Note critiche alla trasmissione Report del 30/11: “il risarcimento”

Per una critica spietata alla trasmissione televisiva “Report” di domenica 30/11, dal titolo “il Risarcimento”.

Ogni analisi, ogni progetto di riforma, perfino le chiacchiere che si fanno sul carcere, partono dalla costatazione che la galera, quella reale, non ha mai raggiunto, né mai raggiungerà gli obiettivi che afferma di perseguire: deterrenza e rieducazione. Per alcuni il carcere non è abbastanza punitivo, per altri non sufficientemente rieducativo. Ci muoviamo nell’ambivalenza di un’idea penitenziaria che si ammanta di valori rieducativi, pur perseguendo in realtà una prevalente finalità punitiva e devastante.

Tutti vogliono riformare il sistema della pena e la sua esecuzione: codice penale e regolamento penitenziario. Coloro che si accingono a nuove proposte cominciano criticando duramente i fallimenti delle riforme precedenti, elaborano schemi teorici e li propongono, convinti che la forma che queste teorie assumono nelle proprie intenzioni, altrettanto dovranno operare nella realtà, finalmente onorando giustizia e umanità.

È superfluo aggiungere che, inevitabilmente, ciascuna di queste riforme hanno prodotto solo sfaceli e abomini, e quindi ancora sofferenza per la popolazione carcerata.

Da ciò ne traiamo la costatazione che la gran parte di coloro che si occupano di carcere: tecnici, esperti, giornalisti, funzionari, ecc., confondono squallidamente la storia del carcere con la storia dei carcerati e delle carcerate, sovrapponendo quella a questa.

Da sempre, da quando esiste il carcere, ci troviamo sballottati tra teorici che immaginano molteplici universi irreali in grado di trasformare donne e uomini riplasmandoli e convertendoli in probi e onesti lavoratori, così come il potere li desidera.

Su questi terreni è franata la sinistra italiana, quella che una volta era contro il carcere e per il rispetto della integrità della persona; oggi non più. Così arriviamo a vedere penose trasmissioni come quella di Report di domenica 30 novembre, che ha ricalcato i più vieti e squallidi stereotipi costruiti sul carcere, uno su tutti: “facciamoli lavorare questi detenuti oziosi!

È comprensibile ascoltare alcuni detenuti e detenute che esaltano la permanenza in cella o il lavoro coatto, magnificando la funzione punitiva del carcere che li ha resi edotti dei loro crimini e quindi li ha allontanati dalla vita extralegale precedente. È chiaro, usano la loro genialità delinquenziale per rispondere alla falsa rieducazione con un falso pentimento.

detenutiÈ meno comprensibile che dei giornalisti di una trasmissione televisiva che si è ammantata di “sinistra”, dimostrando di non conoscere affatto il carcere e assecondando le dicerie sul carcere, facciano perno su queste chiacchiere rilanciando i “lavori forzati per i carcerati”. Non vogliamo chiamarli in questo modo? D’accordo, allora diciamo “lavoro obbligatorio e non pagato dei detenuti”. Così suona meglio, ma il senso è lo stesso.

Attraverso una inchiesta penosa e superficiale. Snocciolando dati, presi isolatamente quindi senza alcun peso, si cerca di raccontare una realtà che non esiste.

E poi si espongono dati, numeri, senza l’accortezza di analizzarli e trarne valutazioni, ma anche di completarli con altri dati conseguenti, quelli che le statistiche ufficiali non danno.

Ad esempio: buttare lì il dato, strombazzato da tutti, anche dalla puntata di Report, del fatto che il 70% delle persone detenute torna a delinquere, dopo essere uscito dal carcere, che vuol dire?

Primo– se una struttura messa in piedi non raggiunge il risultato che si è proposta, deve essere abolita. Su questo non si transige. È così per tutte le questioni umane, tranne per il carcere! Perché? Dunque, chi oggi vuol mantenere il carcere è persona falsa, ipocrita, che vive di imbrogli e di lucrose attività malvagie. Sia chiaro per tutti i tutte. Non ci deve essere tolleranza per chi “crede nel carcere”.

Secondo– andiamo a scavare nei numeri: l’Istituto di Statistica dice che gli autori di delitti “assicurati alla giustizia” sono il 18,6% del totale (vedi qui), l’81,4% non vengono acchiappati. Queste percentuali ci dicono che: se il 70% degli ex-detenuti viene riarrestato nel fare attività extralegale, è da ritenersi -con buona approssimazione- che l’altro 30% che “non torna a delinquere”, probabilmente… non si è fatto beccare. E io gli auguro che continui a non farsi beccare.

Dunque: se il carcere non rieduca, se non sconsiglia, se non dissuade dal crimine, beh!, allora che lo tenete a fare? Solo per far soffrire inutilmente quelle e quelli che, secondo voi, hanno violato le leggi. Leggi che, tra l’altro, ogni pochi anni vengono cambiate? Almeno dovreste vergognarvi, voi che volete che rimanga la galera.

Forse il problema dell’attività extralegale risiede nella realtà economico-sociale capitalistica, sempre più violenta contro le classi subalterne, sempre più feroce contro i poveri, che accentua sempre più la diseguaglianza.

E poi, per favore, non dite che i detenuti “dovrebbero pagare il mantenimento”, già lo pagano, e come!!!

Questa del lavoro obbligatorio per carcerati è una vecchia credenza. Frutto dell’ideologia borghese-liberale che affermava che il lavoro porta tutti sulla retta via.

Non è una novità. È convinzione radicata da un paio di secoli. E fu proprio grazie a questa convinzione che, nella seconda metà dell’Ottocento, al fianco dell’obiettivo di contrastare i perversi e avvilenti effetti dell’ozio (anche questa sconclusionata tesi è fatta propria da Report) e di favorire l’emenda morale dei condannati mediante un lavoro onesto e non-pagato, furono attrezzate colonie penali e colonie penitenziarie in zone distanti dai centri abitati, dove c’erano terreni incolti e malarici e che i detenuti dovevano risanare. L’esperimento costò lo sterminò di tantissimi prigionieri (10% di morti e 40% di infermità permanente – dati del 1891 del direttore carceri di allora). Eppure l’invio alla colonia penale veniva considerato come un premio per chi manteneva in carcere una condotta “lodevole” e per chi dava segni di ravvedimento. Il lavoro agricolo a contatto con la natura, affermavano gli esperti di allora, avrebbe sviluppato le “virtù morali” dei condannati, molti dei quali minorenni che venivano inviati nella colonia per evitar loro il carcere. Ciò che si sviluppò fu solo una quantità di decessi e di infermità per malattia. Una strage.

Fu così che i grandi e civili paesi europei e nord americani dopo questo tentativo, che fu una carneficina, abbandonarono le colonie penali e dovettero tornare, nei primi del Novecento, al sistema di pena intramuraria, inserendo le lavorazioni dentro le carceri.

Oggi, centotrenta anni dopo, vediamo tornare questa proposta da quella parte che, alcuni decenni fa, si batteva per l’abolizione del lavoro carcerario equiparandolo alla schiavitù.

La conclusione che possiamo trarre da queste baggianate e falsità esposte in programmi televisivi che pure si erano costruiti un pedigree progressista, è questa:

* se si propongono sanzioni basate sul lavoro esterno, inteso come prolungamento della pena carceraria (lavori socialmente utili- misure alternative) e con le stesse impostazioni del sistema penale, ossia: controllo asfissiante, regole rigide, impossibilità di cambiare qualcosa, ecc., senza mettere in discussione le radici stesse del carcere, si rischia di introdurre situazioni peggiorative della condizione delle persona carcerate. Al contrario, bisogna far decollare il dibattito su cosa fare del carcere e come abolirlo, parallelamente alla discussione per trovare un orientamento in merito a un sistema sanzionatorio completamente affrancato, diverso e distante dal concetto della pena intesa come privazione della libertà.

Nota- per approfondire si può ascoltare la trasmissione “la Conta” su Radiondarossa di mercoledì 3 dicembre interamente dedicata alla puntata di Report: “il risarcimento”; clicca qui

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2 risposte a Note critiche alla trasmissione Report del 30/11: “il risarcimento”

  1. gianni landi ha detto:

    Vorrei proporre alcuni episodi, che ho vissuto personalmente, come spunto di dibattito.In quel periodo mi occupavo del carcere.
    Isola d’Elba, 1983-’84. Era evaso da Porto Azzurro un detenuto e parlando con una guardia carceraria nella stanzetta dei “manufatti” dei detenuti gli chiesi se lo stavano cercando e mi rispose,,,,”no, o poco, tanto prima o poi si costituisce perchè “fuori non ce la fa!” Riflettete e proponete.
    Firenze, quartiere di S.Niccolò, 1974 (circa) poco dopo Natale. Un “ladretto” nostro amico, sopravviveva in un bugigattolo di due metri per due, senza finestra e risuolava le scarpe alla meno peggio, per mangiare. Dormiva per terra li dentro; lavorava ad un banchetto sempre li dentro ed a porticina aperta se no non ci vedeva perchè non c’era luce; mangiava un panino sul muretto lì vicino…….ci raccontò che.il giorno di Natale si presentò al portone del carcere delle Murate perchè voleva rientrare dentro…..”almeno sarei stato con qualcuno che mi voleva bene e mi capiva perchè era uno come me” !!!
    A proposito di lavoro interno al carcere sapete cosa mi diceva mio nonno quando ero bambino?
    ” Ai miei tempi (quelli di Passanante!) a Porto Azzurro mettevano i detenuti incatenati in una buca dove arrivava l’acqua del mare e dovevano pompare l’acqua per tutto il giorno se non volevano affogare !!…..oggi fanno la bella vita!” ed hanno anche la televisione, il riscaldamento, l’ora d’aria ecc.; così la pensa la gente comune. NOOOOO? allora vi chiedo dove vivete.
    Questo mio intervento è una provocazione terra terra ed un invito al dibattito!

  2. gianni landi ha detto:

    Ho finito adesso di ascoltare il tuo “Servizio” sul carcere e l’ho trovato attimo. Bravo. L’ho condiviso su FB e su Twitter nella speranza che venga ascoltato ed è proprio questo lo scopo che mi sono prefisso rientrando su questi due network. Seminiamo Salvatore, non ci rimane altro da fare.

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