Le parole per parlare del carcere

Questo mondo è una galera”! È una frase che si usa spesso, a volte per scherzo a volte per disperazione. Più amara è la costatazione “siamo tutti in galera”, cui si aggiunge il politicamente corretto “siamo tutti e tutte in galera” che ne sottolinea ancor più la totalità. Salvo poi, quando si varca, maledicendolo, quel cancello, precipitarsi a scrivere e raccontare, nelle prime lettere indirizzate ad amici e compagni, l’orrido inferno in cui si è finiti, così diverso dal “fuori”, attribuendo alla perversa volontà di qualche potente o alle diaboliche strutture di potere la realizzazione di quella mostruosa macchina per fini vessatori.

carcer1Comunque sia oggi di carcere si parla, i media ne parlano, ogni associazione più o meno umanitaria ne denuncia la bruttura o l’inadeguatezza, se ne mettono in luce i servizi mal funzionanti e le carenze. Critiche e denunce arrivano anche da analisti internazionali e dai più alti gradini della scala sociale e istituzionale. E ecclesiastica.

Poi, tutto resta tale e quale! Perché?

Bisogna trovarne il motivo, altrimenti proseguire è superfluo. Motivi, è vero, ce ne sono tanti. E tante sono le analisi che individuano le ragioni di fondo, oppure congiunturali, le ragioni legate alla crisi economica o al sistema di potere, al malessere dilagante, al controllo sociale asfissiante, ecc., ecc.

Voglio proporre un’altra riflessione, con un indirizzo particolare, quello del linguaggio con cui noi esterni, o liberi, parliamo del carcere.

Spesso, ma anche molto spesso, quando parliamo di carcere, criticandolo, e la nostra critica è mordente e vigorosa, non ci accorgiamo che maneggiamo delle parole che stanno tutte all’interno del “sistema della pena” e della sua riproduzione. Dunque, pur criticando il carcere, quelle parole ne convalidano e ne avallano l’esistenza, sono termini altrettanto disciplinanti quanto l’operare del sistema carcere di cui si vuole criticare proprio la sua funzione punitiva, portatrice di sottomissione.

Vediamole:

A- Ci sono le parole che raffigurano e riproducono l’immagine del sistema della pena, il carcere. Dal loro utilizzo si propaga l’idea che il carcere debba continuare a esistere anche se il suo funzionamento va corretto in qualche punto.

B- Altre parole hanno con se l’effetto disciplinante proprio del carcere, ossia ne accompagnano la sua funzione e la amplificano, a volte operano in sostituzione del codice penale e del carcere, come disciplina sociale.

Entriamoci dentro. Il sistema della pena si basa su una contrapposizione secca: colpevole/ innocente; carcer2chi rispetta la legge è innocente, chi la trasgredisce è colpevole. Senza sfumature, né contraddizioni interne, ma soltanto aggiustamenti dei sistemi liberali per mezzo delle aggravanti o attenuanti che introducono, in piccole dosi, il contesto e la storia. Eppure, molto spesso sentiamo usare e usiamo la coppia oppositiva “innocente -colpevole” in molti ragionamenti: quelli in merito alla crisi finanziaria o alla guerra, quelli sui disastri ambientali. Così sugli argomenti che sembrano non avere rapporti diretti col carcere tuttavia, anche se inconsapevolmente, propongono un modello di pensiero in cui l’agire degli umani si possa dividere nettamente in due parti, senza alcun posizionamento diversificato. E soprattutto si cerca la “colpa” individuale, e così sfumano e si disperdono le responsabilità di un sistema di produzione e distribuzione di ricchezza tra i più disumani esistenti: il modo di produzione capitalista.

E non si dica che la critica delle coppie oppositive viene introdotta, surrettiziamente, per annullare la contrapposizione di classe “padroni – salariati”. Non è così! Al contrario proprio l’analisi del funzionamento del sistema capitalistico ci fa vedere l’esistenza di diverse classi sociali, più di due, con la grande crescita del cosiddetto “ceto medio” nei paesi a grande sviluppo industriale, una classe che ha garantito la stabilità degli stati nell’ultimo mezzo secolo. L’esistenza di più classi non vuol dire che la contraddizione capitale-lavoro abbia perso la sua centralità.

Ciò che voglio sottolineare è che ogni coppia oppositiva impedisce la comprensione della realtà, riducendone pericolosamente l’ampio spettro di complessità. Difatti la coppia “luce-buio” trascura i mille toni intermedi che sono la bellezza del guardare; ancor di più la coppia “maschio-femmina” che ha assunto un valore disciplinante talmente assoluto da far scomparire dal nostro immaginario la bellezza delle molteplici armonie sessuali. E ancora “lecito-illecito” e il conseguente “legale-illegale” oggi assurto a religione sociale indiscutibile, che porta con se valori assoluti, e dimentica l’andamento storico delle leggi e la loro variabilità nel tempo e nello spazio.

Vediamo l’altro ambito.

Esempio: emergenza carceri: vuol dire, anche se chi pronuncia questa frase non lo pensa, e così capiscono gli interlocutori che è in corso “un’emergenza” che sta danneggiando la “normalità carceraria”; il senso del discorso è che sia possibile e anche auspicabile riportare il carcere alla “normalità” e che questa farà tornare il carcere ad essere un piacevole ritrovo di persone che hanno trasgredito per essere rieducati e portati sulla retta via. Il ragionamento è assurdo, ma è così che lo si intende, anche se il carcere non ha proprio niente di “normale”, se per normale intendiamo qualcosa di compatibile con una dimensione umana.

Lo stesso senso hanno parole come: sovraffollamentoriforme organichelentezza dei processirispetto dei diritti dei detenuti– (ma se si toglie loro il diritto più grande, ossia la libertà, che senso ha rispettare gli altri diritti che in confronto sono poca cosa).

Quando si afferma che si vuole rivedere o alleggerire il sistema delle pene, in realtà si convalida l’esistenza di un sistema di pena, di punizioni. Stessa musica per affrontare le pene alternative alla detenzione sta a dire che il concetto di “pena” è ormai accettato dagli umani.

A volte si dice che nei Cie “stanno reclusi senza aver commesso un reato”, si lascia intendere che, chi ha commesso un reato, tutto sommato il carcere se lo merita.

Si dice che la popolazione carcerata vuole aumentare le ore di passeggiata, quindi ampliare il diritto alla passeggiata, ma avere diritto alla passeggiata vuol dire che uno può goderla quando vuole e dove vuole. In carcere non è essere così, qualsiasi riforma si produrrà. E così il diritto di farsi una doccia, farla quante volte si vuole e nei momenti che si vuole, ma così non è poiché si può fare quando decidono le guardie e allora che diritto è? Anche il diritto all’affettività, sappiamo che nelle carceri italiane non è consentita “l’ora d’amore” che invece è praticata nelle carceri di altri paesi. Ma non è certo un diritto all’affettività la possibilità di stare un’ora ogni tanti giorni, su decisione della direzione, con una persona dalla quale si rimane separati per i giorni rimanenti. Per non parlare del diritto di dormire, se non puoi decidere in quale letto, per quante ore e con chi, da che ora a che ora… più che diritto è proprio storto.

Va da se che là dove una possibilità è vietata a chi non ha nulla come i carcerati, diventa una rivendicazione che va appoggiata e perseguita. Col massimo della forza. Non c’è peggiore stupidità di affermare che, poiché il carcere non è riformabile, non bisogna lottare per nessuna rivendicazione né alcuna riforma. Al contrario, proprio la consapevolezza che abbiamo delle funzioni distruttive del carcere, deve spingerci a lottare contro ogni vessazione e rivendicare con la lotta qualsivoglia spazio in più che la popolazione prigioniera richiede o potrebbe chiedere. È proprio questo il percorso possibile che può portare alla messa in discussione del carcere e del sistema della pena.

Nel mentre facciamo questa opera di organizzazione e rivendicazioni, riflettiamo sempre al linguaggio che usiamo, perché spesso ci porta dritti…in carcere.

È l’ora di aprire un serio dibattito e una pratica conseguente per l’abolizione del carcere.

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Una risposta a Le parole per parlare del carcere

  1. gianni landi ha detto:

    I migliori propagandisti della REALTA’ carceraria possono essere soltanto, o quasi, gli ex detenuti od i detenuti. Testimonianze con foto dell’interno, dibattiti, denuncie esplicite con pubblicazione delle medesime su opuscoli stampati, anche al ciclostile, potrebbe essere un suggerimento concreto…come facevano un tempo i vari Collettivi carceri, composti anche da poche persone.

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