Lampedusa: trasferiti! Non tutti

[dalle agenzie di stampa] …Ieri mattina è iniziato lo sgombero del Cpa (Centro di prima accoglienza) di Lampedusa, in realtà un lager che si è mostrato tale dopo il video sulla “disinfestazione” anti-scabbia trasmesso dal Tg2 . 169 migranti sono stati trasferiti in altre strutture: Milano, Palermo, Roma e Crotone. A Lampedusa sono rimasti i 17 sopravvissuti al naufragio del 3 ottobre che ancora non hanno potuto lasciare il Cpa; tutti di nazionalità eritrea, tranne il ragazzo siriano che ha girato il video, non sono ancora stati identificati con certezza, ma soprattutto sono testimoni fondamentali, in attesa di essere ascoltati dalla magistratura agrigentina, nell’inchiesta aperta dalla Procura di Agrigento nei confronti dello scafista che, lo scorso 3 ottobre, abbandonò il barcone.

Vogliamo sapere immediatamente:

*come mai a distanza di quasi TRE mesi non sono stati ancora ascoltati dalla magistratura?

*da quando i testimoni vengono “trattenuti” in attesa di essere ascoltati? La legge non prevede che i “testimoni vengano trattenuti”, hanno soltanto l’obbligo di recarsi a deporre quando verranno chiamati.

Possibile che tutto questo buonismo e pietismo di politici e giornalisti non abbia notato queste incongruenze che diventano delle vere e proprie vessazioni nei confronti di queste persone, ancora trattate come “cose”!

CHIUDIAMO SUBITO I CIE !!!

I numeri dei CIE:

Sono sei i Cie in Italia. Erano tredici fino a due anni fa, ma poi hanno chiuso prima quello di Brindisi (a giugno 2012), poi Trapani Vulpitta (agosto 2012), seguito da Lamezia Terme (ottobre 2012), Bologna (marzo 2013), poi Crotone e Modena (agosto 2013) e un mese fa quello di Gradisca d’Isonzo. Restano Bari, Caltanissetta, Milano, Roma, Torino e Trapani Milo. Secondo il rapporto Arcipelago Cie, pubblicato nel maggio scorso da Medici per i diritti umani (Medu), nel 2012 nei Cie sono transitate complessivamente 7.944 persone: di queste esattamente la metà (il 50,5%) sono state rimpatriate. Quelle fuggite sono state 1.049 (cioè più di una su otto) e 415 quelle dimesse per scadenza dei termini. Solo il 5% del totale, infatti, resta dentro i Cie per 18 mesi

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Il silenzio è complice: mobilitiamoci per chiudere subito i CIE

26 dicembre – Presidio davanti il CIE di Ponte Galeria (Roma)

Dal 21 dicembre, per fermare una deportazione di massa e protestare contro l’internamento, i detenuti del CIE (Centri di Identificazione e di Espulsione) di Ponte Galeria sono in sciopero della fame e 10 di loro hanno scelto di cucirsi le labbra come gesto estremo di protesta. Ieri, 23 dicembre, nonostante le condizioni di salute, almeno 5 ragazzi sono stati prelevati con violenza dalle celle e deportati in fretta: troppo clamore intorno al lager. Nelle stesse ore, dopo il rifiuto dello status da rifugiata, una donna rinchiusa nella sezione femminile tenta il suicidio impiccandosi, solo grazie all’intervento delle sue compagne di cella è ancora in vita. Poco dopo anche le altre donne aderiscono alla protesta: grida di rabbia e qualcosa prende anche fuoco. Circa 100 persone si trovano attualmente rinchiuse nelle gabbie del centro d’identificazione ed espulsione per migranti alle porte di Roma, il CIE di Ponte Galeria. Le condizioni brutali di prigionia nei lager per migranti continuano a sollecitare una tiepida indignazione collettiva cavalcata dai media, che diviene parte di un processo di normalizzazione e riforma del sistema di espulsioni forzate della Fortezza Europa. Spetta a noi qui fuori amplificare la lotta delle persone migranti e dimostrare che nessun@ è sol@ davanti l’oppressione dello Stato. Giovedì 26 dicembre, appuntamento davanti le mura del CIE di Ponte Galeria per un presidio solidale di due ore. Al fianco di chi lotta nei campi d’internamento etnico di Roma, Torino e Bari.

Appuntamento a Stazione Ostiense alle ore 16 per raggiungere insieme il presidio. Appuntamento davanti le mura del CIE alle 17 (stazione Fiera di Roma del treno per Fiumicino)

Tutte e tutti liber*

Chiudere tutti i CIE subito

Nemici e Nemiche delle frontiere

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Liberate le Pussy Riot Maria Alyokhina e Nadia Tolokonnikova

Putin è un monarka reazionario e non ci piace nemmeno un po’. Però aveva parlato di amnistia e l’ha fatta. Risicata, ridotta ma l’ha fatta. I nostri presidenti e ministri, ne parlano da mesi, da anni, ma…non si vede nulla!!!

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Sono state rilasciata oggi, in seguito all’amnistia approvata dalla Duma russa, le due Pussy Riot: Maria Alyokhina, e Nadia Tolokonnikova. Questa è uscita dall’ospedale carcerario in Siberia dove era detenuta. Ad attenderla il marito e numerosi giornalisti. La giovane, riferiscono i presenti, avrebbe gridato “Russia senza Putin!”. La liberazione fa seguito all’amnistia lanciata dal presidente Vladimir Putin per i 20 anni della Costituzione russa e approvata la scorsa settimana dalla Duma.

Erano già stati rilasciati gli attivisti di Greenpeace, tra cui l’italiano Cristian D’Alessandro.

Maria Alyokhina ha definito l’amnistia «Non un atto umano, ma profanazione». Con questa amnistia «non viene rilasciato nemmeno il 10 % dei detenuti», mentre le donne incinta, incluse ufficialmente nel testo, sono per la maggior parte in carcere per reati gravi e dunque non ne beneficeranno. Appena rilasciata, Alyokhina non è partita subito per Mosca, ma si è recata al locale ufficio della Ong «Comitato anti Tortura», un gruppo di avvocati difensori dei diritti umani, per discutere di una sua denuncia scritta in cella.

Maria non rimpiange la «preghiera punk» cantata a febbraio 2012 nella Cattedrale di Cristo Salvatore che le è costata quasi due anni di prigione. «Siamo pronte a ripeterla. Ma vorremmo cantare la canzone fino alla fine. Dovrebbe essere ascoltata nella sua interezza, non solo un verso», ha detto ai giornalisti. Affermando, riguardo alle Pussy Riot, che «il gruppo, naturalmente, esiste ancora», e potrebbe tornare in attività: «dovremmo incontrarci e risolvere questa questione».

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Ancora per ricordare Walter Alasia

Alcuni ricordi non “passano”. Come quello di Walter Alasia 20 anni operaio di Sesto S. Giovanni a Milano, un compagno, un comunista, un rivoluzionario. L’abbiamo ricordato nel post di 2 anni fa  qui.

Ho pensato che forse è utile far conoscere, a chi non ha vissuto quegli anni, il contesto e i commenti di quei giorni. Ecco alcuni articoli de il Manifesto:

Walter 16Dic

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

il Manifesto del 16 dicembre 1976

Walter 17Dic-2

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

il Manifesto del 18 dicembre 1976

Manif 18 Dic-nap-2

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

il Manifesto del 18 dicembre 1976

Manif 21Dic

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Alcune riflessioni. Ciascuna/o farà proprie considerazioni:

UNO: perché chiamare “strategia delle tensione” l’inasprirsi dello scontro di classe? Ecco la testata de il Manifetso del 16 dicembre:

testata16dic

 

 

La “strategia della tensione” è una categorie incomprensibile, evanescente, che crea, ed ha creato, un errore di lettura dello scontro di classe di quegli anni. Uno scontro che cresceva e si inaspriva da oltre sette anni e che, con la crisi del 1973 e la risposta operaia adeguata, era giunta a porre il problema del rivoluzionamento dell’ordine capitalistico esistente
*DUE: perché esaltare il consenso operaio al corteo sindacale? Nell’articolo della Maiolo del 18 dic. si parla di “diecimila operaio in sciopero dicono no al terrorismo e alla strategia della tensione”, mentre i volantini dei Comitati operai di Sesto dicono: “ Il corteo sindacale è stato un fallimento: vi partecipano 5-600 operai (su 2.500 iscritti Pci),  28 studenti della Fgci e 4 insegnanti di cui uno aderente ad Avanguardia operaia (Ao); dalla Magneti Marelli si recano al corteo 67 operai iscritti al Pci (su un totale di 380 iscritti) e 7 vicini ad Ao” [da: Emilio Mentasti, Storia del Comitato operaio della Magneti Marelli, pag117].
*TRE: perché mettere tra virgolette “brigatista” per Walter? E perché unire nello stesso articolo l’assassinio di Walter, le bombe fasciste e altri episodi di nera?
per non dimenticare
….buona lettura…

 

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il 41bis non solo è tortura; è anche terreno di caccia per le sporche attività dei servizi segreti. Aboliamo il 41bis!!!

da: il Manifesto 11 dicembre 2013

Giustizia: Dossier “Farfalla”, il ministro ammette l’esistenza di un accordo tra Sisde e Dap

di Silvio Messinetti

41-bisLa farfalla volava basso, si mimetizzava nelle celle di massima sicurezza, volteggiava indisturbata tra i penitenziari di mezza Italia. Si nascondeva nelle barbe finte degli uomini dei servizi a caccia di informazioni nei colloqui riservati con i detenuti sottoposti al regime del 41 bis.

Ma lemme lemme la nebbia fitta comincia a diradarsi e la farfalla a intravedersi.

Il manifesto se ne occupa fin dal 2006 (cfr. Matteo Bartocci, “il carcere delle spie” 31 maggio 2006trovi l’articolo di M.Bartocci alla fine di questo articolo). Ma ora è uno dei tanti misteri d’Italia che l’audizione della Commissione parlamentare antimafia, che ha avviato ieri a Reggio Calabria la sua attività d’indagine, sta scoperchiando dal pentolone delle trame occulte e dei segreti irrisolti. È stato il guardasigilli in persona, Annamaria Cancellieri, ad ammettere l’esistenza di questo rapporto.

Nome in codice “Farfalla”, appunto. Racconta di un patto segreto tra i servizi di intelligence e Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria che in passato, ma chissà forse ancora oggi, ha permesso agli spioni di far visita ai detenuti (‘ndranghetisti e mafiosi) al 41 bis. Per raccogliere informazioni? Ancora non è dato sapere. “Soprattutto ci chiediamo se sia ancora operativo” incalza Claudio Fava (Sel), vicepresidente dell’Antimafia. “È una questione pesante a cui, noi come Commissione e il procuratore capo della Dna, Roberti, chiediamo venga data risposta al più presto. Siamo di fronte non al dubbio ma alla certezza che vi sia stato e vi sia un protocollo operativo che all’epoca era stato istituito fra il Sisde e il Dap.

Di questo ha reso testimonianza di fronte all’autorità giudiziaria il numero due del Dap, Sebastiano Ardita, spiegando che di questo protocollo lui sapeva l’esistenza ma non i contenuti. È un protocollo che in sostanza prevede la collaborazione fra la struttura penitenziaria che si occupa dei detenuti al 41 bis e i servizi di sicurezza.

Naturalmente abbiamo la necessità come commissione di sapere cosa contenga questo protocollo, quali fossero le possibilità di accesso alle strutture carcerarie dei nostri servizi di sicurezza. Anche perché supponiamo che il protocollo all’epoca sviluppato dal Sisde sia stato ereditato anche dall’Aisi. Mi è sembrato abbastanza insolito che il ministro della Giustizia non ne fosse a conoscenza. Quanto meno ai tempi in cui il protocollo è stato sviluppato, il Viminale deve essere stato informato e l’informazione deve essere messa a disposizione di chi viene dopo. La ministra ci ha detto che riferirà e noi aspettiamo. Ma la domanda resta.

Quale funzione hanno avuto i servizi in questi anni? Indurre alla collaborazione i detenuti al 41 bis? Intercettare comunicazioni verso l’esterno?”. Domande inquietanti, ma che diventano ancor più urgenti alla luce anche del ruolo “non di totale limpidezza”, sottolinea Fava, che nella storia d’Italia hanno avuto i servizi. “Pensiamo a quello che è accaduto 20 anni fa, ai silenzi che hanno accompagnato la stagione delle stragi e presumibilmente al ruolo anche di una parte degli apparati”, ma soprattutto della possibilità “di una nuova recrudescenza con il rischio di una nuova stagione stragista” come paventato giorni fa dal ministro Alfano.

A lanciare l’allarme, rivela Fava, sono stati i magistrati di Palermo che hanno ventilato l’ipotesi che “la mano e l’intenzione non sia riferibile soltanto a Cosa nostra”. Ma nasconda altri interessi non ancora definiti, ma che potrebbero non escludere – secondo Fava – un coinvolgimento della ‘ndrangheta e non solo. “La procura di Reggio questa preoccupazione l’ha esposta nitidamente. Vi è un punto di interesse condiviso sicuramente per quanto riguarda interessi passati e vecchi progetti stragisti. Questa collaborazione c’è stata in passato e c’è ragione di temere che si ripeta in futuro.

Questo è anche un contesto inquinato e vischioso in cui è facile che si possa realizzare un progetto che chiama in causa soggetti diversi da quelli delle stesse organizzazioni criminali”. Il pericolo, avverte il vicepresidente dell’Antimafia, non è solo legato alla criminalità calabrese. “Si è parlato molto anche di massoneria, come camera di compensazione all’interno della quale si possono incontrare interessi non solo riconducibili alle ‘ndrine, ma anche a borghesia d’affari e professioni. Al riparo da sguardi indiscreti possono costruire alleanze e progetti solidi”. In questa situazione di confusione sociale e di crisi economica, c’è il rischio che la palude collosa di interessi eversivi si allarghi. Coinvolgendo pezzi deviati dello Stato e criminalità organizzata. Dalla città dei “boia chi molla” di quarant’anni fa, e nel pieno delle giornate dei forconi inclusi proclami para golpisti, il messaggio che arriva è inquietante.

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da: il Manifesto del 31 maggio 2006

Il carcere delle spie

Matteo Bartocci
Tra un governo e l’altro, nei giorni di interregno post- elezioni, il capo dell’amministrazione penitenziaria dà il via a inquietanti disposizioni Una rete di agenti con vasti mezzi tecnici e compiti di controllo su detenuti e personale carcerario che risponde solo al capo dell’ufficio ispettivo del Dap
Una rete di intelligence interna alle carceri per controllare e monitorare in modo «continuativo e centralizzato» non solo tutte le attività dietro le sbarre ma anche i collegamenti dei detenuti con il mondo esterno, le attività del personale e degli agenti di polizia. Se ne parla da anni ma forse oggi questa sorta di «super servizio segreto carcerario» è diventato realtà attraverso una serie di inquietanti ordini di servizio riservati che prefigurano una rete segreta che al di là di ogni gerarchia interna opera senza un atto pubblico che ne regoli finalità, modus operandi, organismi di controllo e quantità di forze assegnate. Si tratterebbe di circa 250 poliziotti, suddivisi a livello regionale e per singolo carcere, distratti dai propri compiti istituzionali e scelti personalmente dal capo dell’ufficio ispettivo Salvatore Leopardi, al quale risponderebbero in via assoluta ed esclusiva.
E’ questa la lettura che emerge a margine di un’interrogazione parlamentare presentata la settimana scorsa al ministro della Giustizia Clemente Mastella da Graziella Mascia del Prc. «Risulta – chiede Mascia al guardasigilli – che il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) abbia istituito in tutti i provveditorati regionali articolazioni operative della polizia penitenziaria espressione diretta dell’ufficio ispettivo preposte a non meglio indicate attività informative». Articolazioni per di più «sottratte alla catena gerarchica» e operanti «nell’assoluta riservatezza degli atti compiuti».
L’ordine di servizio che avvia la rete di intelligence è il numero 2 del 2006 firmato il 9 maggio dallo stesso Leopardi, quando governo e presidente della Repubblica non si erano ancora insediati. Depurandolo del suo linguaggio burocratico si evince che le strutture periferiche possono operare solo dietro «espressa richiesta» del capo, bypassando la catena di comando. Al di là del coinvolgimento formale, infatti, i provveditori non hanno alcun controllo sulle nuove strutture.
In parole povere si tratta di uffici paralleli che, a riprova, non comunicano mai tra loro ma operano in un rapporto esclusivo verticale con l’ufficio di Leopardi, cui trasmettono «prontamente e tempestivamente», anche «per le vie brevi», «ogni dato o notizia anche parziale ritenuta significativa». «Le varie articolazioni provvederanno allo svolgimento delle sole attività delle quali saranno investite secondo le direttive impartite», ordina Leopardi senza aggiungere altro per iscritto. A garantire ulteriormente la riservatezza delle operazioni un altro ordine di servizio, sempre firmato da Leopardi ma senza data (numero 35/2006), che prescrive standard di protocollo per la comunicazione molto rigidi («identici a quelli per le Sezioni III e IV dell’Ufficio»).
Ciò che queste note non dicono esplicitamente si ricostruisce da quanto trapela sugli incontri avuti da Leopardi al Dap con alcuni provveditori regionali nei mesi scorsi. Le attività, a quanto risulta, non si limiterebbero alle indagini sui detenuti in 41bis (come affermato il 26 maggio in forma anonima e difensiva dal Dap dopo l’interrogazione di Mascia) ma si allargherebbero ai detenuti ordinari e perfino, come parrebbe dalla circolare preparatoria firmata dal capo del Dap Giovanni Tinebra, a chiunque operi nelle carceri.
Il 7 febbraio 2006, a camere quasi sciolte, Tinebra getta le basi per l’opera di Leopardi comunicando a tutti i provveditori regionali che «l’ufficio per l’attività ispettiva e di controllo, con la collaborazione di articolazioni periferiche di prossima istituzione sul territorio», avrebbe provveduto sia ad una attività centralizzata di gestione e controllo di dati già acquisiti (come richiesto dalla Direzione Nazionale Antimafia nel 2005), sia ad attività di intelligence e investigazione vere e proprie. Scrive testualmente Tinebra che le future articolazioni si occuperanno di: «1) acquisizione, analisi e monitoraggio, continuativi e centralizzati, di elementi documentali e dei dati informativi di natura fiduciaria riguardanti ciascuna delle persone sottoposte al 41bis; 2) esame comparato, sempre continuativo e centralizzato, di tutti gli elementi e dei dati acquisiti; 3) acquisizione, analisi e monitoraggio, continuativi e centralizzati, di tutti i possibili canali di collegamento, intramurario ed extramurario (corsivo nostro, ndr); 4) approfondimento informativo degli eventuali canali di collegamento, anche extramurario; 5) eventuali sviluppi di indagini preliminari all’esito dell’approfondimento informativo qualora questo evidenzi ipotesi di reato» (come richiesto dalla Dna). L’ordine per Leopardi è di avviare «tempestivamente» i «contatti preliminari».
Coadiuvato da pochi uomini fidati tra cui il direttore del carcere di Sulmona Giacinto Siciliano, a marzo Leopardi inizia a costruire la sua rete, convocando a Roma i vari provveditori, in incontri separati e a piccoli gruppi, per compartimentare ancor meglio l’operazione. E’ in queste occasioni che avrebbe esplicitato, sempre a voce, le sue direttive, specificando che i nuovi uffici avrebbero svolto «attività preinvestigative» articolate su quattro temi di contrasto: criminalità organizzata, terrorismo internazionale, terrorismo interno e, perfino, «attività anarco-insurrezionaliste». Maglie tanto larghe, per esempio, da riguardare anche un direttore non allineato, un capo della polizia troppo morbido, debolezze di agenti, oltre a far supporre l’esistenza dei meccanismi tecnologici necessari per vaste intercettazioni ambientali, telefoniche e della corrispondenza.
Se non è un servizio segreto vero e proprio poco ci manca. In ogni caso la nuova struttura conferisce a Leopardi un potere sul dipartimento del tutto sproporzionato rispetto al suo ruolo ufficiale. Senza contare che se le indagini si limitano ai detenuti in 41bis non si capisce perché se ne occupi l’ufficio ispettivo e non quello detenuti di Sebastiano Ardita. Né si capisce perché l’Antimafia richieda al Dap l’avvio di una struttura perentoriamente «centralizzata». Salvatore Leopardi, fin dai tempi di Caltanissetta, è il vero braccio destro di Tinebra. Il suo mandato scade tra un anno e se le voci sono vere per lui sarebbe già assicurato un nuovo incarico presso la procura nazionale antimafia.

 
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Ancora un suicidio in carcere. Assassinato!

CellaPaul, imprigionato meno di un mese fa, il 13 novembre accusato di furti di rame, tre giorni dopo gli vengono concessi gli arresti domiciliari. Il 6 dicembre viene di nuovo arrestato e condotto al carcere “Mammagialla” di Viterbo, dove si è ucciso il giorno seguente, l’8 dicembre, ma la notizia si è avuta soltanto ieri. Aveva 51 anni era di origini rumene.

Il triste conteggio delle “morti in carcere”, che sono in realtà persone uccise dal “sistema carcere”, salgono a 47 i suicidi avvenuti nelle carceri italiane dall’inizio dell’anno.

145 le persone uccise dal carcere nel 2013,

2.232 dal 2000 di cui 799 suicidi.

Addio a... Paul, Mario, Michele, Abdul, Gennaro, Giulio, Davide, Luciano, Angelo, Ahmed, Shota, Abdelaziz, Mario, Gilberto, Giovanni, Piero, Nikolaos, Luigi, Aniello, Vasil, Octavio, Mustapha, Denis, Mohamed, Carmine, Maurizio, Domenico, Daniele, Francesco, Romirez, Natale, Mohamed, Giuseppe e tanti altri/e

…della vostra morte chiederemo il conto…

…per farla finita col giudizio dei potenti

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Russia. Un Putin alternato

Russia. Un Putin alternato:

da una parte una dura stretta repressiva sull’informazione con la chiusura della storica agenzia Ria Novosti; dall’altra il presidente russo ha inviato alla Duma, il parlamento russo perché lo approvi, un provvedimento di amnistia che secondo quanto ha riferito il capogruppo del partito Russia unita Vladimir Vasilyev, potranno usufruirne circa 25mila persone. questa amnistia farebbe tornare in libertà i trenta attivisti di greenpeaceGreenpeace, gli ambientalisti dell’equipaggio dell’ provenienti da 18 diversi paesi, le Pussy Riot e anche gli imputati e imputate in parte in carcere per le manifestazioni dell’opposizione anti Putin a proposito del “caso Bolotanaya“. L’amnistia dovrebbe essere adottata entro la fine dell’anno, e attuata entro sei mesi dalla firma.
Secondo il quotidiano Izvestia, che diffonde la Pussynotizia e riporta la bozza dell’amnistia, questa sarà applicata a donne, che hanno figli piccoli, e a persone condannate secondo l’articolo 213 del codice penale russo, che individua il reato di “teppismo”.
L’amnistia verrà varata in occasione del 20° anniversario della Costituzione russa. Nel testo inviato alla Duma si legge che l’amnistia si applicherà a chi sconta una pena fino a cinque anni per “reati non violenti”, non potrà giovarsene dunque il leader d’opposizione Alexei Navalny, condannato per il reato di “appropriazione indebita su larga scala” e condannato con una sentenza sospesa.
Le due Pussy Riot, Maria Alyokhina, 25 anni e Nadezhda Tolokonnikova, 24, sono state condannate a una pena di due anni per “teppismo motivato dall’odio religioso”, per aver cantato insieme alle loro compagne di band una “preghiera punk” contro Putin nella cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca nel febbraio 2012.

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Giovedì 12 dicembre, presentazione Maelstrom a Trento

TAVAN 12 DICEMBRE RASTA

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CAMPAGNA PER LA CASSA DI RESISTENZA PER LE LOTTE NELLA LOGISTICA

CAMPAGNA PER LA CASSA DI RESISTENZA PER LE LOTTE NELLA LOGISTICA

LogisticaDa circa un anno anche a Roma ha cominciato a soffiare il vento della lotta dei lavoratori della logistica che dal 2008 corre per le città del nord Italia. Una lotta che funge da esempio nel panorama desolato che ha contraddistinto il conflitto fra capitale e lavoro nelle aziende italiane. Fra alti e bassi, questo movimento di facchini ha saputo incidere con una carica conflittuale dirompente dentro uno dei settori a più alto sfruttamento di manodopera e che più ricalca le dinamiche di potere e complicità politico-mafiosa mascherate dietro l’infame sistema delle cooperative.

In tale contesto infatti i lavoratori e le lavoratrici a maggioranza immigrata hanno fin da subito conquistato risultati contro la mediazione di sindacati concertativi e con un protagonismo diretto e non delegato. Questi lavoratori si sono organizzati attraverso il SI Cobas e, con la partecipazione di molti compagni e compagne in giro per l’Italia, sono riusciti fin da subito a trasformare una lotta rivendicativa in una lotta politica per la dignità e l’unità fra gli sfruttati, andando a volte anche oltre il recinto della propria lotta, fuori la Fiat di Pomigliano come nella difesa della lotta per la casa. Un grande entusiasmo ha pervaso la coscienza di molti compagni e compagne, nel vedere lo spirito e la determinazione con cui questi lavoratori hanno difeso la propria lotta in molti picchetti fuori dalle proprie aziende, vincendo inesorabilmente una lotta dopo l’altra con mille sacrifici.

Bloccare la logistica significa bloccare il flusso delle merci in questo paese e naturalmente lo stato e i padroni non sono rimasti indifferenti e hanno cominciato fin da subito, nel silenzio del lavoro quotidiano, a tentare di reprimere questo movimento. I padroni hanno intensificato contro i lavoratori quello che normalmente facevano già: licenziamenti politici individuali e di massa, vessazioni sul luogo di lavoro, riduzione delle ore, turnazioni non praticabili, mobbing ed isolamento. Contando nella complicità degli apparati dello stato e della magistratura, non si sono fatte attendere denunce e processi: 20 processati alla Bennet di Origgio, 55 denunce a Padova, fogli di via, 179 denunce per il picchetto fuori la Granarolo a lavoratori e compagni, aver precettato il comparto della logistica nella legge “antisciopero” in quanto si suppone essere la logistica un servizio essenziale(!?).

Il padrone utilizza la riduzione delle ore di lavoro per i lavoratori che si organizzano e le sospensioni come ricatto economico per dividere i lavoratori e costringerli ad abbandonare la lotta. Bisogna dunque organizzarsi e permettere a tutti di continuare a lottare anche nelle difficoltà imposte dal conflitto

E’ infatti la mobilitazione di lungo periodo e il paziente lavoro quotidiano che misura le lotte.

Nel particolare della realtà romana ci siamo già misurati con 14 sospensioni dal lavoro nella TNT, poi ritirate grazie alla lotta, anche se all’interno dei magazzini di via di Salone (Roma Est) e Fiano Romano vengono ancora oggi ridistribuite in maniera diseguale le ore di lavoro, privilegiando chi non sciopera e cercando in questo modo di logorare lentamente lo spirito dei facchini in lotta.

In questi giorni e’ partita la campagna nazionale di scioperi contro la TNT, visto che è stato avviato un processo di ristrutturazione il cui costo la TNT vuole che sia a carico di tutti i lavoratori, non solo dei facchini ma anche dei corrieri e degli impiegati diretti.

Adesso è giunto il momento di stringersi maggiormente intorno a questa lotta e di dotarsi di una cassa di resistenza per far fronte alla repressione padronale e poliziesca. Lo sviluppo e l’espansione numerica e territoriale delle lotte nella logistica e la repressione nei confronti di militanti non concedono infatti più la possibilità di iniziative episodiche o legate al singolo caso o alla specifica vertenza.

Invitiamo tutti e tutte a supportare queste lotte anche grazie al sostegno economico per i lavoratori colpiti dai licenziamenti, dalle riduzioni di orario e dai procedimenti penali.

Invitiamo a sostenere la campagna di boicottaggio della Granarolo e della TNT.

Per non pesare sulla cassa di resistenza nazionale che vede già mobilitati per le spese legali della Granarolo e della Bennet, abbiamo istituito una cassa di resistenza per i facchini romani.

RIPRODUCI IL CONFLITTO – SOSTIENI LA CASSA DI RESISTENZA!

Prossime iniziative per sottoscrivere alla cassa di resistenza:

@Lucernaio Occupato La Sapienza – 7 dicembre ore 17
– presentazione del libro: “EN AMAZONIE” di Jean-Baptiste Malet
parteciperanno: l’autore del libro, rappresentanti del Si Cobas, l’assemblea di sostegno alle lotte della logistica e gli operai dei magazzini in agitazione
A seguire aperitivo di sottoscrizione per la cassa di resistenza

@Forte Prenestino – 12 dicembre ore 18.30
– ASSEMBLEA CITTADINA SULLE LOTTE DELLA LOGISTICA
invitiamo tutti e tutte a partecipare per conoscere i lavoratori, la lotta gli scioperi e le campagne di boicottaggio. Saranno presenti delegati dei magazzini in lotta.
A seguire cena di sottoscrizione per la cassa di resistenza alla cucina del forte e musica al pub

@Ex-Snia – 21 dicembre ore 20
cena sociale in sottoscrizione della cassa di resistenza
Ore 21:30 OPEN CLASS DI LINDY HOP a cura di Swingaddicted
Ore 22:30 SWING TO THE FUTURE -> dai capolavori della Big Band Era alle nuove sonorità Electro Swing double dj set di Lucie Q Djette & Ale G

Assemblea di supporto alle lotte della logistica – Roma

Si Cobas – Coordinamento di Roma

 

 

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Lavoratori della logistica in lotta

Logistica28 Nov

SCIOPERO NAZIONALE E STATO D’AGITAZIONE AI MAGAZZINI TNT

Giovedì 28 Novembre i facchini dei magazzini Tnt di Milano, Treviso, Torino, Brescia, Padova, Piacenza, Ancona e Bologna sono entrati in sciopero dopo mesi di mobilitazione e dopo ripetuti affronti da parte dell’azienda.

Anche a Roma, nei magazzini di Fiano Romano, via di Salone e Ciampino, un centinaio di lavoratori si sono ritrovati fuori i cancelli dei magazzini per dire NO! al piano di ristrutturazione aziendale in corso e per denunciare le pessime condizioni di lavoro che caratterizzano tutto il settore della logistica.

Come in tutti gli altri magazzini della Logistica, infatti, anche in Tnt i lavoratori sono trattati da schiavi con la complicità delle cooperative: i facchini sono costretti a carichi e orari di lavoro massacranti, sotto gli insulti e le minacce di capi e caporali, sottopagati rispetto alle ore di lavoro effettuate e senza retribuzione degli straordinari, mentre i corrieri si trovano costretti a correre nel traffico per 12 ore con l’obiettivo di fare il maggior numero di consegne per portare a casa un misero stipendio.

Come se non bastasse la TNT, con la complicità dei sindacati confederali ha approvato un piano di ristrutturazione che prevede da gennaio 2014 la messa in mobilità di 1/3 degli impiegati diretti e la diminuzione delle commesse in Italia. Questo piano di ristrutturazione naturalmente avrà delle conseguenze sulle cooperative di facchini e corrieri in quanto con la diminuzione delle ore di lavoro ci saranno licenziamenti e cassa integrazione anche per tutti i lavoratori di tutte le cooperative in tutta Italia.
Una ristrutturazione che non è giustificata da nessuna crisi economica, ma soltanto dal mancato raggiungimento dei profitti prefissati che si vuole far pagare come sempre sulle spalle di chi lavora.

In questi mesi i facchini hanno dimostrato grande determinazione a non cedere ai ricatti e alle provocazioni padronali, scioperando e scendendo in piazza, come il 23 novembre a Bologna, contro lo sfruttamento del lavoro nei magazzini.

Gli obiettivi di fondo della vertenza aperta dagli stessi operai sono quelli classici di tutto il settore: rispetto delle tariffe e maggiorazioni previste dal CCNL, pagamento di tutti gli istituti al 100% (ferie, 13ma, 14ma, ecc.), riconoscimento dei livelli e dell’anzianità, e una ripartizione equa delle ore e dei carichi di lavoro.

Il termine per una possibile interlocuzione con l’azienda era stato fissato per martedì 26 Novembre e, non avendo ricevuto alcuna comunicazione in merito, i lavoratori sono ricorsi allo strumento di lotta più efficace che abbiano in mano, lo sciopero!

Il 28 Novembre, quindi, i lavoratori hanno indetto lo stato di agitazione permanente in tutti i magazzini d’Italia, bloccando per due ore l’intera produzione nazionale. A questo faranno seguito altre iniziative di sciopero improvvise finché l’azienda non darà una risposta sicura e soddisfacente.

Se la Tnt e le cooperative pensano di risolvere il conflitto con ricatti e false promesse commettono un grave errore. In questo periodo, a ridosso delle festività natalizie, i carichi di lavoro per facchini e driver sono triplicati e, di conseguenza, anche i profitti dell’azienda subiscono una notevole impennata. Nelle mani di facchini e driver, passa infatti tutta la merce che riempie i negozi, rifornisce le fabbriche e giunge direttamente a casa del consumatore. Colpire adesso significa provocare un grosso danno economico all’azienda, che si ripercuote sull’intera catena produttiva. Affinché l’intero progetto aziendale di ristrutturazione non si abbatta sui lavoratori, per fermare licenziamenti e cassa integrazione, per non cedere ai ricatti e alle minacce dei dirigenti TNT e dei “capetti” delle cooperative, l’unica strada percorribile dai lavoratori è la lotta!

Assemblea di supporto alle lotte della logistica – Roma

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