Il “tempo rubato” in carcere

Cella1«In primo luogo, il detenuto sperimenta parte del tempo trascorso nell’istituzione come tempo vissuto nell’impotenza. Dal suo punto di vista, dunque, il sistema carcerario diventa spesso una grande organizzazione burocratica, che per così dire procede come un rullo, giorno dopo giorno, mese dopo mese, senza che egli sia in condizione di reagire, di opporsi o di influenzarla in qualche modo. La richiesta di libertà condizionale, per esempio, è valutata da persone che si trovano abbastanza distanti da lui, ed è poi trasmessa ad altre persone che si trovano ancora più lontano, per un ulteriore esame seguìto dalla decisione finale. Il detenuto possiede scarsa autonomia e non ha una posizione da cui trattare che gli permetta di influire in qualche modo sull’esito della richiesta. È un semplice, piccolo esempio – ma non privo di significato – di come egli avverte di essere impotente all’interno dell’istituzione.

cella4In secondo luogo, il detenuto sperimenta parte del proprio tempo come tempo di “degradazione“. È stato anticipatamente condannato dai rappresentanti di quella società che rispetta le leggi, e l’esperienza della stigmatizzazione diventa ancora più intensa quando il detenuto si trova isolato all’interno del carcere.

In terzo luogo, il detenuto sperimenta parte del proprio tempo come tempo di “insicurezza“. In verità il carcere, con un modello di vita semplificato e un regime relativamente sistematico, può anche dare al detenuto l’impressione di trovare un sostegno. Egli è sottratto alla situazione esterna, complessa e conflittuale, e durante la prigionia può sentirsi come in una camera di compensazione: sfuggire cioè ad un ambiente di cui percepisce le minacce. Ma in questa forma il sentimento di sicurezza è essenzialmente un sentimento di dipendenza…»

cella2

«…il grande internamento»: nel corso di pochi decenni migliaia di esseri umani furono rinchiusi in grandi istituzioni, che in Francia presero il nome di «ospedale» (“hôpital”), in Germania e in Olanda di «penitenziario» (“Zuchthaus”, “tukthuys”) e in Gran Bretagna di «casa di lavoro» e «casa di correzione, (“workhouse”, “correction house”)».

cella3Chi fu internato in questa prima fase della moderna storia del carcere? Fonti storiche relative a diversi paesi d’Europa indicano che si trattava perlopiù di poveri vagabondi, mendicanti, gente senza lavoro o senza fissa dimora che commetteva delitti contro la proprietà..

[Thomas Mathiesen]
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Una risposta a Il “tempo rubato” in carcere

  1. gianni ha detto:

    Salvatore,”GRANDE”,” GRANDEEEEEEE”!!! come si dice oggi!, “ASSOLUTAMENTE”! così t’ho omologato. Sei contento? Ho un solo rammarico….averti conosciuto tardi, troppo tardi.Leggendo il tuo post , le tue riflessioni sull’isolamento carcerario mi hanno fatto venire a mente la “privazione sensoriale carceraria” adottata in Germania con i compagni della RAF e sponsorizzata, sperimentata da industrie farmaceutiche multinazionali, tipo la Roche, che si occupano di psicofarmaci atti al controllo delle popolazioni “alienate” da questa società di merda…e qualora non bastino i farmaci, ci sono le manganellate, i carceri ed il Trattamento Sanitario Obbligatorio; anche questi sarebbero argomenti da approfondire.Un grande abbraccio da me ed Alberta. Gianni

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