Morti per Suicidio in carcere dal 1 gennaio al 15 novembre 2018 sono =58=
su un totale di =128= morti per carenza cure mediche o per cause da accertare.
Morti per Suicidio in carcere dal 1 gennaio al 15 novembre 2018 sono =58=
su un totale di =128= morti per carenza cure mediche o per cause da accertare.
Questi i fatti:
Nonostante i quattro anni di guerra già trascorsi che avevano massacrato e affamato gran parte del proletariato europeo, i vertici militari drogati di un nazionalismo fascistoide in combutta con la frenesia di imprenditori, banchieri e politici che volevano continuare a fare affari sulla sporca guerra.
Così gridarono i marinai in quella notte della fine di ottobre del 1918.
Sulle navi da battaglia del Primo Squadrone la “Thuringen” e la “Helgoland” si verificarono veri e propri atti di ammutinamento e sabotaggio.
La mattina del 4 novembre gruppi di rivoltosi si mossero per la città coinvolgendo le numerose caserme del territorio. Karl Artelt organizzò il primo consiglio dei soldati, cui presto ne seguirono altri. I soldati e i lavoratori presero il controllo delle istituzioni civili e militari di Kiel. Il governatore della base della marina Wilhelm Souchon si vide costretto a negoziare e ritirare le accuse ai marinai imprigionati.
Le truppe mandate dai comandi militari per reprimere la rivolta, furono intercettate dagli ammutinati, i soldati dell’esercito in parte si ritirarono, in gran parte si unirono al movimento dei rivoltosi.
Così la sera del 4 novembre 1918 Kiel era saldamente nelle mani di circa 40.000 marinai, soldati e lavoratori ribelli e organizzati in Consigli.
Nelle stesse ore, a Berlino i Delegati Rivoluzionari delle grandi industrie avevano progettato un sovvertimento per l’11 novembre, ma erano stati colti di sorpresa dagli eventi rivoluzionari iniziati a Kiel. La sera del 9 novembre questi operai occuparono il Reichstag e formarono un parlamento rivoluzionario.
La rivolta operaia covava da tempo. Nelle fabbriche di armamenti la produzione si riduceva continuamente per la non-collaborazione della classe operaia che, da un po’ di tempo, era passata a veri e propri atti di sabotaggio. Crescevano consigli operai in tutte le fabbriche tedesche.
Delegazioni dei consigli dei marinai, dei soldati e degli operai si recavano in tutte le maggiori città tedesche. Il 6 novembre Wilhelmshaven era nelle loro mani; il 7 novembre la rivoluzione abbracciava città come Hannover, Braunschweig, Francoforte e Monaco di Baviera. A Monaco un consiglio dei soldati e dei lavoratori costrinse l’ultimo re di Baviera, Ludovico III, ad abdicare. La Baviera fu il primo stato dell’Impero ad essere proclamato repubblica da Kurt Eisner della USPD. Nei giorni seguenti anche negli altri stati tedeschi tutti i principi reggenti abdicarono, l’ultimo il 22 novembre fu Günther Victor dello Schwarzburg-Rudolstadt.
Intanto il 9 novembre 1918 Karl Liebknecht, da poco rilasciato dal carcere e tornato a Berlino per rifondare la Lega Spartachista, proclamava la Repubblica socialista, da un balcone del Castello di Berlino. Due ore prima Philipp Scheidemann, vice presidente della socialdemocrazia, non volendo lasciare l’iniziativa agli Spartachisti, si affacciò su un balcone del Reichstag e con mossa molto astuta e contro la volontà dichiarata dello stesso Ebert – davanti ad una folla di dimostranti proclamò la fine dell’impero e la nascita della Repubblica.
Intanto il 28 ottobre 1918 la costituzione del 1848 era stata emendata per rendere il Reich una democrazia parlamentare contrariamente a quanto previsto dalla costituzione del 1871. Nasceva il “Consiglio dei Commissari del Popolo” (Rat der Volksbeauftragten), composto da membri della MSPD e della USPD.
Poi la rivoluzione venne sabotata dalla leadership socialdemocratica; e le guerre, lo sfruttamento e l’oppressione continuarono.
Per leggere l’andamento di quei giorni vai qui
2 Novembre 2018
P RIMO CONCERTO CONTRO LE PENE CAPITALI
Ergastolo e Pena di Morte
Roma, Auditorium Via di Santa Croce in Gerusalemme, 55. Ore 18
La cooperativa Sensibili alle foglie e Spin Time Labs si fanno promotori di questo evento contro le pene capitali nel mondo. Anche se in Italia la pena di morte è abolita, vige tuttavia la pena dell’ergastolo che non ne costituisce un’alternativa, in quanto essa stessa è “pena fino alla morte”. Pena di morte ed ergastolo sono due istituti penali che inducono l’agonia in chi vi viene condannato, decretando la morte della persona ad ogni prospettiva sociale e il suo lento “vivere morendo”.
L’intento del concerto è quello di favorire uno spostamento narrativo, arricchito dal linguaggio musicale, che collochi con decisione l’ergastolo fra le pene capitali. E’ stato scelto simbolicamente come data il due novembre, giorno dei morti, per consentire a quelle parti di società, attente a questi temi, di raccogliersi per celebrare il proprio lutto in relazione all’esistenza di una morte sociale da pena capitale, esplicitando la propria umana sofferenza e la propria indisponibilità al fatto che delle istituzioni, che agiscono in nome del popolo italiano, possano condannare e condannino persone all’agonia fino al sopraggiungere della morte. Nello spirito di promuovere una cultura abolizionista delle pene capitali sono stati invitati alcuni musicisti a comporre uno o più brani intorno al tema dell’ergastolo e della pena di morte e le associazioni attive contro le pene capitali, a sostenere il concerto con la loro adesione. La risposta è stata positiva: 15 i musicisti che hanno accolto l’appello e che eseguiranno complessivamente 25 brani. Dieci le associazioni che sostengono il concerto e che saranno presenti con materiale informativo.
Con questa lettera si invitano le persone con una aspirazione abolizionista e i cittadini tutti a non mancare all’appuntamento testimoniando in tal modo la loro indisponibilità alle pene capitali e l’esistenza di una umanità in cammino e non in trincea.
L’ingresso al concerto prevede una offerta minima di 5 euro, che consentirà di far fronte alle spese di organizzazione.
Per ulteriori informazioni
Nicola Valentino, nicolavalentino1954@gmail.com
Giulia Spada, dr.ssagiuliaspada@gmail.com
Paolo Perrini, paoloperrini@hotmail.com
Sensibili alle foglie facebook
Spi Time Labs facebook
Vi chiediamo di aderire (individualmente o collettivamente) e di diffondere questa lettera contro i licenziamenti politici e i ricatti delle aziende contro delegati sindacali, lavoratori e precari in lotta.

Per la libertà di opinione e organizzazione nei posti di lavoro e ovunque.
Per costruire una rete di solidarietà mutualistica a sostegno di delegati e precari che si mobilitano sotto il ricatto aziendale.
Augustin Breda, operaio Electrolux RSU; Riccardo De Angelis, RSU TIM spa; Dante De Angelis, Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza Ferrovie; Gian Paolo Adrian, Rsu operaio Fincantieri
Per adesioni via mail: lavoratoriautoconvocati@gmail.com
Sono sempre più frequenti i provvedimenti disciplinari da parte delle aziende contro lavoratori/trici e delegati sindacali che esprimono opinioni pubbliche dentro e fuori i luoghi di lavoro che concernono le condizioni lavorative, le vertenze le ristrutturazioni o sui problemi di sicurezza e appalti.
Diventano più frequenti anche le sentenze con cui la magistratura conferma la legittimità del cosiddetto “obbligo di fedeltà” nei confronti dell’azienda.
L’articolo del codice civile che ne parla è il 2105. Il titolo di questo articolo è infatti proprio “Obbligo di fedeltà”. Il testo dell’articolo però elenca precisamente i casi in cui varrebbe questo obbligo. Infatti, esso così recita: “Il prestatore di lavoro non deve trattare affari, per conto proprio o di terzi, in concorrenza con l’imprenditore, né divulgare notizie attinenti all’organizzazione e ai metodi di produzione dell’impresa, o farne uso in modo da poter recare ad essa pregiudizio”.
Questo articolo, tante volte richiamato per giustificare licenziamenti individuali di lavoratori, non impone un generico dovere di fedeltà verso il datore di lavoro, ma si limita a stabilire per i lavoratori e le lavoratrici il divieto di concorrenza ed il divieto di divulgazione delle notizie riguardo l’organizzazione dell’impresa. Ossia vieta comportamenti che possono pregiudicare la competitività dell’azienda sul mercato a vantaggio del lavoratore stesso o di una specifica impresa concorrente. Non c’è traccia di limitazione della libertà di opinione né tanto meno di quella sindacale (garantite tra l’altro dalla Costituzione). E’ evidente quindi come la stragrande maggioranza dei licenziamenti che si appellano al presunto “obbligo di fedeltà” siano licenziamenti politici e atti di intimidazione contro chi intendesse mobilitarsi attivamente contro lo strapotere aziendale.
DA PARTE DELLA CASSAZIONE VI E’ STATA QUINDI UNA INGIUSTA E IMMOTIVATA INTERPRETAZIONE ESTENSIVA DI QUESTA NORMA CHE AUSPICHIAMO SIA AL PIU’ PRESTO SOTTOPOSTA AL GIUDIZIO DI LEGITTIMITA’ COSTITUZIONALE.
Il metodo del defunto Marchionne, santificato solo poche settimane fa, non ha lasciato solo schemi organizzativi di produzione che “portano a valore” anche i tempi perduti per i bisogni fisiologici, ma la totale supremazia degli interessi del profitto, perfino sul pensiero di chi lavora.
L’OBBIETTIVO SEMBRA ESSERE QUELLO DI STERILIZZARE ANCHE LE CAPACITA’ DI RIFLESSIONE, DI ELABORAZIONE CRITICA DEI MODELLI PRODUTTIVI E FINANCHE LA POSSIBILITA’ DI DISCUSSIONE TRA I LAVORATORI.
L’idea che si esca dalla “crisi”, dando mano libera agli interessi di impresa, è il presupposto per cui tutto deve contribuire agli utili. Tutto, compreso il “welfare”, deve portare profitto alla stessa.
La motivazione che viene anche usata come giusta causa nei provvedimenti disciplinari, è che niente deve disturbare la creazione del profitto, nulla deve nuocere.
Denunciare l’organizzazione del lavoro di una azienda che si ingegna ogni giorno per strappare quote sempre più marginali di profitto tanto da compromettere la salute dei dipendenti è quindi …lesiva!
Criticare a torto o a ragione le condizioni in cui versano i lavoratori è “denigratorio e lesivo dell’immagine aziendale”, mentre risulta sempre più accettabile che si possa sottopagare un lavoro, non applicare i contratti, appaltare e sub appaltare, non rispettare le leggi su sicurezza igiene negli ambienti di lavoro ecc… Il fine ultimo non è il benessere dei cittadini (come hanno tentato di farci credere per anni con la formuletta profitto=sviluppo=benessere) bensì prima gli utili…altro che prima gli italiani!
Perciò, in questo schema autoritario, un dipendente, in quanto tale non può esprimere la sua opinione se non VUOLE incappare sempre più spesso nella repressione padronale, volta non solo a tacitare la voce stonata CON ATTI SANZIONATORI ma ‘PIEGARE’ E SOTTOMETTERE ANCHE SOTTO IL PROFILO PSICOLOGICO QUALSIASI ESPRESSIONE, PENSIERO O COMPORTAMENTO RITENUTO OSTILE ALLE ASPETTATIVE AZIENDALI.
E’ PARADOSSALE CHE IN TEMA DI LIBERTA’ FONDAMENTALI, QUALI QUELLO DI PENSIERO E DI PAROLA, IL CITTADINO ‘DIPENDENTE’ SIA SOTTOPOSTO A UN REGIME RIDOTTO – BEN OLTRE IL CONTENUTO DELL’ARTICOLO 2105 – RISPETTO AI DIRITTI RICONOSCIUTI ALLA GENERALITA’ DEI CITTADINI.
Viceversa anche quando il tema sono i morti sul lavoro: si può far esprimere liberamente nelle interviste dei TG nazionali un padrone, o un caporale, i quali ci spiegano perché “siano costretti” ad avvalersi di lavoro nero, sottopagato e senza alcuna tutela immediata e posticipata, in quanto altrimenti non avrebbero abbastanza margine per essi stessi, se a parlare e denunciare è il lavoratore allora è leso l’obbligo di fedeltà.
Questa è la sintesi di una dicotomia che si espande in ogni ambito nella società con il principio “prima di tutto i profitti”. Chi come noi invece denuncia da tempo la sottovalutazione delle conseguenze di tale principio, non si RASSEGNA ALLA strage perpetua DEI 13.000 morti sul lavoro in 10 anni, ai disastri ferroviari, ai ponti che cadono, ai tetti delle scuole o delle chiese che crollano MA VUOLE INCIDERE SULLA REALTA’ ANCHE CON LA VOCE CHE ARRIVA DIRETTAMENTE DAI LUOGHI DI LAVORO perché SIAMO PIENAMENTE CONSAPEVOLI E viviamo tutti i giorni questa politica in cui non si investe sulla sicurezza, sul benessere, sulla salute delle persone SE NON dove si possa attendere una remunerazione e UN PROFITTO.
Questa non è una qualsivoglia società civile, ma barbarie!
Una recensione sul libro di Whitaker “Indagine su un’epidemia” QUI
Alcune segnalazioni su giornali e riviste: QUI, QUI, QUI e QUI
Per ascoltare la registrazione di un’intervista a Robert Whitaker sul suo libro, fatta a radio Wombat dal collettivo antipsichiatrico di Pisa, Artaud, clicca QUI
persone che stavano per affogare in mare. Una delle più indegne figuracce fatte dal ceto politico italiano che ha messo davanti all’incolumità delle persone la tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica, facendo diventare “reato” penale una norma secolare, accettata da tutte le civiltà marinare che intimava di salvare in mare chiunque (anche nemici) a rischio di annegamento.La controriforma carceraria del nuovo governo:
carcere, solo carcere, sempre più carcere!
Il Consiglio dei ministri del 27 settembre scorso ha approvato 5 decreti legislativi in attuazione della legge delega per la riforma del Codice penale, del Codice di procedura penale e dell’ordinamento penitenziario (legge 23 giugno 2017, n. 103).
Il governo attuale, dopo aver bocciato la riforma del governo precedente, con questo nuovo O.P. (Ordinamento Penitenziario) decide di non voler favorire l’accesso alle misure alternative, ossia dare piena attuazione al decreto legge 23 dicembre 2013, n.146, che doveva ridurre le presenze in carcere in favore delle misure alternative, come richiesto dalla CEDU (Corte europea dei diritti dell’uomo). Una norma, quella del 2013 che aveva visto impantanarsi nelle pastoie burocratiche le richieste dei detenuti.
Il sistema sanzionatorio italiano è sempre più un sistema carcero-centrico.
Il governo attuale ha buttato nel cestino la gran parte del lavoro svolto dagli «Stati Generali dell’Esecuzione penale», dove oltre duecento esperti con competenze, studi e statistiche di settore, volevano contribuire ad avvicinare l’attuale sistema di carcerazione italiano al dettato costituzionale e ai trattati internazionali e ha varato una “controriforma” che punta a sempre più carcere e solo carcere.
Ciò è ancor più chiaro se colleghiamo questo decreto con l’impegno del governo a rilanciare il defunto “piano carceri” che prevedeva la costruzione di nuovi istituti penitenziari, con grande e inutile spreco di denaro pubblico ed enormi profitti per le società che costruiscono i moderni templi sacrificali.
Il testo del nuovo O.P. è ridondante di belle affermazioni astratte e generiche, come: il richiamo al dovere dell’amministrazione di garantire il “rispetto della dignità della persona nonché il rifiuto esplicito di ogni violenza fisica o morale”. Così come si afferma il “principio di non discriminazione nei confronti dei detenuti in ragione del loro sesso, del loro orientamento sessuale o della loro nazionalità”.
Nel testo si ribadisce che il lavoro per le persone detenute debba essere “aspetto centrale per il percorso di reinserimento, che deve essere remunerato e non afflittivo” e, per chi partecipa gratuitamente a progetti di utilità sociale, viene diminuita la detenzione di un giorno ogni cinque di lavoro, senza stanziare fondi per le attività lavorative che negli ultimi anni hanno subito una netta restrizione.
Queste parole sono le stesse che troviamo scritte nell’ O.P. del 1975 (a seguito della legge 26 luglio 1975, n. 354):” Il trattamento penitenziario deve essere conforme ad umanità e deve assicurare il rispetto della dignità della persona” con il categorico rifiuto delle odiose discriminazioni relative a “nazionalità, razza e condizioni economiche e sociali, a opinioni politiche e a credenze religiose”. Ma poi la realtà carceraria, proprio a partire da quel 1975 ha portato alla realizzazione delle “Carceri speciali”, dell’Art. 90 (antesignano del 41bis), all’uso della repressione più brutale, compreso il letto di contenzione (il balilla) per i promotori delle proteste e delle rivolte, ai continui trasferimenti, all’uso massiccio dell’isolamento, ecc.
Stesse affermazioni si trovano nel regolamento 30 giugno 2000, n. 230 – Regolamento recante norme sull’ordinamento penitenziario e sulle misure privative e limitative della libertà. Che afferma: “Il trattamento degli imputati sottoposti a misure privative della libertà consiste nell’offerta di interventi diretti a sostenere i loro interessi umani, culturali e professionali”. E ancora “condizioni igieniche e illuminazione dei locali in cui si svolge la vita dei detenuti e internati devono essere igienicamente adeguati. … I vani in cui sono collocati i servizi igienici forniti di acqua corrente, calda e fredda, sono dotati di lavabo, di doccia e, in particolare negli istituti o sezioni femminili, anche di bidet. …. Le finestre delle camere devono consentire il passaggio diretto di luce e aria naturali.
Tutte belle parole e validi proponimenti che non hanno impedito alla realtà carceraria di raggiungere un sovraffollamento record nel 2010 -2011 che ha sfiorato le 70mila presenze, costringendo la CEDU a emettere una salata multa allo Stato italiano per aver costretto “le persone detenute a condizioni disumani e degradanti”. Una realtà carceraria infame che ha incrementato i suicidi in carcere (72 nel 2009; 66 nel 2010; 66 nel 2011; 60 nel 2012 e oltre 700 persone morte in carcere, in questi quattro anni, per mancata o insufficiente assistenza) e gli atti di autolesionismo giunti a oltre diecimila.
Il governo evita di confrontarsi sul tema della “giustizia riparativa” ritenendolo un terreno su cui non impegnarsi.
Un altro decreto tratta dell’esecuzione delle pene nei confronti dei condannati minorenni, e afferma: la “riforma l’ordinamento penitenziario per le parti relative all’esecuzione della pena nei confronti dei condannati minorenni e dei giovani adulti (al di sotto dei 25 anni), con particolare riferimento al peculiare percorso educativo e di reinserimento sociale“. Il testo della nota diffusa al termine del Cdm sostiene che il decreto “introduce elementi innovativi in merito alle misure penali di comunità e un modello penitenziario che guardi all’individualizzazione del trattamento, con l’obiettivo di delineare un’esecuzione penale che ricorra alla detenzione nei casi in cui non è possibile contemperare le esistenze di sicurezza e sanzionatorie con le istanze pedagogiche“.
Anche qui parole usate e abusate, ma si ignora la disumana realtà nelle carceri minorili messa in luce dalle continue proteste dei minori.
È questa la realtà normativa e l’obiettivo dei governanti per le carceri oggi. Ma noi sappiamo, per esperienza, che sarà lo svolgersi concreto della conflittualità della popolazione carceraria, sostenuta della popolazione che, da fuori, solidarizza fattivamente, a produrre la realtà del prossimo futuro nell’universo carcerario, non certo le norme!
Un modo per battere questa “controriforma” c’è ed è quello di urlare da fuori le mura delle carceri “NON SIETE SOLI!” e dare concreta attuazione a queste grido.
Ieri 18 settembre 2018 le agenzie hanno battuto la notizia di questa tragedia:
«Tragedia all’interno della sezione “nido” del carcere romano di Rebibbia, dove sono ospitati bimbi fino a tre anni con le proprie madri. Poco dopo le 12 di ieri, una detenuta di 30 anni, di nazionalità tedesca, ha gettato i due figli dalle scale del carcere di Rebibbia. La più piccola è morta, aveva sei mesi, il bambino di 20 mesi è gravissimo e ricoverato all’ospedale Bambino Gesù. La donna era in carcere dallo scorso agosto per detenzione e spaccio di stupefacenti».
*^*^*^*
Vedi qui la lettera con pezzi dell’originale
rete” e i “social network” di sms, hashtag, mail, twitt, abbiamo portato la protesta su youtube, su facebook” e le altre mille scempiaggini digitando “not in my name”, “Salvini devi andartene”, “mai con Salvini”, ecc. ecc.;
per addomesticarci, ci ha portato alla barbarie.Negli ultimi anni sembrano essersi moltiplicati gli episodi di aggressioni nelle carceri ai danni del personale di polizia penitenziaria. Nell’ultimo anno, in particolare, non passa giorno senza che esca un comunicato a firma di un qualche sindacato di polizia penitenziaria in cui vengono denunciate violenze e aggressioni ai danni degli agenti o, addirittura, tentativi di rivolte dei detenuti. E altrettanto spesso notiamo che le notizie relative a questi episodi vengono salutate entusiasticamente da molti attivisti e rimbalzate sui social, sicuramente in buona fede, quasi ci trovassimo in altra epoca storica e gli articoli fossero volantini ciclostilati narranti conflitti reali.
Il leit motiv di quasi tutti gli articoli che quotidianamente leggiamo, veri o falsi che siano, verte su alcuni aspetti particolari come la sorveglianza dinamica, i detenuti stranieri, il rischio radicalizzazione e la riapertura di Pianosa e l’Asinara.
“La spirale di violenza nelle carceri (..) continua senza tregua, la ormai cronica carenza degli organici di Polizia Penitenziaria, ad xxx come altrove, espongono a gravi rischi l’incolumità degli Agenti, per non parlare della sorveglianza dinamica con conseguente apertura indiscriminata dei detenuti che ha fatto lievitare il numero degli eventi critici nelle carceri.”
Oppure:
“Una rissa tra carcerati, così violenta che sono rimasti feriti due agenti della polizia penitenziaria. Un fatto grave, secondo il segretario regionale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria (il Sappe), Alfonso Greco: “Detenuti italiani e stranieri si sono picchiati con violenza (….)”
Così, invece, Donato Capece: “Negli ultimi dieci anni c’è stata un’impennata dei detenuti stranieri nelle carceri italiane, passati a oltre 20mila presenze. Sollecitiamo il Governo e il Ministro della Giustizia su questa situazione critica. Far scontare agli immigrati condannati da un tribunale italiano con una sentenza irrevocabile la pena nelle carceri dei Paesi d’origine può essere un forte deterrente nei confronti degli stranieri che delinquono in Italia. (…) E credo si debba iniziare a ragionare di riaprire le carceri dismesse, come l’Asinara e Pianosa, dove contenere quei ristretti che si rendono protagonisti di gravi eventi critici durante la detenzione”.
Questi sono solo alcuni recenti esempi, ma basta aprire un qualsiasi motore di ricerca ed inserire come chiave di ricerca le parole “aggressione carcere” per poter leggere la quantità e la qualità di agenzie che ogni giorno vengono battute. Tra i siti ricorrenti spiccano quello del Sappe, della Polizia penitenziaria, di Fratelli d’Italia con un Cirielli in gran rispolvero (ricordate? Quello della ex-Cirielli che raddoppiava la pena sulle recidive) e infine gli hastag della lega #ciminalingalera e #bastaclandestini che campeggiano in post inneggianti forche e galere per tutti e in presidi di solidarietà alla bistrattata polizia penitenziaria.
La diramazione serrata di comunicati di questo tenore inizia all’indomani dell’introduzione della cd “sorveglianza dinamica”, misura obbligata dalle numerose raccomandazioni del CPT, dalle Regole penitenziarie europee e dalle sentenze di condanna verso l’Italia da parte della Corte europea per trattamenti inumani e degradanti che si perpetravano (e si perpetrano ancora oggi) ai danni dei prigionieri in Italia. Con la circolare PU-GDAP-1a00-29/01/2013-0036997-2013, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, realizzava i “circuiti regionale ex art.115” in base al d.p.r. 30 giugno 2000 n. 230 con cui assumeva <<l’impegno ineludibile, considerate anche le ricorrenti pronunce della Corte di Strasburgo di condanna dell’Italia per trattamento inumano e/o degradante>>.
Questi alcuni punti descriventi la sorveglianza dinamica che prevedono l’introduzione graduale in tutte le carceri ma, di fatto fermatasi ad alcune sezioni di pochi istituti:
4.2. – L’adozione in taluni istituti, o sezioni di esso, del cd. “regime aperto”, non può significare che nelle rimanenti strutture, in particolar modo in quelle a Media Sicurezza, si possa ammettere, all’inverso, un “regime chiuso”, intendendo, con questo, una contrazione degli spazi e dei momenti di socialità della popolazione detenuta.
4.3. – II trattamento nelle sue diverse accezioni va rafforzato in tutti gli istituti sviluppando una diversa, e più ampia, articolazione e utilizzazione degli spazi ove concentrare le attività indicate dall’art. 16 reg.to esecuzione 230/2000 (o anche i servizi quali i locali mensa ex art.13 e. 3 stesso regolamento) di modo che i detenuti vi possano trascorrere una parte via via maggiore della giornata così da agevolare non solo l’intervento delle professionalità dell’area pedagogica e della società esterna, ma anche il controllo da parte della polizia penitenziaria.
4.4. – L’asserita carenza di personale, che ove riconosciuta valutando la tipologia dell’istituto e la forza presente si cercherà di limitare con le future assegnazioni, non può essere considerata motivo per procrastinare l’apertura dei reparti o per limitare le attività trattamentali.
Ma prima ancora, già in fase di elaborazione, le resistenze da parte dei sindacati di polizia penitenziaria si fecero pressanti tant’è che nel 2011, Massimo de Pascalis (all’epoca direttore dell’ISSP-DAP) in una lettera aperta indirizzata all’allora segretario della UIL penitenziaria, ne spiegava la natura insistendo su uno dei principi cardine dei regimi aperti: liberare la custodia dall’ossessione del controllo. <<“Sorveglianza dinamica” quindi significa recuperare il senso “della conoscenza del detenuto” secondo la volontà del legislatore del 1975 ed eliminare perciò tutte le procedure che la prassi ha fatto consolidare intorno ad un’esigenza deviata: il “controllo assoluto del detenuto”. La sorveglianza dinamica richiede, pertanto, interventi correttivi sul piano organizzativo e gestionale dell’area della sicurezza per creare strumenti utili ai processi di conoscenza e, in tal modo, qualificare meglio i compiti istituzionali della polizia penitenziaria, a beneficio della sicurezza ma anche del trattamento. E, tra questi, anche la custodia può essere finalizzata e partecipe di quei processi, se liberata dall’ossessione del controllo assoluto della persona.>>
Con il “regime aperto” si contrappone al controllo totale del detenuto la conoscenza della persona detenuta cercando di dare dignità pedagogica alla funzione del poliziotto penitenziario prima di quella di mero controllore. Ma è esattamente questo il principio che le forze di polizia penitenziaria avversano registrando il “dover liberare la loro funzione dall’ossessione del controllo assoluto sulla vita dei prigionieri” come perdita di potere. Il “regime aperto” quindi come perdita di potere da una parte, la loro e, di contro, acquisizione di diritti e, di conseguenza, potere, da parte dei detenuti. Una vera e propria debacle dal loro punto di vista.
Oggi i sindacati penitenziari rivendicano orgogliosamente di aver contribuito alla scrittura del contratto di governo tra Lega e M5S incentrata sull’ossessione del controllo assoluto e sulla chiusura di tutti gli spazi di confronto e crescita dati dalla presenza del volontariato. Tornare al pugno di ferro, agli anni (bui) di Pianosa e l’Asinara, avere, finalmente, le “mani libere” sono i desideri espliciti di buona parte della polizia penitenziaria. Ma per legittimare le ossessioni bisogna creare le condizioni ideali, bisogna creare l’emergenza ad uso e consumo dell’obiettivo dato.
In un sistema chiuso e pressoché impenetrabile qual è il carcere diventa gioco facile costruire notizie e allarme: nessuno può smentire. I detenuti in quanto tali non sono degni di esser creduti e altrettanto i familiari, i (pochi) volontari sono obbligati all’omertà, pena revoca dell’autorizzazione. La Magistratura di Sorveglianza, che pure dovrebbe garantire la correttezza dell’esecuzione penale (e se così fosse, verrebbe meno anche la necessità dei garanti), ha pressoché rinunciato alle proprie funzioni e poteri riducendo il proprio ruolo a firmacarte. Chi resta? I garanti? Ma anche loro, nonostante il lavoro encomiabile, rispetto ai dati delle emergenze reali nelle carceri (sovraffollamento, malasanità, malagiustizia in primis), arrivano a monitorare solo una parte delle strutture e solo per il tempo limitato della visita o, ancora, solo a posteriori nel caso di suicidi o eventi critici. I parlamentari? Questi sconosciuti che avrebbero il diritto/dovere di ispezionare le carceri a sorpresa ma non lo esercitano e nel migliore dei casi si limitano a mere visite di cortesia preannunciate e pilotate. Unica eccezione, attualmente, l’europarlamentare Eleonora Forenza. Nei primi giorni dell’attuale governo circolava fin’anche la proposta di revoca del potere ispettivo delle carceri per i parlamentari.
Il paradigma securitario e totalizzante costruito negli ultimi 30 anni attorno ad “emergenze” vere, presunte e/o pilotate, ha via via affinato sempre più gli strumenti di controllo penale della società fino a modellarli aprioristicamente in base alle contingenze storiche e socio-economiche, anche attraverso campagne mediatiche mirate a tracciare il profilo del “nemico” sociale di turno che, quasi sempre, finisce col creare la stigmatizzazione di uno specifico gruppo sociale, dei modus operandi a questo destinati e dei risultati attesi.
Tale dispositivo è ben visibile, e raffrontabile, tanto sul piano penale che su quello dell’accoglienza. Su entrambi i piani i media focalizzano l’attenzione su numeri “emergenziali” dei fenomeni criminali e migratori, mentre i dati statistici smentiscono nettamente le emergenze propagandate salvo, appunto, enfatizzare singoli episodi eclatanti; la mostrificazione del “regime aperto” e delle misure alternative nelle carceri e dell’accoglienza dei profughi attraverso campagne disinformative serrate tese a dimostrare il fallimento e la pericolosità di questi modus operandi da “buonisti”, nonostante i risultati straordinariamente positivi ottenuti presso altre, a questo punto, civiltà avanzate. Per quanto riguarda i risultati attesi dal sistema penale e di accoglienza, se fino a qualche anno fa un certo garantismo ne caratterizzava i presupposti, almeno sulla carta e parzialmente nell’esecuzione, oggi si punta all’abolizione tout court del soggetto in quanto portatore di diritti e destinatario di azioni tese a garantirne una effettiva (ri) socializzazione e/o integrazione. Le parole d’ordine che oggi ruotano insistentemente attorno alla detenzione e all’accoglienza sono “certezza della pena/pena sempre certa” (andando a mistificare quanto già di fatto avviene) e “tolleranza zero/basta sbarchi”.
L’introduzione del taser nelle città e nelle carceri, così come l’introduzione del reato di legittima difesa/difesa sempre legittima o, ancora, la volontà di cancellare la “bufala” del reato di tortura e l’introduzione dei sistemi di controllo nelle scuole, vengono qua solamente annotate sebbene parte integrante dello Stato penale che stanno costruendo i mercanti della (in) sicurezza.
Infine viene invocata l’Europa con la medesima formula a “casa loro”, in merito all’accoglienza e alla costruzione di nuove carceri: se l’Italia continuerà ad essere costretta ad accettare i vincoli normativi europei e le sentenze di condanna emesse da Strasburgo per le continue violazioni dei diritti umani anche, e soprattutto, in materia penitenziaria si potrebbe assistere ad una sorta di Brexit giuridica e liberarsi una volta per tutte dal fardello del diritto internazionale.
La costruzione della comunicazione, oggi più che mai, mira quindi all’eliminazione di alcuni modus operandi penitenziari primo, fra tutti il “regime aperto”, con tutto il portato di apertura delle celle e al territorio che, per i cultori dell’istituzione totale, nell’era della certezza della pena esclusivamente carceraria, rappresenta un pericoloso occhio critico di controllo del controllore. Da questa riflessione l’invito ad evitare di enfatizzare notizie di rivolte o aggressioni in quanto costruite con l’unico obiettivo di occultare sempre più il carcere, e l’umanità che vi è rinchiusa, alla società “libera”. Processo questo iniziato con l’abolizione delle esecuzioni in pubblica piazza sul finire del ‘700 perché la “spettacolarizzazione” della morte, in una società che mutava rapidamente, poneva lo spettatore quasi in empatia con il condannato, ed arrivato ai giorni nostri dove le carceri vengono costruite nelle periferie, la pena di morte è stata trasformata nella più discreta pena fino alla morte e l’applicabilità del regime di isolamento, da cui ne deriva l’esclusione totale da qualsiasi contatto umano, viene estesa anche ai minori.
Sandra Berardi – Associazione Yairaiha Onlus