DOVE SONO I NOSTRI – Lavoro, classe e movimenti nell’Italia della crisi

Sbrogliamo il garbuglio, troviamo il bandolo della matassa

alcune riflessioni sul libro:

cop-dove-sono-i-nostri-web1DOVE SONO I NOSTRI – Lavoro, classe e movimenti nell’Italia della crisi (ClashCityWorkers edito da LaCasaUsher)

Finalmente! È questa l’esclamazione che mi è venuta spontanea dopo aver girato l’ultima pagina del libro Dove sono i nostri. Finalmente!, e adesso mettiamoci al lavoro. È un libro che molte e molti aspettavano e io con loro. Ma chi siamo quelli e quelle che lo aspettavano? Tanti, ma forse non tutto il “movimento”; per ora solo quelli che hanno una gran voglia di mettersi in gioco, di mettersi in movimento e gettarsi nella lotta, perché hanno la consapevolezza di essere parte di quel settore sociale, di quella classe che è costretta a vendere la propria forza lavoro per campare e dunque non possono fare a meno del conflitto, della resistenza e dell’offensiva, altrimenti soccombono.

Quale il merito del libro? Quello di aver messo al centro dell’analisi la contraddizione Capitale/lavoro: di qui non si scappa…affermano, e continuano «la contraddizione

capitale/lavoro è quella più universale, [che riguarda] la stragrande maggioranza delle persone [che] ha bisogno di andare a lavorare e passa una quota consistente della sua giornata sui posti di lavoro» (pag.14). Un’analisi «per capire com’è fatto il proletariato nell’Italia di oggi…» (pag.17)

Che fare di questo libro? Non è uno di quei libri che, dopo averlo letto, lo si ripone nello scaffale, accompagnandolo da una valutazione nel consigliarne la lettura ad altri o, al contrario, nel dissuaderli dal leggerlo. Le tesi espresse in molti altri testi che sono circolati nel quindicennio passato, non mi hanno convinto, parzialmente o totalmente, ma ancor di più mi infastidiva la costatazione che quelle tesi non stimolavano nessuna pratica.

Dove sono i nostri al contrario è, secondo me, un libro di lavoro, di quelli che si tengono in tasca quando andiamo a confrontarci con le lotte esistenti o con tensioni non ancora espresse; quando andiamo a fare inchiesta per conoscere e intervenire nelle situazione in cui il conflitto di classe è sul punto di scatenarsi, o è già in corso. L’inchiesta è infatti ciò che sta a monte e a valle dell’analisi che le compagne e i compagni di Clash City Workers (ccw) hanno prodotto. Il sottotitolo esplicita: Lavoro, classe e movimenti nell’Italia della crisi; dunque un lavoro per comprendere la situazione oggettiva della classe lavoratrice, ossia la realtà produttiva, per definire il “campo di battaglia” dello scontro di classe in questa fase, come è stato detto durante la presentazione all’università di Roma. Non solo il “campo”, ma anche le “forze” che operano in quel campo, ossia quelle masse di proletari che producono profitti per i capitalisti. Quelle forze proletarie che possono e debbono organizzarsi e lottare; e forse lo stanno già facendo anche se noi non riusciamo a intercettarle. «...e, soprattutto, connettere costantemente l’analisi più “alta” all’inchiesta che abbiamo sviluppato per anni “dal basso”, nei più diversi posti di lavoro. Un’inchiesta che cerca di andare a capire come vivono materialmente i lavoratori, quali sono i loro comportamenti, quale la loro coscienza, come entrano in relazione fra loro, con la società e lo Stato nel suo complesso, quali mediazioni si esercitano su di loro». (pag.12)

L’inchiesta è stata il motore di questo sforzo analitico delle compagne e dei compagni di ccw. La loro militanza e alcune inchieste li avevano portati a contatto con realtà conflittuali di alcune aree italiane, con numerose tipologie di lavoro dipendente e situazioni produttive le più disparate: dai lavoratori dell’industria a quelli del commercio, da quelli dell’agricoltura a quelli della distribuzione e delle costruzioni, dal trasporto cittadino ai lavoratori della scuola o dei servizi alle imprese, e ancora, dai “falsi” soci delle cooperative, fino al “mascherato” lavoro autonomo, ecc., ecc.

Loro, compagne e compagni del ccw, hanno voluto vederci più chiaro e capire se quei gruppi di operai, a volte poche decine, non migliaia, alle prese con la necessità di dare una risposta a un padrone arrogante o con la non facile organizzazione di uno sciopero, fossero gli ultimi superstiti di un numeroso e combattivo settore di classe che aveva fatto tremare palazzi reali e cancellerie, ma ormai scompaginato; se quei capannoni, quei magazzini eretti in sperdute periferie o anche centri commerciali presenti nell’area urbana fossero la risulta del definitivo smantellamento dei giganteschi opifici ottocenteschi e novecenteschi, oppure fossero parte delle numerosissime propaggini, via via crescenti, della diffusione dei luoghi di sfruttamento di una classe operaia sempre molto numerosa, ma dispersa. Frantumata dai processi di delocalizzazione e dallo spezzettamento delle strutture produttive, ma più ancora disorientata dalla sconfitta politica e dall’imbroglio ideologico prodottosi nel passaggio di secolo.

Dunque si può ripartire. Con «L’intervento politico. Cerchiamo di incrociare ora tutti questi dati sulla forza-lavoro industriale con la nostra esperienza diretta di incontro e inchiesta militante, in questo campo piuttosto ricca e variegata». (pag 76)

È un invito interessante, per metterci al lavoro, anche perché dall’analisi che emerge dal libro si afferma che «la classe oggi è molto più omogenea che in passato, e nei prossimi anni lo sarà sempre di più» (pag. 191), è assai probabile e, senza voler essere deterministi, la tendenza sembra proprio essere quella. È un invito che va accompagnato con l’esortazione a liberarsi di quelle analisi teoriche intorno a nuovi soggetti che, impadronitisi del sapere scientifico-tecnologico e senza colpo ferire, ci avrebbero traghettato verso una società idilliaca. Dimenticando, gli estensori di queste teorie surreali, che nella stagione dell’aspro conflitto degli anni Sessanta e Settanta, avevamo affermato con decisione che scienza e tecnologia non sono affatto “neutrali”, che proprio dentro quella scienza e quella tecnologia sta iscritto questo sistema di sfruttamento, è lì dentro che si riproduce quel modo di produzione capitalistico che è il nemico da abbattere.

Fino a qui tutto bene? Certo, ma c’è anche materiale per aprire una discussione schietta e franca, ancora tutta da fare, che prenderà sostanza all’interno dello sviluppo del conflitto di classe. Mi riferisco all’annoso problema che è solo accennato verso la fine del libro, quando si arriva ad uno dei quesiti più spinosi ma decisivi:

«…come organizzare il conflitto? Una risposta banale, che però, come spesso accade, è la più trascurata. Tuttavia possiamo provare a circostanziare ancora questa risposta, in modo da chiarirci su una questione centrale: quali sono le relazioni fra piano sindacale e piano politico?» (pag.197)

E più avanti:

«Dobbiamo unire i lavoratori indipendentemente da territori, categorie, aziende, sindacati di appartenenza, li dobbiamo portare a porsi sul piano politico, ovvero sul piano dei rapporti di forza complessivi fra le classi, sul piano decisionale e della gestione di tutti gli aspetti della società». (pag. 199)

«… il rapporto fra sindacale e politico, potremmo dire che bisogna supportare la resistenza, ma preparare l’offensiva». (pag. 200)

Sono interrogativi che non si possono eludere e che rimpallano la domanda del “dove”: dove avviene questa auspicata ricomposizione di classe intorno a una prospettiva generale di potere che si fa necessità storica? In quale ambito può avvenire la crescita della coscienza di classe che concepisca la trasformazione rivoluzionaria del modo di produzione capitalistico? Abbiamo alle spalle oltre 150 anni di sforzi che hanno cercato di dare risposta a questi interrogativi. Ciascuno può, alcuni lo fanno, riferirsi a risposte date in situazioni, epoche e aree diverse, che siano risultate vincenti oppure no. Che lo facciano pure, niente di male. Noi potremo però provare a utilizzare interessanti tentativi più vicini a noi, quando gruppi di lavoratori, nei primi anni Settanta, alla Pirelli, alla Sit Siemens, alla Marelli, all’Alfa, alla Fiat, all’Ansaldo ecc., si sono organizzati, fuori di sindacati e partiti, e hanno iniziato a dar battaglia sulle consuete vertenze del cottimo, dei ritmi, del furto sulle paghe, delle ferie, dell’orario, ecc. Poi, incontrandosi con altri gruppi di lavoratori e misurando la propria forza capivano che potevano imporre il loro “controllo sulla produzione”; così perfezionavano il proprio strumento di organizzazione autonoma di classe e si ponevano il problema dello Stato, per essere adeguati al compito di rappresentare la propria classe di appartenenza in una opzione di potere. Con la prospettiva di una vera rivoluzione: abolire il capitalismo, costruire una società senza classi; assumevano tutte le pratiche conseguenti: da quella rivendicativa a quella politica e finanche quella militare, senza alcuna mediazione né rappresentanza esterna. Il “dove” era dato: era nel comitato operaio, senza vincolo di fabbrica né di settore, ma unito ad altri comitati e compagini rivoluzionarie. La trasformazione della lotta: dalla resistenza alle pratiche offensive, con l’obiettivo del potere, avveniva lì! Una trasformazione che si produceva nel “caldo” della lotta, nell’avvicendarsi degli avanzamenti e degli arretramenti. E solo lì può avvenire, se vogliamo evitare la formazione di “ceti politici” rappresentanti.

È successo, tra tanti errori per lo più inevitabili, ma è successo. Può succedere ancora. È una discussione da tener presente nei prossimi incontri.

Il bandolo della matassa per sbrogliare il garbuglio (e la confusione) è lì: in mano a coloro che sono dentro i percorsi di autorganizzazione, quando saranno/saremo in grado di ampliare la lotta sulla condizione proletaria, via via, complessiva. Dal problema del salario scarso, inadeguato, precario, mancante, a quello della casa e del costo dei servizi; alla difficoltà, a volte impossibilità, di tutelare la salute propria e delle persone care, al problema dell’ambiente devastato e messo a profitto dai capitalisti, a quello della scuola, dei trasporti e a tutti gli altri molteplici aspetti, che formano la condizione complessiva di classe subalterna in grado di misurarsi, vis a vis, col capitale internazionale. Perché internazionale è la classe operaia e internazionale dev’essere la lotta e la consapevolezza della necessità storica dell’abbattimento del modo di produzione capitalistico, per una mondo senza classi.

marzo 2014                                                                                                                                                     Salvatore Ricciardi

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