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Sostieni la lotta dei licenziati Carrefour
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Contrassegnato Assemblea sostegno lotte logistica, boicotta carrefour, carrefour, facchini licenziati, SiCobas
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BOICOTTA CARREFOUR CHE LICENZIA
Sabato 5 Marzo è iniziata la campagna
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“SOSTIENI LA LOTTA DEI LICENZIATI CARREFOUR. BOICOTTA CARREFOUR CHE LICENZIA”
campagna lanciata dal Si Cobas e dall’Assemblea di Sostegno alle Lotte della Logistica.
Una quarantina di lavoratori e militanti solidali hanno manifestato dentro uno dei negozi Carrefour di Roma aperti 24 ore su 24 volantinando e megafonando sulla squallida vicenda che ha visto protagonista la Multinazionale francese.
Sette facchini che lavoravano da anni nel magazzino di Santa Palomba che movimenta la merce ortofrutticola della Carrefour sono stati licenziati alla scadenza del loro contratto a tempo determinato. Peccato che i lavoratori in questione (come il resto dei loro colleghi) fossero stati ingannati con la proposta di licenziarsi dal precedente contratto a tempo indeterminato per poi essere riassunti dalla stessa cooperativa (solo nominalmente nuova). Con questo raggiro i padroni di cooperative e imprese usufruiscono ingiustamente del regalo di tre anni di evasione contributiva fatto dal Governo alle Imprese.
Questa storia è esemplare del legame tra Multinazionali della grande distribuzione e cooperative della Logistica che sono solo l’intermediazione para-schiavistica del lavoro dei magazzini della funzione delle Cooperative che sono oramai diventate solo strumento di evasione fiscale e sfruttamento bestiale del lavoro.
L’iniziativa odierna fa parte di un percorso di lotta -avviato nei mesi precedenti con gli scioperi davanti al magazzino di SantaPalomba sostenuti dai lavoratori di altri magazzini (in primis Cedof di Fiano Romano e GLS di Santa Palomba) – che intendiamo estendere a tutta la città nei punti vendita di Carrefour fino a quando i 7 lavoratori non saranno riassunti.
Invitiamo tutti a mostrare la loro solidarietà partecipando e moltiplicando le iniziative di lotta e versando il proprio contributo alla cassa di resistenza per i licenziati!
Se toccano uno toccano tutti!
SOSTIENI LA LOTTA VERSANDO UNA SOTTOSCRIZIONE:
- -con bollettino postale sul conto corrente postale N. 3046206
- -con bonifico sul c/c IBAN IT13N0760101600000003046206
- -con vaglia postale
tutti intestati a: Sindacato Intercategoriale Cobas, Via Marco Aurelio 31, 20127 Milano
SPECIFICANDO LA CAUSALE:
“CASSA DI RESISTENZA LOTTA CARREFOUR SANTA PALOMBA RM”
Assemblea di sostegno alle lotte della logistica – Roma
SI.Cobas – Coordinamento Provinciale di Roma
Pubblicato in Movimenti odierni
Contrassegnato Assemblea sostegno lotte logistica, boicotta carrefour, carrefour, Facchini, licenziamenti, logistica, lotta di classe, sfruttamento capitalista, SiCobas
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Venerdì 11 marzo al cantiere sociale Cianfuegos di Firenze
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Contrassegnato Cantiere sociale Cianfuegos, carcere, controla repressione, cos'è il carcere?
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Pena di morte all’italiana
Ieri, 22 febbraio, l’agenzia giornalistica Ansa ha riportato le frasi pronunciate dal presidente Mattarella ai partecipanti ad una conferenza internazionale «L’Italia e l’Europa sono in prima linea» per l’abolizione mondiale della pena di morte, e si tratta di «una battaglia di portata storica». Lo ha detto il presidente Sergio Mattarella sottolineando che ciò costituisce per l’Italia «un dovere e un impegno culturale irrinunciabile».
L’abolizione della pena di morte «mira ad affermare – ha spiegato il presidente Mattarella ricevendo al Quirinale i partecipanti ad una conferenza internazionale – il rispetto della vita di ogni essere umano e, dunque, la dignità della persona e il suo primato anche all’interno degli stessi ordinamenti». Il capo dello Stato ha ricordato come quella dell’abolizione della pena di morte sia una battaglia non solo italiana ma da tempo europea: «Chiunque voglia entrare nell’Unione europea sa di dover cancellare la pena di morte dalle proprie regole. Non si è europei – ha precisato – se si mette in discussione questo principio. Non può essere Europa senza il rispetto della vita». Secondo Mattarella bisogna inoltre «rafforzare la sensibilità non solo dei governi ma anche dei giovani e di tutti i cittadini». Questo anche perché, ha aggiunto Mattarella, «non è sopito l’impulso di affidarsi alla pena di morte per vincere paure e insicurezze». Dopo aver ricordato che tutti i dati dimostrano come la pena di morte non sia un deterrente contro i crimini, il capo dello Stato ha ribadito che bisogna «costruire un mondo libero dalla pena di morte».
Strano che nessuno, ma proprio nessuno abbia suggerito al Presidente che in Italia, lo stato di cui è presidente, esiste qualcosa simile alla pena di morte: l’ergastolo ostativo.
Questa condanna impedisce a chi ha l’ha ricevuta di usufruire di sconti di pena e usufruire di benefici e di qualsiasi misura alternativa, condizionale compresa. In pratica chi è condannato a l’ergastolo ostativo vuol dire, molto brutalmente, che dal carcere esce solo in cassa da morto.
Dunque l’ergastolo ostativo è una condanna a morte differita. E sono oltre mille i detenuti condannati a questa pena.
È una denuncia e una verità affermata con forza da tutti gli organismi internazionali che si occupano di diritti umani.
Quindi in Italia c’è la pena di morte … e allora che ci dice signor Presidente?
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L’abolizionismo penale nel XXI secolo
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Contrassegnato abolizionismo penale, Convegnbo Firenze 25 febbraio 2016, deistituzionalizzazione psichiatrica, liberarsi dalla necessità del carcere
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Il reato di tortura nel dimenticatoio
Era il 6 aprile del 2015 e dalla Corte europea di Strasburgo (La Corte europea dei diritti dell’uomo istituita nel 1959 ha sede a Strasburgo. Non è una istituzione che fa parte dell’Unione europea. Questa è la Corte di giustizia dell’Unione europea, con sede in Lussemburgo, istituzione effettiva dell’Unione europea.) arrivò una pesante condanna per lo stato italiano per i fatti della scuola Diaz. L’aggressione alle persone che manifestavano contro il G8 a Genova nel luglio 2001, sono stati definiti dalla Corte vere e proprie torture. Un po’ in ritardo, quasi 15 anni, ma almeno una fonte autorevole ha affermato ciò che tutti pensavamo senza essere conseguenti nella pratica. Non ha usato mezze parole la Corte e così ha sentenziato: “Legislazione inadeguata rispetto agli atti di tortura e assenza di misure dissuasive”. Nel mirino della Corte anche prescrizione e indulto di cui hanno beneficiato agenti e dirigenti di Ps imputati.
La Corte di Strasburgo ha rilevato che il carattere del problema è “strutturale” e ha richiamato l’Italia a “stabilire un quadro giuridico adeguato, anche attraverso disposizioni penali efficaci”, munendosi di strumenti legali in grado di “punire adeguatamente i responsabili di atti di tortura o di altri maltrattamenti”, impedendo loro di beneficiare di misure in contraddizione con la giurisprudenza della Corte stessa. In pratica la Corte intimava allo stato italiano di introdurre il reato di tortura a carico delle forze dell’ordine.
I volti paonazzi dei parlamentari e politici italiani sbiancarono. Tutti si sbracciarono a invocare l’approvazione del reato di tortura per pubblici ufficiali. Più degli altri il premier Matteo Renzi si indignò: “se vogliamo affrontare quella pagina nera, la prima cosa da fare è introdurre subito il reato di tortura“.
Quando si dice il piglio del capo: tre giorni dopo, la Camera dei deputati il 9 aprile 2015 ha approvato, modificandolo, il testo del Senato per introdurre il reato di tortura nel nostro ordinamento penale. Dopo quelle modifiche il testo doveva tornare al Senato per l’approvazione definitiva.
Ma il testo della legge era stato molto manomesso e svuotato del suo significato principale, era diventato un “reato comune” (vedi qui ). Se oggi il testo diventasse legge, punire un agente per tortura sarebbe praticamente impossibile. Tutto “grazie” a piccole insospettabili modifiche, come l’inserimento del plurale al posto del singolare alla parola “violenza”, cosa che comporta, dunque, che per essere accertata la tortura, deve essere compiuta più volte, reiterata. Molto improbabile.
Dalla Camera al Senato il passo è brave. Alcuni dicono che sia arrivato in Senato. A settembre il testo è approdato dalla Commissione Giustizia in Aula. E da allora? Silenzio. Dopo essere stato annunciato il 9 settembre, è scomparso. Pare che sia stato infilato in qualche cassetto di cui non si trova la chiave!
Miracoli della Politica!
Poi succede… erano i primi di quest’anno, alcune agenzie di stampa riportavano valutazioni della Corte europea che indicava l’Egitto e l’Italia agli ultimi posti nel “rispetto dei diritti umani”, nelle attività non adeguate delle rispettive forze dell’ordine, perché si dilettavano nella pratica di torture e maltrattamenti. l’Egitto era peggio del’Italia. Passano pochi giorni, il 25 gennaio la barbarie fascista delle forze di polizia dello stato egiziano dimostra la sua vera natura uccidendo sotto tortura Giulio Regeni. Tutti a gridare contro la dittatura egiziana. Certo è una dittatura e va combattuta, ma attenti, subito dopo l’Egitto viene l’Italia, nella graduatoria delle nefandezze e torture praticate dalle forze di polizia e dei servizi. E gli esempi non mancano, purtroppo!!!
sulla tortura vedi anche qui e qui
Pubblicato in Repressione dello Stato
Contrassegnato Corte europea di Strasburgo, Genova G.8, Giulio Regeni, polizia egiziana, polizia italiana, reato di tortura, scuola Diaz, tortura
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Lo sapevate che le guardie carcerarie hanno basi navali?
Lo sapevate che il corpo di polizia penitenziaria, le guardie carcerarie, insomma i secondini hanno basi navali?
Questa storia è emersa perché il governo dovendo ridurre le spese, dopo aver tagliato a man bassa i servizi per la cittadinanza, scuola, sanità, ecc.,, ha pensato di risparmiare eliminando qualcosa di inutile.
L’attenzione del governo si è rivolta, pensate un po’, al “Servizio Navale” del Corpo di Polizia Penitenziaria. Basi navali delle guardie carcerarie!, ma ci rendiamo conto? Fino ad oggi ne hanno ben cinque che, secondo loro, costituiscono un supporto operativo-logistico alle strutture penitenziarie di Favignana, di Porto Azzurro-Marina di Campo, di Livorno-Gorgona, di Venezia e di Napoli.
Su indicazione del governo, il DAP (Dipartimento Amministrazione Penitenziaria), lo scorso 15 Gennaio 2016, a mezzo nota informativa, ha manifestato la volontà di chiudere tutte le basi navali ad esclusione delle sedi di Venezia e Livorno-Gorgona, recependo le disposizioni del Ministero della Funzione Pubblica per la razionalizzazione delle forze dell’ordine.
Ed è venuto fuori una “incandescente” protesta: Favignana (Tp), la Uil-pa (pubblica amministrazione) contro la chiusura della base navale della Polizia penitenziaria. I media locali hanno lanciato un appello ai senatori e ai deputati locali: “un presidio di legalità che deve rimanere“.
Sensibile al grido di dolore, il sindaco delle Isole Egadi, Giuseppe Pagoto, ha chiesto al Governo che le motovedette rimangano a presidio di sicurezza dell´arcipelago, dove possono servire anche per Protezione Civile e dove contribuiscono a tutelare l’Area Marina Protetta più grande d´Europa.
E perfino, udite, udite, il portavoce al Senato del M5S Vincenzo Santangelo è intervenuto
immediatamente sulla questione legata alla chiusura della base navale della polizia penitenziaria di Favignana, presentando una interrogazione in Senato.
Così siamo venuti a sapere che il Servizio navale del Corpo di polizia penitenziaria è stato formalmente costituito con il D.P.R. 31 ottobre 1983, n. 740 recante la “Disciplina per l’iscrizione nel quadro del naviglio militare dello Stato di unità navali del Corpo degli agenti di custodia”. Esso dispone che le unità navali in dotazione del Corpo degli agenti di custodia (dal 1990 Polizia penitenziaria) siano iscritte in un ruolo speciale del naviglio militare dello Stato. (Il personale di Polizia penitenziaria assegnato al Servizio navale è attualmente di 102 unità).
Breve nota: nel linguaggio carcerario, quello costruito nei decenni dalla cultura delle persone recluse, le guardie carcerarie sono state definite “girachiavi”, perché è proprio quello il compito che è visibilmente riscontrabile: aprono la porta blindata di ferro e il cancello, anch’esso di ferro, la mattina alle sei per “la conta” e lo chiudono la sera. E ogni volta che una persona reclusa deve recarsi al colloquio con familiari o con l’avvocato, oppure quando deve recarsi al passeggio (l’aria), o al colloquio col direttore o con l’educatore, ecc., ecc., e infine quando esce da quel posto orrendo (carcere), anche allora e sempre è uno sferragliare di cancelli, di porte e di chiavi ruotate nelle serrature. Dunque il termine “girachiavi” è il più adatto a definire la funzione delle guardie carcerarie.
Chi conosce il carcere sa che lì dentro c’è pochissima luce, scarsa aria da respir
are, niente panorami verdeggianti su cui posare lo sguardo, rettangoli e quadrati di azzurro o di grigio che i detenuti si ostinano a chiamare “cielo”, e tanta atmosfera oscura in ogni interstizio, perfino dentro le persone recluse.
Ma il mare, che da sempre rappresenta la voglia di libertà, con i suoi natanti e basi navali che scorrazzano sulle onde, che c’entrano con quella disumana afflizione che è la galera!!!
Pubblicato in Carcere
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Il tempo, l’amore e la lotta di classe
Il tempo, l’amore e la lotta di classe
Ciascuno e ciascuna di noi ha una sua particolare idea dell’amore. La letteratura ci fornisce una varietà infinita di concezioni dell’amore nelle diverse epoche storiche, nelle diverse culture, nei diversi strati sociali.
Ad esempio: l’amore cavalleresco, quello romantico, l’amore eterno, l’amore fisico, quello spirituale, l’amor filiale, quello materno e quello paterno, quello appassionato, l’amore platonico, l’amor muliebre, l’amor di patria, l’amore divino, ecc., ecc. (Kollontaj)
Ma il tempo che rapporto ha con l’amore? Il tempo ha un ruolo nella concezione che ciascuno/a ha dell’amore. Per esempio rispetto alla sua durata. Alcune parole sono state prodotte per rappresentare rapporti d’amore a seconda della loro durata e dell’intensità: “mi sto facendo una storia con…” vuol dire sto avendo un rapporto sentimentale di non-lunga durata; oppure “mi vedo con tizio/a…” è un rapporto non molto coinvolgente e forse ancor più breve della storia…ed altre espressioni.
Ma questo è il tempo cronologico, quello con cui gli umani misurano ogni cosa, quello scandito dagli orologi che viene utilizzato per misurare anche l’amore, se breve, lungo, eterno…
Ma c’è un altro tempo. Non il tempo cronologico, un altro significato di tempo…un significato assai interessante con cui riprendere a familiarizzare.
Molte lingue antiche avevano due parole per rappresentare diversi concetti di tempo. Attualmente le lingue che hanno mantenuto il doppio significato, hanno una parola per il tempo cronologico e un’altra per il tempo meteorologico.
Ma è una semplificazione che ha annullato completamente il senso di un diverso significato del “tempo”.
La parola “tempo” nella nostra lingua deriva da termini latini come “tempestus”, “tempestas” …termini che rappresentano quel fenomeno naturale, “la tempesta”, conosciuta dagli umani da sempre e osservata spesso con esiti devastanti per l’osservatore, che si produce quando una serie di elementi: vento, temperatura, pressione, umidità… si miscelano e, in un momento dato, esplodono in quello spettacolo che stupiva e stupisce ancora con tuoni, lampi, scrosci d’acqua, ecc., ecc.
Alle origini della parola “tempo” abbiamo i concetti di “miscela di elementi diversi” e di “momento opportuno in cui questi si combinano ed esplodono”. Difatti la parola “tempestività”, che ha la stessa radice, definisce una azione in un preciso momento e non in altri; le parole “temperanza” o “intemperanza” stanno a significare se la miscela di elementi diversi si produce all’interno del consentito oppure fuori, se viene accettato o no dai contemporanei.
Dunque la parola “tempo” non ha avuto sempre l’unico concetto che oggi le attribuiamo, ossia quello di “scorrere di avvenimenti pressoché simili o comunque in continuità, senza sostanziali rotture”. Questo significato ha preso piede, probabilmente, nelle società ordinate e gerarchiche, nelle quali la continuità e l’immobilità è un valore importante da mantenere.
I greci avevano un termine per rappresentare questa immagine del tempo opportuno. Non è Kronòs ma Kairòs. Quest’ultimo, caduto in disuso, stava proprio a significare il tempo opportuno nel quale devono succedere delle cose. È evidente che nelle culture legate alla agricoltura e pastorizia e anche alla produzione artigianale questo concetto è fondamentale. Bisogna piantare o raccogliere i vari prodotti agricoli in quel tempo e non in un altro e proprio
quando si miscelano, una serie di elementi: luna, temperatura, umidità…. Così per la gestione degli animali, per la pesca ed anche per le produzioni artigianali o legate all’agricoltura: formaggi, vino, ecc. Insomma c’è un “tempo opportuno” nel quale avvengono certe cose, debbono avvenire… è il tempo maturo per quell’attività, per quell’avvenimento.
Quest’ultimo significato è rimasto in alcune lingue riferito al tempo meteorologico, ma tassativamente assente nelle vicende umane. L’ordine familiare, religioso e statuale non lo poteva consentire.
E invece, poiché accade, e mica tanto raramente accade, inconsapevolmente ma accade, proviamo a rapportarlo al concetto di amore che troppo spesso caratterorizzano a seconda della durata o, in qualche caso, dell’intensità, ma mai con il tempo opportuno quando si miscelano quegli elementi che fanno esplodere, come una tempesta, la passione.
Avviene proprio così e lo sappiamo tutte e tutti. Ma noi contemporanei non abbiamo pensato quale parola usare per dirlo o non abbiamo il coraggio per esprimerlo…ed è un guaio!!!
Anche la storia e l’attualità della lotta di classe la possiamo vivere più consapevolmente o, se volete, la capiamo meglio se introduciamo questo concetto del tempo opportuno. L’ho verificato nella mia storia e ancor di più in periodi di storia complessi. Ad esempio la storia degli anni ’70 si spiega assai bene col concetto di tempo opportuno, Kairòs per fare certe scelte. Quello era il tempo, né prima né dopo, per noi era quello. E in quel tempo abbiamo fatte quelle scelte. E ci siamo tirati addosso tutti i giudizi e le contumelie possibili, ma quello, per noi, era il tempo opportuno; comunque fosse andata.
La comune di Parigi, o prima ancora la rivolta degli schiavi di Haiti, e prima ancora quella degli schiavi e dei gladiatori di Spartaco, o ancora la saggezza sovversiva di Ipazia di Alessandria … e ne possiamo trovare decine e decine di periodi in cui il tempo opportuno ha dato il segno alla storia.
Ed oggi? La domanda si impone di nuovo: quando cadrà il tempo opportuno per fare qualcosa di importante che metta in discussione lo stato di cose esistenti?
La decisione spetta a chi è inserito/a profondamente nella lotta di classe, non altri. Cosa va fatto oggi lo decide chi fa, coloro che fanno, non chi guarda. E dovranno decidere per evitare di nascondersi… dietro il “tempo che passa” e continuare a vivere nello spaesamento totale.
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Rosa Luxemburg e Hannah Arendt sulla rivoluzione
Nei giorni scorsi, in occasione del ricordo del barbaro assassinio di Rosa Luxemburg, avvenuto il 15 gennaio 1919, molti hanno esaltato la sua figura di rivoluzionaria e di teorica marxista. Quasi nessuno si è soffermato sul modo particolare e un po’ anomalo in cui interpretava lo sviluppo della lotta di classe in maniera innovativa (per l’epoca sua e per l’oggi) e ne individuava il percorso rivoluzionario.
Alcune righe scritte di suo pugno possono essere chiarificatrici. A queste ho aggiunto alcune righe di Hannah Arendt che anni dopo ha ben colto gli elementi di fondo del pensiero della Luxemburg, entusiasmandosene. Ecco a voi:
[…] Le rivoluzioni non vengono “fatte”, e grandi movimenti popolari non vengono inscenati con ricette tecniche tratte pronte dalle istanze di partito. Piccoli circoli di congiurati possono “preparare” per un determinato giorno e ora un putsch, possono dare al momento buono alle loro due dozzine di aderenti il segnale della “zuffa”. Movimenti di massa attivi in grandi momenti storici non possono essere guidati con questi stessi metodi primitivi. Lo sciopero di massa “meglio preparato” in certe circostanze può miserevolmente fallire proprio nel momento in cui una direzione di partito gli da “il segnale di via”, o afflosciarsi dopo un primo slancio. L’effettivo svolgimento di grandi manifestazioni popolari e azioni di massa in questa o in quella forma, è deciso da tutta una serie di fattori economici, politici e psicologici, dal livello di tensione del contrasto di classe, dal grado di educazione, dal punto di maturazione raggiunto dalla combattività delle masse, elementi tutti imponderabili e che nessun partito può artificialmente manipolare. Ecco la differenza tra le grandi crisi storiche e le piccole azioni di parata che un partito ben disciplinato può in tempi di pace pulitamente eseguire con un colpo di bacchetta delle “istanze”. Ogni ora storica esige forme adeguate di movimento popolare: essa stessa se ne crea delle nuove, improvvisa mezzi di lotta in precedenza sconosciuti, vaglia e arricchisce l’arsenale popolare, incurante di qualsivoglia prescrizione di partito.
[Rosa Luxemburg, “Juniusbroschüre” Scritto nell’aprile 1915, Pubblicato a Zurigo nel febbraio 1916] Scaricabile qui
[…] L’aspetto più sconcertante dei consigli era che essi attraversavano non solo tutte le linee dei partiti, e riunivano membri di diversi partiti, ma che questa appartenenza partitica non aveva alcuna importanza. Erano insomma gli unici organi politici aperti ai cittadini che non appartenevano a nessun partito. Perciò entravano inevitabilmente in conflitto con tutte le assemblee, coi vecchi parlamenti non meno che con le “nuove assemblee costituenti”, per la semplice ragione che queste ultime, anche nei loro settori più estremisti, erano pur sempre figlie del sistema partitico. In questa fase, ossia nel bel mezzo della rivoluzione, erano i programmi di partito che più di qualsiasi altra cosa dividevano i consigli dai partiti; perché questi programmi, per rivoluzionari che fossero, erano tutti “formule preconfezionate” che non richiedevano azione, ma esecuzione – “di essere messe energicamente in pratica”, come puntualizzava Rosa Luxemburg, con la sua straordinaria chiarezza di idee sulla posta in gioco.
[Hannah Arendt, Sulla Rivoluzione (1963), Edizioni di Comunità, Milano 1983, pp. 305-306].
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Giorno della memoria: ricordiamo tutto. Ma proprio tutto!
Ricordiamo tutto, ma proprio tutto.
E poniamoci qualche domanda in più da quelle consuete e scontate.
*I primi che vennero internati nei campi di concentramento furono gli oppositori politici (comunisti, socialisti, anarchici) e nessuno/a si allarmò; poi vennero gli asocialen quelli/e che non accettavano il lavoro, i non produttivi, i lavativi e nemmeno a questo punto si allarmarono; subito dopo zingari, omosessuali, i ladri, i disabili, insomma tutti quelli che non erano utili alla produzione per fare la Grande Germania e ancora la gran parte era d’accordo. Poi arrivarono gli ebrei e la gran parte dei cittadini accettò perché si era convinta che ostacolavano la crescita economica.
*Come mai il campo di sterminio si è prodotto nel cuore dell’Europa, nel paese con il più alto livello di scolarizzazione e di cultura e con una società civile organizzata e consapevole?
*Che cosa è stato il nazismo? Una banda di pazzi, oppure un movimento politico appoggiato e finanziato dall’imprenditoria multinazionale e dal sistema bancario e osservato con ammirazione dal capitalismo mondiale. Per il capitale si trattava di rimettere in moto l’economia e la produzione di armi, fattore di altissimi profitti. E poi la guerra. In realtà la prima guerra mondiale aveva lasciato in sospeso rancori, vecchie ruggini e feroci rivalse. E la possibilità di distruggere per fare affari d’oro nella ricostruzione.
*E poi la domanda centrale: su quali principi nasce il campo di concentramento? Da dove nasce la necessità di rinchiudere, deportare e sopprimere persone che non rispettano a puntino regole feroci, un ordine rigido utile solo a produrre e a creare profitti per i ricchi e accumulazione capitalista? Non vi sembra che il campo di concentramento abbia qualcosa in comune col carcere? Hanno molto in comune! I principi e le finalità sono le stesse: individuare i soggetti ribelli, quelli/e non adeguati all’ordine produttivo ed espellerli per deportarli in luoghi chiusi e separati dove non c’è vita; producendo in loro smarrimento, confusione, devastazione, annientamento. E’ la morte sociale prima della morte fisica. Questo è il carcere, questo è il campo di concentramento. La differenza è che il secondo porta l’annientamento alle estreme conseguenze.
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