Repressione, che fare?

Che fare per difenderci dalla Repressione?

PinocchCon queste righe provo a ripercorrere, brevemente e schematicamente, l’operare delle istituzioni poliziesco-giudiziarie, di ciò che chiamiamo comunemente “repressione”, in ambito capitalista e negli stati europei e nordamericani, nel sanzionare i conflitti sociali e politici ma anche i cosiddetti “crimini comuni”, ossia l’extralegalità diffusa.

Con queste righe provo a dare un contributo per analizzare le linee di tendenza della repressione e decidere cosa fare, come movimento di opposizione e di trasformazione rivoluzionarie della società. Ossia decidere se sia possibile e opportuno agire pratiche sovversive sulla coppia legittimità/legalità e come rispondere ai colpi che la repressione ci affibbia frequentemente.

intorno ad alcune tesi circolanti nel movimento

Come operare sull’opposizione legittimità/legalità? Enucleo sostanzialmente due blocchi di tesi; ovviamente il dibattito nel movimento è molto più articolato e ricco, ma per comodità schematizzo a due posizioni: in una ci si ripromette di “allargare il recinto della legalità”, ossia ottenere, con la mobilitazione e le lotte, la soppressione di alcune leggi che gravano sul conflitto sociale organizzato. In pratica si chiede al parlamento di abrogare alcune norme che puniscono pesantemente manifestazioni, cortei, picchetti, occupazioni di case, ecc. (ad esempio: la richiesta di abrogare la ripugnante e fascista norma di “devastazione e saccheggio” o i reati associativi, ecc.). Un’altra linee di condotta propone, al contrario, di operare “fuori del recinto della legalità”, costruendo situazioni autorganizzate, che possano diventare strutture permanenti di “un’altra legalità”, radicate fortemente su ciascun territorio e poi organizzate tra di loro, legittimate dai bisogni proletari; un “contropotere” dal basso che si contrapponga al potere “legale”.

Io propendo per la seconda linea di condotta e provo a motivare il perché.

Un balzo indietro di qualche secolo. A grandi linee si può affermare, con buona approssimazione, che la borghesia rivoluzionaria del XVII-XVIII secolo, o almeno la sua parte intellettuale e anche il suo comitato d’affari, avesse la presunzione di costruire un mondo di uomini docili, operosi e rispettosi del potere. Tuttavia quella classe rivoluzionaria non riuscì a scrollarsi di dosso i legami col vecchio sistema di punizione “teologico”. Come nota Marx [Sacra Famiglia]: “si vuole legare la vendetta contro il delinquente con la espiazione e con la coscienza del peccato del delinquente, la pena corporale con la pena spirituale” …il collegamento della pena giuridica con la tortura teologica, hanno la loro esecuzione più decisa nel sistema del carcere cellulare“. Si riferiva, Marx, al modello di carcerazione “Filadelfiano”, sperimentato negli Usa, basato sull’isolamento, esaltato da Tocqueville e da questi importato in Europa. Il dibattito interno alla borghesia trionfante, intorno al sistema penitenziario, verteva sulla ricerca di una punizione in grado di emendare il reo e che riuscisse a renderlo cosciente delle colpe che la sua immoralità gli impediva di percepire, instillandogli il valore di una vita regolare e laboriosa. Per poi inserirlo negli opifici in continua espansione.

Certo bisognava educare, anche con durezza, anche con la casa di lavoro coatto, anche con la disciplina imposta con la frusta, anche con la separazione rigorosa, con l’esclusione sociale, con la reclusione e con le punizioni corporali, insomma col grande internamento dei secoli XVII e XVIII, in “luoghi chiusi” dove “tutti i vagabondi, malfattori, lazzaroni e i loro pari, potessero esser colà rinchiusi a mo’ di pena e potessero venir occupati nel lavoro per quei periodi di tempo che i magistrati ritenessero convenienti considerando i loro reati o misfatti“. Ed ecco sorgere le Poor Law e le Workhouse in Inghilterra, le Rasp-huis in Olanda, l’Hôpital in Francia, ecc. Queste scelte si basavano sull’assunto che la disoccupazione e la povertà fossero il portato di carenze morali personali e non di fattori strutturali, economici.

Tesi che si riaffacciano oggi, dopo quattro secoli. Alcuni autori, ci dice Wacquant, affermano che la disoccupazione e la povertà siano il portato di carenze morali personali e non di fattori strutturali ed economici, arrivando a teorizzare un vero e proprio paternalismo di stato, di uno stato forte che sappia sconfiggere la passività dei poveri attraverso la disciplina del lavoro e il rimodellamento autoritario del loro stile di vita. Dunque uno stato che ha la sola responsabilità di riattivare un processo di disciplinamento idoneo a stimolare tali individui al lavoro: «le politiche tradizionali dilotta contro la povertà adottano un approccio compensatorio, tentando di rimediare al deficit di reddito e qualificazione di cui soffrirebbero ipoveri a causa delle condizioni svantaggiate del loro ambiente sociale (…) all’opposto, i programmi paternalistici insistono sugli obblighi. L’idea centrale è che i poveri necessitino non tanto di sostegno, quanto soprattutto di una salda strutturazione»” [L. Wacquant, Parola d’ordine tolleranza zero. La trasformazione dello stato penale nella società neoliberale]

La borghesia trionfante però non riuscì nell’intento di produrre un società di lavoratori dediti a un’esistenza tranquilla, regolare e laboriosa. E dunque, sulla fine del XVIII secolo, si fece strada nella coscienza borghese la consapevolezza dell’ineluttabilità del fenomeno della extralegalità e dell’emarginazione, dell’impossibilità del modo di produzione capitalistico di assorbire tutti gli uomini in attività lavorative, permanentemente e con condizioni di vita dignitose. I programmi pedagogici di eliminazione del pauperismo per mezzo di una coazione al lavoro si scioglievano al sole cocente delle crisi periodiche e delle ristrutturazioni accelerate con massicce espulsioni di forza lavoro; restava l’esigenza, molto meno pretenziosa ma necessaria, di limitarsi a controllare e governare il fenomeno.

Per dirla con Marx, l’economia politica classica prese coscienza del fatto che “l’accumulazione di ricchezza ad uno dei poli è (…) al tempo stesso accumulazione di miseria, tormento di lavoro, schiavitù, ignoranza brutalizzazione e degradazione morale al polo opposto [Il Capitale]. Il problema della miseria divenne quello di contenerne al massimo i costi sociali e politici, non più offrendo lavoro a chi ne fosse privo, anche se nel chiuso di una casa di lavoro, ma punendo severamente lo stato d’indigenza.

Questa consapevolezza si fece pratica e produsse un recinto dai contorni netti che venne chiamato “legalità”: luogo frequentato, oltre che dai ceti medi e piccolo-borghesi, dai lavoratori operosi, quelli che si lasciano sfruttare senza ribellarsi, che rispettano le leggi e anche le consuetudini, che osservano la morale “propria di lavoratori dedita al sacrificio” e alle ristrettezze, e tutti gli altri dettami ideologici. È in questo recinto della legalità che è avvenuta la riproduzione dell’ordine capitalistico e anche del “cittadino ossequioso”; è nel recinto di quella legalità che si è consolidato il modo di produzione capitalistico.

A lato di questo circuito se ne produsse un altro: quello della extralegalità che non si riusciva a eliminare e andava tenuta permanentemente sotto controllo; l’espansione di questo circuito dipendeva, in gran parte, dalle oscillazioni del mercato del lavoro, ma le pratiche extralegali venivano regolate dall’azione poliziesca-giudiziaria.

Qualcuno obietterà che la borghesia, ieri e oggi, non si è fatta scrupolo di cavalcare sentieri di feroce illegalità (dall’autorizzazione della corona inglese alle bande di criminali -corsari- che per i mari e sulle coste saccheggiavano, impalavano e depredavano i mercantili e i porti per consentire all’Inghilterra il dominio sui mari; alle centinaia di trattati violati dai coloni americani per annientare la presenza di nativi; fino alle attuali “guerre umanitarie” che violano precedenti trattati, o alle “trattative stato-mafia”, ecc., ecc.,) ma tutto questo fa parte del “business” dei capitalisti. Il recinto della legalità, al contrario, serve per organizzare i cittadini; il rispetto della legalità viene imposta a ciscun cittadino, per il bene comune, per l’interesse generale ed è compito delle istituzioni; come nota Gramsci [Quaderni dal carcere. Note su Machiavelli, sulla politica e sullo stato moderno], è “un compito educativo e formativo dello Stato” in grado di far “diventare libertà la necessità e la coercizione”… “di adeguare la civiltà e la moralità delle più vaste masse popolari alla necessità del continuo sviluppo dell’apparato economico di produzione…”

Avviene così che le casa per poveri si trasformano in prigioni vere e proprie con funzione intimidativo-disciplinante. È la conclusiva perdita, da parte della borghesia, di ogni vocazione progressista.

Si stabilizza così una quota di reclusi nelle galere, che oscilla secondo le esigenze del mercato del lavoro, e la carcerazione diventa, via via, l’unica forma di punizione.

il “grande internamento” liberista

Oggi, all’interno della crisi-ristrutturazione liberista iniziata nella seconda metà degli anni Settanta, non solo non è possibile immaginare una popolazione in cui tutti siano lavoratori operosi, ma le previsioni dei governi liberal-borghesi dei paesi industrializzati prevedono quote di disoccupazione strutturale che oscillano dal 20 al 40% e oltre, con cui si dovrà convivere.

È proprio dalla seconda metà degli anni Settanta (in Italia il liberismo approda anni dopo grazie alla “resistenza” di un combattivo movimento rivoluzionario, in parte armato) che inizia l’attuale “grande internamento” liberista!

Vediamolo dai dati delle presenza in prigione. Nel ventennio 1975-1995, inizio dell’offensiva liberista negli Usa, il totale dei detenuti nelle varie case di reclusione statunitensi: di contea, statali e federali, passava dalle 380.000 unità del 1975, a circa 1.500.000 del 1995, per poi sfondare il tetto dei due milioni nel 1998 e arrivare a 2,5 milioni del primo decennio del nuovo secolo.

Anche in Europa e in Italia, pur non uguagliando incrementi così clamorosi, si è assistito al raddoppio della popolazione prigioniera. In Italia, nel 1989 sono 30.989 le presenze in carcere, che scendono a 26.150 grazie all’amnistia del ’90; nel 2000 sono 53.165 le presenza e, nel 2011, arrivano a superare il record di 66.000, per scendere a circa 61.000 nel febbraio-marzo 2014 grazie ai provvedimenti “svuota carceri” fatti in fretta e furia dopo l’ennesimo richiamo della Corte europea dei diritti dell’uomo.

È utile valutare l’andamento e gli esiti dell’attuale crisi-ristrutturazione anche da questo punto d’osservazione; ossia dal rapporto repressione/classi pericolose, per enuclearne i motivi che incrementano la carcerazione. I motivi vanno dal progressivo deprezzamento del valore del lavoro, all’abbattimento del salario indiretto (welfare, servizi sociali), al più generale abbassamento delle condizioni di vita delle masse proletarie. Questi elementi legati strettamente al rapporto capitale/lavoro, secondo il classico insegnamento di Rusche e Kirchheimer [Georg Rusche, Otto Kirchheimer, Pena e struttura sociale, il Mulino, 1978 il libro si può scaricare all’indirizzo- http://www.ristretti.it/areestudio/cultura/libri/pena_e_struttura_sociale.pdf. Si tratta diun’analisi accurata dei sistemi punitivi all’interno della contraddizione capitale/lavoro], sono il fondamento di un incremento dell’afflittività e del quantitativo complessivo di penalità praticata in un dato sistema sociale. Così come il riemergere e l’espansione di una popolazione soprannumeraria, il classico esercito industriale di riserva e il conseguente aumento di carcerazione, che la crisi-ristrutturazione determinano, espongono l’ordine sociale ad una crisi di legittimità, che può essere agito da movimenti rivoluzionari.

È ormai sotto gli occhi di tutti che la crescita della popolazione detenuta non trova alcuna corrispondenza in un parallelo aumento dei tassi di violazione della legge, che, al contrario, sono in calo; la composizione sociale della popolazione detenuta negli ultimi decenni ha accentuato la sua classica funzione di contenitore della marginalità economica e sociale: “le carceri americane, infatti, contrariamente a quanto sostiene la vulgata politico-mediatica dominante, sono piene zeppe non di criminali pericolosi e incalliti ma di piccoli delinquenti condannati per questioni di droga, taccheggio, furti o addirittura disturbo della quiete pubblica, provenienti in larga maggioranza dalle frazioni precarizzate della classe operaia, in particolare da famiglie del sottoproletariato di colore residenti nelle città maggiormente colpite dalla trasformazione congiunta del regime salariale e della protezione sociale“[L. Wacquant, Parola d’ordine tolleranza zero. La trasformazione dello stato penale nella società neoliberale]

Il ruolo del sistema penale borghese nel governo delle nuove forme di senza-reddito, nella gestione del riedito esercito industriale di riserva nelle strategie del controllo sociale si è progressivamente riappropriato di quelle funzioni di politica sociale e di governo della marginalità sociale che il welfare gli aveva progressivamente sottratto. “… adottando una politica d’erosione sistematica delle istituzioni pubbliche, lo stato abbandona alle forze del mercato e alla logica del ciascuno-per-sé interi settori della società, e in particolare coloro che, privi di ogni risorsa economica, culturale o politica, dipendono totalmente da esso per l’accesso all’esercizio effettivo della cittadinanza“. [Loïc Wacquant – L’america come utopia rovesciata, in “aut/aut”, nº 275, 1996]

D’altronde lo stesso Marx sottolineava il ruolo che aveva avuto il sistema penale nell’affermazione del capitalismo: “Qui effettivamente il diritto penale può vantare grandi meriti nei confronti del capitale [D. Melossi, Criminologia e marxismo: alle origini della questione penale nella società de «Il Capitale»]. Allo stesso modo per il ruolo dello stato, dileggiato dal pensiero liberale della borghesia, che lo voleva “sottile” e poco ingombrante, ma non disdegnava, in quella fase della sua storia, la cosiddetta fase “mercantilista”, ed anche in altre innumerevoli fasi, di utilizzare in modo diretto le leve statali per i suoi bisogni di valorizzazione.

L’ordine capitalistico che si è andato costruendo in tale contesto ha pervaso tutta la società e le individualità che la compongono. Come nota Foucault ….”Quando penso alla meccanica del potere, penso alla sua forma d’esistenza capillare, al punto in cui il potere tocca il granello stesso degli individui, raggiunge il loro corpo, viene ad inserirsi nei loro gesti, i loro atteggiamenti, i loro discorsi, il loro apprendimento, la loro vita quotidiana” un potere, insomma, che si esercita “nel corpo sociale” e non “al di sopra del corpo sociale[Foucault microfisica del potere]. Un potere che si esplica in micro-relazioni e si basa su un “bilanciamento asimmetrico di forze [D. Garland, Pena e società moderna] in cui la parte che prende il sopravvento trova il surplus di forza da opporre alla resistenza della controparte, nella capacità di oggettivarla, assoggettandola in un discorso che ne faccia un oggetto di sapere.

Alcuni hanno voluto contrapporre le tesi sul carcere e la repressione ritenute “rigidamente materialiste” di Rusche e Kirchheimer (e tanti altri), incentrate sulla contraddizione capitale/lavoro, a quelle di Foucault; io penso, al contrario, che queste ne costituiscano un completamento. Foucault ha posto in evidenza quel legame fra potere e sapere in cui risiede tutta la forza dei moderni meccanismi di controllo sociale, che appaiono inesorabili e irresistibili, ma proprio in ciò manifestano la loro debolezza.

prognosi di pericolosità e strategia invalidante

Lo vediamo bene in questa fase di crisi-ristrutturazione liberista in cui tutti gli strumenti esistenti: dalle istituzioni giudiziarie, a quelle finanziarie e monetarie, agli stati e alle organizzazioni internazionali, ai resti del movimento operaio, alle religioni e alla morale, proprio tutto è stato messo al lavoro per risollevare le sorti della valorizzazione del capitale e rilanciare un ciclo di sviluppo capitalistico. Un percorso che può sembrare totale e corazzato ma che crea tante di quelle contraddizioni che sarà molto difficile, per il capitale, uscirne indenne.

Confrontando l’enorme crescita della popolazione detenuta, tale da far parlare, appunto, di “nuovo grande internamento” e la non crescita, addirittura il calo, dei reati gravi (quelli contro la persona), si ha la certezza che, da quando è iniziata la crisi del welfare e il peggioramento delle condizioni delle classi subalterne, la Repressione ha aumentato la sua efficacia. Proprio in vista del potenziale pericolo di agitazioni e comportamenti non omologati. L’impegno repressivo, in tutta una prima fase, ha tenuto d’occhio non tanto i conflitti organizzati sindacalmente o politicamente, ma prevalentemente le azioni singole o collettive di attività extralegali, quali lo sviluppo della cooperazione diffusa delle attività illegali nelle grandi città, non legate né inserite nella grande malavita organizzata (con la quale il potere tratta e fa affari in comune) che vanno a formare bande giovanili nelle periferie, la diffusione di gruppi di ultras, le nuove forme di truffe nella rete informatica, ecc., ecc. Il controllo del conflitto sociale e politico è stato delegato, per tutta una fase e dopo la pesante sconfitta degli anni Settanta, al movimento operaio istituzionale e al nuovo ceto politico che veniva a formarsi dentro il movimento con il ruolo di mediare e ricondurre all’interno del sistema qualche scheggia che ne fuoriuscisse.

Dal punto di osservazione della impostazione teorica, sembra che per alcuni versi le scelte repressive d’oggi ricalchino quelle del primo grande internamento:

trasformare i servizi sociali in strumenti di sorveglianza” (L. Wacquant, Dallo Stato caritatevole allo stato penale. Note sul trattamento politico della miseria in America) sulle classi povere, veri e propri strumenti di controllo indiretto sulla vita degli strati popolari, che per mantenere quanto resta dei sussidi che lo stato elargisce a loro favore sono tenuti al rispetto di rigidi obblighi di condotta e soprattutto ad accettare qualsiasi lavoro venga loro offerto. E qui siamo ancora al metodo classico.

Due forme allora furono proposte: neutralizzazione collettiva (in base alla quale una pena detentiva fissa sarebbe stata applicata a tutti gli autori di un particolare tipo di reato, ritenuto sintomo di particolare pericolosità) e neutralizzazione selettiva (in base alla quale le pene detentive più lunghe sarebbero dovute essere applicate ai delinquenti ritenuti più pericolosi, indipendentemente dal reato commesso). Si scelse la seconda, dato che la prima avrebbe determinato il rischio di un eccessivo sovraffollamento carcerario e la possibilità di disordini sociali.

Così al giro di boa del secolo e del millennio, la scienza giuridica e la pratica repressiva, riscopre e riapplica la classica teoria della prognosi di pericolosità, una previsione probabilistica sui comportamenti fuori-legge dei soggetti osservati; allo stesso modo del calcolo attuariale delle imprese di assicurazioni per prevedere il rischio. Previsione non più allo scopo rieducativo ma invalidante; allo scopo di rendere incapaci i delinquenti più pericolosi e i sovversivi.

Questo dell’invalidazione sembra essere il terreno scelto per tenere sotto controllo il disordine sociale e la potenziale trasgressione; un nuovo sistema di governo poliziesco dell’universo della marginalità sociale.

Gli esempi non mancano e sono stati sperimentati nelle periferie urbane e negli stadi: dal daspo (Divieto di Accedere alle manifestazioni SPOrtive), al foglio di via, al domicilio coatto, ecc., ma anche l’uso, assai diffuso, delle misure di controllo nella “custodia cautelare” (domiciliari, firme, ecc) in luogo della carcerazione.

la “delinquenza” è espressione della lotta di classe?

Da quanto detto sopra, da questo tentativo stringatissimo (con inevitabili schematizzazioni di processi complessi) nel ripercorrere la politica penale degli ultimi secoli per giungere ad oggi, al grande internamento liberista, mi sono convinto, e spero di convincere altre e altri, che oggi la “delinquenza” è chiara espressione della conflittualità sociale, della lotta di classe. Oggi più di ieri.

Mi rendo conto che è un’affermazione un po’ eretica per l’eccessivo moralismo perbenista che grava, purtroppo, su grandissima parte della società e su buona parte del movimento, ma credo sia comunque un interrogativo ineludibile per capire lo svolgersi della questione sociale-penale e le sue tendenze e, conseguentemente, come immaginare -standoci dentro- un conflitto sociale in grado di sovvertire l’ordine capitalistico esistente.

È venuta meno la vecchia struttura produttiva basata sulla grande fabbrica, in cui forte era la presenza di organizzazioni sindacali e politiche e la frequente conflittualità, che ha consentito al proletariato urbano livelli di vita, di protezione e di sostegno, inimmaginabili nei secoli passati, ed ha rappresentato il volano per il decollo di tutte le altre rivendicazioni di carattere sociale-civile, che ha – dall’altra parte – consentito una integrazione di questa classe nel “mondo dei diritti”, ma anche all’interno del rispetto della “legalità”. Eppure se riflettiamo attentamente, si è evidenziato il fatto che, proprio nel momento storico di massima integrazione della classe operaia nel “mondo dei diritti”, settori consistenti di questa classe abbiano espresso tutta la loro contrarietà a “integrarsi nella schiavitù dorata”, manifestando l’insopprimibile desiderio alla libertà e all’aspirazione rivoluzionaria.

Poi, le esigenze del capitale e le sue armate hanno prevalso. E oggi ai lavoratori, ai proletari in esubero e ai sottoproletari resta la sola possibilità di inserirsi nell’altro recinto, quello di chi recupera reddito dal lavoro extralegale aderendo a una sottocultura di strada fortemente non-omologa all’ordine esistente, ma dispersa e inefficace. Ma che potrebbe, organizzandosi, diventare antagonista e, perché no, rivoluzionaria.

invalidare selettivamente

Vediamo più da vicino la novità del nuovo indirizzo criminologico che poi diventa politica criminale e che postula l’utilizzo della pena detentiva non solo con finalità retributive, riabilitative oppure di deterrenza anche terrorizzante, ma soprattutto con lo scopo di invalidare, rendere incapaci i delinquenti più pericolosi e i sovversivi: “il suo obbiettivo non è di eliminare il crimine ma di renderlo tollerabile“.

Questa è la novità: invalidare!, ma selettivamente. Pur continuando a operare la pratica deterrente-terrorizzante.

Oltre alla sperimentazione fatta sulle tifoserie del calcio e sulle bande giovanili, c’è da considerare la larga diffusione negli Usa e nell’Europa del nord delle cosiddette “misure alternative”.

Anzitutto va fatta una fondamentale precisazione: per chi sta in carcere e anche per chi gli/le è solidale, queste “misure” vanno sempre preferite alla carcerazione intramuraria, evitando così stupide affermazioni ideologiche spesso sulla pelle di altri/e. Ma qui stiamo analizzando il procedere del sistema repressivo e di controllo. Con le “visite” a domicilio della polizia, durante i controlli giornalieri, si rende difficile alle persone controllate di partecipare ad avvenimenti oppure di frequentare i loro ambienti dove maturano le attività che si vogliono sanzionare. Durante le “misure alternative” la polizia entra nel domicilio del controllato/a e scheda chiunque ne condivida l’abitazione, lo stesso fa nel suo posto di lavoro, a chi è sottoposto a queste misure è vietata la frequentazione di luoghi in cui ci siano “pregiudicati”, il controllo poliziesco scandisce la sua giornata e lo/la segue ovunque, monitorizza gli ambienti limitrofi, si insinua in tutti i luoghi che frequenta, diffondendo la deterrenza e la presenza poliziesca in ambienti sempre più vasti.

Fate una prova: chiunque storcerà la bocca, anche un inossidabile filo-americano, quando gli sbatti in faccia i 2 milioni e mezzo di carcerati negli Usa, ma nessuno, nemmeno di estrema sinistra, farà una piega se gli si ricorda che circa 5 milioni sono in “controllo penale esterno” ossia in misure alternative, con obblighi, controlli e divieti. Cinque milioni di persone costituiscono un potente dispositivo di invalidazione di massa, che opera su di loro e si espande sugli ambienti di provenienza e di frequentazione.

Per chi viene imprigionato/a l’invalidazione si attua con l’isolamento e la differenziazione. La sperimentazione attuata dal personale politico-militare negli anni Settanta e Ottanta per mezzo dell’art. 90, dei “braccetti di lungo controllo”, e le tante forme di differenziazione, i duri regimi di detenzione speciale e le restrizioni interne, avevano il compito terroristico per indurre alla delazione o alla dissociazione (questo ruolo rimane nei confronti degli appartenenti alla criminalità organizzata per ottenere la delazione col 41bis, il 4bis, ecc.); per tutti gli altri e le altre queste differenziazioni si pongono il compito di isolare tra loro, isolare con l’ambiente da cui provengono e isolare dalla popolazione prigioniera i possibili agitatori e organizzatori di conflitti interni al carcere.

Il ciclo è compiuto: dalla Repressione correzionale, a quella deterrente, infine quella invalidante!

quale diritto?, quali diritti?

Riprendendo il concetto di “legalità”, va capito il ruolo che svolgono strumenti come il diritto, i diritti e l’assistenza. Per loro vale la definizione classica: sono “meccanismi idonei a produrre nell’individuo conformità ad una norma”. In generale sono strumenti atti a riprodurre l’ordine esistente tollerando modifiche che non intacchino l’ordine stesso.

A tal proposito Foucault riporta la polemica settecentesca nei confronti della monarchia, descritta quale istanza di potere arbitrario ed irrazionale, polemica che non era diretta, ad un’attenta valutazione, contro il concetto di sovranità e la correlativa rappresentazione “giuridica” del potere, bensì contro gli eccessi e le irregolarità che connotavano l’utilizzo della sovranità da parte del monarca. L’attività dei riformatori fu infatti diretta ad una rifondazione più razionale della sovranità, a favore della costruzione di un centro di potere senza scarti o irregolarità. Questo importante snodo storico fra XVIII e XIX secolo “non ha messo in dubbio il principio che il diritto debba essere la forma stessa del potere e che il potere debba sempre esercitarsi nella forma del diritto[M. Foucault, La volontà di sapere].

il controllo extragiudiziario

Il controllo si avvale di vari meccanismi; da quello imperativo, sia esso un divieto oppure un obbligo, che si realizza per mezzo dell’apparato giudiziario poliziesco, ma anche per mezzo di quello in grado di creare atmosfere culturali in cui siano desiderabili alcuni comportamenti, sia conveniente raggiungere certi obiettivi e non altri, insomma tutto quello che non produca deviazioni rispetto ad un dato modello comportamentale. E oggi il controllo sociale nel suo complesso attribuisce sempre più maggiore rilevanza a fattori di controllo che non provengono direttamente dall’apparato giuridico-poliziesco.

Ciò avviene nel quadro di quella «democrazia d’opinione», in cui conta l’enfasi “massmediatica” nel raccogliere consensi. In tale contesto la politica criminale è impostata su sentimenti elementari quali “paura”, “insicurezza”, “rancore”, “vendetta” che trasformano il meccanismo che elargisce sanzioni in una risorsa per la conquista del consenso politico per mezzo dell’individuazione del “nemico pubblico” in grado di rafforzare la coesione sociale intorno al sistema di potere.

Le funzioni dello Stato hanno perso, per ora, gran parte delle attività e decisioni in merito alle questioni economiche, ma hanno accentuato la loro attività come meccanismo per giungere alla formalizzazione di norme di comportamento per la regolazione dei settori più importanti della vita sociale. Però è anche successo che, cominciando a intravvedere i “danni” del liberismo e della globalizzazione, al fatto che si spostava via via l’accento dalla politica all’economia, molte persone prima e i filosofi e politologi poi, scoprivano che la sovranità delle multinazionali, così come quella delle medie aziende, è assai più feroce di quella dello stato, il quale nonostante la sua ferocia, nel 900 ha partorito un patto del lavoro (grazie a durissime lotte) che ha migliorato di molto le condizioni delle masse proletarie, e così le genti e molti filosofi si affannano, contraddittoriamente, nel ritornare al Machiavelli e alla sua sovranità dello stato.

legalità/ legittimità

Come è noto, Marx espone accuratamente il processo di espropriazione realizzato dalla borghesia: fine del servaggio e delle corporazioni, nonché delle città sovrane, e quindi nascita del proletariato (eslege), cioè di individui che possono vendere sul mercato soltanto la propria forza-lavoro. Il “processo che crea il rapporto capitalistico” – che è sostanzialmente un processo di “separazione del produttore dai mezzi di produzione” – produce conseguenze, oltre che economiche, anche sociali, nelle cui fasi “grandi masse di uomini vengono staccate improvvisamente e con la forza dai loro mezzi di sussistenza e gettate sul mercato del lavoro come proletariato eslege [Il Capitale]

Ma lo stesso Marx ci racconta pure come l’espropriazione si “attuò come azione violenta individuale, contro la quale la legislazione [dell’epoca] combatté, invano, per centocinquant’anni” e ci chiarisce perché si dimostrarono inefficaci le azioni dei governi e dei poteri “legali” dell’epoca per contrastarla. Per far ciò prende a riferimento gli Essays, civil and moral, di Francis Bacon, nei quali il filosofo-giurista inglese commenta con favore un provvedimento di Enrico VII (nel 1489), che cercava di impedire l’usurpazione delle terre comuni consentendo, al contrario, di “far crescere i sudditi di ricchezza sufficiente e di condizione non servile, e di mantenere l’aratro in mano di proprietari non di mercenari“. Marx ci propone uno strumento interpretativo eccezionale, spiegando che “quel che chiedeva il sistema capitalistico era una condizione servile della massa del popolo; la trasformazione di questa in mercenari, e la trasformazione dei suoi mezzi di lavoro in capitale“. E così, tempo dopo, la “legalità altra”, quella degli espropriatori extralegali, che aveva la sua forza nella necessità della produzione capitalista, diventò legge e i governi si piegarono a questa “nuova legalità” che aveva dalla sua la legittimità in quanto produceva molti più beni.

Da allora in poi, fu la “la legge stessa” a diventare “veicolo di rapina delle terre del popolo“. Questo fu “il progresso del XVIII secolo“: l’attuazione pratica di un “colpo di stato parlamentare“, come lo chiamò Marx, che consentì di “trasformare la proprietà comune in proprietà privata“; degnamente rappresentato dai “Bills for enclosures of commons” (la forma parlamentare del furto con gli enclosures acts, le leggi sulle recinzioni) altresì detti: “decreti di espropriazione del popolo“. Giungeva così a conclusione un processo iniziato sotto la forma della prevaricazione pura e semplice e già alimentato dall’esproprio dei beni ecclesiastici, a seguito della Riforma.

Da allora il sistema delle leggi, la legalità, si piegò alle misure che vietavano le aggregazioni operaie e fissavano dei rigidi tetti salariali, accompagnata da una legislazione terroristica contro ozio e vagabondaggio, che aveva il compito di costringere gli individui al lavoro, privandoli della forza contrattuale fornita loro dalla scarsità di manodopera, caratteristica del periodo. La capacità di contrattare le condizioni della loro prestazione d’opera si trovò così stretta tra i tetti salariali imposti dalla legge sul lavoro e la legge penale che imponeva sanzioni anche corporali contro chi fosse colto in stato d’inoccupazione.

Non era possibile che gli uomini scacciati dalla terra per lo scioglimento dei seguiti feudali e per l’espropriazione violenta e a scatti, divenuti eslege, fossero assorbiti dalla manifattura al suo nascere con la stessa rapidità con la quale quel proletariato veniva messo al mondo. D’altra parte, neppure quegli uomini lanciati all’improvviso fuori dall’orbita abituale della loro vita potevano adattarsi con altrettanta rapidità alla disciplina della nuova situazione. Si trasformarono così, in massa, in mendicanti, briganti, vagabondi, in parte per inclinazione, ma nella maggior parte dei casi sotto la pressione delle circostanze. Alla fine del secolo XV e durante tutto il secolo XVI si ha perciò in tutta l’Europa occidentale una legislazione sanguinaria contro il vagabondaggio. I padri dell’attuale classe operaia furono puniti, in un primo tempo, per la trasformazione in vagabondi e in miserabili che avevano subito. La legislazione li trattò come delinquenti «volontari» e partì dal presupposto che dipendesse dalla loro buona volontà il continuare a lavorare o meno nelle antiche condizioni non più esistenti[Il Capitale].

Possiamo a questo punto concludere che, in un dato ordine sociale, viene designato reato e come tale perseguito, non l’atto caratterizzato da un suo disvalore intrinseco e percepibile in senso assoluto, ma dalla relazione che il comportamento criminalizzato intrattiene con altri rapporti sociali fondamentali, ossia quelli relativi al modo di produzione.

…dunque il carcere

Quale ruolo ha assunto in questi passaggi il carcere? Bisogna riconoscere che il carcere si dimostrato capace di svolgere tutte le funzioni che, di volta in volta, gli venivano richieste. Da strumento in grado di aumentare le forze produttive e consentire l’immediata disponibilità di una forza lavoro a bassissimo costo, in momenti di carenza di mano d’opera, a strumento capace di smorzare/mitigare le conseguenze sociali più conflittuali. Il carcere è riuscito ad assumere un ruolo di integrazione forzosa dei proletari all’interno dell’ordine capitalistico, così come di neutralizzare quegli individui ritenuti più pericolosi e meno integrabili.

Per quelli e quelle che, encomiabilmente, si occupano dei problemi del carcere e di una possibile “umanizzazione” della detenzione, poniamo la domanda: si possono migliorare le condizioni della popolazione prigioniera? Come sembra chiedere oggi la cosiddetta opinione pubblica con il contorno di papi e presidenti. La risposta è semplice: NO!, il carcere non è riformabile in quanto deve mantenere il ruolo invalidante e di deterrenza terroristica: tanto più si degrada e svalorizza il lavoro in un contesto sociale, altrettanto afflittiva dovrà essere la sanzione penale, al fine di rendere preferibile anche la più degradata situazione lavorativa rispetto alla sanzione.

E ce lo ricordano Rusche e Kirchheimer:Ogni sforzo per una riforma del trattamento del delinquente trova il proprio limite nella situazione dello strato proletario, socialmente significativo, più basso, che la società vuole trattenere dal commettere azioni criminali“.

Per adempiere i nuovi compiti posti al controllo e alla repressione dall’immissione di nuove e notevoli masse di forza lavoro immigrata nel mercato del lavoro, il carcere ha partorito il suo prolungamento: il CIE (Centri di Identificazione ed Espulsione).

sanzione da sancire da sacro… dissacriamo la legalità!

Le conclusioni di queste righe non sono altro che le proposte che ho accennato in alcune assemblee, come quella del 14 marzo scorso:

uno– la Repressione è interna al conflitto di classe e al disordine sociale. Per il primo opera per riportarlo, o non farlo uscire, dal recinto della legalità; per il secondo opera per tenere il recinto della extralegalità ben distinto dall’altro, sottomesso e controllato perché non fuoriesca dal fisiologico andamento.

due– Che fare dunque? Abbiamo solo la possibilità di ridurre gli effetti della repressione, non di abolirla finché non si abolirà lo stato borghese, sostenendo con forza chi la subisce. Il controllo penale tende a separare e isolare, la solidarietà materiale e fattiva può ricostruire i legami sociali in termini conflittuali e organizzati. Si può iniziare costruendo in ogni territorio una cassa di resistenza per chiunque venga colpito dalla repressione (comprendendo anche la repressione sul lavoro: sospensioni, licenziamenti, multe). Chiunque però, evitando di ergersi a giudici! Facendo in modo che i proletari, nella cui famiglia o cerchia di conoscenti vi sia un “extralegale”, si liberino dalla stigmatizzazionee dal velo della vergogna e affrontino la “legalità” come un avversario da combattere, come un padrone.

tre– organizzare sul territorio, insieme alle lotte sui bisogni quali casa, salario, ambiente, trasporti, ecc., anche il contrasto alla repressione, nelle forme che si riterranno storicamente praticabili stante i rapporti di forza.

Il resto lo dirà il dibattito nel movimento.

marzo 2014                                 salvatore ricciardi

Sullo stesso problema vedi anche qui e qui

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Sosteniamo un compagno colpito da malattia, esule in Francia

Sosteniamo un compagno esule in Francia da 27 anni

All’interno della presentazione dell’ultimo libro di Barbara Balzerani: “Lascia che il mare entri” si terrà un aperitivo i cui proventi andranno a sostenere le cure di Enrico, un compagno esule in Francia, colpito da una brutta malattia. Leggi l’appello qui.

30 marzo

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I minatori sudafricani alla nona settimana di sciopero!

SUD AFRICA – 24 marzo 2014 – I minatori alla nona settimana di sciopero!

scioperoplatinosuafricaNon sembra avvicinarsi il termine del grande sciopero dei circa 100.000 minatori che ha bloccato il settore estrattivo del platino in Sud Africa, nel distretto minerario di Rustenburg, dove si estrae la maggior quantità di platino, oltre che di vanadio. Al contrario sembra inasprirsi per il nulla di fatto nelle trattative.

È così arrivato alla sua nona settimana lo sciopero indetto dall’Associazione dei minatori e del Sindacato delle costruzioni (AmcuAssociation of Mineworkers and Construction Union) contro i primi tre produttori mondiali di platino, Amplats (Anglo American Platinum ), Implats (Impala Platinum) e Lonmin. Ormai si sta avviando a diventare il più lungo e il più partecipato sciopero del periodo post-apartheid in un settore dove gli interessi delle grandi multinazionali dei metalli preziosi sono strategici.

Tra le parti le distanze sono enormi e non sembrano avvicinarsi. Nelle precedenti mobilitazioni del 2012, secondo The Africa Report, le perdite dei colossi come la  Amplats, Implats e Lonmin insieme persero circa 544.000 once (15,7 tonnellate) pari a circa 10,5 miliardi di rand (un rand è pari a circa 7 centesimi di euro); al ritmo attuale di perdite, circa 200 milioni di rand al giorno, lo sciopero creerà un danno superiore al 2012.

Afric-1Finora lo sciopero ha ridotto la produzione di circa 440.000 once di platino (oltre 12,5 tonnellate) in 44 giorni lavorativi e con perdite giornaliere di quasi 10.000 once, e se durerà altri 11 giorni, cosa assai possibile, oltrepasserà la soglia di quello dl 2012, le 544.000 once; le tre società hanno perso oltre 8,8 miliardi di rand di entrate grazie allo sciopero, secondo i dati forniti dalla Camera delle Miniere del Sud Africa.

Nello sciopero del 2012 l’African National Congress e il Cosatu ne uscirono spaccati. Dove non era riuscita la dittatura razzista dell’apartheid è stato compito della lotta di classe fare chiarezza nella composizione sociale dei partiti e dei sindacati. Il governo sudafricano che vede l’Anc insieme al Cosatu (Congress of South African Trade Unions ) furono ritenuti responsabili del massacro da parte della polizia di 34 minatori a Marikana miniera di Lonmin. Decine di migliaia di membri dell’Unione nazionale dei Afric-strageminatori (Num) aderente al Cosatu, uscirono e diedero vita all’Amcu che è uscito vincitore dagli scontri di due anni fa. La vittoria della battaglia del 2012, anche se con un costo altissimo, ha fatto affluire all’Amcu migliaia di minatori e ha dato il via al nuovo sciopero. In quasi tutte le miniere di metalli preziosi la presenza dell’Amnu è superiore di molto a quella del Num.

La rivendicazione dei minatori attualmente sono state ammorbidite: la richiesta è di aumenti scaglionati in tre anni per portare il salario base d’ingresso a 12.500 rand al mese; oltre il doppio rispetto ai livelli attuali, circa 5.000, invece di pretenderlo da subito.

La controproposta delle multinazionali è ferma ad aumenti che non superano il 9 per cento. Loro, le multinazionali del platino, si lamentano per l’aumento dei costi e l’abbassamento del prezzo sul mercato mondiale del prezioso metallo. Il platino viene utilizzato in numerose tecnologie, ad esempio, nei convertitori catalitici delle automobili.

Finora i minatori in sciopero non hanno avuto la busta paga di febbraio e ora rischiano di non avere nemmeno quella di marzo. Il ruolo della Commission for Conciliation, Mediation and Arbitration, attiva nei conflitti del lavoro e che, fino a qualche anno fa, aveva tenuto il conflitto di classe all’interno di un quadro di collaborazione di classe consociativo, si è esaurito sotto i colpi delle politiche liberiste del governo e ha perso capacità e terreno di mediazione.

Intanto si avvicinano le elezioni del 7 maggio 2014 e il presidente Jacob Zuma (Anc), già alle prese con uno scandalo per aver speso circa venti milioni di dollari di denaro pubblico per i lavori nella sua residenza di campagna, è preoccupato di affrontarle in un periodo di acuto scontro di classe. E non sono sufficienti le edificazioni di statue di Nelson Mandela, morto il 5 dicembre dello scorso anno, nelle principali città (quella a Pretoria è alta 9 metri e pesa 4,5 tonnellate di bronzo) per fargli recuperare il calo di consensi.

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30 marzo 2014 – Tre presidi sotto il carcere

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Venerdì 21 marzo – “maelstrom” a Firenze

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venerdi 21 marzo

Compleanno Villa Panico         Parco di San Salvi          Firenze

alle ore 17,00

 

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DOVE SONO I NOSTRI – Lavoro, classe e movimenti nell’Italia della crisi

Sbrogliamo il garbuglio, troviamo il bandolo della matassa

alcune riflessioni sul libro:

cop-dove-sono-i-nostri-web1DOVE SONO I NOSTRI – Lavoro, classe e movimenti nell’Italia della crisi (ClashCityWorkers edito da LaCasaUsher)

Finalmente! È questa l’esclamazione che mi è venuta spontanea dopo aver girato l’ultima pagina del libro Dove sono i nostri. Finalmente!, e adesso mettiamoci al lavoro. È un libro che molte e molti aspettavano e io con loro. Ma chi siamo quelli e quelle che lo aspettavano? Tanti, ma forse non tutto il “movimento”; per ora solo quelli che hanno una gran voglia di mettersi in gioco, di mettersi in movimento e gettarsi nella lotta, perché hanno la consapevolezza di essere parte di quel settore sociale, di quella classe che è costretta a vendere la propria forza lavoro per campare e dunque non possono fare a meno del conflitto, della resistenza e dell’offensiva, altrimenti soccombono.

Quale il merito del libro? Quello di aver messo al centro dell’analisi la contraddizione Capitale/lavoro: di qui non si scappa…affermano, e continuano «la contraddizione

capitale/lavoro è quella più universale, [che riguarda] la stragrande maggioranza delle persone [che] ha bisogno di andare a lavorare e passa una quota consistente della sua giornata sui posti di lavoro» (pag.14). Un’analisi «per capire com’è fatto il proletariato nell’Italia di oggi…» (pag.17)

Che fare di questo libro? Non è uno di quei libri che, dopo averlo letto, lo si ripone nello scaffale, accompagnandolo da una valutazione nel consigliarne la lettura ad altri o, al contrario, nel dissuaderli dal leggerlo. Le tesi espresse in molti altri testi che sono circolati nel quindicennio passato, non mi hanno convinto, parzialmente o totalmente, ma ancor di più mi infastidiva la costatazione che quelle tesi non stimolavano nessuna pratica.

Dove sono i nostri al contrario è, secondo me, un libro di lavoro, di quelli che si tengono in tasca quando andiamo a confrontarci con le lotte esistenti o con tensioni non ancora espresse; quando andiamo a fare inchiesta per conoscere e intervenire nelle situazione in cui il conflitto di classe è sul punto di scatenarsi, o è già in corso. L’inchiesta è infatti ciò che sta a monte e a valle dell’analisi che le compagne e i compagni di Clash City Workers (ccw) hanno prodotto. Il sottotitolo esplicita: Lavoro, classe e movimenti nell’Italia della crisi; dunque un lavoro per comprendere la situazione oggettiva della classe lavoratrice, ossia la realtà produttiva, per definire il “campo di battaglia” dello scontro di classe in questa fase, come è stato detto durante la presentazione all’università di Roma. Non solo il “campo”, ma anche le “forze” che operano in quel campo, ossia quelle masse di proletari che producono profitti per i capitalisti. Quelle forze proletarie che possono e debbono organizzarsi e lottare; e forse lo stanno già facendo anche se noi non riusciamo a intercettarle. «...e, soprattutto, connettere costantemente l’analisi più “alta” all’inchiesta che abbiamo sviluppato per anni “dal basso”, nei più diversi posti di lavoro. Un’inchiesta che cerca di andare a capire come vivono materialmente i lavoratori, quali sono i loro comportamenti, quale la loro coscienza, come entrano in relazione fra loro, con la società e lo Stato nel suo complesso, quali mediazioni si esercitano su di loro». (pag.12)

L’inchiesta è stata il motore di questo sforzo analitico delle compagne e dei compagni di ccw. La loro militanza e alcune inchieste li avevano portati a contatto con realtà conflittuali di alcune aree italiane, con numerose tipologie di lavoro dipendente e situazioni produttive le più disparate: dai lavoratori dell’industria a quelli del commercio, da quelli dell’agricoltura a quelli della distribuzione e delle costruzioni, dal trasporto cittadino ai lavoratori della scuola o dei servizi alle imprese, e ancora, dai “falsi” soci delle cooperative, fino al “mascherato” lavoro autonomo, ecc., ecc.

Loro, compagne e compagni del ccw, hanno voluto vederci più chiaro e capire se quei gruppi di operai, a volte poche decine, non migliaia, alle prese con la necessità di dare una risposta a un padrone arrogante o con la non facile organizzazione di uno sciopero, fossero gli ultimi superstiti di un numeroso e combattivo settore di classe che aveva fatto tremare palazzi reali e cancellerie, ma ormai scompaginato; se quei capannoni, quei magazzini eretti in sperdute periferie o anche centri commerciali presenti nell’area urbana fossero la risulta del definitivo smantellamento dei giganteschi opifici ottocenteschi e novecenteschi, oppure fossero parte delle numerosissime propaggini, via via crescenti, della diffusione dei luoghi di sfruttamento di una classe operaia sempre molto numerosa, ma dispersa. Frantumata dai processi di delocalizzazione e dallo spezzettamento delle strutture produttive, ma più ancora disorientata dalla sconfitta politica e dall’imbroglio ideologico prodottosi nel passaggio di secolo.

Dunque si può ripartire. Con «L’intervento politico. Cerchiamo di incrociare ora tutti questi dati sulla forza-lavoro industriale con la nostra esperienza diretta di incontro e inchiesta militante, in questo campo piuttosto ricca e variegata». (pag 76)

È un invito interessante, per metterci al lavoro, anche perché dall’analisi che emerge dal libro si afferma che «la classe oggi è molto più omogenea che in passato, e nei prossimi anni lo sarà sempre di più» (pag. 191), è assai probabile e, senza voler essere deterministi, la tendenza sembra proprio essere quella. È un invito che va accompagnato con l’esortazione a liberarsi di quelle analisi teoriche intorno a nuovi soggetti che, impadronitisi del sapere scientifico-tecnologico e senza colpo ferire, ci avrebbero traghettato verso una società idilliaca. Dimenticando, gli estensori di queste teorie surreali, che nella stagione dell’aspro conflitto degli anni Sessanta e Settanta, avevamo affermato con decisione che scienza e tecnologia non sono affatto “neutrali”, che proprio dentro quella scienza e quella tecnologia sta iscritto questo sistema di sfruttamento, è lì dentro che si riproduce quel modo di produzione capitalistico che è il nemico da abbattere.

Fino a qui tutto bene? Certo, ma c’è anche materiale per aprire una discussione schietta e franca, ancora tutta da fare, che prenderà sostanza all’interno dello sviluppo del conflitto di classe. Mi riferisco all’annoso problema che è solo accennato verso la fine del libro, quando si arriva ad uno dei quesiti più spinosi ma decisivi:

«…come organizzare il conflitto? Una risposta banale, che però, come spesso accade, è la più trascurata. Tuttavia possiamo provare a circostanziare ancora questa risposta, in modo da chiarirci su una questione centrale: quali sono le relazioni fra piano sindacale e piano politico?» (pag.197)

E più avanti:

«Dobbiamo unire i lavoratori indipendentemente da territori, categorie, aziende, sindacati di appartenenza, li dobbiamo portare a porsi sul piano politico, ovvero sul piano dei rapporti di forza complessivi fra le classi, sul piano decisionale e della gestione di tutti gli aspetti della società». (pag. 199)

«… il rapporto fra sindacale e politico, potremmo dire che bisogna supportare la resistenza, ma preparare l’offensiva». (pag. 200)

Sono interrogativi che non si possono eludere e che rimpallano la domanda del “dove”: dove avviene questa auspicata ricomposizione di classe intorno a una prospettiva generale di potere che si fa necessità storica? In quale ambito può avvenire la crescita della coscienza di classe che concepisca la trasformazione rivoluzionaria del modo di produzione capitalistico? Abbiamo alle spalle oltre 150 anni di sforzi che hanno cercato di dare risposta a questi interrogativi. Ciascuno può, alcuni lo fanno, riferirsi a risposte date in situazioni, epoche e aree diverse, che siano risultate vincenti oppure no. Che lo facciano pure, niente di male. Noi potremo però provare a utilizzare interessanti tentativi più vicini a noi, quando gruppi di lavoratori, nei primi anni Settanta, alla Pirelli, alla Sit Siemens, alla Marelli, all’Alfa, alla Fiat, all’Ansaldo ecc., si sono organizzati, fuori di sindacati e partiti, e hanno iniziato a dar battaglia sulle consuete vertenze del cottimo, dei ritmi, del furto sulle paghe, delle ferie, dell’orario, ecc. Poi, incontrandosi con altri gruppi di lavoratori e misurando la propria forza capivano che potevano imporre il loro “controllo sulla produzione”; così perfezionavano il proprio strumento di organizzazione autonoma di classe e si ponevano il problema dello Stato, per essere adeguati al compito di rappresentare la propria classe di appartenenza in una opzione di potere. Con la prospettiva di una vera rivoluzione: abolire il capitalismo, costruire una società senza classi; assumevano tutte le pratiche conseguenti: da quella rivendicativa a quella politica e finanche quella militare, senza alcuna mediazione né rappresentanza esterna. Il “dove” era dato: era nel comitato operaio, senza vincolo di fabbrica né di settore, ma unito ad altri comitati e compagini rivoluzionarie. La trasformazione della lotta: dalla resistenza alle pratiche offensive, con l’obiettivo del potere, avveniva lì! Una trasformazione che si produceva nel “caldo” della lotta, nell’avvicendarsi degli avanzamenti e degli arretramenti. E solo lì può avvenire, se vogliamo evitare la formazione di “ceti politici” rappresentanti.

È successo, tra tanti errori per lo più inevitabili, ma è successo. Può succedere ancora. È una discussione da tener presente nei prossimi incontri.

Il bandolo della matassa per sbrogliare il garbuglio (e la confusione) è lì: in mano a coloro che sono dentro i percorsi di autorganizzazione, quando saranno/saremo in grado di ampliare la lotta sulla condizione proletaria, via via, complessiva. Dal problema del salario scarso, inadeguato, precario, mancante, a quello della casa e del costo dei servizi; alla difficoltà, a volte impossibilità, di tutelare la salute propria e delle persone care, al problema dell’ambiente devastato e messo a profitto dai capitalisti, a quello della scuola, dei trasporti e a tutti gli altri molteplici aspetti, che formano la condizione complessiva di classe subalterna in grado di misurarsi, vis a vis, col capitale internazionale. Perché internazionale è la classe operaia e internazionale dev’essere la lotta e la consapevolezza della necessità storica dell’abbattimento del modo di produzione capitalistico, per una mondo senza classi.

marzo 2014                                                                                                                                                     Salvatore Ricciardi

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Sulla Fini-Giovanardi si torna indietro?

Sulla Fini-Giovanardi si torna indietro?

Altro che “governo delle riforme”! Dalle prime battute questo si presenta come il governo della reazione!

indexHa cominciato subito: dopo che la Corte Costituzionale ha finalmente bocciato la legge Fini-Giovanardi che, per favorire mafie e trafficanti internazionali, penalizzava le sostanze “leggere” al pari di quelle “pesanti”, l’altro ieri, 14 marzo, il Consiglio dei ministri del governo Renzi ha emanato un decreto che non tiene conto delle indicazioni della Consulta. E dunque, invece di predisporre una nuova normativa in linea con la sentenza e soprattutto in sintonia con quanto avviene in altri paesi nel liberalizzare o almeno depenalizzare le sostanze leggere per poter colpire quelle “pesanti”, il decreto ripristina le tabelle ministeriali che includono le 500 sostanze stupefacenti inserite negli ultimi anni.  Poiché la dichiarazione di incostituzionalità della Fini-Giovanardi da parte della Consulta rischiava di cancellarle.

La ministra della salute, Beatrice Lorenzin, dello stesso partito di Giovanardi, Ncd (quest’ultimo si dice abbia fatto salti di gioia) nascondendo la volontà di ripristinare la vecchia legge, ha affermato che il Governo è intervenuto “…solo per il ripristino delle tabelle riferite alla disciplina amministrativa, perché si era creato un vuoto dopo la sentenza della Corte Costituzionale“… “Per la parte penale e per una riconfigurazione dei reati, rinviamo a un approfondimento sia in sede interministeriale che parlamentare“.

È un chiaro tentativo di sottrarsi alle indicazioni che conteneva la sentenza della Corte Costituzionale non affrontando la situazione di quelle persone (diecimila secondo le associazioni, molte di più secondo Antigone, circa il 40% delle persone detenute) che sono state sbattute in galera per una legge illegittima e ora anche del tutto illegale.

Queste persone devono uscire di galera subito! Anzi, dovrebbero essere risarciti dallo Stato per ingiusta detenzione.

Perfino i funzionari del Ministero della giustizia dicono che sarebbe opportuno rapidamente rimodulare le condanne di chi sta dentro a causa della Fini-Giovanardi, anche in vista della urgenza di ridurre la popolazione detenuta imposta dalla Corte europea, il cui ultimatum scade il prossimo 28 maggio.

Ora il decreto andrà in parlamento per la conversione in legge. Le destre, i fascisti, le mafie vorranno ripristinare, sotto altre spoglie, la vecchia normativa e, con questa compagine di governo, troveranno il terreno favorevole.

Chi non è d’accordo è bene che si faccia sentire!

Considerando che la tribuna migliore per far sentire le voci libere è la strada!

 

 

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Fantasie complottiste…

Fantasie complottiste… ma…

Non sono uno che si diletta nel cercare la spiegazioni degli avvenimenti tirando in ballo complotti e dietrologie; al contrario, quelli che ricorrono a tesi complottiste non mi sono per niente simpatici.

Tuttavia… tuttavia, ogni tanto si può provare, per stuzzicare la fantasia, per vedere l’effetto che fa e farci due risate, ma… forse anche per esplorare tutti gli scenari possibili.

Allora iniziamo la trama complottista:

complot«c’è con un gruppo di dirigenti del Pd, quelli di area ex-Pci, che si incontrano in gran segreto, in una località segreta e ascoltano le informazioni, altrettanto segrete, di qualcuno “che sa”. Questo “qualcuno che sa” è un personaggio molto importante, ma proprio tanto, e ciò che afferma non si discute. Ciò che dice è molto grave. In pratica alcuni paesi europei, tra cui l’Italia, sono su una lista di paesi che destano vive preoccupazioni ai vertici europei e alla finanza internazionale al punto da essere stati inseriti tra quegli stati che dovranno essere presi “sotto tutela” dagli stessi vertici europei (qualcosa di molto peggio del governo Monti). Una tutela veramente “totale” che prevede anche un cambiamento sostanziale delle istituzioni democratico-rappresentative.

Il gruppo di dirigenti è molto preoccupato, sembra che non ci sia alcuna diversa soluzione, nessun’altra via d’uscita.

Che fare? Esclusa immediatamente ogni possibile forma di opposizione o resistenza a tale triste prospettiva, il nostro gruppo di vertici del Pd si pone il problema di come fare affinché tale passaggio risulti meno traumatico, un passaggio “dolce”, che paia necessario, inevitabile, quasi auspicato. D’altronde questo sanno fare, questo è il loro mestiere.

Ed ecco il piano dei “nostri” a grandi linee: si tratta di fare in modo che vada al governo qualcuno con un tocco di presunzione e alterigia abbastanza marcati e che, con sicumera, proponga parecchie e vigorose riforme, anche drastiche, affermando che solo quelle riforme potranno risolvere il problema Italia. Ma queste riforme all’atto pratico risultano troppo indigeste a parecchi settori sociali, anche qualche settore “forte”, e a molti cittadini; l’opposizione cresce, si espande e, dopo un po’ di scaramucce, prende il sopravvento e affossa il governo delle riforme.

Risultato: baraonda e caos: non c’è via d’uscita…nessuno sa cosa fare, è la disperazione, il panico… ma ecco che, tra gli applausi, “arrivano i nostri”, nelle vesti della troika e dei vertici europei che salvano la situazione prendendo sotto tutela l’Italia. In pratica commissariandola e levando di torno tutte le formalità democratiche rappresentative ormai inutili orpelli fastidiosi e costosi, tra l’altro indifendibili stante il grado di inefficienza e disastri commessi».

Qui finisce il film. È pura invenzione, non vi preoccupate! È una costruzione fantastica, Renzi2certo, ma ditemi voi se si può trovare una spiegazione razionale e sensata per capire come è stato possibile che un certo Renzi che nel dicembre 2012 era stato battuto pesantemente da Bersani, improvvisamente, soltanto un anno dopo, stravince contro un ex-Pci messo lì proprio perché perdesse: ma chi lo conosceva Cuperlo?

E come spiegare che il nuovo premier in questi primi giorni usi sempre più spesso toni apocalittici ed enfatici del tipo: “dopo di me il diluvio”….

Certo, è solo fantasia… boh!, vedete un po’ voi!

Resterà certamente solo fantasia… se ci metteremo in movimento!!!

su Renzi vedi anche  qui

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A sostegno di Chiara, Mattia, Claudio e Niccolò, attivisti No Tav arrestati

Chiara, Mattia, Claudio e Niccolò LIBERE/I

Iniziativa per le spese legali per le compagne e i compagni No-Tav arrestati il 9 dicembre

BenefitNotav22per scrivere loro:

Chiara Zenobi – Casa Circondariale Rebibbia,  via Bartolo Longo, 92  –  00156 Roma

Claudio Alberto – Casa Circondariale Via Arginone, 327 –  44122 Ferrara

Mattia Zanotti e Niccolò Blasi – Casa di Reclusione Via Casale San Michele, 50 – 15100 Alessandria

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Il solito papocchio all’italiana sull’introduzione del reato di “tortura”

 Squallido compromesso sull’introduzione del reato di “tortura”

Come si temeva lo “squallido compromesso” c’è stato (vedi precedente post qui  e  qui  )e il disegno di legge (ddl) approvato poche ore fa al Senato, praticamente all’unanimità, con 231 sì e tre astenuti, se non ci saranno modifiche sostanziali nel passaggio alla Camera, sarà il solito papocchio rappresentativo delle miserie fascistoidi della classe dirigente del paese.

Difatti il testo del ddl approvato al Senato cosi recita: «chiunque con violenze o minacce gravi, ovvero mediante trattamenti inumani o degradanti la dignità umana, cagiona acute sofferenze fisiche o psichiche ad una persona privata della libertà personale o affidata alla sua custodia o autorità o potestà o cura o assistenza ovvero che si trovi in una condizione di minorata difesa, è punito con la reclusione da 3 a 10 anni».

È quel “chiunque” che toglie o attenua la specificità di questo reato che può essere effettuato soltanto dalle forze dell’ordine. Così è stato concepito, all’interno degli organismi internazionali di difesa dei diritti umani, come deterrente verso le forze di polizia che hanno in loro potere persone tratte in arresto.

Con questa dicitura viene spazzata via quella specificità che ricompare solo come aggravante se a commettere il reato di “tortura” è un pubblico ufficiale nell’esercizio delle sue funzioni e la pena andrà dai 5 ai 12 anni (invece che da 3 a 10 anni vedi sopra) e si punisce il pubblico ufficiale quando istiga a commettere la tortura, con pena prevista dai 6 mesi ai tre anni.

Attenzione a questa parola “istiga”. Nel testo originario era scritto che “chiunque istighi…”, ma qui si sono affrettati a togliere il “chiunque” e inserire i “pubblico ufficiale”. Vi siete chiesti perché? Se rimaneva così generico, la grandissima parte degli operatori dei media, dei parlamentari e dei personaggi politici avrebbero potuto subire l’incriminazione, soprattutto durante le campagne elettorali, tanto sono aggressivi, bellicosi e razzisti i loro toni nell’esortare a imporre punizioni esemplari, a massacrare qualsiasi poveraccio.

Se non fosse chiaro voglio ribadirlo: si tratta di un favore mafioso fatto dalla classe dirigente nei confronti delle forze dell’ordine.

è chiara la differenza abissale tra il testo misero del Senato e quello dell’ONU che riportiamo: testo approvato dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1984 ed entrato in vigore il 26 giugno 1987:

Tort-1«qualsiasi atto mediante il quale sono intenzionalmente inflitti ad una persona dolore o sofferenze forti, fisiche o mentali al fine di segnatamente ottenere da essa o da una terza persona informazioni o confessioni, di punirla per un atto che essa o una terza persona ha commesso o è sospettata di aver commesso, di intimorirla o di far pressione su di lei o di intimidire od esercitare pressioni su una terza persona, o per qualunque altro motivo basato su una qualsiasi forma di discriminazione, qualora tale dolore o tali sofferenze siano inflitti da un funzionario pubblico o da qualsiasi altra persona che agisca a titolo ufficiale, o sotto sua istigazione, oppure con il suo consenso espresso o tacito».

Giudizio critico viene anche dagli avvocati:

L’Ucpi (Unione Camere Penali) dichiara che «Il testo approvato al Senato introduce la fattispecie come reato comune aggravato nel caso in cui sia commesso dal pubblico ufficiale. Questo è un grave errore ed una soluzione pasticciata, anche perché in questa maniera la condotta prevista finisce per sovrapporsi a quelle prese in considerazione da altri reati già esistenti, invece quel che doveva essere chiaramente e severamente sanzionato è proprio il fatto che la persona nelle mani dello Stato sia sottoposta a violenze fisiche o morali, questo per il particolare disvalore che tale fattispecie dimostra. L’auspicio dei penalisti è che la norma possa essere migliorata nel successivo passaggio parlamentare alla Camera e che tutto ciò avvenga con rapidità e senza compromessi».

 tort-2…cari signori che avete il potere economico, politico e militare… siete rimasti al livello di queste immagini… fate proprio schifo!!!

tort-3

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