carcere: strumento di morte!

Dal 1 gennaio 2014 e fino ad oggi, il sistema carcere ha indotto al suicidio 38 prigionieri (vedi post precedente qui). Altri e altre 80 persone detenute sono morte per mancanza di cure e per cause non ancora conosciute, per un totale Suicidiodi 118 persone assassinate dalla galera. Fin qui!

Maurizio 28 anni, Jason 25 anni, Piergiacomo 43 anni, Gianluca 48 anni, Samir 38 anni, Giampiero 38 anni, Cuevas 30 anni, Vincenzo 63 anni, Francesco Saverio 34 anni, Giacinto 38 anni, anonimo 46 anni, anonimo 41 anni, Domenico 43 anni, Francesco 44 anni, Giovanni 44 anni, Riccardo 32 anni, Johnny 26 anni, Antonio 44 anni, Adil 33 anni, Slavska 55 anni, anonimo 40 anni, anonimo 29 anni, Giovanni 64 anni, Antonio 51 anni, Giuseppe 61 anni, Alessandro 32 anni, Mollia 39 anni, Paolo 42 anni, Benedetto 41 anni, Angelo 33 anni, anonimo 61 anni, Mario 40 anni, Ion 52 anni, Salvatore 37 anni, Giampietro 39 anni, Alberico 38 anni, Francesco 53 anni, Francesco 42 anni,

Un saluto e un abbraccio immaginario e fantastico a tutte e tutti voi assassinati da quel sistema devastante e umiliante che si chiama carcere.

Nonostante quattro decreti “svuota carceri”, la diminuzione della popolazione detenuta,la riduzione un po’ dell’emergenza “sovraffollamento”… i suicidi continuano come prima.

Perché questi suicidi?

…In Scozia (dove i suicidi sono alti come in Italia), nel carcere di Glenochil, alcuni studiosi hanno esaminato le cartelle anamnestiche di chi vi era custodito. Si sperava di individuare delle preesistenti anomalie psichiche che spiegassero il ricorso così in gran numero ad atti estremi di autodistruzione. Risultato: nessun soggetto osservato risultava schizofrenico prima dell’incarcerazione; nessuno di loro presentava sindromi da dipendenza alcolica; nessuno era affetto da sociopatie particolari; per nessuno erano mai stati diagnosticati particolari «disordini nella personalità».

Gli studiosi sono stati costretti a concludere che: «nel carcere è difficile il riscontro di specifiche malattie “formali”, ma si possono rilevare dei diversi e spesso devastanti gradi di stress».

In una analoga ricerca inglese, l’uso di questionari, colloqui psicologici e test psichiatrici non ha prodotto risultati diversi:

«La popolazione detenuta, nel suo insieme, presentava forme diverse di disagio psichico non esattamente definibile; disagio che si avvertiva con particolare acutezza nel primo periodo di detenzione, prima che il recluso si fosse adattato alla vita carceraria».

…Uno psicologo descrive la particolare «deprivazione» del carcere in termini di vera e propria menomazione fisica: «Il detenuto si trova privato di braccia, di gambe, di voce, di decisionalità autonoma.

Tutto l’universo carcerario è articolato per protesi: dallo scrivano al lavorante sono tutte protesi del corpo detenuto, che ha bisogno dell’istituzione, delle sue varie figure, per mangiare, spedire una lettera, mandare un piatto all’amico, aprire lo sportellino, accendere il televisore, spegnere la luce. E’ come trovarsi all’improvviso in carrozzella o in un busto di gesso».

…L’atteggiamento depressivo, in alcuni detenuti, porta all’accettazione supina, alla perdita di identità, allo smarrimento del proprio ruolo, alla demotivazione vitale, fino alla sfiducia nelle proprie stesse caratteristiche sessuali. Il detenuto finisce per percepire se stesso come essere asessuato: non sa più se è una persona o una cosa. Questo declino del «senso di sé» è collegabile alla privazione improvvisa e coatta di un ruolo.

…Anche gli effetti dell’autocontrollo sono molto dannosi. Venendo a mancare un obiettivo esterno, la rabbia si rivolge all’interno e viene avvertita come depressione. Se e quando la depressione raggiungerà livelli insopportabili, verrà liberata una forza in molti casi autodistruttiva, che in carcere significa: automutilazione, suicidio.

…Conferma il dottor Buisson: «Quando escono dalla prigione li vediamo come sono: molto fragili, ipersensibili, per giunta questa sofferenza che è stata loro inflitta non ha molto senso, perché se punite la gente senza spiegarle il perché, senza fornirle delle motivazioni, non capirà cosa è successo…»

[da: Ermanno Gallo – Vincenzo Ruggiero, IL CARCERE IMMATERIALE (La detenzione come fabbrica di handicap) Edizioni SONDA giugno 1989]

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Una risposta a carcere: strumento di morte!

  1. gianni landi ha detto:

    Tempo fa ho segnalato su questo blog un libro importante ( La torture propre di J.C. Jauret e R. Lasierra Ed. Grasset.), nel quale si parla di vari sistemi di tortura carceraria, da quelli più primitivi di tipo sudamericano a quelli più raffinati americani, europei, inglesi, russi e cinesi. A proposito di “deprivazione” e “mutilazione fisica” del detenuto ,come giustamente sottolineato nel presente blog, aggiungerei quello più sottile della mutilazione psichica sperimentata e finanziata dalla industria farmaceutica francese (Roche) ; “mutilazione psichica” o privazione sensoriale sperimentata in Germania sui Compagni della RAF e che, a mio avviso, portò questi carissimi Compagni al suicidio. Prima di parlare di omicidio nel carcere di Stammhein in Germania vi invito ad approfondire i concetti di “privazione sensoriale” ed i vari concetti di Manipolazione psicofisiologica del comportamento dei detenuti. Vi invito anche a leggere un altro libro importante, citato da Salvatore : “Il carcere immateriale, suicidi in carcere” scritto da E. Gallo redattore della rivista Controinformazione e deceduto non molto tempo fa.
    Meditiamo, approfondiamo, attualizziamo il nostro percorso rivoluzionario per chiudere il cerchio…intorno al collo di questa gente inqualificabile.

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