Per un intervento di massa sul terreno della repressione

Le compagne e i compagni della rivista on-line “il pane e le rose” mi hanno proposto delle domande sulla repressione e come lottarci contro. Eccola:

Salvatore Ricciardi: “per un intervento di massa sul terreno della repressione”
Abbiamo inviato a Salvatore Ricciardi alcune domande, concernenti l’attuale inasprimento delle politiche repressive e la possibilità, da parte delle forze antagoniste, di farvi fronte. La scelta del nostro interlocutore non è stata dettata solo dalla sua esperienza diretta della cruda realtà carceraria e delle vessazioni che lo Stato italiano riserva in particolare a certe categorie di detenuti. Ma anche dalla sua capacità di svolgere un discorso complessivo sulla storia dei movimenti sociali italiani, dagli anni ’60 in poi, dimostrata col volume “Maelstrom”.
E’ infatti impossibile capire alcune dinamiche attuali senza riferirsi alle precedenti stagioni conflittuali ed ai termini con cui sono state contrastate dalle istituzioni. Non per rimanere prigionieri di un modello interpretativo, ma per avere una maggiore intelligenza dell’oggi attraverso le analogie (e le differenze) con quanto è accaduto ieri.
Inoltre si tratta di fuoriuscire pure da un modo inadeguato di concepire la risposta alla recrudescenza repressiva in atto. Spesso, magari facendo di necessità virtù, ci si acconcia a formare piccoli gruppi sul tema, che non riescono a saldare questo discorso con quelli riguardanti la concreta articolazione delle lotte nei territori e nei posti di lavoro.
Riteniamo che, nelle risposte di Salvatore, vi siano diversi elementi utili a reinserire, di fatto, la riflessione su carcere e repressione in un quadro e – soprattutto – in una progettualità più ampia.
A patto che la discussione – muovendo da questo e da altri interventi – “non si arresti” ma continui a svilupparsi liberamente, preferendo l’analisi agli schemi precostituiti.
*****
Nell’Italia attuale, un dato colpisce, quanto a rapporti fra istituzioni e movimenti. E cioè la sproporzione tra l’apparato repressivo dispiegato e le spinte contestative esistenti. Le quali, pur essendo cresciute rispetto al più recente passato, ancora non hanno raggiunto dimensioni considerevoli. Come interpreti tale situazione?

A sinistra siamo abituati a pensare che i sistemi repressivi degli stati democratico-borghesi, rispondano ai movimenti contestativi in maniera proporzionale. Ossia più un movimento è antagonista e di difficile controllo istituzionale, più la repressione è pronta a colpire con durezza. Con questa “credenza” valutiamo anche la repressione verso la extralegalità sociale: pensiamo che le carceri si riempiono e le condanne diventano più dure quando le attività extralegali si intensificano. Questo è ciò che ci hanno insegnato a scuola, per mezzo dei media e nelle sezioni, ormai sciolte, del vecchio partito comunista. Nella realtà non è così. La modalità repressiva proporzionale è vera soltanto in teoria. Appartiene alla cosiddetta sanzione retributiva: tanto danno fai tu alla società col tuo violare la legge, altrettanto danno ti infligge la giustizia statale in termini di privazione di libertà e sanzioni economiche e amministrative; il tutto improntato al criterio della proporzionalità tra reato e pena. Criterio che dovrebbe valere sia per “reati comuni”, sia per i conflitti, i “reati politici”. Recentemente su il Manifesto del 5 febbraio 2013, Antonio Bevere, riscontra l’abbandono del criterio proporzionale: «All’origine della sovrabbondante presenza nelle carceri italiane non vi è solo la ristrettezza dei locali, ma anche una scarsa attenzione per il principio della proporzionalità della pena…».
La teoria proporzionale è stata in voga nei regimi liberali dell’Ottocento, ma, in maniera molto relativa. Successivamente, anche a causa dei conflitti sociali, intensissimi nella seconda metà di quel secolo, si è prodotta un’altra teoria che si è affiancata a questa ed ha messo al primo posto esplicitamente la “difesa della società”, e si è attrezzata per operare in maniera “preventiva”. I giuristi definiscono questo modo di procedere “prognostico” perché, come i medici, gli apparati dello Stato, forze dell’ordine e magistrati, fanno una prognosi sullo stato del corpo sociale e sulle sue possibili infezioni. Gli agenti dell’infezione vengono analizzati con particolare attenzione se il corpo sociale “non sta bene”, se è debole, e dunque soggetto a contrarre infezioni se in contatto con agenti patogeni. A questo punto si tratta di individuare i probabili veicoli di infezione e neutralizzarli. Non ha molta importanza ciò che il “veicolo di infezione” faccia, è importante la valutazione del danno che può provocare.
Tutti gli stati, nel Novecento, hanno imparato a usare questa “filosofia” giuridica detta anche della pericolosità sociale che meglio si prestava al mantenimento dello stato di cose presenti. Perfino nei paesi a cultura giuridica anglosassone dove si andava fieri della giustizia rispettosa del “fatto” e della “persona” -ciò che conta è quello che hai fatto, non quello che sei-, oggi è rimasto un ricordo sbiadito. Basti pensare che negli Usa vi è una condanna “senza fine”: il giudice ti può condannare a una pena da “un mese all’infinito”, ossia fin quando gli operatori penitenziari decideranno che ti sei messo sulla retta via. Conosciamo la storia del compagno George Jackson (Col sangue agli occhi; Fratelli di Soledad;), del Black Panther Party, che per il furto di 70 dollari fu condannato a tempo indeterminato: “da 1 anno a vita” e in carcere fu ucciso. Inoltre hanno introdotto il meccanismo del “terzo strike”, ossia al terzo reato continuo (recidivo) la condanna diventa infinita, anche se si tratta di tre piccoli furti.
In alcuni stati, tra cui l’Italia, a questa teoria è ispirato il Codice penale Rocco redatto nel 1930 in epoca fascista e le leggi di Pubblica sicurezza (TULPS). Il Codice Rocco è ancora attuale, non perché si siano dimenticati di riscriverlo in epoca “democratica”, semplicemente perché è risultato più funzionale per una repressione efficace. D’altronde alcune leggi fatte in periodo repubblicano, come le leggi Cossiga, sono molto più dure e preventive di quelle del codice Rocco, (c’è però da aggiungere che la repressione in epoca fascista andava molto oltre lo stesso codice Rocco: il regime arrestava e ammazzava chi voleva quando voleva).
Questa premessa ci permette di interpretare le parole del capo della polizia Antonio Manganelli, quando, lo scorso anno, nell’audizione alla Commissione Affari Costituzionali della Camera, il 21 febbraio 2012, disse: «Il problema è individuare una risposta da parte dello Stato… [la magistratura] ha più difficoltà nel perseguire un’organizzazione che lo è fino a un certo punto, visto che nulla vieta al singolo esponente di fare azioni individuali”. Personalmente – ha detto ancora Manganelli – ho parlato con alcuni dei procuratori più esperti in materia per cercare di capire se ci sono spazi per un’altra figura normativa, diversa dall’associazione o dalla banda armata, per perseguire un’associazione speciale, a metà tra l’organizzazione strutturata e l’organizzazione che ti rende forte in quanto appartieni ad essa ma non ti vieta, anzi, di fare qualcosa da soli».

In questo quadro, è importante delineare proprio il ruolo della magistratura. Rispetto a Genova 2001, essa è sembrata muoversi secondo la logica “un colpo al cerchio e uno alla botte”. Però, se si analizzano bene le sentenze (contro i manifestanti e contro gli “eccessi” della polizia) si scopre che non è così. E che, anche in questo caso, emerge una magistratura sempre più dura nei confronti dei movimenti…

Dopo Genova le incriminazioni per “devastazione e saccheggio” fioccano, purtroppo. La magistratura italiana si è fatta le ossa sulle inchieste contro il conflitto sociale dal dopoguerra e contro la criminalità organizzata e la mafia, utilizzando criteri e ragionamenti politici, sociali ed economici piuttosto che cercare l’autore di un fatto. È stato delegato alla magistratura e agli apparati di polizia l’annientamento del movimento rivoluzionario degli ani Settanta, chiudendo la dialettica conflittuale in una logica “criminale”. Allo stesso modo è stato delegato alla magistratura anche l’azione di contrasto alla presenza di estese reti mafiose, che -al contrario- andavano combattute dalle forze politiche sul terreno economico e politico, favorendo il conflitto sociale e il radicamento di strutture proletarie autorganizzate. Tutto ciò ha allenato la magistratura ad operare sempre più con criteri politico-sociali preventivi. Gran parte della magistratura è oggi omologata a questo terreno di “difesa dell’ordine sociale”, invece che “difendere la libertà del cittadino”. Ci sono ancora piccole sacche di resistenza “garantista” nella magistratura, ma dalle recenti sentenze sembrano in netta diminuzione.
Sulla vicenda delle manifestazioni di Genova 2001 e i successivi processi e condanne, andrebbe aperta una riflessione profonda e autocritica nel movimento che, mi sembra, non ha ancora avuto luogo. Genova è stato un test per gli apparati statali. Questi hanno colpito tutto il movimento con pestaggi e torture, come deterrenza; poi hanno osservato il muoversi delle componenti del movimento e hanno registrato che non c’è stata alcuna risposta unitaria adeguata. Hanno anche osservato che tra molte componenti si è sviluppata una polemica disaggregante. Difatti l’anno successivo, la gran parte di quel movimento era a Firenze (Fortezza da Basso novembre 2002) in gran festa e sembrava dimentico dei massacri dell’anno prima. A quel punto la repressione giudiziaria ha pensato bene di operare selettivamente, isolando e colpendo una pattuglia di capri espiatori scelti tra i “cattivi”: un segnale esplicito agli altri settori del movimento di tornare dentro le istituzioni. La condanna, formale (perché poi prescritta) dei poliziotti è servita a salvare la faccia sul piano internazionale e a rimandare ancora una volta l’inserimento del reato di “tortura” nel Codice penale, perché i giudici hanno “dimostrato” che il reato di “maltrattamenti” elargisce condanne.

C’è una oscillazione, nel dibattito pubblico italiano, tra due poli. Uno puramente “repressivo”, rappresentato dalle forze più esplicitamente reazionario, l’altro di carattere legalitario, più sottile ma non meno pericoloso, rispetto al quale non sempre i movimenti sembrano avere i dovuti anticorpi…

Se cerchiamo di trarre una valutazione da ciò che sta mettendo a punto lo Stato, e che è già operante, ne dovremo dedurre che loro, gli apparati statali, si aspettano sommosse e tumulti sociali di grande intensità. Le loro previsioni vanno oltre le più rosee previsioni del più ottimista dei compagni. Tuttavia le classi dominanti non sono concordi su come affrontare una fase di crisi permanente della cui portata sono consapevoli. Questa divisione si manifesta anche su come operare la repressione. La parte che proviene dal mondo “progressista”, ma del quale ha abbandonato ogni proposito, ha un unico obiettivo: la legalità, sbandierata come fosse una religione, cui credere ciecamente. La propaganda della ex-sinistra legalitaria si avvale della denuncia dell’illegalità dei potenti, che non è certo una novità, è la natura stessa del capitalismo fin dalla sua nascita. Ma da questa propaganda nasce quella confusione che si trasmette purtroppo anche in ampi settori di movimento e che manifesta quell’assenza di anticorpi che, giustamente, sottolinei.
Non credo in scenari da fantapolitica, con poteri totalizzanti e controlli asfissianti, sicuramente assisteremo a colpi repressivi sempre più duri contro chi non accetta l’ordine della crisi, con gli apparati dello stato molto attivi che però non riusciranno ad azzerare la tensione sociale. Ma altrettanto assisteremo ad un conflitto sociale, imprevedibile, del quale non so se il movimento, o settori di esso, saprà conquistare la direzione. In questa fase di transizione, che immagino lunga, lo scenario probabile è quello che ci offrono le realtà già effervescenti, come l’Egitto, la Grecia, la Tunisia. Tensioni continue, difficoltà di governare, rottura delle fittizie unità nazionali, nuove figure che si affacciano al conflitto e rimescolamento parziale delle divisioni di classe, spostamento dello scontro dalle piazze centrali ai luoghi più prossimi ai soggetti rivoltosi. Le forze più lucide della repressione statale sanno che dovranno convivere con questi scenari e approntano gli strumenti. Uno scenario che opererà selettivamente anche nei confronti delle aree del movimento, favorendo la crescita di alcune, facendone scomparire altre.

Le campagne che le realtà di movimento stanno portando avanti contro la repressione, spesso meritorie, sono però piuttosto minoritarie, anche quando toccano temi (come, appunto, l’abolizione dei reati di devastazione e saccheggio) che in astratto dovrebbe rientrare anche nelle corde dei liberal. Come si può fare perché fuoriescano dal ghetto?

Come dicevo prima, i settori garantisti o liberal sono in via di estinzione. Casomai li troviamo negli istituti di ricerche, nelle riviste dotte e patinate, ma sempre meno tra coloro che agiscono la repressione, siano essi magistrati o forze dell’ordine.
Le campagne recentemente prodotte dal movimento non hanno sortito effetti importanti semplicemente perché, secondo me, il movimento ha scarso radicamento nei settori a noi più vicini, figuriamoci tra la cosiddetta “gente”. La “gente” segue la televisione, e gli altri media. Se analizziamo le campagne riuscite, come quella sulla “strage di Stato” e sull’arresto di Valpreda che introdusse limiti alle misure cautelari anche nei casi di reati gravissimi (legge n. 773 del 15 dicembre 1972), beh, quella campagna si vinse, perché il radicamento del movimento era di gran lunga maggiore di oggi, perché parte della sinistra era ancora garantista e perché settori della borghesia guardavano ancora con simpatia al movimento studentesco. Insomma era una fase abissalmente diversa da oggi.
Più che “campagne” rivolte all’opinione pubblica, penso sia utile oggi un intervento di massa sul terreno della repressione. Poiché la repressione colpisce sempre più settori proletari in conflitto, come in Val di Susa, è possibile dunque produrre iniziative di massa che poi investano, dal basso, tutta la società.

A parte il vissuto di chi milita, in Italia il carcere è sempre più una tremenda discarica sociale, dove vengono radunati – in condizioni spaventose- diversi soggetti indesiderabili. Ciò, in un quadro in cui si fanno grossi passi indietro in merito alle pene alternative al carcere stesso. Secondo te, cosa si può fare per unificare i due percorsi: quello contro la repressione che colpisce le avanguardie e quello che si occupa della repressione più diffusa e del carcere in generale?

Sempre più compagni e compagne varcano i cancelli di quelle maledette galere. È un fatto. Dunque dobbiamo attrezzarci. Come? Intanto parlando di carcere. Discutendone a fondo, cercando di conoscerlo. Di carcere se ne parla, ma se ne parla male. O si rincorre l’utopia del “distruggiamo le galere” oppure si rincorre il “lamento”. Ci si lamenta del sovraffollamento e dei suicidi, si inseguono i radicali che dicono “bisogna riportare il carcere alla sua funzione originaria, alla rieducazione”, “bisogna riportare la legalità nel carcere”. Sono entrambe allucinazioni! Che vuol dire “distruggere il carcere” quando la grandissima parte (per non dire tutti) dei detenuti conferma, col suo comportamento passivo, l’esistenza della galera e della punizione e al massimo chiede che sia più dolce la punizione, ma che sia una punizione. E che vuol dire “legalità” in carcere? Che vuol dire “rieducazione?”. Chi deve rieducare? E a cosa dovremmo essere rieducati? A rispettare il regime della proprietà e dello sfruttamento?, delle guerre e della devastazione ambientale?; educati a rispettare che oltre un miliardo di persone siano alla fame e centinaia di migliaia di bambini muoiano ogni giorno per denutrizione?
Discutere di carcere, secondo me, è discutere su ciò che può fare un compagno o una compagna, un attivista, che va in carcere in rapporto con quelle e quelli che rimangono fuori. Come confrontarsi con i segmenti della popolazione detenuta, come sviluppare percorsi di organizzazione nelle galere, come riappropriarsi della capacità di lottare in quelle condizioni. Considerando che in questo campo abbiamo in questo paese un’esperienza tra le più significative e massicce della storia del carcere nel mondo, simile per certi versi soltanto a quella delle Black Panters negli Stati Uniti.
Dobbiamo parlare del carcere e parlarne come un luogo familiare, non come luogo sconosciuto e terrorizzante, un luogo in cui si può lottare e ci si può organizzare per non soccombere; si possono migliorare le proprie condizioni, si possono organizzare evasioni e rivolte e si può avvicinare la sua abolizione. Ma facendo un passo alla volta e in maniera organizzata e coinvolgente. A chi finisce in carcere dobbiamo dare sostegno massimo e strumenti per utilizzare al meglio la volontà di lotta e di ribellione di fronte al sistema carcerario. Dobbiamo fare uno sforzo maggiore per iniziative sul territorio in grado si criticare il carcere e convincere la popolazione proletaria che si può e si deve lottare contro il carcere in ogni territorio; perché poi in carcere i giovani proletari ci finiscono e molto frequentemente. Allo stesso modo va ricostruita una lotta di massa contro i Cie.

19 marzo 2013 –  A cura de Il Pane e le rose – Collettivo redazionale di Roma
http://www.pane-rose.it/files/index.php?c3:o38040:e1
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