vi beccavate decine di querele per diffamazione!) e, senza dubbio, è ontologicamente avversa allo stragismo statuale e interstatuale che provocò numerose vittime nell’Italia dal 1969 al 1980.
Anche Kram, da quanto si riesce a capire, è innocente. Non spetta a me scagionarlo. Non faccio il giudice o il poliziotto. Cerco solo di proporre dei ragionamenti di buon senso.
Sull’eventuale e cosciente responsabilità di Kram non insiste più di tanto nemmeno l’onorevole Raisi.
Una cosa comunque è certa, i  “giovani” – “due come tanti altri” – visti da Rolando Mannocci all’interno della stazione di Bologna il 2 agosto 1980 mentre posavano qualcosa nell’angolo in cui avvenne l’esplosione (rileggasi bene La Stampa del 4 agosto 1980) non avevano nulla a che vedere con  l’allora trenduenne, alto e magro Kram e la trentottenne e bassa Frohlich. Fra i due, che non potevano essere definiti “giovani” – “due come tanti altri” – c’era e c’è una notevole differenza di altezza confermata dai loro rispettivi e autentici documenti anagrafici (carte di identità e passaporti).
Di conseguenza, si cerchino altrove quei “giovani”, “due come tanti altri”, dalla corporatura media e normale, senza alcun particolare segno in faccia (come può essere una barba per un maschio), che poco prima della strage furono visti da Rolando Mannocci all’interno, e non all’esterno, della stazione di Bologna!
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Maggio 1970 negli Sati Uniti: Bring The War Home (porta la guerra a casa)

4 maggio 1970 Negli Stati Uniti, si intensificano le manifestazioni contro la guerra in Vietnam, dopo che in aprile, il 30, l’esercito Usa ha occupato anche la Cambogia.             Nello stato dell’Ohio, la Guardia Nazionale spara sugli studenti della Kent State University. I feriti sono nove, quattro i morti.

Il 9 maggio a Washington duecentomila persone manifestano contro la strage chiedendo l’immediato ritiro delle truppe americane dall’Indocina.

Il 14 maggio in Mississipi, due studenti afro americani della Jackson State University sono uccisi dalla polizia nel corso di una manifestazione contro la guerra.

Il 21 maggio, ad una radio californiana è recapitata una busta contenente una cassetta audio. Sul nastro è registrata la voce di una giovane donna. E’ il primo comunicato dei Weathermenun gruppo rivoluzionario comunista: Salve. Qui è Bernardine Dohrn. Quella che leggerò è una dichiarazione di guerra. Questo è il primo comunicato dai Weatherman Underground. In tutto il mondo la gente combatte l’imperialismo e guarda alla gioventù americana chiedendole di usare la posizione strategica dietro le linee nemiche per unire le forze e distruggere l’impero. (.) Se vuoi trovarci, noi siamo qui. In ogni tribù, comune, dormitorio, fattoria, baracca e sobborgo dove i ragazzi fanno l’amore, fumano, chiunque fugge dalla giustizia americana è libero di venire. Nei prossimi 14 giorni attaccheremo un simbolo o un’istituzione dell’ingiustizia americana”.

Il movimento contro la guerra negli Usa nella seconda matà degli anni Sessanta aveva avuto uno sviluppo impetuoso. Al suo interno era preponderante l’Sds (Students for Democratic Society) che rappresentava la parte radical del mivimento. Fin dall’inizio dell’aggressione statunitense al Vietnam l’Sds si impegnò ad organizzare l’opposizione nei vari campus, questa attività permise di realizzare, il 17 aprile del 1965, in una marcia della pace svoltasi a Washington e che radunò oltre 25 mila persone. Nel momento della sua massima espansione, alla fine del decennio, l’organizzazione arrivò così a contare un numero di aderenti oscillanti i 70 e i 100 mila iscritti. Alcuni osservatori, come il giornale Fortune, commentavano: “Non si può discutere il suo successo” e l’Sds non aveva ancora perso una battaglia.

L’Sds fu in grado di offrire un riferimento alla rivolta giovanile non solo contro la guerra ma contro il modello americano. Riuscì ad attrarre nelle sue fila quella componente giovanile che cercava una sponda per esprimere la propria rivolta morale nei confronti del modello americano assumendo un ruolo guida nel mobilitare la gioventù spingendola in direzione di una lotta che, al tema del rifiuto della guerra, aggiungeva quelli contro il razzismo e le sperequazioni sociali.

Ma il Governo statunitense, come gli altri governi contestati dai giovani, non accettò di misurarsi politicamente col movimento, scelse la repressione e fece ricorso in più di un’occasione alle truppe armate.

Un passo indietro: Nel 1966 la protesta dei neri si era organizzata in un partito politico, il Black Panthers Party. Nel 1967 a Watts, Detroit, Chicago e Newark e altre 60 città americane era esplosa la rivolta. Il costo era stato altissimo.

A Newark, città simbolo della segregazione razziale, terra di nessuno dove la polizia s’imponeva con la forza sulla disperazione urbanizzata, nei ghetti neri non si accettarono più le mancate promesse di uguaglianza e fu l’insurrezione alla notizia della morte di quattro giovani afro americani uccisi dalla polizia. Fra il 12 ed il 17 luglio 23 persone persero la vita e altre 725 furono ferite in modo più o meno grave. L’immagine di quella rivolta e della feroce repressione ritrae la Guardia Nazionale che avanza con le baionette spianate lungo la Springfield Avenue. Cinque giorni in cui il sangue prese a scorrere nelle strade lasciando ferite insanabili. Dopo i primi scontri, era arrivata la notizia che anche un tassista di colore fermato per un sorpasso azzardato era stato picchiato a morte dalla polizia per gli afro americani era stata la classica goccia che fece traboccare il vaso. Il 14 luglio le armi iniziarono a crepitare nelle strade dei ghetti neri. La Guardia Nazionale penetrò anche all’interno delle case uccidendo persino le donne che accudivano i bambini, come Eloise Spelman, madre di 11 figli, colpita da un proiettile alla nuca.

Otto giorni dopo la fine della rivolta di Newark, la polizia fece una retata in un bar di Detroit arrestando ottanta persone. Fu l’inizio di una nuova insurrezione nella città che era il motore industriale del paese, ma dominata da continue tensioni razziali. Molti afro americani avevano lasciato le zone rurali nella speranza di fuggire dalla povertà, ma a Detroit avevano trovato solo disoccupazione ed emarginazione. Le fabbriche preferivano non assumere neri e, quando proprio non potevano fare a meno, assegnavano loro le mansioni più umili e pericolose. La città cresceva finanziariamente ma la segregazione assumeva forme sempre più subdole e raffinate.

Tra i rivoltosi e i militari fu vera e propria battaglia a colpi di armi da fuoco. Il presidente Johnson aveva appena formato squadre specializzate nel sedare i tumulti, settantamila uomini, i primi novemila furono inviati proprio a Detroit con l’ordine di “fermare i neri con ogni mezzo possibile”. In città arrivarono anche i carri armati che riuscirono a spegnere la rivolta ma, al tempo stesso, divennero il simbolo della doppia guerra combattuta dagli afro americani, costretti a partire per il Vietnam a causa della leva obbligatoria in nome di una patria che attaccava le loro comunità.

La sproporzione delle forze in campo determinò la sconfitta delle rivolte degli afroamericani. Però, quel grido lasciò il segno: alcuni mesi dopo, il 4 aprile del 1968, giorno dell’assassinio di Martin Luther King, nei quartieri operai dove vivevano i bianchi e nei campus esplose la protesta contro quel sistema sfruttatore e razzista.

La guerra in Vietnam e le rivolte interne dei neri americani determinarono un progressivo spostamento della Sds su posizioni sempre più radicali. Maturò la convinzione che la protesta legale fosse del tutto insufficiente e che fosse ormai giunto il momento di passare all’azione diretta contro il potere. A metà degli anni sessanta, l’organizzazione assunse un carattere marcatamente marxista.

Nel giugno del 1969, in una riunione nazionale dell’organizzazione tenutasi a Chicago, si costituì un’alleanza tra i Weathermen e la formazione denominata RMY (Revolutionary Youth Movement) che conquistarono la gran maggioranza nella Sds.

 Bring The War Home (porta la guerra a casa)

23 agosto del 1969 il New Left Notes, giornale espressione del movimento, riportò uno scritto nel quale i Weatherman invitavano con maggior decisione all’azione. L’unico modo per organizzare le masse, scrivevano gli autori, era quello di portare avanti la propria politica in modo aggressivo. La protesta contro la guerra sarebbe diventata lotta contro l’imperialismo; la richiesta del ritiro delle truppe americane dal Sudest asiatico avrebbe significato appoggio alla lotta armata del popolo vietnamita e, infine, la battaglia contro il razzismo in difesa della popolazione nera si sarebbe tramutata in appoggio alle rivendicazioni di tutti i popoli oppressi dal colonialismo. L’azione, non solo era la chiave di volta per sconfiggere l’imperialismo, ma era anche lo strumento per portare la guerra in casa aprendo così la strada alla rivoluzione socialista. Le lotte e le occupazioni nei soli anni ’67 e ’68 negli Usa  finora erano costate al movimento 598 feriti e 6.158 arresti.

Ma il movimento rilanciò con i “giorni della rabbia” dall’8 all’11 ottobre 1969….

[continua]

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Gramsci: “Odio gli indifferenti”

“Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.

L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, […]

Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime.

Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”.

11 febbraio 1917
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