LIBERTA’ PER CHIARA, MATTIA, CLAUDIO E NICCOLO’
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Prison Break Project pubblica sul web un intervento sulla storia del concetto di terrorismo che viene, proprio in questi giorni, utilizzato a fini repressivi contro quattro compagni e compagne NoTav, incarcerati in regime di alta sorveglianza dallo scorso 8 dicembre. La volontà è quella di contribuire al dibattito pubblico e di movimento sul tema della repressione, a partire dalle sollecitazioni che l’attualità giudiziaria impone su chi partecipa alle lotte in Italia.
Il testo sarà diviso in tre spezzoni più brevi per agevolarne la lettura e per accompagnare simbolicamente le scadenze di questo mese di mobilitazione per la liberazione di compagni e compagne e contro la criminalizzazione della lotta notav. Prison Break Project intende quindi pubblicare sul web quest’intervento i lunedì 5, 12 e 19 maggio prossimi per mostrare un piccolo, e speriamo utile, segno tangibile di solidarietà alle lotte contro le dinamiche repressive.
5 maggio 2014. “Terrorizzare e reprimere”. Parte 1 di 3:
“When government fears the people, there is liberty. When the people fear the government, there is tyranny”
Thomas Jefferson
Non siamo in grado di trattare con esaustività un tema vasto e controverso come quello del terrorismo.
Ci interessa piuttosto seguire a volo d’uccello la parabola storica della nozione di terrorismo, per mostrare come essa, nata per indicare i più gravi atti di violenza politica indiscriminata, stia finendo per abbracciare virtualmente ogni atto di insubordinazione all’ordine costituito.
Diventa preminente l’esigenza, che impregna tutto il lavoro di Prison Break Project, di non appiattire il discorso critico solo sul piano ostile e ostico del diritto. Perciò, pur nell’inevitabile incompletezza della nostra disamina, anteponiamo all’analisi delle definizioni giuridiche internazionali ed italiane del terrorismo un’approssimativa indagine “filologica” del concetto nel suo manifestarsi storico.
Tra i due piani c’è ovviamente una relazione, dato che persino le parole più falsificate e asservite dal potere devono la loro efficacia persuasiva e di governo alla loro capacità di rinviare a-, a risuonare con-, esperienze collettive che al potere pre-esistono o che comunque hanno una loro, relativamente autonoma, dimensione di realtà.
L’esperienza cui il concetto di terrorismo non può non rimandare è il terrore, esperienza per sua natura soggettiva (ciò che terrorizza te non è detto che terrorizzi me), ma che assume la valenza politico-giuridica che qui rileva solo in quanto si imprime su un soggetto collettivo (il terrore deve comunque colpire un “noi”).
La natura intrinsecamente politica del concetto di terrorismo sta dunque, in ultima analisi, nella decisione su quale sia il soggetto collettivo che si assume colpito dal terrore.
Origine, evoluzioni e deformazioni di un concetto ambiguo.
“La maggiore difficoltà che si frappone all’analisi del fenomeno terroristico risiede nella sua ambiguità, nel senso che la qualificazione di un’azione o di una pluralità di azioni come terroristiche non è frutto di un giudizio di valore assoluto ma relativo. In altri termini, un comportamento che è valutato come terroristico dai suoi destinatari, riceve invece una diversa qualificazione dai suoi autori”.
Queste parole non sono state pronunciate da un legale di soggetti accusati di terrorismo o da qualche scomodo intellettuale radicale. Sono invece tratte da uno scritto1 di Emilio Alessandrini, Pietro Calogero e Pier Luigi Vigna, magistrati titolari di diverse inchieste per terrorismo negli anni ‘70.
Se persino chi ha elargito anni e anni di carcere sulla base della nozione di terrorismo ne ha denunciato l’ambiguità, è chiaro che diventa tanto difficile quanto necessario il tentativo di restituire un minimo di contenuto semantico al concetto.
Nel senso comune del termine, il terrorismo denota una delle modalità più efferate e indiscriminate in cui si può esprimere la violenza politica. Le diverse definizioni accademiche2 si imperniano intorno ad un minimo comune denominatore che valorizza l’etimologia del termine: terrorismo significa terrorizzare la popolazione attraverso atti violenti indiscriminati in vista di un fine politico o ideologico.
Da questo nucleo semantico tanto vago quanto intrinsecamente carico di disvalore discende la relativa ambiguità e soggettività del concetto, il quale si presta dunque facilmente ad essere strumento di condanna e demonizzazione dell’avversario politico3.
Nonostante i suoi limiti, tuttavia, questa definizione è un imprescindibile riferimento sia per poter operare una ricostruzione storica del fenomeno che per conquistarsi un minimo di autonomia di giudizio in relazione agli avvenimenti attuali. Un’autonomia di giudizio che serva, se non a valutare quali prassi contemporanee possano essere definite terroristiche, quantomeno a riconoscere con sicurezza ciò che terrorismo non è.
Già da un punto di vista filologico, lo slogan di movimento “terrorista è lo stato” coglie nel segno. Il termine viene coniato a partire dall’esperienza del “Regime del Terrore”, instauratosi nella Francia rivoluzionaria del 1793, a forza di teste ghigliottinate secondo le decisioni sommarie del Comitato di Salute Pubblica4, organo del governo rivoluzionario giacobino.
I neologismi francesi terrorisme e terroriser, creati a partire dal latino terror, iniziano a circolare in Europa proprio col significato – tuttora attestato nei vocabolari – di “azione del potere politico di incutere terrore nei confronti dei cittadini, attraverso la costrizione e l’uso illegittimo, indiscriminato e imprevedibile della forza”5.
Un primo capovolgimento semantico avviene con il colonialismo europeo. Le potenze europee si servirono dello stigma legato all’impiego del termine “terrorismo” contro quelle popolazioni asiatiche e africane che provavano a ribellarsi alle politiche coloniali di sterminio e depredazione delle risorse.
In alcuni casi l’accusa di terrorismo aprì la strada a veri e propri genocidi, come avvenne per la popolazione “Herero” trucidata dall’esercito tedesco6. Contro gli Herero, accusati di terrorismo, furono usati metodi terroristici da manuale: sterminio per fame, avvelenamento dei pozzi, campi di concentramento e terribili esperimenti medici. Secondo il rapporto ONU “Whitaker” del 1995 il genocidio ridusse la popolazione da 80.000 a 15.000 “rifugiati affamati”.
Sorte analoga spettò ai Mau Mau massacrati dagli inglesi. Col pretesto della lotta al terrorismo divenne possibile anche in questo caso legittimare metodi terroristici come i campi di concentramento e l’uso sistematico dell’elettro-choc7.
D’altronde anche il colonialismo italiano non fu da meno nel dispensare campi di concentramento, stupri di massa e gas nervino in Africa come nei Balcani8.
Nel corso del Novecento c’è un’altra esperienza in cui il terrorismo assume un ruolo importante. All’indomani della rivoluzione d’ottobre e nel vivo della fase del “comunismo di guerra”, Lev Trockij scrive Terrorismo e Comunismo9 in cui spiega l’importanza strategica del terrore rivoluzionario, il quale nella sua visione si riallaccia al terrore giacobino e si contrappone al terrorismo controrivoluzionario del regime zarista.
Non ci interessa qui verificare se le valutazioni di Trockij fossero corrette o meno. Non si può cionondimeno ignorare come queste teorizzazioni e pratiche di certo non servirono a porre un argine all’avvento, una quindicina di anni dopo, del Terrore staliniano, chiara forma di terrorismo di stato.
Con quest’ultimo termine si intende il periodo delle purghe staliniane – iniziate nel 1934 dopo l’assassinio del dirigente bolscevico Kirov – che permise l’ampliamento dei poteri della polizia politica (Nkvd) e di varare una legislazione d’emergenza che fu il supporto dei grandi processi pubblici contro i vecchi capi bolscevichi. L’ironia della Storia vuole che proprio Trockij e i suoi seguaci furono tra le vittime di questi processi con l’accusa di terrorismo10. Ecco dunque un’altra volta il rovesciamento di senso: il terrore stalinista che accusa di terrorismo i suoi oppositori.
E che dire invece dei regimi “democratici” contemporanei? A proposito delle pratiche terroristiche da loro utilizzate ci limitiamo a ricordarne la più compiuta espressione: la guerra. Infatti, se torniamo a considerare la definizione di terrorismo vista all’inizio (terrorizzare la popolazione con una violenza indiscriminata per raggiungere un fine politico) ci rendiamo conto che la guerra, in particolare quella moderna basata sui bombardamenti aerei, vi rientra in pieno.
Il massimo e apocalittico esempio di questo tipo di terrorismo è il lancio della bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki11. Tuttavia anche un semplice cacciabombardiere novecentesco che getta “a spaglio” le sue bombe sopra una città non fa altro che seminare terrore e morte in maniera indiscriminata.
Ci ricorda Vladimiro Giacchè come questa inconfutabile valutazione si attagli anche alle contemporanee “guerre chirurgiche”. Questo tipo di bombardamento provoca i cosiddetti “effetti collaterali”, ossia i previsti e voluti massacri di civili. In realtà, l’idea della guerra chirurgica non è certo nuova. Essa era teorizzata già negli anni `20 come “un’operazione chirurgica di aggiustamento internazionale senza quasi spargimento di sangue” mediante l’uso dell’aeronautica militare che “punterà ad abbattere il morale della popolazione”, ossia, ancora una volta, a seminare il terrore12.
In questo quadro, la nuova politica tecnocratica della cosiddetta “guerra dei droni” è l’ennesima innovazione nel campo delle possibilità terroristiche del potere costituito e degli stati13.
Possiamo, a conclusione di questa panoramica storica, sottolineare un dato di fatto: il terrorismo è un’efferata strategia politico-militare che viene portata avanti anche da singoli e gruppi, ma che in realtà è sistematicamente usata delle organizzazioni statali.
Non vogliamo quindi sostenere che il terrorismo è stato storicamente solo quello di stato, poiché certamente pratiche terroristiche sono state adottate anche da gruppi e/o individui privi di potere. Attentati esplosivi indiscriminati contro la popolazione civile sono ad esempio stati realizzati da combattenti irlandesi, palestinesi, del risorgimento italiano14, rivoluzionari e fascisti.
Un discorso a parte meriterebbe invece l’uso che gli stati hanno fatto dell’accusa di terrorismo su gruppi che usavano la violenza (anche armata) per un fine rivoluzionario che terrorizzava solo i dominanti ma poteva entusiasmare i dominati. Se si condivide infatti l’assunto che la società non è un tutto organico e monolitico, occorre chiedersi quali gruppi sociali siano terrorizzati da una specifica modalità terroristica.
Un bombardamento aereo è certamente un atto idoneo a terrorizzare tutta la popolazione (per quanto quest’ultimo concetto sia un’astrazione). Ma può dirsi lo stesso della gambizzazione di un uomo politico o di un manager?
Secondo noi è tutta questione del punto di vista di classe da cui si guarda la realtà: un regicidio terrorizza regnanti e classi dominanti; una bomba alla stazione terrorizza direttamente chi prende i treni per spostarsi.
In questa prospettiva è evidente come la doppiezza del concetto di terrorismo rifletta la contrapposizione ideologica e di classe che può darsi dentro una società.
Il punto che ci preme qui sottolineare è però un altro: quella statale è la forma prototipica di terrorismo, il terrorismo per eccellenza. Il terrorismo è insomma prevalentemente una pratica di governo.
Il terrorismo individuale o di gruppo, al netto di ogni valutazione etica, è un fenomeno incomparabile per micidialità e dimensioni al terrorismo di stato. Per giungere a questa conclusione non c’è bisogno di “pesare” spietatamente le quantità di vittime dell’uno e dell’altro fenomeno.
È la storia del Novecento a dimostrarlo. I regimi coloniali, i totalitarismi nazifascisti e stalinisti, le guerre mondiali (con la trasformazione della guerra tra eserciti in guerra ai civili), la minaccia atomica, le dittature sudamericane, africane e asiatiche: tutte queste situazioni in cui il terrore e una violenza efferata giocano un ruolo determinante sono “affare di Stato” e non hanno eguali nel terrorismo individuale o di gruppo.
Dietro queste evidenze storiche del carattere principalmente statale del terrorismo vi sono ragioni strutturali: le situazioni in cui avviene una tendenza generale a terrorizzare una popolazione sono appannaggio degli Stati, i quali (servendosi anche dei loro micidiali armamentari bellici e comunicativi) possono ampliarne e declinarne gli effetti, veicolando la propria interpretazione e l’attribuzione dello “scempio” e del “nemico”.
In questa prospettiva suona grottesca la proclamazione di Guerra al Terrorismo lanciata dopo l’attentato alle Twin Towers dell’11 settembre 2001. Innanzitutto non è possibile dichiarare guerra ad una forma di guerra, poiché, va ribadito, il terrorismo non è un nemico, non è un soggetto, è una strategia.
Inoltre è paradossale che siano gli Stati Occidentali a lanciare una crociata contro una pratica da essi sempre adottata, difesa e foraggiata15. Ancora più paradossale è che, per l’ennesima volta nella storia, chi dice di combattere il terrorismo utilizzi metodi terroristici, ad esempio bombardando i civili iracheni nella guerra del 2003. Non lascia adito a dubbi il nome del primo attacco aereo su Baghdad: “Shock and Awe”. Tradotto letteralmente: “colpisci e terrorizza”.
Prison Break Project è un progetto collettivo di ricerca e analisi con l’obiettivo di contribuire al dibattito di movimento contro la repressione. È anche il nome del blog prisonbreakproject.noblogs.org e l’autore collettivo che sta preparando da lunghi mesi un libretto di approfondimento sui dispositivi repressivi puntati contro i movimenti sociali. La pubblicazione cartacea autoprodotta è prevista, si spera, per quest’estate.
Prison Break Project nasce dall’esigenza di tre precari di prendere parola sulle dinamiche repressive in atto e così contribuire ad una riflessione critica, rivolta principalmente ai movimenti sociali, sulle modalità per spezzare le logiche di isolamento, di limitazione dell’agibilità politica e d’imprigionamento dei corpi che la repressione impone. Abbiamo avvertito l’urgenza di un intervento su tale ambito dopo esserci confrontati in maniera più o meno diretta con le conseguenze della stretta repressiva che si è registrata in Italia, in particolare nell’ultimo decennio. Nell’ambito della nostra partecipazione alle lotte sociali, alle quali cerchiamo nel nostro piccolo di contribuire, abbiamo conosciuto sulla pelle, nostra o dei nostri compagni e compagne, la crudezza della criminalizzazione e i suoi effetti nefasti sulla capacità organizzativa e l’efficacia delle forme di opposizione al sistema capitalista attuale.
1 Questo scritto è stato testualmente citato dall’avv. Pelazza nell’intervista “colpevoli di resistere”, reperibile all’indirizzo: https://www.youtube.com/watch?v=03vVyrbmJVU.
2Per una rassegna di alcune autorevoli definizioni dottrinarie del terrorismo si veda G. Pisapia, “Terrorismo: delitto politico o delitto comune?”, in Giustizia Penale, p. 258 ss., 1975. L’articolo evidenzia anche alcune tipizzazioni che danno conto della complessità del fenomeno: terrorismo di stato (governativo, esterno o “complice”); terrorismo rivoluzionario, subrivoluzionario o repressivo; terrorismo sociale, politico o di diritto comune; terrorismo interno o internazionale; terrorismo diretto e indiretto, eccetera. Cerella fornisce invece una definizione generale del fenomeno in linea con quella da noi riportata, pur dando conto delle difficoltà di un approccio avalutativo quando si intende purificare il concetto di terrorismo dalle sue incrostazioni storiche, A. Cerella, “Terrorismo: storia e analisi di un concetto”, in Trasgressioni, num. 49, pp. 41 e ss., 2010, reperibile su:
http://clok.uclan.ac.uk/7969/1/TERRORISMO.%20STORIA%20E%20ANALISI%20DI%20UN%20CONCETTO.pdf.
3Interessante che il Dictonnary of Politics di Elliott e Summerskill nel 1952 affermi “Terrorista è colui che ricorre alla violenza e al terrore per raggiungere finalità politiche, che frequentemente implicano il sovvertimento dell’ordine stabilito. Il vocabolo è usato anche dai sostenitori di un particolare regime per descrivere e screditare qualsiasi oppositore che ricorra ad atti di violenza. Gli oppositori di un regime, tuttavia, sarebbe meglio definirli partigiani o combattenti della resistenza piuttosto che terroristi” (in Pisapia, 1975, op. cit).
Giglioli constata lapidariamente: “Il terrorismo è la violenza degli altri”, D. Giglioli, All’ordine del giorno è il terrore, Bompiani, Milano, 2007, p. 7.
4 Per ciò che concerne il biennio rivoluzionario che la storiografia ufficiale ha etichettato con l’appellativo di “Terrore”, segnaliamo però che la stessa caratterizzazione del periodo come determinato unicamente dalla barbarie giacobina volta ad eliminare fisicamente tutti gli oppositori politici di quello che, in fin dei conti, è un nuovo Stato autoritario, risulta viziata da un certo revisionismo e da un approccio “fintamente” avalutativo della Storia. Questo perché si intende così trasformare quello che è stato, almeno in alcuni suoi aspetti, un tentativo di rivoluzione sociale, pur con tutte le sue contraddittorietà ed i suoi eccessi, in un processo di semplice rivoluzione “borghese”, nella transizione cioè da uno stato autoritario premoderno ad uno democratico borghese. In una concezione di tal genere il “Terrore” non sarebbe altro che un intermezzo dispotico, ad immagine e somiglianza del folle ed incorruttibile Robespierre, nel mezzo di un lineare processo di mutamento di classe dirigente, iniziato con la presa della Bastiglia e terminato con l’avvento e la sconfitta di Napoleone. Non si analizzano cioè le laceranti divisioni in seno al fronte rivoluzionario, che rispecchiavano le differenze politiche dello schieramento, le lotte intestine ed il ruolo da protagonista che gioca la plebe parigina e francese nel tentativo di innalzarsi e liberarsi da schiavitù e sfruttamento. Il filone interpretativo che valorizza questi aspetti concepisce al contrario il 1793 come “punto più alto” della Rivoluzione, poiché vi fu un tentativo di attacco ai privilegi tanto della vecchia classe nobiliare quanto della nuova “borghesia”. Il Terrore, come periodo storico, si sostanzia di tutte queste contraddizioni; l’innamoramento generale per “Madama ghigliottina”, invece, sarà l’aspetto che si ritorcerà contro i rivoluzionari stessi, provocando l’uccisione di Marat, Danton e Robespierre e l’avvento del Termidoro.
5Mauro Ronco, voce “Terrorismo” in Novissimo Digesto Italiano, Torino, 1986, p. 754.
6Il Generale Lothar von Trotha, responsabile del genocidio, commesso fra il 1904 e il 1907, scrisse: “Io credo che la nazione come tale (gli Herero) debba essere annientata, o, se questo non è possibile con misure tattiche, debba essere espulsa dalla regione con mezzi operativi ed un ulteriore trattamento specifico… L’esercizio della violenza fracasserà il terrorismo e, anche se con raccapriccio, fu ed è la mia politica. Distruggo le tribù africane con spargimento di sangue e di soldi. Solo seguendo questa pulizia può emergere qualcosa di nuovo, che resterà”. Maggiori dettagli e riferimenti su: http://claudiocanal.blogspot.it/2010/06/herero.html.
7Ancora a proposito delle strategie militari del colonialismo inglese Noam Chomsky ricorda che “Winston Churchill autorizzò l’uso delle armi chimiche “a scopo sperimentale contro gli arabi ribelli”, denunciando la “schifiltosità” di coloro che facevano obiezioni “sull’uso dei gas contro tribù incivili”, per la maggior parte curde, da lui invece sostenuto perché “avrebbe seminato un grande terrore”, http://www.tmcrew.org/archiviochomsky/501_8_2.html.
8La questione della rimozione delle crudeltà del colonialismo in salsa italica è un tema storico quantomai attuale: essa si scontra con il mito degli italiani brava gente che costituisce il prodromo dell’accusa implicita di terrorismo e barbarie addossata a chi resisteva e attaccava l’esercito coloniale italiano. Su questo tema si possono citare: i lavori di Del Boca (Italiani, brava gente? Un mito duro a morire, Neri Pozza, Vicenza, 2005; A un passo dalla forca. Atrocità e infamie dell’occupazione italiana della Libia nelle memorie del patriota Mohamed Fekini, Baldini Castoldi, Milano, 2007) e Kersevan (Un campo di concentramento fascista. Gonars 1942-1943, Kappa Vu, Udine, 2003; Lager Italiani, Nutrimenti, Roma, 2008) che fanno un bilancio di lunghe ricerche; l’epopea giudiziaria del film Leone del deserto di Moustapha Akkad la cui visione fu proibita per decenni in Italia (analogamente alla Battaglia di Algeri di Pontecorvo in Francia); le narrazioni romanzate in recenti testi dei Wu Ming (Timira, Point Lenana). Segnaliamo anche quest’articolo sui campi di concentramento per gli sloveni: https://contromaelstrom.com/2014/01/29/memoria-ricordiamo-i-crimini-del-colonialismo-italiano/. Lo riteniamo interessante non solo perché contribuisce a restituire verità e contesto storico alla vicenda delle foibe, ma anche perché segnala il processo del Tribunale Speciale per la difesa dello stato tenutosi nel 1940 contro 60 sloveni. Essi erano significativamente accusati di un reato associativo in quanto partecipanti “ad associazioni tendenti a commettere attentati contro l’integrità e unità dello stato” (Marta Verginella, Il confine degli altri, Donzelli editore, 2008, p. 8).
9Per un’interessante riedizione si veda il testo Zizek presenta Trockij. Terrorismo e comunismo, a cura di Antonio Caronia, editore Mimesis, 2011. Riportiamo un passo dal testo di Trockij: “Chi di principio ripudia il terrorismo – e cioè ripudia le misure di soppressione e di intimidazione nei confronti della controrivoluzione armata – deve rifiutare ogni idea di dittatura politica della classe operaia e rinnegare la sua dittatura rivoluzionaria”. La concezione trotzkista difende tuttavia solo il terrore espresso dalle masse rivoluzionarie organizzate mentre rifiuta il terrorismo individuale o di gruppo in quanto politicamente inefficace. Ciò peraltro a prescindere dall’approvazione morale o dall’umana simpatia che spesso non viene negata da Trockij al gesto individuale, si veda Massari, Marxismo e critica del terrorismo, Newton Compton Editori, 1979, p. 146 e ss.
10Il primo e probabilmente più famoso è il “processo contro il centro terrorista trotskista-zinovievista”. Fornisce un approfondimento del periodo in questione il trotzkista Vadim Rogovin, 1937: Stalin’s Year of Terror, Mehring Books, 1998. Del testo si trova una traduzione in italiano all’indirizzo:
http://www.marxists.org/italiano/archive/storico/rogovin/1937terrore/1.htm.
11 Sul tema del terrore atomico non si può non rinviare alle bellissime pagine delle “tesi sull’era atomica” e dei “comandamenti sull’era atomica” di Gunther Anders. L’“angoscia atomica” da egli descritta e auspicata è tuttavia un sentimento positivo che nasce dalla consapevolezza della costante possibilità dell’apocalisse atomica e che spinge ad intraprendere le azioni necessarie per far cessare la “situazione atomica”. Si veda Anders, G. Essere o non essere: diario di Hiroshima e Nagasaki,Einaudi, Torino, 1961.
12L’affermazione riportata in virgolettato è dell’inglese J.M. Spaight, teorico della guerra aerea, citata in V. Giacchè, La fabbrica del falso, Derive Approdi, 2008, p. 120.
13 Come ricorda Chamayou in Teoria del drone, Derive Approdi, 2014, il drone diviene un dispositivo flessibile in grado di coniugare in sé l’indicazione dei soggetti terroristi e la loro eliminazione ed è quindi capace di terrorizzare la popolazione potenzialmente solidale ai “sospetti”. In questo caso avviene l’ennesimo aggiornamento tecnologico che massimizza la criminalizzazione dei “barbari terroristi” oltre a permetterne l’eventuale eliminazione fisica senza minimamente coinvolgere i corpi di militari e forze di polizia.
14 Su questo punto torneremo nel prossimo paragrafo.
15Solo limitandosi all’esempio Usa, la Scuola delle Americhe ha addestrato dal 1946 oltre 60.000 soldati da adoperare, secondo metodi terroristici, contro i movimenti popolari dell’America Latina. Da quella “scuola” uscirono anche le élites dei vari regimi dittatoriali sudamericani, compreso il Cile di Pinochet.
Non dimentichiamo poi che lo stesso Bin Laden così come i Talebani, prima di diventare i Nemici Assoluti degli Stati Uniti, fossero da questi finanziati in quanto alleati nello scacchiere internazionale. Altri esempi di “metamorfosi del terrorista” in V. Giacchè, op. cit., pp. 117-119.
I parlamentari europei inorridiscono dopo la visita al carcere napoletano di Poggioreale.
Si avvicina il 28 maggio. Sarà sanzione allo stato italiano?
Una delegazione di parlamentari europei al carcere di Poggioreale a Napoli, alla fine del mese di marzo, ha esposto un rapporto molto negativo dello stato di quel carcere e in generale della situazione detentiva in Italia.
*”… il numero di detenuti ospitati in questa prigione è 2354 (su 1400 posti), di cui 800 sono in custodia cautelare e 850 sono condannati con sentenza definitiva. Il resto è composto da soggetti che attendono i successivi gradi di giudizio”;
*…in alcune celle ci sono perfino 12 reclusi in poco spazio; due ore d’aria in cui ai detenuti viene garantito un “passeggio” in un cortile “di dimensioni inadeguate”; mancanza di luce e ventilazione in alcuni padiglioni,; situazioni igieniche allarmanti.
*”Solo pochissime celle hanno una doccia e la maggior parte dei detenuti devono condividerne una in comune (in un edificio visitato dalla delegazione, c’erano tre docce per 87 detenuti). Di conseguenza essi hanno diritto a due docce alla settimana, e in alcuni edifici non c’è il riscaldamento e l’acqua calda”.
*”Ci sono solo due cucine per l’intero stabilimento e senza finestre termiche, ragion per cui la maggior parte dei detenuti riceve in cella un cibo freddo e di qualità molto scadente: il che spinge molti detenuti a cucinarsi da soli il vitto, utilizzando stufe rudimentali nei bagni”;
*”non c’è quasi alcuna possibilità di formazione o altre attività sociali, mentre pochissimi sono i detenuti coinvolti in attività lavorative”.
*disciplina: i detenuti possono essere messi in celle di isolamento per motivi di salute o disciplinari: un certo numero di detenuti con problemi psichiatrici sono stati trovati a essere detenuti in celle di isolamento; il sovraffollamento e le condizioni igieniche pessime facilitano la diffusione di malattie; i tossicodipendenti non ricevono una terapia appropriata; suicidi, tentativi di suicidio e atti di autolesionismo sono molto frequenti, un detenuto ha tentato il suicidio appena un’ora prima che la delegazione entrasse nella prigione”.
I parlamentari europei hanno iniziato il loro “j’accuse” contro il carcere di Napoli: “Poggioreale è una vecchia prigione ed è molto conosciuto soprattutto a causa delle lunghe code dei familiari in visita ai detenuti“.
Eppure nel luglio dello scorso anno (2013) il ministro della Giustizia, Annamaria Cancellieri, aveva disposto l’invio di ispettori a Poggioreale con l’intento di porre rimedio a quello che era lo scandalo esterno di Poggioreale (sul dramma interno è inutile aggiungere altro) ossia le lunghe file che i parenti dei detenuti erano sottoposti per fare i colloqui. Erano le famigerate “file della vergogna” che avevano scatenato numerose e forti proteste dei familiari. Gli ispettori fecero aprire nuove sale per i colloqui, si parlò di quattro nuovi ambienti, e si organizzò una divisione in ordine alfabetico dei parenti ammessi all’interno, in modo da snellire e razionalizzare le code.
Evidentemente il carcere non solo non è riformabile, non lo sono nemmeno piccole cose come le “code”, figuratrevi il resto!
Di fronte a questa situazione, cosa ha pensato di fare il Dap (Dipartimento Amministrazione Penitenziaria-Ministero della giustizia)? Ha “invitato” la direttrice della casa circondariale di Poggioreale, Teresa Abate, a indicare al ministero della Giustizia un’altra sede lavorativa. Insomma la “rimuove!”
A ricordare che i problemi non si risolvono con “ispezioni” né con cambi di “direzione” due giorni fa a Poggioreale, nel padiglione “Milano”, un 51enne si impicca con il lenzuolo. I suoi compagni di cella, al rientro dall’aria, lo hanno trovato in bagno impiccato con una corda ricavata dalle lenzuola. Antonio S., 51 anni, era arrivato a Poggioreale da pochi giorni. A terra, vicino al cadavere, un quotidiano che riportava la notizia del suo arresto.
Il 19 febbraio si era tolto la vita, con il gas, un uomo di 31 anni.
Resta inoltre aperta l’inchiesta della magistratura sulla “cella zero” e la squadretta dei pestaggi. ma che potranno “inchiestare?”
Quando affermiamo questa cosa ci dicono che siamo “settari”, “schematici” e anche un po’ “passatisti” o “retrò”.
Ma cosa affermiamo che suscita tanto scandalo? Semplicemente che il carcere è una struttura di classe. Si incarcera la povertà, i proletari, gli ultimi, gli emarginati. Questa costatazione la prendiamo oltre che da una convinzione teorica, semplicemente dai dati: oltre il 95% di chi sta in carcere proviene dalle classi basse o se volete dirlo in altro modo, sopravvive, male, relegato nei gradini più bassi della scala sociale.
Non siete convinti/e? Allora leggiamo attentamente questa sentenza.
È riportata dal News Journal, un quotidiano della Florida negli Usa, qualche giorno fa: la sentenza è stata emessa nel 2009 e si è conosciuta solo in questi giorni per vari motivi, ma ciò che afferma è di grande interesse.
Riporta dunque il News Journal che un uomo, tal R.R. Di 47 anni è stato condannato per aver violentato la figlioletta di 3 anni. Il codice di quel paese prevede una condanna fino a 15 anni e essendo il R.R. reo confesso la Corte l’ha condannato a 8 anni.
Però… attenzione: 8 anni di condanna ma… con la pena sospesa e in libertà vigilata. Perché? Perché, dice il giudice, l’ambiente carcerario non è adatto a lui, in quel luogo non sarebbe in grado di cavarsela, avendo trascorso la sua vita negli agi e nella ricchezza. Difatti il signor R.R. è un rampollo della dinastia dei Du Pont (Colossi della chimica). Il giudice ha accolto la tesi della difesa che aveva affermato che:
“È una circostanza estremamente rara che il carcere fa bene al detenuto” ha detto Brendan J. O’Neill, avvocato difensore di R.R. che fa parte della Richards Layton & Finge, potente studio di avvocati creato proprio dalla famiglia Du Pont. “Lo scopo del carcere è quello di punire, di separare il condannato dalla società, e l’idea che il carcere possa servire per redimere non è stato dimostrato nella maggior parte dei casi”.
Ottima tesi, quella dei difensori, da condividere pienamente. È vero che il carcere non serve a migliorare il reo; noi lo diciamo da decenni, e smentisce tutti quei sostenitori del modo di vita statunitense che però, qui da noi, esaltano il ruolo della galera come “rieducazione”.
E allora: se vale per il rampollo dei Du Pont, che il carcere non serve a migliorare né a rieducare non vale forse anche per quegli altri e altre 2.500.000 rinchiusi nelle galere statunitensi? Ripeto due milioni e mezzo!
Dunque: o fate pace col cervello, oppure siate sinceri una volta tanto e ditelo e diciamolo tutte e tutti: il carcere non è altro che lo strumento con cui la classe possidente, padronale, capitalista, bancaria, finanziaria tiene sottomessa col terrore la classe dei non-proprietari, degli sfruttati, dei poveri, degli ultimi.
E facciamola finita con le cretinate!!!!
Il 25 aprile scorso abbiamo ricordato i 40 anni dal “grande sogno”: la rivoluzione che prendeva corpo nel cuore dell’Europa, in Portogallo; la Revolução dos Cravos, la rivoluzione dei garofani. Quel tentativo rivoluzionario è stato sconfitto. Oggi nel “ricordare” dovremo lasciare meno spazio alle commemorazioni e più attenzione alle riflessioni critiche, anche per il “nostro” 25 aprile e i successivi tentativi rivoluzionari, per capire la complessità della lotta di classe.“Champalimand”). Secondo questa nuova tendenza dell’oligarchia, il vecchio sistema fascista e coloniale ha fatto il suo tempo e non è più in grado di contenere il movimento operaio e popolare, né di salvare i legami con le colonie.
I1 25 aprile è il prodotto della convergenza di tutte queste contraddizioni, su un obbiettivo preciso e limitato: il rovesciamento della dittatura di Caetano. Sarebbe dogmatico vedere negli avvenimenti del 25 aprile soltanto una manovra della borghesia. L’MFA è La forza politica che dà l’ultimo colpo al fascismo, ma questo era già stato fortemente scosso dai movimenti di liberazione africani e dal movimento antifascista in Portogallo.
DAL 25 APRILE AL 28 SETTEMBRE (SCONFITTA DELLA MANIFESTAZIONE DELLA
“MAGGIORANZA SILENZIOSA” E DIMISSIONI DI SPINOLA)
Le libertà democratiche accordate dopo il 25 aprile, non sono un regalo dell’oligarchia, né del MFA, ma una conquista delle masse popolari portoghesi con l’aiuto determinante dei movimenti di liberazione. La classe operaia e il popolo portoghese sono pienamente coscienti di questa verità: le grandi mobilitazioni popolari del 25 aprile e del 1° maggio sarebbero state inconcepibili, se non fosse esistito un autentico movimento antifascista in seno al popolo. I1 quale ha ben capito, dopo il 25 aprile, che queste libertà non se le è conquistate per rimirarsele, ma per servirsene.
La borghesia, dal canto suo, cerca di trasformare questa sconfitta in una vittoria e organizza rapidamente il suo primo governo provvisorio sotto la protezione del MFA. Tutte le forze politiche borghesi vi sono rappresentate, dalle personalità legate al fascismo, fino al PCP, che la borghesia, in quel momento, considerava capace di mantenere la classe operaia nel quadro della democrazia borghese e di frenarne le rivendicazioni economiche. Per questo scopo, il PCP conta su uno strumento: l’Intersindacale, da esso creata negli ultimi anni del fascismo. Si trattava, allora di una specie di coordinamento dei sindacati fascisti in cui il PCP si era infiltrato; dopo il 25 aprile, si tenta di farne un sindacato unico burocratizzato e rispettoso della santa proprietà borghese.
Non ci vorrà molto ad accorgersi che la classe operaia ha in mente altri progetti ….
A partire dal 25 aprile, si scatena un grande movimento antifascista: le masse esigono e spesso realizzano l’epurazione di tutte le aziende e degli organismi pubblici, così come esigono e realizzano lo smantellamento della tristemente famosa P.I.D.E. Contemporaneamente, il vasto movimento rivendicativo che ha origine alla base, supera rapidamente tutti i limiti che l’Intersindacale tenta d’imporgli. Le commissioni operaie, elette da assemblee generali di fronte a cui sono responsabili, svolgono in questo periodo un ruolo importante nella lotta economica.
Gli scioperi della T.A.P. e della Lisnave (agosto-settembre 1974) sono i punti culminanti di questa lotta economica antifascista: essi hanno dimostrato, ad un tempo, i progressi e i limiti di un movimento operaio che si basa sulle rivendicazioni economiche e sull’epurazione dell’apparato borghese, ma che non si pone ancora né il problema della distruzione di questo apparato, né il problema del potere. Ma, nonostante ciò, questo grande movimento rivendicativo ha dimostrato che la classe operaia non è affatto disposta ad accontentarsi delle briciole del banchetto borghese; ha anche dimostrato alla borghesia che il PCP non è in grado di controllare, come vorrebbe, la classe operaia.
Le leggi per il controllo della stampa e la legge anti-sciopero sono le prime risposte del “fronte unito borghese” contro il movimento operaio e popolare.
Durante tutto questo periodo, I’MFA appariva ancora come una forza monolitica, il cui progetto era di far avviare la democrazia borghese, prima di ritirarsi nelle caserme.
Il primo tentativo fascista del 2 settembre 1974, rappresenta l’esplosione delle prime contraddizioni in seno alla borghesia. Da un lato, quei fatti dimostrano che il movimento operaio e popolare è pronto a difendere in piazza contro i fascisti le sue conquiste. Dall’altro, dimostrano che un settore della borghesia non crede più (e forse non ci ha mai veramente creduto) nell’agibilità di una democrazia borghese, nella misura in cui il PC non può garantire un efficace controllo sul popolo.
DAL 28 SETTEMBRE 1974 AL 25 APRILE 1975 (ELEZIONI ALL’ASSEMBLEA COSTITUENTE)
Nel periodo che ha inizio col 28 settembre nuove contraddizioni s’innescano in campo borghese, soprattutto sulla questione dell’unità sindacale. Una parte della borghesia, che fino a quel momento non aveva contestato l’influenza del PCP sull’Intersindacale, comincia a preoccuparsi.
I1 PC e il PS, rappresentano due differenti alternative per il capitalismo portoghese. Per quanto riguarda i “socialisti”, essi considerano che il modo migliore di mantenere debole e sottomessa la classe operaia è quello di dividerla. Di qui il loro progetto di “pluralismo” sindacale. Per il PC, è preferibile inquadrare la classe operaia in un apparato sindacale unico, burocratico e collaborazionista.
Nella classe operaia, divisa per anni durante il fascismo in decine di corporazioni, l’unità sindacale è molto ben vista. Ma l’unicità sindacale delle lotte che la classe operaia vuole (e che i marxisti-leninisti difendono) non ha niente a che vedere con la falsa unità preconizzata dal PC.
La coincidenza è puramente formale. I1 forte senso unitario che si sviluppa nella classe operaia, come anche l’influenza di cui il PC gode in questo periodo sul MFA, fa propendere quest’ultimo per l’alternativa del sindacato unico.
L’11 marzo, si assiste al secondo tentativo dalla destra filofascista (e per alcuni anche apertamente fascista) di impadronirsi del potere, tentativo che, come il primo, le si rivolta contro. Se esso dimostra che il pericolo fascista è sempre presente, sembra che si tratti di un’esagerazione da parte dell’apparato propagandistico del PC, che vuole mostrarsi alle masse come la principale forza antifascista. E, comunque sia, il PC trarrà un grande beneficio politico dai fatti dell’11 marzo. Se ne servirà per rafforzare la propria influenza sul MFA e per ottenere da questo, ad esempio la messa fuori legge del MRPP e l’arresto dei suoi dirigenti.
Dall’11 marzo in poi il movimento di massa ha un nuovo e importante slancio. Ovunque si formano organismi unitari di massa, commissioni di lavoratori, di quartiere (moradores). Il movimento s’impadronisce delle caserme (comitati di soldati e marinai) dove molti capiscono che, se il Portogallo non vuol fare la fine del Cile, bisogna farla finita con l’esercito borghese.
Le commissioni di lavoratori sono organismi “unitari, democratici e apartitici”. Sono elette nelle assemblee di fabbrica, di fronte alle quali sono responsabili. I loro compiti consistono nello organizzare le lotte e l’autodifesa degli operai della fabbrica e il controllo operaio sulla produzione.
Le commissioni di quartiere sono elette dalle assemblee di quartiere. Hanno il compito di organizzare la vita pratica del quartiere, migliorare le condizioni di vita, e di organizzare l’autodifesa degli abitanti.
Commissioni di lavoratori e commissioni di quartiere sono organismi popolari a partire dai quali si costruiscono delle strutture di coordinamento (assemblee di commissioni). Questi organismi popolari di base, cui il carattere unitario conferisce una grande forza, si presentano sulla scena politica come un nuovo elemento decisivo. Essi testimoniano che il movimento operaio e popolare è maturato e indirizza la propria avanzata verso il problema fondamentale di ogni rivoluzione: il problema del potere.
DAL 25 APRILE AL V° GOVERNO PROVVISORIO
Le elezioni del 25 aprile 1975 segnano l’esplosione della crisi aperta tra i vari partiti borghesi. I1 PCP, che ha applicato una strategia d’infiltrazione nell’apparato statale borghese, comincia a porre in discussione la validità delle elezioni e a predicare una linea putschista. La sua influenza sulla V* divisione dello stato maggiore (l’organo di propaganda del MFA), la pretesa identità di certi suoi punti di vista con quelli del MFA, lo spingono su questa strada. Dal canto suo, il PS (sostenuto dal PPD), a cui i risultati elettorali hanno dato un’audacia senza limiti comincia ad attaccare apertamente il PC.
In tutto questo periodo, I’MFA, che appare ancora unito, cerca di porsi come arbitro della polemica, mettendosi al di sopra delle lotte partitiche. Con l’istituzionalizzazione del MFA, vengono alla luce chiare tendenze a un “socialismo militare” fondato sull’alleanza “Povo-MFA” (Popolo-MFA).
I dirigenti del MFA esaltano il “contatto diretto” con le organizzazioni popolari e la “morte naturale” dei partiti. La loro ambizione è certo quella di trasformare l’MFA in un “movimento di liberazione” sul modello dei movimenti africani.
Le organizzazioni popolari hanno acquisito una tale forza, da costringere i partiti a confrontarsi faccia a faccia con loro. Il PS le condanna apertamente.
Il PC le condanna nella misura in cui non riesce a controllarle, ma intanto comincia a manovrare per riuscirci: una volta sotto il suo controllo, questi organismi, isolati, avrebbero il compito di gestire meglio il capitalismo di stato. I1 fine è di distoglierli dal problema fondamentale: il problema del potere.
Per tutto questo periodo, gli organismi di massa continuano ad aumentare la loro influenza. Possiedono già una parola d’ordine che dimostra un alto livello di coscienza politica: “Scioglimento dell’assemblea costituente”.
L’affare Repubblica segna il punto culminante della crisi. La lotta dei lavoratori di Repubblica è usata demagogicamente dal PS e dal PC. I1 PS cerca di far credere che il PC controlli il giornale; il PC cerca di far credere che si tratta di un semplice conflitto di lavoro. Ma le cose stanno molto più avanti: Repubblica è il primo mezzo di comunicazione conquistato dagli organismi unitari di massa. L’affare “Radio-Renacensa”, svolge lo stesso ruolo, ma questa volta è l’arcireazionaria Chiesa Cattolica ad attribuire al PC il controllo dell’emittente.
Le violenza fasciste che si scatenano nel Nord del Portogallo sono il diretto risultato dello stato di crisi in cui versa il paese. I fascisti cominciano ad organizzarsi, approfittando del malcontento prodotto dagli intrighi burocratici del PCP. L’atteggiamento dei rivoluzionari e delle organizzazioni di massa è preciso: bisogna opporsi alla scalata del fascismo, ma questo non significa doversi appoggiare al PC: occorre infatti non seminare illusioni sull’“antifascismo del PC”, come occorre negargli una base d’azione per la sua politica antipopolare.
Ne1 frattempo, la guerra aperta PS-PC continua. Il PS abbandona il governo e lancia una campagna “contro la dittatura del PC”. Dietro questa campagna, si delineano le forze più reazionarie. Spinola, dal suo esilio dorato, appoggia il PS, mentre il PCP, con la sua tattica putschista e burocratica, resta sempre più isolato. Alzando barricate, tenta di opporsi ai raduni e alle manifestazioni del PS, e identifica abusivamente come fascisti tutti quelli che seguono il PS.
Le organizzazioni di massa danno prova di maturità politica, mantenendosi ai margini di questa battaglia “tra lupi”. Quando il 18 luglio, a Porto, il PCP cerca di strumentalizzare una manifestazione di 10.000 persone – commissioni di lavoratori e di quartiere che protestano contro la disoccupazione e chiedono lo scioglimento della Costituente – per dirigerla contro un raduno del PS, è un fallimento completo.
Il MFA, di fronte alla crisi politica che si aggrava di giorno in giorno, tenta ancora di mantenere la sua facciata monolitica: avanza un “progetto di potere popolare” come materializzazione del progetto di alleanza “Popolo-MFA”.
IL V° GOVERNO PROVVISORIO
I1 V° governo provvisorio voleva essere, all’origine, il simbolo dell’unità del MFA di fronte al dilaniamento reciproco dei partiti politici. Ma ci si accorge ben presto che questa unità è solo un mito. infatti, l’MFA è attraversato dall’alto in basso dalle stesse contraddizioni che dividono la società portoghese e, soprattutto, da quelle contraddizioni che sono presenti all’interno della borghesia.
Il 7 agosto, il “gruppo dei 9”, pubblica il famoso documento di Melo Antunes.
L’esistenza stessa di questo gruppo e del documento è una prova dell’eterogeneità del MFA. Seppure ha preso in prestito una certa ideologia antiegemonica, il documento è la prima presa di posizione di membri del MFA che riguardi direttamente gli organismi popolari di massa. Esso si pronuncia a favore di una stabilizzazione della situazione secondo i desideri della CEE, che fa della “democrazia” e del “pluralismo”, le condizioni imprescindibili per ogni aiuto economico.
“E’ necessario – dice il documento – respingere con energia l’anarchia e i1 populismo che conducono inevitabilmente alla dissoluzione catastrofica dello Stato in una fase di sviluppo in cui l’assenza dello Stato rende impraticabile qualunque progetto politico“.
I “nove”, hanno capito che le organizzazioni popolari riguardano direttamente lo Stato borghese. Essi identificano con molta chiarezza il loro nemico. Vogliono ristabilire l’ordine borghese e la disciplina borghese nell’esercito. Per condurre in porto il loro progetto devono farla finita con il V° governo provvisorio, troppo legato al PC e incapace, quindi, di diventare la base di un nuovo “fronte unito borghese”.
Nel frattempo, i fascisti continuano a riorganizzarsi: l’arcivescovo di Braga, Da Silva, organizza il 10 agosto, una manifestazione “religiosa”: al grido di “Alt al comunismo”, si raccolgono 25.000 fedeli, che il vescovo incoraggia a commettere attentati fascisti.
Mentre il documento dei 9, appoggiato dal PS e dal PPD comincia a guadagnare adesioni tra gli ufficiali, un gruppo di ufficiali del COPCON – la polizia militare – pubblica il 13 agosto un altro documento, il “documento del COPCON”, da cui risulta chiaro che le idee rivoluzionarie sono penetrate in un settore minoritario del MFA.
Questo documento chiarisce grandemente la situazione del Portogallo. Denuncia le alternative borghesi rappresentate tanto dai “9” quanto dal PCP. Se da un lato critica il burocratismo e il dirigismo del PCP, dall’altro identifica con precisione il contenuto borghese del documento di Melo Antunes: “Non è respingendo contemporaneamente la socialdemocrazia, il capitalismo di stato, la democrazia popolare, e le conquiste delle classi lavoratrici che permetteremo a questo di assumere la direzione del processo, o anche soltanto di consolidare le posizioni già raggiunte. La proposta presentata, conduce al recupero da parte della destra, aprendo a questa un terreno di manovra per la distruzione della rivoluzione, malgrado le intenzioni democratiche e patriottiche presenti nella testa dei firmatari del documento“.
Gli ufficiali del COPCON propongono un’alleanza tra I’MFA e tutti i sostenitori del potere ai lavoratori come soluzione transitoria, fino alla convocazione di un’Assemblea Popolare Nazionale, fondata sugli organismi di massa che essi appoggiano e di cui esaltano lo sviluppo. Questo punto, particolare, rivela una visione idealistica del MFA, che viene ancora presentato come capace di conservare la sua unità e di svolgere ancora un ruolo rivoluzionario.
Il successivo svolgimento dei fatti dimostra che le tendenze di destra interne al MFA si sono rafforzate, dopo che i “9” hanno conseguito una posizione dominante, provocando la caduta del V° governo provvisorio. Quanto al PC, sempre più isolato, esso tenta una serie di manovre tanto a sinistra (l’effimero “Fronte Rivoluzionario”) che a destra (appelli all’unità con il PS).
Intanto, il movimento di massa si sviluppa con forza e raggiunge il suo apice il 20 agosto con l’immensa manifestazione delle commissioni di lavoratori e di quartiere della regione di Lisbona, in cui 100.000 persone appoggiano il documento del COPCON e scandiscono “Contro le superpotenze unità col terzo mondo”. I1 movimento cosciente dello slittamento a destra del MFA,
il quale, – mirando a ristabilire “l’ordine” e a reprimere il movimento di massa – è oggettivamente una porta aperta alla preparazione di una offensiva fascista.
Il Consiglio della Rivoluzione, ormai dominato dai “9”, comincia a mettere in pratica il loro programma, soprattutto per quanto riguarda il richiamo all’ordine dell’esercito. Emana una legge che proibisce la pubblicazione di informazioni sulla vita politica nelle caserme. La stampa popolare sfida il Consiglio, ignorando deliberatamente questa legge, 10 settembre, a Porto, 1500 soldati, sostenuti da 10.000 lavoratori, sfilano in corteo contro il ripristino di questa disciplina.
IL VI GOVERNO PROVVISORIO
Il VI governo provvisorio, segna una fase di ripiegamento tattico del PCP che, non avendo trovato sostegno alle varie manovre per realizzare il suo “fronte antifascista” è costretto a capitolare di fronte al PS e a dividere con esso quel potere che aveva tentato di conquistare da solo.
Il VI governo vuole appunto essere quello del compromesso tra le diverse tendenze del MFA e i partiti borghesi. Ristabilire l’ordine e la disciplina: questo è il suo programma. All’ombra del PS e del PPD, le forze fasciste continuano intanto a riorganizzarsi: le manifestazioni reazionarie, gli assalti alle sedi dei partiti rivoluzionari (e non solo a quelle del PCP e del MDP), la liberazione degli agenti della P.I.D.E. ecc … sono i segni di questa riorganizzazione.
Per il movimento di massa il problema principale, in questo momento, è quello di accumulare forze, approfittando delle divisioni in campo borghese. Gli organismi popolari di massa hanno già proclamato la loro determinazione a difendere le loro conquiste e ad avanzare nel processo rivoluzionario.
La battaglia per l’epurazione dell’esercito e contro il ristabilimento della disciplina, quella per l’epurazione dell’apparato civile (soprattutto la giustizia e la polizia, che sono ancora i vecchi apparati fascisti), sono alcune battaglie parziali che rinforzano e unificano il movimento di massa, permettendogli di accumulare nuove forze in vista degli scontri futuri.
Da “Communisme” del 18 settembre 1975
vedi il post precedente qui
Considerazioni sulla mobilitazione del “coordinamento dei detenuti” dal 5 al 20 aprile 2014
Non è stata una mobilitazione estesa e nemmeno coinvolgente. Eppure i problemi in carcere sono tanti: il sovraffollamento ha raggiunto livelli invivibili, il vitto è schifoso, quei pochi lavori interni al carcere che permettono ai alcuni detenuti di avere qualche euro a fine mese (la mercede) sono diminuiti, a questo si aggiunge la mancanza di igiene, di spazi di socialità, perfino le docce sono insufficienti. Insomma in carcere la situazione è drammatica… eppure la popolazione prigioniera non protesta come ci si aspetterebbe. O meglio, come alcuni si aspetterebbero.
Difatti la mobilitazione del “coordinamento dei detenuti” dal 5 al 20 aprile 2014, non ha visto una grande partecipazione. Cerchiamo di capire perché?
Il carcere non è poi tanto dissimile dalle situazioni disagevoli di quelli che stanno “in libertà”. Quelli che vedono diminuire il proprio salario a fronte delle necessità crescenti di quelli cui devono badare; quelli che il padrone licenzia e sanno che non sarà facile trovarne un altro lavoro, quelli messi in Cassa integrazione che sanno che quando questa finirà saranno guai seri; quelli che un lavoro non l’hanno mai avuto e si arrabattano con “lavoretti” di qualche ora da una parte e qualche ora da un’altra, tutti disinvoltamente al nero; quelli che consumano il proprio tempo e le scarpe nel girovagare per la città in cerca di un lavoro che non troveranno; quelli che sono costretti ad accettare paghe miserabili perché altro non si trova…
Anche di questi e queste si dice: perché non protestano, perché non lottano. Probabilmente siamo noi che non vediamo. Tutti e tutte lottano, altroché se lottano! Lottano ciascuno e ciascuna nel proprio microcosmo, invisibili e ininfluenti, ristretti nel proprio ambiente, scegliendo, di volta in volta, l’avversario contro cui scagliare la propria rabbia. Il più delle volte scegliendo avversari sbagliati, ossia quelli che non hanno alcun potere per modificare la condizione di chi protesta.
Il punto non è, dunque, che le persone che vivono un profondo malessere non protestano.
A modo loro protestano. Sia dentro le galere, sia fuori. Ciò che manca è la protesta e la lotta organizzata e consapevole, che si realizzi intorno ad alcuni obiettivi forti, incisivi e condivisi da tutti: consapevolezza e determinazione gli ingredienti essenziali, quelli che mancano.
Ciò che è assente è una lotta ben articolata, in cui tutte e tutti siano consapevoli che non si raggiungerà l’obiettivo d’un colpo, ma sarà necessario un percorso nel quale dopo ogni iniziativa si dovranno tirare le somme, fare gli aggiustamento necessari, rinsaldare la coesione tra chi ha partecipato e ampliare la partecipazione ad altri soggetti per le scadenze successive.
Ciò che serve è una lotta “vera” in grado di modificare l’esistente, nella quale bisogna saper calibrare le scadenze in base alle proprie forze, ma anche in base alla valutazione sullo stato dell’avversario, le sue contraddizioni e i contrasti al proprio interno (padroni o multinazionali, governo o ministri, ecc.), ed anche in base all’obiettivo che si persegue.
Una consapevolezza questa che deve essere di tutte e tutti, non di qualche “capetto” o “dirigente”.
La popolazione prigioniera oggi, evidentemente, non è convinta che con le proteste e le lotte collettive si possano raggiungere conquiste valide, non credono che si possa modificare in meglio la propria condizione. Allo stesso modo non ne è convinta la popolazione “libera”, così ciascuno cerca di cavarsi dagli impicci per conto proprio, individualmente, ma nessuno ci riesce, e la situazione peggiora per tutte e tutti.
E allora domandiamoci: perché questa sfiducia? Perché tanto disorientamento e incertezza che con la lotta si possa cambiare, migliorandola, la propria condizione?
Per tanti motivi: le sconfitte subite recentemente; il martellamento dei giornali e della Tv che continuano a dire che è inutile la lotta collettiva, è molto meglio “arrangiarsi” individualmente; le grandi organizzazioni sindacali e partitiche che non riscuotono più, con ragione, la fiducia di lavoratori, disoccupati, proletari perché hanno rinunciato a difenderli; inoltre c’è lo strombazzare di politici, giornali e Tv sul fatto che c’è la crisi e non ci sono margini, che c’è il “debito” e baggianate simili, ecc., ecc.
Ma c’è un altro motivo, di grande importanza: queste popolazioni proletarie, in carcere e fuori, non sentono intorno a se una forte solidarietà. Non sentono quel di più di solidarietà a parole, non sentono quella solidarietà effettiva, concreta, non sentono la condivisione. È proprio quello che manca, ciò che è in grado di creare l’ambiente favorevole alla lotta collettiva. Un sostegno materiale alle condizioni di esistenza e alle iniziative necessarie a far si che la lotta raggiunga il risultato.
E così torniamo al punto di partenza. Dove è possibile cominciare a costruire questa solidarietà concreta, questa condivisione? Ovviamente dai territori dai quali proviene la gran parte della popolazione prigioniera e dove torna dopo aver “scontato la condanna”; ciascuno cercando un lavoro che non troverà, quindi arrangiandosi con i “lavoretti” possibili, molti dei quali ai margini della “legalità”, assai diffusi, che purtroppo e assai spesso lo riporta in prigione.
Per interrompere questo circuito devastante e perdente vanno costruiti dei punti di forza: aggregazioni nei territori in grado di sostenere chiunque venga colpito dalla repressione; dal momento dell’arresto, alla permanenza in carcere, a quando esce di prigione. Un sostegno che sia di carattere economico, per sopperire alle spese e alla perdita del salario, sia di sostegno morale e che rappresenti un aggregato, un punto di forza su cui poter contare per le lotte in carcere, per le lotte sul posto di lavoro, per quelle sul territorio per riappropriarsi di quanto necessita per vivere. E andare avanti!
Una sorta di “comitati di solidarietà territoriale” (chiamiamoli così provvisoriamente) nei quali si organizzino tutte e tutti quelli che non hanno la vita facile, quelle e quelli che sono costretti a lavorare alle condizioni dettate da altri (al nero, precario, illegale…), ossia i proletari e le proletarie, e che hanno questa sola possibilità per non soccombere in carcere e fuori. Un’organizzazione territoriale orizzontale, autogestita.
Dei “comitati” di persone come te che non ti lasciano mai “solo”. Che ti aiutano nel non andare in galera, e se ci vai ti sostengono materialmente e ti aiutano a organizzare la protesta e a diffonderla, a collegare le proteste in carcere a quelle nei quartieri, a quelle nei posti di lavoro.
Dei “comitati” di persone che quando qualcuna o qualcuno esce di galera gli sono vicini, lo festeggiano e lo sostengono nel trovare il proprio posto di vita e di lotta nel suo ambiente.
Chi sta in prigione deve poter contare non solo sulla solidarietà di singole persone ma su strutture organizzate e visibili, presenti nel territorio con cui il detenuto può stabilire rapporti concreti, di cui diventa parte viva. E una volta fuori si attiverà, insieme ad altri, nel sostenere tutti quelli che ne hanno bisogno, dentro il carcere e fuori.
È questo il lavoro da fare!
Uguali a chi?
Molti scrivono di carcere. Scrivono, analizzano e si dilettano a trovare le “cose che non
vanno” e propongono perfino dei rimedi. Per fare che? Pensate un po’: per evitare che la gente trasgredisca le leggi e accetti le regole di questa società che, come tutti sappiamo, è il migliore dei mondi possibile.
Il punto centrale da cui partono questi presunti “riformatori” è più o meno lo stesso per tutti e, non rispondendo alla realtà, le loro proposte di “riforme” si sciolgono come neve al sole.
Questi “riformatori” affermano che il delinquente che trasgredisce una norma è come se provocasse una ferita alla convivenza sociale. Si presume quindi che ci sia una convivenza tra uguali e il reato sia una frattura dell’equilibrio sociale esistente e dunque il delinquente che l’ha compiuta necessiti di “risocializzazione” attraverso la “rieducazione”, come è scritto nel famoso art. 27 della altrettanto famosa Costituzione.
La “rieducazione” viene attuata per mezzo della sanzione, e questa viene calibrata secondo le norme dall’ordinamento sanzionatorio penale o civile ed erogata dall’apparato giudiziario-poliziesco-carcerario. Le sanzioni, in questo caso il carcere ma anche le esose sanzioni pecuniarie, potrebbero e dovrebbero essere meno afflittive, dicono i “riformatori”, per rieducare appunto, addirittura dovrebbero essere improntate alla prassi “riconciliatoria”.
Come avviene quando, all’interno di una comitiva, due amici/amiche litigano fortemente provocando una ferita in quella socialità, rottura che spesso viene ricomposta grazie all’opera “riconciliante” di altri membri della comitiva.
Bene! Bravi! Ma c’è un piccolo problema: la società in cui viviamo non somiglia affatto a una comitiva o qualcosa del genere e dunque la trasgressione di una legge non è la rottura di una socialità equilibrata. Il reato non avviene tra due soggetti “uguali”, che hanno uguale proprietà di beni, stesso tenore di vita, stesso ruolo sociale! La società è divisa in classi, in proprietari e senza-proprietà, in ricchi e poveri, in sfruttatori e sfruttati, in potenti ed emarginati, esclusi, perdenti.
Casomai avviene il contrario: sono proprio queste differenze, sempre più marcate e odiose, che spingono a trasgredire la legge per non soccombere, oppure per modificare le ineguaglianze e le ingiustizie sociali esistenti che le leggi tutelano e riproducono.
Alla luce di questa semplice costatazione i concetti che danno un senso alla sanzione come quelle intorno alla “rieducazione” del reo previste dalle costituzioni, dai proclami dei diritti dell’uomo, dalle organizzazioni internazionali, ecc., ecc., assumono un altro significato. Meno entusiasmante!
Che vuol dire dunque rieducare in una società basata sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo? Scusate la terminologia datata ma non ho trovato, tra quelle in circolazione, definizioni altrettanto rispondenti alla realtà.
Eppure è vero che la sanzione e in generale il carcere, sua massima espressione, rieduca! Ma a quali comportamenti rieduca?
Non rieduca forse ad accettare passivamente il livello di sfruttamento attuale e la sua arroganza? Ossia accettare, ad esempio, a essere pagati “al nero” a meno di 3 € per un’ora di lavoro? Accettare di essere licenziati o di non vedersi rinnovati il contratto per la voglia di profitto o per i capricci del padrone, o anche per questo fantasmagorica roulette chiamata mercato?
Certo che il carcere rieduca; rieduca a osservare le ingiustizie sempre più brutali! Osservarle passivamente per giungere infine a non notarle affatto. Rieducati ad arrancare nella scala sociale sempre più spietata per i perdenti! Rieduca ad accettare di vedere i poteri mafiosi, quelli finanziari, quelli bancari e delle multinazionali sempre più legati tra loro e in possesso, sempre più, delle nostre vite e del nostro futuro, dei territori in cui viviamo e dell’aria che respiriamo! Rieducati ad accettare di vivere nel terrore di sentirsi inadeguati o subire la stimmate del fallimento di fronte alle richieste di prestazioni sempre più disumane!
Essere rieducati a non ribellarsi a non protestare a non boicottare né sabotare l’arroganza del potere, nemmeno quando questi produce saccheggi di risorse, devastazioni umane e massacri.
Ma andiamo oltre. La mancata rieducazione, affermano i “riformatori” porta il delinquente a tornare a delinquere. Questa è una banalità ma anche una cretinata. Che volete che tornino a fare coloro che sono stati relegati a forza in un ambiente socio-economico nel quale non c’è altro mezzo per reperire reddito, insomma per mangiare, se non attraverso attività extralegali? Non è da oggi che il sistema economico capitalistico, oltre una crescita impetuosa di ricchezza -a danno di un ambiente devastato- di cui godono poche persone sempre più ricche e potenti, produce anche una fascia consistente di donne e uomini che non hanno vie d’uscita, che restano ai margini della ricchezza sociale non potendo vivere se non di espedienti. Una fascia sociale la cui grandezza oscilla con l’oscillare della coppia sviluppo/crisi-ristrutturazioni, ma che è sempre stata molto consistente e oggi in forte incremento. Non c’è possibilità di inserimento lavorativo per tutte e tutti sufficiente a condurre una vita dignitosa. Non c’è né ci sarà mai in ambito capitalista. Questa marginalità ha una sua funzione importante: tenere basso il costo della forza lavoro e attenuare il conflitto di classe.
È proprio questa la funzione della rieducazione: rieducare ad accettare le condizioni attuali di sfruttamento. Subire senza ribellarsi!
E allora perché illudersi e illudere che il sistema repressivo, ossia il carcere, in questo contesto possa essere riformato a vantaggio di chi vi viene sbattuto dentro? Avevano dunque ragione quegli studiosi del sistema carcere che affermavano che: “ogni sforzo per una riforma del trattamento del delinquente trova il proprio limite nella situazione dello strato proletario, socialmente significativo, più basso, che la società vuole trattenere dal commettere azioni criminali”.
E allora: come si può immaginare un cambiamento della politica penale lasciando inalterati gli assetti economici, il sistema proprietario e l’ordine sociale?
Chi in prigione subisce la frantumazione della propria esistenza ha una sola risorsa: l’atto di ribellione. Meglio se collettivo e organizzato. La ribellione collettiva in carcere riconquista il tempo di vita sottratto dalla galera. La storia del carcere ci insegna che anche i miglioramenti, piccoli e momentanei, però importanti, si sono avuti grazie alle proteste e alla rivolte [TOT PROMESSE TOT RIVOLTE è stato lo slogan gridato e messo in pratica qualche decennio fa]. Proteste, lotte, ribellioni collettive e organizzate hanno ridato volto e parola a chi non aveva né l’uno né l’altra; le proteste individuali non producono cambiamenti a meno che siano il detonatore di una situazione pronta alla rivolta collettiva.
I “riformatori” aggiungono un’altra nozione, quella della “sicurezza dei cittadini”. Ma non precisano di quale sicurezza si tratta, né chi sono i cittadini che dovrebbero usufruirne. Conoscendoli, credo si riferiscano alla tutela della sicurezza delle proprietà di chi ne ha tante, e non vuole dividerle con alcuno; così come alla salvaguardia della sicurezza di chi ha i mezzi e la volontà per continuare a sfruttare e arricchirsi sul lavoro altrui.
Ma c’è un’altra sicurezza, quella di chi vorrebbe assicurarsi di avere un salario tutti i mesi e che questo sia sufficiente a campare tutti i giorni del mese. La sicurezza di non morire sul lavoro, né restare invalido e nemmeno contrarre malattie dovute alla sicurezza dei padroni di fare come pare a loro nei posti di lavoro e nei territori. E, perché no, vorrebbe la sicurezza di riuscire a cambiare, lottando, questa società, ribaltandola.
Insomma, anche di sicurezze ve ne sono più di una. Tante quante sono le classi in cui si articola questa società. E ciascuna classe ha la sua sicurezza.
E allora bisogna scegliere da che parte stare. Loro, i “riformatori”, hanno scelto di stare dalla parte di chi è favorito da questo sistema sociale e vuole riprodurlo.
Da parte nostra abbiamo scelto l’altra barricata, frontalmente contrapposta a quella dei potenti e della folta schiera di chi gongola alla loro corte.
La lotta è in corso da tempo e non vi sono mediazioni possibili.
Ieri l’altro, 2 aprile 2014 la Camera dei deputati ha approvato il disegno di legge “Deleghe al governo in materia di pene detentive non carcerarie e di riforma del sistema sanzionatorio”, con 332 voti a favore e 104 contrari. Si ratta di 16 articoli e due deleghe al governo. Vediamo quali novità introduce:
*per i reati puniti con una pena fino a quattro anni si potrà applicare la messa alla prova, ossia una misura alternativa al carcere che preveda un percorso di lavori socialmente utili per almeno 10 giorni, il condannato dovrà prestare attività non retribuita in favore della collettività. Ma sono esclusi da questa misura i recidivi che sono circa il 70% di coloro che vengono condannati;
*arresti o detenzione “domiciliare” dovranno diventare pena principale da applicare in automatico a tutte le contravvenzioni che prevedono arresto e a tutti i delitti il cui massimo edittale è fino a 3 anni. Se invece il massimo va da 3 a 5 anni, il giudice potrà concedere oppure no i “domiciliari” tenendo conto della gravità del reato e della “capacità a delinquere” (si mette al centro la figura del condannato, il suo ambiente, il suo status sociale assai più che il fatto) ;
*detenzione oraria: la detenzione non carceraria può avere durata continuativa oppure per singoli giorni della settimana o fasce orarie. Può essere eventualmente prescritto il braccialetto elettronico. Restano invece in carcere i delinquenti abituali, professionali e per tendenza, e chi non ha un domicilio idoneo o non rispetta le prescrizioni.
*abolizione dell’istituto della “contumacia”, ossia poter processare e condannare senza la presenza dell’imputato: se l’imputato (dopo un primo tentativo di notifica) è irreperibile, il giudice sospende il processo potendo però acquisire le prove non rinviabili. Alla scadenza di un anno, e per ogni anno successivo, dispone nuove ricerche dell’imputato. Finché dura l’assenza, è comunque sospesa la prescrizione: questo obbrobrio doveva essere da tempo abilito poiché assente in gran parte dei paesi;
*depenalizzazione riguarda tutte le infrazioni attualmente punite con la sola multa o ammenda e altre specifiche fattispecie come ad esempio l’omesso versamento (se non superiore a 10.000 €) di ritenute previdenziali e assistenziali o in materia di atti e spettacoli osceni, abuso della credulità popolare, rappresentazioni teatrali o cinematografiche abusive.
*depenalizzato anche il reato di immigrazione clandestina introdotto nel 2009 quando Roberto Maroni era ministro dell’Interno; rimane la sanzione penale per il reingresso in violazione di un provvedimento di espulsione: si tratta in pratica una ratifica di un dato di fatto perché l’introduzione di questo reato aveva creato molti problemi anche giuridici e non aveva rallentato l’immigrazione;
*probation, un istituto da tempo sperimentato per i minori. Per reati puniti con reclusione fino a 4 anni o pena pecuniaria o per i quali è prevista la citazione diretta a giudizio, l’imputato può chiedere la sospensione del processo con messa alla prova. La misura consiste in lavori di pubblica utilità e comporta la prestazione di condotte riparatorie e (se possibile) risarcitorie, con l’affidamento al servizio sociale per lo svolgimento di un programma di recupero. Se l’esito è positivo, il reato si estingue. In caso di trasgressione del programma di trattamento o nuovi reati scatta la revoca e si va in carcere. Durante il periodo di prova la prescrizione è sospesa.
La depenalizzazione e i domiciliari dovranno essere regolati con apposito decreto legislativo del governo, da fare al più presto, che dovrà rimanere all’interno di ciò che prevede la delega concessa da questa legge.
CONCLUSIONI (e mie valutazioni):
aver messo le mani a una riforma del sistema sanzionatorio per fuoriuscire dalla “unicità della sanzione, ossia del carcere”, è un fatto positivo che si attendeva da oltre 60 anni, ma si è persa una occasione. Il governo e il parlamento dovevano procedere in fretta e furia per evitare la sanzione della Corte europea (che scade il 28 maggio), non si è sviluppato un dibattito nel paese che sarebbe stato molto utile per smentire stereotipi e pregiudizi che inquinano le menti di chi abita questo triste paese, sottoposti al martellamento mafioso e totalitario dei media; per rimuovere le incrostazione forcaiole che offuscano il pensiero e deprimono l’azione.
Se mettiamo in relazione queste misure con le persone reali che oggi varcano le soglie dei tribunali e del carcere, si evidenzia la inconsistenza di queste misure (ne beneficieranno 3 o 4 migliaia): la gran parte di queste persone sono costrette a praticare attività extralegale, essendo preclusa ogni altra possibilità. Queste persone i cosiddetti recidivi che diventano sempre più un settore sociale che vive e si riproduce ai margini della legalità; escluderli da questi provvedimenti equivale a non intervenire affatto! Anzi significa aver voluto intensificare i controlli su questo settore sociale, sottoponendolo a emarginazione progressiva e differenziazione dal resto della popolazione; significa produrre i ghetti.
Un’ emarginazione che potrà ritorcersi contro l’ordine esistente!