Qui dentro, in questo buco non hai la compagnia dei tanti perditempo che hai fuori dal carcere, quelli che maledici quando sei ‘libero’, ma che sono la tua salvezza in grado di occuparti la giornata. Ti sottraggono al tentazione di ascoltare troppo a lungo la sequela di dubbi e di interrogativi corrosivi che covano nella pancia, ma che è bene che continuino a stare lì. La spesa, il bar, il lavoro, la telefonata, comprare i jeans e la maglietta, giocare col computer e con i social network, girare per negozi, cucinare, invitare gente, essere invitato, il concerto, la televisione, è l’ordinarietà il grande narcotico che ti disimpegna dal fare scelte scabrose. Quelle scelte che paghi salate.
Quando mi daranno i libri e il fornelletto? Speriamo presto, così riprendo ad occuparmi della complessa attività del cucinare in carcere. Inventare il “forno” per cuocere i dolci.
Mi viene da ricordare, con invidia, quei pomeriggi, quando ero fuori, dedicati a non far niente nascosti dietro la scusa di dover far qualcosa di inderogabile. Nei momenti che ero stressato con i tanti problemi che non riuscivo a risolvere, mi dicevo: questo pomeriggio lo dedico a sistemare la libreria, non posso più rimandarlo! E mi regalavo ore di relax a maneggiare libri polverosi decidendo arbitrariamente dove collocare l’uno e l’altro, senza una disciplina, senza un imperativo, né un ordine, ma assecondando la fantasia di quel momento. Ore di libertà sottratte al tormento intorno a grattacapi che non mi sentivo di affrontare.
E siamo al centro del problema, sono solo! Non perché sono in isolamento, quello prima o poi finisce. Ma perché in carcere SEI SOLO!
In carcere sei solo perché non puoi condividere con altri la galera. La galera è tua, solo tua. Anche se stai in cella con molti altri, e oggi si sta ammucchiati, uno sopra l’altro, in troppi a condividere i pochi metri della cella. Ma in carcere sei solo! La galera non puoi condividerla.
Del carcere si può parlare e se ne parla. Tanti ne parlano, ne parlano e ne scrivono. Articoli e libri e ancora articoli, ne parlano perfino in Televisione. Giuristi, criminologi, magistrati avvocati, addirittura attori e scrittori, parlano di carcere. Ognuno mette in luce qualcosa che non va, lo fanno pure le guardie, i sindacati dei secondini. Sono tante le cose che non vanno in carcere, dicono, e lo scrivono e ci fanno i convegni e i dibattiti. Fanno i ricorsi alla Corte europea e la Corte europea condanna lo Stato italiano perché non rispetta i diritti umani, e tutti, a strillare allo scandalo: che vergogna!, e si strappano i capelli. Ma poi i capelli restano al loro posto e il carcere resta quello che è. Quello che è sempre stato: sofferenza, distruzione, annichilimento della personalità, prostrazione, sfiducia nelle tue capacità di farcela. Voglia di scomparire, di annullarti.
È questa la voglia di morire in carcere, di farla finita, di suicidarsi. Andar via senza dover domandare il permesso a nessuno.
Il suicidio è l’unica cosa che puoi fare in carcere senza dover compilare la consueta “domandina”. Solo un’altra cosa puoi fare senza chiedere, ed è l’evasione.
Ma le evasioni diminuiscono e aumentano i suicidi. Il rapporto tra le due uscite senza
permesso è inversamente proporzionale: se aumentano i suicidi, diminuiscono le evasioni, se aumentano le evasioni diminuiscono i suicidi. Col suicidio si cancellano di un colpo queste brutture, queste sofferenze, si spazza via il marchio ripugnante che ci hanno stampato in fronte. È la stanchezza di lottare contro i mulini a vento, tanto nessuno ascolta le tue ragioni. La comunicazione tra dentro e fuori si è interrotta. E non per colpa delle mura o della censura, la comunicazione si è interrotta perché una parte, quella fuori, ha voluto prendere le distanze dall’altra, quella dentro.
La solitudine del carcerato finirà quando nelle piazze, in molte piazze delle città, prenderà vita la lotta contro il carcere e la solidarietà totale con i carcerati!
S.