Solidarietà alle/agli arrestati NoTav: 14 settembre tutt@ in Valle

No TavL’11 luglio Graziano Mazzarelli è stato arrestato insieme a Lucio Alberti e Francesco Nicola Sala accusati di aver partecipato all’assalto notturno del cantiere della Tav di Chiomonte lo scorso 13 maggio 2013, così come i quattro No Tav arrestati il nove dicembre scorso, Chiara, Claudio, Mattia e Niccolò. Graziano è stato imprigionato nel carcere di Lecce dove vive una condizione di isolamento di fatto: è solo in cella, le celle intorno a lui sono vuote, fa l’aria e la socialità da solo, la corrispondenza gli viene sottratta settimanalmente, le semplici necessità quotidiane come ricevere un pacco o far uscire la biancheria sporca gli vengono continuamente ostacolate o rallentate.

L’inchiesta è coordinata dai pm Antonio Rinaudo e Andrea Padalino della Procura di Torino.

Chiara, Claudio, Mattia, Nicco, Lucio e Francesco hanno iniziato diverse forme di sciopero, per protestare contro l’isolamento di Graziano.

Facciamo pressione sui responsabili del trattamento indegno riservato a Graziano!

Inviamo un fax alla Procura di Torino: 0114327453 e al carcere di Lecce: 0832387496

Da lunedì 1 settembre, Chiara ha iniziato uno sciopero dell’aria per protestare contro l’isolamento cui Graziano è sottoposto dal giorno del suo arresto. Chiara ci fa sapere che il suo rifiuto di uscire all’aria si protrarrà fino a quando Graziano continuerà ad essere gravato da questa misura, voluta tanto dal carcere di Lecce quanto dalla Procura torinese che, come spesso avviene in queste situazioni, se ne rimpallano reciprocamente la responsabilità.

Da martedì 9 settembre anche Niccolò e Mattia, rinchiusi nel carcere di Alessandria, hanno iniziato uno sciopero dell’aria contro l’isolamento cui è sottoposto Graziano. La loro protesta durerà fino a martedì 16 settembre.

Claudio, rinchiuso a Ferrara, ha iniziato invece questa mattina e continuerà a rifiutarsi di uscire all’aria fino a giovedì 18 settembre.

Vi terremo aggiornati su come proseguirà questa mobilitazione e sulle condizioni detentive di Graziano.

Da ieri (11 settembre) anche Lucio si è unito alla protesta contro l’isolamento di Graziano e fino a martedì 18 settembre porterà avanti  quindi uno sciopero della spesa e del carrello nel carcere di Busto Arsizio.

Qui, nei giorni scorsi, il comandante delle guardie ha convocato Lucio per comunicargli che, su richiesta della Procura di Torino, avrebbero iniziato a trattenergli tutta la corrrispondenza in entrata dal, non meglio precisato, contenuto “politico”. Cartoline, lettere e opuscoli, che alludono in qualche modo a delle lotte, verranno quindi bloccati e non si sa bene dove siano destinati a finire, visto che nessun provvedimento di censura formale è stato notificato a Lucio o ventilato durante il colloquio. La misura, stando almeno alle parole del comandante delle guardie, sarebbe piuttosto ufficiosa e di conseguenza dai contorni più vaghi del solito.

Un’occasione, per parlare e rilanciare la solidarietà ai 7 compagni in carcere, per l’azione contro il cantiere di Chiomonte, è l’iniziativa in programma domenica 14 settembre in Valsusa (vedi locandina qui )

In attesa di ulteriori aggiornamenti, ne approfittiamo per ricordarvi gli indirizzi dei sette compagni arrestati per l’azione contro il cantiere di Chiomonte del 14 maggio 2013:

Francesco Sala C.C. via Palosca, 2 – 26100 Cremona;

Lucio Alberti C.C. Via Cassano Magnago, 102 – 21052 Busto Arsizio (Varese);

Graziano Mazzarelli C.C. via Paolo Perrone, 4, Borgo San Nicola – 73100 Lecce;

Niccolò Blasi e Mattia Zanotti C.C. San Michele strada Casale, 50/A – 15121 Alessandria;

Claudio Alberto C.C. via dell’Arginone, 327 – 44100 Ferrara;

Chiara Zenobi C.C. “Rebibbia” via Bartolo Longo, 92 – 00156 Roma.

da  http://www.autistici.org/macerie/
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41 anni fa, il golpe il Cile. Riprendiamo l’analisi

In quel terribile 11 settembre 1973, nel movimento, come valutammo il golpe cileno?

Il golpe in Cile provocò un grosso dibattito nel movimento nei giorni immediatamente successivi. Il Cile era un paese simile all’Italia, di antica tradizione democratica, con le forze armate da secoli lealiste e una società civile articolata in classi contrapposte. Fu proprio la divisione in classi l’elemento che venne sottovalutato.

In molti settori di movimento si metteva in risalto il ruolo dell’imperialismo statunitense per mezzo della Cia e delle Multinazionali, certamente con un ruolo importante e decisivo, ma talmente esagerato da far velo alla lotta tra le classi e al loro antagonismo oggettivo di fronte a un progetto di trasformazione sociale, che, negli anni del governo di “Unidad Popular” si espresse con evidente violenza. Può sembrare strano che dei compagni dimentichino o sottovalutino l’esistenza delle classi, eppure succede quando si attribuisce eccessivo potere alla potenza egemone del sistema imperialista, in quel caso gli Usa, dimenticando che l’imperialismo è un sistema economico-politico alla cui base ci sono, appunto, le classi sociali.

CileLe trasformazioni sociali proposte da Unidad popular spaventarono le classi abbienti al punto che queste si organizzarono per schiacciare quel timido tentativo di potere popolare che si articolava intorno ai «cordones». Si accese una lotta di classe dura e violenta, una sorta di guerra civile. Le classi proprietarie, dopo aver deteriorato la situazione economica cilena, in combutta con le multinazionali statunitensi, con le banche e la Cia, provocarono l’abbattimento del prezzo del rame, risorsa importante dell’economia cilena, finanziarono i sindacati dei camionisti e fecero schizzare l’inflazione alle stelle che falcidiò i salari e gli stipendi. Con un golpe che fu un massacro si mise fine al tentativo di Allende. Non bisogna dimenticare i «cacerolazo» delle signore della buona borghesia cilena, il boicottaggio dei professionisti e delle banche, lo sciopero dei padroncini degli automezzi contro le nazionalizzazioni.

La confusione su popoli, classi e imperialismo è rimasta fino a oggi e spesso impedisce al movimento di capire e analizzare le tensioni e le contraddizioni in alcune aree del pianeta. Ripercorrere e rianalizzare il golpe del fascista Pinochet dovrebbe aiutarci a correggere questo errore.

Ciò che fu una lezione per tutte e tutti fu la consapevolezza unanime dell’impossibilità della via pacifica, elettorale, al socialismo.

La sua sorte [di Allende] testimonia tragicamente che la ragione contro la forza è vana. Unire, nella lotta proletaria, forza e ragione…[«Lotta continua», 13 settembre 1973].

Anche le responsabilità dei dirigenti di “Unidad Popular” e dello stesso Allende furono gravi. La più importante fu quella di non aver dato ascolto alla richiesta dai proletari di armarsi e organizzarsi per difendersi dal golpe di cui da giorni si respirava l’atmosfera tragica. Non si può dimenticare che la settimana prima di quel terribile 11 settembre oltre mezzo milione di lavoratori (si parla di 800mila) sfilarono per Santiago chiedendo armi e direttive per fermare il golpe che ormai era nell’aria.

Paradossalmente, anche il Pci si trovò d’accordo nel ritenere non decisiva la via elettorale, Enrico Berlinguer lo scrisse su «Rinascita» e fu il viatico del famigerato “compromesso storico”:

La spaccatura in due del paese non solo non sarebbe utile, ma sarebbe fatale. Di qui la necessità di un grande «compromesso storico», di una nuova intesa tra le forze fondamentali del movimento popolare italiano.

Vedi i post precedenti  qui   qui   e   qui

NerudaMorto a Santiago del Cile il 23 settembre 1973. In un ospedale in mano ai militari che attribuirono la morte a un cancro alla prostata. Ma sulla sua morte molti dubbi.

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Sono davvero misteriosi i reclutamenti dell’ISIS?

A tutte e tutti coloro che si indignano, oggi, per le crudeltà delle milizie dell’ISIS o ISIL o IS (Stato Islamico dell’Iraq e del Levante o della Grande Siria).
Questa banda di spregevoli mercenari, ben armati da potenti, seminano morte, devastazioni, eccidi e distruzione nell’Iraq destabilizzata, frantumata e massacrata dagli Stati Uniti di Bush, e nella Siria. Le loro azioni, gli eccidi e gli sgozzamenti sconvolgono i giovani occhi che le guardano. E’ comprensibile! Meno comprensibile è la presunta indignazione di politici, dotti professori e giornalisti, poiché dovrebbero sapere che nell’organizzare e armare bande di mercenari e permettere loro di compiere le più efferate violenze, le nazioni europee sono state maestre. L’obiettivo era sempre quello: grandezza, dominio e potere!
Possibile che nessuno si ricordi, tra le tantissime bande, che so, la “Legione straniera” (fondata dal re Luigi Filippo il 9 marzo 1831) per imporre col fuoco gli interessi di Parigi in ogni terra; oppure la “lettera di corsa“, un’autorizzazione a sgozzare e trucidare, ma anche rapinare, massacrare e impalare equipaggi di navi commerciali. Autorizzazione e anche appoggio militare che gli stati in ascesa nel 1600 e 1700 (Inghilterra e Francia) fornivano ai peggiori tagliagole che solcavano i mari. In questo caso l’obiettivo di queste bande di mercenari era di assaltare vascelli mercantili di potenze avversarie, uccidere l’equipaggio e rubare i beni. I proventi del furto venivano stimati da una autorità statale inglese, l’Admiralty Court e ripartite tra il sovrano inglese, l’armatore della nave, il capitano e l’equipaggio. Sia la Legione che i Corsari quanto a esecuzioni facevano impallidire gli attuali squallidi mercenari dell’ISIL. I corsari, al servizio dei regnanti illuminati d’Inghilterra, erano avvezzi al taglio della gola e questa morte, non proprio simpatica, tuttavia veniva auspicata dall’equipaggio catturato. Difatti numerose testimonianze dei rari sopravvissuti dei galeoni spagnoli raccontano di esecuzioni in cui il comandante del vascello catturato e gli ufficiali venivano “impalati”. Non vuol dire “legati a un palo”, impalare è quell’attività, molto in voga nell’ambiente cattolico al tempo dell’Inquisizione, che conosciamo per le molte immagini trasmesse e diffuse.
La storia del famoso: Henry Morgan, uno dei più feroci corsari e bucanieri al servizio dell’Inghilterra è indicativa. Nacque nel 1635 in Galles, nel 1659 divenne bucaniere e nel 1964 gli venne affidata dal re d’Inghilterra la “lettera di corsa”: poteva uccidere, sterminare, torturare tutelato dalla potenza in ascesa del Regno Unito.
Morì il 25 agosto 1688 di cirrosi epatica (beveva moltissimo), gli furono riservati funerali di stato, nonostante avesse saccheggiato Panama e il porto di Portobello, ma anche Santo Domingo, Maracaibo e Cuba; aveva effettuato scorrerie accompagnate da massacri enormi e feroci. Grazie a queste “nobili” imprese ottenne il titolo di “sir” e fu nominato “ammiraglio”, successivamente fu nominato anche governatore della Giamaica. Molto amato nei salotti inglesi, quando la corona glielo chiese si rivoltò contro i “suoi” corsari uccidendoli e facendoli arrestare. Si può dire che questo “eroe” inglese e suoi simili con tali imprese abbiano dato una mano al ruolo civilizzatrice mondiale delle armate inglesi.
Questo esempio di “eroe” dell’Inghilterra, “faro di civiltà”, quanto a massacri e eccidi ha molto da insegnare ad Abu Bakr Al-Baghdadi, capo del neo-inventato califfato di Iraq e Siria.
Corsari
Legione
(guardate come sono simili gli stemmi di queste due bande -corsari e legione- di mercenari squartatori!)
I mercenari che partecipavano a queste “imprese” da una parte e dall’altra non avevano letto le ardenti parole della costituzione francese o inglese, anche perché la gran parte erano analfabeti, come penso che i mercenari dell’ISIL non abbiano nemmeno sfogliato il Corano, né testi musulmani. I mercenari che uccidono sotto qualunque bandiera vengono pagati per ammazzare e ammazzano. Non facciamo i “finti-tonti”!
Per la “legione straniera” lasciamo la parola a uno che c’è stato e poi ne è fuggito e che, da un carcere italiano, scrive a un suo ex-collega chiarendogli il ruolo di merda del mercenario.
[per la storia va ricordato che l’emissione della “lettera di corsa” fu vietata con la “dichiarazione di Parigi” del 1856, firmata dai paesi europei, ma NON dagli Stati Uniti, che difatti continuano a far uso di bande di mercenari al loro servizio. Ma anche gli altri stati, anche se hanno firmato!]
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Alessandria, 6 giugno 1967

Lettera aperta al caporal chef François Dever già compagno d’armi nel Secondo B.N.P. – Algeri.

François, io credo di sapere dove ti trovi in questo momento. Forse non con precisione assoluta, ma con una ragionevole approssimazione. A Israele o nel Vietnam o nel Laos. Più o meno questi devono essere i vertici del tuo triangolo, perdonami, di imbecillità. In qualcuno di questi posti ti hanno spedito, dopo averti regolarmente acquistato come già fu quando ci incontrammo in Algeria. Suppongo che oltre ad una ragionevole somma di denaro, ti abbiano anche ammannito una sostanziosa dose di belle parole. “Battersi sotto una bandiera che non sia la propria, se lo si fa per la libertà di un popolo è come battersi per la propria libertà”. Lo diceva il generale Salan, e certamente qualcun altro lo ha ripetuto a te. E troveranno sempre degli imbecilli come te e come me che ci credono. Perché questa è la verità: ci lasciamo convincere: siamo fregati dal fascino delle parole, dei facili entusiasmi, dalla nostra cocciuta convinzione che il coraggio possa essere espresso soltanto in un campo di battaglia. E ora sei certamente nella merda fino al collo. L’altro giorno leggevo una lettera di alcuni ragazzi che frequentano una strana scuola, una scuola nella quale sarebbe stato bello andare, ai nostri tempi, perché ci avrebbe, forse, costruiti diversamente. Quei ragazzi parlavano di scuole, di società, di partiti, di libertà e anche di guerra. E parlavano anche di merda. Una merda diversa dalla tua e dalla mia: una di quelle che puzzano perché hanno l’odore della terra, e di un coraggio diverso dal nostro. Il nostro puzza, François. Il semplice fatto che ci pagassero per fare la guerra avrebbe dovuto farci riflettere, renderci più attenti. Farci capire che non si paga un uomo perché conquisti la propria libertà. Lo si paga perché non si accorga di battersi per tutto meno che per la libertà, propria ed altrui. Lo si paga per farlo tacere. Poi per renderlo cieco e sordo. Lo si paga quando si vuole tamponare qua e là le incrinature vistose dei falsi ideali.
François, noi siamo andati per il mondo a fare le guerre coi fucili. Tu dici che è sempre stato onorevole, che si è trattato di combattimento leale, che potevano ucciderci. François, un uomo non si salva affidandosi alla “possibilità” di venire ucciso: un uomo sceglie di essere ucciso e lo fa quando il bene per cui si batte è superiore al valore della propria vita.
Per la libertà di chi ti batti adesso? Di Israele? E non ti sembra dannatamente complicata questa faccenda, tanto complicata da invitarti a farci un pensierino sopra?
Quei ragazzi di cui ti parlavo prima hanno cominciato presto a parlare, a parlarsi.
Noi non lo abbiamo mai fatto, sino ad ora, perché non avevamo nulla da dire di cui fossimo veramente convinti.
Che tu ti batta per Israele o per l’Egitto, non importa, ma dimmi: chi ti ha chiesto di farlo? gli israeliti e gli egiziani, oppure i loro capi o chi sta dietro i loro capi? Brutta faccenda François. Ti stanno fregando un’altra volta. Da qualsiasi parte tu sia, ti stai rendendo complice di qualcosa che puzza. Torna in Francia François. Vai a fare la guerra nelle officine, nelle miniere, nei quartieri bassi, nelle strade, perché è lì che si difende la libertà e ci si batte per quella bandiera dai moltissimi colori che deve sventolare per l’umanità.
Allora le guerre con i fucili, tra paese e paese, non saranno più necessarie.
Torna in Francia, François. Vai ad una scuola simile a quella dei ragazzi della lettera: se non c’è costruiscila tu. Vai nei dormitori pubblici, negli ospedali, nei manicomi, nelle carceri: vai lì a fare la guerra e falla pure con le armi se è necessario. Se devi morire scegli di morire per questo.
Non pensare che io abbia cambiato idea. L’ho semplicemente trovata; ti sembrerà strano ma non sono diventato vecchio: sono tornato giovane.
Torna in Francia.
Scegli questo e sarai, forse, un morto che fa paura e non un morto che puzza.

[dalla raccolta di lettere di detenuti in: Irene Invernizzi, Il carcere come scuola di rivoluzione, Einaudi 1973, pag.227]

E’ questa l’esortazione che ci sentiamo di indirizzare anche ai mercenari dell’ISIS.

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NoTav- Il 14 settembre tutt@ in Valle

NoTav

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Approvazione definitiva del risarcimento. Mercificata la sofferenza

Approvazione definitiva del risarcimento. Mercificata la sofferenza.

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Lo scorso anno il compagno, il fratello “Picchio” ci ha lasciati

Lo scorso anno il compagno, il fratello “Picchio” ci ha lasciati

Erano gli ultimi giorni di agosto anche lo scorso anno. Quei giorni in cui si accorciano le giornate e il caldo afoso comincia a diminuire. Lo scoso anno, non quest’estate che in molte regioni di Italia di caldo ne ha regalato ben poco.

Erano i giorni del rientro dalle vacanze, per chi le poteva ancora fare, sempre più corte, in località sempre più vicine e sempre più spesso in non-costose e assai economiche case di conoscenti.

In quei giorni è arrivata la brutta notizia della morte di “Picchio”. Non proprio inaspettata, sapevamo della brutta malattia che lo aveva colpito, la Sla (Sclerosi Laterale Amiotrofica) lo aveva ridotto a una non-vita: non poteva parlare, né mangiare, né muoversi, non riuscivamo più a comuicare con lui, né lui con noi.

Carlo Picchiura, “Picchio” se ne è andato, ma non si è spento il ricordo della sua vita, delle sue passioni, delPicchiola sua militanza.

ciao Picchio

Questa fotografia è stata scattata dai familiari di Picchio quando, dopo oltre due decenni di galera, ha riconquistato la libertà ed è corso ad incontrare le sue amate “rocce”

Questa la poesia che il compagno Sante Notarnicola gli ha dedicato:

            Una storia

L’ingiustizia gli sembrò

talmente palese che decise

di non rispondere ai giudici.

Dopo una condanna fece di più:

interruppe ogni comunicazione.

 

Fu liberato tanti anni dopo…

Con fatica si avviò verso la roccia,

quella che soltanto lui conosceva,

e che stava nel punto preciso

dove nasceva il vento.

Nella valle, a tutt’oggi,

Si racconta di quell’ostinato

mutismo, del profilo possibile

di quella roccia, di quella pena,

di quel volto, di quel vento…

               il tuo amico Sante

Qui sotto le parole con cui ho salutato, lo scorso anno, su questo blog, il fratello, il compagno Picchio:

https://contromaelstrom.com/2013/08/26/carlo-picchiura-picchio-ci-ha-lasciato/

Ciao compagno “Picchio”!

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Trasformare la tragedia in lotta

da: http://www.nicolettapoidimani.it/?p=752#more-752
Posted on August 22, 2014

“Trasformare la tragedia in lotta”

Riporto alcune importanti riflessioni di Nazanín Armanian – giornalista iraniana, rifugiata a Barcellona – sugli stupri di guerra.

Ne approfitto per segnalare, dal punto di vista postvittimista, come alcune donne yazidi stiano “trasformando la tragedia in lotta”, unendosi alle guerrigliere kurde, talvolta sollecitate anche dalle madri.
16169a395161cfa8e7b99cb82a8a9c23_c4082e7b_o.jpegNe potete leggere le testimonianze qui e qui.

Marines, Jahadisti  e stupri di guerra
di Nazanín Armanian

Il dispiego militare Usa in Medio Oriente ha aumentato la richiesta di schiave sessuali e il commercio di donne nella regione. Mentre l’Isis inaugura la guerra santa del sesso.
 
Le donne irachene, siano esse musulmane, cristiane, ebree o atee, non avevamo mai sentito il termine Yihad Al-Nikah, “Guerra Santa del sesso”. È  l’ “appello” dello Stato islamico dell’Iraq e de Levante (Isis) alle donne non sposate delle città conquiste ad offrirsi “volontariamente” ai ribelli per trasformarsi in schiave sessuali attraverso matrimoni a tempo determinato in cambio di generi di prima necessità. Un eufemismo per non dire prostituzione, proibita dall’Islam.

Adducendo che stanno rischiando la vita per far avanzare lo Stato islamico, i soldati dell’Isis pretendono dagli uomini musulmani che hanno più di una moglie di consegnargliene qualcuna, come forma di ricompensa, altrimenti saranno duramente puniti. È l’Onu a denunciarlo dopo il suicido di quattro giovani donne aggredite sessualmente con questi falsi e forzosi matrimoni.

La vita del popolo iracheno, soprattutto delle donne, si sta deteriorando giorno dopo giorno: tre decenni di guerre, passando per una dittatura semilaica (sto ancora cercando sette validi motivi per cui gli Usa hanno abbattuto Saddam Hussein) a una teocrazia settaria e totalitaria installata dagli Usa che ha messo su una apartheid di genere contro le donne, collocandole allo stesso livello dei minori e dei minorati psichici, come persone bisognose a vita di un tutor maschile. E se non bastasse è stata anche legalizzata la pedofilia, abbassando l’età minima per il matrimonio da 18 a 9 anni. Bambine spose per forza.

E non è l’unico incubo che devono affrontare, c’è pure l’invasione di bande armate spietate composte da migliaia di mercenari afghani, iracheni, ceceni, siriani, libici e europei che diffondono il terrore, e le donne sono le prime vittime. Una donna a Mosul è stata flagellata solo perché invece che il velo Niqab (che lascia scoperti solo gli occhi) portava un semplice scialle. Le minacce di punizioni medievali alle disobbedienti, lapidazione e crocifissione comprese, hanno creato un clima di terrore in una popolazione femminile dove sanguinano ancora le ferite, se non fisiche psicologiche, per le violenze dei militari Usa.

La punta di un iceberg
Vi ricordate il film Redacted di Brian De Palma del 2007? Raccontava una storia vera di un massacro, uno dei tanti, di cui furono protagonisti soldati nordamericani. “Mentre stavamo giocando a carte e bevendo whisky ci venne l’idea di entrare in una casa irachena, violentare una donna e uccidere l’intera famiglia”, confessò uno dei tre marines dell’esercito Usa che prima rinchiusero la coppia e la figlia di 6 anni in una stanza della casa, stuprarono più volte a turno la figlia più grande di 14 anni, Abir Kasim Hamza, poi uccisero davanti a lei genitori e sorellina e tornarono ancora a violentarla prima di spararle un colpo alla testa. Non soddisfatti cosparsero il corpo di Abir di benzina, le diedero fuoco e con lei prese fuoco tutta la casa e i corpi dei suoi. A massacro ultimato i soldati andarono a mangiare pollo arrosto. Avevano tra i 19 e i 23 anni e come racconta nel suo film/documentario De Palma, i superiori redassero (da qui il titolo Redacted) una informativa falsa sul massacro. La verità venne comunque alla luce e ciò nonostante Barack Obaba ha chiesto e ottenuto l’immunità per quei soldati. Deve pur difendere i suoi effettivi dislocati in ogni parte del mondo. E questa è solo la punta di un iceberg, quel poco che si viene a sapere e si può provare.

La doppia direzione del contrabbando di donne
Le company private di contractors vincolate al Pentagono (un nome per tutte, la  USA, ndt), che trafficano con mano d’opera maschile a basso costo per le basi militari in Iraq, utilizzano i propri canali per fare contrabbando di donne – importazione ed esportazione, come una merce -. Reclutano donne cinesi, russe, etiopi, filippine, sudcoreane e tailandesi non musulmane dato che, al contrario che in BlackwaterVietnam, in Iraq non si possono trasformare in schiave del sesso le musulmane in forma pubblica e di massa. Una volta reclutate le donne vengono inviate alle truppe Usa in Iraq, mentre le donne irachene vengono inviate ai militari in servizio nei paesi arabi del Golfo Persico. A Dubai sono reclutate centinaia di adolescenti vergini, irachene e afghane, per evitare il contagio di malattie, giovanissime donne destinate a subire orrendi abusi sessuali, fino alla morte.
Il dispiego militare Usa in Medio Oriente ha aumentato la richiesta di schiave sessuali e il commercio di donne nella regione. Le donne “importate” da altri paesi, come avviene anche in occidente, vengono ingannate da offerte di lavoro (cuoca, centralinista, donne delle pulizie). Ma il sogno diventa incubo appena arrivate in Iraq. Non potranno più andare da nessuna parte e nessuno avrà cura di loro. Se è vero che il 30% delle stesse donne militari Usa subiscono stupri durante il servizio e il 90% molestie sessuali, si può immaginare la vulnerabilità di una lavoratrice filippina. Le immagini pubblicate delle atrocità nella prigione di Abu Ghraib – tra cui le foto di stupri di gruppi a donne irachene, mostrano la coincidenza tra il profilo dei violentatori, coloro che si occupano della tratta di donne e l’industria del sesso. […]

La guerra senza stupri è possibile?
Se domandiamo che tipo di ideologia spinga un uomo a violentare e uccidere una donna nel corso di un conflitto armato, solitamente le argomentazioni sono:
– che la donna è un bottino di guerra come gli altri beni materiali, abusi e aggressioni sono incentivi per i combattenti;
– che mettendo incinta la donna si distrugge l’identità della comunità nemica;
– che violentarle abbatte psicologicamente gli uomini nemici che resistono;
– che la guerra in sé è violare un altro territorio;  violentare le donne sconfitte fa parte del rituale dei festeggiamenti della conquista. Anche se se ne parla meno, nel rituale rientra anche lo stupro sugli uomini;
– che è un “effetto collaterale” della guerra, un atto fisico naturale di un individuo privo di controllo contro una donna “che stava lì”.

Eppure la storia ci insegna che non è sempre così. Nella forma di combattere di eserciti come quelli del Tigri per la liberazione del Tamil, il Fronte Farabundo Martì o il Pkk kurdo non è mai entrato lo strumento della violenza sessuale contro le donne nemiche. Ciò indica fino a che punto questo tipo di violenza sia una questione ideologica. Dette formazioni, ma ce ne sono altre, nei loro programmi politici annunciano il desiderio di fondare una società basata sulla giustizia sociale, l’uguaglianza e il mutuo rispetto. Mostrando che è possibile – anche se al pacifista puro potrebbe suonar strano – uccidersi l’un l’altro mantenendo la dignità della vittima.

Da una società come quella irachena, dove la donna stuprata è colpevole e non esiste il concetto di “violenza all’interno del matrimonio”, anzi da lei si esige la disponibilità sessuale assoluta per il marito, che cosa si ci si può aspettare? Il trauma emotivo, le gravi lesioni fisiche, essere messa all’indice da una società ipocrita, gravidanze non desiderate, malattie, suicidi, morte per mano dei familiari che avrebbero dovuto proteggerle e migliaia di neonati abbandonati sono il risultato di questo vile atto contro la donna.

Lo stupro nelle guerre non è solo un atto privato di violenza, ma un atto di tortura di cui è responsabile lo Stato a cui si appartiene e che fanno sì che le guerre diventino un grande affare per i mercanti di carne umana.

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KURDISTAN, NELL’OCCHIO DEL CICLONE

Questo articolo, scritto da Daniele Pepino, uscirà a breve sulla rivista «Nunatak». Ringrazio il compagno Daniele per l’ottimo lavoro di chiarificazione, intorno a una situazione assai complessa e poco conosciuta, e per il consenso alla pubblicazione e diffusione in rete di questo contributo.

KURDISTAN, NELL’OCCHIO DEL CICLONE (prima parte)

Le notizie dal Vicino e Medio Oriente si susseguono a un ritmo incalzante. Il Kurdistan si trova, ancora una volta, nell’occhio del ciclone, dilaniato dall’esplodere delle tensioni tra le potenze regionali che si spartiscono il suo territorio.
ISIS-map-iraq-terrorists-infographic2-300x187Non è semplice, in un simile scenario, fornire un quadro della situazione che non sia immediatamente superato dall’incedere degli eventi. I quintali di notizie, parole, immagini, vomitati dai mass media, invece di chiarire la complessità dello scenario mediorientale, contribuiscono a spargere una confusione che è tutt’altro che casuale.
Perciò ci sembra prioritario – nei limiti di quanto è possibile fare in un breve articolo – provare a fornire qualche strumento interpretativo utile a comprendere le dinamiche in corso con uno sguardo di più lungo periodo rispetto alla cronaca emergenziale del giorno dopo giorno.
Da un lato, è necessario ricordare come quel che accade in Kurdistan (e più in generale in Medio Oriente) sia sempre, anche, il precipitato dell’interazione di forze esterne, a  cominciare dagli Stati che ne occupano il territorio, ossia la Turchia, la Siria, l’Iraq e l’Iran (a loro volta, peraltro, veicoli di uno scontro di interessi su scala mondiale).
Dall’altro, è bene sottolineare come ciò non precluda l’esistenza di specifiche dinamiche locali, le quali, anzi, dimostrano sempre più spesso come proprio questi momenti di crisi e disfacimento possano rappresentare le crepe da cui emergono nuovi percorsi di autonomia, rivolta e protagonismo popolare.
L’immagine costruita dal discorso mediatico dominante racconta, sostanzialmente, di una folle guerra di fanatici terroristi musulmani contro i quali l’Occidente è costretto a intervenire (per ragioni umanitarie, ça va sans dire!) appoggiando le uniche forze al momento in grado di opporvisi, ovvero “i curdi”. Per fornire qualche antidoto alle ambiguità e ai silenzi che caratterizzano tale ricostruzione, ci pare utile, in primo
luogo, delineare chi sono realmente le forze in campo, cosa rappresentano, quali identità e progettualità incarnano (in particolare nel campo curdo). In secondo luogo [nella prossima “puntata”], proveremo a sondare i percorsi di autonomia popolare che nonostante tutto – compresa una censura mediatica impressionante – resistono e rappresentano una forza di rottura per niente trascurabile (sia da un punto di vista politico che militare), in particolare nel Kurdistan siriano (Rojava). Infine, cercheremo di abbozzare qualche riflessione di portata più generale sul senso degli eventi in corso.
Gli attori in campo
15 agosto 2014. Le televisioni del mondo intero riportano con orrore i massacri, le esecuzioni, i rapimenti di bambini e donne venduti come schiavi, le pulizie etniche e le angherie di ogni tipo dispiegate dalle bande dello “Stato Islamico” (I.S.) in nord Iraq contro minoranze religiose e oppositori, ad esempio contro i curdi yezidi a Sinjar (Şengal in curdo). Tale escalation di violenza settaria sarebbe, ufficialmente, all’origine del sostegno militare che Stati Uniti ed Europa si apprestano a fornire (apertamente) “ai curdi” – dopo averlo fornito a lungo (dietro le quinte) alle milizie “jihadiste”. Peccato però che l’espressione “i curdi” non significhi nulla, essendo “i curdi” una realtà nient’affatto omogenea. Oltre al fatto – tutt’altro che trascurabile – che il popolo curdo è diviso da circa un secolo dalle frontiere artificiali di Turchia, Siria, Iraq e Iran, nel movimento curdo si sovrappongono, com’è ovvio che sia, profonde divisioni che hanno origini storiche, linguistiche, tribali, religiose, oltre che contrapposizioni politiche talvolta laceranti e foriere di conflitti anche armati. Quando, dunque, gli Stati Uniti parlano di “armare i curdi”, si riferiscono ovviamente ai loro alleati sul campo, ovvero ai filo-americani del PDK, e non certo ai “terroristi” del PKK e ai suoi alleati. E ciò anche se, come emerge sempre più chiaramente dalle fonti sul campo e dalle testimonianze dei sopravvissuti, ad accorrere per aiutare le minoranze aggredite e a organizzare la resistenza armata contro le bande paramilitari di I.S., sono stati proprio quelli che Washington e Bruxelles definiscono “terroristi”, e non i miliziani fedeli a PDK e USA, i quali hanno invece lasciato campo libero all’avanzata di I.S., sostanzialmente spartendosi le spoglie del territorio abbandonato dallo squagliarsi dell’esercito di Baghdad. Del resto, anche i tanto decantati quanto limitati bombardamenti finora sferrati dagli Stati Uniti non sembrano proprio avere l’obbiettivo di stroncare le forze “islamiste”, quanto piuttosto quello di contenerle e indirizzarle (altrimenti, con le tecnologie e le informazioni in mano all’aviazione USA, sarebbe stato un “gioco da ragazzi” annientarne le postazioni e le colonne nel campo aperto del deserto iracheno).
È proprio per cercare di dissipare tali ambiguità che riportiamo qui di seguito, in modo inevitabilmente sintetico e schematico, una descrizione delle organizzazioni coinvolte a vario titolo nel conflitto in corso, una sorta di glossario per aiutare a districarsi nella confusione mediatica.
PKK Partito dei lavoratori del Kurdistan (Turchia). Le sue ali militari sono: HPG (Forze di difesa del popolo) e YJAStar (Unità delle donne libere – Star). Opera nel Kurdistan settentrionale (in curdo “Bakûr”, sud-est della Turchia) da oltre trent’anni, per sostenere l’autodeterminazione e la stessa sopravvivenza del popolo curdo contro l’occupazione militare da parte dello Stato turco. È stato inserito nella lista delle organizzazioni terroristiche stilata da USA ed Europa. Dagli anni Novanta, in particolare grazie all’elaborazione teorica del suo presidente Abdullah Öcalan (tuttora detenuto nell’isola-prigione di Imrali in Turchia), il PKK ha superato l’originaria ideologia nazionalista e marxista-leninista attraverso una radicale critica degli stessi concetti di Stato, Nazione, Partito, e abbandonando l’obiettivo della costruzione di uno Stato curdo indipendente. La sua proposta politica, denominata Confederalismo democratico, auspica
la costruzione di una federazione di comunità autogovernantisi al di là dei confini nazionali, religiosi, etnici, le cui colonne portanti sono la partecipazione dal basso, la parità di genere e il rispetto della natura.
Il suo esercito di guerriglia (HPG e YJA-Star) conta diverse migliaia di uomini e donne nelle montagne del sud-est della Turchia (sui confini con Siria, Iraq e Iran) e sui monti Qandil in territorio iracheno. Attualmente in un precario cessate il fuoco unilaterale con la Turchia, è impegnato nel sostegno dei propri fratelli in Siria (Rojava) e nella difesa della popolazione civile in Iraq contro I.S.
PYDPartito dell’unione democratica (Siria). Le sue ali militari sono: YPG (Unità di difesa popolare) e YPJ (Unità di difesa delle donne). È il partito maggioritario nel Kurdistan occidentale (“Rojava”, Siria del nord). PYD, Stretto alleato del PKK, sia dal punto di vista militare che politico, ne condivide la proposta del Confederalismo democratico, prospettiva che sta concretizzando nei territori del Rojava. Qui, dall’insurrezione contro il regime siriano, non si è schierato né con il regime di Al-Assad né con i “ribelli siriani”, praticando una “terza via” consistente nel liberare e difendere il proprio territorio per amministrarlo, insieme agli altri partiti e realtà della società civile non solo curda, in una sorta di “democrazia cantonale dal basso”. La sua forza militare (YPG e YPJ) oltre a difendere il Rojava da chiunque l’attacchi (lealisti di Al-Assad, “ribelli” siriani, I.S. e “jihadisti” vari) ha recentemente operato in territorio iracheno contro i tentativi di pulizia etnica di I.S. – in particolare nelle aree di Sinjar, Makhmour (Maxmur, in curdo)–, soccorrendo la popolazione in fuga e organizzando anche lì, come in Siria, una resistenza armata di autodifesa popolare.
KCKRaggruppamento delle comunità del Kurdistan. È il coordinamento che raggruppa i vari partiti e organizzazioni della società civile delle quattro parti del Kurdistan per portare avanti il progetto del Confederalismo democratico. Oltre a PKK e PYD, ne fanno parte anche il PÇDK (Iraq) e il PJAK (Iran).
PÇDKPartito della soluzione democratica in Kurdistan (Iraq), per il Kurdistan meridionale (“Başûr”, nord Iraq); forza attualmente minoritaria anche a causa della repressione che subisce da parte del governo regionale del PDK;
PJAKPartito della vita libera del Kurdistan (Iran), per il Kurdistan orientale (“Rojhelat”, nord-ovest dell’Iran). La sua ala militare è composta dalle HRG (Forze di difesa del Kurdistan orientale) e quella femminile dall’YJRK (Unione delle donne del Kurdistan orientale), le cui forze sono anch’esse attualmente impegnate nella resistenza contro l’I.S. in Iraq e in Rojava.
PDKPartito democratico del Kurdistan (Iraq). È il partito di Mas’ud Barzani, che governa il Kurdistan meridionale (“Başûr”, nord Iraq), divenuto regione autonoma (KRG) in seguito all’invasione americana del 2003 e alla caduta del regime di Saddam Hussein. La famiglia Barzani, leader storici del movimento nazionalista curdo, governa di fatto la regione come un proprio feudo, rappresentando una vera e propria mafia del petrolio, in grado di garantire l’ordine nella regione e perciò sostenuta e armata dagli Stati Uniti, oltre che da Israele e Turchia (con cui ha importanti rapporti economici e a cui vende il petrolio). L’ala militare del PDK è formata dai «peshmerga», in parte integrati nell’esercito regolare iracheno, ma soprattutto nelle milizie che costituiscono le forze di sicurezza del KRG (Governo regionale del Kurdistan). La politica nazionalista e filo-americana del PDK è radicalmente in contrasto con le posizioni di PKK, PYD, KCK, in quanto principale stampella del neo-colonialismo e della balcanizzazione del Medio Oriente. Di fronte all’offensiva di I.S., i peshmerga di Barzani si sono distinti per una politica opportunista, che non ha sostanzialmente ostacolato l’avanzata di I.S. (fortemente sponsorizzata – tra gli altri – dall’amica Turchia) fino a quando non ha toccato i propri interessi, e anzi approfittando del conseguente indebolimento del governo centrale iracheno per allargare i confini del Kurdistan federale (ad esempio occupando la città petrolifera di Kirkuk quando I.S. occupava Mosul). Molteplici testimonianze dei civili scampati ai massacri di I.S., in particolare a Sinjar e a Makhmour, riferiscono di essere stati abbandonati dai miliziani di Barzani e di essersi salvati soltanto grazie all’intervento dei guerriglieri del PKK e del PYD. Diversi analisti inoltre– a proposito dell’immobilismo dei peshmerga del PDK – hanno sottolineato il fatto che mentre le forze del PKK dagli anni Ottanta non hanno mai smesso di combattere e di addestrarsi alla guerriglia, le truppe di Barzani, a oltre dieci anni dalla caduta di Saddam Hussein, si sono trasformate in un apparato burocratico di impiegati più che di guerriglieri.
«Peshmerga» Significa genericamente «guerrigliero» o «soldato» curdo, ed è quindi il termine che, storicamente, definisce ogni combattente del Kurdistan. Col tempo però (con la formazione di un governo de facto nel nord Iraq e le profonde spaccature nel movimento curdo) questo termine è andato a definire in modo specifico i miliziani del PDK di Barzani, come quelli del PUK di Talabani, di Gorran e degli altri partiti curdi d’Iraq, mentre i partigiani del PKK o del PYD preferiscono definirsi col nome delle proprie organizzazioni (o “gerîlla”, “partîzan”…). La genericità del termine «peshmerga» comunque rimane, ed è
anche sulla sua ambiguità che si è costruita molta della confusione diffusa dai media internazionali.
In campo avverso, tra i protagonisti del conflitto in corso, il califfato fondato da Abu Bakr Al-Baghdadi nei territori del Bilad ash Sham (a cavallo tra Siria e Iraq) si è ormai affermato come una vera e propria potenza militare, fondata sul terrore nei confronti delle popolazioni civili e dotata di una forza paramilitare più simile a un esercito mercenario che non a una “tradizionale” organizzazione “jihadista”.
I.S. – Stato islamico. Nasce dall’arcipelago della resistenza islamista sunnita contro l’occupazione americana dell’Iraq nel 2003, nello specifico dal gruppo “Al-Tawḥīd wa-al-Jihād” fondato dal giordano Abu Musab Al-Zarkawi (ucciso da un bombardamento USA nel 2006), poi divenuto Al Qaida in Iraq (AQI), poi Stato islamico in Iraq (ISI), in Siria (ISIS) e infine Stato islamico (IS). Ha praticato fin dagli esordi una politica ferocemente settaria, attaccando principalmente gli sciiti e le altre minoranze dell’area (ragione del disaccordo e delle continue frizioni con la dirigenza di Al Qaida), riuscendo a serrare le fila sunnite con migliaia di militanti soprattutto stranieri (dimostrando una capacità di attrattiva effettivamente internazionale). Nello scenario della guerra civile siriana, si è distinto per la ferocia dei suoi attacchi (e non solo contro le forze lealiste ma anche e soprattutto contro ogni fazione rivale del fronte dei “ribelli”) riuscendo a imporsi, dal 2013, come principale forza del campo fondamentalista sunnita (scalzando anche Jabat Al Nusra, ovvero il referente di Al Qaida in Siria). Qui controlla ormai diverse aree nel nord e nell’est del Paese, in particolare nelle zone petrolifere e lungo il corso dell’Eufrate, in guerra aperta contro le forze curde del Rojava. Nel 2014 incomincia l’avanzata in Iraq, dove trova l’appoggio di diverse forze sunnite emarginate e represse dal governo iracheno, il cui esercito a luglio si ritira disordinatamente abbandonando nelle mani dell’I.S. un vero e proprio arsenale (tra cui fucili M4 e M16, lanciagranate, visori notturni, mitragliatrici, artiglieria pesante, missili terra-aria Stinger e Scud, carri armati, veicoli corazzati Humvies, elicotteri Blackhawks, aerei cargo…). È così che l’I.S., sotto la guida di Abu Bakr Al-Baghdadi, si costituisce in Califfato, strutturandosi di fatto come un nuovo Stato che riscuote le tasse, paga i suoi miliziani e dipendenti, amministra centrali elettriche, depositi di grano, dighe, pozzi petroliferi, affrancandosi così anche dalla dipendenza da finanziamenti di Stati stranieri.
In questa rapida escalation dello Stato Islamico, l’appoggio logistico, economico, militare fornitogli dalla Turchia perlomeno dall’inizio della “crisi” del regime siriano, insieme all’atteggiamento delle milizie peshmerga di Barzani, e alla “vigile distanza” degli USA, potrebbero far sorgere ai più malfidenti qualche sospetto sull’esistenza di un disegno pro I.S. condiviso da tale “asse”. Ciò anche senza scomodare le voci secondo cui il califfo Al-Baghdadi (che risulta essere stato in un campo di prigionia statunitense in Iraq dal 2004 al 2009, per poi esserne rilasciato ed assumere la leadership di ISIS in seguito all’uccisione del precedente leader da parte di forze statunitensi) sarebbe stato addestrato da Mossad, CIA e MI6. Anche senza bisogno di perdersi nelle immancabili elucubrazioni su complotti e cospirazioni a tavolino, non è affatto impensabile un’alleanza di fatto, una convergenza di interessi (che si saldano nel sollecitare alcune dinamiche, nel non ostacolarne altre…) tra Turchia, USA, PDK (oltre ad Arabia saudita, Qatar…), per “suscitare” e impiantare una presenza fondamentalista sunnita nel cuore del Medio Oriente (uno nuovo Stato, o un Califfato, o un territorio in guerra permanente…) in funzione anti Iran (e dunque anti Al-Assad, Hezbollah… e Russia); qualcosa che – già che c’è – vada a spezzare sul campo ogni tentativo di rivolta, di autogoverno, di gestione diretta, e diversa, del territorio…
Una controrivoluzione preventiva, insomma, contro quella resistenza popolare che costituisce oggi (fuori dalle menzogne della propaganda) l’unica vera resistenza sul campo contro lo Stato Islamico; una resistenza che vede in prima fila le milizie autorganizzate dalle donne, e in cui stanno confluendo gli abitanti delle regioni sotto attacco rompendo le divisioni etniche, religiose, culturali, in una prospettiva politica che assume un significato universale… Questo movimento, che partendo dai curdi di Rojava rischia di dilagare oltre confini che non tengono più, è qualcosa di dirompente nel panorama mediorientale, comprensibilmente preoccupante per qualsiasi potere con mire di controllo o egemonia nell’area, e proprio perciò, per noi, tanto più interessante.
Nella seconda parte di questo articolo (sul prossimo numero di Nunatak), cercheremo di approfondirne il funzionamento, entrando più a fondo nelle dinamiche della “rivoluzione in marcia in Rojava”.
Daniele Pepino – 20 agosto 2014
(per «Nunatak. Rivista di storie, culture, lotte della montagna», n. 35, estate 2014)
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Approvazione definitiva del risarcimento. Mercificata la sofferenza

Il Senato ieri, 2 agosto, ha confermato la fiducia (è la diciassettesima fiducia dell’esecutivo guidato da Matteo Renzi), così il decreto “detenuti” è diventato legge.

È passato con 162 sì, 39 no e un astenuto. Per il governo il decreto, ora legge, ha l’obiettivo di ridurre il sovraffollamento in cella dopo la condanna della Corte europea. Il decreto prevede anche una stretta sulle misure cautelari con il divieto di applicare la custodia cautelare in carcere e utilizzare solo gli arresti domiciliari se il giudice prevede che, alla fine del processo, la pena irrogata non sarà superiore ai tre anni, prevede più magistrati di sorveglianza, attualmente al di sotto dell’organico del 20%, prevede più agenti penitenziari ed anche norme di favore previste dal diritto minorile che si estendono a chi non ha ancora 25 anni, anziché 21 come oggi. (vedi post precedente  qui )

Per il Csm (Consiglio Superiore della Magistratura) sono troppo pochi 8 euro al giorno per risarcire un detenuto per le «condizioni inumane o degradanti» vissute in un carcere sovraffollato. Il parere, approvato il 31 luglio in un plenum a larga maggioranza (19 voti a favore, astenuti il laico della Lega Ettore Albertoni e il togato di Magistratura Indipendente Antonello Racanelli) sul decreto legge che prevede misure compensative per i detenuti. La norma, secondo Palazzo dei Marescialli (sede del Csm), può essere esposta anche a «problemi di compatibilità costituzionale sotto il profilo della effettiva tutela in relazione al combinato disposto» degli articoli 117 della Costituzione, che prevede il rispetto dei vincoli degli ordinamenti comunitari e dell’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti umani. «L’obiettiva esiguità del quantum risarcitorio da liquidarsi senza che alcuna discrezionalità sul punto residui al giudicante, potrebbe infatti essere sospettata di svuotare di contenuto la tutela offerta dalla disposizione sovranazionale, la cui violazione non darebbe luogo ad un effettivo ristoro per equivalente da parte dell’amministrazione».

D’altronde è lo stesso ministro Andrea Orlando nell’intervento in aula prima del voto e in un’intervista su La Repubblica di oggi, 3 agosto, afferma che: «Se Strasburgo ci avesse condannato, avremmo dovuto pagare 20 euro al giorno, per una cifra complessiva sui 300 milioni. Gli 8 euro vanno considerati come un risarcimento, che il Csm ritiene sia troppo basso, per evitare un danno economico ben maggiore. Non è una scelta discrezionale, ma il frutto di una giurisprudenza costante di Strasburgo. L’unico modo per non pagare questi soldi, per assurdo, sarebbe uscire dal Consiglio d’Europa e addirittura stracciare la Convenzione dei diritti dell’uomo, il che non è nemmeno immaginabile, tant’è che nessuno lo ha mai ipotizzato. E poi, diciamo la verità, un carcere non sovraffollato è in linea con la Costituzione».

Nell’intervista il ministro Orlando dice alcune cose che ci obbligano a una riflessione: «Sul finire degli anni 80 l’Italia aveva 30mila detenuti. Certo, non c’era il boom dell’immigrazione. Oggi il sistema può reggerne intorno ai 50mila, poco sopra o poco sotto. È una cifra compatibile con la tutela della sicurezza, che comporta di rivedere ed eliminare le norme più “carcerogene” varate nel decennio scorso. Il più ragionevole punto di equilibrio è questo, su cui può incidere l’ulteriore ricorso a pene alternative».

La riflessione non si può evitare e riguarda tutte e tutti noi. Se lo afferma un ministro che vanno riviste ed eliminate le norme “carcerogene” varate dai governi nel decennio scorso, domandiamoci: quali lotte, proteste, manifestazioni abbiamo fatto tutte e tutti noi della sinistra, del movimento, delle associazioni per opporci all’approvazione di queste porcherie? Che i governi facciano schifo lo sanno tutti, ma i progressisti, i democratici, i garantisti, i riformatori, gli “autodefinitosi rivoluzionari”… dove stavano?

Teniamola accesa questa domanda!

Aboliamo tutte le galere!!!

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40 anni fa la polizia francese massacrò i prigionieri che in Francia iniziavano una stagione di rivolte

Il vento della ribellione contro i soprusi e l’annientamento carcerario che dal 1969 scuoteva le prigioni italiane con numerose rivolte ed evasioni, non si lasciava fermare dalle alte mura e nemmeno dalle frontiere. Gli obiettivi dei prigionieri in Francia erano gli stessi urlati dalle prigioni della penisola: riformare le regole delle detenzione per rendere la detenzione un po’ meno devastante e iniziare un percorso di abolizione del carcere.

Ma sono gli anni del tentativo dei governi europei di azzerare ilconflitto fuori e dentro le galere. Come in Italia cominciano i massacri come quello nel carcere di Alessandria il 9 maggio perpetrato dal generale Dalla Chiesa (vedi il post qui), il governo francese non è da meno e scatena la polizia. Il risultato sarà una strage

ManifestoA

Manifesto1

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