Sentenza della Consulta sulle detenute-madri

Dopo anni e anni di proteste finalmente le Corte Costituzionale ha emesso una sentenza di buon senso sulle detenute madri

bambini in carcereEccolo il carcere italiano!!! Ecco la vergognosa e irritante questione delle bambine e dei bambini figli di detenute che nascono e trascorrono l’infanzia dietro mura e sbarre di un carcere.

Con la legge Finocchiaro, 40/2001, che concedeva i “domiciliari” alle detenute con prole inferiore a tre anni, e le successive, legge 62/2011 e quella del nov/2013, che hanno peggiorato la situazione introducendo gli ICAM (Istituti a Custodia Attenuata- altro business per signori del cemento) e elevato l’età dei bambini/e a dieci anni, non si è risolto il problema e oltre 50 bambine e bambini rimangono in carcere per dieci anni, oppure fino alla scarcerazione della propria madre. Detenzione che non è quasi mai breve in quanto le detenute madri escluse dai benefici della legge Finocchiaro sono quelle che ricadono sotto la normativa dell’Art. 4-Bis.
Questo articolo, introdotto con legge 15 marzo 1991 impone il «Divieto di concessione dei benefici e accertamento della pericolosità sociale dei condannati per taluni delitti». I benefici verranno concessi solo… (comma 1) «...solo nei casi in cui tali detenuti e internati collaborino con la giustizia».

Quei “taluni delitti” prevedono condanne lunghe, così lo stato che si dice bambini carcere 2“democratico” rinchiude nelle crudeli galere queste 50, 60 creature appena nate, (in questo e altri mille casi non so come faccia una donna o un uomo a sopportarsi dando consenso a questo stato criminale).

La Consulta (Corte Costituzionale), intervenendo sul caso particolare di una mamma detenuta nigeriana, ha intaccato questa ferocia legale, ma rimane pur sempre sotto le “valutazioni” delle forze dell’ordine e dei procuratori.

La sentenza 239 depositata il 22 ottobre 2014, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 4-bis, comma 1 della legge 26 luglio 1975, n. 354 (così come dell’articolo 47-ter per le condanne fino a 4 ani), nella parte in cui non esclude dal divieto di concessione dei benefici penitenziari, da esso stabilito, la misura della detenzione domiciliare speciale prevista dall’art. 47-quinquies della medesima legge.

La Corte costituzionale ha ritenuto che la norma restrittiva non rispetti il principio di uguaglianza, né il diritto-dovere di educazione dei figli e della protezione dell’infanzia, ed è in contrasto con gli articoli della Costituzione a tutela della famiglia.

Non bisogna escludere il beneficio a priori, dice la Corte, come impone la legge, bisogna fare “valutazioni” caso per caso. È inevitabile che Sentenza della Consulta subordini la concessione del beneficio alla verifica della insussistenza di un concreto pericolo di commissione di ulteriori delitti.

A questo punto è obbligatorio per tutte e tutti noi far si che le “valutazioni” per le detenute madri siano sempre favorevoli.

E lo possiamo fare con le buona e forti mobilitazioni!

La Sentenza integrale si può scaricare in pdf qui

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Chi vuole abolire l’ergastolo?

Il 24 ottobre scorso Papa Francesco davanti all’Associazione Internazionale di Diritto Penale ha parlato: «l’ergastolo è una pena di morte nascosta», «l‘ergastolo deve essere abolito, – ha detto – le carceri devono garantire il rispetto della dignità dell’uomo, il regime carcerario del 41-bis deve essere radicalmente riformato, la custodia cautelare deve essere l’extrema ratio e non l’anticipazione della pena», ha poi continuato affermando che «una forma di tortura è a volte quella che si applica mediante la reclusione in carceri di massima sicurezza» ha anche criticato duramente la deriva di quasi tutti i leader politici verso il «populismo penale» per raccattare qualche voto.

ergastolo… e si aperto il vaso di pandora scatenando tutti gli spiriti maligni di questo triste paese.

Prima di dare uno sguardo alle prese di posizione, due considerazioni.

La prima= nel secolo scorso, il XX, fino agli anni 70, tutta la sinistra, sia quella riformista, sia quella antagonista e rivoluzionaria, pur con toni e accenti diversi, affrontavano quotidianamente i temi della critica al carcere e, in particolare, alle condanne lunghe e ovviamente alla pena di morte e all’ergastolo. Poi, in quegli anni tumultuosi, i Settanta, la sinistra istituzionale e riformista ha abbandonato, rapidamente, questi temi e, secondo la meccanica della torsione del bastone, si è attestata con velocità su un crinale forcaiolo. È rimasta soltanto la sinistra rivoluzionaria e antagonista a criticare il carcere, le condanne lunghe, i regimi carcerari punitivi (carceri speciali, art.90, 41 bis, ecc), proclamando e diffondendo la tesi che il carcere equivale a tortura, che devasta e annienta la persona reclusa, che la rieducazione è un falso e un imbroglio.

Poi è successo recentemente, che alcuni settori di movimento, credendo o forse sperando che ci fosse la possibilità che alcuni potenti cadessero sotto la scure della giustizia (santa ingenuità!, per non dire di peggio) si sono messi anche loro a fare i forcaioli, i giustizialisti. Siamo rimasti in poche e pochi a gridare «aboliamo le galere» e a solidarizzare e stare dalla parte delle persone carcerate, tutte! Senza curiosità per i lugubri fogli delle sentenze emesse, evitando di ergersi, a nostra volta, al ruolo di giudici (sport assai diffuso in questo tristissimo paese, che rispecchia la totale impotenza culturale, politica e personale) aderendo consapevolmente al detto carcerario che «la sentenza si lascia in matricola».

La seconda=Tre giorni or sono il Papa Bergoglio ha detto le cose che urlavamo nelle piazze e scrivevamo sui nostri ciclostilati, non solo sul carcere, qualche giorno prima aveva criticato la guerra e denunciato le banche e le multinazionali che si arricchiscono proprio su quei massacri.

Nell’un caso e nell’altro il Papa ha avuto grande audience, tutte e tutti si sono pronunciati. Quando eravamo noi, estremisti, a criticare il carcere, le guerre, a voler abrogare subito l’ergastolo e le pene lunghe, e intravvedere l’abolizione della galera e del sistema penale, nessuno considerava le tesi che esprimevamo ma ci liquidavano con l’epiteto di delinquenti o terroristi. È tutto normale, fa parte di questo sistema marcio. Però non si può tralasciare questa semplice considerazione: non è importante ciò che si dice, ma chi lo dice! È bene tenerlo a mente!

Ma vediamo cosa hanno detto uomini e donne che occupano le poltrone del potere? Oltre a dire bugie sul fatto che l’ergastolo può finire, dimenticando che sui circa 1600 condannati all’ergastolo, oltre due terzi, ossia più di mille subiscono l’ergastolo ostativo che non consente di uscire dalla galera, se non dentro la cassa da morto.

A parte l’Unione Camere penali, ossia gli avvocati, che hanno espresso valutazioni positive insieme ai radicali, all’Associazione Antigone e altri, addirittura il ministro Orlando ha messo in luce che «… spesso il carcere è stato utilizzato come strumento per risolvere conflitti sociali piuttosto che di repressione di alcune forme di delinquenza», la gran parte delle persone che hanno incarichi potenti hanno storto la bocca e, non volendo svelare il loro spirito forcaiolo, hanno tirato in ballo casi eclatanti, come il norvegese Anders Breivik che, nel 2009 a Utoya, uccise una settantina di suoi coetanei e i casi dei principali boss mafiosi. Così si sono domandati furbescamente, che fare di questi? E la loro miseria intellettuale si è fermata lì.

Ma il “no” più argomentato è stato quello del Pm Carlo Nordio, colui che ha presieduto una delle tante commissioni per “riformare il Codice penale”, che è ancora quello firmato da Mussolini, riforma fallita come le altre e che alcuni, sussurravano, fosse addirittura peggiorativa in alcuni settori.

Bene, il Pm Nordio ha iniziato affermando che «… l’ergastolo sia una pena inumana, dovrebbe essere abolita » e che «noi avremmo voluto codificare nel Codice penale la riduzione della pena praticamente per tutti i reati» aggiungendo però che «... si pone un problema di proporzione della pena. Se abolisco l’ergastolo emetto come pena massima 30 anni… Se invece vogliamo mantenere pene alte per alcuni reati o addirittura alzarle, diventa difficile ridurre quella massima».

Ecco il centro del problema: la pena dell’ergastolo consente di tirare in alto, cioè alzare tutte le altre condanne, se invece viene abolito, di conseguenza tutte le altre pene dovranno essere ridotte. È questo che non piace proprio ai nostri giustizialisti, forcaioli. Che, tra l’altro, vogliono attribuire al termine certezza della pena il significato di dover fare la galera dal primo all’ultimo giorno, non sapendo, o facendo finta di non sapere, che quell’espressione intende (intendeva 250 anni fa) affermare che la condanna e la sua espiazione dovrebbe essere applicata in modo certo e uguale per tutti, non modellandola sul censo e sulla classe di appartenenza di chi ha trasgredito la legge, come invece accade ancora oggi.

Questa è la giustizia in questo sistema marcio. Sta a noi combatterla, e possiamo farlo non chiedendo al sistema di riformarsi, ma costruire i luoghi e il tempo per un altro modo di intendere l’uguaglianza, la convivenza, la solidarietà e la rettitudine sociale.

Ovviamente con la lotta!

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Il carcere uccide ancora e sempre di più: 4 detenuti suicidi in 4 giorni

Latina, giovedì 16 ottobre. Gianpiero M. di 38 anni, si uccide nella sua cella del carcere di Latina.

Padova, domenica 19 ottobre. Samir R. di 38 anni, durante la notte si toglie la vita nella sua cella del carcere Due Palazzi di Padova.

Ascoli Piceno, lunedì 20 ottobre. Gianluca C. di 48 anni, si uccide nella sua cella del carcere di Ascoli Piceno.

Cagliari, lunedì 20 ottobre. Piergiacomo M. di 43 anni, si impicca nella sua cella del carcere Buoncammino di Cagliari.

Dall’inizio dell’anno 36 persone si sono tolti la vita in cella! 114 le persone che hanno perso la vita per “motivi non accertati”.

carcerePerché si muore in carcere?

Negli ultimi 3 anni sui media, se ne è parlato di carcere, se ne è parlato abbastanza. Sono state messe in luce le inadeguatezze, il sovraffollamento, la mancanza di igiene e di servizi, docce e passeggi insufficienti, ecc., ecc. Tante le cose schifose in carcere. Poi, grazie anche alla pressione della CEDU (Commissione europea dei diritti dell’uomo) il governo, con tre decreti cosiddetti “svuota carceri” e il quarto che riepiloga e coordina i precedenti e che stabilisce il “risarcimento”, ha diminuito il sovraffollamento. Questi i provvedimenti:

1– l’ultimo anno di pena ai domiciliari. Legge 26.11.2010 n° 199, «Quando la pena detentiva da eseguire non è superiore a dodici mesi, il pubblico ministero, sospende l’esecuzione dell’ordine di carcerazione e trasmette gli atti al magistrato di sorveglianza affinché disponga che la pena venga eseguita presso il domicilio».

2legge 17 febbraio 2012 , n. 9 =portato a 18 mesi il provvedimento precedente di detenzione domiciliare.

=«Nei casi di arresto in flagranza, il giudizio direttissimo dovrà essere tenuto entro, e non oltre, le 48 ore dall’arresto, non essendo più consentito al giudice di fissare l’udienza nelle successive 48 ore. Viene introdotto il divieto di condurre in carcere gli arrestati per reati di non particolare gravità prima della loro presentazione dinanzi al giudice per la convalida dell’arresto e il giudizio direttissimo. L’arrestato dovrà essere custodito dalle forze di polizia».

3Legge 21 febbraio 2014, n. 10, misure urgenti in tema di tutela dei diritti fondamentali dei detenuti e di riduzione controllata della popolazione carceraria.

4-Il “risarcimento” (approvato il 2 agosto 2014 grazie alla “fiducia” applicata dal governo al testo coordinato 26.06.2014 n° 92) consiste in una diminuzione della pena nella misura di 1 giorno di sconto per ogni 10 giorni trascorsi in “trattamento inumano e degradante”; se il detenuto è in fine condanna, 8 euro di rimborso per ogni giorno. (vedi qui )

Con la legge del 21 febbraio 2014, n. 10 le presenze erano scese a 60.828, nello stesso mese di febbraio, nell’estate scorsa se ne contavano 56.590. Così lo stato italiano ha evitato la multa da parte della Corte europea e sono stati sospesi i ricorsi degli oltre 6mila detenuti/e. In realtà è una sospensione; il prossimo anno la Corte verificherà se continua la diminuzione delle presenze in carcere.

Quindi carcere meno sovraffollato. Diecimila in meno!, e di carcere non si parla più. I benpensanti e i giornalisti, e un po’ tutti e tutte avranno pensato: “adesso staranno meglio! Solo 56mila!” Che brave persone! Ma che ne sanno del carcere!, probabilmente credono che con la riduzione del sovraffollamento, si sarebbero riportate le carceri al loro ruolo previsto dalla Costituzione: “rieducare e reinserire le persone carcerate”.

Poveri illusi! Non sapete cos’è la galera!

Ecco cos’è il carcere: quando ti arrestano e ti rinchiudono in una cella, ti sradicano totalmente dal tuo ambiente dove cercavi di sopravvivere alla meglio costruendoti relazioni umane e affettive, costruendo reti amicali e solidali nel territorio dove percorrevi strade e marciapiedi, frequentavi bar, negozi e sedi politiche o sociali, dove ti organizzavi con altri per costruire lotte.

È una vera deportazione verso il nulla. È uno sradicamento dal tuo ambiente: nudo e vuoto ti sbattono in un buco. E sei un nulla. Il carcere produce un deserto sociale.

Questi suicidi sono lì a confermare che non avete capito nulla del carcere!, care brave persone.

Il carcere va abolito! E subito!

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Una chiacchierata tra vecchi compagni

Intervista a Salvatore Ricciardi e Michele Castaldo

E’ una sorta di chiacchierata a ruota libera fra vecchi compagni con esperienze e percorsi diversi che passeggiano nei giardini di un quartiere di periferia, senza nulla pretendere, perché sono più le domande inevase che le risposte che vengono fornite alle questioni poste.

D’altronde le risposte verranno dallo sviluppo delle lotte, dei movimenti e dalla loro determinazione anticapitalista.

Queste le domande che ci siamo posti reciprocamente:

D. Guardando oggi la realtà sociale in Italia e nel mondo, cosa vi viene immediatamente da pensare rispetto a quella che abbiamo vissuto negli anni 70?

R. di Salvatore

Dal punto di vista del conflitto la differenza è notevole. Negli anni 60 e 70 la classe operaia si è alzata in piedi, si è organizzata su contenuti antagonisti nei posti di lavoro, e così il proletariato nei quartieri popolari nelle grandi città: Roma, Milano, Napoli, Palermo e così via. Oggi assistiamo a occupazioni di case prevalentemente realizzate da immigrati e settori proletari impoveriti. Sono situazioni che per avere prospettive di aggregazione e di sviluppo devono legarsi alle lotte di altri settori, proponendo e dando vita a un movimento in grado di generalizzarsi e radicarsi nei territori a tutto campo. Si stanno sviluppando lotte interessanti tra i lavoratori della logistica, ma anche qui bisogna allargare il percorso di autorganizzazione ad altre situazioni proletarie. Intanto va sperimentata la possibilità di unire, per ora, queste due realtà in movimento, lotta per la casa e lotte della logistica.

R. Michele

Che è cambiata totalmente la fase storica, il ciclo di produzione e di accumulazione del capitale. Negli anni settanta si era comunque in una fase mondiale di ascesa dell’accumulazione capitalistica, oggi siamo in presenza di una di regressione, con tutto quello che ciò comporta.

D. Per stare più alle cose minute, la stessa lotta per la casa non vi appare più come un fatto endemico piuttosto che come un’ondata di vera e propria lotta di ampi settori di proletariato?

R. di Salvatore

La lotta per la casa c’è sempre stata, negli anni 50 e 60 era gestita dal Pci e da essa prese corpo la costituzione del sindacato Sunia. In questa fase però la lotta per la casa si sta ampliando in maniera interessante, dimostrando la volontà di unirsi ad altri settori in lotta. Comunque anche la lotta per il miglioramento salariale e per la riduzione dell’orario di lavoro c’è sempre stata, a volte il Pci le ha controllate per i suoi scopi, altre volte si sono sottratte al controllo dei riformisti.

R. di Michele

Pienamente d’accordo in modo particolare se vogliamo riferirci alle grandi occupazioni di massa a Roma o nel napoletano, come quella di Acerra alla quale il Pci fece seguire la politica delle cooperative immobiliari, fondate sul principio tutto capitalistico della ‘proprietà indivisa’ sul piano individuale, accrescendo continuamente il capitale dell’impero Coop, variamente diversificato, ma con i dividenti per i maggiori azionisti. Così facendo si indeboliva il movimento proletario che aspirava alla casa popolare e si irretiva la piccola borghesia nell’accumulazione del capitale immobiliare privandola della possibilità dei dividendi.

D. Quali sono oggi le ragioni del Comunismo, in che senso e perché, in virtù di quali fattori si deve poter pensare al Comunismo?

R. di Salvatore

Bella domanda. Il comunismo non è oggi chiaramente espresso dal conflitto di classe, come è stato in molti conflitti precedenti, per esempio negli anni 60 e 70. E io da quelle lotte ho imparato ad essere comunista e ancor oggi a quell’ideale mi sento ancorato. Non ho problemi a dire che oggi mi ritrovo in un ideale di comunismo. Ma alla fine degli anni 60 e negli anni 70, il conflitto per l’abolizione del lavoro salariato, per l’abbattimento dello stato del capitale, per la ridefinizione e riduzione della giornata lavorativa, per l’abolizione delle banche e del denaro ecc., quella è stata la migliore università per noi giovani. Oggi tutto questo non proviene dalle lotte delle masse, estremamente difensive, quando ci sono. Dunque il comunismo rimane oggi come un’aspirazione ideale, ma profondamente legata a pratiche di classe. E comunque è il percorso storico della liberazione degli oppressi e degli sfruttati.

R. di Michele

Si deve pensare all’ipotesi di una nuova e diversa organizzazione sociale a partire dalla crisi irreversibile di un modo di produzione e dai riflessi che essa provocherà nelle masse proletarie che si ergeranno a soggetto e porranno le basi per un diverso modo di produrre e di distribuire.

D. D’accordo sulle aspirazioni ideali di cui dice Salvatore, ma ideale di chi e perché?

R. di Salvatore

Un ideale per quelle e quelli, forse pochi, che ci sentiamo in sintonia con un passato di tentativi rivoluzionari anticapitalisti, lungo oltre 150 anni. Ma anche con le reali possibilità di liberazione dalla sudditanza all’organizzazione del lavoro. Se si vuole liberare gli umani dalla schiavitù del lavoro salariato e se si vuole salvare la terra dalla distruzione c’è solo la strada del comunismo.

R. di Michele

La risposta andrebbe così articolata. Le necessità o bisogni delle masse si riflettono in concetti e aspirazioni che assumono forme di idee, cioè volontà di soluzione di quei problemi e di soddisfacimento di quei bisogni. Data però la forza minima che le masse esprimono, resta la volontà delle masse prive di forza e la forza della volontà dei comunisti privi della forza delle masse. Rappresentiamo perciò al tempo stesso il passato e il presente, la nostalgia per la forza che le masse operaie e proletarie seppero mettere in campo un tempo e le necessità inevase delle masse d’oggi espresse in idee, in rapporto alla debolezza della capacità delle masse.

D. Quale è la natura del Comunismo all’interno di un quadro sociale di decomposizione come quello che vediamo avanzare in questa fase in modo particolare in Occidente e nell’immediata periferia mediorientale?

R. di Salvatore

In questa fase c’è solo la certezza della decadenza del capitalismo, e non solo nelle democrazie occidentali, che produce abbrutimento della convivenza umana e devastazione e saccheggio ambientale. Ma non voglio fare profezie di imminenti cadute del potere del capitale, previsioni sempre sbagliate. Una cosa è certa: il sistema capitalistico non è riuscito a mantenere le promesse di far vivere in una prospettiva florida grandi masse proletarie e piccolo borghesi. Si è rivelata un’illusione, una grossa menzogna. Bisogna andare oltre!

R. di Michele

Si, concordo pienamente, si tratta di un sistema che comincia a mostrare le prime – ma irreversibili – crepe. Una crisi che si prolunga per anni con una decrescita complessiva di tutta l’accumulazione mondiale del capitale rappresenta un fatto nuovo da analizzare bene e vederne i possibili sviluppi.

D. Ma allora il Comunismo come risvolto di una crisi generale e irreversibile del capitalismo?

R. di Salvatore

Si, quando un sistema socio economico è marcio, si deve costruire un nuovo ordine sociale, ugualitario, libertario e rispettoso dell’ambiente, piuttosto che il caos sociale generale di capitalisti, banchieri e grande finanza, dovuto alla crisi, ormai putrefazione del modo di produzione capitalistico.

R. di Michele

Si, un nuovo ordine sociale che non è però prefigurabile all’oggi. Non possiamo cioè ipotizzare in che modo si organizzeranno i nuovi rapporti sociali a partire da una conflagrazione generale. Non è possibile disegnare schemi su come sarà il rapporto tra le diverse industrie, i diversi consigli operai, le diverse categorie, la distribuzione ecc. E’ tutto un divenire o, per dirla con Rosa Luxemburg, è una nebulosa.

D. Recentemente è stato pubblicato una sorta di antologia di Cesare Pianciola su Raniero Panzieri. Ma che cos’è secondo voi l’operaismo?

R. di Salvatore

Il punto centrale, la grande innovazione di Panzieri, il padre per così dire dell’operaismo, è l’inchiesta operaia, ovvero cercare di capire che cos’è effettivamente la classe operaia: come lavora, come vive, cosa pensa, che rapporto ha col lavoro, con la gerarchia di fabbrica e con l’organizzazione sindacale e partitica. È stata una grande innovazione per portare a galla la verità della coscienza di classe, oltre ogni mito ideologico. Il primo operaismo inoltre ha dato un importante sprone alla critica radicale della “neutralità” della tecnica e della scienza, individuati quali strumenti totalmente al servizio del capitale; così come è stato il rifiuto della “visione apologetica del progresso tecnico-scientifico”. Tutto ciò ha aperto nuove critiche alla produzione capitalistica e ha dato nuovo impulso alla volontà della trasformazione rivoluzionaria. Questi aspetti ci hanno portato molto distante dal Pci e dagli altri riformisti e dai “lavoristi” di scuola moscovita.

R. di Michele

Panzieri coglie un aspetto teorico di estremo interesse nel porre il dubbio sul ruolo della classe operaia industriale quale motore della rivoluzione sociale. Si tratta di una questione molto complicata perché investe uno dei capisaldi del Manifesto del partito comunista di Marx e Engels del 1848. Ovviamente l’aver espresso un dubbio non vuol dire aver fornito una diversa risposta alle loro tesi. Lo stesso Gramsci, se vogliamo, si pose la questione, rispondendo con una domanda piuttosto che con una affermazione, dicendo: è tutto da rifare. Che poi si sia arrivato a dei paradossi, giustificando l’autonomia del politico nella lotta di classe, è tutt’altra storia.

D. Potremmo definirlo come un dubbio sul ruolo taumaturgico della classe operaia che traspare fin dal Manifesto di Marx e Engels, ruolo riproposto poi da Lenin e da tutto un filone teorico e politico fino agli anni 70 e ancora oggi da minuscole organizzazioni che a quel filone si richiamano ?

R. di Salvatore

Panzieri e l’operaismo prima maniera hanno abbandonato il mito della classe operaia depositaria di un ruolo taumaturgico capace di abbattere il capitale e portare l’umanità in una sorta di paradiso sociale. Così la gran parte dei militanti degli anni 60 e 70. È stata una rottura storica con quelli che avevano scambiato Marx per un profeta. Non abbiamo dato per scontato che gli operai fossero depositari spontaneamente di un’altra cultura e di un’altra visione del mondo. Si è messo al primo posto il conflitto tra operai e capitale, per capire, lì dentro e nel suo sviluppo, il valore politico di quegli scontri e le possibilità insite di una trasformazione sociale. Con la chiarezza che la contraddizione principale è quella capitale/lavoro, ma che la classe operaia non ha in sé la chiarezza della costruzione di un mondo altro. È pur sempre una classe nata nella pancia sporca del capitale.

È un discorso lungo che non si può racchiudere in poche righe. La classe operaia, in alcune situazioni, è stata capace di rompere l’ordine capitalistico e aprire spazi nuovi da riempire con nuove idee di vita collettiva, diversa e alternativa a quella borghese. Una prospettiva nella quale saranno impegnate donne e uomini tutti. In altre situazioni ha invece condiviso i valori borghesi, accettando il suo ruolo subordinato di capitale variabile, e quindi cooperando col capitale per lo sviluppo della produzione. Spesso ha accettato il valore borghese del possesso di merci, misuratore del benessere, anche se in maniera collettiva e ugualitaria. È la storia della classe operaia inglese cui il movimento operaio assegnava compiti decisivi e dei partiti socialdemocratici nord-europei. Quel pseudo-benessere però ha avuto vita breve, le crisi di ristrutturazione capitalistica l’hanno spazzato via.

R. di Michele

Ripeto, sia Panzieri che altri hanno posto la questione senza fornire una tesi contrapposta a quella di Marx e Engels. Addirittura Sergio Bologna teorizzò una diversa classe, i camionisti, capace di innescare processi rivoluzionari solo pochi anni dopo che in Cile avevano funto da stura per il colpo di stato di Pinochet. Dunque la questione aperta, rimane aperta, nel senso che il modo di produzione capitalistico non può essere abbattuto da una classe che lo sostituisce con un’altra, ma deve implodere per le sue stesse leggi di funzionamento.

D. C’è in Marx – scrive Pianciola – un “nucleo metafisico” produttivo di conoscenze e di illusioni. […] c’è la riduzione della realtà complessa delle classi lavoratrici a un proletariato idea e alla sua missione storica. Insomma sarebbe sbagliata la tesi di Marx. Che ne pensate?

R. Salvatore

Non ho letto il libro di Pianciola, ma conosco Panzieri e non mi pare che abbia mai espresso dubbi sul ruolo centrale della classe operaia nell’abbattere il capitalismo. Ha però combattuto le visioni deterministiche e metafisiche presenti in alcuni “marxismi”, non certo presenti in Marx che non si appoggia a un “nucleo metafisico”. Marx parte da un’analisi sullo stato della classe operaia in Inghilterra – che era a quel tempo la realtà più avanzata da un punto di vista capitalistico – e aggancia la sua elaborazione all’ipotesi che ovunque il capitalismo, nel suo sviluppo, avrebbe ampliato il lavoro salariato al punto tale da spazzare via altri settori fino a realizzare due comparti antagonisti: la borghesia e il proletariato (Marx dedica all’analisi della classe operaia in Inghilterra il Cap. 24 “La cosiddetta accumulazione originaria” del libro 1° del Capitale). Fatta quella sorta di inchiesta, trovando le ragioni storiche fin dal XIV secolo, si sente autorizzato a pensare che la salarizzazione diffusa e radicale trasformerà i contadini in braccianti salariati, come avvenuto in Inghilterra. Da questa ipotesi trae la conclusione che il proletariato, anche numericamente espanso, ad un certo punto diverrà classe per sé contro il capitale e darà l’assalto alla borghesia, cioè al modo di produzione capitalistico. Ma era il modello inglese ad essere anomalo. Negli altri stati, la borghesia, nel XIX secolo, ha necessità di alleanze e lo fa col settore contadino. Così in Prussia, in Francia ecc., i governi mettono in campo provvedimenti che sostengono l’agricoltura dei contadini piccoli proprietari, ciò era giustificato anche dal sopravvenire di crisi devastanti che rallentarono l’industrializzazione.

R. di Michele

E’ inutile stare in mezzo al guado, la questione viene – ripeto – centrata in quanto dubbio da Panzieri, ma il punto cruciale è: esiste un’altra classe o un altro comportamento delle classi sfruttate per abbattere il modo di produzione capitalistico? La risposta – appena abbozzata e confusa se si vuole, ma la più materialistica di concepire la realtà sociale moderna e le sue evoluzioni, la fornisce Rosa Luxemburg con la teoria del crollo enunciata nel libro L’accumulazione del capitale. I fatti le stanno dando ragione.

La storia ha dimostrato che a partire dall’Inghilterra dalla fine del settecento, e fino ad oggi in tutto il mondo, il proletariato ha puntato sempre ad integrarsi nella società capitalistica e borghese più che a smantellare questo modo di produzione.

Dunque si sbagliavano Marx e Engels nel vedere la classe operaia come una classe che in maniera taumaturgica si sarebbe fatta classe per sé e avrebbe abbattuto il modo di produzione capitalistico e instaurato il socialismo e il comunismo.

D. Sorge questa domanda: c’è ancora un ruolo della classe operaia come soggetto aggregante? Insomma è la classe operaia ancora una classe di riferimento? Se si perché, se no perché.

R. di Salvatore

Eh, bella domanda. Poniamola così: la classe operaia ha avuto un ruolo di opposizione e in alcuni casi di vero antagonismo inconciliabile con la produzione capitalistica e con la società borghese. In altri casi si è battuta per importanti rivendicazioni, ma complementari alla borghesia (come ho detto sopra, questo ha fatto la classe op. inglese). Spesso ha dato molte spallate al sistema, a volte per un percorso finalizzato alla propria integrazione nel modo di produzione e nella società, altre volte per distruggerlo e uscire da esso. Comunque a questa domanda si può rispondere esaurientemente andando a parlare con gli operai e con i proletari. Un’inchiesta vera e di massa, che oggi pochi compagni intendono fare.

R. di Michele

Non c’è e non ci potrebbe essere un ruolo predefinito, dovuto alla strutturazione della società capitalistica, così come prima si diceva. Tutto dipende dall’andamento dell’accumulazione capitalistica. Fino ad oggi il proletariato industriale nel suo insieme ha sempre puntato all’integrazione. Le aspirazioni ideali sono il riflesso di una proiezione storica a divenire; in quanto tali non possono costituire un programma organico del modo di organizzare la nuova società. L’idea di Marx ‘Ognuno secondo le sue capacità; a ognuno secondo i suoi bisogni’ è un criterio di orientamento, non può costituire una base programmatica.

D. Il ruolo che la classe ha avuto nel corso negli ultimi due secoli si modificherà e in che modo?

R. di Salvatore

L’ho già detto, non voglio scambiare la lotta di classe per profezia. Se affermiamo che molte cose sono cambiate, ed è così, l’estensione del lavoro salariato è un fatto. Purché non ci facciamo abbindolare dall’imbroglio terminologico messo in campo, in merito alla fantasiosa denominazione dei contratti di lavoro. La realtà è fatta di aumento di salariati pagati sempre meno. Voglio dire che le molte forme variegate di contratti non sono altro che lavoro salariato nascosto. Quanto al muoversi della classe operaia, non possiamo fare altro che andarlo a scoprire, rilanciando l’inchiesta nei comparti del lavoro e nei territori. È questa l’attività principale che oggi bisogna fare.

R. di Michele

E’ la madre di tutte le domande, per parafrasare Saddam Hussein, nel senso che il proletariato, essendo un prodotto di un modo di produzione, è una classe complementare all’altra classe che nel modo di produzione ha il ruolo di detentrice dei mezzi di produzione. Dunque non è con il passaggio dei mezzi di produzione da una classe all’altra che si risolve il problema, ma con lo smantellamento del modo di produzione stesso. Ora, da un punto di vista materialistico, appare quantomeno problematico che il proletariato debba abbattere un modo di produzione divenuto sistema di cui è artefice come fattore complementare seppure in posizione subordinata. Detto brutalmente: il proletariato mondiale non può ipotizzare una società organizzata da sé stesso senza i capitalisti all’interno di un meccanismo regolato dalle leggi di mercato, cioè di un modo capitalistico di produzione.

D. Perché nonostante la crisi e un impoverimento crescente dei lavoratori non c’è una reazione generalizzata del proletariato?

R. di Salvatore

Eh, un bel problema. Due comunque i fattori: la scomparsa o l’assorbimento nel sistema capitalistico dei partiti operai e dei sindacati (questi ultimi fuori dal sistema non ci sono mai stati, ma almeno sono stati conflittuali) e la paura che ha assalito gli operai; paura dei licenziamenti, paura delle ristrutturazioni, paura delle delocalizzazioni, paura delle sostituzioni con altri lavoratori disponibili dato l’alto livello della disoccupazione. Il governo della paura, c’è sempre stato, ma oggi è ancor più forte e totale.

R. di Michele

Perché le masse si adagiano sul principio del minimo sforzo. Così facendo – almeno nella metropoli imperialista – arretrano continuamente pensando di evitare il peggio. La stessa rivoluzione è ritenuta la peggiore soluzione perché le masse proletarie ci vanno come alla guerra, per extrema ratio e non esaltandosi, come invece ci potrebbero andare i rivoluzionari che si pongono alla loro testa. Detto in maniera brutale, in Occidente si sta arrivando a raschiare il fondo del barile, ma non siamo ancora a questo.

D. Insomma la preoccupazione di finire di male in peggio e dunque l’adagiarsi al meno peggio continuamente?

R. di Salvatore

E già. Questo è il prodotto dell’aggressione liberista. Ma non durerà in eterno.

R. di Michele

Proprio così.

D. In che modo emergono le avanguardie del nuovo movimento operaio o rivoluzionario? Come ritenete che si possa o si debba configurare il rapporto avanguardie masse?

R. di Salvatore

Un’altra bella domanda. Secondo me le avanguardie emergono dalle lotte e dal conflitto, non possono esistere a priori. Essere avanguardia di massa vuol dire essere in sintonia con l’umore generale delle masse per aiutarle nel percorso di autorganizzazione e lotta. Questo non vuol dire fare ogni volta un referendum per stabilire il ‘che fare’, ma dare più ascolto all’umore delle masse e non al proprio istinto di avanguardia. Insomma l’avanguardia proviene dalle lotte, dalle masse, non dalle “scuole quadri”. Perlomeno questo è quello che ci ha insegnato la lotta.

R. di Michele

Completamente d’accordo con quello che afferma Salvatore. Le masse si mettono in movimento e dal loro movimento esprimono le proprie avanguardie, le loro rivendicazioni e i loro obiettivi.

D. In questo modo si manda in soffitta il concetto che Kautsky e Lenin esprimevano sul ruolo della coscienza esterna da introdurre nelle masse che da sole arriverebbero al tradunionismo.

R. di Salvatore

Il più grosso imbroglio di Kautsky e della Seconda Internazionale è stato aver spezzato la lotta operaia in lotta economica (tradunionistica) e lotta politica. Questo ha prodotto un arretramento enorme delle lotte e della coscienza di classe. Lenin non ne era entusiasta, diciamo che l’ha subita (era difficile nei primissimi del ‘900 contestare le elaborazioni teoriche e politiche del più forte partito operaio e dei maggiori teorici alla sua testa: la socialdemocrazia tedesca), anche se ha tentato di correggerla, insieme alla sinistra della II Internazionale agli inizi del ‘900, con la “cinghia di trasmissione” dal partito al sindacato. Questa “cinghia” doveva impedire la politica rivendicativa volta all’integrazione nel sistema, politica dei sindacati, ma la “cinghia” purtroppo ha incasinato ancor di più le dinamiche di classe, dando pieni poteri alla burocrazia del partito.

R. di Michele

Non ci nascondiamo dietro un dito, la tesi di Kautsky e Lenin a riguardo è sbagliata, sa di metafisica. Da quale cassetto prenderebbero la coscienza i rivoluzionari per immetterla nelle masse? Perché esisterebbero queste avanguardie? In nome di cosa e di che esse nascerebbero? Su Lenin andrebbe fatta una riflessione più approfondita, ma non è questa la sede, perché si è trattato di uno evento, dal 1905 al 1917, di uno straordinario periodo da un punto di vista storico, ma non è stata certamente una rivoluzione proletaria, se per essa intendiamo l’ipotesi di un potere economico, politico e sociale diverso dai meccanismi del modo di produzione capitalistico.

D. Esiste ancora la dicotomia partito di massa e partito di avanguardia? Questa è una questione che ti riguarda molto da vicino visto il tuo percorso politico.

R. di Salvatore

Marx sosteneva che il proletariato diviene classe per sé e si dà in partito politico. Ma in questa fase va definito il ruolo rivoluzionario della classe operaia, il suo percorso e dunque anche la natura dell’organizzazione. E’ chiaro che una struttura organizzata la classe operaia la deve avere in ogni momento della lotta. In questa fase di ricostruzione del conflitto antagonista vanno incentivati i processi di autoorganizzazione proletaria e la costruzione nei territori di aggregati (consigli) di contropotere proletario. Parlare di partito, di massa o di avanguardia, mi pare senza senso.

R. di Michele

Si tratta di una questione impostata male per il passato e proseguita peggio, perché si presuppone che si possa stabilire a tavolino in che modo organizzare la classe e fornirle uno strumento che essa deve usare, piuttosto che assegnare alla classe, o ai movimenti di classe, il ruolo di soggetto che maturano durante lo scontro con altre classi del modo di produzione capitalistico.

D. Cosa pensate del partito di massa e quello di avanguardia?

R. di Salvatore

Quanto al partito d’avanguardia, non sono d’accordo. Se ne può discutere – si può essere d’accordo o meno – soltanto in alcune situazioni particolari, quando il partito si configura come un comando che deve dirigere una guerra civile, se questa c’è. Oggi non c’è nemmeno un movimento di massa a livelli alti e antagonisti di scontro e quindi non ha alcun senso la discussione su questi temi. Non abbiamo gli elementi per discutere, se non rispolverando una visione dell’avanguardia con poteri taumaturgici in grado di “far prendere coscienza agli operai”. Per quanto riguarda il partito di massa, beh, la democrazia borghese è basata sui partiti di massa e ve ne sono tanti e molti proletari appoggiano l’uno o l’altro. C’è da dire che, scomparsi i “vecchi” partiti di massa (Pci, Dc, Psi), oggi i “nuovi” partiti sono prevalentemente dei comitati elettorali, senza alcuna presenza nei territori né nelle lotte. Senza alcun radicamento di massa.

R. di Michele

Provo a dire così: il partito di massa si connota in quanto movimento riformista del proletariato, movimento sociale politico e sindacale di una precisa e circostanziata fase del modo di produzione capitalistico. Dunque un partito movimento del proletariato che non necessariamente si definisce comunista o socialista. Detto partito e movimento svanisce, si liquefà nella fase in cui decresce l’accumulazione capitalistica per dare corso nell’immediato non a un movimento e un partito necessariamente più avanzato o più socialista e comunista. Quando si frammenta un polo aggregato – come il proletariato di fase ascendente dell’accumulazione capitalistica – si ha una dispersione in mille rivoli e solo una acutissima crisi del capitale può far rinascere un nuovo movimento e un nuovo partito del proletariato. Esattamente quello che sta accadendo nel corso di questi anni. Siamo in mezzo al guado, al passaggio cioè dalla frantumazione del vecchio polo aggregato alla necessità di una nuova aggregazione che al momento non ci appare ancora.

Quanto al partito di avanguardia, esso esiste continuamente ed evolve con l’evolvere del rapporto capitale-lavoro. Per tutto quanto si diceva prima, proprio perché si tratta di un partito privo di forza, diviene un partito ideale, la sua forza sono le idee contro la forza dei fatti dell’accumulazione del capitale che è capace di irretire nella sua tela tutte le classi sociali, proletariato compreso.

D. Si dà in questa fase l’ipotesi di un partito di massa in Europa e negli Usa, ad esempio? È ipotizzabile un partito come il Pci degli anni cinquanta in Europa?

R. di Salvatore

C’è in atto una frantumazione notevole delle masse proletarie. Se non si mette in moto un processo inverso centrato sulla ricomposizione del tessuto proletario, è prematuro e sbagliato parlare della possibilità di un partito di massa oggi. Soltanto l’andamento della ricomposizione e della crescita del conflitto ci potrà dire se un partito o una diversa organizzazione di massa potrà realizzarsi e quali caratteristiche dovrà avere. Sicuramente diverse dai partiti precedenti. Io propendo per i consigli di contropotere coordinati e federati tra loro. Ma lo vedremo nei prossimi anni.

R. di Michele

Per le ragioni di cui si diceva prima non è ipotizzabile un partito di massa di ispirazione comunista, perché un proletariato che cominciasse a muoversi in questa fase in Europa non potrebbe partire dall’ipotesi di migliorare le sue condizioni di lavoro e di vita all’interno di un modo di produzione in crisi. E’ il motivo per cui manca un movimento di opposizione alla crisi in questa fase. Gli operai hanno il senso del reale, sanno perfettamente che in questo periodo possono solo adagiarsi a perdere il meno possibile, non ad avanzare. Non hanno da chiedere. La tesi di Marx «gli operai hanno da perdere solo le loro catene» va letta come in ultima analisi, in fondo al tunnel del modo di produzione capitalistico.

D. Avrebbe senso un partito d’avanguardia come ipotizzava Lenin ai primi del 900?

R. di Salvatore

Non lo so, ma non penso che abbia senso. Una risposta più consapevole a questa domanda si potrà dare quando il conflitto crescerà e avrà un carattere antagonista e rivoluzionario. Quando si profila una guerra civile rivoluzionaria. Solo allora si potrà discutere di cosa serve alla classe per andare avanti. Allora forse scopriremo tanti altri strumenti che non ci faranno ricopiare strumenti del passato.

R. di Michele

Da un punto di vista ideale è possibile tutto, dunque anche un partito – cioè una setta – che si autodefinisce avanguardia del proletariato. Ma si tratterebbe appunto di una setta e ce ne son già tante, di molteplici tendenze, ma lontane anni luce dallo stato d’animo reale delle masse proletarie.

D. Che cos’è l’autonomia di classe?

R. di Salvatore

Dovrebbe essere autonomia della classe dalle scelte della borghesia e dai modelli sociali che questa produce. Invece oggi quei modelli sociali e valori borghesi sembra facciano presa sul proletariato. Ma anche autonomia dai partiti riformisti, quelli che un tempo erano il Psi e il Pci. Oggi sono quelli che ti fregano e ti portano al massacro e alla morte politica. Autonoma è quella porzione di classe che “rifiuta” di essere forza lavoro, ossia capitale variabile complementare all’accumulazione capitalistica. Una identità che la classe si costruisce lottando contro quella parte di che vuole essere funzionale all’accumulazione del capitale.

R. di Michele

Si tratta di una questione molto complessa. Il proletariato non può essere autonomo, non può avere cioè una propria visione di vita e di organizzazione della società perché dipende dal rapporto con la borghesia, che a sua volta dipende dall’accumulazione del capitale, che a sua volta dipende dall’andamento del mercato e della concorrenza.

Si può incominciare a parlare di autonomia di classe solo in presenza di un movimento generale del proletariato all’interno di una crisi generale dove viene posto in discussione il modo di produzione e di organizzazione sociale. L’inazione del proletariato – a causa di un andamento più o meno regolare dell’accumulazione – non può presupporre in alcun modo una sua autonomia. Una autonomia vera, reale, materiale, di forza contrapposta, non soltanto di natura ideale.

D. Quale nesso materiale c’è tra quello che viene definito terrorismo nell’area mediorientale oggi, e quello che veniva definito terrorismo in Italia e in Germania negli anni 70?

R. di Salvatore

Il potere ha voluto semplificare e mettere sullo stesso piano cose molto diverse fra loro, per demonizzare e cancellare realtà ostili. La guerriglia urbana è tutt’altra cosa dallo stragismo, questo sì, terrorismo. Seminare terrore fra le masse con stragi di cittadini inermi da chiunque fatte può essere definito “terrorismo”, pratica quasi sempre posta in essere da apparati degli stati, apparati palesi o occulti. La lotta di avanguardie che praticano la guerriglia riferendosi alle necessità delle masse e agiscono in funzione di esse è tutt’altra cosa. Questo vale tanto nelle metropoli quanto nei paesi che hanno subito e stanno subendo tuttora l’oppressione coloniale e imperialista. L’Algeria degli anni sessanta è l’esempio più eclatante in tal senso. Un conto è far esplodere una bomba in un ritrovo borghese degli occupanti, come faceva il Fln algerino, altra cosa la repressione brutale delle forze imperialiste del governo francese contro la guerriglia algerina fatta di torture spaventose e stragi della popolazione che la sosteneva nella lotta per l’indipendenza. Le formazioni politiche di estrema sinistra che negli anni settanta si richiamavano alla strategia della guerriglia, non assaltavano i supermercati frequentati dalla povera gente, ma colpivano personaggi e gangli del potere del capitale, delle istituzioni e dello stato.

R. di Michele

Ha ragione Salvatore, esiste il terrorismo degli stati e delle classi che ne fanno uso. Dunque non esiste in assoluto un concetto di terrorismo.

Di tutt’altra natura è la lotta violenta anche di minoranze che si richiamano alle necessità di ribellione degli oppressi. Le classi dominanti e i loro pennivendoli capovolgono i termini e definiscono terrorismo l’azione variamente articolata degli oppressi e necessità dell’uso della forza per i soli deputati a usarla, cioè gli stati e i loro apparati repressivi, democratici o meno poco fa. Ciò detto, va ribadito con forza che è giustificata ogni azione che proviene dalle aree sotto le grinfie degli occidentali la cui natura sia antimperialistica, per quanto disordinata e confusa, come riflesso agente di una oppressione plurisecolare. Della stessa natura – cioè di espressione materiale e ideale degli oppressi – il movimento che si caratterizzò in Francia, Italia e Germania negli anni settanta. Si tratta di una continuità storica dell’antisistema, confuso finché si vuole e che marcia a ondate.

D. Veniamo a una questione che riguarda più da vicino i giorni nostri. Contro l’avanzata dell’Isis che intende costituire uno stato islamico per tutta l’area mediorientale partendo dall’Iraq, si va facendo strada, fra i vecchi stati imperialisti occidentali, l’ipotesi di armare i curdi contro gli jihadisti islamici. Quelli che noi chiamiamo o definiamo comunisti come si dovrebbero schierare? Cosa dovrebbero dire? A chi e in che modo dovrebbero rivolgersi in Occidente e verso le masse mediorientali coinvolte in uno scontro con caratteristiche un po’ diverse rispetto al 1990/1?

R. di Salvatore

E’ molto complesso. Da tener presente che nella tradizione islamica non sono previsti gli stati-nazione l’un contro l’altro. L’aspirazione è ad un unico aggregato di tutti i credenti. Era cosi anche alle origini del cristianesimo. La borghesia con un colpo da maestro è riuscita a nazionalizzare il cristianesimo, al punto che nelle guerre europee lo stesso dio sosteneva eserciti che si ammazzavano a vicenda. Recentemente, nel 900, la borghesia mediorientale è riuscita a nazionalizzare anche l’Islam, ma esistono ancora pulsioni universaliste che possono essere strumentalizzate da chi vuole scatenare guerre. Ovviamente vanno armate, finanziate e sostenute. Chi è che finanzia questi massacri? C’è una lotta senza quartiere per impossessarsi di quell’area, anche per affermare un ruolo egemone nella gestione delle risorse delle materie prime del sottosuolo. Quanto ad alcuni metodi di lotta, ritenuti dai “nostri” politici e giornalisti, selvaggi, brutali e bestiali, beh, non è propriamente l’Europa che può dare lezioni al mondo dopo quello che ha combinato negli ultimi cinque secoli ovunque.

Va precisato che le potenze occidentali non armano né sostengono i curdi (come falsamente dicono i media), ma solo quei curdi nell’area del nord Iraq, sotto Barzani, da sempre alleato degli Usa. I curdi della Turchia, che combattono duramente contro l’Isis non solo non vengono sostenuti, ma vengono ammazzati anche dalla Turchia che è la probabile sostenitrice dell’Isis insieme all’Arabia Saudita a cui vuole sottrarre il rapporto privilegiato con l’Isis. Due figliocci degli Usa (Turchia e Arabia Saudita) che stavolta si scontrano per operazioni egemoniche nell’area mediorientale.

Cosa dire? Cominciare a far cooperare tutte quelle aree dove comincia a prender corpo l’autogestione proletaria, come a Rojava. Che altro possiamo fare? Poi bisogna vedere come sul campo si svilupperanno realmente le contraddizioni e come i vari spezzoni del popolo curdo (Turchia, Siria, Iraq, Iran) si comporteranno in questo scontro che avrà una lunga durata. Comunque le dinamiche economiche e di guerra possono innescare percorsi imprevedibili.

R. di Michele

Premesso che c’è una causa del popolo curdo e una legittima aspirazione a costituire una propria nazione e un proprio stato allo stesso modo del popolo palestinese, tanto per fare un esempio, è evidente che c’è il rischio di cadere nelle fauci dell’Occidente. Già in troppi democratici si affannano a suggerire di armare i curdi contro l’Isis. Fosse così facile la lotta contro l’ipotesi di uno stato islamico, l’avrebbero già risolta gli occidentali. La questione è che gli stessi curdi non sono monolitici e non si prestano facilmente a essere utilizzati in questa direzione. Ad ogni modo l’unica cosa che possiamo loro raccomandare è di non cadere dalla islamica padella alla brace imperialista occidentale.

D. Infine una domanda per così dire metafisica: perché una persona diviene comunista?

R. di Salvatore

Dare un senso alla propria vita. Io volevo dare un senso alla mia vita, anche quando non ero in cantiere. Quelli della mia età, senza aver fatto l’università o studi filosofici, volevamo dare un senso alla nostra vita e in quegli anni. Vivendo in Italia, fummo influenzati da quel che proveniva dal mondo del lavoro e da splendidi personaggi che si battevano per un mondo diverso, opposto e migliore rispetto a quella schifezza che è il capitalismo. Fossi nato e vissuto in altri periodi e regioni sarei stato influenzato da altre cose, questo è fuori discussione. Nei vecchi comunisti si rispecchiavano valori sociali fondamentali di giustizia e di equità nei quali io mi ritrovavo.

R. di Michele

Nel rispondere a questa domanda mi rifaccio a un concetto atomistico di Tito Lucrezio Caro che a sua volta prendeva da Epicuro. Ogni organismo della natura, dunque anche ogni corpo umano, è un aggregato di atomi quale effetto di un processo di disgregazione e nuova riaggregazione. Necessariamente il nuovo aggregato risente della disgregazione da cui egli è sorto.

Facciamo un esempio concreto. Molti compagni degli anni 60 e 70 sono figli di una generazione che ha vissuto il martirio della seconda guerra mondiale. Le ferite di quel conflitto e di quei lutti non si sono estinti con la fine della guerra, ma si sono sedimentati nel corpo sociale senza un ordine definito per classi o categorie. Un malessere e uno spirito di ribellione che si diffonde prescindendo dalla volontà del singolo. Si tratterebbe di un fenomeno solo apparentemente inspiegabile, come nelle circostanze di un giovane che ha tutto – per i valori correnti – cioè un lavoro stabile, una casa, una famiglia ecc. eppure “sceglie” una militanza politica ponendo la sua vita al servizio di una causa che al momento apparirebbe a lui estranea. Si tratta di quel famoso ideale, nel caso in specie comunista, che si impossessa di un corpo umano e lo fa vivere in sua funzione. I cattolici cristiani questo fenomeno lo chiamano ‘vocazione al sacerdozio’ o ‘chiamata del signore’. Non è come sosteneva Marx nel Manifesto che quando una classe sociale sta per essere sconfitta una parte di essa transfuga nella nuova classe e si pone al suo servizio, in modo particolare alcuni ceti di intellettuali. Le esigenze, i bisogni e le necessità degli oppressi si tramutano in idee e si diffondono per le vie più disparate. Gli esempi nella storia si contano a milioni. Si tratta dello stesso procedimento dell’arte, come dice Salvatore, ma privo di libero arbitrio, per dirla tutta.

D. Esisterebbe o no il libero arbitrio?

R. di Salvatore

E’ l’ambiente che ti influenza, ma esiste una percentuale certamente di libero arbitrio, tanto è vero che tantissime altre persone, anche miei amici con cui ho fatto un percorso comune, fecero un’altra scelta e un altro percorso di vita.

R. di Michele

Dovessimo definire una percentuale di libero arbitrio nella scelta della militanza entreremmo in crisi profonda, almeno per quel che mi riguarda. Esistono i condizionamenti familiari, il vissuto, l’ambiente circostante, il movimento degli oppressi, e tanti altri fattori a noi molto spesso sconosciuti e incomprensibili. Come si fa a stabilire la percentuale di coscienza in una scelta che è dettata da tanti fattori?

L’altra domanda che rimarrebbe inevasa è: in una fase di stallo sociale, senza lotte e movimenti sociali in piedi, perché una persona dovrebbe allevare un ideale se non in quanto riflesso di profonde ingiustizie sociali di cui è circondato?.

D. Sarebbe opportuno aprire una fervida discussione?

R. di Salvatore

Sarebbe opportuno e necessario, ma ancor più necessario è moltiplicare una presenza tra i settori proletari con l’inchiesta e con proposte di autorganizzazione.

Speriamo di riuscire a scalfire in qualche modo il muro dello scoraggiamento, in modo particolare presente fra le giovani generazioni, visto che le vecchie formazioni politiche si sono avvolte in un proprio bozzolo di settarismo senza nessuna possibilità di divenire una crisalide e far volare una nuova farfalla.

R. di Michele

Concordo pienamente. Non possiamo in nessun modo continuare a coltivare le asfittiche chiesette fondate molto spesso più su dogmi ideali che sulla realtà in movimento. Pensare che il capitalismo sia eterno è un dogma allo stesso modo della trinità del dio creatore del mondo e di tutto l’universo. Si tratta di un modo di produzione che si è dato mediante fattori che stanno venendo meno e lo faranno implodere. Se siamo in grado di capirlo daremo un contributo fattivo e positivo a una prospettiva che dal suo seno si svilupperà.

=*=

Brevissime biografie di:

Salvatore Ricciardi: sono nato nel 1940 in un quartiere popolare di Roma, la Garbatella. Frequento l’istituto tecnico Galileo Galilei e appena diplomato trovo lavoro in un cantiere edile. Partecipo alla rivolta di Porta San Paolo contro il governo Tambroni alleato con i fascisti del Msi. Negli anni 60 entro nelle Ferrovie dello Stato diventando attivista del sindacato Sfi-Cgil. Nel 68-69 la sinistra Cgil, di cui faccio parte, molto forte in ferrovia, si contrappone alle scelte dei vertici, finché nel 1971 esce e forma il Cub ferrovieri che nell’agosto blocca il traffico ferroviario, ottenendo riduzioni d’orario per i lavoro usuranti e altre garanzie. Negli anni 70 partecipo alla costruzione di comitati di base nei posti di lavoro e nei territori. Nel 1977 entro nella colonna romana delle Brigate Rosse. Nel 1980 vengo arrestato. Rimango in carcere per 30 anni, 20 in totale reclusione e 10 in semilibertà.]

Michele Castaldo: sono nato nel 1945 in un quartiere poverissimo dell’allora poverissima cittadina agricola di Acerra da genitori braccianti agricoli, quelli che in Russia ancora ai primi del ‘900 chiamavano mugichi, cioè i più poveri fra gli addetti alla campagna. Perdo il mio papà a dieci anni. Lascio la scuola a tredici anni. Cerco faticosamente di darmi da fare per imparare un mestiere e/o lavorare. Mi arrangio in mille modi. Fui colpito dalla morte di Che Ghevara e affascinato dagli echi della rivoluzione culturale cinese nonché del pensiero di Mao Tse-tung. Con lo scoppio dell’autunno caldo fui attratto dalla lotta operaia e studentesca, dalle occupazioni di case e da alcune rivolte di contadini nel sud d’Italia. Aderii da subito ai gruppi marxisti leninisti perché influenzato da un personaggio come Gustavo Herman a Napoli. Mi ritrovai sempre con grande entusiasmo nelle lotte con un ruolo spesso di primo piano. Più volte denunciato e arrestato per blocchi stradali, ferroviari, di cantiere, per adunate sediziose e cosi via. Negli anni 80, insieme ad altri compagni cominciammo un percorso di critica allo stalinismo e alla concezione del socialismo in un solo paese. Approdai alla sinistra comunista e al bordighismo. Successivamente ho cominciato un excursus su tutta la storia del movimento operaio e i suoi riflessi nella concezione teorico politica del marxismo. Partecipo a tutte le iniziative che fanno riferimento ai lavoratori in questa fase, specie se immigrati.                   L’intervista è pubblicata anche sul Blog di Michele: http://www.michelecastaldo.org/

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16 Ottobre, sciopero generale della logistica

16 OTTOBRE SCIOPERO GENERALE LAVORATORI DELLA LOGISTICA

Il 16 ottobre 2014 i facchini e i corrieri del settore della logistica si fermano e manifestano in tutta Italia.

Padroni e sindacati confederali lavorano di comune accordo per reprimere e sconfiggere l’iniziativa operaia nel settore perché è loro comune interesse porre un freno all’ondata di lotte che ha imposto condizioni di lavoro appena più decenti e che loro chiamano: “un crescendo di conflittualità fuori controllo, con fenomeni di illegalità diffusa, suscettibili di strumentalizzazioni di varia natura”.

Per ottenere questo obiettivo il 16 febbraio è stato firmato un accordo tra le associazioni padronali FEDIT, CONFETRA e i sindacati CGIL-CISL-UIL che prevede che i facchini diventino lavoratori dipendenti (e non più soci di cooperative) ma in cambio di una assoluta flessibilità e disponibilità ai dettami delle aziende: reperibilità, banca ore calcolata sull’arco di 6 mesi, Istituti contrattuali come ROL e ferie erogati solo a certe condizioni, tentativo di concentrare TUTTE le nuove assunzioni al livello 6J con conseguente riduzione del già misero salario.

E’ con accordi come questi che i sindacati confederali si accodano nella pratica agli interventi governativo/padronali che a parole pretendono di contestare. Accordi volti a cancellare la funzione del contratto nazionale (unificazione dei lavoratori e argine all’arbitrio padronale) e rendere le lavoratrici e i lavoratori merce senza tutele nelle mani delle imprese.

AL CONTRARIO siamo qui per rilanciare la piattaforma nazionale definita dai lavoratori e dalle lavoratrici che rivendica:

  1. l’assunzione diretta dei lavoratori e la cancellazione della figura del socio lavoratore;

  2. l’introduzione della clausola sociale di salvaguardia del posto di lavoro in caso di cambio appalto con mantenimento dell’anzianità aziendale maturata;

  3. l’integrazione piena al 100% del salario per malattia e infortunio;

  4. il pagamento pieno al 100% degli istituti contrattuali previsti dal CCNL (13° e 14° mensilità, ROL, Ferie e TFR);

  5. l’eliminazione dei livelli retributivi 6J e 4J e il passaggio automatico di livello dal 6 al 5 dopo 18 mesi e dal 5 al 4 dopo 5 anni;

  6. la maggiorazione al 25% del lavoro notturno;

  7. il riconoscimento del lavoro straordinario su base giornaliera;

  8. l’introduzione degli ammortizzatori sociali anche nel settore della logistica.

La lotta dei lavoratori e delle lavoratrici della logistica dall’altra parte, con la sua determinazione, la sua estensione e radicamento è un esempio di concreto coraggio per tutti coloro che sembrano rassegnati ad accettare in silenzio il destino di sfruttamento e miseria a cui vogliono costringerli padroni, governi, sindacati e troike di varia natura. Da ultimo con i recenti provvedimenti in materia di mercato del lavoro, vedi il Jobs Act.

Prendendo in mano il proprio destino e dotandosi di proprie autonome strutture organizzative, sostenuti da sindacati di base come il SiCobas e ADL Cobas e da tanti compagni e compagne, i facchini hanno strappato vittorie reali, così come hanno fatto e fanno migliaia di proletari che lottano per avere un tetto sopra la testa, con cui non a caso siamo insieme in piazza.

Stanno così dimostrando che la lotta paga e che il futuro non è scritto, le cose possono ancora cambiare!

LA LOTTA DEGLI OPERAI DELLA LOGISTICA E’ LA LOTTA DI TUTTI GLI SFRUTTATI!

UNIAMOCI PER DIFFONDERE PROCESSI DI AUTORGANIZZAZIONE E LOTTA E CONTRASTARE LE POLITICHE DI IMPOVERIMENTO DI GOVERNO PADRONI E SINDACATI CONFEDERALI!

Assemblea di sostegno alle lotte della logistica – Roma (fb: Logistica Roma)

=*=

BOZZA 1

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1984: il salvataggio di Andreotti

Trentanni fa, 1984, primi giorni di ottobre.

La Commissione parlamentare per l’indagine sui crimini commessi da Michele Sindona, in particolare sui legami Mafia, Banche, Partiti, Vaticano, P2, che aveva dominato l’Italia, giunse a delle conclusioni terribili. Su queste conclusioni si svolse un dibattito parlamentare dal quale emerse, per iniziativa di parlamentari radicali (Aglietta, Teodori, Melega), una mozione di sfiducia verso Giulio Andreotti, allora ministro degli esteri che, dai lavori della Commissione, risultava assai coinvolto in quelle faccende.

Il presidente della camera Nilde Iotti accordò il voto segreto, richiesto dai radicali, su questa mozione.

AndreotSembrava scontata la maggioranza contro Andreotti: molti parlamentari democristiani avrebbero votato contro Andreotti, i partiti laici e i 198 voti del Pci avrebbero mandato a casa il “divo”.

Il 4 ottobre si vota. Risultato: la mozione viene respinta con 199 voti contrari e 101 a favore.

Il gruppo parlamentare comunista aveva annunciato il giorno prima che non avrebbero partecipato al voto, astenendosi. Chi aveva fatto questo annuncio e si era battuto per l’astensione era stato il Presidente dei deputati comunisti Giorgio Napolitano.

La stampa del giorno dopo titolava ovviamente: «Il PCI salva Andreotti». La base del Pci andò su tutte le furie, scazzottate nelle sezioni, sedie che volavano e il segretario Alessandro Natta fu costretto a smentire Napolitano, affermando che il partito era estraneo alla decisione dell’astensione, che l’iniziativa era stata dei parlamentari. Natta, per cercare di recuperare la orribile figuraccia dei parlamentari, affermò che «nessuno può intendere il voto di astensione come assoluzione» e che quindi «il ministro degli esteri si sarebbe dovuto dimettere».

Tutti sappiamo che Andreotti non si dimise, anzi aumentò le opportunità per il premierato.

Le voci dei giorni seguenti confermarono che l’iniziativa dei parlamentari del Pci di non votare e salvare Andreotti era stata caldeggiata da Giorgio Napolitano.

Era il 1984, ma la trama non era quella del libro omonimo di George Orwell… era peggio!!!

Negli anni successivi si capì perché.

Oggi è lampante! Questi ci governano!

E noi?

 

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stranezze autunnali: si vogliono “rieducare” i secondini

La notizia è questa ed è del 2 ottobre: il senatore Manconi (Pd) ha presentato un Ddl (Disegno di legge) per “rieducare” gli agenti (secondini) con corsi di “non-violenza” .

Il testo del Ddl è stato depositato in Senato. Si riferisce agli abusi (traduzione: violenze contro i detenuti), che sarebbero frutto di preparazione inadeguata. Il senatore aggiunge: «I troppo frequenti episodi di violenze e abusi da parte delle Forze di polizia, sembrano denotare, tra le altre cause, l’inadeguatezza della loro preparazione e l’esigenza di una complessiva revisione del loro percorso formativo, nel segno di una maggiore democratizzazione…»

CucchiLo stesso Senato, negli stessi giorni, sta decidendo di dotare i poliziotti di pistola elettrica (taser) e videocamere indossabili per una migliore gestione dell’ordine pubblico e della sicurezza.

Forse c’è un po’ di schizofrenia!

Il disegno di legge di rieducazione dei secondini ha la prima firma del presidente della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani, Luigi Manconi assieme ad altri 17 colleghi del Pd: Rita Ghedini, Valeria Fedeli, Paolo Corsini, Silvana Amati, Sergio Lo Giudice, Daniela Valentini, Rosa Maria Di Giorgi, Miguel Gotor, Elena Ferrara, Daniele Gaetano Borioli, Maria Spilabotte, Erica D’Adda, Monica Cirinnà, Francesca Puglisi, Pasquale Sollo, Francesco Giacobbe, Laura Puppato; ai due M5s: Marco Scibona e Manuela Serra; e agli ex pentastellati ora nel gruppo Misto: Adele Gambaro e Marino Germano Mastrangeli.

Che dire? Ci facciamo una risata? Certo, ma prima c’è qualcosa da chiarire.

La tesi contenuta nel Ddl è che questi “frequenti episodi di abusi” (violenze contro i detenuti, pestaggi, ecc.) sarebbero imputabili non “a casi di singoli” ma alla “inadeguatezza della loro preparazione“.

Non sorge il dubbio al senatore Manconi, che pure ha interessanti e validi trascorsi, di sospettare che gli “abusi”, la violenza e la brutalità nei confronti dei detenuti sia un comportamento connaturato al carcere punitivo? Ossia al carcere esistente in Italia e in quasi tutti gli altri stati. Prova ne sono i corpi delle centinaia di migliaia di donne e uomini che hanno attraversato quei luoghi infami chiamati carceri, e che sono stati maltrattati e massacrati. In più, di recente c’è stata un’intercettazione fatta da un detenuto con un registratore nascosto, registrando le chiacchiere di guardie (secondini) che confessano amabilmente che pestare i carcerati è un’usanza comune e diffusa nelle carceri italiane. (leggi qui )

Adirate le reazioni dei secondini: il segretario del sindacato Sappe, Donato Capece, si indigna contro chi osa mettere in dubbio la professionalità degli agenti, perché è ingiusto e ingrato . Afferma: «L’impegno del Sappe, è sempre stato ed è quello di rendere il carcere una “casa di vetro”, cioè un luogo trasparente…  Le Forze di Polizia in Italia, e la Polizia Penitenziaria tra loro, sono istituzioni sane e democratiche, i cui appartenenti ogni giorno, 24 ore su 24, rischiano la vita per la salvaguardia della sicurezza sociale del Paese».

Minchia!… mica me ne ero accorto nei 30 anni passati in loro compagnia!

Si incazza anche il segretario del Sap, altro sindacato delle guardie, Gianni Tonelli che afferma: «I corsi di pacifismo che il senatore Manconi vorrebbe far fare ai poliziotti italiani ricordano le “rieducazioni del nemico di classe”». E poi passa al linguaggio a lui più consono definendo i firmatari: «… un manipolo di parlamentari, tra cui il noto leader no tav Marco Scibona, ben noto agli archivi delle forze dell’ordine…»

Che stranezze offre la vita!, sul fatto di essere loro, le guardie, dei nemici di classe, quasi quasi, mi si trovo d’accordo col secondino? (scherzo, ahahah…)

Tornando a cose più serie, mi punge un perplessità. È questa: nella PestaggCostituzione italiana cosi è scritto all’Articolo 27:

«La responsabilità penale è personale.

L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva.

Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.

Non è ammessa la pena di morte».

Ora, poiché è il condannato a dover essere rieducato, se invece bisogna rieducare il secondino, non vi pare che va fatta una modifica costituzionale? Sbaglio? (anche qui scherzo, ahahah)

Stranezze della vita, cui si aggiungono quelle di questo raggruppamento di cittadini chiamato Italia.

Vedremo cosa succede.

Intanto pensiamo a come abolire le galere!!!

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Nei corridoi di palazzo Chigi c’è rissa tra diverse riforme del sistema penitenziario

La parola più usata da un po’ di anni nella politica italiana è “riforma”. Non si specifica in che senso si vuole riformare questo o quell’istituto, non si prefigura l’esito della “riforma” da fare, niente di concreto. Si dice: bisogna fare la riforma e… tutti a dire , si, si, si, con enfasi.

Piranesi_Carcere_XIVSta accadendo pure per il sistema penitenziario. Va riformato, dicono, e finisce lì. Mica si sviluppa un dibattito nel paese e nemmeno tra gli addetti a i lavori su come si dovrebbe riformarlo.

Che il sistema penitenziario andasse riformato se ne è incaricata di ricordarlo la Cedu (Corte europea dei diritti dell’uomo) imponendo allo stato italiano una multa salata, lo scorso anno, per la condizione miserabile in cui versavano le carceri italiane.

Dentro questa riforma ci sta tutta la litigiosità della maggioranza attuale e degli appoggi esterni (Forza italia), così per proporre questa riforma si sono incaricate due Commissioni, che hanno orientamenti diversi.

Una Commissione è stata nominata dal premier ed è formata da Nicola Gratteri, Piercamillo Davigo e Sebastiano Ardita più una dozzina di “esperti” e propone l’abolizione del Dap (Dipartimento amministrazione penitenziaria) per sostituirlo con qualcosa di più duttile e sottile; inoltre l’abolizione del Corpo di polizia penitenziaria (i secondini) per sostituirlo con la “Polizia della Giustizia” con compiti più vasti.

L’altra Commissione è stata nominata dal ministro della giustizia Andrea Orlando ed ha obiettivi più moderati, lasciando in carica il Dap, riformandolo dall’interno.

L’equipe guidata da Gratteri coltiva l’idea di attrezzarsi per riservare il carcere ai criminali più pericolosi, mafiosi in testa, e di allargare il più possibile l’area delle pene alternative «in modo da dare effettività alla pena…». L’obiettivo è di raggiungere la cifra di oltre 200.000 persone in “controllo penale esterno” ossia in misura alternativa.

Il corpo di “Polizia della Giustizia” dovrà occuparsi, oltre al controllo dei detenuti, di eseguire gli ordini di arresto per gli imputati con condanne definitive, di ricercare latitanti, di controllare chi è sottoposto ad arresti domiciliari e quelli sottoposti alle misure alternative, di proteggere i collaboratori di giustizia, i tribunali e i magistrati. Un controllo del territorio totale.

Inoltre vuole estendere la disciplina della video conferenza “obbligatoriamente” ai circa 8.000 “mafiosi” detenuti, mentre ora vale solo per i 700 boss sottoposti al 41 bis.

C’è da domandarsi, perché tanto entusiasmo di questi signori, comune a quello di Renzi, a diminuire le persone in carcere e aumentare quelle in misura alternativa? Prima di scoprire il perché facciamo una precisazione: per chi sta in carcere e anche per chi gli/le è solidale, queste “misure” vanno sempre preferite alla carcerazione intramuraria. Evitiamo stupide affermazioni ideologiche spesso sulla pelle di altri/e. Però qui stiamo analizzando il procedere del sistema di controllo della repressione. Con le “visite” a domicilio della polizia, durante i controlli giornalieri e notturni, si rende difficile alle persone controllate di partecipare ad avvenimenti, di frequentare i loro ambienti dove hanno prodotto le attività che si vogliono sanzionare. Durante le “misure alternative” la polizia entra nel domicilio del controllato/a e controlla chiunque ne condivida l’abitazione, lo stesso fa nel suo posto di lavoro; a chi è sottoposto a queste misure è vietata la frequentazione di luoghi in cui ci siano “pregiudicati”, il controllo poliziesco scandisce la sua giornata e lo/la segue ovunque, monitorizza gli ambienti limitrofi, si insinua in tutti i luoghi che frequenta, diffondendo la deterrenza e la presenza poliziesca in ambienti sempre più vasti.

Passerà questa “riforma radicale” oppure la maggioranza si attesterà su qualcosa di più moderato? Lo vedremo, anche perché il termine per la presentazione di proposte compiute è fissato per il 15 ottobre, tra due settimane.

Qualunque sia l’esito a breve, sappiamo che la tendenza nel lungo periodo sarà quella proposta da Gratteri, che è la stessa già esistente negli Usa con 5 milioni di persone in controllo penale esterno e la Gran Bretagna con 250 mila.

È questa la prospettiva delle classi dirigenti. Così come hanno permesso l’uso della pistola elettrica Taser ai poliziotti, si muovono verso il controllo totale. È questo il modo in cui possono controllare più da vicino il territorio. È questo l’obiettivo.

Il carcere non serve più, se non per annientare, distruggere, uccidere. Nato inizialmente come regolatore della forza lavoro, quindi interno al mercato della forza lavoro per disciplinarla e inserirla nella produzione capitalistica, poi funzionale all’individuazione delle “classi pericolose” e al loro controllo e annientamento, ora è residuale. Ora il carcere si sposta in mezzo a noi. Nelle strade, nelle piazze, nei territori che frequentiamo. È lì che si rafforzerà il controllo perché i padroni e i governanti sanno che la sovversione, la trasformazione può venire da lì.

La regolazione della forza lavoro è demandata ai Cie che andranno riformati e modernizzati, ma sono quelli il “nuovo carcere”.

Non ha senso, ed è perdente, dire “restiamo al livello attuale”. Intanto perché il carcere oggi è una tortura, secondo perché non ci si oppone pensando di tornare indietro: così si è reazionari.

Si può battere questa tendenza al controllo totale. Si può combattere a cominciare da ora, costruendo nei territori popolari dei comitati di proletari autorganizzati con il compito di affrontare tutti i problemi -e sono tanti- ed anche il problema della repressione. Così quando verranno nei nostri territori gli agenti della “polizia della Giustizia” ci troveranno organizzati ad aspettarli.

[su questo argomento vedi anche il post precedente qui ]
Alcuni commenti a questa notizia:
Eleonora Martini su Il Manifesto: qui
Susanna Marietti su Il Fatto Quotidiano: qui
Stafano Anastasia su Il Manifesto: qui
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In Italia aumenta la diseguaglianza sociale… si ruba ai lavoratori per dare ai ricchi!

La fondazione tedesca Bertelsmann Stiftung ha compiuto una delle consuete indagini sulla realtà dell’Europa. Stavolta l’oggetto del rilevamento è stato il livello di “inclusione” e “giustizia” sociale dei vari paesi dopo le manovre a seguito della cosiddetta “crisi”.

ricchiNe è venuto fuori un indice di giustizia sociale che per paesi come Ungheria, Bulgaria, Romania, Grecia, Spagna, Irlanda e, ovviamente, l’Italia rileva un peggioramento rispetto allo scorso anno. L’Italia risulta alla ventitreesima posizione (su ventotto) nella classifica generale della giustizia sociale.

[Questa tendenza di fondo per l’Italia, è stata rilevata anche dallo studio “Gini-Growing inequality impact” commissionato dalla Ue, nell’ambito del VII Programma quadro, a un pool di gruppi di ricerca di diverse università europee. L’indice di Gini è un indice di concentrazione di ricchezza il cui valore può variare tra zero e uno. Valori bassi indicano una distribuzione abbastanza omogenea, valori alti una distribuzione più disuguale. l’Italia nel Giugno scorso ha fatto rilevare un indice di Gini pari a 0,34. Vuol dire che due individui presi a caso nella popolazione italiana hanno mediamente, tra di loro, una distanza di reddito disponibile pari al 34% del reddito medio nazionale. Germania, Francia, Austria, Belgio e Lussemburgo presentano un indice di disuguaglianza tra 0,26 e 0,30, praticamente costante e ben al di sotto del valore italiano che è 0,34].

In parole povere, ma schiette, le scelte economiche e sociali messe in pratica da tutti i governi che si sono succeduti, negli ultimi anni, hanno allargato la forbice tra ceti benestanti e quelli poveri. In parole ancora più semplici, vuol dire che tutti i provvedimenti realizzati dai governi hanno tolto quote di reddito alla classe lavoratrice, al proletariato e arricchito i ricchi.

Quanto è stato l’ammontare di questa rapina? Molto! Nei paesi del sud Europa e dell’Est Europa è stato un furto colossale che ha ampliato di molto la distanza tra ricchi e poveri.

Nel 2008 e nel 2011, l’indice di giustizia sociale per l’Italia era al 5,16, ora è il 4,7 su 10.

Nel confronto con i paesi del nord Europa, al primo posto è la Svezia, che prende il 7,48, la Finlandia con 7,13, la Danimarca con 7,06, i Paesi Bassi con 6,96, ma anche la Repubblica Ceca, l’Austria, la Germania, il Lussemburgo, la Slovenia, l’Estonia, il Belgio e la Francia con un punteggio superiore al 6. La media dell’indice di giustizia sociale dell’Unione Europea è di 5,6.

La principale ragione per queste differenze è, secondo lo studio, da attribuire a una “cattiva gestione” (in realtà una scelta consapevole) dei tagli che alcuni paesi più colpiti dalla crisi hanno messo in atto: invece di risparmiare colpendo le posizioni di privilegio hanno preferito adottare tagli che sono andati a colpire soprattutto le categorie più deboli di cittadini.

Da tutto ciò dobbiamo trarre la conclusione che la cosiddetta “crisi” non si rappresenta col “deficit”, lo “spread”, il “debito pubblico”, il “Pil”, e baggianate varie. I “provvedimenti anti-crisi” non sono altro che un’occasione dei governi per aggredire le condizioni di vita dei proletari e dei lavoratori, peggiorando il loro stato sociale, impoverendoli. Trasferendo quote di reddito dai proletari alle classi benestanti.

FERMIAMOLI CON LA LOTTA!

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Dall’aula bunker di Torino: Chiara, Claudio, Mattia, Niccolò

NotavBelle e forti e vere le parole che Chiara, Claudio, Mattia e Niccolò hanno pronunciato ieri, mercoledì 24 settembre 2014, nell’aula bunker di Torino, durante l’udienza del processo per l’attacco contro il cantiere di Chiomonte, del 13 maggio 2013.

Parole chiare. Parole di chi non chiede clemenza ai giudici, alla magistratura, allo stato. Parole avverse e contrapposte al potere, all’avversario di classe. Al governo e alle istituzioni dello stato quelle parole hanno ribadito la volontà dei 4 compagni/e, che è la stessa di moltissime donne e uomini della Valle, di impedirne la devastazione. E l’hanno fatto ponendosi a viso aperto e contrapposti al governo e ai potenti, con una sola richiesta, che è l’obiettivo su cui si è costruito quel movimento: No al Tav!

Qui sotto riporto le parole scritte di Chiara, Claudio, Mattia e Niccolò. Per ascoltate le loro voci all’interno dell’aula bunker, le trovate sul sito di “macerie” e su “radiocane

Ecco le loro parole:

In quest’aula non troverete le parole per raccontare quella notte di maggio. Usate il linguaggio di una società abituata agli eserciti, alle conquiste, alla sopraffazione. Gli attacchi militari e paramilitari, la violenza indiscriminata, le armi da guerra appartengono agli Stati e ai loro emulatori. Noi abbiamo lanciato il cuore oltre la rassegnazione. Abbiamo gettato un granello di sabbia nell’ingranaggio di un progresso il cui unico effetto è l’incessante distruzione del pianeta in cui viviamo. C’ero quella notte ed è mia la voce femminile che è stata intercettata. Ho attraversato un pezzo della mia vita insieme a tutti quegli uomini e a tutte quelle donne che da più di vent’anni oppongono un no inappellabile ad un’idea devastante di mondo. Ne sono fiera e felice.

Chiara

La notte fra il 13 e il 14 maggio ho preso parte al sabotaggio avvenuto al cantiere della Maddalena a Chiomonte. Ecco svelato l’arcano. Non mi stupisce che gli inquirenti nel tentativo di ricostruire i fatti usino parole come “assalto, attentato terroristico, gruppi paramilitari, armi micidiali”. Per chi è solito vivere e difendere una società fortemente gerarchizzata non può comprendere quello che è avvenuto negli ultimi anni in Val di Susa. Per descriverlo attingerà dalla propria cultura intrisa di termini bellici. Non è mia intenzione annoiarvi sui motivi per cui ho deciso di impegnarmi nella lotta contro il tav o su cosa significhi la difesa di quella valle, voglio solo sottolineare che qualsiasi cosa che abbia a che fare con guerra o eserciti mi fa ribrezzo. Capisco lo sgomento dell’opinione pubblica e dei suoi affabulatori per la ricomparsa di questo illustre sconosciuto, il sabotaggio, dopo che si erano tanto spesi nel seppellirlo sotto quintali di menzogne. Alla lotta contro il treno veloce il merito di aver rispolverato tale pratica, di aver saputo scegliere quando e come impiegarla e di essere riuscita a distinguere il giusto dal legale. Alla lotta contro il treno veloce la grossa responsabilità di mantenere fede alle speranze che molti sfruttati ripongono in lei e di far assaporare ancora il gusto sapido del riscatto. Mi permetto di rispedire alcune accuse al mittente. Siamo accusati di avere agito per colpire delle persone o quantomeno incuranti della loro presenza, come se provassimo profondo disprezzo per la vita altrui. Se c’è qualcuno che dimostra tale disprezzo è da ricercare nei militi che esportano pace e democrazia in giro per il mondo, gli stessi che presidiano con devozione e professionalità il cantiere della Maddalena. Per quanto concerne l’accusa di terrorismo non ho intenzione di difendermi. La solidarietà che abbiamo ricevuto dal giorno del nostro arresto ad oggi ha smontato a sufficienza un’incriminazione così ardita. Se dietro quest’operazione c’era il tentativo, non troppo velato, di chiudere i conti con la lotta no tav una volta per tutte, direi che è fallito miseramente.

Claudio

Conoscevo la Maddalena e la Val Clarea prima che ci venisse impiantato il cantiere dell’alta velocità. In quei boschi ho camminato, ho dormito, ho mangiato, ho cantato, ho ballato. In quei luoghi ho vissuto frammenti di vita preziosa insieme ad amici che ora non ci sono più e che porto nel cuore. In quei luoghi sono tornato più volte negli anni. Di giorno, di notte, di mattino, di sera; d’estate, d’inverno, in autunno e in primavera. Ho visto quei luoghi cambiare nel tempo, gli alberi cadere abbattuti a decine per fare spazio a siepi di acciaio spinato. Ho visto il cantiere crescere e un pezzo di bosco sparire, le torri-faro spuntare numerose e l’esercito arrivare a sorvegliare un desolato sterrato lunare con gli stessi mezzi blindati che pattugliano i monti afgani. Così in Val Clarea son tornato una volta ancora in quella ormai celebre notte di maggio. Molto, troppo, è stato detto e scritto su quella notte e non sta a me, né mi interessa, dire come si trascriva quel gesto nella grammatica del codice penale. Quello che posso dire è che quella notte c’ero anch’io. Che non fossi lì con l’intento di perseguire il terrore altrui o anche peggio, lo può capire qualsiasi persona dotata di buonsenso che abbia anche solo una lontana idea di quale sia la natura della lotta no-tav e quale il quadro di coordinate etiche all’interno del quale questa lotta esprime la sua ventennale resistenza. Che fossi lì per manifestare una volta di più la mia radicale inimicizia verso quel cantiere e, se possibile, sabotarne il funzionamento, ve lo dico io stesso. E se abbiamo deciso di prendere la parola oggi prima che questo processo si addentrasse nella selva delle perizie e delle controperizie vocali è proprio per affermare una semplice verità: quelle voci sono le nostre. Su questo la procura ha costruito una storia. Una storia in cui i cellulari diventano prove dell’esistenza di una catena di comando, addirittura di una pianificazione paramilitare, ma la verità -come spesso accade- è molto più semplice e meno roboante. Esiste un motto in Val Susa che da anni è entrato nel bagaglio comune della lotta no tav e ne orienta nella pratica le azioni di disturbo al cantiere. Questo motto è: “si parte e si torna insieme”. A significare che in questa lotta ci si muove insieme. Insieme si parte e insieme si torna. Nessuno va lasciato indietro. A questo servivano i telefoni quella notte, a questo si sono prestate le nostre voci. Parlare invece di capi, di organigrammi, di commando, di strateghi, significa voler proiettare su quell’evento l’ombra di un mondo che non ci appartiene e stravolgere il nostro stesso modo d’essere e di concepire l’agire comune. Per quanto mi riguarda lascio agli entusiasti speculatori ad alta velocità il triste privilegio di non avere scrupolo della vita altrui, e a loro lascio anche il culto della guerra, del comando e del profitto ad ogni costo. Noi ci teniamo stretti i valori della resistenza, della libertà, dell’amicizia e della condivisione e da questi cercheremo di trarre forza ovunque le conseguenze delle nostre scelte ci porteranno.

Mattia.

I motivi che mi hanno spinto in Val di Susa a prendere parte a questa lotta sono tanti; i motivi che mi hanno spinto a restare e continuare su questa strada sono ben di più. In mezzo c’è un percorso di maturazione collettiva, di assemblee pubbliche e private, di campeggi e presidi, di confronto e scontro. In mezzo c’è la vita, quella di tutti i giorni, quella delle alzatacce e delle nottate insonni, della gola secca sui pendii rocciosi e dei pasti frugali, dei piccoli impegni e delle grandi emozioni. In questo percorso chi lotta ha imparato la precisione del linguaggio, a chiamare le cose per quello che sono e non per l’involucro formale con cui si pubblicizzano, come un cantiere che prima era un fortino ed ora sta diventando una fortezza. Parole in grado di restituire il portato emotivo e l’impatto sulle proprie vite di determinate scelte della controparte, di chi ha deciso di invischiarsi in questa grande opera. Parole rispolverate da un lessico che sembrava antico e invece si riscoprono in tutta la loro potenza e semplicità nel descrivere le proprie azioni. Un’accortezza di linguaggio che mi accorgo non essere così diffusa nel mondo circostante, quando leggo di improbabili ”commando” che secondo una certa ricostruzione propinata anche dai giornali avrebbero assaltato il cantiere nella notte del 13 maggio. Una parola quanto mai infelice non solo per il suo richiamo all’atto del comandare ma anche per una certa allusione mercenaria, inaccettabile, di chi sarebbe disposto a qualsiasi mezzo pur di raggiungere il proprio fine. Di contro chi lotta ha imparato a convogliare con intelligenza persino le passioni forti e irruente che nascevano dai tanti colpi subiti quando un amico perdeva un occhio per via di un lacrimogeno o un altro era in fin di vita. Per quanto mi riguarda la Val Clarea mi è amica fin da quando nel 2011 rilanciavamo la terra a mani nude nei buchi scavati dalle ruspe durante gli allargamenti del cantiere. Ricordo che tra le tende di quel campeggio echeggiava una canzone, tra le tante inventate per divertirsi e darsi forza, sulle note di un vecchio canto partigiano. Il primo verso recitava ”dai boschi di Giaglione uniti scenderemo….”. In questi anni molte volte è stato dato seguito e rilanciato quelle parole e qualcuno in quella notte di maggio ha deciso di farlo con altrettanta convinzione e io ero tra loro. Una delle voci dietro a quel telefono è la mia. Ma soffermarsi su una responsabilità personale per tesserne o meno le lodi non è in grado di restituire quel sentimento collettivo maturato nelle case di tante famiglie, di valle e di città, o tra una chiacchierata e una bevuta in un bar, nelle piazze e nelle strade, nei momenti conviviali come quelli più critici. Un sentimento che ha saputo esprimersi in uno degli slogan più gridati dopo i nostri arresti e che descrive bene la vera appartenenza di quel gesto: “dietro a quelle reti c’eravamo tutti…”. Uno slogan che ci riporta direttamente ad un assemblea popolare tenutasi a Bussoleno nel maggio 2013 con cui l’intero movimento salutava e accoglieva quel gesto chiamandolo sabotaggio. E se dietro quelle reti c’eravamo tutti, dietro queste sbarre un pezzetto di ognuno ha saputo sostenerci e darci forza. Per questo, anche qui, qualunque siano le conseguenze delle nostre azioni, ad affrontarle non saremo soli.

Niccolò.

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