Per ragionare sullo sciopero del 12 dicembre. Un pezzo di storia

Un contributo al dibattito sullo sciopero generale indetto da Cgil, Uil e Ugl ieri 12 dicembre:

Era l’estate del 1971,  molti ferrovieri, stanchi dei compromessi al ribasso e dei “tavoli concertativi” che guardano più all’interesse nazionale che non agli interessi di classe, escono dal sindacato Sfi-Cgil e si autorganizzano nel Comitato Unitario di Base (Cub).  La Cgil risponde così:

cub-fs-1Per leggere la storia della nascita del Cub ferrovieri nel 1971, clicca qui

 

Pubblicato in Lotte in ferrovia | Contrassegnato , , , , , , , , | Lascia un commento

Domenica 14 dicembre, serata per la Cassa di Resistenza Logistica: Ascanio Celestini e Têtes de Bois

I lavoratori della logistica, facchini e driver, da qualche anno, hanno sviluppato lotte autorganizzate, con i sindacati di base, per far arretrare i livelli di supersfruttamento cui sono sottoposti. I padroni, commitenti multinazionali (TNT, DHL, SDA-Poste Italiane, BRT-Bartolini, GLS, ecc.) e le cooperative, vero caporalato della forza-lavoro, non ci stanno e vogliono tornare al lavoro “schiavistico” degli anni passati; quindi: provvedimenti disciplinari, sospensioni e licenziamenti fioccano nei magazzini, e il comando dei capi tenta di riprendere il sopravvento.

I lavoratori della logistica sono consapevoli che solo la lotta può fermare le pretese padronali e la stanno facendo, costruendo unità con settori proletari autorganizzati che occupano le case. Per loro e per chiunque lotta, sentire la solidarietà attiva aumenta la determinazione e la coscienza della lotta.

La Cassa di Resistenza è uno strumento importante di solidarietò attiva per sostenere la lotta autorganizzata dei lavotarori e delle lavoratrici della logistica e di chiunque non vuole chinare la testa.

Partecipiamo all’iniziativa di domenica 14 dicembre a Roma, ex-Snia :

logisticAA

Pubblicato in Movimenti odierni | Contrassegnato , , , , , , , , | Lascia un commento

Note critiche alla trasmissione Report del 30/11: “il risarcimento”

Per una critica spietata alla trasmissione televisiva “Report” di domenica 30/11, dal titolo “il Risarcimento”.

Ogni analisi, ogni progetto di riforma, perfino le chiacchiere che si fanno sul carcere, partono dalla costatazione che la galera, quella reale, non ha mai raggiunto, né mai raggiungerà gli obiettivi che afferma di perseguire: deterrenza e rieducazione. Per alcuni il carcere non è abbastanza punitivo, per altri non sufficientemente rieducativo. Ci muoviamo nell’ambivalenza di un’idea penitenziaria che si ammanta di valori rieducativi, pur perseguendo in realtà una prevalente finalità punitiva e devastante.

Tutti vogliono riformare il sistema della pena e la sua esecuzione: codice penale e regolamento penitenziario. Coloro che si accingono a nuove proposte cominciano criticando duramente i fallimenti delle riforme precedenti, elaborano schemi teorici e li propongono, convinti che la forma che queste teorie assumono nelle proprie intenzioni, altrettanto dovranno operare nella realtà, finalmente onorando giustizia e umanità.

È superfluo aggiungere che, inevitabilmente, ciascuna di queste riforme hanno prodotto solo sfaceli e abomini, e quindi ancora sofferenza per la popolazione carcerata.

Da ciò ne traiamo la costatazione che la gran parte di coloro che si occupano di carcere: tecnici, esperti, giornalisti, funzionari, ecc., confondono squallidamente la storia del carcere con la storia dei carcerati e delle carcerate, sovrapponendo quella a questa.

Da sempre, da quando esiste il carcere, ci troviamo sballottati tra teorici che immaginano molteplici universi irreali in grado di trasformare donne e uomini riplasmandoli e convertendoli in probi e onesti lavoratori, così come il potere li desidera.

Su questi terreni è franata la sinistra italiana, quella che una volta era contro il carcere e per il rispetto della integrità della persona; oggi non più. Così arriviamo a vedere penose trasmissioni come quella di Report di domenica 30 novembre, che ha ricalcato i più vieti e squallidi stereotipi costruiti sul carcere, uno su tutti: “facciamoli lavorare questi detenuti oziosi!

È comprensibile ascoltare alcuni detenuti e detenute che esaltano la permanenza in cella o il lavoro coatto, magnificando la funzione punitiva del carcere che li ha resi edotti dei loro crimini e quindi li ha allontanati dalla vita extralegale precedente. È chiaro, usano la loro genialità delinquenziale per rispondere alla falsa rieducazione con un falso pentimento.

detenutiÈ meno comprensibile che dei giornalisti di una trasmissione televisiva che si è ammantata di “sinistra”, dimostrando di non conoscere affatto il carcere e assecondando le dicerie sul carcere, facciano perno su queste chiacchiere rilanciando i “lavori forzati per i carcerati”. Non vogliamo chiamarli in questo modo? D’accordo, allora diciamo “lavoro obbligatorio e non pagato dei detenuti”. Così suona meglio, ma il senso è lo stesso.

Attraverso una inchiesta penosa e superficiale. Snocciolando dati, presi isolatamente quindi senza alcun peso, si cerca di raccontare una realtà che non esiste.

E poi si espongono dati, numeri, senza l’accortezza di analizzarli e trarne valutazioni, ma anche di completarli con altri dati conseguenti, quelli che le statistiche ufficiali non danno.

Ad esempio: buttare lì il dato, strombazzato da tutti, anche dalla puntata di Report, del fatto che il 70% delle persone detenute torna a delinquere, dopo essere uscito dal carcere, che vuol dire?

Primo– se una struttura messa in piedi non raggiunge il risultato che si è proposta, deve essere abolita. Su questo non si transige. È così per tutte le questioni umane, tranne per il carcere! Perché? Dunque, chi oggi vuol mantenere il carcere è persona falsa, ipocrita, che vive di imbrogli e di lucrose attività malvagie. Sia chiaro per tutti i tutte. Non ci deve essere tolleranza per chi “crede nel carcere”.

Secondo– andiamo a scavare nei numeri: l’Istituto di Statistica dice che gli autori di delitti “assicurati alla giustizia” sono il 18,6% del totale (vedi qui), l’81,4% non vengono acchiappati. Queste percentuali ci dicono che: se il 70% degli ex-detenuti viene riarrestato nel fare attività extralegale, è da ritenersi -con buona approssimazione- che l’altro 30% che “non torna a delinquere”, probabilmente… non si è fatto beccare. E io gli auguro che continui a non farsi beccare.

Dunque: se il carcere non rieduca, se non sconsiglia, se non dissuade dal crimine, beh!, allora che lo tenete a fare? Solo per far soffrire inutilmente quelle e quelli che, secondo voi, hanno violato le leggi. Leggi che, tra l’altro, ogni pochi anni vengono cambiate? Almeno dovreste vergognarvi, voi che volete che rimanga la galera.

Forse il problema dell’attività extralegale risiede nella realtà economico-sociale capitalistica, sempre più violenta contro le classi subalterne, sempre più feroce contro i poveri, che accentua sempre più la diseguaglianza.

E poi, per favore, non dite che i detenuti “dovrebbero pagare il mantenimento”, già lo pagano, e come!!!

Questa del lavoro obbligatorio per carcerati è una vecchia credenza. Frutto dell’ideologia borghese-liberale che affermava che il lavoro porta tutti sulla retta via.

Non è una novità. È convinzione radicata da un paio di secoli. E fu proprio grazie a questa convinzione che, nella seconda metà dell’Ottocento, al fianco dell’obiettivo di contrastare i perversi e avvilenti effetti dell’ozio (anche questa sconclusionata tesi è fatta propria da Report) e di favorire l’emenda morale dei condannati mediante un lavoro onesto e non-pagato, furono attrezzate colonie penali e colonie penitenziarie in zone distanti dai centri abitati, dove c’erano terreni incolti e malarici e che i detenuti dovevano risanare. L’esperimento costò lo sterminò di tantissimi prigionieri (10% di morti e 40% di infermità permanente – dati del 1891 del direttore carceri di allora). Eppure l’invio alla colonia penale veniva considerato come un premio per chi manteneva in carcere una condotta “lodevole” e per chi dava segni di ravvedimento. Il lavoro agricolo a contatto con la natura, affermavano gli esperti di allora, avrebbe sviluppato le “virtù morali” dei condannati, molti dei quali minorenni che venivano inviati nella colonia per evitar loro il carcere. Ciò che si sviluppò fu solo una quantità di decessi e di infermità per malattia. Una strage.

Fu così che i grandi e civili paesi europei e nord americani dopo questo tentativo, che fu una carneficina, abbandonarono le colonie penali e dovettero tornare, nei primi del Novecento, al sistema di pena intramuraria, inserendo le lavorazioni dentro le carceri.

Oggi, centotrenta anni dopo, vediamo tornare questa proposta da quella parte che, alcuni decenni fa, si batteva per l’abolizione del lavoro carcerario equiparandolo alla schiavitù.

La conclusione che possiamo trarre da queste baggianate e falsità esposte in programmi televisivi che pure si erano costruiti un pedigree progressista, è questa:

* se si propongono sanzioni basate sul lavoro esterno, inteso come prolungamento della pena carceraria (lavori socialmente utili- misure alternative) e con le stesse impostazioni del sistema penale, ossia: controllo asfissiante, regole rigide, impossibilità di cambiare qualcosa, ecc., senza mettere in discussione le radici stesse del carcere, si rischia di introdurre situazioni peggiorative della condizione delle persona carcerate. Al contrario, bisogna far decollare il dibattito su cosa fare del carcere e come abolirlo, parallelamente alla discussione per trovare un orientamento in merito a un sistema sanzionatorio completamente affrancato, diverso e distante dal concetto della pena intesa come privazione della libertà.

Nota- per approfondire si può ascoltare la trasmissione “la Conta” su Radiondarossa di mercoledì 3 dicembre interamente dedicata alla puntata di Report: “il risarcimento”; clicca qui

Pubblicato in Carcere | Contrassegnato , , , , , , , , , | 2 commenti

Le parole per parlare del carcere

Questo mondo è una galera”! È una frase che si usa spesso, a volte per scherzo a volte per disperazione. Più amara è la costatazione “siamo tutti in galera”, cui si aggiunge il politicamente corretto “siamo tutti e tutte in galera” che ne sottolinea ancor più la totalità. Salvo poi, quando si varca, maledicendolo, quel cancello, precipitarsi a scrivere e raccontare, nelle prime lettere indirizzate ad amici e compagni, l’orrido inferno in cui si è finiti, così diverso dal “fuori”, attribuendo alla perversa volontà di qualche potente o alle diaboliche strutture di potere la realizzazione di quella mostruosa macchina per fini vessatori.

carcer1Comunque sia oggi di carcere si parla, i media ne parlano, ogni associazione più o meno umanitaria ne denuncia la bruttura o l’inadeguatezza, se ne mettono in luce i servizi mal funzionanti e le carenze. Critiche e denunce arrivano anche da analisti internazionali e dai più alti gradini della scala sociale e istituzionale. E ecclesiastica.

Poi, tutto resta tale e quale! Perché?

Bisogna trovarne il motivo, altrimenti proseguire è superfluo. Motivi, è vero, ce ne sono tanti. E tante sono le analisi che individuano le ragioni di fondo, oppure congiunturali, le ragioni legate alla crisi economica o al sistema di potere, al malessere dilagante, al controllo sociale asfissiante, ecc., ecc.

Voglio proporre un’altra riflessione, con un indirizzo particolare, quello del linguaggio con cui noi esterni, o liberi, parliamo del carcere.

Spesso, ma anche molto spesso, quando parliamo di carcere, criticandolo, e la nostra critica è mordente e vigorosa, non ci accorgiamo che maneggiamo delle parole che stanno tutte all’interno del “sistema della pena” e della sua riproduzione. Dunque, pur criticando il carcere, quelle parole ne convalidano e ne avallano l’esistenza, sono termini altrettanto disciplinanti quanto l’operare del sistema carcere di cui si vuole criticare proprio la sua funzione punitiva, portatrice di sottomissione.

Vediamole:

A- Ci sono le parole che raffigurano e riproducono l’immagine del sistema della pena, il carcere. Dal loro utilizzo si propaga l’idea che il carcere debba continuare a esistere anche se il suo funzionamento va corretto in qualche punto.

B- Altre parole hanno con se l’effetto disciplinante proprio del carcere, ossia ne accompagnano la sua funzione e la amplificano, a volte operano in sostituzione del codice penale e del carcere, come disciplina sociale.

Entriamoci dentro. Il sistema della pena si basa su una contrapposizione secca: colpevole/ innocente; carcer2chi rispetta la legge è innocente, chi la trasgredisce è colpevole. Senza sfumature, né contraddizioni interne, ma soltanto aggiustamenti dei sistemi liberali per mezzo delle aggravanti o attenuanti che introducono, in piccole dosi, il contesto e la storia. Eppure, molto spesso sentiamo usare e usiamo la coppia oppositiva “innocente -colpevole” in molti ragionamenti: quelli in merito alla crisi finanziaria o alla guerra, quelli sui disastri ambientali. Così sugli argomenti che sembrano non avere rapporti diretti col carcere tuttavia, anche se inconsapevolmente, propongono un modello di pensiero in cui l’agire degli umani si possa dividere nettamente in due parti, senza alcun posizionamento diversificato. E soprattutto si cerca la “colpa” individuale, e così sfumano e si disperdono le responsabilità di un sistema di produzione e distribuzione di ricchezza tra i più disumani esistenti: il modo di produzione capitalista.

E non si dica che la critica delle coppie oppositive viene introdotta, surrettiziamente, per annullare la contrapposizione di classe “padroni – salariati”. Non è così! Al contrario proprio l’analisi del funzionamento del sistema capitalistico ci fa vedere l’esistenza di diverse classi sociali, più di due, con la grande crescita del cosiddetto “ceto medio” nei paesi a grande sviluppo industriale, una classe che ha garantito la stabilità degli stati nell’ultimo mezzo secolo. L’esistenza di più classi non vuol dire che la contraddizione capitale-lavoro abbia perso la sua centralità.

Ciò che voglio sottolineare è che ogni coppia oppositiva impedisce la comprensione della realtà, riducendone pericolosamente l’ampio spettro di complessità. Difatti la coppia “luce-buio” trascura i mille toni intermedi che sono la bellezza del guardare; ancor di più la coppia “maschio-femmina” che ha assunto un valore disciplinante talmente assoluto da far scomparire dal nostro immaginario la bellezza delle molteplici armonie sessuali. E ancora “lecito-illecito” e il conseguente “legale-illegale” oggi assurto a religione sociale indiscutibile, che porta con se valori assoluti, e dimentica l’andamento storico delle leggi e la loro variabilità nel tempo e nello spazio.

Vediamo l’altro ambito.

Esempio: emergenza carceri: vuol dire, anche se chi pronuncia questa frase non lo pensa, e così capiscono gli interlocutori che è in corso “un’emergenza” che sta danneggiando la “normalità carceraria”; il senso del discorso è che sia possibile e anche auspicabile riportare il carcere alla “normalità” e che questa farà tornare il carcere ad essere un piacevole ritrovo di persone che hanno trasgredito per essere rieducati e portati sulla retta via. Il ragionamento è assurdo, ma è così che lo si intende, anche se il carcere non ha proprio niente di “normale”, se per normale intendiamo qualcosa di compatibile con una dimensione umana.

Lo stesso senso hanno parole come: sovraffollamentoriforme organichelentezza dei processirispetto dei diritti dei detenuti– (ma se si toglie loro il diritto più grande, ossia la libertà, che senso ha rispettare gli altri diritti che in confronto sono poca cosa).

Quando si afferma che si vuole rivedere o alleggerire il sistema delle pene, in realtà si convalida l’esistenza di un sistema di pena, di punizioni. Stessa musica per affrontare le pene alternative alla detenzione sta a dire che il concetto di “pena” è ormai accettato dagli umani.

A volte si dice che nei Cie “stanno reclusi senza aver commesso un reato”, si lascia intendere che, chi ha commesso un reato, tutto sommato il carcere se lo merita.

Si dice che la popolazione carcerata vuole aumentare le ore di passeggiata, quindi ampliare il diritto alla passeggiata, ma avere diritto alla passeggiata vuol dire che uno può goderla quando vuole e dove vuole. In carcere non è essere così, qualsiasi riforma si produrrà. E così il diritto di farsi una doccia, farla quante volte si vuole e nei momenti che si vuole, ma così non è poiché si può fare quando decidono le guardie e allora che diritto è? Anche il diritto all’affettività, sappiamo che nelle carceri italiane non è consentita “l’ora d’amore” che invece è praticata nelle carceri di altri paesi. Ma non è certo un diritto all’affettività la possibilità di stare un’ora ogni tanti giorni, su decisione della direzione, con una persona dalla quale si rimane separati per i giorni rimanenti. Per non parlare del diritto di dormire, se non puoi decidere in quale letto, per quante ore e con chi, da che ora a che ora… più che diritto è proprio storto.

Va da se che là dove una possibilità è vietata a chi non ha nulla come i carcerati, diventa una rivendicazione che va appoggiata e perseguita. Col massimo della forza. Non c’è peggiore stupidità di affermare che, poiché il carcere non è riformabile, non bisogna lottare per nessuna rivendicazione né alcuna riforma. Al contrario, proprio la consapevolezza che abbiamo delle funzioni distruttive del carcere, deve spingerci a lottare contro ogni vessazione e rivendicare con la lotta qualsivoglia spazio in più che la popolazione prigioniera richiede o potrebbe chiedere. È proprio questo il percorso possibile che può portare alla messa in discussione del carcere e del sistema della pena.

Nel mentre facciamo questa opera di organizzazione e rivendicazioni, riflettiamo sempre al linguaggio che usiamo, perché spesso ci porta dritti…in carcere.

È l’ora di aprire un serio dibattito e una pratica conseguente per l’abolizione del carcere.

Pubblicato in Carcere | Contrassegnato , , , , , | 1 commento

Un altro “scandalo” nel campo della giustizia

Un altro “scandalo” nel campo della giustizia. In pochi giorni siamo passati dall’assoluzione di quelli che erano stati condannati in primo grado per la morte di Stefano Cucchi, ed ora l’annullamento da parte della Cassazione della condanna del proprietario della Eternit.

prescrizDa ogni parte si è sentito piangere, lamentarsi, strillare contro l’incapacità della giustizia di stato di colpire i potenti o le articolazioni dello stesso stato. Ciascuna e ciascuno di noi può fare un lungo elenco di articoli e scritti su questo argomento.

I giornali parlano di assoluzione. In realtà il termine “assoluzione” non è corretto. La Corte di Cassazione ha applicato la legge ex Cirielli (legge 5 dicembre 2005 n. 25) in forza della quale ha ritenuto essere trascorsi i tempi di prescrizione (il calcolo di questi tempi racchiude l’unica possibile critica alla Cassazione che, peraltro, ha applicato una legge) ed ha annullato la condanna a 18 anni del signor Stephan Schmidheiny, ai tempi padron Eternit.ex Cirielli,

Il Pg nel richiedere la prescrizione ha ricordato che padron-Eternit è stata ritenuto colpevole del disastro ambientale, ma la legge impone la prescrizione.

prescriz3E allora, riflettiamo un po’, prima di lamentarci e inveire contro questo o quello, domandiamoci: dove eravamo noi tutti – che oggi urliamo o ci lamentiamo – quando 9 anni fa, nei mesi di novembre e dicembre, regnante il Berlusconi III, il Parlamento di questo triste paese si accingeva ad approvare questa legge? Ci siamo opposti, abbiamo gridato tutto il nostro schifo in quei giorni? Siamo scesi in piazza a contrastare una legge che assolveva i potenti e i ricchi e massacrava i poveri? Già, perché questo è il contenuto della legge ex-Cirielli!

Un passo indietro: nel 2005 padron Berlusconi, tramite i suoi scagnozzi, mise in campo un’attività legislativa volta a non fare entrare in galera i propri amici, e lui stesso, e per fare uscire quei rari che ci capitavano.

Il signor Previti, ad esempio, deputato della repubblica italiana, era uno di questi. Il 2 dicembre 2005 -guardate la vicinanza della date della legge sulla prescrizione 5 Dic 2005- la Corte d’Appello di Milano emette la sentenza di secondo grado, riconoscendolo colpevole di corruzione semplice e confermando la condanna di primo grado a 5 anni di reclusione.

Il 30 novembre 2006 la Corte di Cassazione annulla entrambe le precedenti sentenze di merito relative al processo SME emesse dal tribunale di Milano, per incompetenza territoriale, ritenendo la commissione del fatto corruttivo verificatosi in Roma.

Il 4 maggio 2006 la Cassazione esprime il verdetto definitivo, condannando Previti a 6 anni di detenzione per l’accusa di corruzione in atti giudiziari nell’ambito del processo IMI-SIR. Di fatto, Previti scontò a Rebibbia solo pochi giorni per effetto della legge ex Cirielli (approvata qualche mese prima, quando Previti era ancora parlamentare).

Ora tutti gridano e scrivono contro l’assoluzione del signor Stephan Schmidheiny, padron Eternit, ma, l’abbiamo detto, non si tratta di assoluzione, bensì di prescrizione, in base alla legge ex Cirielli approvata appunto per salvare i ricchi corruttori dal rischio eventuale di galera, e questo ha fatto la ex Cirielli. Però, il governo di allora per catturare il consenso degli elettori, cresciuti a pane e forca, mentre usava la mano tenera per i potenti metteva in campo la mano dura per i poveri. Ed è la recidiva: se fai un piccolo reato, ad esempio contro il patrimonio, ma lo fai più di una volta, ti fai scorpacciate di galera.

Ne scrissero i giornali in quel 2005, ne parlò la Tv, ma di manifestazioni numerose e rabbiose contro questa infame barbarie, non ne ho viste, proprio non ne ho viste. E adesso perché sbraitiamo quando si applica quella legge? E ancor oggi, dove stanno le proteste per abrogare la Legge Ex-Cirielli?

Queste righe saranno crude e antipatiche, ma non devono servire a colpevolizzare alcuno/a, al contrario dovrebbero servire a far capire a ciascuno/a di noi, finalmente, che la giustizia è di classe e che non ha senso delegare istituzioni o pezzi di stato a “far rispettare la giustizia” (anche perché dovremmo specificare quale giustizia?). È invece urgente e indispensabile prendere sulle nostre spalle l’onere di governare, produrre, applicare la giustizia sociale, rispettare l’ambiente, divertirci, ecc., ecc. Una grande responsabilità e una grande fatica cambiare ciò che non ci piace e che riteniamo infame. Ma è quello che dobbiamo fare se vogliamo rivoluzionare questa abbietta società capitalistica.

Pubblicato in Uncategorized | Contrassegnato , , , , , , | 2 commenti

Dagli Usa voci autorevoli propongono di iniziare a smantellare il carcere

Alcuni giorni fa sul Washington Post è comparso un articolo sulle carceri (qui l’articolo intero). Il contenuto dell’articolo redatto da Patricia O’Brien segna una differenza abissale con quanto scritto sui giornali nostrani negli ultimi anni, imbalsamati dal dogma dell’emergenza. In quel periodo, nelle carceri italiane, l’emergenza era stabilito fosse il “sovraffollamento” e solo su quello si sono impegnati i “nostri” media, ignorando i problemi di fondo che concernono il tema della galera. Gli articoli sul “sovraffollamento” sono stati, per lo più, dettati dalla condanna e conseguente multa affibbiata dalla Corte europea allo stato italiano per violazione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU), firmata a Roma il 4 novembre 1950, per le condizioni inaccettabili cui lo stato italiano costringeva la popolazione detenuta. Condanna che ha gettato nello sconforto i benpensanti-nazionali che si sono lamentati, chiedendo al governo di porvi rimedio. Ma solo al “sovraffollamento”. Non certo iniziando una pur minima riflessione sulla devastazione e sulle sofferenze che il carcere impone a chi rinchiude e contiene, sulla sua violenta separazione e sradicamento dalla vita, dalle relazioni, dalla socialità, dagli interessi. Non una analisi sulla inadeguatezza di questo strumento e sulla necessità di liberarci dal carcere.

Patricia O’Brien riprende un articolo pubblicato a gennaio scorso sul New York Times, dall’ex direttore dello stesso giornale, ora columnist, Bill Keller, (qui l’intero articolo) che trattava lo stesso tema: «dovremmo smetterla di vedere le prigioni come una parte inevitabile della vita». La loro intenzione è cominciare a svuotare le carceri femminili, all’interno della forte critica al complesso carcerario in sé, proponendo trattamenti “esterni” dove le cose funzionano meglio dell’incarcerazione.

carc femmAlcuni dati confortano la critica al carcere: «147mila bambini negli Usa hanno la madre in carcere»; «gli stati americani spendono più di 52 miliardi di dollari all’anno per i loro sistemi carcerari. Il governo federale spende inoltre decine di miliardi di dollari per sorvegliare, perseguire e catturare persone, sebbene alcune ricerche mostrino che la carcerazione danneggi il benessere individuale e non migliori la sicurezza pubblica». E anche che il carcere per le donne ha solo perpetuato la crescita dei complessi industriali carcerari e il numero delle persone incarcerate continua a crescere.

I due analisti concordano con le analoghe considerazioni che nel Regno Unito fanno i sostenitori dell’abolizione del carcere femminile, posizione -ci dicono- sostenuta dalla Camera dei Lord, che «propongono la comunità per le delinquenti non violente, e per quelle violente la custodia in piccoli centri vicino alle loro famiglie», 

Concludono con proposte dal profilo basso che «se non possiamo chiudere le carceri femminili, possiamo almeno rallentare la loro espansione».

Keller, da parte sua, spiega che negli ultimi anni l’atteggiamento dell’opinione pubblica verso le carceri è cambiato (meno forcaiolo), anche grazie alla generale diminuzione dei reati commessi, ma a fronte di questo calo tra il 1984 e il 2008, per esempio, il numero di persone condannate all’ergastolo è quadruplicato, arrivando a oltre 140 mila detenuti.

Keller propone:

-cambiare le leggi sulle condanne;

-cambiare il sistema di controllo e sostegno:

-cercare di diminuire la recidiva offrendo possibilità concrete a chi esce dalla prigione, ricordando che ogni anno negli Stati Uniti vengono scarcerate più di 650 mila persone: due terzi di loro sono arrestate nuovamente nel giro di tre anni.

Spunti di riflessione, critiche della prigione, proposte, anche se tenui, troppo fiacche secondo me, comunque tentativi di allontanarsi da questa deriva forcaiola in voga che rischia di travolgere le società in cui viviamo. Un dibattito che solo in questo triste paese non riesce a decollare. Un dibattito che, se ci fosse, potrebbe costituire la base per spingere più avanti una discussione sul tema dell’abolizione del carcere. Certo, lo so, i motivi dell’esistenza del carcere non risiedono nel carcere stesso. Il carcere esiste per mantenere l’ordine capitalista, ed è quello l’obiettivo principale da colpire per abolirlo. Però, iniziando a mettere in discussione -concretamente- l’esistenza del carcere, si può dare un bel colpo alla tirannia del profitto, del denaro, della sopraffazione, in concreto sgretolando la dittatura del capitalismo.

Pubblicato in Carcere | Contrassegnato , , , , , , | 1 commento

Giovedì 13 novembre a Foggia, presentazione

sop02

Pubblicato in Recensioni, Presentazioni e dibattito sul libro Maelstrom | Contrassegnato , , , , | Lascia un commento

Quel “non-so-che” di Renzi che riecheggia il passato

Leggiamo dai giornali di ieri:

«La calda giornata bresciana di Matteo Renzi. Fra industriali, operai e antagonisti».

Renzi ha parlato agli imprenditori riuniti per l’assemblea annuale, poi direttamente nelle fabbriche, incontrando altri imprenditori e gli operai.

«C’è un disegno per dividere il mondo del lavoro. C’è l’idea di fare del lavoro il luogo dello scontro, mettendo uno contro gli altri. Ma non esiste una doppia Italia: questa è una delle idee che ha bloccato il Paese per 20 anni. … non usino il mondo del lavoro come un campo di gioco di una partita politica, usando chi è senza lavoro. Se si vuole attaccare l’esecutivo ci sono altre strade, senza sfruttare il dolore dei disoccupati». ma «l’Italia è unica e indivisibile, è l’Italia di chi ama i propri figli». «Non consentiremo a nessuno di fare battaglie politiche strumentalizzando il lavoro».

 

Non vi pare che quelle parole, quei toni del premier Renzi, siano simili, molto simili alle parole seguenti? Leggete:

manifesto-lavoratori-in-Germania

«La Deutsche Arbeitsfront è l’unione di tutti gli individui che conducono vita da lavoro, senza differenza di posizione economica e sociale. In essa l’operaio deve stare accanto all’imprenditore, non più separato da gruppi e associazioni che servono alla tutela di particolari strati e interessi sociali ed economici. 

Nella Deutsche Arbeitsfront deve essere determinante il valore della personalità, non importa se si tratta di un operaio o un imprenditore. La fiducia si può conquistare solo da uomo a uomo, non da associazione ad associazione.

Il nobile obiettivo della Deutsche Arbeitsfront è l’educazione di tutti i tedeschi che conducono vita lavorativa ai principi e sentimenti nazionalsocialisti».

Nota: la Deutsche Arbeitsfront (Fronte tedesco del lavoro) è stata un’organizzazione realizzata dal nazionalsocialismo di Hitler, appena andato al governo. Prese il posto dei sindacati spazzati via dalla ferocia nazista e doveva “riunire operai e imprenditori” per abolire il conflitto di classe dopo aver sterminato la parte più attiva della classe operaia. Sostituì anche i NSBO (nuclei sindacali nazisti) perché troppo influenzati (dicevano gli imprenditori) dalle richieste operaie e, secondo l’ideologia nazista, dividevano il mondo del lavoro tra imprenditori e operai che invece il nazismo voleva riunificare, per far superare alla Germania la crisi e farla grande, sulle spalle della classe operaia (l’abbiamo già sentito di recente questo concetto, vero?). L’ideatore e il leader di questo “fronte” nazista fu Robert Ley, capo dell’organizzazione del NSDAP (Partito Nazionalsocialista). Va aggiunto che nonostante questi strumenti ideologici, organizzativi e repressivi dispiegati in gran quantità, il nazismo non riuscì a sottomettere completamente la classe operaia che, con sabotaggi e rallentamenti della produzione e anche un alto assenteismo, mantenne bassi i livelli di produttività, quindi il totale della produzione, molto al di sotto di quanto necessitava ai comandi militari per avere dalle fabbriche la quantità di armi per affrontare le numerose campagne militari di sterminio.

Riflettiamo, riflettiamo …

Pubblicato in Movimenti odierni | Contrassegnato , , , , , , , | Lascia un commento

carcere: strumento di morte!

Dal 1 gennaio 2014 e fino ad oggi, il sistema carcere ha indotto al suicidio 38 prigionieri (vedi post precedente qui). Altri e altre 80 persone detenute sono morte per mancanza di cure e per cause non ancora conosciute, per un totale Suicidiodi 118 persone assassinate dalla galera. Fin qui!

Maurizio 28 anni, Jason 25 anni, Piergiacomo 43 anni, Gianluca 48 anni, Samir 38 anni, Giampiero 38 anni, Cuevas 30 anni, Vincenzo 63 anni, Francesco Saverio 34 anni, Giacinto 38 anni, anonimo 46 anni, anonimo 41 anni, Domenico 43 anni, Francesco 44 anni, Giovanni 44 anni, Riccardo 32 anni, Johnny 26 anni, Antonio 44 anni, Adil 33 anni, Slavska 55 anni, anonimo 40 anni, anonimo 29 anni, Giovanni 64 anni, Antonio 51 anni, Giuseppe 61 anni, Alessandro 32 anni, Mollia 39 anni, Paolo 42 anni, Benedetto 41 anni, Angelo 33 anni, anonimo 61 anni, Mario 40 anni, Ion 52 anni, Salvatore 37 anni, Giampietro 39 anni, Alberico 38 anni, Francesco 53 anni, Francesco 42 anni,

Un saluto e un abbraccio immaginario e fantastico a tutte e tutti voi assassinati da quel sistema devastante e umiliante che si chiama carcere.

Nonostante quattro decreti “svuota carceri”, la diminuzione della popolazione detenuta,la riduzione un po’ dell’emergenza “sovraffollamento”… i suicidi continuano come prima.

Perché questi suicidi?

…In Scozia (dove i suicidi sono alti come in Italia), nel carcere di Glenochil, alcuni studiosi hanno esaminato le cartelle anamnestiche di chi vi era custodito. Si sperava di individuare delle preesistenti anomalie psichiche che spiegassero il ricorso così in gran numero ad atti estremi di autodistruzione. Risultato: nessun soggetto osservato risultava schizofrenico prima dell’incarcerazione; nessuno di loro presentava sindromi da dipendenza alcolica; nessuno era affetto da sociopatie particolari; per nessuno erano mai stati diagnosticati particolari «disordini nella personalità».

Gli studiosi sono stati costretti a concludere che: «nel carcere è difficile il riscontro di specifiche malattie “formali”, ma si possono rilevare dei diversi e spesso devastanti gradi di stress».

In una analoga ricerca inglese, l’uso di questionari, colloqui psicologici e test psichiatrici non ha prodotto risultati diversi:

«La popolazione detenuta, nel suo insieme, presentava forme diverse di disagio psichico non esattamente definibile; disagio che si avvertiva con particolare acutezza nel primo periodo di detenzione, prima che il recluso si fosse adattato alla vita carceraria».

…Uno psicologo descrive la particolare «deprivazione» del carcere in termini di vera e propria menomazione fisica: «Il detenuto si trova privato di braccia, di gambe, di voce, di decisionalità autonoma.

Tutto l’universo carcerario è articolato per protesi: dallo scrivano al lavorante sono tutte protesi del corpo detenuto, che ha bisogno dell’istituzione, delle sue varie figure, per mangiare, spedire una lettera, mandare un piatto all’amico, aprire lo sportellino, accendere il televisore, spegnere la luce. E’ come trovarsi all’improvviso in carrozzella o in un busto di gesso».

…L’atteggiamento depressivo, in alcuni detenuti, porta all’accettazione supina, alla perdita di identità, allo smarrimento del proprio ruolo, alla demotivazione vitale, fino alla sfiducia nelle proprie stesse caratteristiche sessuali. Il detenuto finisce per percepire se stesso come essere asessuato: non sa più se è una persona o una cosa. Questo declino del «senso di sé» è collegabile alla privazione improvvisa e coatta di un ruolo.

…Anche gli effetti dell’autocontrollo sono molto dannosi. Venendo a mancare un obiettivo esterno, la rabbia si rivolge all’interno e viene avvertita come depressione. Se e quando la depressione raggiungerà livelli insopportabili, verrà liberata una forza in molti casi autodistruttiva, che in carcere significa: automutilazione, suicidio.

…Conferma il dottor Buisson: «Quando escono dalla prigione li vediamo come sono: molto fragili, ipersensibili, per giunta questa sofferenza che è stata loro inflitta non ha molto senso, perché se punite la gente senza spiegarle il perché, senza fornirle delle motivazioni, non capirà cosa è successo…»

[da: Ermanno Gallo – Vincenzo Ruggiero, IL CARCERE IMMATERIALE (La detenzione come fabbrica di handicap) Edizioni SONDA giugno 1989]

Pubblicato in Carcere | Contrassegnato , , , , | 1 commento

Ikea e…il carcere

Tutte e tutti conosciamo il marchio Ikea. Forse abbiamo dentro casa qualcuno degli oggetti in vendita. Comprensibile, ha i prezzi bassi.

Ma ci siamo mai domandati come la multinazionale Ikea si può permettere quei prezzi bassi?

*per un verso i suoi manufatti sono prodotti in paesi dove il salario dei lavoratori è a livelli infimi e le condizioni di lavoro sono vicine alla schiavitù;

*per un altro verso perché sfrutta pesantemente i lavoratori nei suoi magazzini, depositi e punti vendita in Italia. Vedi post precedenti  qui  e  qui 

smontaikeaLe condizioni di sfruttamento per chi lavora in Ikea sono conosciute ovunque da quando alcuni lavoratori Ikea addetti al facchinaggio, volendo migliorare le proprie condizioni salariali e di lavoro, si sono autorganizzati con un sindacato di base (il SI Cobas) e, con l’appoggio di compagni e compagne, hanno iniziato una vertenza su alcuni obiettivi importanti. Per tutta risposta la direzione Ikea non ha saputo far altro che licenziare 24 facchini del deposito di Piacenza, i più attivi in questa vertenza. Un licenziamento vigliacco, che ci riporta ai tempi passati e bui quando il rapporto tra padroni e lavoratori salariati era dittatoriale. Ikea vuole che i “propri” lavoratori subiscano in silenzio lo sfruttamento e non ardiscano ad alzare la testa.

Ma la solidarietà attiva stavolta si è fatta sentire e molti lavoratori della logistica (facchinaggio) di tutte le aziende si stanno battendo, da mesi, per la riassunzione dei 24 licenziati con picchetti e manifestazioni di fronte al deposito Ikea di Piacenza.

L’immagine dorata di Ikea si è infranta grazie a questa lotta e alla solidarietà che si è estesa in tutto il paese, mandando in frantumi gli sforzi di padron Ikea che aveva intrigato tanto per costruirsi un’immagine nobile, anche facendo “donazioni” a luoghi di pena, ossia alle carceri:

a-roma-insieme-rebibbia-ikea-anagnina-1*Come si arreda un Carcere insieme ad Ikea e A Roma Insieme, con un progetto di riarredamento degli spazi comuni e dell’area esterna della sezione femminile del carcere romano di Rebibbia sostenuto dalla nostra Associazione e dal punto vendita Ikea di Anagnina. Leggi qui

*Caffè per i familiari, scivoli per i figli: così cambierà lo spazio-incontri. Un bar e un’area giochi firmati Ikea nel Giardino degli Incontri di Sollicciano. Leggi qui 

E via così. Far vedere che si vuole aiutare chi sta in carcere, hanno pensato i dirigenti Ikea, ripulisce l’immagine sporcata dai licenziamenti ingiustificati.

Inoltre padron Ikea ha un altro obiettivo. Poiché la sua politica aziendale si basa su salari bassi e sfruttamento durissimo, e poiché i lavoratori, dopo un po’, si incazzano e passano a lotte per miglioramenti, qual’è la soluzione? Semplice: far lavorare i carcerati. Dentro il carcere chi lavora ha una paga inferiore a chi lavora da “libero”, non può organizzarsi in sindacato, né tenere assemblee, e nemmeno fare scioperi, né volantinaggi, né picchetti, deve lavorare e…non può ribellarsi.

…quindi:

 Il carcere diventa la sartoria dell’Ikea  (da: Il Resto del Carlino, 1 ottobre 2014)

Bologna, 1 ottobre 2014 – Per modificare orli, merletti, grembiuli e tovaglie dell’Ikea di Casalecchio di Reno rivolgersi alla sartoria del carcere della Dozza a Bologna “Gomito a Gomito”. A Ikea4personalizzare l’acquisto dei clienti che lo richiedono, penseranno le detenute che da 4 anni lavorano nel laboratorio sartoriale realizzato dell’Amministrazione penitenziaria e dalla cooperativa Siamo qua. Una collaborazione, quella con il punto vendita della multinazionale svedese, iniziata già un anno fa quando furono donate stoffe e altri materiali al laboratorio…

(l’intero articolo su il Resto del Carlino si può leggere qui  e anche su la Repubblica qui )

Chi sta in carcere e chi è appena uscito/a ha urgente bisogno di salario e lavoro per sopravvivere ed è costretto/a di accettare qualunque condizione.

Anche per questo sporco business esistono le galere!

ABOLIAMOLE!!!

Pubblicato in Carcere | Contrassegnato , , , , , | 2 commenti