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La malattia mentale non esiste!
Pubblicato in Controllo psichiatrico
Contrassegnato contenzione, disordine mentale, Giuseppe Bucalo, malattia mentale, manicomio, matto, pazzia, Psichiatria, psicofarmaci, Tso
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Presentazione Maelstrom Casa del Popolo Torpignattara (Roma)
LIBERiamoci – Rassegna dell’editoria libera e indipendente 22-24 marzo 2013 Casa del Popolo di Torpignattara
Via Benedetto Bordoni 50 (piazza della Marranella)
COMUNICATO STAMPA
La prima edizione di Liberiamoci -Rassegna dell’editoria libera e indipendente si svolgerà dal 22 al 24 marzo 2013 negli spazi della Casa del Popolo di Torpignattara, in via Benedetto Bordoni 50, nel cuore di Torpignattara. Tre giorni di presentazioni, reading, film e cene a prezzi popolari dalle ore 10 fino a tarda notte. Saranno più di 20 le case editrici indipendenti presenti con i loro libri, oltre a un’ampia scelta di fumetti e libri per bambini. Ogni giornata si chiuderà con un concerto musicale.
Venerdì 22 marzo
Apriremo la rassegna alle 17 con uno spazio su Conflittualità e lotte sociali. Presentazioni di Roma sovversiva. Anarchismo e conflittualità sociale dall’età giolittiana al fascismo di Roberto Carocci (Odradek) e Maelstrom. Scene di rivolta e autorganizzazione di classe dal 1960 al 1980 di Salvatore Ricciardi (DeriveApprodi). Ore 22 concerto del gruppo Le danze di piazza Vittorio.
Qui il programma dei tre giorni:
NO! Il Pauperismo No!
Ci stiamo immergendo in un’atmosfera “pauperista”?
È una “moda”, uno “status”. Essere poveri fa tendenza? Così sembra. Ce lo raccontano i cronisti che seguono i due principali eventi istituzionali in questa città.
Dalle parti del Cuppolone le piazze e le vie piene di gente hanno salutato il nuovo” Papa col nome di Francesco. Lo sappiamo quanto il francescanesimo sia pauperismo nella teoria e nelle azioni. [sulla biografia del nuovo Papa, cardinale Bergoglio, e sui suoi trascorsi non proprio “progressisti” è sufficiente dare un’occhiata a Telesur qui o negli articoli e libri del giornalista Horacio Verbitsky.
Dalle parti di Montecitorio vediamo la nuovissima compagine neo-eletta al Parlamento, i “grillini”, che si insediano in modesti appartamenti periferici, assicurano che andranno al Parlamento con i mezzi pubblici e rifiuteranno ogni beneficio.
Dal vocabolario: Pauperismo -Ideale di vita ispirato alla povertà evangelica, proprio di alcuni movimenti religiosi medievali Il pauperismo fu un sistema di pensiero spirituale, caratteristico di alcuni ordini mendicanti e di altri predicatori durante il medioevo. In contrapposizione con l’opulenza delle gerarchie ecclesiastiche, i pauperisti predicavano e praticavano l’altruismo e una vita modesta, e la preminenza delle ricchezze spirituali.
Bravissimi! Ne siamo contenti… per voi!
Non provate però a convincerci che “povero è bello”!
Intanto perché sappiamo bene quanto NON SIA VERO! E lo sappiamo da sempre in quanto poveri da sempre!
E proprio perché poveri realmente, da troppo tempo, ci siamo stufati e vogliamo cambiare questa nostra condizione. Ma cambiarla sul serio e radicalmente!, facendo quella cosa che non si nomina più ma che è sempre più necessaria e urgente: la rivoluzione!
Fatela voi l’esperienza pauperista!, vi farà bene, anche perché se le cose stavolta si mettono come pensiamo, è possibile che paupersti, cioè poveri, ci rimarrete per sempre.
Ma dai! Non vi spaventate… Abbiamo scherzato!
ascoltate qui
(Gianfranco Manfredi- Abbiamo scherzato)
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Contrassegnato Cuppolone, Francesco, Gianfranco Manfredi, grillini, Montecitorio, Papa, pauperismo, povertà, Rivoluzione
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L’EVASIONE
Il governo ha organizzato una «bella»*!
[Agenzia]- I due marò italiani, Salvatore Girone e Massimiliano Latorre, non faranno rientro in India, ma restano in Italia. L’annuncio viene dal ministro degli Esteri Giulio Terzi. I due militari, accusati di aver ucciso due pescatori indiani e attualmente sotto processo in India, erano rientrati in patria per poter votare alle elezioni politiche. “Abbiamo appreso la notizia dalla stampa e dai mille messaggi di calore ricevuti. Non avevamo dubbi, anzi, avevamo prove dirette, dell’impegno che lo Stato ha profuso in questi mesi nei nostri confronti”.
Ma come?, non ci avevano detto che questo overno voleva combattere l’evasione???
Invece che ti fa? Zitto, zitto il Governo ha organizzato l’evasione dei due marò accusati di omicidio! Bene il governo dei tecnici. Tecnici dell’evasione.
E bravi!
Io sono un estimatore dell’evasione, l’ho sognata e tentata per decenni. Vi chiedo dunque, cari uomini e donne del governo… dateci una mano ad organizzare un’evasione di massa dalle carceri italiane. Anche perché nelle carceri italiane si sta molto peggio di come erano trattati i due marò.
* «bella»– è il termine carcerario con cui si definisce un’evasione fatta con astuzia, senza scontro con i carcerieri.
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14 aprile: al carcere minorile
Se il carcere è una struttura disumana, volta a distruggere l’integrità … un carcere minorile è quanto di più abbietto una società possa tener attivo.
I numeri della vergogna della detenzione minorile:
Gli ingressi nei 27 Cpa (Centri Prima Accoglienza) sono 2.344: (1.420 italiani e 924 stranieri; 274 femmine e 2.070 maschi)[dati 2010]. Sono ragazze e ragazzi arrestati, fermati o accompagnati fino all’udienza di convalida che deve aver luogo entro 96 ore.
Ragazze e ragazzi messi alla prova [ex art. 28 D.P.R. 448/88], sono 2.631 [dati 2009].
Gli ingressi annuali in comunità sono 2.054 (1.358 italiani 696 stranieri)
Nei 19 Ipm (Istituti per Minori-carceri minorili) 1.142 ingressi [dati 2010] (maschi 1.020, femmine 122; italiani 670, stranieri 472)471
La presenza nell’Ipm è di 450 (61,6% in custodia cautelare, 38,4% definitivi) di cui maschi 410, femmine 40; italiani 295, stranieri 155 [dati 2010].
Nel 2011 le presenza negli Ipm sono salite a 471
Vogliamo arrivare ai record statunitensi? Dove vi sono oltre 100.000 minori nelle carceri? Oppure la GB con 2.335, o la Francia con 797.
sul carcere per minori vedi anche:
https://contromaelstrom.com/2011/09/06/chi-ha-ammazzato-carlo-saturno/
https://contromaelstrom.com/2012/09/16/rivolta-al-carcere-minorile-beccaria-di-milano/
https://contromaelstrom.com/2011/09/14/la-stagione-delle-rivolte-in-carcere-prosegue-nel-1972/
NO AL CARCERE PER MINORI!
NO! A TUTTE LE CARCERI
Pubblicato in Carcere
Contrassegnato carcere, carcere minorile, Casal del marmo, Centri prima accoglienza, comunità per minori, detenzione minorile, Ipm, Istituto per minori
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Presentazione Maelstrom CPA FI-SUD, giovedì 14 marzo
Pubblicato in Recensioni, Presentazioni e dibattito sul libro Maelstrom
Contrassegnato anni settanta, Autorganizzazione, carcere, CPA Fi-Sud, lotta di classe, maelstrom, Nicola Pellecchia
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W la lotta delle donne! Pagine dell’8 marzo 1976
Pubblicato in Movimenti
Contrassegnato 8 marzo, Chiesa, donne, femminismo, patriarcato, proletariato femminile, Rosso
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Lo sciopero insurrezionale del 5 marzo 1943 e del 12 marzo!
5 Marzo 1943- sciopero insurrezionale nelle fabbriche
di Gabriele Polo
Il 5 marzo 1943 la sirena della fabbrica, che suonava regolarmente ogni mattina alle dieci, rimase silenziosa: il segnale che doveva far partire il primo sciopero dopo diciotto anni di niente era stato disinnescato dalla direzione. Qualcuno aveva avvertito la Fiat. All’officina 19 di Mirafiori, Leo Lanfranco – manutentore specializzato, reduce dal confino e assunto nonostante il suo curriculum di comunista perché «sapeva dominare il ferro» – decise di muoversi lo stesso, lasciò la macchina, fece un gesto con le mani e tutta l’officina si fermò. Il piccolo corteo si mosse in direzione delle presse raccogliendo qua e là l’adesione di altri operai. Non era un blocco massiccio, ma era la prima volta. Da quel giorno le fabbriche di Torino cominciarono a fermarsi, con un crescendo che fece impazzire questura e partito fascista, fino al blocco totale del 12 marzo e all’estensione dello sciopero a Milano, all’Emilia, al Veneto. Un marzo di fuoco. Appena dopo Stalingrado, prima del 25 luglio, molto prima dell’8 settembre, sono gli scioperi del marzo `43 a segnare l’inizio della fine del ventennio fascista. Scioperi contro la guerra, contro la fame, contro il regime; quando la borghesia italiana è ancora muta, i partiti antifascisti solo l’ombra di quel che erano e ridotti alla dimensione di gruppetti clandestini, gli intellettuali combattuti tra fedeltà alla patria e disaffezione per l’uomo del destino; quando le fabbriche sono militarizzate e scioperare può costare il tribunale speciale, l’accusa di tradimento, la galera, e, poi, la deportazione, la prospettiva del lager. Il 5 marzo del `43 è la data del «risveglio operaio», il riannodarsi del filo rosso spezzato nel `22 e reciso – sembrava definitivamente – con la guerra di Spagna. Il vero inizio della Resistenza.
Partono da Torino – «città porca» per Mussolini – e si estendono a tutto il nord: continueranno fino alla fine della guerra, passando per la strage badogliana delle Reggiane del 28 luglio `43, le grandi agitazioni dell’autunno successivo e della primavera `44 che costano migliaia di operai deportati nei lager nazisti, fino all’insurrezione del 25 aprile `45, alle fabbriche occupate e autogestite. E, tra un evento e l’altro, la migrazione dalle officine alle montagne, la scelta di combattere in armi, spesso individuale, a volte collettiva con centinaia di lavoratori che – quasi in corteo – abbandonano la fabbrica per aggregarsi alle formazioni partigiane, come i ferrovieri della Val Susa, come i cantieristi di Monfalcone. E’ la guerra di classe dentro la guerra di Liberazione: tutto ha origine da quel gesto di Leo Lanfranco, da quelle braccia che si incrociano e si allargano, come a dire «basta, stop, finito».
Finito il silenzio: il marzo `43 nasce dall’estraneità operaia al regime, dalla mancata fascistizzazione dei lavoratori dell’industria. Distrutte, con stragi e confino, le avanguardie comuniste e socialiste del biennio rosso, dissolta la Cgil a palazzo Vidoni e conquistato il suo segretario generale, D’Aragona, il regime rende mute le fabbriche, le occupa ma non le fa proprie. E dove la concentrazione operaia è più densa, come a Torino, la distanza dal fascismo rimane: lo segnalano puntualmente i rapporti dell’Ovra e dei federali, lo rimarca l’inaugurazione di Mirafiori del maggio `39 con il silenzio operaio di fronte al discorso di Mussolini (che si infuria), lo rende chiaro la guerra. Nel ventennio la fabbrica è gestita dai padroni e dai sindacati fascisti, non è più il luogo della comunità operaia. Non bastano i dopolavoro a creare una socialità di regime, i lavoratori preferiscono i circoli di barriera e le osterie: lì si ritrovano e lì scorre il fiume sotterraneo della memoria, lì si rafforza la lontananza dal «baraccone di Cerutti» (come veniva chiamata la banda di Mussolini). Non c’è opposizione, c’è diffidenza e distanza. Quando scoppia la guerra, quando a 24 ore «dall’ora solenne che bussa» sul cielo di piazza Venezia cominciano a cadere le prime bombe su Torino e sulle altre città del nord, quella distanza diventa malessere che si gonfia con le tessere annonarie, gli sfollamenti, la borsa nera, la militarizzazione delle officine e l’orario di lavoro che aumenta fino a 12 ore al giorno.
Già negli ultimi mesi del `42 dalle fabbriche torinesi e milanesi giungono sul tavolo dei gerarchi romani rapporti allarmanti che parlano di prime fermate spontanee, di rischi di saboraggio, di «diffusa disaffezione al lavoro» e al regime. I giovani che arrivano in fabbrica dalle «scuole operaie» incontrano vecchi lavoratori con la memoria del biennio rosso. Portano con sé una spontanea curiosità per tutto ciò che è diverso dal grigiore del fascismo e dal cupo clima di guerra, una predisposizione alla ribellione che si affianca fisicamente ai saperi (professionali e politici) della generazione precedente: «allievo» e «maestro» costruiscono un sodalizio che, contaminandosi, trasforma l’estraneità al fascismo in avversione. In quei mesi Umberto Massola, dirigente comunista, rientra in Italia con lo scopo di ricostituire il «centro interno» cento volte smantellato: nella città della Fiat riannoda la rete del partito (lo racconta splendidamente in una testimonianza filmata raccolta da Paolo Gobetti e conservata presso l’Archivio nazionale cinematografico della Resistenza di Torino) e punta sulle fabbriche, su Mirafiori. L’intuizione è quella di preparare una sorta di «piattaforma sindacale», rivendicazioni che possano raccogliere il consenso delle masse operaie già arrabbiate e forse «pronte». Non più «cospirazione militare», ma preparazione clandestina di una lotta di massa. Nei primi mesi del `43 piccole fermate spontanee alle Ferriere, alla Diatto, alla Fiat Spa e in altre fabbriche fanno capire che è giunto il tempo di uno sciopero vero e proprio, contro la guerra, la miseria delle condizioni di vita e di lavoro, il regime: «pane, pace e libertà». La rete clandestina è sempre più fitta, ma non potrebbe stringersi senza quella predisposizione covata a lungo nelle osterie di barriera e cresciuta spontaneamente sotto i bombardamenti e nelle lunghe ore di lavoro militarizzato.
La «piattaforma» chiede il riconoscimento delle 192 ore a tutti, l’estensione cioè a ogni lavoratore di quella gratifica economica (192 ore di salario) data agli operai sfollati dalle città in conseguenza dei bombardamenti. E la fine della militarizzazione delle officine. Ciascuna fabbrica ci aggiunge qualcosa, soprattutto su orario e condizioni di lavoro. Con queste richieste parte lo sciopero del 5 marzo, quello della sirena che non suona e che ne smorza l’effetto. Ma nei giorni successivi si muovono altre fabbriche (Grandi Motori, Fiat Aeronautica, Savigliano, Lancia, Riv) e Mirafiori si ferma completamente il 12 – insieme a tutte le altre industrei torinesi – stavolta non alle 10 del mattino, ma dopo la pausa della mensa: gli operai non rientrano nelle officine e il salone che «sfama» i 15.000 addetti della più grande fabbrica italiana diventa il teatro di decine di comizi e capannelli. Di lì il movimento crescerà e si allargherà a tutto il nord, soprattutto a Milano, alla Falk, alla Breda, alla Marelli.
«Non sapevo che stavo facendo uno sciopero, per me era una protesta, la parola sciopero mi era sconosciuta» – ricorderà molto più tardi un allora giovane operaio appena uscito dalla «scuola allievi Fiat» – «ho scoperto in quei giorni cosa volesse dire quella cosa di cui parlavano i vecchi, quel movimento solidale che fa di tanti corpi un’entità sola. E, poi, il senso di libertà: si diceva che in fabbrica c’erano dei comunisti, dei socialisti, ma nessuno sapeva chi fossero… erano qualcosa di mitologico. In quei giorni sono emersi dalle tenebre, si sono scoperti e in quella lotta si riconoscevano l’un l’altro». Parole che spiegano bene il duplice senso degli scioperi del marzo `43: l’emergere dal buio del conflitto sociale, il suo estendersi nel riconoscersi in una condizione comune da combattere e cambiare, la sua valenza politica. Si può dire che anche la Cgil rinasce in quell’occasione, che in quel movimento si fondano le basi per un sindacato generale, l’opposto della natura corporativa dei sindacati fasciti, che i comunisti della clandestinità tentarono vanamente di infiltrare durante gli anni `30 per ricollegarsi alle masse operaie. Un ricongiungimento che avviene solo nel pieno del conflitto, su una base rivendicativa materiale che assume caratteristiche generali. La cosa che non sfugge al regime. La repressione è immediata: non riesce nei giorni degli scioperi – che si concludono con conquiste salariali e la mediazione di Valletta corso a Roma per convincere il regime a dare agli operai almeno una parte di ciò che chiedono – nonostante le spedizioni punitive davanti alle fabbriche; ma nelle settimane seguenti oltre duemila lavoratori vengono fermati, molti di loro arrestati e spediti davanti al tribunale speciale. Ma il movimento non si ferma, rallenta la sua corsa per riprenderla qualche mese dopo e dal marzo ’43 le fabbriche italiane diventano un problema in più per Mussolini, che investe di vane sfuriate i suoi gerarchi. E vana sarà anche la «socializzazione» proposta da Salò per riconquistare il consenso operaio con un’operazione tipicamente corporativa (la comunità produttiva della fabbrica tra azienda, sindacati fascisti e lavoratori contro la borghesia parassitaria) che annuncia persino presunti vincoli alla proprietà: l’ostilità operaia al fascismo diventerà sempre più radicale e attiva. Da quel momento, per decenni, le fabbriche saranno altra cosa dal potere economico e politico.
In quegli scioperi per la pace, il pane e la libertà risiede ancor oggi una parte importante della costituzione materiale della repubblica: non furono un episodio torinese o milanese, né solo una tappa della storia del Partito comunista italiano; furono l’esplicitarsi della natura democratica del conflitto operaio, dell’ostilità del lavoro alle logiche di guerra e dell’irriducibilità sociale del conflitto di classe.
da: Il Manifesto, 5 marzo 2003
Pubblicato in Lotta di classe - Documenti e cronache operaie
Contrassegnato 1943, 5 marzo 1943, Breda, Classe Operaia, fabbriche, Falk, Fiat Aeronautica, Grandi Motori, l'Unità, Lancia, Marelli, Milano, Mirafiori, resistenza, Riv, Savigliano, sciopero insurrezionale, Torino
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M5s, movimento o cartello elettorale?
M5S: MOVIMENTO O CARTELLO ELETTORALE?
Non ho elementi sufficienti per esprimere valutazioni sulla natura e sulla composizione sociale di questo movimento, ma alcune cose le posso dire:
PRIMO- La formazione e la conformazione del M5s ci permette di dire che, al di là del nome, non è un movimento. Se per movimento intendiamo una realtà sociale strutturata e organizzata sul territorio, con alcuni obiettivi concreti e un sistema di formazione delle decisioni più o meno collettivo. Questo è un criterio che dovrebbe essere condiviso per interpretare tutti i movimenti sociali che siano espressione di contraddizioni reali, sia che ci piacciano oppure no. Anche i movimenti di destra (fascismo, nazismo, peronismo, falangismo, ecc.), avevano queste caratteristiche e vennero combattuti sul territorio perché erano movimenti reali (e potevano anche essere sconfitti come insegnò la lotta degli “arditi del popolo” in Italia, quella della “parte proletaria dei Freicorps” in Germania, la guerra civile in Spagna, ecc.). Stesse caratteristiche le hanno avute alcuni recenti ed effimeri movimenti, come il “movimento dei forconi” dello scorso anno; un movimento inserito in uno sconto di potere tra potentati economici in Sicilia, che difatti trovò, all’interno della mediazione tra quei poteri, un equilibrio e si acquietò. Per non parlare della “maggioranza silenziosa” o se volete il “movimento dei quarantamila” (in realtà non più di 12.000) nella Torino squassata dalla resistenza operaia, i 37 giorni di blocco della Fiat, alla ristrutturazine di Agnelli. Quest’ultimo fenomeno più interessante su cui ritornare, se non altro perché ci siamo ancora seduti sopra, nel senso che da quella sconfitta non siamo ancora usciti. E forse più qui che non nel movimento di Grillo o di chiunque altro si può trovare la ragione del perché in Italia non c’è stato né Occupy, né indignados, né altro. Quel movimento degli anni ’80 basato su una forte alleanza tra grande capitale, media borghesia e settori alto-impiegatizi, produsse quel “blocco sociale d’ordine” che ancora oggi occupa il potere ed egemonizza l’intera società. Nonostante i passaggi tra prima, seconda e terza repubblica e il cambio di nome dei partiti.
Dunque, se il M5s non è un movimento che cos’è? Penso si possa tranquillamente definire un “cartello elettorale”. Tanti ne sono sorti in molti paesi, per dare sponda al malessere dell’eccessiva aggressività del liberismo in questo inizio secolo.
Non solo non è un movimento, ma raccoglie talmente tanta varietà sociale ed economica che nemmeno gli si può attribuire l’“un”. Questa non-unitarietà si manifesterà da adesso in poi sempre più forte. Sia per le risposte che i “grillini” dovranno dare in Parlamento di fronte a proposte concrete, sia per gli sviluppi del M5s. Le scelte parlamentari lo dilanieranno; lo sviluppo del M5s in movimento (perché dovrà in qualche modo strutturarsi) porterà a una probabile frattura in tronconi che si aggregheranno secondo le linee degli interessi sociali-economici (secondo le linee di classe) dei suoi membri.
SECONDO- Non dobbiamo faticare a trovare i motivi della protesta che ha trovato accoglienza nel “cartello elettorale” M5s. Al contrario, c’è da stupirsi perché tante persone hanno votato per Bersani e Berlusconi? Porcodd…, devono avere lo stomaco foderato di amianto, per digerire le scelte politiche devastanti che i due partiti Pd e Pdl hanno appoggiato negli ultimi anni. Altro che “tapparsi il naso” del buon Montanelli. L’inasprimento delle politiche liberiste hanno talmente acuito le conseguenze di questa crisi nei confronti di molti strati sociali, che da più parti si chiede un ritorno alle politiche keynesiane, all’intervento dello Stato, a politiche di distribuzione del reddito, ecc. Una richiesta che viene anche da molti economisti interni al sistema attuale. Questi sistemi economici basati sul consumo di massa vedono con preoccupazione la diminuzione del reddito complessivo e la conseguente drastica riduzione dei consumi (per tutti questi, ma sono tantissimi, si vedano le invettive di Paul Krugman sul NYTimes e tanti altri). La frase più diffusa oggi nei bar è: “via tutti, via tutta la paccottiglia partitistica che ci ha portati a questo sfacelo!”, non è un’invenzione di Grillo, è comune sentire. Ma poi, chi li deve mandare a casa? Qualcuno per loro? La gran parte di questa protesta anti-liberista resta all’interno del regime di proprietà esistente, all’interno del sistema istituzionale esistente, all’interno dell’ordine capitalista esistente: quelle persone vorrebbero soltanto una correzione delle politiche ritenute eccessivamente liberiste e corrotte.
Dall’altra parte non credo nemmeno un po’ che il M5s è “una forza che ha fatto da “tappo” e stabilizzato il sistema”, come affermano i Wu Ming (vedi post precedente). Le ragioni del perché in questo paese non ci sia stato un movimento di massa che abbia resistito alle politiche liberiste, vanno ricercate, secondo me, nella sconfitta del 1980 (di cui sopra) e nel dopo-Genova. Ossia nella non-risposta del Movimento di Genova ai massacri, alle sevizie e alle torture subite, oltreché all’assassianio di Carlo Giuliani. Su questi aspetti la storia è impietosa, lo è sempre stata: un movimento che non difende e tutela i suoi figli e le sue figlie e la propria dignità viene spazzato via. Così è stato.
TERZO- E qui veniamo al nocciolo del problema! Sarà possibile, in questa fase, cambiare le politiche liberiste o anche smussarle un po’? Sarà possibile togliere o epurare quell’apparato corrotto, incapace e con comportamenti di casta? Oppure il sistema oggi non ha margini, per cui… lo scontro…
Michele dice “il 61,6% di quelli che hanno votato per il Movimento cinque stelle è motivato soprattutto tra i più giovani, dalla speranza che possa offrire una soluzione della crisi che attraversa il paese “. Appunto, chiedono di poter “uscire dalla crisi” e riprendere la consueta vita del produci, consuma e crepa, un’ideologia che funziona solo se non si toglie la parola centrale: consuma; ma oggi rischia di restare solo il crepa.
Michele dice ancora: “ le ragioni che lo hanno prodotto [il M5s], non possono trovare soluzione all’interno degli stessi equilibri di forza nel Sistema che lo ha generato”. Ne siamo sicuri? Siamo certi che questa sia qualcosa di simile all‘ultima crisi? Quante volte abbiamo sentito questa affermazione di fronte a una crisi che poi si è dimostrata né ultima e nemmeno penultima!
Non so, non ho elementi per dire se, in questa fase, il capitalismo potrà offrire oppure no alcuna “uscita” dalla crisi. So però che se si consente al capitalismo e alle sue varie “correnti”: quella finanziaria, bancaria e produttiva, in guerra tra di loro ma tutte unite contro di noi, ossia contro le classi proletarie e il ceto medio-basso urbano, se gli si permetterà di scaricarci addosso tutti i costi della ristrutturazione che questa crisi esige, beh!, in quel caso ne usciranno loro, le classi abbienti, ben panciute più di adesso e noi ci ritroveremo con le nostre quattro ossa in mano. Ma ne usciremo.
QUARTO- Infine alcuni dicono che questo exploit del M5s sia dovuto alla Rete, ad Internet, ai Blog, ai Social Network, ecc. Alcuni ci rimproverano che noi, della sinistra antagonista, non abbiamo saputo valorizzare le attività che si svolgono dentro la rete, in funzione aggregativa e ne abbiamo fatto lo specchio dei nostri peggiori difetti, frazionismo, rissosità ecc. È vero, però va considerato che il linguaggio stringato, secco, asseverativo, proprio delle comunicazioni per mezzo della rete, favorisce la rissosità schematica oppure l’accordo su cose eccessivamente semplificate: si oppure no. Provate a fare una lunga e complessa discussione su come portare avanti una lotta che rischia di arenarsi sulla stanchezza operaia e sulla ostilità padronale, provate a discutere come aggregare le persone su una lotta territoriale contro le devastazioni ambientali, in cui bisogna discutere punto per punto le normative, riunioni che, nell’un caso e nell’altro, occupano ore e ore!
Siate sinceri, amici della rete, tranne poche e valide eccezioni, la gran parte degli utenti si limita a poche parole, molta enfasi, tanti aggettivi retorici, un po’ di outing se serve, e finisce lì!
E che vuoi costruire con queste quattro parole? Cartelli elettorali di vuota protesta, appunto! Per ora!
salvatore
Pubblicato in Movimenti odierni
Contrassegnato anticapitalismo, Beppe Grillo, Crisi economica, elezioni 2013, M5s, Movimento 5 stelle
2 commenti
Per una discussione sul “movimento 5 stelle”
Il dopo-elezioni ha fatto scatenare il dibattito, anche nel movimento antagonista, nel definire l’identità e la fisionomia del M5s, del raggruppamento di Grillo, e del sua strepitoso exploit. Vedi qui come commenta il “Fatto Quotidiano” le posizioni dell’ “estrema sinistra” sul M5s. Su Internet potete trovare tantissimi commenti; dal Blog di Wu Ming: qui e qui
Proviamo anche su questo Blog. Di seguito riporto l’articolo dell’amico Michele Castaldo.
Nel post successivo alcune mie considerazioni. L’invito a tutte e tutti voi è di continuare.
*******
Grillismo: un sommovimento oggettivamente anticapitalista.
“I mercati sono spaventati!”, “gli investitori sono allarmati”, “i rischi di ingovernabilità sono una minaccia per la stabilità in tutta Europa” , “le borse vanno giù! ”, sono i titoloni che vanno per la maggiore, su tutti i mezzi di informazione, in queste ore immediatamente successive alle elezioni politiche del 24/25 febbraio 2013.
Calma signori, il bello è da venire .
Innanzitutto chi sono i ‘mercati’ e gli ‘investitori’? Sono quei pescecane famelici che si nascondono dietro sigle apparentemente neutre, di un meccanismo infame che drena dalle classi povere e dai paesi impoveriti, per accrescere la speculazione, ridare “fiato” alle banche, nel tentativo che tornino a finanziare l’accumulazione del Capitale, per quella tanto agognata quanto ipotetica ripresa produttiva. In tutto questo, lo stato gioca la parte del grigio ragioniere, che ha da mettere i conti in regola per aiutare questo meccanismo, a costo di camminare sui cadaveri. Un personaggio alla Monti, esprimeva – e vorrebbe continuare a esprimere – molto bene questo ruolo. Ma la storia non è fatta solo di desideri, o di grigiore, molto spesso si sviluppa per vie imprevedibili.
Succede così che balza all’improvviso – i più grandi traumi sociali avvengono improvvisamente – un sommovimento dal “nulla” e diviene il primo partito politico italiano.
Il caro Carletto da Treviri avrebbe detto, …scava vecchia talpa. Ed eccoci di fronte ad uno scenario nuovo. Il grido di dolore di lor signori è “ma è una situazione ingovernabile!”. E meno male! Era ora! Dunque una novità. Si tratta di un sommovimento che va analizzato per le cause che l’hanno generato più che per il programma che esprime.
Da una analisi sommaria ed abbastanza condivisa, ne viene fuori innanzitutto che si tratta di un movimento giovane, prevalentemente acculturato, di settori dalla piccola borghesia in giù, con aggregati di operai disillusi della sinistra e ceto medio produttivo disilluso dalla destra e dal leghismo. Insomma, dopo l’abbuffata degli anni ottanta e novanta, la crisi presenta il conto a neoliberismo. E si tratta di un conto abbastanza salato, visto che a ribellarsi non sono solo le ignoranti “plebi”, ma le nuove generazioni alle quali erano stati promessi mari e monti con la globalizzazione. Partiamo innanzitutto dal presupposto che ogni nuovo movimento sociale, è necessariamente confuso, ambiguo, disordinato, sconclusionato e cosi via. E se mi è consentita una brevissima parentesi, dico che ha fatto benissimo Beppe Grillo a tenere coeso il movimento per distinguerlo da tutto il resto, centralizzandolo al massimo su una sola parola d’ordine: “via tutti, via tutta la paccottiglia partitistica che ci ha portati a questo sfacelo”, insomma una premessa a ogni altro tipo di ragionamento. Antidemocratici Grillo e Casaleggio? Beh, detto da lor signori è veramente fuori luogo, in modo particolare da quella casta di giornalisti radiotelevisivi e della carta stampata sempre più venduta e ruffiana, tanto a destra quanto a “sinistra”.
Poteva essere intercettato dalla sinistra storica questo tipo di movimento? I fatti dicono di no, per una ragione molto semplice, perché ogni movimento non è mai la continuazione meccanica di quello precedente. Un Bersani, unitamente a tutto l’apparato di partito, del sindacato, delle cooperative, delle banche, delle assicurazioni, è il frutto marcio del vecchio ciclo del capitalismo, che facendo leva sul silenzio assenso della classe operaia ha costruito un potere che man mano si è separato dagli interessi di classe dei lavoratori. Tutte le altre molecole che si richiamano a quel filone storico – Rifondazione comunista, Pdci, Sel, Ingroia, De Magistris ecc. – hanno seguito a ruota, con qualche spicciolo di differenza, ma pur sempre legati a doppio filo con il sottobosco istituzionale, governativo, sindacale, cooperativistico, municipalizzato ecc. ecc.
Dunque il grillismo, è un movimento nuovo, che esprime nuovi contenuti, e necessariamente nuovi dirigenti. E’ il materialismo dialettico che si esplicita.
Quale la vera natura di classe di questo nuovo movimento? A mio avviso sarebbe sbagliato paragonarlo – come pure certuni fanno – all’Uomo Qualunque, tanto per fare un esempio, non fosse altro perché i contesti sono completamente differenti, allora c’era la prospettiva della ricostruzione post bellica, un rilancio dell’accumulazione capitalista e fiumi di dollari provenienti dagli Usa. Oggi siamo in presenza di una crisi dagli esiti imprevedibili. Ora, la natura di classe, non può essere vista da quel che le persone erano, ma da quel che sono diventate e a cosa aspirano. Se è vero che il 61,6% di quelli che hanno votato per il Movimento cinque stelle è motivato soprattutto tra i più giovani, dalla speranza che possa offrire una soluzione della crisi che attraversa il paese, vuol dire che siamo in presenza di un malcontento generazionale privo di prospettiva, al quale non si possono raccontare favole. Insomma il Sistema ha generato dal suo seno i fattori della sua stessa crisi. In questo senso il sommovimento grillista è anticapitalista, ovvero le ragioni che lo hanno prodotto, non possono trovare soluzione all’interno degli stessi equilibri di forza nel Sistema che lo ha generato, e che non è dato solo dall’aspetto effettuale, quali i partiti politici degli ultimi 30 anni, ma tutti quei rapporti economici che quei partiti hanno rappresentato.
Ora, la casta partitocratica contro cui giustamente il grillismo si è espresso, è il costo sproporzionato della democrazia di un paese imperialista, a cui le nuove generazioni spinte dalla crisi non sono più disposte a sostenere. Che si proponga di rinunciare ai finanziamenti pubblici e di usare il 75% dei propri compensi per un fondo comune da destinare al microcredito, è certamente una proposta programmatica di rottura rispetto allo squallore affaristico precedente. Con garbo e rispetto per quanti hanno votato per il Movimento Cinque Stelle, ritengo che si tratta di un pannicello caldo contro una brutta broncopolmonite. E’ giusto però che una nuova generazione impoverita e priva di prospettive all’interno di questo quadro economico e politico, si cimenti con delle proposte e bruci, se del caso, l’illusione alimentata.
C’è un tema molto caldo, rispetto al quale un certo mondo “marxista” storce la bocca, ed è quello della voglia di partecipazione, perché abituati al principio della rappresentanza. Si tratta di una più che legittima aspirazione, il voler contare per decidere sulle sorti comuni, di come si spendono per esempio i soldi “pubblici”, del perché costruire dei mostri faraonici come il Tav o il Ponte sullo stretto di Messina; si vuole discutere sui rifiuti e sulla Sanità; sulle questioni ambientali e dunque sull’Ilva e l’acqua pubblica. In maniera confusa e poco articolata, se si vuole, ma si chiede di essere in prima persona interpellati a discutere e decidere. E’ la democrazia di una parte degli oppressi, in un moderno paese imperialista che si esprime per come può.
A questa domanda di partecipazione democratica, il Sistema del Capitale, risponde con i ‘vincoli’ del mercato e fino ad oggi, per sostenerli, ha comprato la partitocrazia per porla al suo servizio. Il Movimento grillista, è un sommovimento che parte col contrastare l’aspetto effettuale – la partitocrazia – e dovrà arrivare a scontrarsi con l’aspetto causale, che sono le leggi del Sistema del Capitale, con tutto quello che ciò comporta. Ma sono i limiti di un movimento che è nella sua fase iniziale, e, se si vuole, è anche più in avanti di quanti – di “sinistra” – si proponevano sugli stessi temi ma arrancavano e si sono arenati di fronte alle grandi difficoltà che l’intero Sistema opponeva. In questo senso, le responsabilità vanno sempre addossate in primisis al corruttore, e molto in secondis al corrotto.
Certo, c’è una fascia consistente di piccoli imprenditori che hanno votato per il M5S, perché affogati dalla crisi e privi di prospettiva, disillusi dalla Lega, ai quali è molto difficile dire loro che non c’è nessuna possibilità di un ritorno al passato, ad uno status quo ante. Ma da sempre la sinistra storica ha ritenuto di doversi occupare della piccola imprenditoria; un conto era dirlo negli anni sessanta, settanta o ottanta, ben altra cosa è dirlo oggi. E’ una risposta possibile e credibile quella del microcredito? è da ritenersi di no, ma non è la stessa risposta che dava la Lega ai suoi albori. E’ un passaggio, se si vuole una illusione, che questi settori dovranno attraversare prima di sbattere con la testa nel muro e orientarsi diversamente, ma non si può anteporre il carro ai buoi. Ci sono nella storia della lotta delle classi passaggi obbligati, che non si possono in alcun modo by passare.
Il M5S è stato votato anche da molti operai disillusi tanto dalla sinistra che dai sindacati confederali, compresa e affatto esclusa la Cgil. Si tratta di un grido di allarme per essere stati lasciati soli contro la crisi. Si tratta anche in questo caso di una illusione, quella di ritenere che ‘qualcun altro’ ci risolva il problema. Si tratta di un vero e proprio dramma per lavoratori che erano stati abituati a vedere nel partito e nel sindacato il deus ex macchina, ovvero degli organi di rappresentanza politica e sindacale che “potevano” risolvere le questioni. In un risveglio generale, al momento fatto soltanto di opinioni e di pensiero, ma non ancora di mobilitazioni vere e proprie, si sono sentiti attratti e hanno votato.
Un altro settore certamente che ha voltato le spalle alla partitocrazia – a prevalenza di centrosinistra – sono i tanti dipendenti della Pubblica Amministrazione che avvertono il vento del liberismo e si sentono minacciati, hanno voluto in questo modo esprimere un voto di protesta, ritenendo il M5S capace di opporsi alle privatizzazioni nei proprio settori di appartenenza. Anche in questo caso, siamo in presenza di un tentativo illusorio, ovvero di fornire il minimo sforzo – il voto – per ottenere il massimo dei risultati, e sottrarsi alla necessità della lotta contro la incombente tagliola delle privatizzazioni e dei licenziamenti. Tanto dagli operai disillusi che da settori del Pubblico Impiego, arriva la critica di burocratismo dei vertici sindacali di cui si fa interprete Beppe Grillo. Infine esistono i cosiddetti cittadini, ovvero persone comuni, che trasversalmente, per un sentire comune di impoverimento, si orientano verso una nuova ventata. Dunque un movimento certamente composito, di opinione e di pensiero, al primo, primissimo scalino, quello del minimo sforzo, che contiene in sé esigenze e necessità vere, di natura interclassista, intese alla vecchia maniera, cioè della netta distinzione di borghesia, media borghesia, piccola borghesia, proletariato, semiproletariato, sottoproletariato, alle quali il Sistema del Capitale a questo stadio dell’accumulazione non può fornire le risposte che esso chiede. Da questo punto di vista si tratta di un movimento anticapitalista destinato a implodere, arrivare alle leggi di funzionamento e strada facendo selezionare programmaticamente gli obiettivi a seconda dei nuovi rapporti di forza che si saranno determinati. Pertanto, inviterei i compagni, quelli che si rifanno in un modo o in un’altro al marxismo, a non snobbare supponentemente quanto sta accadendo in questo periodo e in modo particolare a non guardare come i fessi il dito, che invece …indica la luna. La mia tesi ‘oggettivamente anticapitalista’ è la sintesi del derivato delle cause che hanno generato la crisi generale di cui il grillismo è un piccolo e locale segnale, se non vogliamo essere provinciali. Non serve insistere nel leggere ‘il programma’ di Casaleggio-Grillo per comprendere la tendenza alla decomposizione, ma soffermarsi innanzitutto sulle cause che stanno generando questo movimento non ancora movimento. Dunque una consequenzialità teorica, politica e ….visivamente pratica, nel senso che o il Capitalismo implode come Sistema sociale – e sta implodendo – oppure ci sarà una ripresa – nella quale non ci credono nemmeno i capitalisti – ed allora ci si ritrova ….in qualche bar a bere del wisky e chiacchierar. Per essere più esplicito, non possiamo stare su di un terreno che vede le classi esprimere un modo di produzione, piuttosto che vedere il modo di produzione che esprime le classi, componendole per poi scomporle. Va in crisi il modo di produzione, si decompongono le classi che quel modo di produzione aveva espresso. Insomma, le classi sono la conseguenza e non la causa del modo di produzione del Capitale. Detto altrimenti, il Capitalismo ad un certo stadio, genera l’anticapitalismo. Per questo bisogna saper pensare “in grande”, confrontandosi a fondo e a 360°, senza coazione a ripetere, con una situazione che si preannuncia quanto mai nuova e in movimento.
Michele Castaldo 28/2/13
Pubblicato in Movimenti odierni
Contrassegnato anticapitalismo, Beppe Grillo, elezioni 2013, M5s, Movimento 5 stelle
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