Recensione di “Cos’è il carcere” sull’ Huffington Post

http://www.huffingtonpost.it/giancarlo-capozzoli/monotonia-attese-sospensioni-cose-davvero-il-carcere_b_7451016.html

Monotonia, attese, sospensioni. Cos’è, davvero, il carcere?

Abolire il carcere il libro edito solo da qualche settimana, da Luigi Manconi e Stefano Anastasia, ha aperto un’importante discussione sul tema delle carceri, anche su questo giornale.

Abolire il carcere. Ma cosa è il carcere, e cos’è il carcere oggi? Che cos’è l’ essere stesso del carcere. Le ragioni sulla sua esistenza, sulla sua esistenza stessa, ci sarà modo di parlarne. La prima domanda che mi è sorta è, pertanto, che cosa sia il carcere, nella realtà. Per avere un’idea sulla realtà ontica ed empirica del carcere, bisognerebbe parlare con chi questa datità la vive quotidianamente, la subisce, la respira. Potrebbe dire cosa “è” il carcere chi l’ha vissuta, chi l’ha subita, chi l’ha respirata.

Cosa è il carcere è un libricino scritto da Salvatore Ricciardi, un ex brigatista, che ha finito di scontare la sua pena ed ora, finalmente, in libertà. Cosa è il carcere, vademecum di resistenza è importante per capire come funziona (o come “non” funziona) il sistema penitenziario, in Italia. Il merito di Salvatore Ricciardi, al netto dell’idelogia e delle idee politiche, condivisibili o meno, è di far sentire davvero il sapore amaro e le sensazioni reali, i “giorni immobili di una lunga detenzione”, che un uomo, privato della libertà, ha sofferto. Ciò che emerge con violenza da questa lettura è che il carcere è i detenuti che lo abitano (loro malgrado).

“Tu li riconosci quelli che vengono dalla galera, lo portano scritto in faccia. I segni della galera che solcano il viso sono indelebili come la salsedine che scolpisce i volti dei marinai”, scrive Ricciardi. Cosa è il carcere è una lettura utile per avere un’opinione diretta sull’argomento, senza la mediazione di chi ne scrive piuttosto, entrando ma con la consapevolezza di uscirne quando vuole. Ricciardi parla di se stesso quando scrive di “quelle persone che ho visto trascinare i piedi lentamente con i volti rivolti a terra, agitati ma passivi, come un esercito vinto”. Anche se lui non si è rassegnato, e ne è uscito. Li ha visti davvero, ed era in mezzo a loro.

Uno dei concetti fondamentali che emerge da questo libro è quello di tempo, di un tempo che è declinato in maniera diversa da chi è fuori, libero. Il detenuto emerge come un essere-senza-tempo. Per comprendere realmente cosa sia il carcere, si deve comprendere questa assenza di tempo. “Dentro il carcere […] il tempo non c’è. Nel carcere non c’è questo tempo, il tempo delle cose che succedono, dei cambiamenti che avvengono. È tutto sempre uguale”, scrive. Il tempo quindi, in carcere, è in questo senso, assenza-di-tempo. Il tempo è scandito da altri ritmi e soprattutto, dice Ricciardi, dai rumori del carcere.

“È l’udito il senso più importante”, il rumore del secondino che la mattina urla la conta, il rumore degli scarponi delle guardie che attraversano i corridoi, il rumore delle porte di ferro che sbattono. Delle chiavi che aprono e chiudono. Il rumore del carrello della colazione. Ogni giornata è uguale all’altra. Dalla mattina alla sera. Questa monotonia del tempo dell’assenza-di-tempo-che-non-cambia è interrotta dal tempo destinato ai colloqui. Quest’ora segna lo scorrere dei giorni, e la distanza temporale alla successiva giornata di incontri e colloqui.

Inoltre la giornata dei colloqui ha in sé un ulteriore tempo/ritmo che è condizionato dai rituali in vista dell’ incontro con i familiari. “Innanzitutto deve cercare di togliersi di dosso la puzza del carcere”, scrive Ricciardi. Puzza che in realtà sentono su di sé solo i carcerati, perché la associano allo squallore che stanno vivendo. In questo senso è da intendere quello sradicamento sociale e affettivo e quell’annientamento della identità che il carcere rappresenta. L’interruzione delle amicizie, degli affetti, delle relazioni.

Eppure i detenuti sono uomini e come tali devono essere considerati, come “sentieri interrotti” degni di essere visitati, e raccontati, e non dimenticati. Si è detto: il carcere come assenza-di-tempo-che-non-cambia con questo sapore/odore di squallore quotidiano. Scrive l’autore: “Ti assale un senso di spossatezza, non hai più energia, senti malessere in ogni parte del corpo, il sonno è interrotto continuamente. L’odore ti si infila nelle narici, la vista si appanna e vedi con difficoltà e senti sempre freddo. Oppure caldo”. L’udito stando a quanto raccontato nel libro è il senso che si sviluppa di più. Il tatto al contrario è, tra gli altri, il primo ad anestetizzarsi. Mancano d’altra parte gli stimoli e le superfici per le mani sono sempre le stesse: gli stipetti, le brande, i tavoli, gli sgabelli, le sbarre. “Tre, quattro, cinque, sei, sette… ecco il muro. Non posso misurare la larghezza, c’è di mezzo la branda, oltre la branda c’è la tazza del cesso”.

Questa assenza-di-tempo-che-non-cambia con gli odori del carcere senza tatto e con l’udito iper stimolato è lo spaesamento. Facile a capire lo smarrimento causato dai sensi fuori registro, e la mancanza di senso che assale molti detenuti. “Lo spioncino è l’elemento più importante per un detenuto. È infatti il punto di collegamento tra la cella e il corridoio, è il legame con l’oltre-cella”. Lo spioncino serve a mantenere un rapporto almeno con chi vive quella medesima situazione. Lo spioncino chiuso è il primo sintomo che l’isolamento e la disperazione stanno prendendo piede, nella testa e nella vita di un detenuto. Il carcere è e resta comunque solitudine.

Questa sofferenza ognuno la vive sulla propria pelle e ciò la rende diversa da quella di ogni altro. “Sofferenza, distruzione, annichilimento della personalità, prostrazione, infantilizzazione (…), la voglia di morire in carcere, di suicidarsi, viene da questa semplice ragione”, scrive Ricciardi. Solo a leggere queste parole dovremmo stupirci che il numero dei suicidi “dentro” non sia maggiore. Ma rende l’idea di come la mancanza di senso e l’assenza di tempo siano i motivi del maggior numero di suicidi tra i carcerati.

L’assenza-di-tempo-che-non-cambia è scandito anche dal tempo-trascorso-con-gli-altri.. Le chiacchiere fatte dei racconti esaltati, esasperati e inventati servono a solleticare l’ amor proprio, in realtà. L’assenza di tempo-che-non-cambia è scandito anche dallo sport che aiuta a sentirsi ancora vivi, e padroni del proprio corpo, costretto. Le relazioni con gli altri e lo sport sono pertanto altre interruzioni a questotempo, ma non solo. “Scrivere dal carcere non è utile a chi riceve, è indispensabile a chi scrive. È il tentativo di sentirsi vivi, di urlare ‘sono ancora’!”.

È la monotonia infranta. “Il detenuto si innamora di chiunque gli scriva una lettera affettiva, di chiunque gli mandi una fotografia, il detenuto scrive poesie d’amore in continuazione. Tutto viene passato al vaglio dell’ ironia”. Questa riscoperta, per così dire, di relazioni tenere e ironiche e di cura del sé, sono le uniche armi contro quella chiusura e quello stato d’ animo di abbandono e incuria a cui prima facevamo cenno. La lettura di questo libricino è pertanto indispensabile se si vuole realmente comprendere cosa si intenda con sospensione-del-tempo. La mutilazione temporale.

C’è ancora un tempo che Ricciardi affronta nella descrizione di questo inferno vissuto da molti e da comprendere di questo tempo-che-non scorre della sua lettura, ed è “il-tempo-per-diventare-detenuto. Detenuto si diventa dopo”. Accade con l’ elaborazione della separazione dal proprio mondo di affetti, di impegni, di relazioni, e lo sradicamento “che riduce la tua identità a poco più che nulla, è solo la prima fase”. Iltempo-per-diventare-detenuto è il tempo di cui necessita l’ uomo per costruirsi una nuova identità, di detenuto appunto, “ed è il tempo scandito dalle crepe nei muri che si sono allargate”.

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Una risposta a Recensione di “Cos’è il carcere” sull’ Huffington Post

  1. sergiofalcone ha detto:

    E’ più forte di me. Quando un qualcosa mi proviene da una qualsivoglia istituzione, anche se con me può essere paradossalmente d’accordo, provo un che di fastidio. E mi viene subito voglia di fuggire altrove.
    Non nutro nessuna fiducia in chi lassù ha scelto di collocarsi. Non credo a nessuna lunga marcia attraverso le istituzioni o che da un uso “appropriato” delle istituzioni possa provenire qualcosa di buono. E ci mancherebbe altro.
    E’ di qualche giorno fa la notizia che il chiarissimo professor Antonio Negri, detto Toni, si è imbarcato sulla scialuppa “sociale”, e socialdemocratica, di Landini. Da un teorico operaista, mi sarei aspettato qualcosa di più e d’altro. Bon voyage…
    Luigi Manconi e simili saranno indubbiamente ottime persone e dabbene, avranno pure i loro meriti, ma sono molto distante da loro.
    Il discorso sarebbe troppo lungo, e troppo carico di riflessioni e conseguenze, e non credo che quella dei “commenti” sia la sede adatta.
    Concludo telegraficamente con il classico “chi vivrà, vedrà”, sempre assumendomi la responsabilità di quel che dico.
    A Salvatore, un abbraccio.

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