Contro i licenziamenti, contro il divieto di scioperare

 SABATO 1° GIUGNO H. 16.00
BOLOGNA, PIAZZA DEL NETTUNO

MANIFESTAZIONE

Logist1CONTRO I LICENZIAMENTI DEGLI OPERAI DELLA LOGISTICA A BOLOGNA VOLUTI DALLA GRANAROLO E DALLA LEGA COOP

CONTRO IL DECRETO DITTATORIALE  DELLA “COMMISSIONE DI GARANZIA SCIOPERO” CHE LIMITA IL DIRITTO DI SCIOPERO PER GLI OPERAI DELLA LOGISTICA CON UN SEMPLICE “PARERE” E CONSULTANDO UNICAMENTE PADRONI E POLIZIA

PER IL SOSTEGNO ALLA LOTTE DEGLI OPERAI DELLA LOGISTICA. PER LA DIFESA DELLE CONDIZIONI DI VITA E DI LAVORO PROLETARIE.

PER I DIRITTI AI LAVORATORI.

PARTECIPA! ADERISCI! DIFFONDI!

UN LICENZIAMENTO OGGI DEGLI OPERAI DELLA LOGISTICA CREA CONDIZIONI 22-3sciop-sda-romaPIU’ FAVOREVOLI AL LICENZIAMENTO DI ALTRI LAVORATORI IN LOTTA DOMANI.

15magg corteoLA LIMITAZIONE OGGI DEL DIRITTO DI SCIOPERO NELLA LOGISTICA CREA CONDIZIONI PIU’ FAVOREVOLI PER LIM ITARLO ANCHE NEGLI ALTRI SETTORI, ANCHE DOVE NON VIENE APPLICATA LA LEGGE 146.

Sostieni i licenziati politici! Resistere al padrone costa!

I licenziati politici costretti ad abbandonate la lotta perché privi di un salario, sono un punto a favore del padrone e dello sfruttamento, non permetterlo.

SOTTOSCRIVI ALLA CASSA DI RESISTENZA

  Sindacato Intercategoriale Cobas   http://www.sicobas.org/
coordinamento@sicobas.org
Via Marco Aurelio 31, 20127 Milano tel/fax 02/49661440
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Il “tempo rubato” in carcere

Cella1«In primo luogo, il detenuto sperimenta parte del tempo trascorso nell’istituzione come tempo vissuto nell’impotenza. Dal suo punto di vista, dunque, il sistema carcerario diventa spesso una grande organizzazione burocratica, che per così dire procede come un rullo, giorno dopo giorno, mese dopo mese, senza che egli sia in condizione di reagire, di opporsi o di influenzarla in qualche modo. La richiesta di libertà condizionale, per esempio, è valutata da persone che si trovano abbastanza distanti da lui, ed è poi trasmessa ad altre persone che si trovano ancora più lontano, per un ulteriore esame seguìto dalla decisione finale. Il detenuto possiede scarsa autonomia e non ha una posizione da cui trattare che gli permetta di influire in qualche modo sull’esito della richiesta. È un semplice, piccolo esempio – ma non privo di significato – di come egli avverte di essere impotente all’interno dell’istituzione.

cella4In secondo luogo, il detenuto sperimenta parte del proprio tempo come tempo di “degradazione“. È stato anticipatamente condannato dai rappresentanti di quella società che rispetta le leggi, e l’esperienza della stigmatizzazione diventa ancora più intensa quando il detenuto si trova isolato all’interno del carcere.

In terzo luogo, il detenuto sperimenta parte del proprio tempo come tempo di “insicurezza“. In verità il carcere, con un modello di vita semplificato e un regime relativamente sistematico, può anche dare al detenuto l’impressione di trovare un sostegno. Egli è sottratto alla situazione esterna, complessa e conflittuale, e durante la prigionia può sentirsi come in una camera di compensazione: sfuggire cioè ad un ambiente di cui percepisce le minacce. Ma in questa forma il sentimento di sicurezza è essenzialmente un sentimento di dipendenza…»

cella2

«…il grande internamento»: nel corso di pochi decenni migliaia di esseri umani furono rinchiusi in grandi istituzioni, che in Francia presero il nome di «ospedale» (“hôpital”), in Germania e in Olanda di «penitenziario» (“Zuchthaus”, “tukthuys”) e in Gran Bretagna di «casa di lavoro» e «casa di correzione, (“workhouse”, “correction house”)».

cella3Chi fu internato in questa prima fase della moderna storia del carcere? Fonti storiche relative a diversi paesi d’Europa indicano che si trattava perlopiù di poveri vagabondi, mendicanti, gente senza lavoro o senza fissa dimora che commetteva delitti contro la proprietà..

[Thomas Mathiesen]
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Sovversivi di cento anni fa: la voce degli IWW e la “rebel girl”

«Che cos’è una vittoria operaia?

Ritengo che significhi due cose insieme.

i lavoratori devono conseguire risultati economici,

ma devono anche conquistarsi uno spirito rivoluzionario,

al fine di raggiungere una completa vittoria».

Elizab-3[Elizabeth Gurley Flynn dal discorso del 31 gennaio 1914 al Civic Club Forum di New York]

Elizabeth Gurley Flynn di origini irlandesi, con i capelli neri e gli occhi azzurri, era nata il 7 agosto del 1890. Nel 1906 tenne il suo primo discorso Cosa farà il socialismo per le donne?, e aderì agli IWW. Elizabeth, insieme a Carlo Tresca (con cui ebbe una relazione dal 1920 al ‘25), Patrick Quinlan e Big Bill Haywood dirigenti degli IWW guidarono il grandioso e decisivo sciopero a Paterson nel New Jersey nel 1913.             CENTO ANNI FA!!!!!

Lo scrittore Theodore Dreiser, direttore editoriale del «Broadway Magazine», chiamò Elizabeth La Giovanna d’Arco dell’est.   Il produttore cinematografico David Belasco le offrì di fare l’attrice ma ottenne una elegante pernacchia.  Durante la seconda guerra mondiale Elizabeth si batté per migliori opportunità economiche per le donne, scrivendo una rubrica quindicinale per il quotidiano «Daily Worker»; scrisse anche il libro Women have a date with destiny.

Elizab-2Nel 1937 aderì all’American Communist Party. Subì la repressione del senatore fascista Mc Carthy e nel 1951 fu arrestata con altri dodici membri del Communist Party. Nel 1953 fu condannata per aver violato lo Smith Act Alien Registration del 1940, la legge sull’immigrazione, fu incarcerata nel riformatorio federale femminile di Alderson (West Virginia) dal gennaio 1955 al maggio 1957.

Morì dopo un ricovero per problemi di stomaco a Mosca, il 5 settembre 1964. Ebbe un funerale di stato nella piazza Rossa e le sue ceneri vennero sepolte, secondo il suo volere, nel cimitero di Waldheim, Chicago (Illinois), accanto alle tombe di militanti dell’IWW Eugene Debs, Big Bill Haywood e gli Haymarkets Martyrs, impiccati negli anni Ottanta durante le lotte per la giornata delle otto ore. Il titolo della sua autobiografia venne cambiato per desiderio dell’autrice in The rebel girl il titolo della canzone che le dedicò  Joe Hill.

«Ci sono dame di ogni genere, ornate di perle e di diamanti, ma l’unica, vera signora è lei larebel girl“».

Joe Hill

Hill-1Joe Hill [di origini svedesi Joel Emmanuel Hägglund nato a Gävle Svezia il 17 ottobre 1879 – ucciso nella prigione di Salt Lake City, 19 novembre 1915] la “voce cantante” dei Wobblies

Joe Hill venne arrestato la mattina del 13 gennaio 1914.  Era un lunedì, Joe stava disteso nel letto, un colpo d’arma da fuoco gli aveva attraversato il petto sfiorando polmoni e cuore. Il medico gli aveva somministrato morfina, per attenuare il dolore, Joe dormiva quando entrarono tre poliziotti, Joe, nel sonno, mosse appena un braccio e il capo della polizia gli sparò spappolandogli la mano. Il poliziotto si difese dicendo che Joe voleva prendere una pistola che non aveva né ce n’era una in casa.

Joe fu accusato di aver ucciso, per vendetta, un ex poliziotto John Morrison responsabile della morte di un rapinatore.

In realtà la polizia voleva liberarsi di un “indesiderabile” (così venivano chiamati i wobblies, i comunisti e gli anarchici), di un agitatore e organizzatore, ma soprattutto autore di canzoni così belle e significative che contribuirono a costituire l’identità degli IWW: perciò si disse, “Joe Hill la voce dei wobblies”. Un altromotivo per accusarlo era che la polizia non voleva ricercare l’autore dell’uccisione di Morrison tra la malavita per non inimicarsi le bande con le quali intratteneva ottimi affari e ancor di più per consolidare un’alleanza strategica: istituzioni-mala-mafia contro i sovversivi!

Hill-2Dopo un processo farsa, con i peggiori imbrogli della polizia e dei giudici, dove il principale testimone, il figlio di Morrison presente alla sparatoria, disse di non riconoscerlo e che i due che avevano ucciso suo padre erano bassi e tarchiati, insomma come tutti i processi farsa contro i “sovversivi” negli Usa e ovunque, Joe Hill fu condannato a morte il 27 giugno e assassinato per fucilazione il 19 novembre 1915.

La mattina dell’esecuzione lasciò alla guardia un foglietto dove aveva scritto il suo testamento, naturalmente in poesia.:

«Il mio testamento è facile da decidere

Perché non c’è niente da dividere.

Gli amici non piangano, né facciano scene,

“il muschio non cresce su una pietra che rotola”.

Il mio corpo -se posso decidere

lo vorrei ridotto in cenere

e lasciare che le brezze felici

la portino dove crescono i fiori;

magari ce n’è di appassiti

che ritornano in vita e fioriscono.

Quest’è l’ultimo e finale testamento:

buona fortuna a tutti voi. »

Joe Hill

Un altro cantante, voce della lotta di classe negli Usa, Ralph Chaplin (colui che si dice disegnò il “gatto selvaggio” nella iconografia da tutti conosciuta) scrisse una importante e bella canzone dedicata IWWa Joe e a tutti gli operai ribelli e rivoluzionari uccisi dalla polizia di stato e da quella dei padroni:

Novembre rosso, novembre nero,

novembre tetro, nero e rosso:

mese sacro di martiri operai,

del lavoro eroi, morti del lavoro.

La rabbia del lavoro e speranza e dolore,

rossa la promessa, nera la minaccia

chi siamo per non ricordare?

Chi siamo per osare dimenticare?

Nero e rosso, i colori mischiati,

nero e rosso l’impegno già preso-

rosso fino a che la lotta è finita,

nero finché il debito sia pagato.

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La svolta del 1971: il dollaro si sgancia dall’oro. E oggi?

Ferragosto 1971: il presidente americano Richard Nixon sceglie di abbandonare definitivamente la parità tra dollaro e oro sancita nel 1944 dagli accordi di Bretton Woods. Questa scelta mette fine al sistema di cambio tra le monete, in vigore nel mercato mondiale dalla fine della seconda guerra mondiale.
Da quel ferragosto la faccia dell’economia mondiale cambiò radicalmente, rafforzando il ruolo degli Stati Uniti nell’economia mondiale e ponendo le condizioni per la loro supremazia economica a livello globale.

Crisi monet

 

 

 

 

 

 

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Lo sciopero dei lavoratori della logistica a Roma

15magg corteoIeri 15 maggio, i lavoratori della Logistica di Roma Settecamini in lotta

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A fianco e in solidarietà con i lavoratori della logistica in lotta!

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i rivoluzionari vanno assassinati e anche psichiatrizzati!

37  anni fa Ulrike Meinhof, militante della Raf (Rote Armee Fraktion), venne “suicidata” il 9 maggio del 1976. Oltre l’isolamento totale e le innumerevoli vessazioni, l’accanimento dello stato tedesco continuò anche dopo il suo assassinio.  Ci provarono con l’aiuto della psichiatria. Qua sotto un triste articolo del Corriere della Sera del 2002 (che rimpiange Lombroso)  e uno de il Manifesto del 1973

Meinhoff

Corriere della Sera (10 novembre 2002) Pagina 15
«L’ autopsia accertò che mia madre era impazzita dopo l’ asportazione di un tumore, ma i risultati furono tenuti nascosti»
Il giallo del cervello rubato di Ulrike Meinhof
La figlia della terrorista: «Fu asportato dal cadavere e confrontato con quello di un serial killer» Secondo la denuncia della donna gli ultimi resti della fondatrice della Raf sono conservati in un barattolo di formalina all’ Università di Magdeburgo
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE BERLINO – All’ Istituto di psichiatria e medicina psicosomatica dell’ Università di Magdeburgo, viene conservato un contenitore di vetro. Dentro, annegato nella formalina, c’ è un cervello umano. E’ lì dal 1997, speditovi da un neuropatologo dell’ Università di Tubinga, il professor Jürgen Pfeiffer. In questi anni, lo scienziato Bernhard Bogerts, direttore dell’ Istituto, lo ha sottoposto a dei test comparativi con un’ altra materia cerebrale conservata nel suo laboratorio, quella di un poeta serial-killer, Ernst August Wagner, che nel 1913 aveva ucciso la moglie, i suoi quattro figli e, successivamente, altre nove persone. Ma quella trasferita da Tubinga a Magdeburgo, non è materia grigia qualunque. E’ infatti il cervello di Ulrike Meinhof, la più celebre terrorista degli anni di piombo, fondatrice, insieme a Andreas Baader, della Rote Armee Fraktion, le brigate rosse tedesche, morta suicida nel 1976. E gli inquietanti esperimenti del dottor Bogerts, che nel caso Wagner sarebbe riuscito a stabilire un nesso fra i comportamenti criminali del poeta e alcune malformazioni patologiche, rinvenute nella sua scatola cranica, hanno fatto da miccia a una polemica, che contesta la verità storica ufficiale e sfiora anche la politica. A scatenarla è stata Bettina Röhl, giornalista e figlia di Ulrike Meinhof, che in un articolo apparso sulla Magdeburger Volksstimme ha definito illegale l’ uso a fini scientifici del cervello della madre, rivendicandone la restituzione. Ancora più grave, ha accusato la commissione internazionale indipendente, allora creata per accertare le cause della morte della terrorista, di aver nascosto i risultati del rapporto, stilato allora dal professor Pfeiffer, che per primo analizzò l’ organo nel quadro dell’ autopsia. Nella relazione, di cui Bettina Röhl è entrata in possesso solo adesso, dopo oltre 25 anni, Pfeiffer affermava che il cervello della Meinhof era stato seriamente danneggiato nel 1962, in seguito alla rimozione di un tumore benigno. Secondo il neuropatologo, esisteva un rapporto diretto fra il danno subito dalla materia cerebrale nell’ intervento e il comportamento criminale degli anni successivi. Ce n’ era abbastanza insomma, per poter argomentare una parziale o totale infermità mentale della donna. Pfeiffer conferma questa conclusione, anche se sostiene di aver mandato il cervello a Magdeburgo, con il pieno consenso della procura federale, proprio per cercare ulteriori conferme alla sua tesi. Ma è soprattutto la prima circostanza, a scatenare la rabbia della Röhl, che accusa la Commissione d’ indagine di aver volutamente tenuto segreto il documento. La giornalista ricorda anche che, «a invocare l’ inchiesta indipendente fu, fra gli altri, Otto Schily», allora avvocato difensore di alcuni terroristi della Raf e oggi ministro degli Interni. E solleva un sospetto: «Forse fecero il calcolo, che ammettere la follia di Ulrike Meinhof, considerata la forza intellettuale trainante della Raf e guardata come guida spirituale del movimento, sarebbe stato una catastrofe per l’ identità e la giustificazione del terrorismo?». In altre parole, la leggenda doveva essere difesa, nell’ iconografia dell’ Apo, l’ opposizione extra-parlamentare, Ulrike Meinhof doveva restare terrorista per scelta e non perché squilibrata. Obiettivo centrato, dal momento che il personaggio Meinhof è stato di recente anche oggetto, in Germania, se non di una riabilitazione, di una rilettura meno negativa. Röhl non lancia un’ accusa precisa nei confronti di Schily, il quale, in ogni caso, non fece parte della commissione. Ma è chiaro che, facendone il nome, la giornalista intenda gettare un’ ombra sul ministro. Aveva fatto lo stesso con Joschka Fischer, nel gennaio 2001, quando, al culmine della polemica sul passato ribelle del ministro degli Esteri, lo accusò di essere stato contiguo ai futuri terroristi. Mescolando sensi di colpa e risentimenti, Röhl è convinta che sua madre pagò da sola le colpe di una generazione, in un modo o nell’ altro collettivamente responsabile di quella stagione di sangue.
La giornalista Ulrike Meinhof fu insieme ad Andreas Baader la fondatrice della Rote Armee Fraktion (Raf), organizzazione terroristica tedesca che negli anni 70 e 80 lanciò una durissima sfida allo Stato federale, lasciandosi dietro una lunga scia di sangue  La prima azione della Raf risale al 2 aprile del ‘ 68, quando Baader e la sua compagna Gudrun Ensslin misero una bomba in un supermercato di Francoforte. Sono 34 gli omicidi imputati alla Raf commessi tra il 1968 e il 1998 (anno in cui la Raf annunciò il suo scioglimento)  Il 14 maggio del 1970 la Meinhof aiutò Baader a scappare dalla prigione di Berlino in cui era rinchiuso (per questo si parla anche di banda «Baader-Meinhof»)  Entrambi furono riarrestati. La Meinhof si impiccò in carcere nel 1976. Andreas Baader insieme con Gudrun Ensslin e Jan-Carl Raspe fu trovato morto nella prigione di Stammheim all’ alba del 18 ottobre 1977: per anni i seguaci della Raf avevano rapito e ucciso persone per convincere il governo tedesco a liberarli
Valentino Paolo

Su Ulrike Meinhof vedi anche qui  qui 

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Pensieri da DENTRO il carcere

CellaQui dentro, in questo buco non hai la compagnia dei tanti perditempo che hai fuori dal carcere, quelli che maledici quando sei ‘libero’, ma che sono la tua salvezza in grado di occuparti la giornata. Ti sottraggono al tentazione di ascoltare troppo a lungo la sequela di dubbi e di interrogativi corrosivi che covano nella pancia, ma che è bene che continuino a stare lì. La spesa, il bar, il lavoro, la telefonata, comprare i jeans e la maglietta, giocare col computer e con i social network, girare per negozi, cucinare, invitare gente, essere invitato, il concerto, la televisione, è l’ordinarietà il grande narcotico che ti disimpegna dal fare scelte scabrose. Quelle scelte che paghi salate.

Quando mi daranno i libri e il fornelletto? Speriamo presto, così riprendo ad occuparmi della complessa attività del cucinare in carcere. Inventare il “forno” per cuocere i dolci.

Mi viene da ricordare, con invidia, quei pomeriggi, quando ero fuori, dedicati a non far niente nascosti dietro la  scusa di dover far qualcosa di inderogabile. Nei momenti che ero stressato con i tanti problemi che non riuscivo a risolvere, mi dicevo: questo pomeriggio lo dedico a sistemare la libreria, non posso più rimandarlo! E mi regalavo ore di relax a maneggiare libri polverosi decidendo arbitrariamente dove collocare l’uno e l’altro, senza una disciplina, senza un imperativo, né un ordine, ma assecondando la fantasia di quel momento. Ore di libertà sottratte al tormento intorno a grattacapi che non mi sentivo di affrontare.

E siamo al centro del problema, sono solo! Non perché sono in isolamento, quello prima o poi finisce. Ma perché in carcere SEI SOLO!

Cella-2In carcere sei solo perché non puoi condividere con altri la galera. La galera è tua, solo tua. Anche se stai in cella con molti altri, e oggi si sta ammucchiati, uno sopra l’altro, in troppi a condividere i pochi metri della cella. Ma in carcere sei solo! La galera non puoi condividerla.

Del carcere si può parlare e se ne parla. Tanti ne parlano, ne parlano e ne scrivono. Articoli e libri e ancora articoli, ne parlano perfino in Televisione. Giuristi, criminologi, magistrati avvocati, addirittura attori e scrittori, parlano di carcere. Ognuno mette in luce qualcosa che non va, lo fanno pure le guardie, i sindacati dei secondini. Sono tante le cose che non vanno in carcere, dicono, e lo scrivono e ci fanno i convegni e i dibattiti. Fanno i ricorsi alla Corte europea e la Corte europea condanna lo Stato italiano perché non rispetta i diritti umani, e tutti, a strillare allo scandalo: che vergogna!, e si strappano i capelli. Ma poi i capelli restano al loro posto e il carcere resta quello che è. Quello che è sempre stato:    sofferenza, distruzione, annichilimento della personalità, prostrazione, sfiducia nelle tue capacità di farcela. Voglia di scomparire, di annullarti.

È questa la voglia di morire in carcere, di farla finita, di suicidarsi. Andar via senza dover domandare il permesso a nessuno.

Il suicidio è l’unica cosa che puoi fare in carcere senza dover compilare la consueta  “domandina”. Solo un’altra cosa puoi fare senza chiedere, ed è l’evasione.

Ma le evasioni diminuiscono e aumentano i suicidi. Il rapporto tra le due uscite senza cella-3permesso è inversamente proporzionale: se aumentano i suicidi, diminuiscono le evasioni, se aumentano le evasioni diminuiscono i suicidi. Col suicidio si cancellano di un colpo queste brutture, queste sofferenze, si spazza via il marchio ripugnante che ci hanno stampato in fronte. È la stanchezza di lottare contro i mulini a vento, tanto nessuno ascolta le tue ragioni. La comunicazione tra dentro e fuori si è interrotta. E non per colpa delle mura o della censura, la comunicazione si è interrotta perché una parte, quella fuori, ha voluto prendere le distanze dall’altra, quella dentro.

La solitudine del carcerato finirà quando nelle piazze, in molte piazze delle città, prenderà vita la lotta contro il carcere e la solidarietà totale con i carcerati!

S.

 

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da: Spoon River

Spoon river-1

Vorrei avere immerso le mie mani carnali

Nei dischi dei fiori invasi dalle api,

nello specchiante cuore di fuoco

della luce della vita, il sole della gioia.

A che servono antere o petali

O raggi di aureole? Beffe, ombre

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del cuore del fiore, la fiamma centrale!

È tutto tuo, giovane passeggero;

entra nella stanza del banchetto consapevolmente;

non entrare furtivamente come tu fossi in dubbio

di essere il benvenuto – la festa è tua!

Non prendere solo un poco, rifiutando il seguito

con un timido «Grazie!», quando hai fame.

La tua anima è viva? Allora nutrila!

Non rinunciare ai balconi che puoi scalare;

né ai biancolattei seni su cui riposare;

né a teste dorate con cui dividere il guanciale;

né a coppe di vino quando il vino è dolce;

né a estasi del corpo e dell’anima,

tu devi morire, non c’è dubbio, ma muori vivendo

nell’azzurro profondo, rapito nell’abbraccio amoroso,

baciando l’ape regina, la Vita!

 

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Edgar Lee Masters Antologia di Spoon River  [Edmund Pollard]
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Riflessioni sul carcere e… su chi ci sta dentro

«Se io sono un criminale, e lo nego apertamente, sono esattamente quale voi mi avete fatto. La criminalità è roba vostra! Essa è prodotta e riprodotta continuamente, inevitabilmente, deliberatamente dalla società classista(Milano S. Vittore, dicembre 1971)

Cella«Il numero dei detenuti ha molto poco a che fare con il crimine. Il numero dei detenuti è piuttosto causato dallo stato generale di fiducia all’interno della società e dall’equilibrio politico.»    ( K. J. Làng – direttore del sistema carcerario in Finlandia).

«Si deve scoprire un crimine che si adatti alla punizione e ricostruire la natura dell’internato per adattarla al crimine.»  ( Erving Goffman  – in  Asylums – Einaudi 1968)

«L’analisi di un’istituzione totale, funzionale ad un sistema sociale come il nostro, è dunque la dimostrazione di quanto paga chi si trova costretto a pagare per dare agli altri la possibilità di vivere nella “norma” e nel “benessere”.» (Franco e Franca Basaglia)

«…Molti fenomeni, anzi, rivelano una tendenza del potere giudiziario ad affermarsi in quanto ‘potere’. La crescente giuridicizzazione di ambiti di vita che prima erano sottoposti a forme di autoregolazione –in ambiti propri- di per sé non è affatto sintomo di allargamento della democrazia. Indica se mai, non meno che cresce il numero di ambiti di vita cui lo Stato contemporaneo è interessato. Per cui la giuridicizzazione nel mentre offre garanzie, crea contemporaneamente nuove dipendenze. …Ieri l’ingiustizia appariva come la negazione del diritto, oggi deriva anche dall’eccesso del diritto. Il lato tragico della democrazia moderna è di sfociare nell’ingiustizia tramite l’applicazione dei suoi stessi strumenti giuridici … aumentano le angosce, le paure: e la diffusione del pan-penalismo è anche una reazione all’insicurezza delle nostre società… Quando la politica non offre più riferimenti per simbolizzare l’esperienza sociale, la trista figura del “mascalzone” fa il suo rientro in democrazia: in assenza di nemici esterni, sono il crimine e il criminale a fornire le immagini paurose che creano l’unità.»        ( A. Garapon: La repubblica penale.)

«So che un detenuto, già dopo la prima ora di carcere, è una persona mentalmente squilibrata.»
«La stabilità delle prigioni domina dunque le cadute degli imperi e le rivoluzioni.»  (Victor Serge- Memorie di un rivoluzionario)

«E’ facilmente comprensibile lo stato d’animo di chi varca la soglia di un carcere. Finisce tutto.  Opg-3Rimangono soltanto il numero di una pratica, un fascicolo ricolmo di carte, una collocazione nello spazio e nel tempo freddo e ostile di un apparato amministrativo che assorbe, pervade, scruta, classifica, giudica. A questo punto lo sconvolgimento dell’animo del detenuto è totale e compenetra gli strati più reconditi della personalità, generando una particolare grave distonia ai vari processi psichici di percezione, di rappresentazione, di ideazione.» (Osservatorio psicologico di Amsterdam)

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