DOPO 30 ANNI ESCE DAL BRACCIO DELLA MORTE, UN PO’ RISENTITO
DOPO 30 ANNI ESCE DAL BRACCIO DELLA MORTE, UN PO’ RISENTITO
*Roma corteo nazionale* Piazza della Repubblica ore 14
IL corteo sarà aperto dallo striscione ” DEFEND ROJAVA“, con in testa le
donne e la comunità curda, a seguire le associazioni, gli spazi sociali,gli
studenti, le organizzazioni sindacali, poi i partiti; durante il corteo e a
conclusione, sono previsti gli interventi di quanti a livello territoriale
e nazionale hanno contribuito alla riuscita della manifestazione.
Toh! Riecco in campo le classi!
Eccole tumultuose e manifestanti scuotere i regimi ormai decotti e troppo asserviti all’impresa e alla finanza.
Ecco, di nuovo, esplodere la lotta tra le classi.
Mezzo mondo sta esplodendo, quasi a ricordarci la canzone più cantata 70 anni fa:
«...tutto il mondo sta esplodendo, dall’Angola alla Palestina, l’America latina sta combattendo, la lotta armata vince in Indocina, in tutto il mondo i popoli acquistano coscienza e nelle piazze scendono con la giusta violenza… e allora cosa vuoi di più compagno per capire…»;
Le località in parte sono diverse, oggi le masse insorgono in Cile, in Libano, in Ecuador, in Iraq, nella Catalogna e in tutto il mondo contro l’occupazione militare dell’esercito turco dei territori curdi.
Ma anche qui da noi, la scarsa conflittualità è stata rotta ieri dalle decine di migliaia di lavoratrici e lavoratori della logistica in piazza, cui si sono affiancati altri settori operai e di occupanti di case. Così l’entusiasmo per trasformare l’esistente riprende il suo cammino.
-Dopo tanto vociare e scrivere sulla avvenuta scomparsa delle classi e del conflitto tra di esse per l’affermarsi di un individualismo becero-borghese, succube e passivo;
-dopo tanto baccano e gazzarra dei media grandi e piccoli,
-dopo tanto inneggiare all’egoismo cinico e inutile;
-dopo l’abbuffata di bandiere, inni nazionali, fedi, patrie, etnie e amenità cretine;
-ecco milioni e milioni di nullatenenti o poveri o proletari o come volete chiamarli, in massa scendono nelle piazze di molti paesi per dire: BASTA! Adesso vogliamo dire cosa vogliamo e vogliamo dirlo noi e lo diciamo in modo forte, che non possiate dire di non averlo sentito.
Daje che la musica riprende!
*Sabato 26 ottobre*
*Presidio al carcere di San Gimignano, contro abusi e torture!*
Ore 15, Località Danza Ciucciano 20 Per maggiori informazioni scrivere a info@cpafisud.org Per chi viene da Firenze ritrovo ore 13 al CPA Firenze Sud, via di villamagna 27/a (bus 3, 8, 23, 31, 32).
*Spezziamo quel silenzio di tomba!*
*A fianco di chi lotta contro il carcere, a fianco dei prigionieri di San Gimignano!*
Il 22 settembre scorso i giornali hanno riportato la notizia di un’indagine che vede coinvolte 15 guardie del carcere di San Gimignano, accusate sulla base di testimonianze dirette di avere picchiato un prigioniero con pugni e calci, fino a lasciarlo svenuto a terra. Subito si è levato il coro a difesa della polizia penitenziaria, ed è naturale che sia così: occorreva per l’ennesima volta nascondere all’opinione pubblica quella che è la realtà di un sistema penale e carcerario marcio da cima a fondo!Al massimo si è fatto riferimento alle classiche “mele marce” che non devono guastare il cesto: anche questo un film già visto troppe volte, quando i cosiddetti tutori dell’ordine vanno oltre gli ordinari livelli di impunità e la fanno troppo grossa. In questo caso forse sono stati sbadati e si sono fatti riprendere dalle loro stesse telecamere, altrimenti tutto sarebbe caduto nel silenzio per l’ennesima volta, nonostante le denunce.è molto eloquente, a questo riguardo, che la direzione del carcere e successivamente lo stesso Dap, che sovrintende alle carceri, abbiano negato per mesi, di fronte alle denunce dei prigionieri raccolte da una associazione, che questo pestaggio fosse mai avvenuto, mentre la dottoressa che ha firmato il referto è stata oggetto di intimidazioni.Perché questa è la realtà quotidiana delle galere che si vuole nascondere: violenza e sopraffazione sistematica, che non comincia dai pestaggi ma dalle condizioni invivibili cui sono costretti i prigionieri, vessati da regolamenti inumani e da strutture fatiscenti e sovraffollate. Nello specifico di San Gimignano parliamo di un carcere dove addirittura manca l’acqua potabile e i detenuti sono costretti per bere a comprare l’acqua minerale a proprie spese; di un carcere costruito in mezzo alla campagna, per essere ancora più isolato e nascosto, dove i familiari per fare visita ai propri cari devono organizzarsi con i pulmann. Ma per uno stato sempre pronto ad autoassolversi è tutto nella norma: “a San Gimignano la situazione è accettabile” dice i capo del Dap Basentini.Vogliamo però dire che non esiste un carcere umano e la soluzione non è certo una detenzione a 5 stelle, se mai possibile. Gli abusi e la tortura sono figli legittimi dell’insensatezza della carcerazione e del sistema penale di questo stato. Perché si parla tanto di rieducazione ma ci permettiamo di chiedere: chi dovrebbe essere rieducato? Un gruppo di prigionieri che mette a rischio la propria incolumità per denunciare un sopruso o le guardie che in 15 contro 1 picchiano una persona indifesa perché amministrano un ordine intrinsecamente violento e ingiusto, che umilia, tortura e uccide quotidianamente (già 98 morti quest’anno)? O non dovrebbe piuttosto essere rieducata una classe dirigente che nasconde tutto questo perché è troppo interessata a dare in pasto al popolo il mostro di turno per indirizzare in altra direzione lo scontento e la potenziale rabbia popolare che potrebbero rivolgersi contro se stessa? Vogliamo rimarcare che i pestaggi, a S. Gimignano come nelle altre carceri, rappresentano la ordinaria sanzione, da parte delle guardie, di una insubordinazione rispetto all’ordine costituito. In queste mesi le proteste contro gli abusi delle direzioni degli istituti e della polizia penitenziaria si sono moltiplicate: Napoli, Trento, Perugia, Palmi, Reggio Emilia, Campobasso solo per citare le più recenti. Non è quindi un caso che Salvini, l’uomo dei “decreti sicurezza” che ha fatto della violenza armata del potere la sua bandiera politica, abbia solidarizzato con le guardie sotto indagine andando sotto il carcere.Una visita atta a sbandierare l’impunità di cui le forze della repressione ritengono di dover godere in questo sistema, impunità che fa sì che si possa entrare sulle nostre gambe all’interno di una questura o di una galera per uscirne dentro una bara. Ma fortunatamente la visita di Salvini ha visto una pronta e significativa reazione da parte dei prigionieri che hanno protestato rumorosamente.In questo momento riteniamo sia di fondamentale importanza portare tutta la solidarietà possibile ai detenuti di San Gimignano. Per questo sabato 26 ottobre andremo sotto le mura di quel carcere, in contemporanea con il presidio che si svolgerà sotto il carcere di Parma per ricordare Egidio Tiraborrelli, operaio in pensione ucciso a 82 anni, dopo essere stato condannato in contumacia per favoreggiamento dell’immigrazione.Pur gravemente malato, gli sono stati rifiutati i domiciliari e così è uscito dal carcere solo per andare nell’ospedale dove alla fine è deceduto. Lo faremo contro l’inferno dei cosiddetti “regimi differenziati”. Contro, cioè, le sezioni di 41bis in cui i prigionieri sono sottoposti ad un trattamento che costituisce una vera e propria tortura. Contro quelle di Alta Sicurezza (AS) in cui si isolano le persone detenute dal resto della popolazione carceraria.Lo faremo in solidarietà con tutt@ i compagn@ che si ritrovano prigionieri o sotto processo per le lotte contro questo stato che violenta, tortura e uccide ogni giorno attraverso i suoi servi. Lo faremo perché riteniamo che la lotta contro le carceri, dentro e fuori le mura, sia un tassello fondamentale della rivolta contro l’esistente, e che la solidarietà resti sempre la nostra migliore arma.
CAMPAGNA “PAGINE CONTRO LA TORTURA”
Prima presentazione al “Nido di Vespe” al Quadraro, domenica 20 ottobre del libro “Esclusi“. In Via dei Ciceri, 131 – Alle 18,30
Chi non l’avesse ancora scaricato gratuitamente, può cliccare qui
Sono solerti, sono attenti e sono preparati gli addetti alla cronaca, giornaliste e giornaliste di tutte le testate (più o meno), che seguono meticolosamente le manifestazioni di Hong Kong.
Pensate un po’, qualche giorno fa hanno scoperto che, in quella provincia cinese, è fatto divieto nelle manifestazioni, coprirsi il volto. Tutte e tutti scandalizzati giustamente, vituperando tale restrizione delle autorità contro le “manifestazione per la democrazia”, ma che vergogna!, questa Cina non rispetta i canoni elementari della democrazia!
D’altronde i solerti giornaliste e giornaliste ci hanno spiegato che quel movimento di Hong Kong, osservato con attenzione, è molto differente dalle manifestazioni sovversive e quasi terroristiche che avvengono in Europa come i No-Tav, i Gilets jaunes.
Lì a Hong Kong le bottiglie incendiarie le tirano i manifestanti, altroché! Le tirano, ma sono bottiglie democratiche, niente a che vedere con le bottiglie sovversive dei movimenti qui in Europa. Rompono le vetrine e bruciano cassonetti e macchine a Hong Kong, ma sempre per la democrazia, e allora che volete di più…
Mica come le contestazioni ai vertici in Europa, qui è il piombo e i manganelli
della polizia ad essere democratici, come Genova 2001, tanto per ricordarne una, appunto. Carlo Giuliani ucciso dal piombo, ma democratico, delle forze dell’ordine; centinaia di feriti e altrettante e altrettanti sottoposti a tortura, ma democratica, e poi tanta galera, anch’essa democratica, e tutto il resto.
Bene!, operatori e operatrici dei media. Un applauso! L’attenzione e la preparazione è il vostro forte!
Soprattutto la memoria.
Un po’ negligenti, un po’ sbadati, ma se la spremete la memoria vi tornerà alla mente che 44 anni fa in questo bel paese, un governo e un parlamento di allora, democratico, vararono questa legge:
“Legge 22 maggio 1975, n. 152, recante «Disposizioni a tutela dell’ordine pubblico», all’articolo 5, dispone che «È vietato l’uso di caschi protettivi, o di qualunque altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona, in luogo pubblico o aperto al pubblico, senza giustificato motivo. Il divieto si applica anche agli indumenti. È in ogni caso vietato l’uso predetto in occasione di manifestazioni che si svolgano in luogo pubblico o aperto al pubblico, tranne quelle di carattere sportivo che tale uso comportino.
Il contravventore è punito con l’arresto da uno a due anni e con l’ammenda da 1.000 a 2.000 euro”.
Definizione più esatta non poteva trovarla l’abate Stoppani, è proprio “il bel paese”. E daje!!
Enrico Villimburgo, un compagno e amico carissimo, si è suicidato buttandosi dalla finestra. Era a Parigi, da oltre trent’anni esule, rifugiato, perseguitato da quella “giustizia italiana” che non dispensa tregue, ma solo persecuzioni infinite a chi non si assoggetta passivamente al suo ordine feroce, ma si ribella.
Enrico si è ribellato, è stato uno di quella consistente parte della generazione che è insorta contro le infamie di questa classe dirigente e di questo sistema capitalista che ha fatto dello sfruttamento e dell’oppressione i suoi dogmi.
Enrico era un compagno di Roma, quartiere Centocelle, ha fatto parte della Colonna romana delle Brigate Rosse. Arrestato e condannato all’ergastolo, insieme a molti e molte altre, è riuscito ad allontanarsi dalla “caccia” spietata dei gendarmi italiani e rifugiarsi in Francia.
Enrico, negli ultimi anni, ha dovuto combattere anche contro un cancro che lo andava devastando.
Due nemici, il cancro e la persecuzione che non danno pace, Enrico l’ha trovata chiudendo i conti con questo mondo.
Enrico, non ti dimenticheremo, resterai nei nostri pensieri, per continuare…
Fiat 1969 – un altro passo avanti: lo sciopero a singhiozzo o a scacchiera
Il mese di settembre stava per finire e le trattative per il rinnovo del contratto dei metalmeccanici languivano. Gli scioperi esterni avevano bloccato nei giorni prestabiliti la produzione alla Fiat, le adesioni dei lavoratori erano state elevate ma la direzione dell’azienda pareva aver sopportato benissimo quei colpi e prospettive immediate di chiusura del contratto non se ne vedevano.
Occorreva cercare altre forme di lotta, più incisive, capaci di “colpire di più il padrone” danneggiando meno gli operai, questa l’idea che cominciava a trovare sempre più consenso tra i lavoratori del gruppo torinese.
Voleva dire, in pratica, riportare lo sciopero dentro le officine mediante fermate improvvise, di poche ore, articolate per reparti. Non scioperare tutti assieme, ma scioperare a scacchiera, bloccando la produzione ora in questa ora in quell’officina. In questo modo si creavano ingorghi produttivi. I sindacati torinesi guardavano con diffidenza perché era ancora vivo il il timore che si ripetesse l’esperienza delle lotte di primavera, quando quei tipi di scioperi per officina, improvvisi e articolati, erano risultati incontrollabili per loro.
I sindacati sapevano che lo scontro sarebbe diventato più duro, la lotta dei lavoratori avrebbe conosciuto momenti di maggiore tensione che poteva sfociare in denunce, sospensioni, richiesta di cassa integrazione; un po’ come era avvenuto in occasione della lotta all’Officina 32.
Sul finire di settembre nelle Officine 26, 27, 52, 53, 54, 55 di Mirafiori presero il via una serie di scioperi spontanei, autonomi, proclamati dai lavoratori sul luogo di lavoro. Il 1° ottobre si verificarono altre fermate spontanee contro gli straordinari all’Officina 54. Il 2 ottobre si fermarono altri reparti di Mirafiori, mentre lo sciopero a scacchiera si estendeva anche allo stabilimento Lancia, per protestare contro la richiesta di straordinari e all’Officina 73 di Rivalta.
Stavolta i sindacati torinesi non corsero ai cancelli a condannare quelle forme di lotta non indette da loro, anzi li legittimarono coinvolgendo nell’organizzazione di essi anche i delegati, eletti un mese prima.
Il 3 ottobre, 300 delegati di reparto si riunirono in assemblea alla Camera del lavoro e, assieme ai rappresentanti dei sindacati, decidevano, nel corso di una vivacissima discussione, di passare a forme di lotta articolata. Il 5 ottobre questa decisione veniva avallata dalle segreterie nazionali dei sindacati metalmeccanici, con forti divergenze interne, che decidevano di estendere a tutte le fabbriche italiane forme articolate di astensione dal lavoro.
L’8 ottobre i quattro sindacati, Fiom, Fim, Uilm, Sida proclamarono il primo sciopero articolato di 4 ore per ogni turno. Il volantino distribuito giorni prima, oltre le ragioni dello sciopero, invitava a utilizzare le 4 ore per “assemblee nei refettori” dentro i vari reparti, per decidere forme di lotta sempre “più incisive”, per approfondire le rivendicazioni della piattaforma contrattuale ed eleggere in ogni reparto di tutte le officine i delegati come era avvenuto nello sciopero dell’8 ottobre.
Il primo turno a Mirafiori iniziava alle 6 di mattina; immediatamente si formavano cortei interni da un’Officina all’altra, con assemblee volanti. Sono circa 10.000 a sfilare, alla testa bandiere rosse, cartelli e fischietti insieme a tute blu e marroni degli operai, ai grembiuli neri e alle tute candide dei magazzinieri e dei collaudatori, ma anche colletti bianchi di tecnici e impiegati e tailleur delle impiegate. Il corteo si dirige verso la Palazzina degli uffici di fronte alla quale è schierata una doppia fila di guardie Fiat. Urla “fuori, fuori!”, sassate alla vetrate che vanno in frantumi. Fuori dai cancelli vicequestore e l’ufficio politico alla testa di un folto schieramento di polizia, osservavano impotenti, dalla palazzina escono impiegati e funzionari costretti a passare in mezzo al corridoio ricavato nel corteo, ricevendo monetine, sputi, urla di “crumiri”.
Questo subbuglio continua fino alle 15,00 ora di inizio del secondo turno, ma molti del primo non se ne sono andati a casa, sono rimasti. Riprendono i cortei interni e alle 16 la Palazzina è circondata. Stavolta entrano forze di polizia per far sgombrare il piazzale. Lo scontro è all’interno e all’esterno, un giovane operaio viene arrestato e rinchiuso in un cellulare, che viene assaltato da gruppi di operai e studenti fino a liberarlo e portarlo dentro la fabbrica protetto da migliaia di operai.
Alle 18,30 gli operai rientravano in fabbrica e si dirigevano verso il refettorio al grido di “Assemblea, Assemblea” e “Fiat occupata”, si decideva di continuare lo sciopero e l’occupazione fino alle 23,00.
I quattro sindacati, per non perdere i contatti operai denunciavano la polizia di essersi mossa su indicazione della Fiat sconfitta dagli scioperi, ma allo stesso tempo attaccano i gruppi di estrema sinistra, in particolare “Lotta Continua” (si riferiva alla sigla con cui venivano intestati i volantini dell’Assemblea operai studenti, il giornale si formerà a novembre 1969) per i loro atteggiamenti che “collimano con gli intendimenti provocatori della Fiat, devono essere isolati e respinti con la massima decisione”.
Lo stesso giorno alla Pininfarina gli operai avevano imposto l’uscita dei crumiri e degli impiegati, ma anche alla Fausto Corello; alle Fonderie Westinghouse gli operai avevano invaso il cortile interno; stessa cosa a Settimo Torinese alla Fram; alla Easton Livia di Rivarolo la direzione faceva uscire i lavoratori per impedire che invadessero la fabbrica; alla Olivetti di Ivrea il palazzo degli uffici veniva circondato e impedito l’ingresso; stessi episodi alla Spa Stura, a Rivalta e alla Lancia.
Il quotidiano La Stampa Sera del 10 ottobre 1969 portava un comunicato dell’Unione Industriale nel quale denunciava i gravi incidenti avvenuti nelle fabbriche e le pesanti violenze, accusava la polizia di passività e minacciava la serrata nel caso simili episodi si fossero nuovamente verificati.
Il frutto di queste giornate fu la produzione, a livello operaio, di un grande entusiasmo e partecipazione, ma anche una polemica dentro l’Assemblea Operai Studenti proprio sul fatto che una parte si era appropriata della testata dei volantini dell’Assemblea: “Lotta Continua”, per fare un giornale di una parte dell’Assemblea, non di tutta.
Si riparte con uno sciopero nazionale il 17 ottobre …..
Quelli che arrivavano dal meridione, portavano una freschezza di autonomia che si era andata affievolendo nel vecchio tradizionale corpo operaio torinese in parte deluso, sconfitto e perseguitato nel corso dei decenni precedenti. [Gianni Alasia, un esercito di “terun” invase Torino]