L’autunno-inverno tedesco del 1918-1919

Durante il 1° grande massacro mondiale (1914-1918), il partito socialdemocratico tedesco (Spd) era rimasto alla coda e al servizio delle classi dirigenti, facendo di tutto per assicurar loro “la pace sociale“. Le minoranze che si opponevano alla direzione socialdemocratica eran, oltre al gruppo “la Lega Spartachista“,  gli “Internazionalisti” di Dresda e di Francoforte, i “Radicali di Sinistra” di Amburgo o la “Politica Operaia” di Brema. Dal novembre 1918 e dalla caduta dell’Impero, questi gruppi, formatisi alla scuola della “Sinistra” socialdemocratica, si pronunciarono per una lotta “di strada” destinata a forgiare un’organizzazione nuova, politica e che in una certa misura si sarebbe orientata sulla rivoluzione russa.

L’11 novembre 1918 era stato fondata ufficialmente la Lega Spartachista (Spartakusbund ) come organizzazione a livello nazionale. Il nucleo del movimento spartachista erano: Rosa Luxemburg, Hermann Duncker, Hugo Eberlein, Julian Marchlewski, Franz Mehring, Ernst Meyer, Wilhelm Pieck. Il nome intendeva esprimere un maggior livello di organizzazione e una presa di distanza dall’USPD (Unabhängige Sozialdemokratische Partei Deutschlands, Partito Socialdemocratico Indipendente Tedesco), nelle cui fila erano entrati 45 deputati dell’SPD nel marzo 1917 dopo essere stati espulsi dal partito perché contrari alla continuazione della guerra. In conseguenza di ciò venne fondato l’USPD, partito che raccoglieva membri dell’SPD contrari alla guerra..

Rosa Luxemburg redasse il programma, che conteneva misure immediate per la continuazione della rivoluzione:

-disarmo della polizia e degli appartenenti alle classi dominanti;
-armamento del proletariato e creazione di una “Guardia Rossa”;
– conquista dei diritti e delle libertà civili;
-riforma della giustizia e abolizione delle norme classiste in materia di diritto di voto e di procedura giudiziaria;
-presa di possesso dei consigli comunali e regionali da parte di lavoratori e soldati eletti liberamente;
-collettivizzazione dei mezzi di produzione, esproprio di banche, miniere, fonderie e grandi industrie;

sul piano internazionale:

-presa di contatto con tutti i partiti gemelli stranieri per un’internazionalizzazione della rivoluzione
-annullamento senza risarcimento di tutti i crediti di guerra;

Nei mesi successivi la Lega Spartachista tentò di influenzare in questo senso la situazione politica per mezzo del quotidiano Die Rote Fahne (Bandiera Rossa). Con le prime aggressioni militari armate il 6 dicembre contro marinai e soldati e col tentativo di sciogliere la Volksmarinedivision (una formazione armata composta da marinai insorti) si esplicitò il piano del governo del socialdemocratico Friedrich Ebert di schiacciare e distruggere gli operai insorti e le forze che li appoggiavano per impedire ogni possibilità rivoluzionaria. A partire dal 10 dicembre Rosa Luxemburg si dichiarò pubblicamente favorevole alla creazione di una repubblica guidata da consigli popolari.

Fondazione della KPD

Il 14 dicembre 1918 venne pubblicato sul quotidiano spartachista “Die Rote Fahne”  un articolo programmatico redatto da Rosa Luxemburg dal titolo “Cosa vuole la Lega Spartachista?” (Was will der Spartakusbund?) nel quale era scritto: “La Lega Spartachista non assumerà mai il governo se non, con il chiaro, univoco consenso delle masse proletarie tedesche, mai in altro modo se non per mezzo della consapevole adesione del proletariato alla visione, agli scopi e ai metodi di lotta della Lega Spartachista“.

Il 29 dicembre, dopo gli scontri di dicembre a Berlino, la Lega Spartachista convocò un congresso nazionale dal 29 al 31 dicembre a Berlino. Là i suoi membri, insieme con i membri dell’IKD (Internationale Kommunisten Deutschlands, “Comunisti Internazionalisti Tedeschi”) formarono il Partito Comunista Tedesco (KPD). Questo assunse, praticamente senza modifiche, l’articolo di Rosa Luxemburg del 14 dicembre 1918 come proprio programma. Sosteneva un socialismo senza compromessi e promuoveva il proseguimento e la diffusione della rivoluzione.

Il KPD  diventò immediatamente un luogo di raduno per numerosi operai rivoluzionari che esigevano “tutto il potere ai Consigli Operai“.
I fondatori del KPD formarono i quadri del nuovo partito; dunque vi introdussero spesso lo spirito della vecchia socialdemocrazia. Gli operai che affluivano nel KPD e in pratica si preoccupavano delle nuove forme di lotta, non osavano sempre affrontare i loro dirigenti, per rispetto della disciplina e, frequentemente, si piegavano a delle concezioni superate. “Organizzazioni di fabbrica“, questa parola in effetti ricopre delle nozioni molto dissimili. Essa può designare, come pensavano i fondatori del KPD, una semplice forma d’organizzazione, e nulla di più, e dunque sottomessa alle direttive che sono prese al di fuori di essa: si trattava della vecchia concezione. In quel contesto la nozione d’organizzazione di fabbrica implicava un rovesciamento delle idee ammesse fino ad allora a proposito di:

a) l’unità della classe operaia;
b) la tattica di lotta;
c) i rapporti tra le masse e la loro direzione;
d) la dittatura del proletariato;
e) i rapporti tra lo Stato e la Società;
e) il comunismo in quanto sistema economico e politico.

Era necessario e urgente un profondo rinnovamento delle idee, ma i quadri del partito se pur avevano avuto il coraggio di abbandonare i loro vecchi posti ora non pensavano ad altro che a ricostruire il nuovo partito sul modello del vecchio, cercando di evitare i suoi lati cattivi, dipingendo i suoi scopi di rosso e non più di rosa e di bianco. Le idee nuove soffrivano d’una mancanza d’elaborazione e di chiarezza, e questo segnò un punto di debolezza e portò alla successiva sottomissione del KPD alle direttive di Mosca

vedi anche il precedente Post:  qui

In questo modo gli spartachisti si accinsero agli scioperi insurrezionali del gennaio 1919 e alle scissioni alla loro  sinistra (che vedremo nei prossimi post)
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ancora sul 1984: i minatori britannici sotto l’attacco thatcheriano

Cento giorni dall’inizio dello sciopero.

Domenica 24 giungo 1984Dite al mondo che state vincendo

La mattina dopo il giorno prima:

Il minatore cercava riparo. Il minatore indossava solo un paio di jeans e scarpe da ginnastica. Il minatore aveva la camicia legata attorno alla vita. La schiena contro la macchina. Le mani alzate… Il poliziotto aveva lo scudo e il casco. Il poliziotto aveva un bastone.

Il poliziotto colpì il minatore col bastone. Lo colpì… Un’altra volta. Un’altra volta. Un’altra volta. E ancora una…

La tv mostrò il poliziotto colpire il minatore. Il Presidente si sfiorò la nuca … Il Presidente disse: «Quei bastardi sono partiti alla carica e uno mi ha colpito alla nuca col suo scudo e sono svenuto». Il Presidente aveva passato la notte al Rotherham District Hospital. Quando lo avevano portato sull’ambulanza, la polizia aveva applaudito. L’intera nazione era infuriata… Non per l’aggressione al minatore. Non per l’aggressione al Presidente. No… La televisione aveva mentito di nuovo. Avevano tagliato il filmato. L’avevano rimontato… Montato con il sindacato… Minatori che lanciavano pietre. Minatori che ferivano i cavalli. Minatori in rivolta…

E basta. I camion avevano portato via tutto il coke. I minatori avevano perso… E basta.

Nel frattempo, Nottingham aveva continuato a produrre carbone. Le centrali elettriche energia.

«Il Presidente del Sindacato nazionale minatori è scivolato dal terrapieno della ferrovia e ha battuto la testa su una traversina» ha riferito il Vicecapo della polizia per il South Yorkshire. «Non ci è neanche andato vicino a uno scudo antisommossa. Gli agenti muniti di scudo erano lungo la strada. Non si sono mai avvicinati a meno di sette o otto metri da lui

Il Presidente mentiva. Il Presidente aveva perso…

E basta…

Fine della storia. Tutto qui. Il Presidente salì di sopra. Il Comitato di coordinamento nazionale era in riunione in Sala conferenze… Per la prima volta… Era il centesimo giorno del Grande Sciopero per Salvare i Pozzi e i Posti di Lavoro.

Terry alzò il telefono. Clic-clic. Aveva le lacrime agli occhi. Nei suoi sogni…

Dite al mondo che state vincendo…

Il centesimo giorno   

[pag.144,5]

 Lunedì 25 giugno 1984

«C’erano dei ragazzi giovani che volevano continuare. Ragazzi pronti a preparare bombe molotov. La polizia aveva le pistole, dicevano. Dietro nei furgoni. Poi il gas lacrimogeno, dicevano. I proiettili di gomma. I parà… Bloody Monday, ecco cos’è. Lunedì di sangue… Non so perché cazzo mi sono fermato lì. Però ero completamente distrutto da tutto quel correre. Un caldo bestiale… Però avrei dovuto continuare a camminare. Ma poi è ricominciato tutto da capo. Per l’ultima volta… I ragazzi stavano lanciando mattoni verso il cordone di polizia. Il cordone si era rotto di nuovo. Erano usciti i cavalli. Dietro gli scudi piccoli. A centinaia… E non si fermavano. Non stavolta… Erano qui per ripulire il campo. Per prendere il ponte e prendere la strada. Per tenerli entrambi… Pugni e calci per chiunque si mettesse in mezzo. Fuori i manganelli… Barricate che si alzavano. Veicoli spinti fuori dal cimitero d’auto. Dati alle fiamme. Fumo denso. Macchine che bruciavano. Pneumatici. Fumo denso dappertutto. Le barricate sembravano porcospini, con spuntoni dappertutto. Fottuti corpo a corpo. Gli sbirri avevano preso il ponte. Gli sbirri cercavano di tenere il ponte. Gli sbirri non ci riuscivano. Proiettile che gli piovevano addosso dall’esterno del cimitero d’auto… Gli sbirri che arretravano lungo la strada dietro gli scudi… Tutti i ragazzi che applaudivano. Ma non per molto… Gli sbirri si erano raggruppati. Altra carica… Cavalli. Uomini… Di nuovo quel cavallo bianco del cazzo all’assalto. Bastardi … Su per Highfield Lane. Ci stavano spingendo indietro giù per il ponte fino in fondo a Orgreave Lane… Ma a quel punto vidi quel ragazzo. Quel ragazzo che era rimasto indietro… Stava vagando da solo per il campo. Sangue dalla testa. Bianco per lo choc, era… Andiamo a prenderli, urlava. Diamogliene un po’. Andiamo a prenderli, urlava. Diamogliene un po’. Andiamo… Era solo e irraggiungibile… I cavalli continuavano ad arrivare. I bastoni in mano… Tornai indietro a riprenderlo. Lo afferrai. Lo trascinai indietro sul ponte con me. Corsi con lui fino al villaggio…. Mi guardò. Disse: Io non ci torno più giù nel pozzo. Non ci torno mica, sai. Io non ci lavoro più là sotto. Non ci vado più.

Non avevo più i denti davanti. Abbassai gli occhi a guardarmi. Avevo la camicia strappata. Il cinturino dell’orologio rotto. Il quadrante calpestato e sfasciato. Era l’orologio di mio padre, oltretutto. Le scarpe spaccate. I pantaloni stracciati in fondo. Sentii un grosso livido sulla schiena. Sulle costole e gli stinchi. Tagli e ferite in tutto il corpo. Aiutai il ragazzo a rialzarsi. Mi allontanai portandolo con me in mezzo alla folla… Poliziotti. Pensionati. Gente con i sacchetti della spesa all’Asda. Come se fosse tutto normale… Gli autisti delle ambulanze che bestemmiavano ai poliziotti. Gente che veniva massacrata proprio di fronte a loro. Pestati dietro le loro case. Nei giardini. Nei vicoli… Vicino all’impresa dei trasporti c’era nientemeno che un furgoncino di gelati. Un tipo seduto a mangiarsi un gelato, cazzo. Neanche fosse una scampagnata… In fondo alla strada si vedeva ancora il fumo. Fumo nero e bruciante dalle macchine e dai copertoni. La polizia che ci guardava andare via. Dietro le visiere. Due di loro che ci sventolavano delle banconote da dieci sterline. Ciao ciao, pensai. Non vi rivedrò più…»

[pag.148]

«Non riesco a dormire. Non riesco a chiudere gli occhi …Bombe molotov. Macchine e autobus bruciati. Prefabbricati in fiamme. Barricate di fuoco. Case evacuate. Furgoni Transit con una corazza su misura cavalli e cani sguinzagliati… Come le scene che si vedono nei servizi dall’Irlanda del Nord. Da Bogside…In vita mia non avrei mai pensato di vedere una cosa simile qui. Non qui in Inghilterra. Non nel South Yorkshire. Non nella merdosa Cortonwood, di tutti i posti… Non ci credo ancora, a certe cose che ho visto… Ragazzi intrappolati nel campo giochi della Brompton Infants che lanciano mattoni agli sbirri mentre gli sbirri rompono il culo a chiunque riescano a beccare con scudi e manganelli. Madri coi loro bambini che cercano di farsi largo nella scuola per l’assemblea. Bambini che piangono e si cagano addosso. La direttrice fuori nel campo giochi a implorare sia i poliziotti che i picchettatori a finirla. Nessuno che le dia retta… Spezzava il cuore, sul serio vederlo succedere qui… Però succedeva in tutti gli altri posti. Ed è successo a noi…Un vero colpo, però, quando Pete aveva aperto la busta e aveva detto che era Cortonwood. Qualcuno gli disse di andare affanculo. Di non scherzare su una cosa del genere. Pete disse che non era uno scherzo. Magari, cazzo. Invece non è uno scherzo… È la guerra. La guerra, stavolta. Sul serio…La terza guerra mondiale, ecco cosa sembrava… Nebbia fitta. Buio pesto. Fuochi e barricate dappertutto… Mai visto volare tante bottiglie e mattoni. La pensilina dell’autobus che partiva. I lampioni che partivano. Il muro della cappella metodista. Rivoli di latte lungo la strada dai carretti che i ragazzi hanno dirottato… La Battaglia di Brampton, all’ombra della Miniera di Catonwood. Ecco cos’era… Noi in tremila. Loro almeno in duemila, minimo…Tutto per un solo crumiro schifoso. Un solo crumiro di merda…»

[pag.328]

Domenica 11 novembre 1984

… Si voltò a guardare indietro. Delle luci lo colpirono dritto in faccia. Lo accecarono… Si coprì gli occhi con le mani. Ma voleva vedere. Vedere cos’era. Vedere…

Un Transit della polizia dietro l’altro tagliava la nebbia in un gigantesco corteo metallico…

Uno, due, tre, quattro, cinque, dieci, quindici, venti, venticinque, trenta, quaranta… Cinquanta Transit della polizia uno incollato all’altro. Cento, centoventi all’ora… Poi spariti di nuovo. Nessuna luce. Nessun suono. La strada buia. La strada di nuovo morta… Solo l’odore del gas di scarico. Fra le siepi. Sotto gli alberi…

Terry risalì in macchina. Bill aveva gli occhi chiusi. Terry gli afferrò un braccio… «Dove siamo?» ripeté Terry. «Cosa sta succedendo? »

Bill si riportò di nuovo l’indice alle labbra. Poi all’orecchio e all’occhio. «Pazienza compagno.»

Terry si sedette di nuovo e Terry aspettò. Osservò. Ascoltò… Accese la radio. La spense di nuovo. Di nuovo accesa. Di nuovo spenta. Ascoltò…

«Non può esserci perdono

Ascoltò e sentì sussurri. Sentì echi…  «Nessun perdono

Si allungò di nuovo in avanti. Sussurri ed echi. Echi e urla… Guardò fuori attraverso il parabrezza nel buio. Urla e grida. Spade…  Spade e scudi. Bastoni e pietre. Cavalli e cani. Sangue e ossa…  Le armate dei morti risvegliati, risorti per un’ultima battaglia…

La strada. Le siepi. Gli alberi…

Fuoco che illuminava la notte. La nebbia era diventata fumo. Luci blu e rosse… Terry scosse il braccio di Bill. Lo scosse e lo scosse. Bill aprì gli occhi…  «Dove siamo?» Urlò Terry «Che posto è questo? »

«L’inizio e la fine di tutto» disse Bill. «Brampton Bierlow. Cartonwood.»

«Ma cosa sta succedendo? » Urlò Terry Winters. «Cosa succede? Cos’è questo? »

«È la fine del mondo rise Bill Reed. La fine di tutti i nostri mondi.»

 [pag.326,7]
(I brani sono tratti da: David Peace, GB84, Marco Tropea editore 2002)

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Quanto siamo coinvolti nell’aggressione israeliana a Gaza?

Alla vigilia dell’aggressione israeliana alla Striscia di Gaza, un attento analista denunciava esercitazioni israelo-italiane sempre più intrecciate.

HAIFA – «Rising Star», giochi bellici congiunti per Roma e Tel Aviv

di Antonio Mazzeo sul suo blog

Esercitazioni militari e scambi di armamenti

Blitz in Israele dei reparti d’élite della Marina militare italiana. Dal 3 all’8 novembre, nelle acque prospicienti la città di Haifa, si è tenuta la prima edizione dell’esercitazione bilaterale Rising Star 2012 a cui hanno partecipato i palombari artificieri del Gruppo operativo subacquei del Comsubin (Comando Subacquei ed Incursori) di La Spezia e i Divers (specialisti sommozzatori) della Marina israeliana. Obiettivo dell’addestramento, il «contrasto della minaccia costituita dagli ordigni esplosivi improvvisati (Improvised Explosive Devices), attraverso la «bonifica a bordo delle unità navali e subacquee».

Addestramento continuo

«Le minacce terroristiche o i fenomeni di pirateria stanno portando le Forze di sicurezza ed in particolare le Marine militari dei paesi occidentali a studiare assetti e procedure efficaci», ha spiegato il Comando italiano nel comunicato di presentazione della missione in Israele. «L’intervento sugli Ied a bordo delle unità navali, necessita di un continuo addestramento, materiali specifici e tecnologicamente moderni, ma soprattutto operatori altamente specializzati». Come i sub italiani e gli omologhi israeliani, operativi da tempo nei principali teatri di guerra internazionali. A partire dagli anni ’90, ad esempio, i reparti del Comsubin di La Spezia sono intervenuti nei Balcani e in Albania, in Corno d’Africa, Ruanda, Libano e Golfo persico.

Prima dell’esercitazione navale ad Haifa, a fine 2011 le forze aeree di Italia e Israele avevano dato vita a due importanti attività addestrative, la prima in Sardegna (nome in codice Vega) e la seconda nel deserto del Negev (Desert Dusk). Durante i war games furono simulati combattimenti aerei tra cacciabombardieri F-15 e F-16 israeliani ed “Eurofighter” e “Tornado” dell’Aeronautica italiana e bombardati bersagli fissi e mobili nei poligoni militari.

Rising Star 2012 ha preso il via una decina di giorni dopo il terzo vertice intergovernativo italo-israeliano di Gerusalemme, a cui hanno partecipato, tra gli altri, il primo ministro Mario Monti e ben sei ministri del suo esecutivo. «Italia e Israele sono unite da un legame speciale e oggi stiamo ponendo le basi per intensificare ulteriormente questa collaborazione e, allo stesso tempo, per avviarla in nuovi settori», ha spiegato Monti al termine del colloquio con il premier israeliano Benjamin Netanyahu. Diversi gli accordi commerciali sottoscritti; tra i più importanti quelli in vista del «rafforzamento e la promozione della collaborazione sul fronte delle imprese innovative start-up e, più in generale, dell’hi-tech», come si legge nel memorandum finale. All’orizzonte ci sono poi gli investimenti finanziari nel settore delle grandi infrastrutture (come ad esempio il collegamento ferroviario dal Mar Rosso al Mediterraneo) e, immancabilmente, per la cooperazione, la ricerca, lo sviluppo e la produzione nel settore militare.

Un anno chiave

Il 2012 è stato un anno chiave nelle relazioni tra i complessi militari industriali dei due paesi. A febbraio, il governo di Israele ha ufficializzato l’accordo preliminare per l’acquisto di 30 caccia-addestratori M-346 “Master” di Alenia Aermacchi (Finmeccanica). I velivoli saranno assegnati alle Tigri volanti del 102° squadrone dell’aeronautica militare; oltre alla formazione dei piloti e al supporto alla guerra elettronica, essi potranno essere utilizzati per attacchi al suolo con bombe e missili aria-terra o antinave. Il giro di affari della commessa si attesta intorno al miliardo di dollari ma comporterà per l’Italia una contropartita altrettanto onerosa. Tel Aviv, infatti, ha imposto che le forze armate italiane si dotino di un satellite elettro-ottico di seconda generazione “Ofeq“, prodotte dalle industrie israeliane Iai ed Elbit (costo 200 milioni di dollari) e di due velivoli di pronto allarme (Early warning and control – Aew&C) “Gulfstream 550” con relativi centri di comando, controllo e sistemi elettronici avanzati delle aziende Iai ed Elta Systems (800 milioni circa).

Nel corso dell’anno, l’Aeronautica italiana ha pure deciso di dotare i propri elicotteri EH101 e gli aerei da trasporto C27J “Spartan” e C130 “Hercules” con un nuovo sistema di contromisure a raggi infrarossi, denominato Dircm (Directional infrared countermeasures), che sarà co-prodotto da Elettronica Spa di Roma e dall’israeliana Elbit.

«Con il Dircm, l’Aeronautica militare sarà la prima forza armata europea a dotarsi di un sistema con tecnologia non americana per la difesa dai missili che possono essere lanciati con sistemi a spalla e che rappresentano una delle minacce più pericolose in fase di decollo ed atterraggio», spiegano al Ministero della difesa. Venticinque milioni e mezzo di euro la spesa, con consegne che saranno fatte entro la fine del 2013. E sempre dal prossimo anno, i missili israeliani aria-terra a corto raggio “Spike” armeranno gli elicotteri d’attacco AW-129 “Mangusta” di AugustaWestland, altra azienda di punta del gruppo Finmeccanica.

Tel Aviv farà la guerra con il made in Italy, noi la faremo con le armi d’Israele.

il Manifesto 2012.11.13 – 09 INTERNAZIONALE
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Ancora sull’aggressione terroristica a Gaza. Un utile articolo de il Manifesto

L’ARTE DELLA GUERRA
La Striscia brucia: ecco l’incendiario

Manlio Dinucci

Jamal, un commerciante di Gaza, era fuori domenica mattina quando una potente testata israeliana a guida di precisione ha centrato la sua casa, sterminando la famiglia: nove persone tra cui quattro bambini di 2-6 anni. Tre generazioni spazzate via in un attimo. Oltre 5mila palestinesi sono stati uccisi in dieci anni dagli israeliani a Gaza, di cui 1.200 solo nel 2009, più altri 2mila in Cisgiordania. Dei 70mila rapiti, oltre 6mila, tra cui più di 400 bambini, sono ancora imprigionati. Un prezzo altissimo, considerando che la popolazione dei Territori palestinesi occupati è di 5,5 milioni. Ma non si muore solo per gli attacchi militari nel ghetto di Gaza e in quello di Cisgiordania, circondato dal Muro di 750 km. Si muore ogni giorno di povertà, per mancanza di cibo, acqua potabile, medicine. L’alternativa è scomparire o resistere.
I palestinesi resistono, rivendicando il diritto a uno stato libero e sovrano che, secondo la decisione delle Nazioni unite, avrebbe dovuto nascere 64 anni fa accanto a quello israeliano. In termini militari, però, l’armamento palestinese equivale a quello di chi, inquadrato da un tiratore scelto nel mirino telescopico di un fucile di precisione, cerca di difendersi lanciandogli il razzo di un fuoco artificiale. Sulla scia di Washington, la Ue condanna invece «il lancio di razzi da Hamas e da altre fazioni, che hanno iniziato questa crisi». E il ministro Terzi, spacciando i razzi per missili, sottolinea che sono «i lanci di missili all’origine della crisi» e che «la limitazione della forza da parte di Israele deve poggiare sulla sicurezza assoluta che i lanci di missili non si ripetano». Sceneggiata che sarebbe grottesca se non fosse tragica. La nuova crisi, volutamente innescata da Tel Aviv con l’assassinio a Gaza del comandante militare di Hamas, rientra nella strategia dell’asse Nato-Israele. Mentre i governanti statunitensi ed europei recitano sulla scena internazionale il ruolo dei moderati che cercano una soluzione pacifica al conflitto, la Nato sostiene sempre più le forze militari israeliane. Non a caso l’attacco a Gaza è iniziato il 14 novembre, il giorno dopo che si è conclusa in Israele la grande esercitazione congiunta Austere Challenge 2012, con la partecipazione di 3.500 specialisti statunitensi della guerra. Contemporaneamente nei cieli della Sardegna si sono intensificate, secondo varie testimonianze, le esercitazioni cui partecipano cacciabombardieri israeliani che usano la base di Decimomannu anche come scalo tecnico. In Sardegna, spiega un pilota, disponiamo di un’area più grande dell’intero Israele. E tra poco l’aeronautica israeliana disporrà di 30 velivoli M-346 da addestramento avanzato, forniti da Alenia Aermacchi. Così le incursioni su Gaza saranno ancora più micidiali. Il tutto rientra nel potenziamento della macchina bellica Nato/Israele nell’area mediterranea. Dagli Usa stanno arrivando altre unità navali e aeree per le forze speciali, che opereranno da basi sia sulla sponda nord (soprattutto Sigonella) che su quella sud (in Libia e altri paesi). Mentre il Pentagono annuncia che occorrono 75mila uomini da inviare in Siria, formalmente per impadronirsi delle armi chimiche prima che cadano in mano a Hezbollah. L’incendio di Gaza si allarga, spinto dallo stesso Vento dell’Ovest.

Da il Manifesto 2012.11.21 – 02 INTERNAZIONALE  sta qui

vedi anche  il Post  del 19/11

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Ancora sulla “Strage di Bologna”

Strage di Bologna: tra “misteri” frutto di ignoranza e spiegazioni che si preferisce non vedere

di Tommaso Fabbri

Sul piano della conoscenza storica, i “misteri” sono epifenomeni dell’ignoranza. Tutto ha invece una spiegazione possibile. Anche il soggiorno che il palestinese Saleh, allora militante del FPLP di George Habash, fece a Roma fra il novembre e il dicembre 1981 mentre si trovava nella condizione degli arresti domiciliari a Bologna.

Facciamo un passo indietro nel tempo e poi, senza cadere nelle trappole della dietrologia, cerchiamo di ragionare col cervello. Il generale Spiazzi, personaggio del Sisde parecchio attivo soprattutto al tempo della strage di Bologna, nella prima metà del giugno 1981 aveva iniziato a indagare sulla sparizione dei giornalisti Toni e De Palo avvenuta a Beirut il 2 settembre 1980:

«Il mio punto di riferimento nel Sisde – il nome in codice era Francesco Barone – mi disse: “Dovremmo stabilire un contatto con i libanesi, Lei avrebbe qualche possibilità?”.lo conoscevo un certo Camille Tawil, rappresentante dei cristiano-maroniti in Italia. Era venuto ad alcune riunioni del nostro Fronte popolare di riscossa monarchica, di cui ero vicepresidente. Ho telefonato a Tawil, residente a Milano, per organizzare un incontro tra lui e i nostri servizi. Ma poi sparì perché venne messo in galera, forse in seguito alla mia telefonata, non lo so. E vi rimase per un mese».

(Pag. 171 di Fratelli d’Italia, di Ferruccio Pinotti, BUR Biblioteca Univ. Rizzoli).

In realtà, a differenza di quanto potrebbero lasciar intendere le parole del signor Spiazzi agli sprovveduti di conoscenza storica, Camille Tawil fu arrestato perché non volle dire nulla sui neonazisti europei e italiani che nel 1979-1980 si erano addestrati nei campi militari gestiti dai falangisti nel Libano:

«Il 18/6/1981 (cfr. RD, V1, C3, pp. 104-105), il Giudice Istruttore aveva sentito come testimone Camille Tawil, rappresentante in Italia e presso il Parlamento Europeo delle Forze della Resistenza Libanese; avendo costui escluso essere a sua conoscenza che cittadini europei potessero essersi addestrati in campi militari cristiani del Libano, era stato tratto in arresto per reticenza».

(Tratto dalla sentenza dell’11 Luglio 1988 per la strage di Bologna)

Successivamente il partito falangista libanese si mise a puntare il dito contro i palestinesi e in particolare nei riguardi del dirigente Abu Iyad poiché avrebbe addestrato in Libano un gruppo di neonazisti tedeschi capeggiati da Karl Heinz Hoffmann (vedasi “Organizzate dai nazionalisti palestinesi le stragi di Bologna e di Monaco?”, di Bruno Marolo, venerdì 26 giugno 1981, La Provincia).

Olp e falangisti si accusavano in modo reciproco di essere i mandanti della strage di Bologna ma “nessuna delle due parti finora ha dato le prove” (ibidem).
La polemica allora in atto, di chiaro e obbligatorio interesse per chi indagava sulla strage di Bologna, non era ancora conclusa quando, fra il novembre e il dicembre del 1981, ci fu il viaggio del palestinese Saleh a Roma.

Quest’ultima vicenda, da parte sua, è finita poco tempo fa nelle discussioni in Parlamento e su alcuni giornali. Dopo un’interpellanza parlamentare del finiano Enzo Raisi e una risposta del governo Monti per bocca del sottosegretario all’Interno Carlo De Stefano, il 17 novembre è apparso un articolo sul quotidiano la Stampa che, a sua volta, riprende una notizia pubblicata dall’agenzia Dire qualche giorno prima:

«Un viaggio inquietante, considerando che Saleh era agli arresti domiciliari a Bologna e che fu necessaria un’autorizzazione specifica della magistratura dell’Aquila (il palestinese era stato arrestato per l’indagine sui missili palestinesi sequestrati a Ortona). E siccome all’Aquila non erano tanto d’accordo, si mosse da Bologna il giudice Aldo Gentile, che scrisse ai colleghi abruzzesi spiegando che la deroga ai domiciliari era «necessaria» alle sue indagini sulla bomba alla stazione».

(Bologna, torna l’ombra dei palestinesi sulla strage, di Francesco Grignetti, sabato 17 novembre 2012, La Stampa).

A questo punto, com’è ovvio che sia, sorge una domanda: perché il giudice Aldo Gentile affermò che la deroga ai domiciliari per Saleh era “necessaria” alle sue indagini sulla strage di Bologna del 2 agosto 1980? L’unica spiegazione logica è che, di fronte alle due opposte (e non provate) varianti della “pista libanese” sulla strage di Bologna, il suddetto giudice volesse favorire un colloquio informale fra Saleh e uomini della magistratura “antiterrorismo” e/o dei servizi segreti italiani, oppure far controllare i movimenti e i contatti romani del palestinese, per delle finalità investigative.

Sotto questo profilo e se questa ipotesi dovesse trovare delle conferme da chi ebbe modo di conoscere la dinamica dei fatti, il soggiorno fatto da Saleh a Roma fra il novembre e il dicembre del 1981 non costituì nulla di misterioso. Per lo stesso giudice Gentile, la persona che più di tutti dovrebbe eventualmente fornire delle spiegazioni, non era nulla di strano.

Il doversi districare fra i molteplici depistaggi riguardanti la strage di Bologna fornisce lo specifico e fondamentale motivo per cui tale giudice favorì l’autorizzazione del viaggio di Saleh a Roma. Era infatti normale per l’apparato giudiziario e poliziesco dell’Italia del 1981 anche svolgere operazioni di tipo investigativo non del tutto formalizzate a livello di documenti scritti. L’ipotesi più probabile è comunque che il soggiorno di Saleh a Roma fosse voluto da Giovannone del Sismi (che nel 1976 aveva chiesto che fosse pagato il palestinese per avere informazioni sull’Olp) per motivi del tutto estranei alla strage di Bologna. Nel frattempo il giudice Gentile pensava invece che servisse alle indagini sul 2 agosto 1980.

Il Manifesto 19 novembre 2012
 http://www.ilmanifestobologna.it/wp/2012/11/strage-di-bologna-tra-misteri-frutto-di-ignoranza-e-spiegazioni-che-si-preferisce-non-vedere/

Vedi precedenti articoli sulla Strage di Bolognaquiquiquiqui  qui  

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Che ci fanno le Basi militari in Sardegna?

Venerdì 16 novembre. Le agenzie di tutto il mondo rimbalzano le notizie dell’escalation degli attacchi israeliani alla Striscia di Gaza, giunti al terzo giorno di massacri con decine e decine di bambini, donne e vecchi uccisi e centinaia di feriti.

In Sardegna gli abitanti di Assemini, una cittadina molto vicina alla Base militare israelo-statunitense di Decimomannu si sono lamentati che la sera prima, giovedì 15, rombi di numerosi bombardieri, segnalavano la partenza di stormi di aerei. Poco distante, gli abitanti di Dolianova,  hanno sentito un bombardiere passare a bassa quota, circa 20 metri, sopra i tetti delle case. Numerosi cittadini hanno denunciato l’intensificarsi delle operazioni militari sui cieli della Sardegna e ieri, domenica, hanno manifestato con un Sit-in a Decimomannu. Oggi la manifestazione si terrà a Cagliari contro le basi militari e il loro utilizzo per la guerra.

Non è la prima volta che succede. Esercitazioni militari italo-israeliane si tengono in continuazioni. Lo scorso anno c’è stata perfino una sentenza del Tribunale Militare Israeliano che ha condannato a sette giorni di carcere, e un anno di sospensione dal volo, il pilota dell’F-16 che l’anno prima, nel 2010, durante l’operazione italo-israeliana “Vega”, aveva compiuto uno spericolato “tonneau” (giro della morte, rotazione a 360 gradi) troppo vicino al suolo e al di fuori di aree di sicurezza. L’aereo faceva parte del 106° squadrone della Iaf, la Israeli Air Force, non nuovo a queste acrobazie che mettono in pericolo non tanto il pilota quanto gli abitanti delle zone sottostanti.

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L’aggressione israeliana sulla Striscia di Gaza (riceviamo da Gaza)

Oggi manifestazione vedi qui

Gaza City, 16 Novembre 2012

Nessun rifugio sicuro: Civili sotto attacco nella Striscia di Gaza.

Salem Waqef (Photo: Lydia De Leeuw)

Siamo al terzo giorno degli attacchi israeliani sulla Striscia di Gaza. Scriviamo questo
comunicato nel mezzo del suono incessante dei bombardamenti, che sono proseguiti per tutto il giorno di ieri, nel corso della notte e oggi.
L’escalation militare portata avanti dall’esercito israeliano continua su tutta la Striscia. Da Gaza City, sentiamo il rumore incessante dei droni e dei caccia F16 che irrompono nel cielo sulle nostre teste. Le bombe ci cadono ripetutamente attorno, colpendo aree densamente popolate.
Finora le forze aeree israeliane hanno condotto più di 500 bombardamenti, portando a 29 il
numero dei morti. Più di 255 persone sono state ferite dagli attacchi, la gran parte dei quali civili, tra cui 100 bambini. 30 sono le persone in condizioni critiche.
Le aree colpite includono Beit Hanoun, il campo rifugiati Jabalia, i quartieri di Sheikh Radwan e al-Nasser a Gaza City, il campo rifugiati di Maghazi, Deir El Balah, Khan Younis, e l’area dei tunnel a Rafah.
Nella giornata di ieri, 15 novembre, abbiamo visitato l’ospedale Al Shifa a Gaza City, dove è
stata portata la maggior parte dei feriti. Abbiamo parlato con i dottori, i pazienti e i loro parenti, vittime degli attacchi in corso nella Striscia di Gaza. Condividiamo alcune delle storie delle persone che abbiamo incontrato.
Nella giornata di ieri, 15 novembre, abbiamo visitato l’ospedale Al Shifa a Gaza City, dove è stata portata la maggior parte dei feriti. Abbiamo parlato con i dottori, i pazienti e i loro parenti, vittime degli attacchi in corso nella Striscia di Gaza. Condividiamo alcune delle storie delle persone che abbiamo incontrato.
Salem Waqef, un uomo di 40 anni, è stato gravemente ferito quando la sua casa è stata distrutta da un attacco la mattina presto del 15 novembre. I suoi dottori dicono che Salem ha subito danni cerebrali a causa della mancanza di ossigeno. E’ stato portato in terapia
intensiva alle 5 del mattino. E’ al momento in coma e secondo i dottori in condizioni difficili.
Verso le 13:10, quando lasciavamo la sala di terapia intensiva, una bambina di 10 mesi,
Haneen Tafesh, è stata portata in corsia. Era incosciente e il suo corpicino era livido. Aveva
subito la frattura del cranio e un’emorragia cerebrale, causata da un attacco avvenuto intorno alle 11 nel quartiere di Sabra a Gaza. Era in coma sotto ossigenazione artificiale. Più tardi nel pomeriggio, abbiamo ricontrollato come stava e i dottori hanno detto che le sue condizioni erano peggiorate. Dopo essere ritornati a casa la sera, abbiamo ricevuto la notizia della sua morte.

Ahmed Durghmush (Foto di Lidia de Leeuw)

Ahmed Durghmush ha una ventina di anni
ed è stata portato allo Shifa in terapia
intensiva verso le 21 di Mercoledì 14, dopo
essere stato ferito da un attacco aereo che
ha colpito il quartiere di Tel Al Hawa a
Gaza City. Ha subito un trauma cerebrale
causato dalle schegge di un missile
esploso. All’arrivo di Ahmed, il Dr Fauzi Nablusia ha spiegato che soffriva di un’emorragia cerebrale ed era stato operato. Le sue condizioni sono peggiorate nel corso della giornata. Un parente di Ahmed vicino al suo letto si è sfogato dicendoci di sentirsi impotente e di avere paura per la sorte di Ahmed.

Haneen Tafesh (Foto di Gisela Schmidt-Martin)

Il pronto soccorso è stato inondato dagli arrivi dei feriti
durante tutto il giorno. Tra di essi è arrivata Basma
Mahmoud el Tourouq, 5 anni, dal quartiere di Rimal a
Gaza City. E’ stata ferita dal bombardamento avvenuto
vicino alla sua casa intorno alle 14:30 del pomeriggio.
L’onda d’urto dell’esplosione l’ha scaraventata dall’altro
lato della stanza, la brusca caduta per terra le causato la
frattura dell’avambraccio.
Abbiamo poi sentito le storie di alcuni tra i bambini, le
donne e gli uomini feriti e dei loro parenti che sono stati
ricoverati in diversi reparti dell’ospedale Al Shifa.
Mohammed Abu Amsha, due anni e mezzo, è stato ferito mentre sedeva di fronte alla casa di suo nonno a Beit Hanoun.Un F16 ha sparato un missile nelle vicinanze e dopo l’esplosione le macerie l’hanno colpito alla testa. Quando stavamo per andarcene, abbiamo saputo che anche lo zio di Mohammed era stato ferito.


Basma Mahmud Al Tourouq (Lydia De Leeuw)

Zuhdiye Samour, madre e nonna, del campo rifugiati di Shati a Ovest di Gaza City, era ancora visibilmente scossa da quello le era accaduto, quando ci ha raccontato: “Eravamo seduti insieme a casa. Erano le 20:30 di sera e stavamo guardando la Tv, dei film per distrarre i bambini che avevano paura. Poi, abbiamo sentito i botti di 12 colpi di artiglieria sparati dalle navi della marina israeliana”. Zuhdiye e altri tre civili sono stati feriti quando i proiettili sono esplosi nella loro zona abitata a nord di Gaza City.
Khalid Hamad, il direttore della Pubblica Informazione del Ministero della Giustizia, è stato uno dei civili feriti nell’attacco indiscriminato di un’area residenziale. Era a casa con la sua famiglia a Nabarat, Nord di Gaza City, quando ha sentito l’esplosione di una bomba, che ha colpito la casa del vicino. Molte persone del vicinato sono accorse fuori per aiutare e sono state colpite da altri sei proiettili sparati dalle navi. Il nipote di Hamad, un adolescente, ha riportato ferite lievi. Anche un altro uomo è stato ferito dalle schegge dei proiettili. “Hanno colpito i civili deliberatamente”, ha detto, “le forze israeliane non fanno errori”.

Mohammed Abu Amsha (Foto di Gisela Schmidt-Martin)
Duaa Hejazi (Lydia De Leeuw)

Una ragazza di 13 anni, Duaa Hejazi, stava tornando a casa sua a Gaza, nel quartiere di Sabra, dopo una camminata con sua madre e i fratelli, quando un missile israeliano ha colpito la strada di fronte alla loro casa intorno alle 8 di sera. “Ho perso molto sangue. Anche mio fratello è stato ferito, alla mano. I vicini mi hanno portato all’ospedale”. Duaa ha riportato ferite causate dalle schegge delle bombe su tutto il torace, alcune delle quali ancora conficcate nel petto. Lei vorrebbe trasmettere un messaggio ai bambini che vivono fuori da Gaza: “Siamo bambini. Non abbiamo colpe per quello che stiamo subendo. Siamo sotto occupazione e, così come Abu Ammar, dico “se sei una montagna, il vento non ti scuoterà”. Noi non abbiamo paura, continueremo a essere forti.
Anche oggi abbiamo incontrato il Dott. Mithad Abbas, Direttore Generale dell’ospedale Shifa.
Quando gli abbiamo chiesto in che modo l’ospedale stia affrontando l’arrivo dei pazienti ci ha risposto: “Quando arrivano questi casi in ospedale, ci troviamo ad operare in circostanze
straordinarie. Siamo in una situazione di assedio, di embargo, per la quale soffriamo della
mancanza di medicinali e forniture mediche di prima necessità”. L’ospedale non possiede molti medicinali e strumenti fondamentali, quali antibiotici, cateteri, anestetici, guanti, tutori esterni, eparina, materiali di sutura, detergenti e pezzi di ricambio per macchinari medici.
L’ospedale possiede anche di una riserva di carburante, che fornisce energia durante i
quotidiani tagli dell’elettricità. Se i tagli dell’elettricità dovessero raggiungere le 12 ore
giornaliere, il Dott. Abbas ci ha detto che in tal caso l’ospedale avrà carburante sufficiente per fornire l’elettricità per non più di una settimana.
Il personale dell’ospedale sta affrontando scene caotiche e cariche di tensione, in quanto
corridoi e stanze sono diventati sovraffollati, con persone che provano ad accertarsi dei propri parenti e amici feriti. Il Dott. Abbas racconta: “le persone entrano nel pronto soccorso in panico, cercando i propri familiari. E’ molto difficile gestire tutto ciò”.
Nessuno sa dove colpirà il prossimo missile, nessuno sa dove potrà essere al sicuro. I genitori non sono in grado di tenere i propri bambini al sicuro, e neanche a trasmettere loro un senso di sicurezza”.

Questi sono i nomi delle persone uccise dagli attacchi israeliani:

1- Walid Abadlah, 2 1/2 anni
2- Marwan Abu Al-Qumsan, 52 anni
3- Ramai Hamamd
4- Khalid Abu Al-Nasser
5- Habes Mesbeh, 30 anni
6- Wael Al-Ghalban
7- Hisham Al-Ghalban
8- Ahmed Al-Jaabari, 52 anni
9- Mohammed Al-Hams
10- Ranan Arafat, 3 anni
11- Essam Abu El-Mazzah, 20 anni
12- Hani Al-Kaseeh, 18 anni
13- Ahmed Al-Masharawi, 11 anni
14- Hiba Al-Masharawi, 19 anni, incinta
15- Mahmud Sawaween, 65 years old
16- Hanin Tafish, 10 mesi
17- Tareq Jamal Naser, 16 anni
18- Oday Jamal Nasser, 14 anni
19- Fares al-Bassiouni
20- Mahmoud Sadalla, 3 anni
21- Ismail Qandil, 24 anni
22- Tahrir Suleiman, 22 anni
23- Non identificato
24- Non identificato
25- Ziad Abu Jlal
26- Amjad Abu Jlal
27- Ahmed Abu Jlal
28- Hasan Abu Hmela
29- Khaled Shaer1- Walid Abadlah, 2 1/2 anni
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Per ulteriori informazioni, contattare:
Adie Mormech (Inghilterra) +972 (0) 592280943
Adriana (Italiano, Spagnolo) +972 (0) 597241318
Gisela Schmidt Martin (Irlanda) +972 (0) 592778020 blipfoto.com/GiselaClaire
Joe Catron (Stati Uniti) +972 (0) 595594326 twitter.com/jncatron
Lydia de Leeuw (Olanda) +972 (0) 597478455 asecondglance.wordpress.com
Meri (Italia) +972(0)598563299
Siamo un gruppo di internazionali che vivono nella Striscia di Gaza e lavorano negli ambiti del giornalismo, dei diritti umani, dell’educazione, dell’agricoltura. Cerchiamo di difendere e promuovere i diritti della popolazione civile palestinese di fronte all’occupazione israeliana e alle operazioni militari. Oltre ad essere noi stessi testimoni oculari, raccogliamo informazioni dalle nostre reti personali in tutta la Striscia di Gaza, dai media locali, dal personale medico e dalle ONG internazionali presenti a Gaza.
Verifichiamo ciò che divulghiamo e speriamo che i nostri resoconti possano contribuire a rendere più accurata la copertura mediatica della situazione di Gaza.
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Inverno-autunno 1984, minatori britannici sotto l’attacco thatcheriano

13 novembre 1984, la Gran Bretagna è sotto il tallone di ferro del thatcherismo.

La grande lotta dei minatori si avvia alla conclusione, e alla sconfitta, dopo oltre un anno di duri scontri. Gli scioperi continueranno fino al marzo del 1985, in un decrescendo della partecipazione e dell’antagonismo dei minatori e degli abitanti dei territori che li hanno affiancati e sostenuti fin dai primi giorni.

Quel 13 novembre di 28 anni fa, il Ncb (Ufficio Nazionale del Carbone) comunicava che, per la prima volta, 5000 minatori erano tornati al lavoro; il fronte cominciava a franare.

Gli scioperi erano iniziati il 5 marzo ‘84 nello Yorkshire a seguito della proclamazione della chiusura dei pozzi di Cortonwood. Quella chiusura era l’inizio della strategia di smantellamento del settore minerario e di privatizzazione liberista di tutti i settori britannici ancora nazionalizzati (ferrovie, British Leyland, acque e miniere).

Era il fronte britannico della guerra mondiale di classe che il capitale internazionale scatenava contro la classe lavoratrice e i ceti medio-bassi. Il fronte italiano di questa guerra di classe aveva visto l’offensiva padronale, nell’autunno del 1980, con l’espulsione di 24.000 lavoratori dalla Fiat.

Per l’attacco alla classe operaia delle miniere fu incaricato Ian McGregor, [quando morì nel 1998, questo fu l’addio dei minatori] un uomo d’affari canado-scozzese che aveva già smantellato l’industria siderurgica. Il suo programma era: chiudere i pozzi non redditizi creare dei “super-pozzi” da vendere all’industria petrolifera; abbandonare il carbone per il nucleare. I minatori erano 183.000 di cui 120.000 impiegati nei 176 pozzi del Ncb.

Il Num (National Union of Mineworkers- Sindacato Nazionale dei Minatori), che si collocava all’estrema sinistra delle Tuc (Trades Union Congress-Confederazione dei sindacati inglesi) e con una notevole autonomia, aveva già sconfitto nella lotte del 1972 e del 1974 la prima offensiva di privatizzazione, utilizzando anche la tattica del “picchetto volante” una invenzione degli scioperi del 72.72 del Num diretto da Arthur Scargill . Ma nel 1979, col governo Thatcher si capisce che la musica era cambiata e l’offensiva governativa sarà molto dura. Il governo fa uso dei media e di tutte le altre aree sociali per isolare il settore da colpire. Nel 1980, 100.000 metallurgici vengono espulsi dalle ristrutturazioni e privatizzazioni del settore. I lavoratori della British Leiland si vedono smantellare le officine dove più forte è l’organizzazione operaia; nel 1982 è la volta dei lavoratori del pubblico impiego che si vedono cancellare addirittura libertà sindacali conquistate. Ad ogni vittoria della ristrutturazione capitalista c’è un aumento notevole di disoccupazione che chiedono lavoro, e questo rende meno forte la resistenza operaia.

Il 6 marzo ’84 la lotta si estende allo Yorkshire e alla Scozia a seguito della notizia del licenziamento di 20.000 minatori. Seguono il Kent e il Durham e altri distretti.

Il 14 marzo la magistratura si mette al fianco della Thatcher vietando i picchetti e consentendo alla polizia di intervenire. 8.000 poliziotti vengono inviati nel bacino di Nottinghamshire.

15 marzo, primo minatore morto negli scontri, è David Jones, 24 anni durante un picchetto.

29 marzo, i ferrovieri, i trasportatori e i siderurgici appoggiano la lotta non trasportando il carbone.

15 giugno, secondo minatore morto, investito da un camion davanti alla centrale elettrica di Ferrybridge.

18 giugno ’84, la giornata più violenta e prolungata di scontri tra polizia in tenuta antisommossa e minatori organizzati a Orgreave (cittadina del South Yorkshire), la puoi vedere qui 

La battaglia fu musicata dai Redskins (ascolta)  gruppo musicale di compagni che accompagnò la lotta dei minatori con molte canzoni e concerti.

27 giugno 24 ore di sciopero dei ferrovieri in appoggio ai minatori. Il 9 luglio anche gli scaricatori (Dockers) scioperano. Ma il sindacato fa un errore accettando trasporti di carbone per garantire la produzione dell’acciaio.

11 agosto, manifestazione a Londra di 30.000 donne provenienti dalla regioni minerarie.

I minatori inglesi, scozzesi e gallesi, persero quella battaglia. La lotta di classe non finì certamente. Ma è compito di ciascuna compagna e ciascun compagno riflettere insieme sulle sconfitte per imparare da quelle. Soprattutto nel momento attuale. E’ quanto vedremo nei prossimi Post.

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Lo Stato massacra nelle carceri e nelle strade

Giuseppe P. 65 anni è morto domenica mattina 11 novembre nel carcere “Don Soria” di Alessandria dov’era entrato solo due giorni prima per non essersi sottoposto alla prova dell’alcol-test.

Aveva chiesto di scontare la condanna (4 mesi) presso la propria abitazione, come previsto dalla cosiddetta legge “svuota-carceri” (Decreto Legge 22.12.2011 n° 211 , G.U. 20.02.2012), ma il giudice non ha ritenuto “idoneo” il domicilio proposto, decidendo di mandarlo in galera.

Salgono così a 140 i decessi nelle carceri italiane dall’inizio dell’anno (di cui 53 per suicidio).

Dal 2000 ad oggi 2.072 persone sono state uccise, in stato di detenzione, dal sistema carcere; di cui 744 per suicidio. Sono cifre da guerra. Una guerra che lo Stato ha dichiarato contro gli ultimi di questa terra, all’insegna della “sicurezza”!

Sempre all’insegna della “sicurezza”, nelle strade, ieri, di fronte alle massicce proteste delle nuove generazioni, massacrate dalle politiche dei governi a sostegno di banche, finanziarie e grandi corporations (multinazionali), che prospettano alle ragazze e ai ragazzi un presente disastroso e un futuro ancor più infame,

la forza militare dello Stato scova e colpisce pericolosi Black Bloc nei cortei:

 

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Dissociazione e pacificazione: percorsi, valutazioni, documenti

Per completare una sorta di riassunto del percorso della “dissociazione” degli anni Ottanta, riporto i documenti che ne sono stati il motore, insieme a quelli che potete trovare qui, qui e qui.

Inizialmente con una differenza dialettica tra di loro, poi ricomposti, o meglio, appiattiti sulla proposta di legge parlamentare (approvata il 18 febbraio del 1987, n.43) che imponeva: «Agli effetti della presente legge si considera condotta di dissociazione dal terrorismo il comportamento di chi, imputato o condannato per reati aventi finalità di terrorismo o di eversione dell’ordinamento costituzionale, ha definitivamente abbandonato l’organizzazione o il movimento terroristico o eversivo cui ha appartenuto, tenendo congiuntamente le seguenti condotte: ammissione delle attività effettivamente svolte, comportamenti oggettivamente ed univocamente incompatibili con il permanere del vincolo associativo, ripudio della violenza come metodo della lotta politica» (art. 1, L. 18-2-1987, n. 43).

Questi i due documenti della fine del 1982 che scandirono il percorso della dissociazione:

 Quello che segue è un altro documento, firmato da compagni/e che cercò di confrontarsi col precedente, proponendo un ragionamento leggermente diverso della dissociazione.

… sul percorso della “dissociazione” e la normalizzazione del carcere per mezzo della “premialità”, Salvatore Verde sul rapporto tra “Dissociazione” e normalizzazione del carcere dà questa interpretazione (tratto da: “Massima Sicurezza – Dal carcere speciale allo stato penale” di Salvatore Verde-Odradek ed. 2002)

«Nell’ottobre del 1986 entra in vigore la legge n. 663 di riforma dell’Ordinamento Penitenziario, meglio conosciuta come “legge Gozzini“. Il 18 febbraio del 1987 viene varata la legge n. 34, recante “misure a favore di chi si dissocia dal terrorismo”.
La coincidenza dei due provvedimenti legislativi non è affatto casuale ma segna, anzi, un punto di approdo importante del processo di trasformazione del nostro carcere. Nel corso del dibattito parlamentare sull’approvazione di questi due provvedimenti, diversi relatori riconoscono il peso che il movimento della dissociazione dalla lotta armata ha avuto nel promuovere l’approvazione della Gozzini. È lo stesso Mario Gozzini, primo firmatario della legge, a sostenerlo nel suo intervento in aula durante la discussione: “Il clima è profondamente mutato, in tutti i carceri, e credo che il disegno di legge che discuteremo consecutivamente a questo, la seconda riforma penitenziaria, undici anni dopo il ’75, sia il risultato ed il frutto delle aree omogenee“.
Gozzini è anche firmatario della proposta di legge sui dissociati, che la sinistra presentò al Senato nell’86. La prima firma posta in calce a questa proposta è quella del senatore Ugo Pecchioli, il ministro degli interni ombra del Partito Comunista Italiano negli anni del compromesso storico e delle politiche dell’emergenza.
Quando vengono emanati questi due provvedimenti gli echi delle rivolte carcerarie sono ormai impercettibili. Le irruzioni dei corpi speciali negli istituti, gli omicidi ed i sequestri degli uomini dell’apparato penitenziario sono definitivamente consegnati ad una storia archiviata nelle cancellerie delle Procure della Repubblica.
Il vortice repressione-rappresaglia in cui si era chiusa la “prospettiva rivoluzionaria” e l’isolamento dei quadri del movimento carcerario nel circuito degli speciali avevano progressivamente allontanato le avanguardie dalla massa dei reclusi, mentre il nuovo carcere riformato cominciava ad applicare diffusamente gli istituti decarcerizzanti della riforma penitenziaria.
Nei primi tre anni dall’entrata in vigore del nuovo ordinamento vengono concesse 11.409 semilibertà e 3.918 affidamenti. Una cifra rilevante, se si considera che nell’agosto del ’78 un indulto ridusse notevolmente proprio quella fascia di detenuti che avrebbero potuto accedere alle misure alternative. È estremamente interessante il dato riguardante il numero di richieste accolte dalle Sezioni di Sorveglianza sul totale delle richieste presentate: il 45% degli affidamenti ed il 70% delle semilibertà.
I destinatari di queste misure erano prevalentemente persone detenute per reati contro il patrimonio. La presenza di recidiva non costituiva un fattore significativo di discriminazione, così come anche la provenienza geografica. Anzi, fu proprio il Sud del paese che sembrò cogliere con maggiore entusiasmo le nuove opportunità (il 49% del totale dei provvedimenti fu emesso dai tribunali meridionali). È illuminante il caso della Sezione di Sorveglianza di Napoli, che da sola concesse il 24% del totale delle semilibertà dell’intero paese, segno evidente che la Magistratura e l’Amministrazione Penitenziaria fecero largo uso dei nuovi strumenti per intervenire nella drammatica situazione di sovraffollamento delle carceri di quella città.
Sottratta al conflitto la massa dei detenuti comuni, l’emergenza carceraria rimase esclusivamente un problema del circuito degli speciali, dove era ospitata la quasi totalità dei militanti delle formazioni politiche armate detenuti.
Ed è proprio dalla variegata area dei detenuti politici che tra l’81 e l’83 prese corpo il “movimento per la dissociazione dalla lotta armata“, che dimostrerà una grande capacità di penetrazione sia verso il basso, il popolo dei reclusi, sia verso l’alto, il sistema dei partiti, creando le condizioni per un rilancio della riforma carceraria.
Nel settembre dell’82, 51 militanti politici detenuti nel carcere romano di Rebibbia, appartenenti a diverse anime del movimento (dalle UCC agli autonomi, da Guerriglia Comunista a quelli del processo Moro) inviano al quotidiano Il Manifesto un documento intitolato “una generazione politica detenuta“. In questo documento i firmatari pongono il problema della ricerca di una “soluzione politica alla questione delle migliaia di compagni oggi detenuti, latitanti, esiliati in libertà provvisoria. Essa si dà – continuano – a partire da una pratica politica di netto rifiuto di posizioni e comportamenti combattenti terroristici”. Gli interlocutori di questa posizione sono “quelle forze sociali e politiche che intendono superare la politica delle leggi speciali e del terrore ed aprire una fase di trasformazione“.
Il documento dei 51, divenuto negli anni un vero e proprio manifesto della dissociazione, declama due punti di approdo del dibattito sul superamento della strategia della lotta armata, e formula due proposte per la fuoriuscita dalla fase dell’emergenza.
L’avvilupparsi della lotta di classe nella logica della guerra – sostengono i firmatari del documento – ha portato lo Stato ad incentivare la bipolarità tra pentiti e combattenti, misconoscendo una nutrita varietà di posizioni intermedie che si pongono soggettivamente al di fuori di questa dicotomia. Ciò che si chiede è che una rinnovata politica repressiva tenga conto di queste posizioni, dismettendo le armi della rappresaglia.
I movimenti sociali e la lotta armata – continuano – sono ormai separati da distanze incolmabili, per cui si rende attuale e praticabile una nuova prospettiva riformista che riconsegni il processo della trasformazione agli strumenti della democrazia. Il movimento per la dissociazione rivendica una piena legittimità a porsi come soggetto attivo su questo nuovo terreno, concorrendo a sconfiggere “la barbarie per il reinserimento attivo di una generazione politica nei processi di trasformazione sociale“.
Il percorso che i dissociati indicavano andava esplicitamente verso la depenalizzazione del reato associativo della banda armata, la modifica della legislazione penale speciale ed il superamento della politica carceraria dell’emergenza.
In primo luogo si proponeva la riduzione drastica della carcerazione preventiva, la revisione dei criteri di imputabilità per i reati associativi, la riapertura dei processi già definiti su richiesta degli interessati, maggiori garanzie dei diritti di difesa: in parole povere, il superamento del diritto da rappresaglia e la conseguente riquantificazione delle pene detentive erogate dai tribunali dell’antiterrorismo.
C’era poi, non secondariamente, il problema delle condizioni di vita e degli assetti istituzionali del carcere. E questo era il piano che immediatamente si proponeva all’azione concreta della nuova prospettiva riformatrice. Nelle cosiddette aree omogenee, sezioni che accoglievano coloro che avevano espresso posizioni dissociative, dovevano essere innanzitutto accuratamente selezionati i soggetti in ragione delle “affinità culturali, politiche, affettive e processuali” che essi esprimevano, perché soltanto un alto livello di attenzione e conoscenza dei singoli avrebbe potuto garantire adeguati livelli di sicurezza.
Le aree omogenee dovevano costituire momenti di sperimentazione e di rilancio di quella parte della riforma penitenziaria che prevedeva la permeabilità dell’istituzione totale a quelle istanze della società esterna capaci di incidere sui meccanismi di isolamento, deprivazione e depauperamento propri degli universi internanti. Ciò significava attrezzare la vita istituzionale con attività culturali, lavorative e socializzanti che la riforma del ’75 aveva elencato sotto il titolo di “elementi del trattamento individualizzato“.
Doveva essere rilanciata, inoltre, una nuova politica penitenziaria che ampliasse il ventaglio delle misure alternative alla detenzione, cancellando, al contempo, quelle norme ostative che impedivano l’accesso ai percorsi decarcerizzanti alle categorie dei criminali pericolosi.
La piattaforma politica del movimento per la dissociazione dalla lotta armata incontrò nell’Apparato Penitenziario un inatteso ed influente interlocutore, che darà un apporto importante al percorso ed agli esiti di questo progetto.
La dialettica interna all’Amministrazione Penitenziaria tra l’anima borbonica e forcaiola ed i tecnocrati della modernizzazione trovò nel fenomeno della dissociazione una forte accelerazione. Mentre il dibattito politico tra i partiti era concentrato sui ritorni immediati di consenso delle politiche giudiziarie emergenziali, l’apparato mostrò di avere uno sguardo più lungimirante, ed intuì, prima ancora dell’intellighentia e della classe politica, l’enorme potenzialità innovativa che la dissociazione esprimeva.
Se la stagione della specialità del diritto e del carcere duro ha avuto nel generale dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa il suo uomo simbolo, la fase della sconfitta politica della lotta armata ebbe nell’ex pubblico ministero del tribunale di Roma, Nicolò Amato, un sicuro protagonista.
Esponente di punta di quella nuova schiera di magistrati cresciuti nelle aule dei tribunali dell’antiterrorismo, Nicolò Amato arrivò alla Direzione Generale degli Istituti di Prevenzione e Pena direttamente da quello straordinario palcoscenico che fu il primo processo Moro.
Dalla requisitoria contro i NAP, a quella per l’attentato a Giovanni Paolo II, fino al processo permanente contro le BR del caso Moro, il Pubblico Ministero romano era stato uno dei più spregiudicati ed inflessibili inquisitori degli anni dell’emergenza, tra i più disinvolti intellettuali organici di quel giustizialismo che non esitò a consumare il più feroce scempio dello stato di diritto, in ragione delle esigenze di consenso di un sistema politico in profonda crisi di transizione.
Dopo aver alacremente lavorato alla accumulazione di quell’incredibile patrimonio di secoli di carcere realizzatosi in meno di un decennio, il più famoso PM del paese arrivò alla Direzione delle carceri con un preciso mandato: dare continuità, nel campo dell’esecuzione penale, a quei principi dell’arbitrio e della discrezionalità che avevano fatto la fortuna del diritto penale speciale.
Nicolò Amato si insediò al vertice del sistema penitenziario del nostro paese per gestire proprio quel patrimonio di pene che aveva così tenacemente concorso ad accumulare. Strano destino per un inquisitore: quelle sentenze non dovevano avere fine, non potevano semplicemente concludersi con la chiusura dei cancelli dietro le spalle dei militanti della lotta armata. Oggetto del processo, di quei processi, fu l’uomo, non il reato; il pensiero, oltre all’azione; la soggettività politica, oltre alla singolarità del soggetto.
Quel carcere, sempre più illimitato nella sua durata, sempre più efferato nella qualità della sofferenza che infliggeva, sempre più invisibile ed ermeticamente sigillato, doveva adesso trasformarsi in una casa della speranza, un involucro di vetro antiriflesso dove fosse a tutti visibile lo spettacolo dell’uomo in trasformazione, del criminale in rieducazione, della sua lotta civile e pacifica per la riconquista del diritto a vivere.
Con Nicolò Amato l’Amministrazione Penitenziaria si assunse il compito di tradurre in domanda politica il disagio che proveniva dalle prigioni, indirizzò la protesta verso le forme della non violenza e della propositività riformista, facendosi istanza di mediazione tra “il movimento” ed il sistema politico.
Il nuovo corso della direzione di Amato al vertice delle carceri sarà segnato, sin dall’inizio, da un inedito protagonismo dell’Amministrazione Penitenziaria, da una sua forte ed influente presenza politica e da una intelligente capacità di iniziativa.
Il deciso personalismo del suo uomo guida guadagnerà a questo apparato una grande visibilità, e gli assicurerà, per tutto l’arco della sua gestione, un ruolo di soggetto politico ascoltato ed influente. Amato iniziò a dialogare direttamente con le rappresentanze dei detenuti, favorendone la costituzione, contrattando con esse forme e contenuti dei regimi disciplinari, promuovendo le loro iniziative. Al contempo, presenziava a salotti televisivi, occupava pagine e pagine della carta stampata, concertava direttamente con le forze politiche ipotesi legislative di riforma.
Il flirt tra l’ex PM d’assalto e l’area della dissociazione dalla lotta armata sarà immediato, duraturo e ricco di risultati.
Il primo provvedimento che caratterizzerà il cambio di gestione del sistema penitenziario fu la istituzionalizzazione paranormativa della realtà delle “aree omogenee“. In piena autonomia dalle indecisioni delle forze politiche sulla fuoriuscita dalla lotta armata, Amato guidò la sua amministrazione in un personalissimo ed ambizioso progetto di soluzione politica, utilizzando la forza propulsiva del ceto politico prigioniero che si riconosceva nelle nuove posizioni dissociative.
Con una famosa circolare del novembre 1983, che ha i toni più di un proclama politico che del freddo documento burocratico, l’Amministrazione penitenziaria istituì formalmente il circuito delle cosiddette “aree omogenee”.
Amato parla ai suoi uomini ed indica loro l’opportunità che il momento storico gli offre di entrare da protagonisti nella fuoriuscita dall’era della lotta armata. “Ormai, a prescindere da un fenomeno di riproduzione che, fortunatamente, accenna a diminuire, si trovano ristretti negli istituti di pena quasi tutti gli esponenti della eversione armata… sia dei gruppi maggiori, come le BR, PL, NAR, che dei gruppi minori compresi i cosiddetti capi storici e gli stolti ideologhi che nel corso di questi ultimi anni l’idea ed i programmi della lotta armata hanno lanciato, sviluppato, propagandato”.
Come a dire: il fenomeno della lotta armata è ormai affare nostro; tutti i militanti sono in carcere ed il problema che si pone, consumata ormai la sconfitta sul piano militare, è quello della soluzione politica del conflitto.
Gli obiettivi da perseguire – prosegue la circolare – sono essenzialmente due. In primo luogo, incoraggiare e favorire al massimo il processo di disgregazione all’interno del partito armato. In secondo luogo, avviare, dopo la fase della lotta che è stata… dura ed implacabile, una fase di pacificazione sociale, attraverso il riassorbimento nelle regole del gioco democratico e la riconversione al rispetto verso le istituzioni e la Costituzione di quelle tensioni e di quelle richieste di cambiamento, di rinnovamento e di trasformazione sociale che si sono poste fuori e contro il sistema“.
Beh, niente male come biglietto da visita. Un compito alto per l’amministrazione delle carceri, chiamata a misurarsi con un mandato nuovo ed impegnativo: recuperare una generazione politica alle ragioni del sistema democratico. Incredibile, un uomo che parla ad un apparato istruito all’esercizio della violenza, all’uso delle celle di isolamento, dei letti di contenzione, delle squadrette punitive, indicando la necessità di una strategia che deve privilegiare le armi della persuasione, del convincimento, del cambiamento degli orientamenti etici.
Per Amato bisogna partire dall’attuale articolazione della differenziazione penitenziaria e dare ad essa piena espansione. Le aree omogeneevanno potenziate, incoraggiate, estese, pur con l’attenzione e la cautela necessaria ad evitare inquinamenti che ne vanificherebbero e ne frustrerebbero il senso e le finalità… In tal modo presentandosi come spazi penitenziari nei quali concretamente operano e si fanno sentire, per un verso, le istanze del recupero, della risocializzazione, del rapporto e della comunicazione tra carcere e comunità esterna, per l’altro, l’ansia di pacificazione sociale che percorre il paese… Sono situazioni e momenti dai quali la società libera può trarre utili motivi di riflessione nella ricerca tesa ad individuare gli strumenti ed i metodi atti a superare nel modo più radicale e sollecito il fenomeno terroristico“.
Contemporaneamente non devono essere assolutamente abbassati i livelli di blindatura degli speciali: “non si può in alcun modo permettere ai detenuti politici ed agli esponenti della grossa criminalità organizzata di fare opera di proselitismo o di affiliazione“.
La circolare confermava, nella sostanza, tutti i provvedimenti limitativi in vigore negli speciali, dai vetri divisori alla censura sulla corrispondenza, e preannunciava, inoltre, alle Direzioni degli istituti di massima sicurezza l’arrivo di cinque agenti di custodia di “buona esperienza ed affidabilità” con il compito, evidentemente, di lavorare specificamente all’opera di induzione alla scelta dissociativa. Sempre in ragione di questo obiettivo, viene liberalizzata la diffusione nelle sezioni speciali della stampa e delle pubblicazioni in libera vendita all’esterno, in modo da “permettere che il dibattito della e sulla dissociazione raggiunga anche il circuito della differenziazione se e nella misura in cui questo… approfondisca ed acceleri la crisi e la disgregazione dall’interno del terrorismo ed estenda il numero di coloro che rinnegano le ideologie, i progetti e la pratica“.
Intelligentemente Amato non teme, ma anzi auspica, la libera circolazione dei mezzi di comunicazione di massa all’interno delle carceri speciali, immaginando l’effetto moltiplicatore che il racconto mediatico della sconfitta poteva avere nell’indebolimento del fronte dei militanti incarcerati.
Amato pensa, a ragione, che il grande racconto della deriva “terroristica” in cui era impegnato tutto il sistema massmediatico non doveva essere negato a quella platea. Inoltre, il suo protagonismo riformista, nonché qualche evidente tratto di megalomania, non poteva rinunciare alla cassa di risonanza dei mass media, perché la riuscita del suo progetto di normalizzazione era anche legata alla capacità di bucare il sistema dell’informazione.
Per l’amministrazione dei penitenziari si avvia così la stagione dei convegni e dei seminari. Nelle diverse aree omogenee istituite nei vari istituti della penisola si promuovono iniziative politiche, dove vengono chiamati uomini delle istituzioni, politici ed intellettuali.
In pieno delirio di onnipotenza, così Nicolò Amato racconta il momento in cui vengono istituite le aree omogenee. “Si è sviluppato un discorso politico, il processo della dissociazione dalla lotta armata. E per facilitarne e favorirne lo sviluppo abbiamo addirittura riservato ai detenuti che vi partecipavano o intendevano parteciparvi apposite sezioni dove potessero meglio approfondire le loro riflessioni e le loro elaborazioni, sia ciascuno per conto suo, sia tra di loro, sia nei rapporti con gli operatori penitenziari e con i rappresentanti del mondo esterno: politici, sindacalisti, sacerdoti, docenti universitari, registi, attori, musicisti, giornalisti, volontari, dei quali abbiamo consentito ed anzi incoraggiato l’ingresso».
Potrebbe suscitare una certa ilarità l’immagine di questo piccolo esercito di intellettuali organici affollarsi ai cancelli delle carceri, ansiosi di timbrare il loro cartellino marcatempo per misurarsi alla catena di montaggio della coscienza critica.
Potrebbe apparire ridicolo se non fosse per le delicate e profonde trasformazioni delle forme del potere che questa esperienza ha sedimentato.

La dissociazione
«Agli effetti della presente legge si considera condotta di dissociazione dal terrorismo il comportamento di chi, imputato o condannato per reati aventi finalità di terrorismo o di eversione dell’ordinamento costituzionale, ha definitivamente abbandonato l’organizzazione o il movimento terroristico o eversivo cui ha appartenuto, tenendo congiuntamente le seguenti condotte: ammissione delle attività effettivamente svolte, comportamenti oggettivamente ed univocamente incompatibili con il permanere del vincolo associativo, ripudio della violenza come metodo della lotta politica» (art. 1, L. 18-2-1987, n. 43, recante Misure a favore di chi si dissocia dal terrorismo).
I benefici previsti dalla legge sulla dissociazione sono veramente consistenti. Le pene vengono ridotte di un quarto o della metà, in relazione alla gravità dei reati specifici commessi; in sostanza si tratta dell’azzeramento degli effetti catastrofici delle aggravanti previste dalla legislazione d’emergenza.
Per coloro che hanno subito più condanne, sempre per reati di lotta armata, e questa è senz’altro la misura di maggiore efficacia, la pena complessiva non può eccedere i ventidue anni e sei mesi; inoltre, viene garantita l’applicazione di quelle misure discrezionali comunemente applicate dalla giustizia ordinaria (quali le attenuanti e la esecuzione delle pene concorrenti) che consentono un notevole abbattimento delle pene detentive stabilite nelle singole sentenze e che erano state sempre negate agli imputati per reati di lotta armata.
A rendere ancor più conveniente la scelta di dissociazione sono le ricadute che essa ha nel campo dell’esecuzione penale. Come vedremo successivamente, la legge Gozzini, approvata pochi mesi prima, cancellando il divieto di concessione dei benefici penitenziari ai delinquenti pericolosi, prometteva una sicura apertura delle porte del carcere a chi si dissociava, consentendo l’entrata nei percorsi decarcerizzanti sulla base dell’unico criterio della “pericolosità sociale” del soggetto deviante. Ed una “dichiarazione di dissociazione” sarebbe stata una carta di credito che avrebbe sicuramente aperto le maglie selettive dei percorsi premiali.
Ma quali sono le condizioni necessarie per ottenere il riconoscimento dello status di dissociato? Formalmente la legge considera dissociati coloro che tengono “congiuntamente le seguenti condotte: ammissione delle attività effettivamente svolte, comportamenti oggettivamente ed univocamente incompatibili con il permanere del vincolo associativo, ripudio della violenza come metodo di lotta politica”.
Sono due i dispositivi di aggressione penale che agiscono in questa norma. Il primo, cioè l’ammissione delle attività effettivamente svolte, è tutto dentro la logica della guerra e si pone in naturale continuità con la normativa sui pentiti. La confessione qui non è soltanto un atto che attiene alla sfera della coscienza individuale, ma ha anche importanti risultati pratici nei teoremi accusatori dei processi in corso contro le formazioni politiche armate. Queste dichiarazioni entrano nella dialettica del processo, divengono “riscontri oggettivi” di capi di imputazione, concorrendo attivamente alla costruzione della verità processuale.
Ma, pur essendo questo risvolto per nulla secondario nelle vicende che hanno segnato la storia dei processi ai partiti armati, ciò che più interessa qui è la seconda condizione che viene posta come necessaria al riconoscimento dell’autenticità della scelta dissociativa: cioè la messinscena di quei “comportamenti oggettivamente ed univocamente incompatibili con il permanere del vincolo associativo“.
Nella scelta di collaborazione del pentito la merce di scambio è ben concreta e visibile: dichiarazioni di correità, indicazioni di basi, depositi di armi, strutture organizzative ed organigrammi; così come è abbastanza agevole valutare l’utilità della “confessione” dei reati chiesta a chi si dissocia.
Con l’osservanza della seconda condizione posta a chi compie questa scelta si ha l’impressione che venga chiesta la disponibilità di un bene diverso, difficilmente riconducibile a criteri materiali di misurazione: la rinuncia alla propria “scelta di devianza” e il disinnesco della carica conflittuale ad essa connessa.
Lo status di dissociato, cioè il giudizio di cessata pericolosità sociale che viene pronunciato, è qui validabile evidentemente sul piano discorsivo, ed è funzione della capacità del singolo di produrre rappresentazioni rassicuranti di sé, utilizzabili per le esigenze di legittimazione del potere. Con questo dispositivo le istanze del controllo cercano di penetrare fin dentro la coscienza del reo, nei suoi desideri di vita e di felicità, nei suoi sogni di liberazione, cercando di riconsegnare al corpo sociale in subbuglio un’anima normalizzata, permeabile ai valori dominanti e disponibile all’eloquio pacificatore. Qui il potere cerca di affermare la sua supremazia sul piano dei valori, oltre ad esercitare il dominio della forza; vuole sedurre il pensiero, oltre a coartare il corpo; cerca di modificare l’intenzionalità e la direzione dei comportamenti, oltre ad impedire il loro movimento spontaneo; seduce e premia, oltre a sorvegliare e punire.
La pesante pretesa correzionale di questa norma impone all’individuo di presentarsi nudo davanti al potere, offrendo la sua singolarità all’azione manipolatoria dello staff, per concorrere alla costruzione del suo progressivo isolamento, della sua condizione di fragilità e ricattabilità. Così, all’individuo atomizzato e disperso, non resta altro che depositare il senso e l’integrità del sé nei linguaggi dispotici del disciplinamento, abdicare alle pretese egemoniche dei discorsi normalizzanti, coartando i propri movimenti e le proprie attese di liberazione nelle scansioni atemporali dei meccanismi premiali.
Chi deve valutare l’effettività della scelta dissociativa? Da cosa è orientato questo processo di valutazione?
In linea con la logica dello scambio, affermatasi già con la legge sui pentiti, questa nuova norma giuridica rappresenta una tappa importante della costruzione di quel sistema penale premiale centrato non più sulla valutazione del fatto reato, ma del suo autore, sul giudizio della personalità del delinquente, delle sue qualità soggettive. Oggetto del processo sull’uomo sono le dimensioni della coscienza, le scelte di appartenenza, l’attualità delle motivazioni a delinquere.
La rilevanza di questa legge sta nel suo essere, emblematicamente, espressione di un mutamento profondo della penalità materiale e del controllo sociale, dove il processo di formazione del giudizio si emancipa progressivamente dal sistema di garanzie che il liberalismo aveva posto a contenimento della repressione penale. Si tratta di un “non dirittofondato su pratiche fortemente discrezionali e arbitrarie, che si presentano sotto la forma di atti amministrativi, ma che comportano pesanti effetti penali.
Il lungo percorso parlamentare della legge sulla dissociazione darà un contributo importante di pensiero giuridico al dibattito che si era aperto contemporaneamente intorno all’ipotesi di una seconda riforma dell’ordinamento penitenziario, che, nell’ottobre del 1986, porterà all’approvazione della legge n. 663. L’istituto giuridico introdotto dalla Gozzini che meglio rappresenta questa dinamica di movimento della penalità è, senza dubbio, l’articolo 30ter, cioè, i permessi premio».

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