Ancora sul “Dossier Strage di Bologna”

Strage di Bologna: le due varianti della pista palestinese ormai si negano a vicenda.

di Sandro Padula
Nella polemica fra me e l’onorevole Raisi, incentrata su cinque punti e sviluppatasi su Internet, ho cercato di evidenziare le contraddizioni antitetiche fra due varianti della “pista palestinese”: l’ipotesi dell’incidente, sostenuta dallo stesso Raisi, e l’ipotesi di una “ritorsione contro il governo italiano” che sarebbe stata causata dall’arresto, avvenuto nel novembre 1979, di  Abu Saleh, un membro del’Fplp di George Habash.
Adesso gli autori di “Dossier Strage di Bologna”, sostenitori della seconda ipotesi, tentano di nascondere il carattere inconciliabile di quelle due varianti e puntano ad affrontare questioni che non c’entrano letteralmente nulla con il tema in discussione.
Tanto per fare un esempio, cercano di dimostrare che le Br furono eterodirette, in ciò ripetendo il teorema del Kgb e di Pecchioli del Pci che, mentre ufficialmente accusavano i settori neoconservatori della Cia, pensavano che all’origine della lotta armata nell’Italia degli anni ’70 ci fosse qualche vecchio militante della Volante Rossa esiliato in Cecoslovacchia con l’aiuto dello stesso Pci.
I russi del Kgb, coscienti già negli anni ’70 che il blocco dell’est avrebbe fatto una brutta fine, in Europa cercavano a malapena di mantenere la propria sfera di influenza nella parte orientale del continente. Il Pci di Pecchioli invece – fra le varie cose – fece leva  su quel teorema per sganciarsi sempre più dal blocco dell’Est e dal proprio passato filorusso per diventare una specie di frazione italica del “partito democratico”  statunitense.
Le menzogne del Kgb e del Pci di Pecchioli sulle Br erano strumentali ma dettate da divergenti linee politiche.
Gli studiosi di storia dovrebbero approfondire l’analisi di tali dinamiche ma, al di là delle loro opinioni, debbono riconoscere che  il fenomeno brigatista non ha niente a che vedere né con Carlos (e il signor Bellini, un autonomo creativo tirato in ballo dagli autori di “Dossier Strage di Bologna” come presunto collegamento fra Carlos e le Br) né tantomeno con la strage di Bologna.
Torniamo perciò ai cinque punti della controversia fra me e Raisi. Per comodità di esposizione chiamerò variante 1 l’ipotesi di Raisi e variante 2 l’ipotesi degli autori di “Dossier Strage di Bologna”.

Primo Punto

Secondo Raisi, il signor Carlos avrebbe fatto “scena muta” all’interrogatorio con il pm Cieri nel 2009. I sostenitori della variante 2 dicono invece l’esatto contrario. Chi ha ragione?  A me non interessa nulla di quello che fa Carlos. Desidero soltanto sottolineare che delle due l’una: o dice la verità Raisi o dicono la verità i fans della variante 2.
La documentazione e la logica ci danno una sola risposta. Non è vero che Carlos fece “scena muta” con il pm Cieri nel 2009. Il presupposto della variante 1 è quindi totalmente falso e smentito da amici dello stesso Raisi come gli autori di “Dossier Strage di Bologna”, cioè dai massimi esponenti della variante 2.
Non mi pare il caso di continuare a discutere sul primo punto. I fatti dimostrano che la variante 1 è sbagliata fin dall’inizio.
Negli ultimi tempi Raisi ha capito che il movente  di cui parlano gli autori di “Dossier Strage di Bologna” è storicamente e politicamente infondato e allora cerca di rielaborare la variante dell’“incidente”.  In tale operazione però sbaglia tutto fin dal principio e questa circostanza è davanti agli occhi di ognuno di noi.

Secondo punto

Secondo l’onorevole Raisi non sarebbe stato mai fatto nessun paragone fra il materiale sequestrato alla Frohlich all’aeroporto di Fiumicino nel 1982 e quello usato nella strage di Bologna del 2 agosto 1980.
A tale proposito, nel precedente scritto di critica al teorema di Raisi, ho citato tre fonti che – lette insieme – smentiscono questa affermazione e negano l’esistenza di una compatibilità fra il primo e il secondo materiale esplosivo: un articolo del Resto del Carlino del 6 aprile 2012, la sentenza del secondo processo di Appello sulla strage di Bologna del 16 maggio 1994 e l’interpellanza urgente 2-01636 presentata giovedì 28 luglio 2005 da Vincenzo Fragalà nella seduta n.664.
Ho scelto solo alcune delle fonti che, oltre a non avere nulla a che fare con me, sono considerate attendibili da Raisi e perfino dai teorici della variante 2.
Chiarito questo, desidero ricordare un altro dato di fatto: l’interpellanza urgente 2-01636 presentata giovedì 28 luglio 2005 da Vincenzo Fragalà nella seduta n.664 è stata pubblicata nell’Appendice 24  del “Dossier Strage di Bologna” e mai messa in discussione nei testi scritti da Gabriele Paradisi, Gian Paolo Pelizzaro e François de Quengo de Tonquédec. Se loro l’avessero considerata imprecisa o inesatta l’avrebbero dovuto dire subito per semplice onestà intellettuale.
Adesso, arrampicandosi sugli specchi, i tre autori del dossier preannunciano che pubblicheranno qualcosa a tale riguardo sul settimanale LiberoReporter Week.
Ad ogni modo, al di là di eventuali ed ulteriori “precisazioni” da parte dei teorici di questa o quella variante della “pista palestinese”, sul terzo punto non si può continuare a discutere. I fatti parlano da soli e di conseguenza nessuno se la può prendere con me se Raisi afferma il contrario di quello che hanno pubblicato nel “Dossier Strage di Bologna”  i tre autori di quest’ultimo. La verità, come al solito, è una. Chi dice il vero sulla questione dell’esplosivo? Il signor Raisi o chi, negli ultimi decenni e non da qualche ora, afferma il contrario? Ai posteri, magari fra 100 anni, l’ardua sentenza.
Qui non si tratta di stare a discutere della buona fede o meno di Tizio o Caio. Tutti possono sbagliare, ad esempio nei ricordi. Però, sulle questioni più delicate, come quelle relative all’arma di un delitto, non ci si può basare sui ricordi di qualche sgangherato articolo letto ma solo ed esclusivamente su dati scientifici.
Esistono esperti che sono pagati dallo Stato, cioè con i nostri soldi, per fare le analisi sulle armi di un crimine. Se poi le hanno eventualmente fatte male nessuno può rompere le scatole per questo a chi non ne ha la benché minima responsabilità.
Quelle analisi, per quanto riguarda la strage di Bologna, furono fatte ed escludevano implicitamente la “pista palestinese”. Potevano far capire piuttosto che l’esplosivo stragista conteneva il Compound B, cioè materiale bellico della Nato.

Terzo punto

Raisi aveva cercato di mettere in connessione una presunta residenza di Carlos nella Francia  del 1980 con il biglietto della metro di Parigi che sarebbe stato trovato nelle tasche di Mauro Di Vittorio, una delle vittime della strage di Bologna, come se questo giovane romano, allora ventiquattrenne, fosse stato strumentalizzato da qualcuno e avesse dovuto fare degli spostamenti di materiale esplosivo (innescato!) da Bologna a Parigi per consegnarlo a Carlos stesso.
La fantapolitica non ha limiti ma anche in questo caso le due varianti della “pista palestinese” hanno dimostrato di essere inconciliabili.
Raisi ha parzialmente modificato la sua già fantasiosa idea. Contraddetto pure dai teorici della variante 2, adesso parla di una possibile presenza di qualcuno del “gruppo operativo” di Carlos nella Francia del 1980.
Anche quest’ultima favola non trova adepti ed è smentita dalle numerose indagini delle forze di polizia francesi.
Chi cerca di buttare in caciara la discussione sul terzo punto, ad esempio scrivendo la storia palestinese del triennio 1978-1979-1980 in senso opposto a quella effettiva e inventa impossibili rapporti fra le Br e l’Fplp di quel tempo, è quindi pregato di smettere di lanciare delle stupide calunnie e di rispondere definitivamente al terzo  punto: c’era o non c’era un “gruppo operativo” di Carlos nella Francia del 1980? Sì o no? La storia reale ci dice di no. Nessuno inventi altre idiozie dietrologiche riferendosi addirittura a qualcosa che sarebbe avvenuto in un anno diverso dal 1980!

Quarto punto

Il quarto punto è l’idea di Raisi secondo cui ci sarebbe stata una qualche (involontaria) responsabilità di Mauro Di Vittorio rispetto alla strage del 2 agosto.
Prendiamo atto che i teorici della variante 2, sapendo per altro di rischiare una querela per diffamazione, hanno preso le distanze da questa idea iperfantapolitica di Raisi: “non intendiamo occuparci della questione sollevata da Raisi, in quanto non abbiamo nessun elemento a riguardo e teniamo a precisare che detta questione non è mai stata citata nel nostro libro”.
Come ha infine precisato Ugo Maria Tassinari nel suo blog, non esistono prove sul coinvolgimento di Mauro Di Vittorio nella responsabilità della strage di  Bologna.
Quinto punto
Sono certo della totale estraneità di Christa Margot Frohlich rispetto al crimine che il 2 agosto 1980 produsse a Bologna ben 85 vittime e centinaia di feriti.
Lei non era la donna che nella Bologna di quel tempo fu vista in un albergo, si definiva madre ed ex ballerina e “parlava in lingua italiana con un forte accento tedesco”.
Chista Margot Frohlich, arrestata a giugno del 1982, non aveva figli e non era mai stata una ballerina! Inoltre, perfino nel settembre del 1983, dopo oltre un anno di detenzione nella penisola, ancora non conosceva a sufficienza la lingua italiana, tanto che mi spinse a comprare un dizionario di tedesco per comunicare con lei tramite la posta da carcere a carcere.
La situazione cambiò verso la seconda metà degli anni Ottanta: un giorno la sentii per telefono – sempre da carcere a carcere – e ricordo un fatto curioso che mi colpì. Lei, grazie alle amiche detenute e dopo anni (ho detto anni e non mesi) di detenzione nelle carceri speciali italiane, aveva imparato a parlare in modo comprensibile la nostra lingua ma non aveva un “forte accento tedesco”, come poteva essere quello della cantante Nina Hagen.
La sua voce era melodiosa e senza un “forte accento tedesco”. In altre parole, se nel 1980 la Frohlich avesse avuto la capacità di parlare la lingua italiana avrebbe avuto un basso accento tedesco, l’esatto contrario di quanto ipotizzano e cercano di dimostrare gli autori di “Dossier Strage di Bologna”.
Come se ciò non bastasse, non mi risulta che lei – così come ognuno degli autonomi arrestati ad Ortona nel 1979 – abbia mai avuto una condanna per appartenenza a qualche “banda armata” (capito signori teorici della variante due? Ringraziate il cielo che pochi hanno letto il vostro libro altrimenti vi beccavate decine di querele per diffamazione!) e, senza dubbio, è ontologicamente avversa allo stragismo statuale e interstatuale che provocò numerose vittime nell’Italia dal 1969 al 1980.
Anche Kram, da quanto si riesce a capire, è innocente. Non spetta a me scagionarlo. Non faccio il giudice o il poliziotto. Cerco solo di proporre dei ragionamenti di buon senso.
Sull’eventuale e cosciente responsabilità di Kram non insiste più di tanto nemmeno l’onorevole Raisi.
Una cosa comunque è certa, i  “giovani” – “due come tanti altri” – visti da Rolando Mannocci all’interno della stazione di Bologna il 2 agosto 1980 mentre posavano qualcosa nell’angolo in cui avvenne l’esplosione (rileggasi bene La Stampa del 4 agosto 1980) non avevano nulla a che vedere con  l’allora trenduenne, alto e magro Kram e la trentottenne e bassa Frohlich. Fra i due, che non potevano essere definiti “giovani” – “due come tanti altri” – c’era e c’è una notevole differenza di altezza confermata dai loro rispettivi e autentici documenti anagrafici (carte di identità e passaporti).
Di conseguenza, si cerchino altrove quei “giovani”, “due come tanti altri”, dalla corporatura media e normale, senza alcun particolare segno in faccia (come può essere una barba per un maschio), che poco prima della strage furono visti da Rolando Mannocci all’interno, e non all’esterno, della stazione di Bologna!
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