Perché “uscire dalla crisi”?

Nel novembre 2011 scrivevo questo post dal titolo “Quale uscita dalla crisi?” Lo si può leggere qui.

Verso la fine dell’articolo scrivevo:

“… E noi, tutte quelle e tutti quelli che vivono di lavoro subalterno, in questa crisi che compito abbiamo? Intanto quello di ribadire la primogenitura dell’offensiva operaia di aver messo in crisi il modello precedente che ha accumulato i problemi e le contraddizioni poi esplose. Una verità storica che dobbiamo riaffermare con orgoglio e anche per sottolineare la nostra alterità, il nostro antagonismo totale ad ogni modello di accumulazione capitalistico. E da lì ripartire.

La classe lavoratrice è capace di praticare il conflitto per acuire la crisi capitalistica e per sgretolare un modello di sfruttamento, e l’ha dimostrato. Oggi deve riprendere questo suo cammino e questo compito storico: acuire questa crisi!  Non certo aiutare i padroni a risolverla, tanto meno infilarsi in inguacchi nazional-patriottici per salvare la sovranità nazionale e gli  Stati, sia che mantengano la moneta europea, sia che ritornino a quella nazionale, ed altri miserabili compromessi.

Acuire la crisi, riprendendo una offensiva sul salario complessivo (salario monetario e servizi) e sulle condizioni di lavoro (diminuzione dei ritmi, forme di sabotaggio e boicottaggio); difesa dei territori fino ad una appropriazione degli stessi da parte della popolazione autorganizzata per sottrarli alla speculazione e allo sfruttamento da parte del capitale.

Riprendere l’offensiva di classe nel momento in cui la crisi accentua la debolezza e le contraddizioni interne alla classe dei capitalisti.

Un’offensiva che deve trovare necessariamente uno stretto collegamento internazionale tra le lotte che sia in grado di coordinarle per indirizzarle contro tutti i tentativi, più o meno mascherati, di “uscita dalla crisi”. …”

Rileggendolo a distanza di circa 4 anni … beh, si può dire, con una certa corda_spezzataapprossimazione, che il decorso della crisi/ristrutturazione ci obbliga con una certa urgenza ad assumerci le conseguenti responsabilità.

… si può fare!…                       

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Roma, 6 luglio 1960 – i “ragazzi di strada” antifascisti contro la polizia di Tambroni a Porta San Paolo

Vedi post  qui

Genova 60    lora_7_luglio_1960

 

 

 

 

 

 

Reggio emilia 60     Reggio e 60

 

 

 

 

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Squallido compromesso per il reato di tortura. I fascisti e Salvini protestano ugualmente

torturaNonostante la proposta di legge per introdurre il reato di tortura in questo paese, in discussione al Parlamento, non rispecchi le indicazioni delle Nazioni Unite poiché la tortura è configurata come un reato comune, non come un reato proprio del pubblico ufficiale.

Nonostante la Convenzione dell’Onu contro la tortura del 1994 affermi: ” (…) qualsiasi atto mediante il quale sono intenzionalmente inflitti ad una persona dolore o sofferenze forti, fisiche o mentali al fine di segnatamente ottenere da essa o da una terza persona informazioni o confessioni, di punirla per un atto che essa o una terza persona ha commesso o è sospettata di aver commesso, di intimorirla o di far pressione su di lei o di intimidire od esercitare pressioni su una terza persona, o per qualunque altro motivo basato su una qualsiasi forma di discriminazione, qualora tale dolore o tali sofferenze siano inflitti da un funzionario pubblico o da qualsiasi altra persona che agisca a titolo ufficiale, o sotto sua istigazione, oppure con il suo consenso espresso o tacito”.

E’ un reato caratterizzato dal dolo specifico di chi cagiona intenzionalmente, al fine di ottenere informazioni e confessioni, dalle violenza o minacce in violazione degli obblighi di protezione, cura o assistenza, che produce acute sofferenze fisiche o psichiche.

Il reato di tortura è quello specifico commesso da un pubblico ufficiale. Quindi in nome e per conto dello Stato e di tutti i cittadini ossequiosi.  Quasi tutti gli stati hanno introdotto il reato di tortura, tranne l’Italia e qualche dittatura, ma ciò non vuol dire che in quei paesi non si torturi più.

Per approfondimenti vedi post precedenti qui  e  qui

La gazzarra dei fascisti, comunque mascherati, ha espresso lo squallore di sempre. Chi poteva guidarli? Salvini che ha affermato “Carabinieri e polizia devono poter fare il loro lavoro. Se devo prendere per il collo un delinquente, lo prendo. Se cade e si sbuccia un ginocchio, sono cazzi suoi“.

Da parte loro i responsabili del sindacato corporativo dei poliziotti Sap hanno detto: “Il reato di tortura, in Italia, porta con sè un pesante fardello di disprezzo ideologico, il desiderio mai sopito di ‘dare una lezione’ alle forze di polizia e agli operatori, una sorta di vendetta da parte di chi le divise non le ama e non le vuole: basti pensare che tra i promotori della legge ci sono soggetti ben noti ai nostri archivi, gente che ha fatto ‘carriera’ fomentando le piazze e che ora si ritrova in parlamento, (ben) pagata da tutti noi… l’introduzione del reato di tortura, prevede il concetto di “acute sofferenze psichiche” che “ogni mascalzone potrà utilizzare per accusarci, lamentando di averle patite queste ‘sofferenze’, anche se non sono oggettivamente rilevabili. Ci rendiamo conto di che cosa potrà accadere durante qualsiasi servizio di volante, durante un ordine pubblico o un arresto?

Questa è la situazione in questo paese. E continua a peggiorare. Se non ci diamo una mossa, il punto d’arrivo è chiaro per tutte e tutti!

E allora muoviamoci!

 

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Libertà per Peltier, Mumia e tutte e tutti gli altri

Peltier

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Corteo in riposta all’aggressione dei lavoratori della logistica

OLTRE 300 FACCHINI DELLA LOGISTICA, LAVORATORI E LAVORATRICI DI 
ALTRI SETTORI E OCCUPANTI DI CASE SFILANO PER LA ZONA INDUSTRIALE
DELLA TIBURTINA CONTRO L’AGGRESSIONE DI CAPI E CRUMIRI AI 
MAGAZZINI SDA DI VIA DI CORCOLLE

Oggi 8 giugno 2015 sin dalle 8 di mattino un determinato corteo di lavoratori e lavoratrici, occupanti di case e collettivi territoriali è sfilato – prima davanti ai magazzini SDA di via di Corcolle – per poi raggiungere il punto di partenza del corteo a via di Salone 172 da dove, toccando i magazzini di TNT e DHL, ha raggiunto via Affile dove l’iniziativa si è conclusa con una assemblea in piazza. Il corteo è stato indetto in risposta all’aggressione perpetrata da una squadraccia di crumiri – lo scorso 19 maggio – diretti da responsabili SDA (ricordiamo che SDA è proprietà al 100% di poste s.p.a. e dunque del ministero dell’economia) e di cooperative ivi impiegate armati di manganelli spagnoli, caschi e altri arnesi utili all’offesa.

Questo corteo non si è limitato alla resistenza ed alla denuncia dell’aggressione ma costituisce un ulteriore tassello del percorso di unità delle lotte che da circa due anni coinvolge i lavoratori della logistica organizzati dal Si.Cobas, le occupazioni limitrofe alla zona della Tiburtina e le compagne e i compagni dell’assemblea di sostegno alle lotte della logistica e dei movimenti territoriali e di lotta per la casa.

L’assemblea che ha concluso il corteo – alla quale è intervenuto anche uno dei 5 lavoratori del Comitato di lotta cassintegrati e licenziati della Fiat di Pomigliano a cui giusto il 4 giugno scorso la magistratura, succube del pensiero Marchionne, ha respinto il ricorso – ha riaffermato la volontà di rafforzare sempre più questo processo di unità delle lotte e di essere tutte e tutti pronti a mobilitarci a sostegno reciproco delle iniziative di mobilitazione e sciopero. Fra l’altro ben consapevoli che il processo di ristrutturazione delle poste s.p.a. – in vista della quotazione in borsa della società prevista per fine anno – è appena all’inizio e consiste in:

– Chiusura di almeno 455 uffici postali;

– Rinuncia alla funzione universale di servizio pubblico con la consegna a giorni alterni della posta in oltre 3.000 comuni considerati troppo piccoli o disagiati e quindi non remunerativi;

– Ulteriori aumenti delle tariffe postali dopo quelli già decisi a dicembre scorso;

– Peggioramento delle condizioni di impiego delle lavoratrici e dei lavoratori a cominciare dai servizi esternalizzati attraverso proprie società (vedi SDA);

– Licenziamenti.

Dunque è facile prevedere che la battaglia alla SDA sia solo all’inizio e molto probabilmente presto saranno necessarie nuove mobilitazioni nei magazzini ma che abbiano anche la capacità di attaccare complessivamente il processo di ristrutturazione delle poste, parlando alle città e sconfiggendo il pervicace tentativo di cacciare dai magazzini i lavoratori organizzati nel Si.Cobas e dunque attivi nella lotta per il rispetto del Contratto Nazionale di Lavoro e per migliori condizioni salariali e di lavoro.

Forti della riuscita e della determinazione espressa dal corteo odierno abbiamo mostrato una volta di più che le lavoratrici ed i lavoratori della logistica marciano sempre A TESTA ALTA MOSTRANDO A TUTTI LA DIGNITÀ E LA FIEREZZA DELLA LOTTA!

CONTRO LICENZIAMENTI E REPRESSIONE SE TOCCANO UNO/A TOCCANO TUTTI/E !!

8 giugnoAssemblea di sostegno alle lotte della log8 giugno2istica

Roma Coordinamento provinciale di Roma Si.Cobas

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Repressione, attualità e tendenze: come difenderci

La Repressione: attualità e tendenze. Come difenderci

Cominciamo dalle Casse di Resistenza Territoriali

 Una premessa.

Analizzare e discutere di repressione, individuarne le linee di tendenza generali e quelle articolate nei diversi settori sociali e nelle varie aree del paese; provare a farlo analizzando i dispositivi repressivi predisposti che prenderanno il sopravvento su altri; esaminare inoltre gli schieramenti politici che spingono una soluzione invece che un’altra. Tutto ciò è assai utile.

Io però sono convinto che:

a) non possiamo capire l’andamento della repressione sfogliando e studiano leggi, regolamenti e analisi di chi alla repressione è preposto o di chi opera nel settore. Possiamo capirla solo se facciamo emergere il modo in cui essa opera e in cui si manifesta nei confronti di chi dalla repressione è colpito/a. Come per il carcere, la fabbrica e il territorio, la conoscenza reale può venire soltanto da testimonianze e riflessioni, tante e dettagliate, dei soggetti sociali che con quell’ambiente e quella struttura hanno a che fare, quelli che le si oppongono e che hanno tutto l’interesse e l’urgenza di attenuarne i colpi e infine liberarsene. È il lavoro di inchiesta, fatto in modo così approfondito e analitico, da assorbire tante di quelle energie che, spesso… fa passare la voglia oppure lo si fa in modo approssimato. Ma non c’è altro modo per capire come opera la repressione;

b) tutta questa conoscenza ha senso solo se lo si colloca nelle mani di chi la repressione subisce e può così utilizzarla per respingerne i colpi e infine per liberarsene. Solo in questo modo possiamo capire se le valutazioni da noi fatte rispondono alla realtà e se quegli strumenti analitici possono essere impugnati e trasformati in attività collettiva conflittuale e organizzata per rallentare e inceppare il procedere della repressione e accelerare il percorso di autorganizzazione di settori proletari e di liberazione.

Una tesi

Queste due considerazioni sostengono la tesi che la repressione si contrasta a partire dai territori e dai posti di lavoro grazie alla presenza di comitati di lotta autorganizzati. Ciascuna zona-quartiere, se ha un comitato-consiglio radicato tra gli strati proletari in lotta, può operare per frenare e ostacolare la repressione in quel territorio, potenziare la solidarietà e il sostegno alle persone colpite. La costruzione di questi comitati di zona è l’obiettivo da perseguire e raggiungere al più presto.

Ne discende che non serve a molto, ed è fuorviante, chiedere alle istituzioni e allo Stato, che utilizzano la repressione come un’arma per colpire conflitti e comportamenti non omologati, di ammorbidirla e propinarla in piccole dosi. Energie sperperate sono quelle utilizzate per richiedere di abolire quel tale regolamento o quella tale legge che contrasta e reprime il conflitto sociale, quella norma che punisce i comportamenti non adeguati all’ordine capitalista e che vuol tenere sotto un rigido controllo il “disordine sociale”. È inutile chiedere a chi ha il compito di far rispettare l’ordine capitalista a tutti i costi, di derogare dai suoi compiti.

Tendenze

«Tutta la penalità del secolo XIX diventa un controllo che non pone in dubbio se ciò che fanno gli individui è d’accordo o no con la legge, ma che interviene piuttosto al livello di ciò che possono fare, sono capaci di fare, sono disposti a fare, sono sul punto di fare. […]

La grande lezione della criminologia e delle penalità del fine del secolo XIX  fu la concezione scandalosa in termini di teoria penale, di pericolosità. La nozione di pericolosità significa che l’individuo deve essere considerato dalla società al livello delle sue possibilità e non dei suoi atti, non al livello delle infrazioni effettive ad una legge anche effettiva , ma delle possibilità di comportamento che esse rappresentano».

[Foucault, La verità e le forme giuridiche, Napoli 2007 ]

Individuare la tendenza di percorsi complessi, come la repressione, non può ridursi ad asserzioni perentorie e schematiche. Le forze in gioco e le variabili sono tante e spesso difficilmente prevedibili. Si può però seguire l’operare repressivo che abbiamo subito finora e le varianti già in corso d’opera e quelle che si rafforzeranno in futuro.

È con l’approdo del liberismo, a metà degli anni Settanta (in Italia il liberismo approda anni dopo grazie alla “resistenza” di un combattivo movimento rivoluzionario, in parte armato) che inizia l’attuale “grande internamento” liberista!

Vediamolo dai dati delle presenza in prigione. Nel ventennio 1975-1995, la prima fase dell’offensiva liberista negli Usa, il totale dei detenuti nelle varie case di reclusione statunitensi: di contea, statali e federali, passava dalle 380.000 unità del 1975, a circa 1.500.000 del 1995, per poi sfondare il tetto dei due milioni nel 1998 e arrivare a 2,5 milioni del primo decennio del nuovo secolo.

Anche in Europa e in Italia, pur non uguagliando incrementi così clamorosi, si è assistito al raddoppio della popolazione prigioniera. In Italia, nel 1989 sono 30.989 le presenze in carcere, che scendono a 26.150 grazie all’amnistia del ’90; nel 2000 sono 53.165 le presenza e, nel 2011, arrivano a superare il record di 68.000, per scendere a circa 61.000 nel febbraio-marzo 2014 e a 56.000 nei primi mesi del 2015 grazie ai provvedimenti “svuota carceri” fatti in fretta e furia dopo l’ennesimo richiamo della Corte europea dei diritti dell’uomo.

È utile valutare l’andamento e i possibili esiti dell’attuale crisi-ristrutturazione anche da questo punto d’osservazione, ossia dal rapporto repressione/classi pericolose, per enuclearne i motivi che hanno incrementato la carcerazione. I motivi vanno ricercati dal progressivo deprezzamento del valore del lavoro, all’abbattimento del salario indiretto (welfare, servizi sociali), al più generale abbassamento delle condizioni di vita delle masse proletarie.

È ormai risaputo in ogni dove che “alla diminuzione della spesa sociale corrisponde l’aumento della spesa sanitaria e soprattutto penale”. Questi elementi che emergono dall’andamento del rapporto capitale/lavoro, hanno sempre avuto un ruolo importanti nel procedere della repressione e della incarcerazione fin da quando è sorto il carcere moderno, plasmato secondo il procedere del capitale e i suoi andamenti oscillanti. Ben lo definisce il classico insegnamento di Rusche e Kirchheimer [Georg Rusche, Otto Kirchheimer, Pena e struttura sociale, il Mulino, 1978- il libro si può scaricare qui ] che, nelle loro analisi accurate dei sistemi punitivi nello sviluppo capitalistico, all’interno della contraddizione capitale/lavoro, chiariscono il fondamento dell’incremento dell’afflittività e del quantitativo complessivo di penalità praticata in una data fase e in un dato sistema sociale. Così come il riemergere e l’espansione di una popolazione soprannumeraria, il classico esercito industriale di riserva, che mette in discussione la legittimità dell’ordine sociale e che può costituire terreno di sviluppo per i movimenti rivoluzionari. Dunque gli organi di governo e lo Stato hanno necessità di avviare il conseguente adeguamento della repressione e della penalità per tenere a freno e regolamentare questa massa di senza lavoro né reddito. Le previsioni degli stessi governi liberal-borghesi dei paesi industrializzati prevedono quote di disoccupazione strutturali che potranno oscillare dal 20 al 40% e oltre, con cui si dovrà convivere.

Forse è inutile ricordare, è ormai sotto gli occhi di tutti, che la crescita della popolazione sotto controllo penale (intramurario ed esterno) non trova alcuna corrispondenza in un parallelo aumento dei tassi di violazione della legge, che, al contrario, sono in calo, almeno quelli più gravi contro la persona. Ne è prova la composizione sociale della popolazione detenuta negli ultimi decenni che rispecchia fedelmente, in tutti i paesi, la classica funzione del carcere quale contenitore della marginalità economica e sociale: «le carceri americane, infatti, contrariamente a quanto sostiene la vulgata politico-mediatica dominante, sono piene zeppe non di criminali pericolosi e incalliti ma di piccoli delinquenti condannati per questioni di droga, taccheggio, furti o addirittura disturbo della quiete pubblica, provenienti in larga maggioranza dalle frazioni precarizzate della classe operaia, in particolare da famiglie del sottoproletariato di colore residenti nelle città maggiormente colpite dalla trasformazione congiunta del regime salariale e della protezione sociale».

[L. Wacquant, Parola d’ordine tolleranza zero. La trasformazione dello stato penale nella società neoliberale]

L’impegno repressivo, in questa prima fase, ha tenuto d’occhio non tanto i conflitti organizzati sindacalmente o politicamente, ma prevalentemente le azioni singole o collettive di attività extralegali. Il cosiddetto “disordine sociale” che si è manifestato con lo sviluppo della cooperazione diffusa delle attività illegali nelle grandi città, non legate né inserite nella grande malavita organizzata (con la quale il potere tratta affari in comune). È il formarsi di bande giovanili nelle periferie, la diffusione di gruppi di ultras, le nuove forme di truffe nella rete informatica, ecc., ecc. Il controllo del conflitto sociale e politico è stato delegato, per tutto un periodo, e dura ancora seppur delegittimato, al movimento operaio istituzionale e al nuovo ceto politico che è venuto a formarsi dentro il movimento in rappresentanza di settori di piccola borghesia tecnica e intellettuale impoverita, con il ruolo di mediare e ricondurre all’interno del sistema qualche scheggia che ne fuoriusciva.

Da qualche anno tutto ciò sta cambiando 

La ripresa del conflitto sociale, l’imperversare della crisi che spinge ad azioni di riappropriazione, ha portato il sistema repressivo ad accentuare la sua azione. Ma con quale strategia?

Le impostazione delle tecniche repressive d’oggi sembra che vogliano ricalcare quelle del primo grande internamento:

«trasformare i servizi sociali in strumenti di sorveglianza» [L. Wacquant, Dallo Stato caritatevole allo stato penale. Note sul trattamento politico della miseria in America]. Sorveglianza sulle classi povere, veri e propri strumenti di controllo indiretto ma efficaci sulla vita degli strati popolari che, per mantenere quanto resta dei sussidi che lo stato elargisce a loro favore, sono tenuti al rispetto di rigidi obblighi di condotta e soprattutto ad accettare qualsiasi lavoro venga loro offerto. E fin qui siamo ancora al metodo classico.

Ma le nuove necessità hanno proposto altre modalità di intervento repressivo, non del tutto nuove ma sostanzialmente rinnovate, tra cui spiccano:

neutralizzazione selettiva, in base alla quale le pene detentive più lunghe vengono applicate a chi è ritenuto più pericoloso, indipendentemente dal reato commesso. Oltre la reclusione in carcere, questo meccanismo tende ad impedire alla persona ritenuta “pericolosa” la frequentazione degli ambienti nei quali si ritiene che possa aggregarsi per trasgredire la legge.

prognosi di pericolosità, una previsione probabilistica sui comportamenti fuori-legge dei soggetti osservati in base a relazioni delle forze di polizia del luogo dove il soggetto risiede. Nel caso del conflitto sociale le relazioni sono della Digos e di altri organismi polizieschi. La “pericolosità” viene calcolata con lo stesso criterio del calcolo attuariale delle imprese di assicurazioni per prevedere il rischio.

Sono chiaramente meccanismi cui non si può attribuire nemmeno teoricamente o ideologicamente alcuna funzione rieducativa. Il loro campo d’azione rientra nella funzione invalidante, che persegue lo scopo di rendere incapaci di operare quelle persone ritenute “pericolose” e quelle ritenute “sovversive”. Di queste misure fanno parte quelle “interdittive” una varietà che limitano l’esercizio di alcune facoltà o diritti (divieto di svolgere attività professionali o imprenditoriali, sospensione dell’esercizio della responsabilità genitoriale, ecc.), quelle che contemplano l’obbligo di permanenza in un territorio, l’obbligo di firme, il divieto di partecipare ad iniziative e la proibizione di frequentazione di pregiudicati, la “sorveglianza speciale”, gli arresti domiciliari, ecc.

Questa strategia repressiva tiene d’occhio, sempre più, non tanto ciò che i “fuorilegge” fanno ma ciò che possono fare, sono capaci di fare, sono disposti a fare, sono sul punto di fare.

Il terreno dell’invalidazione, accompagnato da cospicue sanzioni economiche, sembra essere il terreno scelto per tenere sotto controllo il disordine sociale, la potenziale trasgressione e anche il conflitto, senza caricare il carcere di un numero eccessivo di persone recluse con le conseguenze di costi enormi e problemi di immagine internazionale dello stato italiano. Emerge questo come nuovo sistema di governo poliziesco dell’universo della marginalità sociale ed anche del conflitto sociale in via di espansione. Anche perché questo sistema presenta maggiori possibilità di controllo del territorio da parte delle forze di polizia.

Cosa sta succedendo? Vediamo qualche episodio reale di repressione.

Il 23 dicembre 2014, Chiara, Claudio, Niccolò e Mattia, attivisti  NoTav,  sono stati condannati nella sentenza di primo grado per il sabotaggio del cantiere di Chiomonte,  avvenuto nel maggio 2013. La Corte d’Assise di Torino ha cancellato l’accusa di terrorismo formulata dalla Procura, annullata già dalla Cassazione nel giugno scorso, e ha condannato i quattro No Tav a 3 anni e 6 mesi per i restanti capi d’imputazione, ovvero danneggiamento, violenza a pubblico ufficiale e porto di armi da guerra (bottiglie incendiarie).

Caduta l’aggravante di terrorismo,  il Tribunale del Riesame, una settimana dopo la condanna,  ha disposto per loro gli arresti domiciliari, con tutte le restrizioni possibili. Scarcerati dunque,  ma con il divieto di incontrare chiunque non sia abitualmente domiciliato nella stessa casa. Le restrizioni sono massime e concernono prevalentemente la comunicazione.

Quando sono stati in carcere erano nella sezione AS2, sezione speciale in un reparto con pochissimi altri prigionieri, ma con possibilità di comunicare per lettera con chiunque, certo, con la censura per un periodo. Ora ai domiciliari la loro condizione sarà meno devastante che in carcere, ma la comunicazione sarà ancor più ridotta, quindi l’invalidazione è accentuata. Stesso percorso per Lucio, Francesco e Graziano.

Colgo l’occasione per abbracciare e salutare queste/i compagne/i. 

Le mosse recenti del governo

*Con Legge 16 aprile 2015, n. 47 “Modifiche  al  codice  di  procedura  penale  in  materia  di  misure cautelari personali”, entrata in vigore l’8 maggio 2015, è stata ridotta notevolmente l’applicabilità della custodia cautelare in carcere (carcerazione preventiva) soltanto ai casi dove il tentativo di fuga o l’inquinamento delle prove sia un elemento certo e dimostrabile dal magistrato. Per tutti gli altri casi si applicherà il meccanismo dell’invalidazione.

*Gli “Stati generali dell’esecuzione penale”, cui il ministro Andrea Orlando ha dato il via il 19 maggio scorso, si svolgerà per sei mesi intorno a 18 tavoli tematici. Verranno affrontati temi più scottanti del carcere e che dovrebbero, in autunno, trasformarsi in nuove regole con cui riformare il sistema dell’esecuzione penale. Probabilmente queste riforme si muoveranno in questa prospettiva: diminuire il controllo penale intramurario (carcere) e aumentare molto il controllo penale esterno per invadere i territori popolari.

Gli esempi, e forse la sperimentazione, non mancano e sono stati collaudati nelle periferie urbane e negli stadi: dal daspo (Divieto di Accedere alle manifestazioni SPOrtive), al foglio di via, al domicilio coatto, ecc., ma anche l’uso, assai diffuso, delle misure di controllo nella “custodia cautelare” (domiciliari, obbligo di firme, ecc) in luogo della carcerazione.

invalidare selettivamente 

Vediamo più da vicino la novità del nuovo indirizzo criminologico che diventa politica criminale e repressiva e che postula l’utilizzo del controllo penale non con finalità retributive, riabilitative oppure di deterrenza anche terrorizzante, ma soprattutto con lo scopo di invalidare, rendere incapaci i cosiddetti “delinquenti”, i soggetti pericolosi, i sovversivi: il suo obbiettivo non è di eliminare il “crimine”, la violazione della legge, ma di renderla governabile e tollerabile all’ordine sociale capitalista; e in prospettiva anche funzionale.

Questa sembra essere l’indirizzo: invalidare, ma selettivamente. Pur continuando a operare la pratica deterrente-terrorizzante (41bis e altre detenzioni differenziate particolarmente dure).

Oltre alla sperimentazione fatta sulle tifoserie del calcio e sulle bande giovanili, va ricordata la larga diffusione nell’Europa del nord delle cosiddette “misure alternative”.  Negli Usa il fatto nuovo di questi giorni è la campagna elettorale per la nomination di Hilary Clinton che ha come contenuto centrale proprio la diminuzione del carcere da sostituire col controllo penale esterno, ossia con le misure alternative (negli Usa ve n’è una vasta gamma), ribaltando la “politica criminale” dei precedenti presidenti ed anche di Bill Clinton basata sull’incremento dell’imprigionamento.

A questo punto va fatta una precisazione fondamentale: per chi sta in carcere e anche per chi gli/le è solidale, il controllo penale esterno e le misure alternative vanno sempre preferite alla carcerazione intramuraria. È opportuno evitare superficiali affermazioni ideologiche, spesso sulla pelle di altri/e. Ma qui stiamo analizzando il procedere del sistema repressivo e di controllo e capire il suo operare. E dunque, grazie alle “visite” a domicilio della polizia, durante i controlli giornalieri e notturni a carico di chi è in misura alternativa, si rende difficile alle persone controllate la partecipazione ad avvenimenti e la frequentazione degli ambienti abituali dove maturano le attività che si vogliono sanzionare. Il regime di chi è in misura alternativa prevede controlli di polizia fin dentro il domicilio del controllato/a e la schedatura di chiunque ne condivida l’abitazione o che gli fa visita; stesso controllo nel posto di lavoro e per le reti amicali. Per chi è sottoposto a queste misure è interdetta la frequentazione di luoghi in cui ci siano “pregiudicati”; il controllo poliziesco ne scandisce la giornata e lo/la segue ovunque, monitorizza gli ambienti limitrofi, si insinua in tutti i luoghi che frequenta, diffondendo la deterrenza e la presenza poliziesca in ambienti sempre più vasti.

Una nota: per fare questi controlli in maniera efficiente è necessario un corpo di pbarreolizia attrezzato e capace di svolgere controlli ambientali e territoriali, attualmente non presente in Italia. La PS ha fatto sapere che non ha sufficienti organici per svolgere queste operazioni. La polizia penitenziaria ha protestato duramente, tramite i propri sindacati corporativi, contro la proposta di trasformare quel corpo in una “polizia territoriale” in grado di realizzare questi particolari controlli. Staremo a vedere le scelte che il governo farà.

Per chi viene imprigionato/a l’invalidazione si attua con la separazione fisica dalla realtà di provenienza e con la differenziazione tra aree di detenuti. La sperimentazione attuata dal personale politico-militare negli anni Settanta e Ottanta per mezzo dell’art. 90, dei “braccetti di lungo controllo”, i duri regimi di detenzione speciale, le restrizioni interne e le tante forme di differenziazione, avevano il compito terroristico per indurre alla delazione o alla dissociazione (questo compito rimane nei confronti degli appartenenti alla criminalità organizzata e a soggetti ritenuti importanti della sovversione politica e sociale per ottenere la delazione per mezzo del 41bis, del 4bis, ecc.).

Per tutti gli altri e le altre cui viene applicata la misura alternativa, la differenziazioni si compie con le limitazioni di comunicazioni e incontri con altri/e, col controllo territoriale e ambientale, col controllo delle relazioni nell’ambiente da cui le/i controllati provengono e la separazione con la popolazione prigioniera; perché sarà evitato –per quanto possibile- l’imprigionamento dei possibili agitatori e organizzatori di conflitti interni al carcere, sostituendolo con altre forme di controllo.

Inoltre, in questa fase, l’azione dei governi e degli stati non è di azzerare la extralegalità, che la crisi diffonde, ma relegarla in particolari territori e renderla non visibile in altri ambienti: rendere “decorosi” quei territori dove gli abitanti borghesi non vogliono che il cosiddetto “degrado” faccia diminuire il prezzo delle abitazioni e la clientela dei punti vendita. Per i soggetti del conflitto sociale la differenziazione si attua col controllo continuo fin nel loro habitat e nelle situazioni più intime. 

Il ciclo è compiuto: dalla Repressione correzionale, a quella deterrente, oggi si passa a quella invalidante! 

L’obiettivo non è nuovo, ma è stato rinnovato. L’obiettivo è di ridurre una ribellione, un evento sovversivo o rivoluzionario a una serie di singoli e separati atti criminosi. Così la storia e la letteratura borghese ha trattato la Comune di Parigi ed ogni altro evento rivoluzionario, fino alla stagione degli anni Settanta in Italia, in Germania e ovunque, per arrivare oggi al movimento NoTav, al Movimento di occupazione delle case che si sta espandendo in tutto il paese e alle lotte dei lavoratori del settore della Logistica. La giustizia di stato ha questo compito; il suo operare, affiancato dal’opera dei media, tende a questo. È dunque inconcludente chiedere alle sedi giudiziarie di fare chiarezza politica sugli avvenimenti che passano sotto al loro giudizio.

Perché non può esserci alcuna riforma che attenui la repressione? 

L’attività dei riformatori nel passato è stata diretta ad una rifondazione più razionale della sovranità, a favore della costruzione di un centro di potere senza scarti o irregolarità. Questo importante snodo storico fra XVIII e XIX secolo «…non ha messo in dubbio il principio che il diritto debba essere la forma stessa del potere e che il potere debba sempre esercitarsi nella forma del diritto». [M. Foucault, La volontà di sapere].

«Ogni sforzo per una riforma del trattamento del delinquente trova il proprio limite nella situazione dello strato proletario, socialmente significativo, più basso, che la società vuole trattenere dal commettere azioni criminali». [Rusche e Kirchheimer, Pena e struttura sociale, il Mulino, 1978]

Più che a “riforme” abbiamo assistito ad un imbellettamento delle misure repressive atte a renderle adeguate al mantenimento dell’ordine capitalista. Le riforme del carcere l’hanno reso adeguato e capace di svolgere tutte le funzioni che, di volta in volta, gli venivano richieste. Da strumento in grado di aumentare le forze del lavoro e consentire l’immediata disponibilità di una braccia a bassissimo costo, nei periodi di carenza di manodopera, a strumento capace di smorzare/mitigare le conseguenze sociali più conflittuali. Il carcere è riuscito ad attribuirsi un ruolo di integrazione forzosa e violenta dei proletari all’interno dell’ordine capitalistico, così come è riuscito a neutralizzare quegli individui ritenuti più pericolosi e meno integrabili. Vedremo oggi se il controllo penale esterno riuscirà a rispondere alle necessità del capitalismo in questa fase: il controllo territoriale totale.

Poiché questa partita si gioca nei territori (ed è già è iniziata) vedremo all’opera le forme di autorganizzazione territoriale del proletariato, là dove si costruiscono, svolgere il loro compito.

Per concludere, si può riassumere quindi che la repressione è decisamente interna al conflitto di classe e al disordine sociale. Per il primo opera per azzerarlo, riportarlo o non farlo uscire dal recinto della legalità; per il secondo opera per tenere il recinto della extralegalità ben distinto da quello della legalità, sottomesso e controllato e dislocato in alcune aree e in modo che non fuoriesca dal fisiologico andamento.

Ciò che possiamo fare, fin da oggi, è ridurre gli effetti della repressione sostenendo con forza chi la subisce. Nell’immediato non possiamo annullarla finché non si abolirà lo stato borghese e l’ordine capitalista, ma la si può ostacolare e ridurne gli effetti. Il controllo penale (sia quello intramuraio, sia quello esterno) tende a separare e isolare per annientare, la solidarietà materiale e fattiva può ricostruire i legami sociali in termini conflittuali e organizzati; la solidarietà può alimentare la costruzione dell’ “unità di classe” (che non è mai un dato di partenza, ma un obiettivo difficile da raggiungere). Si può iniziare subito a contrastare la repressione costruendo in ogni territorio una cassa di resistenza territoriale (non solo economica) per chiunque venga colpito, comprendendo anche la repressione sul lavoro: sospensioni, licenziamenti, multe. Evitando di ergersi a giudici, sostenendo quindi tutte e tutti!, non solo i compagni e le compagne. Facendo in modo che i proletari, nella cui famiglia o cerchia di conoscenti vi sia un “extralegale”, si liberino dalla stigmatizzazione e dal velo della vergogna e affrontino i paladini della “legalità” come avversari da combattere, come fossero padroni. Solo con il contrasto alla repressione combattuto a tutto campo, territorio per territorio e posto di lavoro per posto di lavoro, e poi complessivamente, accompagnato dall’estensione concreta della solidarietà, è possibile creare il terreno favorevole per rallentare e inceppare i meccanismi repressivi e rafforzare la volontà di lotta e di autorganizzazione.

La repressione per funzionare deve raggiungere e colpire le persone sul territorio:

-per sradicarle e deportarle lontano dell’ambiente dove vivono e operano;

-per incapacitarle e annientarle come soggetti sociali attivi e come persone potenzialmente organizzabili;

-sul territorio si può quindi inceppare la repressione; sia quella che deporta, sia quella che controlla ogni azione della persona. Si può e si deve renderla inefficace, inadeguata.

Si tratta dunque di organizzare sul territorio, insieme alle lotte sui bisogni quali casa, salario, ambiente, trasporti, asili, salute, ecc., anche il contrasto alla repressione, nelle forme che si riterranno praticabili stante i rapporti di forza che si sono costruiti e il radicamento e la consistenza degli organismi autorganizzati territoriali.

In questa fase di ristrutturazione capitalista, nel quadro della corrispondenza tra produzione e controllo, la pervasività del controllo repressivo richiede non solo  e non tanto l’azione del richiudere quelli che non accettano l’ordine, ma seguirli con una sorveglianza sempre più totale dove sono quotidianamente rinchiusi: il posto di lavoro e il territorio. E qui si giocherà la battaglia.

 

 Giugno  2015                                                                                                                                         salvatore

 

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Recensione di “Cos’è il carcere” su A- rivista anarchica

 da:  A – rivista anarchica – 399  giugno 2015

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recensione libro cos'è il carcere

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Recensione di “Cos’è il carcere” sull’ Huffington Post

http://www.huffingtonpost.it/giancarlo-capozzoli/monotonia-attese-sospensioni-cose-davvero-il-carcere_b_7451016.html

Monotonia, attese, sospensioni. Cos’è, davvero, il carcere?

Abolire il carcere il libro edito solo da qualche settimana, da Luigi Manconi e Stefano Anastasia, ha aperto un’importante discussione sul tema delle carceri, anche su questo giornale.

Abolire il carcere. Ma cosa è il carcere, e cos’è il carcere oggi? Che cos’è l’ essere stesso del carcere. Le ragioni sulla sua esistenza, sulla sua esistenza stessa, ci sarà modo di parlarne. La prima domanda che mi è sorta è, pertanto, che cosa sia il carcere, nella realtà. Per avere un’idea sulla realtà ontica ed empirica del carcere, bisognerebbe parlare con chi questa datità la vive quotidianamente, la subisce, la respira. Potrebbe dire cosa “è” il carcere chi l’ha vissuta, chi l’ha subita, chi l’ha respirata.

Cosa è il carcere è un libricino scritto da Salvatore Ricciardi, un ex brigatista, che ha finito di scontare la sua pena ed ora, finalmente, in libertà. Cosa è il carcere, vademecum di resistenza è importante per capire come funziona (o come “non” funziona) il sistema penitenziario, in Italia. Il merito di Salvatore Ricciardi, al netto dell’idelogia e delle idee politiche, condivisibili o meno, è di far sentire davvero il sapore amaro e le sensazioni reali, i “giorni immobili di una lunga detenzione”, che un uomo, privato della libertà, ha sofferto. Ciò che emerge con violenza da questa lettura è che il carcere è i detenuti che lo abitano (loro malgrado).

“Tu li riconosci quelli che vengono dalla galera, lo portano scritto in faccia. I segni della galera che solcano il viso sono indelebili come la salsedine che scolpisce i volti dei marinai”, scrive Ricciardi. Cosa è il carcere è una lettura utile per avere un’opinione diretta sull’argomento, senza la mediazione di chi ne scrive piuttosto, entrando ma con la consapevolezza di uscirne quando vuole. Ricciardi parla di se stesso quando scrive di “quelle persone che ho visto trascinare i piedi lentamente con i volti rivolti a terra, agitati ma passivi, come un esercito vinto”. Anche se lui non si è rassegnato, e ne è uscito. Li ha visti davvero, ed era in mezzo a loro.

Uno dei concetti fondamentali che emerge da questo libro è quello di tempo, di un tempo che è declinato in maniera diversa da chi è fuori, libero. Il detenuto emerge come un essere-senza-tempo. Per comprendere realmente cosa sia il carcere, si deve comprendere questa assenza di tempo. “Dentro il carcere […] il tempo non c’è. Nel carcere non c’è questo tempo, il tempo delle cose che succedono, dei cambiamenti che avvengono. È tutto sempre uguale”, scrive. Il tempo quindi, in carcere, è in questo senso, assenza-di-tempo. Il tempo è scandito da altri ritmi e soprattutto, dice Ricciardi, dai rumori del carcere.

“È l’udito il senso più importante”, il rumore del secondino che la mattina urla la conta, il rumore degli scarponi delle guardie che attraversano i corridoi, il rumore delle porte di ferro che sbattono. Delle chiavi che aprono e chiudono. Il rumore del carrello della colazione. Ogni giornata è uguale all’altra. Dalla mattina alla sera. Questa monotonia del tempo dell’assenza-di-tempo-che-non-cambia è interrotta dal tempo destinato ai colloqui. Quest’ora segna lo scorrere dei giorni, e la distanza temporale alla successiva giornata di incontri e colloqui.

Inoltre la giornata dei colloqui ha in sé un ulteriore tempo/ritmo che è condizionato dai rituali in vista dell’ incontro con i familiari. “Innanzitutto deve cercare di togliersi di dosso la puzza del carcere”, scrive Ricciardi. Puzza che in realtà sentono su di sé solo i carcerati, perché la associano allo squallore che stanno vivendo. In questo senso è da intendere quello sradicamento sociale e affettivo e quell’annientamento della identità che il carcere rappresenta. L’interruzione delle amicizie, degli affetti, delle relazioni.

Eppure i detenuti sono uomini e come tali devono essere considerati, come “sentieri interrotti” degni di essere visitati, e raccontati, e non dimenticati. Si è detto: il carcere come assenza-di-tempo-che-non-cambia con questo sapore/odore di squallore quotidiano. Scrive l’autore: “Ti assale un senso di spossatezza, non hai più energia, senti malessere in ogni parte del corpo, il sonno è interrotto continuamente. L’odore ti si infila nelle narici, la vista si appanna e vedi con difficoltà e senti sempre freddo. Oppure caldo”. L’udito stando a quanto raccontato nel libro è il senso che si sviluppa di più. Il tatto al contrario è, tra gli altri, il primo ad anestetizzarsi. Mancano d’altra parte gli stimoli e le superfici per le mani sono sempre le stesse: gli stipetti, le brande, i tavoli, gli sgabelli, le sbarre. “Tre, quattro, cinque, sei, sette… ecco il muro. Non posso misurare la larghezza, c’è di mezzo la branda, oltre la branda c’è la tazza del cesso”.

Questa assenza-di-tempo-che-non-cambia con gli odori del carcere senza tatto e con l’udito iper stimolato è lo spaesamento. Facile a capire lo smarrimento causato dai sensi fuori registro, e la mancanza di senso che assale molti detenuti. “Lo spioncino è l’elemento più importante per un detenuto. È infatti il punto di collegamento tra la cella e il corridoio, è il legame con l’oltre-cella”. Lo spioncino serve a mantenere un rapporto almeno con chi vive quella medesima situazione. Lo spioncino chiuso è il primo sintomo che l’isolamento e la disperazione stanno prendendo piede, nella testa e nella vita di un detenuto. Il carcere è e resta comunque solitudine.

Questa sofferenza ognuno la vive sulla propria pelle e ciò la rende diversa da quella di ogni altro. “Sofferenza, distruzione, annichilimento della personalità, prostrazione, infantilizzazione (…), la voglia di morire in carcere, di suicidarsi, viene da questa semplice ragione”, scrive Ricciardi. Solo a leggere queste parole dovremmo stupirci che il numero dei suicidi “dentro” non sia maggiore. Ma rende l’idea di come la mancanza di senso e l’assenza di tempo siano i motivi del maggior numero di suicidi tra i carcerati.

L’assenza-di-tempo-che-non-cambia è scandito anche dal tempo-trascorso-con-gli-altri.. Le chiacchiere fatte dei racconti esaltati, esasperati e inventati servono a solleticare l’ amor proprio, in realtà. L’assenza di tempo-che-non-cambia è scandito anche dallo sport che aiuta a sentirsi ancora vivi, e padroni del proprio corpo, costretto. Le relazioni con gli altri e lo sport sono pertanto altre interruzioni a questotempo, ma non solo. “Scrivere dal carcere non è utile a chi riceve, è indispensabile a chi scrive. È il tentativo di sentirsi vivi, di urlare ‘sono ancora’!”.

È la monotonia infranta. “Il detenuto si innamora di chiunque gli scriva una lettera affettiva, di chiunque gli mandi una fotografia, il detenuto scrive poesie d’amore in continuazione. Tutto viene passato al vaglio dell’ ironia”. Questa riscoperta, per così dire, di relazioni tenere e ironiche e di cura del sé, sono le uniche armi contro quella chiusura e quello stato d’ animo di abbandono e incuria a cui prima facevamo cenno. La lettura di questo libricino è pertanto indispensabile se si vuole realmente comprendere cosa si intenda con sospensione-del-tempo. La mutilazione temporale.

C’è ancora un tempo che Ricciardi affronta nella descrizione di questo inferno vissuto da molti e da comprendere di questo tempo-che-non scorre della sua lettura, ed è “il-tempo-per-diventare-detenuto. Detenuto si diventa dopo”. Accade con l’ elaborazione della separazione dal proprio mondo di affetti, di impegni, di relazioni, e lo sradicamento “che riduce la tua identità a poco più che nulla, è solo la prima fase”. Iltempo-per-diventare-detenuto è il tempo di cui necessita l’ uomo per costruirsi una nuova identità, di detenuto appunto, “ed è il tempo scandito dalle crepe nei muri che si sono allargate”.

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Risposta all’aggressione da parte di crumiri e capetti ai lavoratori di Sda-Express-Courier in sciopero

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COMUNICATO  SULLA  GIORNATA  DI  LOTTA  DAVANTI AI  MAGAZZINI  DI  SDA  A  ROMA

Sono ormai settimane che la lotta dei facchini che lavorano all’interno dei magazzini di SDA va avanti per impedire un piano di ristrutturazione di cui al momento si conoscono solo gli effetti: da una parte la drastica riduzione del numero dei lavoratori all’interno degli hub, dall’altra sfiancare il sindacato Si. Cobas colpendo per primi i suoi iscritti. A Bologna sono settimane che si alternano tavoli di trattativa sui quali ciò che viene deciso viene smentito, nei fatti, nei giorni seguenti dai diktat che poste italiane impone a SDA (e non sembra che questo poi li faccia dispiacere troppo!!!). Tutto questo dovrebbe far capire ai molti quali reali gruppi di interesse economico si muovono all’interno di un settore in cui sono presenti tutti: dal piccolo imprenditore riunito in cooperativa, ai grandi consorzi, alle multinazionali straniere ed italiane.

Ieri martedì 19 maggio, nell’ambito della mobilitazione nazionale dei magazzini SDA, Picchetto3sono di nuovo scesi in sciopero i lavoratori dei siti RM2, dell’hub e di RM1 a Roma concentrandosi a via di Corcolle (zona Tiburtina) dove sono situati l’hub e il magazzino denominato RM1. Dalle 4 di mattina i facchini sono scesi in sciopero bloccando così il flusso in entrata e in uscita del magazzino. Dopo circa una ora sono arrivate le prime volanti che sembrava non si preoccupassero troppo della situazione. Una lunga fila di bilici e furgoni ha intasato tutta la zona. Qualche discussione di rito con i vari camionisti e corrieri, ma tutto nella norma. Alcuni di loro hanno preferito caricarsi le bolgette e i pacchi più preziosi a piedi da soli per poi andarsene.
Verso le sette, senza nessun preavviso, litigio o altro, un gruppo molto nutrito di corrieri con la divisa della SDA con in testa i responsabili delle cooperative e un responsabile della stessa SDA hanno preso d’assalto il picchetto dei lavoratori, con alcuni di loro in prima fila che brandivano manganelli telescopici, caschi e altri arnesi. La squadraccia è così riuscita ad aprirsi un varco nel presidio e rotto teste, il tutto sotto l’occhio dei poliziotti delle due volanti che ci facevano compagnia dalle 5 e 30 del mattino. Picchetto4Certo è che il presidio non si è fatto polverizzare come loro si immaginavano, ma le parti fuori dal magazzino si sono invertite, con i corrieri che sono riusciti ad interporsi fra il picchetto dei lavoratori e la cancellata del magazzino. A quel punto numerosi mezzi delle forze dell’ordine sono accorsi sul posto, ma, inutile a dirlo, le prime persone contro cui si sono schierate sono stati i lavoratori in presidio. La situazione è andata avanti per un altra oretta buona fino a che, visti i feriti e le pressioni delle forze dell’ordine, il presidio ha di fatto smesso di bloccare la strada, ma comunque non si è sciolto fino ad ora di pranzo e i corrieri entrati si sono dovuti caricare i loro “preziosi” camion a mano. Blocchi o meno, infatti, lo sciopero è continuato.
Il risultato della giornata conta 8 persone ferite fra cui un lavoratore in maniera grave che rimarrà in ospedale una notte in osservazione, altri due con teste ricucite e gli altri ammaccati per beninoPicchetto1. Durante quanto accaduto gli assalitori hanno dimostrato tutte le loro doti prendendo di petto una lavoratrice e insultandola con epiteti sessisti. Non solo, due compagni che stavano arrivando al presidio in solidarietà sono stati aggrediti da circa 20 corrieri sempre della SDA, reduci con tutta probabilità dal precedente assalto, e sono stati picchiati prima di riuscire a sottrarsi all’aggressione.
Nei momenti successivi sono arrivati responsabili SDA, funzionari digos, avvocati e colletti bianchi, in generale a trattare con le forze dell’ordine, si presume per contenere e sminuire quanto accaduto la mattina alle 7. Uno di questi personaggi in giacca e cravatta era stato già visto parlottare con i poliziotti delle 2 volanti iniziali poco prima dell’aggressione ai lavoratori. Nell’ospedale in cui i facchini sono stati ricoverati si sono rivisti alcuni capetti di SDA intercedere con i medici presumibilmente per cerare di condizionare le prognosi dei facchini feriti.

Insomma una mezza giornata qui a Roma molto calda sul fronte della lotta nel mondo della logistica. Non vogliamo, però in questa sede, limitarci a dare di questa giornata solo una piatta descrizione dei fatti mainiziare ad avanzare qualche considerazione: va specificato che i corrieri che hanno effettuato l’aggressione non sono dipendenti diretti di SDA, come non lo sono i facchini, ma sono spesso o riuniti in piccole cooperative o piccoli padroncini (anche con 50/60 furgoni alle dipendenze) o a partita IVA. Va notato che ovviamente le teste di punta di questa squadra erano prevalentemente italiani. Estranei allo sciopero, malgrado le sollecitazioni ad autorganizzarsi anche loro, piuttosto che capire cosa stesse accadendo hanno fatto quello che ogni buon schiavo (questa è stata la definizione che molti facchini davano di questi corrieri) fa: apprezzare le proprie catene. La questione è anche più profonda di così, questa massa di persone appartiene a quelle categorie lavorative che sono da sempre sospese fra una definizione di imprenditori di loro stessi e lavoratori dipendenti. Infatti, che abbiano le loro piccole imprese o che siano “imprenditori di se stessi”, di fatto in realtà sono dipendenti di SDA poichè pur lavorando tutti i giorni della settimana, a detta loro si ritengono piccoli padroni che difendono il padrone più grande e così hanno fatto. Innegabile che fra loro ci siano anche imprenditori che posseggono 50-60 vetture e che aizzano i loro dipendenti contro i facchini. Qui non si tratta di guerra fra poveri come a parecchi piace dire in questi casi: quando i lavoratori si scontrano uno con l’altro questo è servilismo, è vassallaggio, è crumiraggio, questa è lotta di classe quella dove da una parte c’è chi si batte per le conquiste di tutti e dall’altra chi invece difende con ogni mezzo gli interessi di pochi, spinto e giustificato da motivazioni razziste che non gli permettono di comprendere di star lottando contro i propri interessi e contro le persone sbagliate. Ovviamente non tutti i corrieri sono così e ci fa piacere sottolineare questo, ricordando quanto di buono hanno fatto e stanno facendo i corrieri di Santa Palomba, appartenenti al gruppo GLS che proprio in questi giorni hanno concluso un ottimo accordo sulle proprie condizioni di lavoro.
Un’altra considerazione va fatta in merito ai rapporti di forza. Se è vero che con i se e con i ma non si va da nessuna parte è vero che i numeri fanno la differenza. I lavoratori hanno dimostrato tutta la loro forza, il loro coraggio e la loro determinazione, nonostante i corrieri che li hanno aggrediti oggi fossero in sovrannumero. Come è stato chiaro in questo caso, sappiamo anche che la parte avversa non si fa né si farà problemi ad attingere dall’esercito di riserva e dai i suoi fedeli servi per trovare qualcuno che svolga per essa il lavoro sporco. Per questo motivo è compito di chi crede nella unità delle lotte partecipare sempre di più a tali giornate, perchè non si sa mai quando è il momento di essere martello o incudine oggi come davanti ad una famiglia sotto sfratto o per difendere una casa occupata. Non lasciamo da soli i facchini dei magazzini romani di SDA, come loro non hanno lasciato soli i facchini di Bologna, lottiamo con loro e vinciamo per tutti.

Al termine dello sciopero SDA ha cercato di colpire i facchini di RM1 impedendo loro di rientrare a lavorare, nel frattempo però cedeva sulle richieste presentate dal Si.Cobas per risolvere la vertenza dell’hub di Bologna. Però, mostrando una volta di più cosa significa la solidarietà di classe, i facchini dell’hub di Bologna e Milano sono rimasti in sciopero a sostegno dei colleghi di RM1 e poco prima delle 21 SDA ha definitivamente capitolato ed anche a Roma i facchini sono stati tutti fatti rientrare al lavoro: A TESTA ALTA E ANCORA UNA VOLTA MOSTRANDO A TUTTI LA DIGNITA’ E LA FIEREZZA DELLA LOTTA!!

Assemblea di sostegno alle lotte della logistica – Roma

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Cosenza, CPOA Rialzo, presentazione “Cos’è il carcere”

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